Pensabene

Seveso - Estorsioni e usura. Il pm chiede 17 anni di carcere per il boss mafioso

di Federico Berni da il Corriere della sera del 17/03

DESIO Lo chiamavano la «Banca d’Italia». Soprannome, quello affibbiato a Giuseppe «Pino» Pensabene, dovuto a quel giro di prestiti a usura, estorsioni e riciclaggio, che il 47enne di Montebello Jonico (Reggio Calabria) avrebbe gestito da un retrobottega a Seveso: è stato arrestato a marzo scorso assieme ad altre quaranta persone con l’accusa di essere il «nuovo reggente della potente cosca di ‘ndrangheta di Desio».

Per questo, il pubblico ministero della Dda Giuseppe D’Amico, ha chiesto la condanna a 17 anni di reclusione, al termine di una requisitoria durata 5 udienze nel processo in corso all’aula bunker di San Vittore, per presunti reati di associazione mafiosa e altre accuse. L’uomo avrebbe gestito una sorta di sistema di credito parallelo, al quale anche molti imprenditori brianzoli si sarebbero rivolti per creare fondi neri. Oltre 30 le richieste di pena, formulate nel processo in corso col rito abbreviato. Tra queste: 11 anni chiesti per l’ex «braccio destro» di Pensabene, Maurizio Morabito, originario della provincia di Reggio, ma domiciliato in provincia di Bergamo; 7 per il presunto referente calabrese della cosca Roberto Morgante; 10 e 8 anni per gli imprenditori brianzoli Domenico Zema e Fausto Giordano.

Seveso - Banca della ’ndrangheta di Pensabene & C. Chiusa l’inchiesta bis

di Stefania Totaro da il Giorno del 12/09

CHIUSA L’INCHIESTA per il presunto «banchiere» della ’ndrangheta e i suoi sodali.
La Procura della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano ha firmato la chiusura delle indagini sulla «reggenza-bis» del «Locale» di Desio dopo la valanga di arresti del 2010 per l’inchiesta «Infinito» che ha spezzato l’organizzazione mafiosa in Brianza. Una ventina i brianzoli che erano stati arrestati nel marzo scorso dalla Polizia di Milano, che ha eseguito complessivamente una quarantina di ordinanze di custodia cautelare, sequestrando anche beni e società per un valore di una decina di milioni di euro. A prendere in mano il testimone lasciato dopo l’arresto dal capo del «Locale» di Desio Annunziato Moscato (condannato in appello con il rito abbreviato a 10 anni di reclusione per associazione mafiosa) è stato secondo gli inquirenti Giuseppe Pensabene, che si avvaleva della collaborazione di Domenico Zema, genero di Annunziato Moscato ed ex consigliere comunale nelle fila di Forza Italia a Cesano Maderno, carica da cui si dimise nel 2000 quando fu arrestato per associazione di stampo mafioso, accusa da cui però è stato prosciolto.

ENTRAMBI ERANO stati arrestati insieme ad altre 8 persone, mentre altrettanti erano finiti agli arresti domiciliari. Le accuse sono, a vario titolo, di associazione mafiosa, riciclaggio, usura, estorsione, corruzione, esercizio abusivo del credito, intestazione fittizia di beni e società. L’organizzazione criminale avrebbe infatti creato in capo a Pensabene, abitante a Seveso, una vera e propria banca clandestina, in cui venivano riciclati i proventi delle estorsioni e dell’usura, grazie ad un’ampia rete di società ma anche alla collusione di imprenditori e di impiegati postali e bancari.
Praticando l`usura ed il riciclaggio di flussi di denaro di provenienza delittuosa, l’organizzazione, oltre ad esportare capitali in Svizzera e a San Marino, li avrebbe reimpiegati acquisendo il controllo di attività economiche, in particolare nel settore edilizio, dei trasporti, della nautica, delle energie rinnovabili, del commercio, della ristorazione e degli appalti e lavori pubblici. Non per niente Giuseppe Pensabene è paragonato dai suoi sodali alla «Banca d’Italia» e ad una «lavanderia» per il riciclaggio di denaro.

