Nuova Mafia

Seveso - Banca delle 'Ndrangheta. Niente scarcerazione per Domenico Zema

di Stefania Totaro da il Giorno del 01/04

RESTA in carcere Domenico Zema. L’ha deciso il Tribunale del Riesame di Milano per il genero di Annunziato Moscato (ritenuto il capo della «Locale» di ’ndrangheta di Desio e condannato in appello con il rito abbreviato a 10 anni di reclusione per associazione mafiosa) ed ex consigliere comunale nelle file di Forza Italia a Cesano Maderno (carica da cui si dimise nel 2000 quando fu arrestato per associazione di stampo mafioso, accusa da cui però è stato prosciolto). Domenico Zema è stato arrestato nell’inchiesta della Procura della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano perché ritenuto braccio destro di Giuseppe Pensabene, che secondo gli inquirenti aveva assunto la reggenza della «Locale» di Desio dopo la valanga di arresti del 2010 per l’inchiesta «Infinito», creando a Seveso una «banca clandestina». Un ruolo che i giudici della libertà hanno invece ridimensionato non ritenendo Zema uno dei «capi» della presunta organizzazione criminale. A ricorrere al Riesame per ottenere la scarcerazione di Domenico Zema sono stati i suoi difensori, gli avvocati Luca Ricci e Patrizio Villa, secondo cui l’indagato nulla c’entra con l’accusa di associazione mafiosa che gli viene contestata.

«QUELLO di Zema è il primo caso di un presunto boss che viene sottoposto a usura dalla sua stessa associazione criminale, come si legge dalle carte - ha sostenuto l’avvocato Luca Ricci -. C’è poi anche una intercettazione telefonica in cui altri indagati lo indicano non come un colluso o un partecipe dell’associazione, ma dicono che è soltanto il genero di Annunziato Moscato». Ora i legali dell’ex consigliere comunale attendono di leggere la motivazione dell’ordinanza dei giudici della libertà per decidere se proseguire con i ricorsi per ottenere la scarcerazione. Non è la prima volta che Domenico Zema viene indagato per gravi reati e poi prosciolto. A parte l’accusa caduta per associazione di stampo mafioso del 2000, recentemente Zema era stato indagato nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Monza sulle modifiche sospette al Pgt di Seregno che vede coinvolto l’ex assessore Attilio Gavazzi. Il nome di Zema emergeva come intermediario di una società che ha acquistato l’immobile di via delle Grigne a Seregno, ma il pm ne ha chiesto l’archiviazione.

Inchiesta sulla banca della ’ndrangheta. Stop ai domiciliari per Walter La Coce

di Valentina Bertuccio D'angelo da il Giorno del 27/03

«ESIGENZE cautelari affievolite» per il vice direttore dell’ufficio postale di Paderno. Tradotto, Walter La Coce (accusato insieme al direttore Vincenzo Bosco di concorso nell’esercizio abusivo dell’attività finanziaria e corruzione) da sabato non è più agli arresti domiciliari. Resta l’obbligo di dimora per evitare che inquinino le prove. L’ha deciso il Riesame, che ha accolto l’istanza presentata dall’avvocato. Le indagini, i confronti incrociati, i rilievi degli inquirenti, però, vanno avanti. Sono da approfondire il legame tra le attività della banca delle cosche, sgominata a Seveso ai primi di marzo nell’operazione Tibet (quaranta persone coinvolte, in carcere o ai domiciliari) e le operazioni finanziare autorizzate tra ottobre 2011 e maggio 2013 dai due dirigenti di Poste Italiane, che sono anche stati sospesi dal servizio. La Coce conta di poter rientrare presto in servizio: da pochi giorni è tornato a respirare, ricevendo «la solidarietà di tantissime persone, colleghi, concittadini». E racconta: «Mi accusano di aver fatto prelievi superiori alla disponibilità dei conti correnti, ma questo non è vero né possibile». Certo, quei visi li conosceva, quegli imprenditori così pieni di denaro contante gli avevano ispirato qualche dubbio, «ma tecnicamente tutto quello che facevano era legittimo».

LA RICOSTRUZIONE dei pm Giuseppe D’Amico e Ilda Boccassini racconta di rapporti opachi, prelievi e versamenti disinvolti, buste bianche, «panettoni» e favori. Secondo l’accusa, il presunto capoclan Giuseppe «Pino» Pensabene e i suoi accoliti in Brianza gestivano il riciclaggio dei proventi delle attività illecite attraverso aziende di copertura che effettuavano versamenti e prelievi importanti proprio in uffici postali più o meno compiacenti (a Paderno ma anche a Desio, Cinisello, Rho, Cesano Maderno, Seveso, Seregno). Botte da centomila euro. Sfruttavano le falle del sistema antiriciclaggio («in tutte le Poste d’Italia hanno un unico centro e ne arrivano di segnalazioni, di cose. Quindi è molto ma molto difficile che ci beccano proprio a noi», ragionava Pensabene nel febbraio 2012) ma, sempre secondo l’accusa, anche oliando la macchina. Nel caso padernese, soldi (da 400 a mille euro) o piccole regalìe per il disturbo. Nelle intercettazioni emerge come Bosco e La Coce usassero chiamare gli uomini di Pensabene, ufficialmente titolari di attività edili, per avvisarli dell’arrivo del denaro contante: «Ma tu oggi non passi? Perché c’ho un po’ di roba», cioè di soldi, chiedeva La Coce a Nuccio Bovini (anche lui arrestato). «È prassi chiamare i clienti degli sportelli Poste Imprese perché non abbiamo mai tutto quel contante in cassa, bisogna ordinarlo», si difende La Coce dalla sua casa di Nova Milanese. I pm lo accusano di aver ricevuto 400 euro e un lavoro edile da una delle aziende collegate al clan come ringraziamento per aver chiuso un occhio: «Col mio avvocato proverò che non è così. Mi hanno descritto come un banchiere della ’ndrangheta, mi hanno sconvolto la vita».
valentina.bertuccio@ilgiorno.net

Desio - Nuova mafia. Ricci: «Altro che colluso, Zema è stato vittima di usura»

di Stefania Totaro da il Giorno

RICORSO al Tribunale del Riesame di Milano per ottenere la scarcerazione per Domenico Zema. L’ha discusso ieri l’avvocato Luca Ricci, difensore del genero di Annunziato Moscato (ritenuto il capo della «Locale» di ’ndrangheta di Desio e condannato in appello con il rito abbreviato a 10 anni di reclusione per associazione mafiosa) ed ex consigliere comunale nelle file di Forza Italia a Cesano Maderno (carica da cui si dimise nel 2000 quando fu arrestato per associazione di stampo mafioso, accusa da cui però è stato prosciolto). Domenico Zema è stato arrestato nell’inchiesta della Procura della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano perché ritenuto il collaboratore di Giuseppe Pensabene, che secondo gli inquirenti aveva assunto la «reggenza» della «Locale» di Desio dopo la valanga di arresti del 2010 per l’inchiesta «Infinito», creando a Seveso una «banca clandestina». Secondo il difensore di Zema, l’indagato nulla c’entra con l’accusa di associazione mafiosa che gli viene contestata.

«QUELLO di Zema è il primo caso di un presunto boss che viene sottoposto a usura dalla sua stessa associazione criminale, come si legge dalle carte - sostiene l’avvocato Luca Ricci -. C’è poi anche una intercettazione telefonica in cui altri indagati lo indicano non come un colluso, ma soltanto come il genero di Annunziato Moscato». I giudici della libertà milanesi si sono riservati di decidere sulla richiesta di scarcerazione.

OGGI verrà invece discusso, sempre al Tribunale del Riesame, il ricorso presentato per la scarcerazione da un altro degli 8 arrestati perché accusati a vario titolo di associazione mafiosa, riciclaggio, usura, estorsione, corruzione, esercizio abusivo del credito, intestazione fittizia di beni e società. Si tratta di Giuseppe Vinciguerra, difeso dall’avvocato Attilio Villa, mentre il gip del Tribunale di Milano che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare ha cancellato gli arresti domiciliari per Silvano Napolitano, il rottamaio ex presidente della Caratese Calcio accusato di riciclaggio di denaro. Secondo l’accusa Napolitano eseguiva dei bonifici bancari in cambio di denaro contante a favore della presunta organizzazione criminale attraverso la collaborazione proprio di Vinciguerra. Ma il difensore di Silvano Napolitano, l’avvocato Ivan Colciago, ha dimostrato al gip che tra i due, entrambi rottamai, c’erano rapporti di forniture per la loro attività e che non vi è prova di dove sia finito il presunto denaro riciclato a favore dell’organizzazione. Finora l’ex presidente della Caratese Calcio è l’unico ad avere ottenuto una modifica della misura di custodia cautelare.

Nell’inchiesta sulla banca della ‘Ndrangheta a Seveso anche la vicenda del processo Miriadi. Le frequentazioni pericolose di Giuseppe Malaspina

Nel novembre 2013, i quattro imputati sono stati condannati  a complessivi 44 anni di carcere. Il Tribunale ha accolto l’aggravante del metodo mafioso
di @nonymous

In aula, il 1. luglio dello scorso anno, durante il processo per il tentato sequestro del costruttore Carlo Malaspina venne fuori un nome: Fausto. Fu il legale di Carlo Malaspina, Gerardo Perillo, a chiedere al teste Giuseppe Malaspina delucidazioni in merito a una telefonata agli atti (n. 3571), in strettissimo dialetto calabrese, intercettata il 22 gennaio 2012 alle ore 18,15.

