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L’Ue verso la linea dura con le banche svizzere

di Ivo Caizzi da il Corriere Economia

La linea dura degli Stati Uniti contro le banche svizzere, accusate di aiutare gli evasori stranieri a non pagare le tasse, ha messo nel mirino anche il Credit Suisse. In precedenza era toccato all’altro colosso elvetico Ubs, che aveva dovuto pagare un mega-risarcimento e rivelare migliaia di proprietari Usa di conti segreti. Ormai appare chiaro che la strategia aggressiva e punitiva lanciata dal presidente Usa Barack Obama, nell’ambito del programma anti- evasori fiscali Fatca, risulta l’unica davvero efficace per contrastare le banche svizzere impegnate ad aiutare chi non vuole pagare le tasse. Al punto che l’Unione europea inizia a prenderne atto.

Un segnale è stata la minaccia di bloccare la libera circolazione dei capitali europei diretti nelle banche svizzere. In questo caso Bruxelles ha reagito all’esito del referendum anti-immigrati stranieri nella Confederazione elvetica, che – se portasse a quote negli ingressi — violerebbe l’accordo Ue/Svizzera sulla libera circolazione dei cittadini europei e uno dei principi fondamentali comunitari. Ma, dopo che il presidente di turno del Consiglio Affari generali dell’Ue, il ministro greco Evangelos Venizelou, ha ventilato la fine del flusso di capitali europei diretti nelle banche svizzere, a Bruxelles si sta diffondendo la convinzione di una possibile estensione della stessa ritorsione alla materia fiscale. L’obiettivo è ottenere lo scambio automatico di informazioni sugli evasori nascosti in Svizzera dietro conti segreti, società anonime e veicoli formalmente domiciliati nelle piazze offshore. L’effetto successivo sarebbe la fine delle resistenze di due Paesi Ue (Austria e Lussemburgo), che mantengono il segreto bancario appellandosi a motivi di concorrenzialità con gli istituti elvetici e degli altri paradisi fiscali.

icaizzi@corriere.it

Lugano addio - Il paradiso fiscale più forte d'Europa è sotto assedio. Gli Stati Uniti demoliscono il segreto bancario

IL PARADISO FISCALE più forte d’Europa è sotto assedio: gli Stati Uniti demoliscono il segreto bancario. Gran Bretagna, Germania, Austria e ora Italia vogliono le tasse non pagate dagli evasori che hanno esportato capitali. E un intero sistema inizia a crollare

Nei forzieri elvetici ci sono oltre 4.500 miliardi di euro che ora gli Stati senza soldi reclamano

di Vittorio Malagutti da il Fatto quotidiano

"Sentito che cosa ha detto quella? Qui è finita per tutti. È solo questione di tempo, qualche anno, e poi ci costringono a chiudere bottega. La Svizzera intera può chiudere bottega”. Il cielo cupo sopra Lugano in una domenica di pioggia ispira pensieri tristi, ma il banchiere che si fuma l'ennesima sigaretta seduto a un tavolo con vista lago non ha l'aria, e neppure il curriculum, dell'uomo sentimentale. Se la prende con una donna, la maledice senza neppure nominarla. La signora in questione si chiama Eveline Widmer- Schlumpf e siede al governo di Berna come presidente e responsabile delle Finanze. È lei, ormai, il nemico numero uno dei banchieri. La ministra svende agli stranieri il futuro della Confederazione, questa l'accusa. Peggio: si è arresa senza combattere di fronte alle pressioni di americani, tedeschi, inglesi, perfino degli italiani, tutti impegnati a dare la caccia al denaro nero degli evasori fiscali nascosto nelle banche elvetiche. Finanza contro politica, mai visto nulla di simile da queste parti, in un Paese che ha sempre visto il governo allinearsi scrupolosamente alle direttive dei signori del denaro. Per la prima volta l’esecutivo di Berna ha osato mettere in discussione il tabù nazionale, l'inviolabile segreto bancario su cui il Paese degli orologi a cucù e del cioccolato ha costruito la sua enorme ricchezza. “La Svizzera lava più bianco”, accusava più di vent'anni fa il sociologo ginevrino Jean Ziegler in un libro che faceva a pezzi la casta del potere elvetico, complice di un colossale sistema di riciclaggio.