TRA GLI ALTRI arrestati in Brianza anche Rosario Marrone, di Desio, mentre agli arresti domiciliari era finito Alfonso Pio, di Seregno, fratello di Candeloro Pio, ritenuto il braccio destro operativo di Annunziato Moscato, a sua volta arrestato nel 2010 nell’ambito dell’inchiesta «Infinito» dei carabinieri di Monza e del pm della Procura monzese Salvatore Bellomo e condannato in primo grado dal Tribunale di Milano per associazione mafiosa a 20 anni di reclusione, scesi a 18 in appello. In manette anche Fausto Giordano, imprenditore edile di Biassono ritenuto dagli inquirenti un «imprenditore colluso» con la presunta organizzazione criminale perchè, inizialmente vittima, poi sarebbe diventato complice per trarre guadagni dall’organizzazione mafiosa. Accuse tutte negate dagli indagati.

Seregno - Il sindaco Giacinto Mariani a processo per appropriazione indebita

Il candidato della Lega Nord alle Europee è sostenuto dall’onda calabra

di Qiao Liang e Wang Xiangsui

Lunedì 19 maggio, Giacinto Mariani è comparso davanti al Gup (giudice dell’udienza preliminare) per rispondere del reato di appropriazione indebita “perché, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, al fine procurarsi un ingiusto profitto, si appropriava di somme di denaro di proprietà del Condominio di via Pontaccio in Milano, per un totale di € 45.848,45 di cui aveva il possesso in quanto amministratore del medesimo. Con l’aggravante di aver commesso il fatto con abuso di prestazione d’opera. In Milano accertato il 20.01.2010” . Tutto questo secondo il capo di imputazione contestatogli dal sostituto Procuratore del Tribunale di Milano, il dott. Isidoro Palma (vedi documento sotto).

In pratica l’amministratore di condominio Giacinto Mariani avrebbe sottratto 46mila euro dalla casse del condominio che amministrava.

L’appropriazione indebita, reato da colletto bianco, ha una stretta correlazione con il furto da cui si distingue: nel primo caso il reo si appropria di un bene non suo che gli è stato dato in consegna, nel caso del furto si impossessa di un bene in possesso di altri.

L’aggravante richiesta dal sostituto Procuratore secondo l’articolo 61, n. 11 c.p. “punisce la maggiore pericolosità ed antisocialità che il colpevole dimostra approfittando della particolare fiducia che il soggetto passivo ripone in lui” e configura un reato su cui si procede d’ufficio e non solo su richiesta della parte offesa, in questo caso i condomini che già in sede civile avrebbero fatto valere le loro ragioni.

Il reato è punito, salvo aggravanti, con un massimo di tre anni di reclusione e un’ammenda di € 1.032.

Se sarà condannato, il sindaco di Seregno non rientrerebbe nei limiti previsti dalla Legge Severino sull’incandidadibilità e sulla decadenza dei condannati dalle cariche pubbliche ricoperte (in questo caso in Comune o al Parlamento Europeope pe ril quale concorre con la Lega Nord).

Per questa sera è convocato il consiglio comunale di Seregno.

Secondo indiscrezioni, parte dell’opposizione sarebbe pronta a chiedere le dimissioni del sindaco evitando in questo modo alla città lo smacco di avere un primo cittadino con "la patente di ladro”, certificata da una sentenza di Tribunale.

Ci sarebbe anche una forte irritazione perché quest’anno, proprio in consiglio comunale, Giacinto Mariani aveva sostenuto di aver chiesto in Procura notizie circa l'esistenza di indagini sul suo conto ( attestazione ex art. 355 c.p.p), ricevendo dall'autorità giudiziaria risposta negativa.

In realtà, a quanto emerge da una lettura delle carte (vedi sotto), Giacinto Mariani è sotto inchiesta per questo procedimento penale dall’agosto del 2010 ed è stato interrogato dagli inquirenti il 25 ottobre 2013. Fatto, quest’ultimo, che evidentemente non gli deve essere sfuggito e senza neppure la necessità di richiedere un certificato in Procura.

In attesa di risolvere la sua posizione giudiziaria, Giacinto Mariani ha continuato comunque la sua campagna elettorale in vista del voto di domenica.