L'avvocato voleva sapere chi era Fausto e chi era il “pasticcere” (*vedi sotto).

“Ero abbastanza preoccupato e disperato, parlando con questo geometra, che ha lavorato per noi – risponde Malaspina- gli dico che i Miriadi mi stanno facendo continuamente angherie e attentati. Lui mi ha detto che avrebbe visto Antonio Malacrinò detto il turco, zio dei Miriadi, e mi ha chiesto se volevo che gli parlassi per intervenire. Gli ho risposto: no assolutamente. Dissi che non volevo vederlo il Malacrinò perché aveva fallito nel sistemare la cosa. Tutto qua.
Mi ha riferito (Fausto - ndr) che Malacrinò diceva di non sapere degli attentati, io ho detto che era un bugiardo perché l'avevo saputo da altri paesani di Desio che loro (i Miriadi – ndr) mi facevano queste cose contro”.

Nei giorni scorsi, su ordine del Gip Simone Luerti del Tribunale di Milano Fausto, il “mediatore” di Giuseppe Malaspina, all'anagrafe Fausto Giordano, classe 1969, nato in Svizzera e residente a Biassono, è stato arrestato assieme ad altre 43 persone, accusato del reato articolo 416bis in quanto “facente parte di un'associazione mafiosa emanazione diretta della locale di Desio e avente base e sede decisionale in Seveso dove sono localizzati i diversi uffici del capo, promotore ed organizzatore Giuseppe Pensabene di Montebello Jonico (lo stesso paese dei fratelli Malaspina e dei Miriadi - ndr). Quest’ultimo avvalendosi della sua affiliazione mafiosa risalente alla metà degli anni 80, agiva soprattutto dopo gli arresti del luglio 2010 dell'operazione Infinito come vero e proprio co-reggente della Locale di 'Ndrangheta di Desio, facendosi anche promotore assieme a Domenico Zema di una colletta a sostegno dei familiari degli arrestati”.

Fin dal giugno 2010 il “mediatore” Fausto Giordano, imprenditore edile molto vicino alla famiglia di Pio Domenico, esponente della Locale di Desio”, (tanto che “consegnava mensilmente somme di denaro a Pio Marinella, per fare fronte alle esigenze del padre detenuto Pio Domenico, esponente di spicco della ‘ndrangheta desiana”) viene in contatto – sempre secondo il Gip - con l'associazione mafiosa capeggiata da Giuseppe Pensabene che gli presta denaro.

Nel gennaio 2012, dopo aver saldato il suo debito, Giordano entra nell’organizzazione mafiosa con il compito specifico di procacciare nuovi clienti e nuovi affari.

Fausto Giordano è anche l’amico (dell’amicizia tra i due ne scrive il Gip nell’ordinanza - ndr) al quale Giuseppe Malaspina il 27 ottobre 2011, il giorno successivo il tentato rapimento del fratello Carlo, si rivolge chiedendo aiuto: “Ho bisogno di parlarti, Fausto..ho bisogno di parlarti urgentemente”.

Quando iniziano gli attentati alle società del gruppo Malaspina (05/11/2011), Giordano ne parla con Marcel Astolfi e questi con Giuseppe Pensabene che sintetizza “quelli, i Malaspina non pagano”. Parlando con l'avvocato Emanuele Sangiovanni, Pensabene dice che pur essendo economicamente benestanti i Malaspina si ostinano a non onorare i loro debiti, arrivando a non pagare gli stipendi agli operai.

Avvocato, qui c’è un paesano mio che è miliardario ( Malaspina Giuseppe - ndr) … questo ha immobili da tutte le parti, è veramente a livelli … solamente, ha che deve fottere tutti, non deve pagare a nessuno, lui non paga neanche gli operai, ne ha prese tante di botte e di cose, adesso gli hanno mandato il fratello all’ospedale, gli hanno sparato alle vetrine, ma tu, una persona così, ti puoi permettere a fare questa vita qua? Ci sono calabresi che sono malati dentro, capito? Che hanno una cosa, che non devono, che poi gli rompono il culo, li ammazzano, non gli interessa niente … per loro è più forte l’orgoglio dei soldi, la propria dignità, la propria personalità … perché non c’è cosa che … nella parte del giusto … ma poi quando delle persone si uniscono, ci vogliono persone intelligenti, si devono unire le forze, e fare delle cose belle … quando c’è da mangiare, mangiamo tutti. E’ inutile che poi, per inculare 20- 30- 50 mila euro, vai a perdere nell’arco del tempo, vai a perdere 500, perdi pure l’amicizia … c’è gente … chi non è capace, e chi ce l’ha nella pancia, nell’anima che devono essere proprio … devono fottere, e basta”.

(Nel processo Miriadi é emerso che Malaspina era rincorso dai numerosi creditori. L’Immobiliare Gruppo Edile Caronno di Giuseppe Malaspina é stata dichiarata fallita dal Tribunale di Monza il 29/10/2012 dopo aver accumulato debiti per €44.106.396,00 di cui € 35.921.187,00 per crediti chirografari, cioè crediti non coperti da alcuna garanzia reale: pegni, ipoteche, fideiussioni. Nella proposta di concordato preventivo era stata prevista una percentuale di soddisfacimento dei crediti tra il 16% e il 26,88%. Un’altra società di Malaspina, la Costruzioni Caronno Prima è stata dichiarata fallita il 28/03/2013 con debiti per almeno 6,5milioni di euro. Vedi procedure Tribunale di Monza.
Secondo gli avvocati della difesa Giuseppe Malaspina avrebbe anche intestato le società a suoi parenti, tra cui la nipote Rosella Nanci poi deceduta, per sviare i creditori ).

Pochi giorni dopo l'attentato alla Progeam, Giueppe Malaspina chiama Fausto Giordano dicendogli che teme altri attentati ai cantieri. “Guarda Fausto che lì bisogna cominciare il cantiere di Besana, sennò sono rovinato”. E Giordano risponde: “Eh, cominciamolo, vediamo”.

Il 16 gennaio 2012 Giordano chiama Malaspina per dirgli che deve incontrare “la ragazza”. “Ti volevo dire … stasera dovrei vedere quella ragazza là, che cosa gli devo dire, cosa devo fare? … ma tu lo hai sentito a questo? Che intenzioni ha? Che cosa gli devo dire io? … inc. … incazzo, che usciamo con il resto … diciamo che vogliamo trovare una mediazione, sistemare le cose … e così lui si assume le sue responsabilità senza fare casino, sputtanamenti, e cose

In realtà non di una ragazza si tratta bensì di un uomo. Che nelle telefonate successive diventa prima “cameriere” e poi “pasticcere”*.

Il 22 gennaio Giordano chiama Malaspina per dirgli che vedrà il cameriere. “Parlagli ma senza sbilanciarti” – gli raccomanda Malaspina e Giordano: “Va bene, dai, ci penso io, vediamo cosa mi dice, se non i dice niente, gliele butto io due battute, capito?”.
Nel corso della successiva telefonata Giordano riferisce a Malaspina di aver appena finito l’incontro nel ristorante con il “pasticciere”, il quale ha negato di essere uno dei responsabili degli atti intimidatori compiuti contro Malaspina, affermando che lui ed il suo gruppo non avrebbero mai approvato gesti del genere fatti contro questo ultimo.

L'intercettazione del 14 gennaio durante la quale Giordano riferisce a Malaspina dell'incontro col “cameriere” o “pasticcere” è l'ultima registrata dalla Dda. Da quel momento Giordano e Malaspina continuano a vedersi e parlarsi alla Gimal.
Ci sono stati numerosi incontri de visu tra i due – scrive il Gip – facendo apparire che, grazie all'intervento ed alla caratura di Fausto Giordano, è stato possibile trovare una “soluzione” tra Giuseppe Malaspina e i soggetti che hanno posto in essere le azioni estorsive nei suoi confronti”.

Secondo quanto ha raccontato a Infonodo un ex dipendente di una delle società di Malaspina, Fausto Giordano passava le sue giornate alla Gimal di Vimercate ed aveva realizzato tra l'altro a Villasanta un complesso residenziale in un lotto di terreno attiguo a quello della società Della via Gramsci di Giuseppe Malaspina, società a tutt'oggi in lite col Comune per una fideiussione di 159mila euro relativa a lavori di urbanizzazione non completati.
Quando a luglio 2010 erano scattati gli arresti dell'operazione Infinito, Giordano andava dicendo con Giuseppe Malaspina: “La mucca ha finito il latte”. E per la verità da quel momento tutte le società del Malaspina (e di Giordano) sono andate in pesante sofferenza.

La causa scatenante delle estorsioni ai danni di Malspina sarebbe stato un terreno a Vimercate di una società riconducibile anche a Assunto Miriadi (padre degli imputati Vincenzo e Giovanni Miriadi), ucciso da sicari del clan Coco Trovato nel 1990 nella guerra di mafia con il clan Papalia per il controllo dell’edilizia in Brianza.
Terreno di Vimercate che Giuseppe Malaspina avrebbe acquistato “in sgarbo” alla famiglia Miriadi.
I fratelli Miriadi avrebbero iniziato le loro richieste estorsive nell’estate del 2010 chiedendo conto del materiale edile di proprietà del padre lasciato in deposito e in aggiunta pretendendo “un’indennizzo” per quel terreno che era stato del padre e successivamente era passato prima nelle mani del geometra Galbussera e poi, in due compravendite del 1993 e del 2000, in quelle di Giuseppe Malaspina.
Le richieste estorsive si sarebbero intensificate dopo alcune operazione immobiliare realizzate da Malaspina (la vendita di un appartamento in via Della Spiga a un acquirente cinese per 8 milioni di euro) e l’approvazione da parte del comune Vimercate di un Piano Attuativo inerente il terreno conteso.
Questa la tesi sostenuta dall’accusa nel processo e accolta in sede di giudizio.