Le nuove paure I tempi cambiano. La Svizzera adesso ha paura. Gli Stati Uniti e l'Europa, travolti da una crisi economica senza precedenti, non possono più permettersi di ignorare il tesoro accumulato nei forzieri di Zurigo, Ginevra e Lugano da milioni di evasori fiscali. Mentre i tagli in bilancio massacrano ilwelfare, i governi devono dare un segnale d'impegno anche sul fronte delle entrate. E visto che le tasse, nuove e vecchie, finiscono per massacrare i soliti noti, che c'è di meglio di una crociata contro i santuari dell'evasione fiscale? A Berna hanno capito il messaggio. “Il dovere di diligenza dei banchieri va esteso per evitare che giungano nei nostri istituti di credito fondi stranieri non dichiarati al fisco”. Ecco, testuali, le parole della ministra Widmer- Schlumpf che tre mesi fa hanno acceso le polemiche. Se una simile riforma andasse in porto sarebbe una mezza rivoluzione. Adesso i banchieri hanno il dovere di fare ogni accertamento possibile sulla provenienza del denaro depositato dal cliente. Se c’è il sospetto che i soldi siano il frutto di attività criminale allora scatta l'obbligo di denuncia all'autorità anti-riciclaggio. Il governo di Berna, questa la novità, vorrebbe che le verifiche del funzionario di banca fossero estese anche alle questioni fiscali. Non pagare le tasse diventa un crimine e quindi il cliente sospetto evasore va denunciato, proprio come il riciclatore del denaro della droga. E se un Paese straniero dovesse chiedere assistenza in un'indagine, anche amministrativa, su una presunta evasione tributaria, la banca svizzera sarebbe obbligata a fornire le informazioni richieste.

Sempre meno segreti Gli ambienti finanziari protestano: fin qui le questioni fiscali erano al riparo da qualsiasi indagine. Il segreto bancario copriva tutto. “Va a finire che ci tocca chiedere la dichiarazione dei redditi ai clienti”, esagera il banchiere ginevrino. I politici però insistono. Il governo di Berna, ha pubblicato un documento, una trentina di pagine, intitolato “Strateg ie per una piazza finanziaria competitiva e conforme alle leggi fiscali”. É la “Weissge ldstra tegie ”, la strategia del denaro bianco che serve a tagliare i ponti, almeno a parole, con un passato imbarazzante. Buoni propositi, niente di più. Ma le ipotesi di riforma su una materia tanto delicata hannomandato in bestia i banchieri. Sentite che cosa ha detto, una decina di giorni fa, il ticinese Sergio Ermotti, l'ex braccio destro di Alessandro Profumo all'Unicredit approdato l'anno scorso sulla poltrona di numero uno di Ubs, colosso del credito elvetico: “Gli attacchi al segreto bancario non sono altro che una guerra economica”, ha dichiarato Ermotti al giornale zurighese SonntagsZei - tung. “Questa guerra mira a indebolire la piazza finanziaria elvetica per favorire i nostri concor renti”, ha aggiunto il capo di Ubs. Insomma, il mondo intero trama per svaligiare i forzieri svizzeri. La posta in gioco è colossale. Si calcola che le 320 banche della Confederazione gestiscano patrimoni per oltre 4.500 miliardi di euro. Più della metà di questo tesoro proviene da Paesi stranieri. La sola Italia avrebbe contribuito con 150 miliardi. Una stima per difetto, probabilmente. I banchieri temono che la semplice possibilità di un accordo sulla tassazione dei capitali esportati illegalmente sia sufficiente a mettere in fuga buona parte dei clienti. E questo sarebbe un problema serio per un'economia come quella elvetica in cui il settore finanziario produce oltre il 10 per cento del valore aggiunto complessivo.