Perso il sostegno della parte storica della sezione della Lega Nord di Seregno, il suo comitato elettorale è diretto da Alessandro Boneschi (presidente di Gelsia Ambiente) e sostenuto da Alberto Peruffo (consigliere di Gelsia) e Marco Pellegrini (consigliere di Gelsia Ambiente). I consigli di amministrazione delle municipalizzate vanno in scadenza a giugno e il sindaco di Seregno dovrà in questo periodo fare le nuove nomine per i cda del gruppo AEB-Gelsia. 

A sostegno della candidatura di Giacinto Mariani si è mobilitato anche il consigliere comunale Pantaleone Servidio.

Servidio, appartenente alla corrente guidata da Attilio Gavazzi, aveva costituito con Maria Teresa Viganò, e in polemica con il resto del PDL seregnese, il  gruppo consiliare degli Apoti.

A seguito dell’inchiesta del 2013 che vede tra gli imputati Attilio Gavazzi (il processo per corruzione all’ex vicesindaco inizierà il 19 giugno a Monza), Servidio si è bruscamente allontanato dal suo mentore per cercare un precipitoso ritorno in seno al Popolo delle Libertà.
I due - Servidio e Gavazzi - pare non si rivolgano neanche più la parola da un anno a questa parte.

Adesso Pantaleone Servidio galleggia in orbita PDL facendo gruppo consiliare a sé (Indipendente del Popolo della Libertà) e sostiene alle Europee Giacinto Mariani.

Incontrato davanti al comitato elettorale di Mariani, Servidio (vedi foto)  ha voluto esplicitare il suo sostegno al sindaco di Seregno con queste parole: “Scriva pure che Servidio sostiene Giacinto Mariani. I calabresi e anche i siciliani sono tutti con lui. Sant’Agata d’Esaro (esiste a Seregno una numerosa comunità proveniente dal paese cosentino NdR) voterà Mariani”.

Al di là delle dichiarazioni di voto di Servidio, la candidatura di Giacinto Mariani potrebbe intercettare il voto anche di altri calabresi.

Non è forse un caso che una parte dello spot elettorale di Giacinto Mariani  sia stato girato nel bar-panetteria della famiglia Tripodi.

Il panettiere Antonino Tripodi è stato arrestato nel 2010 nell’ambito dell’Inchiesta Infinito sulla ‘ndrangheta in Brianza.
Considerato dagli inquirenti affiliato alla locale della ‘ndrangheta di Desio, Antonino Tripodi è stato condannato a cinque anni di reclusione.

Nell’ordinanza di custodia cautelare dell’inchiesta Tibet di quest’anno che ha individuato in Giuseppe Pensabene il nuovo reggente della locale di Desio, i nomi della famiglia Tripodi, di Antonino Tripodi e della sorella Isabella compaiono in un passaggio significativo.

Scrivono gli inquirenti:
Ulteriori elementi rivelatori dello “spessore” criminale di GIORDANO Fausto derivano dai suoi contatti con alcuni altri pregiudicati calabresi già emersi nell’ambito dell’indagine “Infinito”, e ritenuti vicini alle locali della ‘ndrangheta di Seveso e di Desio (MB), quali ALAMPI Giuseppe e TRIPODI Antonino .

Con riferimento a TRIPODI Antonino alias “Nino”, detenuto in forza del provvedimento restrittivo emesso nel procedimento penale “Infinito”, alle ore 15.45 del 22.07.2011, GIORDANO Fausto veniva chiamato da TRIPODI Isabella alias “Isa”, sorella di TRIPODI Antonino, che utilizzava la scheda cellulare n. xxx, che gli faceva gli auguri di compleanno. GIORDANO manifestava il suo “rispetto” verso la famiglia TRIPODI, chiedendole informazioni sullo stato giudiziario del fratello TRIPODI Antonino”.

Isabella Tripodi (una delle danzatrice dello spot elettorale del sindaco di Seregno) compare anche nel consiglio di amministrazione dell’immobiliare Metro Quadro srl.
Secondo gli inquirenti la società era di fatto riconducibile a Fausto Giordano e da questi messa a disposizione di Giuseppe Pensabene.
Giuseppe Pensabene e Fausto Giordano sono stati arrestati a marzo di quest’anno. Sono imputati ai sensi dell’art. 416-bis di associazione mafiosa oltre ad altri reati tra cui usura e riciclaggio.