Nelle motivazioni della sentenza di condanna i giudici, a proposito dei rapporti tra i Miriadi, Bartolo Foti, Vincenzo Cotroneo, Pietro Squillaci, scrivono: “Tutti questi personaggi, tra cui gli imputati Miriadi, risultano provenire da Montebello Ionico, tutti sono risultati operativi nella Locale di Desio, ciò che ha indotto gli inquirenti a ritener i Miriadi legati a tale cosca, quale propaggine nel Vimercatese”.

Ma se é vero che i Miriadi erano legati alla Locale di Desio, perché Pensabene nuovo reggente della Locale di Desio, nell’intercettazione ambientale, da una versione diversa dei fatti? Non parla del conteso terreno di Vimercate ma di operai non pagati e di debiti (“non paga nessuno” - ndr). A quali debiti si riferisce Pensabene?

Giuseppe Malaspina, condannato nel 1972 a 14 anni di prigione per l’omicidio di Giuseppe Zampaglione (vedi Giuseppe Malaspina, indagato per il sequestro Villa, diventa accusatore per il tentato sequestro del fratello Carlo), durante il processo ha descritto il suo percorso imprenditoriale di indubbio successo (quando risiedeva ad Arcore è stato secondo contribuente della città dietro solo a Berlusconi; trasferitosi a Lesmo ne è diventato il primo contribuente) come riscatto da un passato criminale. Per sottolienare la lontananza dagli ambienti ‘ndranghetisti, ha parlato di sé come imprenditore lombardo che con i calabresi aveva tagliato i ponti. In realtà Malaspina ha avuto, nel tempo, rapporti di lavoro con gli stessi Bartolo Foti e Vincenzo Cotroneo (esponenti della Locale della ’ndrangheta di Desio) e come è emerso da quest’ultima inchiesta ha avuto frequentazioni di amicizia e di affari con Fausto Giordano considerato dagli inquirenti inserito nella “Nuova Mafia” di Giuseppe Pensabene.

Se nel novembre del 2010, un anno prima del tentato rapimento e degli attentati, Giuseppe Malaspina si reca alla Dia e denuncia pressioni da parte del gruppo dei Miriadi (denuncia non verbalizzata), all’indomani del tentato sequestro del fratello Carlo (27/10/2011) telefona a Fausto Giordano in cerca di aiuto, alla Dia ci andrà il 3 novembre, intanto nei mesi seguenti continua a sollecitare una mediazione da parte di Fausto Giordano e quindi da parte di ambienti criminali.

Un’altalena tra Stato e ‘Ndrangheta che forse più di ogni altro elemento fotografa come spesso le imprese edili in Brianza rispondano anche al potere di organizzazioni criminali.

In questo mare pericoloso dell’edilizia brianzola, Giuseppe Malaspina si destreggia molto bene; da del tu ed è in confidenza con uomini della Dia e dei carabinieri e allo stesso tempo é amico e chiede aiuto a uomini delle organizzazioni criminali, accumula debiti per cinquanta milioni di euro ma da grossi contributi ad AN e Forza Italia in Brianza (vedi Muggiò - Malaspina chiude le società e piange miseria. Mentre a Como è impegnato in un progetto da 150milioni di euro), ha scontato in banca cambiali di "false vendite" concordate per migliaia di euro ma si dimentica di rispettare le convenzioni con i comuni per le opere di compensazioni (vedi Muggiò e Villasanta).
 


Di seguito la parte dell’Ordinanza di arresto di Pensabene e altri  firmata dal Gip Simone Luerti in cui viene citato  Giuseppe Malaspina.

Che la situazione di crisi di liquidità delle aziende riconducibili a GIORDANO Fausto fosse ritenuta da questo ultimo soltanto momentanea e transitoria, è documentato da alcune conversazioni telefoniche intercorse tra lo stesso GIORDANO Fausto, MALASPINA Giuseppe, ed il collaboratore del primo PAVIGLIANITI Giuseppe alias “Peppino” 1, il quale proponeva agli stessi GIORDANO e MALASPINA un consistente investimento per la costruzione di aerei bimotore in Brasile. Cfr. tel. progr. n. 1336 del 02.07.2011 ore 13.19.08, progr. n. 2732 del 18.07.2011 ore 15.47.25, intercettate sull’utenza cellulare n. 346.xxx in uso a GIORDANO Fausto (allegato n. 189 alla CNR datata 20.07.2012). Nello stesso periodo, risultava che GIORDANO Fausto vantava un consistente credito nei confronti di CORAPI Pietro, soggetto in stretti rapporti con il cognato PARRAVICINI Stefano (di cui si tratterà nel successivo capitolo §7), con il quale intratteneva contatti telefonici quasi quotidiani, apparentemente motivati da ragioni lavorative, e comunque finalizzati a fissare appuntamenti “de visu” attraverso il classico invito per “un caffè”.

Le attività tecniche hanno poi permesso di delineare lo spiccato spessore criminale di GIORDANO Fausto, il quale, pure attraversando- come si è evidenziato- un periodo di crisi economica, forte dei suoi consolidati legami criminali, era solito rimproverare con toni chiaramente intimidatori alcuni suoi creditori, perché si erano rivolti a terze persone per recuperare il loro credito nei suoi confronti. Emblematica in proposito è la vicenda relativa a TONETTO Giovanni 2, quale risulta da due conversazioni telefoniche intercettate nei giorni 20 e 21 giugno 2011.

Le ulteriori attività tecniche a carico di GIORDANO Fausto hanno poi evidenziato un suo significativo intervento di mediazione tra il suo amico costruttore calabrese MALASPINA Giuseppe 3, titolare del “Gruppo Edile spa”, con sede a Vimercate (MB) in via Fiorbellina, e di altre agenzie immobiliari, ed un gruppo criminale responsabile di una serie di atti di intimidazione integranti un tentativo di estorsione ai danni di questo ultimo. Per quanto accertato, MALASPINA Giuseppe ed i suoi familiari sono stati oggetto di almeno tre episodi di intimidazione: il primo avvenuto in data 05.11.2011; il secondo in data 18.11.2011, con esplosione di sei colpi di pistola contro le vetrate della sede del “Gruppo Edile Caronno spa” sita in Vimercate (MB); il terzo in data 10.12.2011, con esplosione di un piccolo ordigno incendiario artigianale alla vetrata della porta di ingresso dell’Agenzia Immobiliare “PROGEAM srl” con sede a Vimercate (MB) in via Iginio Rota n. 4. L’intervento di GIORDANO Francesco, sollecitatogli da MALASPINA, quale mediatore rispetto agli autori della tentata estorsione ai danni di questo ultimo, si evince dalle seguenti intercettazioni telefoniche. Già in data 27.10.2011 (e cioè due settimane prima rispetto al primo degli atti intimidatori individuati), alle ore 09.39, GIORDANO Fausto chiamava MALASPINA Giuseppe, che rispondeva sull’utenza cellulare n. 348.xxx, il quale gli chiedeva di passare da lui, aggiungendo: “ho bisogno di parlarti, Fausto … ho bisogno di parlarti urgentemente!”. GIORDANO lo rassicurava dicendo che lo avrebbe raggiunto subito. Cfr. tel. progr. n. 11107 del 27.10.2011 ore 09.39.25, intercettata sull’utenza cellulare n. 346.xxx in uso a GIORDANO Fausto (allegato n. 220 alla CNR datata 20.07.2012). Alle ore 12.54 del 05.11.2011 (giorno in cui avviene il primo atto di intimidazione), GIORDANO Fausto veniva chiamato da MALASPINA Giuseppe, il quale gli chiedeva di portargli urgentemente un microregistratore: “ascoltami … un meccanismo di quelli per registrare, piccolino, sensibile, etc., etc. … urgentissimamente, dai, portamelo. Dove ci possiamo vedere per darmelo?”. I due si accordavano di incontrarsi alle ore 15.00 al bar- pasticceria sito a Lesmo, frazione Peregallo (MB). E’ evidente che la richiesta di MALASPINA Giuseppe di ottenere la disponibilità di un microregistratore era finalizzata a tutelarsi durante un probabile incontro con i responsabili della tentata estorsione ai suoi danni. Cfr. tel. progr. n. 11999 del 05.11.2011 ore 12.54.24, intercettata sull’utenza cellulare n. 346.xxx in uso a GIORDANO Fausto (allegato n. 221 alla CNR datata 20.07.2012). Alle ore 15.12 dello stesso 05.11.2011, GIORDANO Fausto veniva richiamato da MALASPINA Giuseppe, che lo avvisava di trovarsi al bar- pasticceria. GIORDANO rispondeva che lo avrebbe raggiunto immediatamente. Cfr. tel. progr. n. 12006 del 05.11.2011 ore 15.12.01, intercettata sull’utenza cellulare n. 346.xxx in uso a GIORDANO Fausto (allegato n. 221 alla CNR datata 20.07.2012). Il giorno dopo, 06.11.2011, alle ore 18.53, dopo avere subito il primo atto intimidatorio, MALASPINA Giuseppe chiamava GIORDANO Fausto, raccontandogli: “niente … inc. … questa notte sono andati a suonargli ancora il citofono (ndr: si riferisce evidentemente ad un componente del suo nucleo familiare) … hanno fatto, stanno facendo … inc. … siccome noi ci caschiamo nel sacco”. Da parte sua, GIORDANO minimizzava l’accaduto dicendo: “queste sono cose di bambini … ascoltami a me”. I due interlocutori restavano d’accordo di contattarsi l’indomani per fissare un incontro. Cfr. tel. progr. n. 12037 del 06.11.2011 ore 18.53.40, intercettata sull’utenza cellulare n. 346.xxx in uso a GIORDANO Fausto (allegato n. 221 alla CNR datata 20.07.2012).