La crisi oltre la finanza La Svizzera però non è solo finanza. Nel territorio della Confederazione hanno sede migliaia di imprese che fanno business con l'Europa. E allora bisogna mantenere buoni rapporti con i Paesi vicini, altrimenti rischia di affondare l'economia, in gran parte orientata all'export. Quando era ministro dell'Economia, Giulio Tremonti ha fatto in modo che la Svizzera venisse inserita nella black list dei Paesi non collaborativi in materia fiscale, tipo Cayman e Bahamas. Questa decisione ha creato enormi problemi alle aziende svizzere che lavorano con l'Italia. Per questo Berna non può fare a meno di inviare segnali distensivi. Che cosa succederebbe, per dire, se Londra sospendesse l'autorizzazione delle banche elvetiche a lavorare nella City? Nasce con queste premesse il negoziato per i nuovi trattati fiscali con Germania e Inghilterra. E anche il governo di Mario Monti adesso ha imboccato la stessa strada.

Il conto agli evasori Una multa pesante, fino al 44 per cento della somma esportata illegalmente, e la promessa di pagare le tasse in futuro. Sono questi gli ingredienti del colpo di spugna per i furboni del fisco. Un regalo agli evasori, protesta l'opposizione socialdemocratica tedesca. E anche in Gran Bretagna l'accordo, deve ancora essere ratificato dal Parlamento. In Italia la trattativa con Berna ripartirà il 24 maggio, come annunciato mercoledì da una nota dei due governi. Trovare l’accordo non sarà facile. A meno che non siano gli svizzeri a mandare tutto a monte. L'Udc, il partito nazionalista di Cristoph Blocher minaccia di promuovere un referendum per bloccare i negoziati. I banchieri approvano.

 

Anche l’Italia prova a stanare i soldi in Svizzera

di Marco Palombi da il Fatto quotidiano

È chiaro che la salvaguardia, la trasparenza fiscale e la lotta all’evasione non possono essere compromesse dall’accordo con la Svizzera”. Questa del viceministro all’Economia Vittorio Grilli potrebbe sembrare un’ovvietà, in realtà è l’indizio che il governo italiano continua a oscillare sul concordato fiscale con Berna. La faccenda è nota: si tratterebbe di un accordo bilaterale – sul modello di quelli già stretti da Berlino, Londra e Vienna – in cui la Confederazione Elvetica farebbe da sostituto d’imposta per lo Stato italiano sui capitali “in nero” detenuti da nostri concittadini nelle sue banche (il cosiddetto schema Rubik). In sostanza, è un condono per il pregresso con un pagamento una tantum e una qualche forma di garanzia dell’anonimato per il futuro. Mario Monti, l’ha detto più volte, non ama questo tipo di soluzione, ma la situazione non gli consente di essere troppo schizzinoso: per questo “nei prossimi giorni” incontrerà la presidente svizzera Eveline Widmer- Schlumpf per un vertice che dovrebbe essere risolutivo, mentre è già stabilito che un tavolo tecnico tra i due paesi comincerà i suoi lavori tra due settimane (il 24 maggio).

DETTO IN PAROLE povere, noi vogliamo i soldi, loro uscire dalla nostra black list e salvare un pezzo di segreto bancario: in pratica, gli svizzeri saranno obbligati a segnalare solo chi tenta di sottrarsi al concordato. Un primo passo per addolcire l’Italia, peraltro, Berna l’ha già fatto nei giorni scorsi, pagando finalmente ai nostri comuni di confine parte delle tasse che i circa 50 mila lavoratori transfrontalieri italiani versano in Ticino: 28 milioni di euro che l’Anci ha festeggiato ieri come “una boccata d’oss i ge n o ”. “Sul concordato fiscale stiamo pressando molto Monti – spiega una fonte vicina a Pier Luigi Bersani – Quelle risorse ci servono per mettere un po’ di soldi nell’economia e per sanare alcune delle iniquità più dolorose delle manovre del 2011, esodati in testa” (non a caso, anche la Cgil propone di trovare così le risor se). Le cifre, d’altronde , sono di tutto rispetto. Facciamo un po’ di conti. L’accordo si compone di un versamento una tantum su tutto il montante che cittadini italiani detengono anonimamente in Svizzera e di una tassazione annuale sui rendimenti di quei soldi: le aliquote varieranno a seconda dei casi, ma è ipotizzabile che il prelievo medio in entrambi i casi si aggiri attorno al 25%, com’è il caso dell’Austria, il terzo e finora ultimo paese a stringere questo tipo di accordi con la Svizzera. Vienna, per dire, stima in 12 miliardi i soldi austriaci presenti nelle banche elvetiche, che rendono interessi per circa 200 milioni l’anno: l’incasso previsto, in buona sostanza, è tre miliardi una tantum e circa 50 milioni di tasse l’anno. Non poco, ma niente in confronto alla quantità di capitali nascosti in Svizzera “va n t a t i ” dall’Italia: un numero preciso non c’è, ma le varie ipotesi partono da un minimo di 120 ad un massimo di 200 miliardi di euro. Prendendo per prudenza (e comodità) la parte bassa della forbice è possibile ipotizzare un introito per l’erario dieci volte superiore a quello stimato dall’Austria: parliamo, dunque, della bellezza di trenta miliardi una tantum e di circa 500 milioni di euro l’anno di tassazione sui rendimenti.