Riuscirà e basterà questa happy Seregno-”onda calabra” allestita da Giacinto Mariani a trascinare l’amministratore di condominio (sotto processo) e sindaco di Seregno fino al Parlamento europeo?
Domenica la sentenza delle urne, lunedì 16 giugno la sentenza del Tribunale di Milano.
 

Giacinto Mariani rinvio a giudizio

Nell’inchiesta sulla banca della ‘Ndrangheta a Seveso anche la vicenda del processo Miriadi. Le frequentazioni pericolose di Giuseppe Malaspina

Nel novembre 2013, i quattro imputati sono stati condannati  a complessivi 44 anni di carcere. Il Tribunale ha accolto l’aggravante del metodo mafioso
di @nonymous

In aula, il 1. luglio dello scorso anno, durante il processo per il tentato sequestro del costruttore Carlo Malaspina venne fuori un nome: Fausto. Fu il legale di Carlo Malaspina, Gerardo Perillo, a chiedere al teste Giuseppe Malaspina delucidazioni in merito a una telefonata agli atti (n. 3571), in strettissimo dialetto calabrese, intercettata il 22 gennaio 2012 alle ore 18,15.

L'avvocato voleva sapere chi era Fausto e chi era il “pasticcere” (*vedi sotto).

“Ero abbastanza preoccupato e disperato, parlando con questo geometra, che ha lavorato per noi – risponde Malaspina- gli dico che i Miriadi mi stanno facendo continuamente angherie e attentati. Lui mi ha detto che avrebbe visto Antonio Malacrinò detto il turco, zio dei Miriadi, e mi ha chiesto se volevo che gli parlassi per intervenire. Gli ho risposto: no assolutamente. Dissi che non volevo vederlo il Malacrinò perché aveva fallito nel sistemare la cosa. Tutto qua.
Mi ha riferito (Fausto - ndr) che Malacrinò diceva di non sapere degli attentati, io ho detto che era un bugiardo perché l'avevo saputo da altri paesani di Desio che loro (i Miriadi – ndr) mi facevano queste cose contro”.

Nei giorni scorsi, su ordine del Gip Simone Luerti del Tribunale di Milano Fausto, il “mediatore” di Giuseppe Malaspina, all'anagrafe Fausto Giordano, classe 1969, nato in Svizzera e residente a Biassono, è stato arrestato assieme ad altre 43 persone, accusato del reato articolo 416bis in quanto “facente parte di un'associazione mafiosa emanazione diretta della locale di Desio e avente base e sede decisionale in Seveso dove sono localizzati i diversi uffici del capo, promotore ed organizzatore Giuseppe Pensabene di Montebello Jonico (lo stesso paese dei fratelli Malaspina e dei Miriadi - ndr). Quest’ultimo avvalendosi della sua affiliazione mafiosa risalente alla metà degli anni 80, agiva soprattutto dopo gli arresti del luglio 2010 dell'operazione Infinito come vero e proprio co-reggente della Locale di 'Ndrangheta di Desio, facendosi anche promotore assieme a Domenico Zema di una colletta a sostegno dei familiari degli arrestati”.

Fin dal giugno 2010 il “mediatore” Fausto Giordano, imprenditore edile molto vicino alla famiglia di Pio Domenico, esponente della Locale di Desio”, (tanto che “consegnava mensilmente somme di denaro a Pio Marinella, per fare fronte alle esigenze del padre detenuto Pio Domenico, esponente di spicco della ‘ndrangheta desiana”) viene in contatto – sempre secondo il Gip - con l'associazione mafiosa capeggiata da Giuseppe Pensabene che gli presta denaro.

Nel gennaio 2012, dopo aver saldato il suo debito, Giordano entra nell’organizzazione mafiosa con il compito specifico di procacciare nuovi clienti e nuovi affari.

Fausto Giordano è anche l’amico (dell’amicizia tra i due ne scrive il Gip nell’ordinanza - ndr) al quale Giuseppe Malaspina il 27 ottobre 2011, il giorno successivo il tentato rapimento del fratello Carlo, si rivolge chiedendo aiuto: “Ho bisogno di parlarti, Fausto..ho bisogno di parlarti urgentemente”.