Nel contempo, anche PENSABENE Giuseppe risultava perfettamente al corrente degli atti di intimidazione compiuti in danno di MALASPINA Giuseppe. Lo dimostra, anzitutto, la conversazione ambientale registrata in data 17.11.2011, alle ore 12.08, all’interno del “tugurio”, ed intercorsa tra lo stesso PENSABENE ed ASTOLFI Marcel, nel corso della quale i due fanno riferimento ad un certo MALASPINA, soggetto noto ad entrambi, e che, nel prosieguo della conversazione, lo stesso ASTOLFI individua come “il fratello di quello che ha sparato con il mitra … che è già andato in vacanza”, riferendosi chiaramente al fatto che questo ultimo era stato arrestato. PENSABENE, che stava parlando con ASTOLFI del particolare momento storico e dei settori in cui nell’attualità è più conveniente investire, ha fatto riferimento al fatto che ignoti avevano sparato alla vetrina di MALASPINA “perché non pagano”. Cfr. intercettazione ambientale progr. n. 1427 del 17.11.2011 ore 10.22.15 (la conversazione rilevante risulta intercettata a partire dalle ore 12.08), registrata all’interno del “tugurio” ubicato a Seveso (MB) in corso Isonzo n. 20/26, usato come “ufficio” da PENSABENE Giuseppe (RRIT n. 2088/2011 DDA di Milano) (cfr. allegato n. 224 alla CNR datata 20.07.2012). Alle ore 11.18 del 28.11.2011, sempre all’interno del “tugurio”, PENSABENE Giuseppe tornava a parlare con SANGIOVANNI Emanuele del tentativo di estorsione subito dal suo paesano MALASPINA Giuseppe, attribuendo la causa degli atti intimidatori al fatto che i fratelli MALASPINA, pure essendo economicamente benestanti, si ostinavano a non onorare i loro debiti, arrivando persino a non pagare gli stipendi degli operai:avvocato, qui c’è un paesano mio che è miliardario (ndr: MALASPINA Giuseppe) … questo ha immobili da tutte le parti, è veramente a livelli … solamente, ha che deve fottere tutti, non deve pagare a nessuno, lui non paga neanche gli operai, ne ha prese tante di botte e di cose, adesso gli hanno mandato il fratello all’ospedale, gli hanno sparato alle vetrine, ma tu, una persona così, ti puoi permettere a fare questa vita qua? Ci sono calabresi che sono malati dentro, capito? Che hanno una cosa, che non devono, che poi gli rompono il culo, li ammazzano, non gli interessa niente … per loro è più forte l’orgoglio dei soldi, la propria dignità, la propria personalità … perché non c’è cosa che … nella parte del giusto … ma poi quando delle persone si uniscono, ci vogliono persone intelligenti, si devono unire le forze, e fare delle cose belle … quando c’è da mangiare, mangiamo tutti. E’ inutile che poi, per inculare 20- 30- 50 mila euro, vai a perdere nell’arco del tempo, vai a perdere 500, perdi pure l’amicizia … c’è gente … chi non è capace, e chi ce l’ha nella pancia, nell’anima che devono essere proprio … devono fottere, e basta”. Cfr. intercettazione ambientale progr. n. 1559 del 28.11.2011 ore 11.03.54 (la conversazione rilevante risulta intercettata a partire dalle ore 11.18), registrata all’interno del “tugurio” ubicato a Seveso (MB) in corso Isonzo n. 20/26, usato come “ufficio” da PENSABENE Giuseppe (RRIT n. 2088/2011 DDA di Milano) (cfr. allegato n. 224 alla CNR datata 20.07.2012).

Dopo l’attentato dinamitardo avvenuto nella notte del 09.12.2011, MALASPINA Giuseppe affidava a GIORDANO Fausto, proprio in considerazione del suo spessore e delle sue relazioni criminali, l’incarico di “mediare” con i soggetti ritenuti responsabili delle azioni intimidatorie poste in essere nei suoi confronti. Ciò risulta evidente dalle seguenti intercettazioni telefoniche. Alle ore 20.30 del 14.12.2011, GIORDANO Fausto veniva chiamato da MALASPINA Giuseppe. GIORDANO faceva menzione di un amico non meglio precisato del quale i due interlocutori avevano parlato la sera prima di persona, che aveva tentato di chiamarlo, avendo ricevuto il suo numero telefonico dalla madre dello stesso GIORDANO, dicendosi intenzionato ad organizzare un incontro: “ti volevo dire, quell'amico che parlavamo ieri sera, neanche a farlo a posta... inc.. che stavamo parlando, entro in macchina, guardo e vedo un numero strano, no? Che mi aveva chiamato... ho pensato che era lui, siccome gli avevo detto a mia madre che... mia madre gli ha dato il numero che se aveva bisogno di chiamarmi, ed ho pensato sicuramente questo numero è questo... però va bene, poi io non ho chiamato più, erano le 20.00 passate, sera... oggi, questa mattina mentre ero al telefono mi è arrivato un messaggio che quello stesso numero mi ha chiamato, e però ho pensato: va bene, pensavo sempre a quello. Questa sera arrivo a casa e vado a cercare mia madre, e mi dice: “vedi che così e così, ti ha chiamato, ed ha detto che non gli hai risposto, mi ha lasciato questo numero, e che lo devi chiamare tu", guardo il numero ed è quello. Ora il mattino lo chiamo”. MALASPINA interveniva raccomandandosi con l’interlocutore di non sbilanciarsi troppo con questo “amico”: “te lo avevo detto io, Fausto, te lo avevo detto io, guarda che io … ma tu fai lo gnorri, non ti sbilanciare più di tanto”. GIORDANO lo rassicurava dicendo: “no, io non gli dico niente, mi deve dire lui qualcosa a me … lui mi chiamerà con la scusa di quel documento, poi vediamo quando ci vediamo … mi dovrà dire qualcosa, ora che so che sa, dico … inc….”. MALASPINA approvava: “bravo, ascolti, ti dirà … bene, benissimo … “complimenti, complimenti”, gli devi dire … ma te l’ho detto io … allora, ti dico che è rimasto … eh, dice: “ma come, come, lui è amico suo, noi” … vedi che io sono molto più intelligente di questi, lasciamo perdere”. GIORDANO proseguiva dicendo: “sì, ma io volevo essere sicuro, se era questo sabato, o era altre volte, invece no, questo sabato scorso, proprio l’altro giorno (ndr: si rammente che proprio nella notte tra il precedente venerdì 09.12.2011 e sabato 10.12.2011 si era verificato l’attentato dinamitardo in danno della agenzia immobiliare della ex moglie di MALASPINA Giuseppe)”. MALASPINA affermava: “Fausto … inc. … quando è cominciato a ronzare lì, lui quando è cominciato a ronzare lì, è perché voleva parlare con te, hai capito? … io non sono mica scemo, figurati … quindi, allora, hai messo tutto a posto?”. GIORDANO rispondeva affermativamente. Al termine della conversazione telefonica, MALASPINA esternava il suo timore di potere subire altri attentati dinamitardi nei suoi cantieri: “guarda, Fausto, che lì bisogna cominciare il cantiere a Besana [ndr: Besana Brianza (MB)], sennò sono rovinato”. GIORDANO tentava di rassicurarlo dicendo: “eh, cominciamolo, vediamo”. Cfr. tel. progr. n. 18086 del 14.12.2011 ore 20.30.31, intercettata sull’utenza cellulare n. 346.xxx in uso a GIORDANO Fausto (allegato n. 226 alla CNR datata 20.07.2012).
Dopo più di dieci giorni, alle ore 15.16 del 16.01.2012, GIORDANO Fausto chiamava MALASPINA Giuseppe, informandolo che in serata avrebbe dovuto incontrarsi con “quella ragazza”, chiedendogli conferma se era autorizzato a proporre una mediazione per sistemare le cose: “ti volevo dire … stasera dovrei vedere quella ragazza là, che cosa gli devo dire, cosa devo fare? … ma ti lo hai sentito a questo? Che intenzioni ha? Che cosa gli devo dire io? … inc. … incazzo, che usciamo con il resto … diciamo che vogliamo trovare una mediazione, sistemare le cose … e così lui si assume le sue responsabilità senza fare casino, sputtanamenti, e cose”. MALASPINA approvava: “sì, sì … come ti ho detto io … bravo, bravissimo”. Occorre evidenziare, infine, che il termine “ragazza” utilizzato da GIORDANO in questa telefonata per indicare il soggetto che avrebbe dovuto incontrare poi, nel corso della stessa telefonata, diventa “questo”. Come si vedrà nelle successive telefonate del 21 e 22 gennaio 2012 diverrà prima “cameriere”, e poi “pasticciere”. Cfr. tel. progr. n. 22593 del 16.01.2012 ore 15.16.51, intercettata sull’utenza cellulare n. 346.xxx in uso a GIORDANO Fausto (allegato n. 227 alla CNR datata 20.07.2012).