DENTRO CI STANNO, come si vede, gli esodati “rimasti fuori” dal decreto Fornero (copyright della stessa ministro) e molte altre cosette per la crescita che si citano sempre senza sapere come pagarle. Nonostante questo, Mario Monti, un tipo non propriamente flessibile nel suo approccio al mondo, continua a fare molta fatica a cedere a quello che lui considera “un condono”: è tanto vero che il Mef non smette di parlare di accordo sui “futuri redditi di capitale” e non per il pregresso. Il premier – spiegano però fonti di governo – tiene la posizione solo per spuntare più aperture possibili in termini di scambio di informazioni sensibili ai riservatissimi banchieri svizzeri. Speriamo.

 

Così gli Usa piegano le banche che non collaborano col Fisco

di Vittorio Malagutti da il Fatto quotidiano

Chiamatela, se volete, la cura americana. Serve a guarire le banche svizzere dal deprecabile vizio di fare ponti d’oro agli evasori fiscali col passaporto Usa. È un metodo spiccio, ma si è rivelato efficace, almeno finora. Prendiamo un caso concreto, giusto per dare un’idea di come funziona l’american way. La Banca Wegelin , istituto di media grandezza con base a San Gallo cresceva da anni a tutta velocità grazie al doping dei clienti americani. Tutti evasori, o quasi. Gente che aveva pensato bene di chiudere il conto all’Ubs, finita nel mirino delle autorità statunitensi, e trasferire il denaro nella meno esposta Wegelin. La reazione di Washington è stata pesantissima. A gennaio tre funzionari della banca svizzera sono stati formalmente incriminati da un tribunale di Manhattan con l’accusa di aver aiutato una settantina di cittadini americani a nascondere al fisco 1,2 miliardi di dollari in Liechtenstein, a Panama e Hong Kong. Erano tutti ex clienti Ubs covinti dai tre funzionari a passare alla Wegelin considerata al riparo dalla reazione Usa perchè non ha uffici sul territorio americano. I banchieri avevano sbagliato i loro calcoli.

La Giustizia Usa si è mossa comunque, bloccando i tre collaboratori della Wegelin di passaggio sul territorio americano. A febbraio la banca è stata formalmente incriminata dal Dipartimento della Giustizia di Washington per aver facilitato una colossale evasione fiscale. Il colpo è stato pesantissimo. Alla fine l’istituto sotto accusa ha dovuto alzare bandiera bianca. Nel senso che, per effetto anche delle pressioni del governo Berna, ansioso di chiudere l’incidente con gli americani, la Wegelin ha preferito cedere tutte le attività a un’altra banca elvetica, la Raif - fe i s e n . Questo però è solo l’ultimo episodio, il più clamoroso, di un conflitto ancora in pieno svolgimento. Sono almeno 11 gli istituti svizzeri che stanno trattando con gli Stati Uniti per chiudere contenziosi in materia fiscale. L’Ubs, la più grande banca elvetica, ha chiuso le sue pendenze nel 2009 pagando una multa di 780 milioni di dollari, più di un miliardo di euro. Ma il guaio peggiore, per l’istituto, è un altro. Già, perché nel 2010 il governo svizzero ha siglato un accordo con Washington per consegnare al fisco Usa una lista di 4.500 evasori americani con un conto all’Ubs. Intanto altri grandi nomi del mondo finanziario svizzero, come il Crédit Suisse e la banca Ju l i u s Baer, stanno cercando di chiudere il contenzioso con gli Usa.