Quando iniziano gli attentati alle società del gruppo Malaspina (05/11/2011), Giordano ne parla con Marcel Astolfi e questi con Giuseppe Pensabene che sintetizza “quelli, i Malaspina non pagano”. Parlando con l'avvocato Emanuele Sangiovanni, Pensabene dice che pur essendo economicamente benestanti i Malaspina si ostinano a non onorare i loro debiti, arrivando a non pagare gli stipendi agli operai.

Avvocato, qui c’è un paesano mio che è miliardario ( Malaspina Giuseppe - ndr) … questo ha immobili da tutte le parti, è veramente a livelli … solamente, ha che deve fottere tutti, non deve pagare a nessuno, lui non paga neanche gli operai, ne ha prese tante di botte e di cose, adesso gli hanno mandato il fratello all’ospedale, gli hanno sparato alle vetrine, ma tu, una persona così, ti puoi permettere a fare questa vita qua? Ci sono calabresi che sono malati dentro, capito? Che hanno una cosa, che non devono, che poi gli rompono il culo, li ammazzano, non gli interessa niente … per loro è più forte l’orgoglio dei soldi, la propria dignità, la propria personalità … perché non c’è cosa che … nella parte del giusto … ma poi quando delle persone si uniscono, ci vogliono persone intelligenti, si devono unire le forze, e fare delle cose belle … quando c’è da mangiare, mangiamo tutti. E’ inutile che poi, per inculare 20- 30- 50 mila euro, vai a perdere nell’arco del tempo, vai a perdere 500, perdi pure l’amicizia … c’è gente … chi non è capace, e chi ce l’ha nella pancia, nell’anima che devono essere proprio … devono fottere, e basta”.

(Nel processo Miriadi é emerso che Malaspina era rincorso dai numerosi creditori. L’Immobiliare Gruppo Edile Caronno di Giuseppe Malaspina é stata dichiarata fallita dal Tribunale di Monza il 29/10/2012 dopo aver accumulato debiti per €44.106.396,00 di cui € 35.921.187,00 per crediti chirografari, cioè crediti non coperti da alcuna garanzia reale: pegni, ipoteche, fideiussioni. Nella proposta di concordato preventivo era stata prevista una percentuale di soddisfacimento dei crediti tra il 16% e il 26,88%. Un’altra società di Malaspina, la Costruzioni Caronno Prima è stata dichiarata fallita il 28/03/2013 con debiti per almeno 6,5milioni di euro. Vedi procedure Tribunale di Monza.
Secondo gli avvocati della difesa Giuseppe Malaspina avrebbe anche intestato le società a suoi parenti, tra cui la nipote Rosella Nanci poi deceduta, per sviare i creditori ).

Pochi giorni dopo l'attentato alla Progeam, Giueppe Malaspina chiama Fausto Giordano dicendogli che teme altri attentati ai cantieri. “Guarda Fausto che lì bisogna cominciare il cantiere di Besana, sennò sono rovinato”. E Giordano risponde: “Eh, cominciamolo, vediamo”.

Il 16 gennaio 2012 Giordano chiama Malaspina per dirgli che deve incontrare “la ragazza”. “Ti volevo dire … stasera dovrei vedere quella ragazza là, che cosa gli devo dire, cosa devo fare? … ma tu lo hai sentito a questo? Che intenzioni ha? Che cosa gli devo dire io? … inc. … incazzo, che usciamo con il resto … diciamo che vogliamo trovare una mediazione, sistemare le cose … e così lui si assume le sue responsabilità senza fare casino, sputtanamenti, e cose

In realtà non di una ragazza si tratta bensì di un uomo. Che nelle telefonate successive diventa prima “cameriere” e poi “pasticcere”*.

Il 22 gennaio Giordano chiama Malaspina per dirgli che vedrà il cameriere. “Parlagli ma senza sbilanciarti” – gli raccomanda Malaspina e Giordano: “Va bene, dai, ci penso io, vediamo cosa mi dice, se non i dice niente, gliele butto io due battute, capito?”.
Nel corso della successiva telefonata Giordano riferisce a Malaspina di aver appena finito l’incontro nel ristorante con il “pasticciere”, il quale ha negato di essere uno dei responsabili degli atti intimidatori compiuti contro Malaspina, affermando che lui ed il suo gruppo non avrebbero mai approvato gesti del genere fatti contro questo ultimo.