La mattina successiva, alle ore 12.29 del 22.01.2012, GIORDANO Fausto chiamava MALASPINA Giuseppe, informandolo che in giornata sarebbe riuscito ad incontrare il “cameriere”: “sì, mi hanno chiamato in un ristorante privato ora che c’è il cameriere là oggi, capito?”. MALASPINA gli raccomandava di non sbilanciarsi: “allora, tu, una cosa: “andiamo avanti, insomma, qua che cosa è successo? … senza che ti sbilanci, capito?”. GIORDANO replicava: “va bene, dai, ci penso io, vediamo cosa mi dice, se non mi dice niente, gliele butto io due battute, capito? Ciao”. Cfr. tel. progr. n. 23578 del 22.01.2012 ore 12.29.39, intercettata sull’utenza cellulare n. 346.xxx in uso a GIORDANO Fausto (allegato n. 228 alla CNR datata 20.07.2012).

Dopo l’incontro con il “cameriere”, alle ore 18.15 dello stesso 22.01.2011, GIORDANO Fausto richiamava MALASPINA Giuseppe, informandolo di avere appena finito l’incontro nel ristorante con il “pasticciere”, il quale aveva negato di essere uno dei responsabili degli atti intimidatori compiuti contro MALASPINA, affermando che lui ed il suo gruppo non avrebbero mai approvato gesti del genere fatti contro questo ultimo.
Sull’argomento non sono state registrate ulteriori conversazioni, anche se tra i due sono avvenuti diversi incontri de visu, facendo apparire che, grazie all’intervento ed alla caratura criminale di GIORDANO Fausto, è stato possibile trovare una “soluzione” tra MALASPINA Giuseppe ed i soggetti che hanno posto in essere le azioni estorsive nei suoi confronti.

 

Brianza - Nuova Mafia. Botte agli imprenditori e andava ai summit mafiosi: Pensabene era già in Infinito

di Stefania Totaro da il Giorno del 08/03

EMERGEVA già dalle carte dell’inchiesta «Infinito» della Procura di Monza il nome di Giuseppe Pensabene, il presunto boss della ’ndrangheta di Seveso arrestato insieme a un’altra ventina di brianzoli e accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso per avere creato una «banca clandestina» in Brianza.
Nell’ordinanza che ha portato a una valanga di arresti nel 2010, decapitando i vertici delle «locali» di Desio e Seregno, c’era già scritto che Pino Pensabene «intratteneva già stretti e collaudati rapporti con Candeloro Pio alias “Tonino”», capo società della locale (arrestato nell’ambito dell’inchiesta «Infinito» e condannato in primo grado a 20 anni di reclusione per associazione di stampo mafioso). Ne è la prova il fatto che Candeloro Pio racconta a Giuseppe Pensabene del pestaggio eseguito il 7 ottobre del 2009 dallo stesso Pio e dai suoi stretti collaboratori in danno di un imprenditore del settore degli autotrasporti che aveva osato reclamare un suo credito nei confronti di Candeloro Pio, con modalità da quest’ultimo giudicate offensive. Ma c’è di più. Giuseppe Pensabene “ha anche partecipato a due “summit” della stessa locale di Desio, organizzati dallo stesso Candeloro Pio”: il primo si è svolto il 7 marzo 2009 in un ristorante di Desio e il secondo che si è tenuto il 27 giugno 2009 in un ristorante di Giussano.
Con i risultati dell’inchiesta «Infinito» si sono poi incrociati i risultati di un’altra indagine, più recente, svolta a partire dal novembre 2010 dalla Squadra Mobile della Questura di Milano, che ha preso le mosse dal monitoraggio delle attività di alcuni imprenditori, che operavano con diverse ditte nel settore del movimento terra nell’hinterland di Milano, come Pietro Corapi, imparentato con Francesco Corapi, arrestato per estorsione e sottoposto a misura di prevenzione in quanto ritenuto esponente di spicco della cosca Gallace di Guardavalle e Stefano Parravicini, a sua volta titolare di ditte operanti nel settore del movimento terra e in stretti rapporti di affari con Pietro Corapi (il cognato di Parravicini, Fausto Giordano, è stato arrestato nell’inchiesta sul gruppo di Pensabene).

SECONDO gli inquirenti per Corapi e Parravicini (che hanno patteggiato la pena nell’inchiesta sugli appalti corrotti al Comune di Desio su neve e strade) «emergeva una particolare vicinanza con esponenti di spicco della ‘ndrangheta desiana come Domenico e Candeloro Pio». Dalle telefonate di Fausto Giordano sono poi emersi «costanti rapporti, di natura finanziaria, con Giuseppe Pensabene, che a quel punto diventava il principale oggetto anche dell’indagine “milanese”».
stefania.totaro@ilgiorno.net

Brianza - 'Ndrangheta. Angela Napoli: "Le cosche vincono perché qui c’è troppa corruzione"

di Dario Crippa da il Giorno del 08/03

«QUANDO ho saputo cosa era avvenuto, sono andata a rileggermi quanto dissi nel 2009 in un convegno a Desio: avevo anticipato e avevo già allertato tutti; in Brianza c’era una sottovalutazione della capacità capillare delle famiglie di ’ndrangheta trapiantate al Nord di avviare sul territorio, approfittando della crisi economica, un’attività di riciclaggio spaventosa».
Per quasi vent’anni parlamentare nelle file del centrodestra, a più riprese membro della Commissione parlamentare antimafia con cui ancora collabora, Angela Napoli, originaria della Piana di Gioia Tauro in Calabria, ha sempre combattuto contro la criminalità organizzata.

Capire come si muove la ’ndrangheta non può prescindere dalla sua esperienza e dalla sua autorevolezza.
«Le stesse tecniche utilizzate dalle famiglie “madri” calabresi sono all’opera anche qui, ma con modalità diverse perché, non essendo conosciute, sono riuscite a presentarsi con una veste perbenista per intrufolarsi negli affari creando addirittura una banca: è spaventoso».

Angela Napoli ha sempre fatto nomi e cognomi.
«Anche nel 2008, quando ero venuta per la prima volta a Monza ospite del vostro giornale, avevo fatto i nomi: oltre ai Mancuso, avevo detto che in Brianza erano attivi gli Iamonte di Melito Porto Salvo... bene, in quest’ultima inchiesta è emerso come proprio gli Iamonte, attraverso Domenico Zema (ex consigliere comunale a Cesano Maderno, ndr), portassero voti a Massimo Ponzoni, il braccio destro di Formigoni al Pirellone...»

Infinito, Bagliore, Ulisse, ora Tibet: le ultime operazioni sembrano stroncare ogni volta i clan, ma la «malapianta» ritira fuori regolarmente la testa.
«La capacità della ’ndrangheta è proprio questa: sapersi sempre riorganizzare. I capi delle cosche da un lato prevedono sempre la propria successione in caso di arresto, dall’altro le nuove leve sono particolarmente cattive e aggressive, pronte a impossessarsi delle società attive sul territorio prendendo il posto di chi viene arrestato. E a guardare bene, i nomi che girano son sempre gli stessi: anche quando sembra che cambino si tratta di solito di parenti o comunque di affiliati che lavoravano già nelle cosche individuate dalle forze dell’ordine».

Ci vuole attenzione...
«Mai credere che la ’ndrangheta sia stata sconfitta quando i suoi capi finiscono nelle patrie galere: i grossi boss continuano a comandare anche dal carcere e hanno la capacità di garantire i propri successori. E attenzione: nelle nuove leve si assiste all’ingresso sempre più frequente di figure femminili. Una volta le donne di ’ndrangheta stavano a casa, oggi non più: i tempi e la società sono cambiati anche per la criminalità organizzata calabrese».

Dunque, la ’ndrangheta non è morta, neanche stavolta...
«Che nessuno si illuda che la ’ndrangheta al Nord è stata sbaragliata: i suoi affari sono talmente radicati da camuffarsi sotto forme di legittimità difficili da individuare. Ci vuole una grande capacità investigativa».

La ’ndrangheta è ormai entrata nell’economia.
«In questo momento di crisi, alla luce di tassi usurari praticati dalla banche per i loro prestiti, con gli imprenditori che hanno difficoltà ad accedere al credito, la potenzialità economica della ’ndrangheta è tale da fungere da vera e propria banca alternativa. La ’ndrangheta è riuscita a inserirsi nell’economia legale e l’imprenditore in crisi cade nel tranello di chi offre denaro a tassi più convenienti, ma che pian piano diventano usurari e consentono agli uomini delle cosche di diventare i veri proprietari delle imprese. Anche se i vecchi titolari delle imprese si ritrovano a continuare a comparire ai vertici delle loro vecchie società, spesso si tratta ormai di prestanome».

Cosa fare?
«Occorre uscire dalla piaga della corruzione e del malaffare: se imprenditori, istituzioni e politica lo facessero, si potrebbe abbattere davvero la criminalità organizzata, che trova vitalità proprio laddove c’è la corruzione. E anche nella politica la ’ndrangheta riuscirà a penetrare finché ci saranno candidati pronti a chiedere voti al boss di turno pur di ottenere un risultato elettorale».

Alcune intercettazioni indicano come la ’ndrangheta stia attenta a non sparare più come un tempo.
«La ’ndrangheta al Nord è cambiata, non fa più scorrere scie di sangue, è questa la nuova tecnica: evita di sparare perché in quei casi ne scaturirebbe un maggior controllo da parte delle forze dell’ordine. Preferisce dominare dove è possibile gestire gli affari: la ’ndrangheta dispone di un impero economico che le deriva dal traffico di droga e che le consente una potenzialità economica enorme che necessita però di una grande opera di riciclaggio. Non nella terra madre calabrese, però, ma al Nord, dove l’economia le consente uno sviluppo diverso».