Nei giorni scorsi è circolata la voce che anche Pictet & Cie, il grande istituto ginevrino specializzato nella gestione di patrimoni, sarebbe al centro di una nuova indagine. Di processo in processo l’assedio americano potrebbe continuare ancora a lungo. Almeno fino a quando Washington non avrà raggiunto l’obiet - tivo finale della sua offensiva. E cioè la consegna al Fisco Usa dell’elenco completo di tutti i clienti statunitensi delle banche svizzere con un deposito superiore ai 50 mila dollari. Questo è quanto prevede una legge americana, il Facta, una sigla che sta per Foreign account tax compliance act. Questa norma sarebbe la pietra tombale sul segreto bancario. E sugli affari della finanza svizzera.

 

Svizzera - I dubbi del Governo sull'accordo per la tassazione dei capitali italiani nella confederazione elvetica

Il Fisco vuole evitare l’effetto condono e avere un gettito sicuro

di Stefano Feltri  da il Fatto quotidiano

L’accordo per tassare i capitali degli evasori in Svizzera, l’ha detto Mario Monti, dipende dalla tregua sui frontalieri: il Canton Ticino ha sospeso unilateralmente il trattato che prevede di trasferire risorse ai Comuni di frontiera i cui cittadini lavorano e pagano le tasse in Svizzera ma consumano servizi pubblici italiani. Per il solo 2010 si tratterebbe di 28 milioni di franchi, circa 23 milioni di euro, che sono rimasti in Ticino invece di arrivare nelle casse di Comuni italiani. Proprio per le tensioni sui frontalieri il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha annullato (o almeno rinviato) una visita di Stato in Svizzera .

MA NON È QUESTA l’unica ragione di prudenza del governo di Roma sull’accordo fiscale che permetterebbe di recuperare almeno una parte di quei 120-150 miliardi esportati illegalmente in Svizzera da contribuenti italiani. L’Agenzia delle entrate, secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano, da mesi vaglia con attenzione pro e contro di un accordo fatto sul modello di quelli approvati da Germania e Gran Bretagna (un forte prelievo una tantum, tra il 30 e il 40 per cento che sana il pregresso, poi un’aliquota annuale sopra il 26 per cento per i rendimenti, in cambio gli evasori e la Svizzera restano protetti dal segreto bancario). L’Agenzia delle entrate è preoccupata perché la Convenzione – anche se con aliquote di imposta analoghe a quelle italiane, quindi non di favore – si presenti come una sanatoria. E questo, secondo il Fisco, rischia di avere un impatto mediatico negativo perché apparirebbe proprio come un condono, anche se molto oneroso. Infatti la Svizzera agirebbe da sostituto di imposta ma l’anonimato del contribuente sarebbe garantito non solo per i rapporti pregressi, quelli sanati dal prelievo una tantum, ma pure per il futuro. E comunque, notano i funzionari che rispondono ad Attilio Befera, non è bello trattare con un paradiso fiscale che sta ancora nella black list.

Tra le preoccupazioni dell’Agenzia delle entrate ce ne anche una molto concreta: sul gettito c’è una grande incertezza, perché il fatto che Berna agisca come sostituto di imposta è comodo, tutti i costi burocratici sarebbero a carico degli svizzeri, ma il perdurare del segreto bancario comporta che l’Italia non è in grado di sapere se gli svizzeri dicono tutta la verità. Per questo l’Agenzia prevede due strumenti di tutela: il primo è un meccanismo aggiuntivo di salvaguardia di scambio di informazioni, nel caso gli ispettori del Fisco, durante un’in - dagine scoprano una transazione con la Svizzera. Tradotto: se gli ispettori o la magistratura italiana hanno fondate ragioni per sospettare che un italiano abbia un conto in Svizzera, Berna dovrebbe dimostrare che quel conto paga le tasse – tramite il governo elvetico – o sono guai. Insomma, gli strumenti per capire se la Svizzera non collabora ci sarebbero. La vera garanzia però è l’ac - conto, pagato subito da Berna, prima di raccogliere direttamente dai conti (e solo da quelli, le cassette di sicurezza sarebbero al riparo) le imposte previste dall’eventuale accordo. In attesa della gallina domani, l’uovo sarebbe certo. Ma piccolo: 1-2 miliardi su 150 depositati nei forzieri di Ginevra e Lugano.

CI SONO delle precauzioni ulteriori che l’Italia può adottare e su cui i tecnici del governo stanno ragionando, soprattutto per limitare lo spettro della sanatoria ed evitare che l’operazione diventi un gran regalo ai criminali: il prelievo una tantum non dovrebbe sanare i cosiddetti “re a t i mezzo” commessi per esportare i capitali, tipo appropriazione indebita e falso in bilancio. E dovrebbero essere perseguibili anche i “reati fine”, commessi utilizzando i soldi, tipo evasione, riciclaggio e corruzione. Il problema più serio è un altro: risalire ai beneficiari ultimi dei conti o degli strumenti di investimento è complesso, senza meccanismi che garantiscano di superare gli schermi giuridici si rischia che il gettito sia quasi zero, come è successo in questi anni in cui era in vigore una direttiva europea non troppo dissimile dagli accordi di Germania e Gran Bretagna. Ma qualunque scelta faccia il governo Monti deve fare in fretta o rischia di trovare i forzieri vuoti. Con i capitali emigrati nelle filiali asiatiche delle grandi banche svizzere.

Twitter @stefanofeltri

Nota: vedi posizione francese articolo di Le Monde tradotto da infonodo.org: Rubik: il sistema inventato dalla lobby finanziaria per conservare il segreto bancario in Svizzera

Rubik: il sistema inventato dalla lobby finanziaria per conservare il segreto bancario in Svizzera

di philippe le couer da Le Monde

La Francia rifiuta le avances  della Svizzera sull'evasione fiscale

Berna propone di riversare al fisco un'imposta sui beni non dichiarati dai clienti francesi. La Germania ha già firmato

Non è nemmeno da discutere l'idea  di tirare una riga sui principi della lotta e della repressione alle frodi e all'evasione fiscale per cedere al pragmatismo e ai miliardi di euro facili e rapidi.

Almeno per il momento...
Anche se si cercano ricette per consolidare la riduzione del deficit pubblico e si decide di tassare un po' di più i francesi più ricchi, il governo assicura di non essere – ad oggi – disposto a seguire l'esempio del suo omologo tedesco che ha rinunciato a tracciare i suoi contribuenti con capitali non dichiarati in Svizzera.
In cambio, Berlino ha ricevuto l'assicurazione del versamento, da parte delle banche elvetiche di un'imposta alla fonte preservando l'anonimato dei detentori dei conti.
Questo dispositivo, battezzato “Rubik”, è stato anche proposto da Berna a Parigi. E' stato oggetto di discussione tra le due parti.
Non è un'opzione percorribile”, affermano al ministero dell'economia così come a quello delle finanze.

Siglato il 10 agosto, l'accordo tedesco-svizzero non entrerà in vigore che nel 2013.
Prevede di tassare tra il 19% e il 34% i patrimoni esportati in Svizzera nel passato – salvo che i contribuenti li abbiano già rilevati al fisco tedesco. Le banche svizzere pagheranno così una cifra forfettaria di due miliardi di franchi svizzeri (1,7 miliardi di euro). Per le plusvalenze future sui capitali la tassazione sarà del 26,375% quasi identica alla prevista imposta tedesca.
Il fisco svizzero preleverà questa imposta alla fonte e la rimetterà al suo omologo tedesco.
Le banche non dovranno rivelare l'identità dei loro clienti.
Rifiutare l'imposizione comporterà la chiusura dei conti. Al ministero dell'Economia, dicono che questo dispositivo “pone un problema di principio”: conduce “ ad astenersi dalla lotta totale all'evasione e da ogni altra accusa in cambio di entrate”, aggiungendo che “questo contraddice tutta la politica perseguita in questi ultimi anni”.
Questo sistema può veramente funzionare solo se lo Stato dispone di informazioni affidabili sulla base imponibile del prelievo”, aggiunge Gilles Carrez (UMP), relatore della commissione Finanza dell'Assemblea Nazionale (parlamento francese n.d.t.).