Si è scoperto che le cosche avevano messo le mani anche nel calcio.
«In Calabria ci sono intere squadre, nei campionati minori, in mano alle cosche: garantiscono consenso sociale e la possibilità di far girare soldi».

In Brianza nessuna delle vittime ha denunciato.
«Chi non denuncia deve capire che prima o poi perderà tutto: chi cade anche una sola volta per paura, sbaglia di grosso».

E all’orizzonte c’è una nuova minaccia...
«Bisogna essere preoccupati e vigili augurandosi che nessuna forza investigativa, come purtroppo avvenuto di recente proprio a Vibo Valentia, cada nel tranello di fiancheggiare le cosche, la nuova strategia della ’ndrangheta».

dario.crippa@ilgiorno.net

Brianza - Un mostro dalle mille teste. Così le cosche si rigenerano ogni volta che paiono morte

di Dario Crippa da il Giorno

SEMBRA UN MOSTRO dalla mille teste. Ogni volta che le forze dell’ordine sembrano averla sradicata a suon di arresti, è già pronta a riorganizzarsi e ripartire.
Infinito, Tenacia, Bagliore, Ulisse, e adesso Tibet. Nomi suggestivi quelli delle ultime inchieste che hanno portato in primo piano la lotta alla ’ndrangheta sul nostro territorio. La storia comincia nel 2008, quando un’inchiesta della Polizia provinciale di Milano, denominata «Star Wars», scoperchia per la prima volta il vaso di Pandora del malaffare. La ’ndrangheta - si scopre - ha le sue cave di rifiuti tossici a Desio, Seregno e Briosco, che le cosche hanno scelto per seppellirci, di notte, tonnellate di rifiuti provenienti da aziende lombarde. Dietro c’è un gruppo di criminali che fa capo alla cosca Tegano e che, rimpinzando i propri scagnozzi di cocaina, scavano la terra per seppellirci i rifiuti. La chiamano la Gomorra della Brianza e in cella finiscono 8 persone.
Un anno dopo i carabinieri di Monza scoperchiano altri affari con l’operazione Isola, che vede in prima linea il gruppo che fa riferimento a Marcello Paparo di Isola di Capo Rizzuto. Paparo: trapiantato a Brugherio, facendo da paciere con le cosche storicamente rivali dei Nicoscia e degli Arena, ha messo le mani su facchinaggio e movimento terra, arrivando a controllare appalti importanti come quelli dell’Alta Velocità ferroviaria e della quarta corsia dell’autostrada A4. Attenzione però, la Corte di Cassazione ha annullato le condanne per associazione mafiosa per Paparo e altri 5 presunti affiliati al clan, il processo sarà da rifare. Il 13 luglio del 2010 i carabinieri di Monza cooordinati dal sostituto procuratore Salvatore Bellomo danno il «là» a «Infinito», madre di tutte le inchieste: 160 arresti solo in Lombardia, una cinquantina in Brianza. E si scopre che la ’ndrangheta, grazie ad almeno 15 locali attive in Lombardia, controlla traffico di stupefacenti, riciclaggio, estorsioni, usura, operazioni immobiliari, movimento terra. Da una costola di Infinito, denominata «Tenacia», i carabinieri portano alla sbarra anche una grande azienda diventata capitale sociale della ’ndrangheta: si tratta della brianzolissima Perego Strade (poi Perego General Contractor), che si occupa di sbancamenti terra, lavori di asfaltatura, demolizioni, raccolta rifiuti. E, quando ne avverte la necessità, la ’ndrangheta spara, uccide, brucia: almeno 130 gli attentati scoperti e soprattutto 5 gli omicidi eccellenti commessi. Per far luce su alcuni di questi, con «Bagliore» si arriva all’arresto di chi ha ucciso.

LA ’NDRANGHETA è finita? Pia illusione. Trascorrono appena un paio di anni e l’operazione Ulisse porta ad altri 37 arresti: nel mirino gli affiliati alle cosche che hanno provato a rimettere in piedi i vecchi affari dopo l’arresto dei loro capi. Intanto un processo apertosi a Vimercate porta alla condanna di quattro personaggi, legati alla famiglia Miriadi, accusati quale propaggine della cosca proveniente da Montebello Ionico operativa nella Locale di ’ndrangheta di Desio di tentato sequestro di persona a scopo di estorsione, tentata estorsione e detenzione di armi. Con l’aggravante del metodo mafioso.
Martedì scorso la Direzione distrettuale antimafia tira fuori un altro «coniglio dal cilindro»: stavolta in manette (operazione Tibet) finisce una terza ondata di affiliati, che a sua volta aveva rimesso in piedi la Locale di Desio dando vita addirittura a una vera e propria banca clandestina.
dario.crippa@ilgiorno.net

Brianza - Nuova mafia. Quando la vittima si trasforma in complice

di Stefania Totaro da il Giorno

LA FIGURA di Fausto Giordano «corrisponde esattamente al modello dell’“imprenditore colluso” con la mafia, della quale è inizialmente vittima, ma poco alla volta si trasforma in complice e quindi in affiliato di fatto, intravedendo nel rapporto che inizialmente lo ha vessato una opportunità per la propria impresa e per i propri guadagni». È come descrive il gip di Milano Simone Luerti l’imprenditore edile di 44 anni, nato in Svizzera e residente a Biassono, arrestato nell’ambito dell’inchiesta della Dda milanese.

UN ARRESTO che «non rappresenta affatto un fulmine a ciel sereno» in quanto il suo nome emergeva già nell’inchiesta «Infinito» che ha scoperto le prime infiltrazioni della ’ndrangheta in Brianza con una valanga di arresti nel 2010. Fausto Giordano risulta infatti citato in quell’ordinanza: a telefonargli nel giugno 2009 per partecipare a una riunione è Alfonso Pio, figlio di Domenico Pio, alla presenza di Bartolo Foti, uomo alle dipendenze di Candeloro Pio, arrestato nell’inchiesta «Infinito» insieme ad Annunziato Moscato perché ritenuto il suo braccio destro e condannato in primo grado a 20 anni di reclusione per associazione mafiosa. Per il gip Fausto Giordano «è uno dei principali collaboratori di Giuseppe Pensabene che entra a fare parte in pianta organica dell’associazione mafiosa capeggiata da questo ultimo a partire da gennaio 2012, con il compito di procacciare nuovi clienti e nuovi affari per la stessa organizzazione criminale; di mettere a disposizione le sue società edili per la perpetrazione dell’illecita attività finanziaria; di seguire in particolare la parte tecnica relativa alla gestione dei cantieri edili acquisiti dall’associazione criminale oggetto di indagine tramite le sue società di copertura». Sino al gennaio 2012, Fausto Giordano «era estraneo all’associazione mafiosa e risultava essere uno dei principali beneficiari dei finanziamenti erogati a più riprese da Giuseppe Pensabene e dal suo gruppo. Poi mano a mano i suoi rapporti con lo stesso Pensabene si sono consolidati al punto che l’indagato è stato inserito stabilmente nell’organigramma della sua “squadra”».

Brianza - Niente picciotti né armi. La nuova mafia? Professionisti e imprenditori

di Stefania Totaro da il Giorno

«NIENTE RITUALI, né affiliazioni; qui non compaiono “doti”, né gradi, né picciotti, santisti o sgarristi di sorta; poche (ma pur presenti) armi e nessuna (almeno nota) “mangiata”. Qui si parla di professionisti e imprenditori». A questo si riferisce quando parla di una «nuova mafia» il gip del Tribunale di Milano Simone Luerti, che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti del presunto boss di Seveso Giuseppe Pensabene, che ieri nell’interrogatorio ha deciso di non rispondere alle domande del giudice. L’associazione mafiosa che gli viene contestata «non presenta i tratti “tipici” dell’associazione o della “locale” di ‘ndrangheta, come l’esperienza giudiziaria ce lo ha fatto conoscere nei recenti e noti procedimenti denominati “Infinito” - continua il gip -. In proposito, merita infatti attenzione e desta non minore preoccupazione il fatto che, da un lato, i componenti del sodalizio mafioso - pur non disdegnando violenze fisiche e minacce, compreso il ricorso alle armi - si occupino quotidianamente di società, appalti, transazioni finanziarie, insieme a usure, estorsioni correlate, intestazioni fittizie di società, rapporti con l’estero, tutto al fine non solo di occultare o “lavare” denaro sporco, ma anche di produrre nuovi redditi in modo altrettanto illecito, mentre dall’altro costoro trovino agevolmente complicità e reciprocità di interessi in imprenditori calabresi, lombardi o veneti, la cui origine e storia non è schiettamente criminale. Molte volte sono imprenditori che in qualche modo vivono già ai confini della legalità, tra frodi fiscali, bancarotte fraudolente oppure semplici segnali di crisi aziendale».

IL GIUDICE li chiama «imprenditori collusi» che «sono disposti a trovare con i mafiosi un accordo attivo dal quale derivano obblighi reciproci di collaborazione, scambio e lealtà. Tutto ciò spesso è il frutto di un vero e proprio calcolo razionale; la relazione diviene infatti reciprocamente vantaggiosa. Non si deve pensare, dunque, che essi siano semplici strumenti in balia dei mafiosi, poiché giovandosi del rapporto instaurato con l’associazione possono svolgere una serie di transazioni assai redditizie». Tutti gli imprenditori coinvolti nell’organizzazione criminale «hanno perfetta conoscenza della natura non solo illegale, ma anche mafiosa dell’attività di Giuseppe Pensabene e cercano di trarre il maggior profitto dal rapporto illecito che instaurano, contenti di trovare una compiacente sponda ai propri disegni di egemonia economica o di più banale appropriazione dei beni della società che possiedono o gestiscono, fino alla bancarotta fraudolenta». Una «collaborazione» che finora si era verificata solo nelle ’ndrine in Calabria.

Seveso - Nuova mafia. L’asilo: nessun legame con la malavita

di Sonia Ronconi da il Giorno 

ANCHE L’ASILO NIDO di via Cardinal Confalonieri sembrerebbe coinvolto nell’operazione della squadra antimafia della Polizia di Milano. «L’iter burocratico per realizzare la scuola-famiglia è stato regolare - spiega il comandante della Polizia locale Claudio Lattuada -. La società che ha portato avanti le procedure per creare un asilo nido ha sfruttato delle nuove normative della Regione Lombardia che richiedono determinati requisiti. Questo è quanto sappiamo». Il nido è stato aperto nel settembre del 2012 ed è una struttura gestita in franchising da una società nata a Milano nel 1982.

«NOI NON SAPPIAMO nulla - racconta una dipendente -, abbiamo letto sui giornali il fatto. Ma l’asilo è aperto e tutto è svolto in maniera regolare. Sappiamo che la sede è a Milano e pagano l’affitto a una società privata. La struttura è nuova e deve crescere». Intanto, «la società titolare del marchio ha momentaneamente interrotto ogni tipo di rapporto con il nido di Seveso, fino a quando non sarà fatta chiarezza - come scrive in un comunicato -. Esprime inoltre il proprio rincrescimento e incredulità in merito alla notizia pubblicata da alcuni quotidiani inerente al sequestro delle quote sociali della società coinvolta. Si dichiara completamente all’oscuro dei gravi fatti riportati dalla stampa in ordine di Giuseppe Pensabene. Si riserva anche eventualmente di tutelare in ogni sede competente i propri diritti nei confronti dei soggetti coinvolti, anche in relazione ai danni economici e di immagine subiti. Nessuno della società ha mai avuto alcun legame o rapporto di sorta con associazioni malavitose».

Brianza - Nuova mafia. Accornero (Unione artigiani): «Gli imprenditori vittime Senza crediti dalle banche c’è chi ha sbagliato»

di Fabio Lombardi da il Giorno del 06/03

«SE IN BRIANZA è nata e ha prosperato la “Banca d’Italia” targata ‘ndrangheta, questo è dovuto principalmente alla stretta creditizia che ha strangolato le aziende. Il fenomeno dell’usura è correlato al venir meno pressoché totale di ogni possibilità di accedere a finanziamenti da parte degli isituti di credito». Non usa mezze misure Marco Accornero, segretario generale dell’Unione Artigiani di Milano e Brianza (circa 15mila imprese associate) per commentare quanto scoperto a Seveso dagli inquirenti nell’ennesima operazione contro la malavita organizzata.

Gli imprenditori sono dunque vittime non conniventi come apparso in alcuni casi nell’inchiesta?
«Un conto sono i casi singoli, un conto è la quotidianità fatta di migliaia di piccoli imprenditori seri e onesti».

Cosa intende dire?
«Che occorre distinguere. C’è chi giunto allo stremo, pur sbagliando, si mette in mano agli usurai mentre c’è chi, scegliendo poi deliberatamente di delinquere, usa la sua attività per riciclare denaro sporco. Ma questi non sono certo veri artigiani».

In pochi denunciano, però?
«Bisogna sempre denunciare, ma giudicare da fuori è semplice. Occorre mettersi nei panni di chi è con le spalle al muro. Davanti alla crisi, la stretta del credito, la necessità di portare avanti l’attività, pagare i dipendenti, con l’allungamento dei pagamenti, di cui spesso sono protagoniste le pubbliche amministrazioni, a volte domandarsi perché non denuncino appare singolare».

Cosa si può fare per contrastare questo fenomeno?
«Noi da sempre facciamo appello affinché i piccoli imprenditori rifiutino ogni tipo di rapporto con la malavita e ne denuncino la presenza, affidandosi all’aiuto delle forze dell’ordine e della magistratura. Invitiamo chi è in difficoltà a rivolgersi a chi, come le associazioni di categoria, può aiutarli nell’accesso al credito».

Le associazioni di categoria possono essere un vaccino contro il virus della malavita?
«Certo. Partiamo dal presupposto che chi si associa lo fa in base al principio di voler star dentro nel sistema delle regole. Magari le contesta, cerca di cambiarle, ma vuol operare onestamente. La maggior parte delle imprese che finiscono in queste indagini rappresentano invece dei “cani sciolti”».

Le più esposte comunque sono le piccole attività?
«Purtroppo sì. I grandi gruppi hanno una forza economica che un artigiano non può certo vantare. I piccoli rappresentano delle “prede” più vulnerabili».

Ma gli artigiani avvertono concretamente la presenza della ’ndranghera?
«Le indagini hanno fatto emergere una situazione innegabile. Spesso c’è il sentore che qualcosa non vada nel verso giusto, come ad esempio quando certe imprese si aggiudicano appalti a condizioni completamente fuori mercato, ma da qui ad avere le prove ce ne passa».

fabio.lombardi@ilgiorno.net

Brianza - Nuova mafia. «Bisogna denunciare ma anche aiutare le imprese oneste» Le reazioni del mondo del lavoro

di Fabio Lombardi da il Giorno del 06/03

DAGLI artigiani agli industriali, dai commercianti alle organizzazioni sindacali, tutti in Brianza invitano a «tenera alta la guardia» a «denunciare» riconoscendo l’importanza «dell’azione della magistratura e delle forze dell’ordine».
«Dentro la crisi c’è un sistema oscuro e parallelo che offre al tessuto economico della Brianza tutto il proprio potenziale», afferma una nota della Cgil Brianza che continua: «Una banca clandestina, investimenti nei settori economici innovativi, estorsione e comportamenti criminali, dipendenti di banche e poste. Se tutto questo sarà confermato più nessuno potrà affrontare con leggerezza il proprio ruolo di rappresentanza. Noi di sicuro continueremo a fare la nostra parte, da tempo abbiamo avviato iniziative, interne ed esterne, di sensibilizzazione e formazione dei lavoratori e dei nostri rappresentanti. La nostra vigilanza sarà sempre più attenta nei luoghi di lavoro e sul territorio. Con la stessa determinazione l’intero corpo intermedio della società deve reagire. La mafia va sconfitta perchè è un freno allo sviluppo, è una violenza quotidiana, è la sopraffazione del più debole».
«È grazie al lavoro degli inquirenti e delle Forze dell’ordine che, anche in questo caso, è stato inferto un duro colpo ad una delle organizzazioni criminali più aggressive», dice Carlo Alberto Panigo, coordinatore della Confcommercio Brianza.

«DA PARTE nostra, di Confcommercio, - aggiunge - c’è il pieno sostegno al lavoro della Procura. Nessuno più di noi, del mondo del commercio e delle piccole imprese, conosce le difficoltà che, troppo spesso, incontrano gli imprenditori nel tentativo di portare avanti le loro aziende. Basta verificare le dinamiche del credito, che e oggi riguardano nell’80% dei casi richieste di cassa e solo per il 20% gli investimenti. È stata sgominata un’organizzazione della ‘ndrangheta in Brianza ma la crisi rischia di infiltrare nel territorio il malaffare. Come Confcommercio abbiamo un sistema di Confidi che sostiene le imprese ma, anche per noi, molto spesso le difficoltà vengono dal sistema del credito che, anche per piccole richieste da 30-40mila euro, fa mille problemi. Alle imprese in difficoltà diciamo di non cedere al ricatto e di confidare nel dialogo con le nostre organizzazioni, perché la strada della legalità è l’unica da seguire. Agli Istituti di credito chiediamo maggiore disponibilità, più fiducia nel lavoro delle imprese. È questa la strada per sconfiggere la criminalità e restituire fiducia al nostro lavoro».

CONDANNA al malaffare arriva anche da Confindustria Brianza. «Le ultime inchieste della magistratura hanno confermato un’importante penetrazione della criminalità nel territorio della nostra provincia. Confindustria Monza e Brianza è convinta che si debba tenere alta l’attenzione e sensibilizzare le parti sociali e le imprese davanti a una sempre più persistente presenza di illegalità e di infiltrazione criminale nel nostro tessuto economico. È necessario fare fronte comune affinché, in collaborazione con le forze dell’ordine, si possa con determinazione contrastare questi gravissimi fenomeni che nuocciono alle imprese che ogni giorno producono e danno occupazione».
Analisi confivise da Apa Confartigianato che invita «a tenere alta la guardia e a denunciare il malaffare», richiamando a «una maggior sensibilità» del sistema bancario «nei confronti delle impresse fiaccate e rese più esposte a causa della crisi».
fabio.lombardi@ilgiorno.net

Desio - Ricchiuti (Pd): "La verità? La Brianza è diventata terreno fertile"

di Alessandro Crisafulli da il Giorno del 06/03

«COME al solito nessuno ha sentito il dovere di andare a denunciare le estorsioni e le violenze subite. Può la paura di ritorsioni giustificare tutto questo? Mi dispiace ma questo non basta. Non basta perché la paura di denunciare non è giustificabile in un territorio come il nostro, dove le Forze dell’ordine non sono solo attente, ma attentissime e attive».
Lucrezia Ricchiuti, ex vicesindaco di Desio, oggi senatrice e membro della commissione parlamentare antimafia, non fa sconti a chi si è rivolto o ha subito le angherie della malavita organizzata: bisognava denunciare. Lei lo ha fatto spesso nella sua attività politica a Desio. «Gli arresti - dice - confermano quanto gli investigatori, la magistratura e chi studia il fenomeno ci dicono da tempo: le organizzazioni criminali stanno concentrando i loro investimenti nell’economia criminale. La ’ndrangheta è diventata pervasiva nel nostro territorio e si sta espandendo in tutto il nord Italia».