E' UMANO. Il dispositivo Rubik, che è anche l'oggetto di un imminente accordo con la Gran Bretagna, “ha dei vantaggi” con “delle entrate fiscali sicure” riconoscono ai ministeri dell'economia e delle finanze.
Comprendiamo le scelte della Germania e della Gran Bretagna che, non molto tempo fa, erano vicine alle nostre posizioni. E' umano voler incassare i soldi subito”, indicano al ministero.
Dato che i patrimoni tedeschi non dichiarati in Svizzera sono valutati tra i 100 e i 180 miliardi di euro, la Germania dovrebbe incassare 10 miliardi di franchi svizzeri per la regolarizzazione dei conti fino ad oggi non dichiarati e poi intascare un miliardo di franchi all'anno.
I beni francesi non dichiarati in Svizzera sono valutati poco al di sopra dei 90 miliardi di franchi svizzeri dalla società di analisi finanziaria Helvea.
Nessuna stima delle entrate potenziali legate a Rubik è disponibile.
Con delle tassazioni vicine a quelle che compaiono nell'accordo concluso con la Germania, ciò condurrebbe a delle entrate abbastanza consistenti.
La nostra priorità resta la trasparenza”, si avanza al ministero, dove si spinge per lo scambio automatico delle informazioni fiscali tra i paesi al fine di tracciare e sanzionare gli evasori.
E' la soluzione adottata in seno all'Unione europea e che dovrà entrare in vigore nel 2013 – è comunque contestata dal Lussemburgo.
E' anche la soluzione che l'UE vorrebbe estendere ai paesi terzi, a cominciare dalla Svizzera.
E' ciò che Berna rifiuta e che ha condotto a Rubik.


Il ministero delle finanze tedesco, che voleva, in un primo tempo, che lo scambio automatico delle informazioni facesse parte dell'accordo con la Svizzera, nega alcuna concessione e afferma che all'interno dell'Unione europea, questo sistema resta indispensabile.
Nel quadro dell'accordo firmato il 10 agosto, Berlino ha ottenuto di poter richiedere alla Svizzera delle informazioni sulla base del nominativo di una certa persona senza avere quello della banca (nel milite di 750 a 999 richieste in due anni).
L'intesa elvetico-tedesca infila comunque un cuneo nella strategia europea.
I finanzieri svizzeri si sono affrettati a mettersela in tasca: “La Germania riconosce senza equivoco che la ritenuta di compensazione, trattenuta alla fonte, rappresenta una soluzione di lunga durata equivalente allo scambio automatico delle informazioni”, ha dichiarato l'Associazione dei banchieri svizzeri.
A Parigi, al di là della reazione di chiusura e di riaffermazione dei principi, si ha coscienza che qualcosa si sta muovendo. “E' un sistema interessante. Lo stiamo guardando. Non siamo chiusi”, dichiarano al ministero dell'economia.
La porta è socchiusa.


di aghate duparc da Le Monde

Storia di Rubik, il progetto dei banchieri svizzeri per salvare i segreti dei loro sancta sanctorum

 