«In Brianza - prosegue la senatrice - siamo ormai alla terza generazione. Hanno ricreato gli stessi meccanismi e usano la stessa violenza e intimidazioni dei loro territori d’origine. Oggi si sono evoluti dal punto di vista dell’investimento dei loro proventi criminali, ma sono sempre gli stessi, i cognomi si ripetono, le parentele sono sempre le stesse e muovono sempre gli stessi voti di prima». Qui hanno trovato troppe porte aperte, «un terreno fertile - lo definisce - se è vero che addirittura diversi imprenditori utilizzavano la ’ndrangheta per riciclare i proventi delle loro attività in nero. Tutti insieme appassionatamente a delinquere, senza sensi di colpa, con leggerezza e soprattutto mettendo da parte, se mai ne avessero, i valori fondanti della nostra democrazia, in primo luogo l’etica e il rispetto delle regole senza le quali non ci potrà essere un futuro per il nostro Paese e per i nostri figli». Poi, fa un appello per la sua città, «ancora una volta al centro della cronaca insieme ad altri comuni limitrofi, sarebbe ora che alcune forze politiche la smettessero con polemiche inutili sterili e dannose per la città e per il suo futuro. Bisogna prendere atto della realtà e fare fronte comune contro la criminalità organizzata, che c’è e che si rigenera anche dopo le inchieste e gli arresti. Ci sono vari cognomi nell’inchiesta che operavano a Desio e già noti per alcune attività illegali o abusive sul nostro territorio. Altri che compaiono anche in altre inchieste, a dimostrazione che la guardia non deve mai essere abbassata».

Desio - Il sindaco Corti: «Altro che denunciare. Qui chi è in difficoltà si rivolge alla mafia»

di Alessandro Crisafulli da il Giorno del 06/03

NON AVREBBE affatto desiderato iniziare la settimana così, il sindaco di Desio Roberto Corti: con il nome della sua città di nuovo accostato pesantemente, su siti, giornali e televisioni, alla ’ndrangheta. Non da solo, certo, ma accanto ad altre città, in primis Seveso. Un po’ come successe nel 2010, quando Desio divenne caso nazionale dopo l’autoscioglimento del Consiglio comunale, da cui nacque poi la sua ascesa.

EPPURE, il primo cittadino non può certo tirarsi indietro dal commentare la nuova ondata di arresti sul suo territorio, con carte che raccontano un radicamento fortissimo nei gangli dell’economia cittadina. Così, nonostante la coda di persone in fila - chi vuole un aiuto per la casa chi per l’orto comunale - si concede alle domande sul delicato tema. «Proprio domenica – racconta - sono stato a un convegno sul tema delle infiltrazioni mafiose in cui hanno ben spiegato dove la malavita attecchisce: dove trova terreno fertile. Hanno raccontato il caso di un picciotto emigrato a Stoccolma, dove voleva iniziare a delinquere e fare affari: entrato in un negozio ha chiesto il pizzo, il negoziante gli ha risposto “ma sei scemo”? Ha chiamato la polizia e lo hanno portato via».
Qui, invece, la malavita ha trovato la strada spianata. «Da noi non si denuncia - dice Corti - anzi ci si rivolge alla mafia se si è in difficoltà. Era uno scenario già emerso con l’operazione Infinito. Ma se ci si rivolge alla criminalità si finisce nei guai ed è difficile uscirne, si droga il mercato, si fa male a chi lavora onestamente, che noi dobbiamo cercare di tutelare, e a tutto il sistema locale: nello stesso convegno di domenica hanno mostrato con dati come nei territori permeati da questi fenomeni ci sia una decrescita economica». I nomi che più fanno rumore nelle carte, Giuseppe Pensabene e il suo braccio destro Domenico Zema, non sono nuovi alle sue orecchie: «Zema ha operato parecchio come consulente - dice - e probabilmente continuava a farlo. Pensabene so che aveva qualche procedimento per abusivismo in città. Non mi stupisce ci sia stata questa nuova tranche di arresti dopo Infinito e non credo nemmeno che sarà l’ultima: chi ci dice che, se Pensabene era diventato il nuovo reggente della Locale di Desio, tra sei mesi non ce ne sarà un altro? Il problema è culturale...».

GIÀ, il lavoro dalla base, dalle radici, dai giovani. «Bisogna puntare tutto sulla cultura della legalità e dell’antimafia. Noi ci stiamo provando, con vari progetti e interventi, nelle scuole, nell’attività amministrativa, e continueremo a farlo. Abbiamo preso una brutta scoppola, come del resto Seveso, in passato Giussano, Carate, Monza, il Vimercatese, ma andiamo avanti per cercare di cambiare le cose».
Un ruolo determinante è quello della politica, visto che ancora una volta dalle carte emerge come gli esponenti della ’ndrangheta cercassero appoggi o di far emergere propri uomini: «Se non si vigila ci saranno altri casi di infiltrazioni nella politica - dice Corti - altri signori nessuno che si presentano alle elezioni e prendono dal nulla 200 preferenze. Tutti i partiti sono chiamati a un senso di responsabilità e vigilanza. Anche il mio, visto che in prima battuta queste persone si rivolgono a chi è al potere».
Ma un ruolo importante può giocarlo ciascun cittadino: «Ci vogliono azioni di responsabilità personale - invoca il sindaco - se qualcuno vede o subisce qualcosa che non va lo segnali, lo denunci, non abbia paura. Le forze dell’ordine, le istituzioni, sapranno tutelarlo».

Desio - Nel deposito abusivo del boss autocarri, ponteggi, gru e container

di Alessandro Crisafulli da il Giorno del 06/03

A DESIO, Giuseppe Pensabene, aveva anche un deposito abusivo in fondo a via Calvino, all’estrema periferia della città. Un’area della Lu.Ma Group srl, riconducibile a Pensabene, anche attraverso la moglie Maria Marano. Qui, nel dicembre 2010, i vigili contestarono «la abusiva attivazione di deposito, a cielo aperto, di automezzi, attrezzature da cantiere e materiale edile, manufatti edilizi, rifiuti assimilabili agli urbani e rifiuti speciali, contenitori di plastica contenenti liquidi non meglio identificati e serbatoi contenenti verosimilmente gasolio». In un’area a vocazione agricola sono spuntati autocarri, attrezzature con tubi per ponteggi, tubi di plastica, condotte fognarie, gru, containers, rifiuti assimilabili agli urbani e altri speciali (materiali derivanti da scavi e demolizioni, pneumatici e parti di veicoli dismessi), numerosi contenitori di plastica della capacità di mille litri con lubrificanti e tre serbatoi, di capacità diverse, con il gasolio. Uno dei proprietari del terreno, Antonio Farina di Arese, legale rappresentante della Lu.Ma Group srl, compariva già nelle intercettazioni dell’inchiesta Infinito. E rispunta anche adesso nell’ordinanza dell’operazione di lunedì. Sia lui che il nome della società, avente sede legale a Cusano Milanino e come oggetto sociale il trasporto di merci: in un passaggio dell’ordinanza viene spiegato come a un certo punto, nel febbraio del 2010, Pensabene decide di cambiare la titolarità di alcune società a lui riconducibili, in primis la Lu.Ma Group dopo un interrogatorio di un ispettore di polizia.


Sentenza beffa a favore del «Papa»: l’istituto di credito perde il capannone
di Alessandro Crisafulli da il Giorno del 06/03

ESATTAMENTE un anno fa il nome di Giuseppe Pensabene rimbalzò nelle cronache dei giornali, in particolare nelle pagine di economia. Il motivo? Un’operazione finanziaria con una banca importante, relativamente a un capannone acquistato a Desio, diventò una sorta di «caso» pilota in Italia. L’istituto di credito dovette dire addio alla struttura dal valore di 600mila euro, finanziata con un mutuo nel 2008, della quale avrebbe dovuto entrare in possesso. Per la prima volta diventò definitiva la dichiarazione di «difetto di buona fede» nei confronti di una grossa banca che finanziava una società riconducibile a un malavitoso. La Cassazione rese definitiva la sentenza del tribunale di Milano, sezione misure di prevenzione di stampo mafioso, che cancellava l’ipoteca iscritta sull’immobile a fronte del prestito da 450mila euro concesso dall’istituto alla moglie di Giuseppe Pensabene, già allora condannato per detenzione illegale di armi e in contatto con la ’ndrangheta di Seregno. La banca non aveva controllato adeguatamente la «scarsa capacità reddituale» della donna, «nonostante i dati allarmanti dei quali disponeva nella propria istruttoria» che avrebbero dovuto sconsigliare l’affidamento. Nel 2008 In quella data la società aveva ancora alcune ipoteche accese a favore di Equitalia e aveva da poco risarcito la stessa banca per un decreto ingiuntivo «con l’imputazione a perdere per 33.565mila euro, circostanza che avrebbe dovuto invitare la banca a una maggiore prudenza».

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