E' nell'estate del 2009, in un contesto di accuse e minacce rivolte da più parti alla Svizzera, paradiso degli “evasori fiscali” che l'Associazione delle banche straniere in Svizzera (AFBS), sostenuta dai sui colleghi elvetici, ebbe l'audace idea di trasformare i banchieri svizzeri in quasi-esattori per i sistemi fiscali esteri. Nome del progetto “Rubik”, come il cubo rompicapo.
Cioè a dire che questa soluzione, all'inizio immaginata dalla lobby bancaria, doveva risolvere un rompicapo: permettere ai banchieri svizzeri di preservare l'anonimato dei loro clienti esteri – i beni non dichiarati dai soli europei raggiungerebbero una cifra superiore agli 800miliardi di franchi svizzeri (698miliardi di euro) – e metterli in conformità con le amministrazioni fiscali dei paesi interessati.
La situazione è quindi delle più tese.
Il 13 marzo 2009, Berna già impantanata nello scandalo fiscale USB negli Stati Uniti – i responsabili della banca svizzera sospettati di aver aiutato cittadini americani a frodare il fisco -, ha finalmente accettato, sotto ingiunzione del G20 e dell'OCDE, di abbandonare la sua insostenibile distinzione tra “elusione” - un'infrazione minore nel diritto elvetico – e la “frode fiscale”, un reato punibile penalmente. Sono finiti i giorni in cui solo questo secondo caso previsto permetteva di sollevare il segreto bancario e di trasmettere le informazioni all'estero, così che gli “evasori fiscali” che avevano semplicemente “dimenticato” di dichiarare i loro conti bancari in Svizzera, dormivano sonni tranquilli. Ma questa messa in conformità con l'articolo 26 dell'OCDE, che prevede lo scambio di informazioni fiscali su richiesta, non era sufficiente.
Il 2 aprile 2009, la Svizzera fu iscritta nella lista grigia dei paradisi fiscali dell'OCDE. Ci resterà cinque mesi, fino a che furono firmati una dozzina di nuove convenzioni fiscali che comprovano gli sforzi di Berna.

NIRVANA” - Da quel momento, gli ambienti bancari si lanciano in un brainstorming per premunirsi contro nuovi assalti. La principale minaccia viene questa volta dall'Unione europea che vuole che tutti i suoi Stati membri passino al sistema degli scambi automatici di informazioni in materia fiscale. La Svizzera potrebbe essere obbligata a piegarsi, questo significherebbe la morte del segreto bancario. Rubik è stato proprio progettato e raffinato per proporre un sistema “equivalente” , il più finanziariamente allettante possibile per gli Stati.
Dal 2010, il compito di vendere questa nuova “strategia per rendere pulito il denaro” (“stratégie d'argent blanc” , n.d.t.) è affidata a Berna.

Si intraprendono i negoziati. Bruxelles oppone subito la decisione di non accogliere un sistema che propone di preservare l'anonimato degli evasori, obbligando invece tutti a diventare “fiscalmente conformi”.
Non rimaneva allora che convincere gli Stati più grossi della Ue, come la Germania e la Gran Bretagna, sperando che questo provocasse un effetto valanga” , ricorda Philippe Kenel, avvocato fiscalista svizzero che ha seguito i negoziati. Bisogna sottolineare che “il contesto di crisi è favorevole a questa soluzione”.
La Germania, che ha appena accettato questo sistema d'imposizione alla fonte compensatorio, dovrebbe recuperare 10miliardi di franchi svizzeri per mettere in regola i beni fin qui non dichiarati dei suoi cittadini. Poi potrebbe incassare ogni anno 1 miliardo come imposta alla fonte.
In cambio, è previsto che Berlino offra libero accesso ai banchieri svizzeri al mercato bancario tedesco.
Michel Dérobert, segretario generale dell'Associazione dei banchieri privati svizzeri, qualifica questo accordo come un “nirvana per il fisco tedesco”.
Si tratta del miglior sistema che si possa immaginare. Noi raccogliamo e poi inviamo il denaro, questo facilita enormemente il compito dell'amministrazione fiscale che lavora spesso con un certo disordine” sostiene, stimando che lo scambio automatico di informazioni è lungi dall'essere così efficace.
La lobby bancaria svizzera lavora ora per attirare altri paesi. La Gran Bretagna, la Grecia e l'Italia sono i prossimi. 

 


Note del traduttore

Ultime notizie di Rubik dalla stampa italiana

L'unico articolo sull'argomento del Corriere della Sera data 19/10/2009 su Repubblica niente.


 

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