L'intercettazione del 14 gennaio durante la quale Giordano riferisce a Malaspina dell'incontro col “cameriere” o “pasticcere” è l'ultima registrata dalla Dda. Da quel momento Giordano e Malaspina continuano a vedersi e parlarsi alla Gimal.
Ci sono stati numerosi incontri de visu tra i due – scrive il Gip – facendo apparire che, grazie all'intervento ed alla caratura di Fausto Giordano, è stato possibile trovare una “soluzione” tra Giuseppe Malaspina e i soggetti che hanno posto in essere le azioni estorsive nei suoi confronti”.

Secondo quanto ha raccontato a Infonodo un ex dipendente di una delle società di Malaspina, Fausto Giordano passava le sue giornate alla Gimal di Vimercate ed aveva realizzato tra l'altro a Villasanta un complesso residenziale in un lotto di terreno attiguo a quello della società Della via Gramsci di Giuseppe Malaspina, società a tutt'oggi in lite col Comune per una fideiussione di 159mila euro relativa a lavori di urbanizzazione non completati.
Quando a luglio 2010 erano scattati gli arresti dell'operazione Infinito, Giordano andava dicendo con Giuseppe Malaspina: “La mucca ha finito il latte”. E per la verità da quel momento tutte le società del Malaspina (e di Giordano) sono andate in pesante sofferenza.

La causa scatenante delle estorsioni ai danni di Malspina sarebbe stato un terreno a Vimercate di una società riconducibile anche a Assunto Miriadi (padre degli imputati Vincenzo e Giovanni Miriadi), ucciso da sicari del clan Coco Trovato nel 1990 nella guerra di mafia con il clan Papalia per il controllo dell’edilizia in Brianza.
Terreno di Vimercate che Giuseppe Malaspina avrebbe acquistato “in sgarbo” alla famiglia Miriadi.
I fratelli Miriadi avrebbero iniziato le loro richieste estorsive nell’estate del 2010 chiedendo conto del materiale edile di proprietà del padre lasciato in deposito e in aggiunta pretendendo “un’indennizzo” per quel terreno che era stato del padre e successivamente era passato prima nelle mani del geometra Galbussera e poi, in due compravendite del 1993 e del 2000, in quelle di Giuseppe Malaspina.
Le richieste estorsive si sarebbero intensificate dopo alcune operazione immobiliare realizzate da Malaspina (la vendita di un appartamento in via Della Spiga a un acquirente cinese per 8 milioni di euro) e l’approvazione da parte del comune Vimercate di un Piano Attuativo inerente il terreno conteso.
Questa la tesi sostenuta dall’accusa nel processo e accolta in sede di giudizio.

Nelle motivazioni della sentenza di condanna i giudici, a proposito dei rapporti tra i Miriadi, Bartolo Foti, Vincenzo Cotroneo, Pietro Squillaci, scrivono: “Tutti questi personaggi, tra cui gli imputati Miriadi, risultano provenire da Montebello Ionico, tutti sono risultati operativi nella Locale di Desio, ciò che ha indotto gli inquirenti a ritener i Miriadi legati a tale cosca, quale propaggine nel Vimercatese”.

Ma se é vero che i Miriadi erano legati alla Locale di Desio, perché Pensabene nuovo reggente della Locale di Desio, nell’intercettazione ambientale, da una versione diversa dei fatti? Non parla del conteso terreno di Vimercate ma di operai non pagati e di debiti (“non paga nessuno” - ndr). A quali debiti si riferisce Pensabene?

Giuseppe Malaspina, condannato nel 1972 a 14 anni di prigione per l’omicidio di Giuseppe Zampaglione (vedi Giuseppe Malaspina, indagato per il sequestro Villa, diventa accusatore per il tentato sequestro del fratello Carlo), durante il processo ha descritto il suo percorso imprenditoriale di indubbio successo (quando risiedeva ad Arcore è stato secondo contribuente della città dietro solo a Berlusconi; trasferitosi a Lesmo ne è diventato il primo contribuente) come riscatto da un passato criminale. Per sottolienare la lontananza dagli ambienti ‘ndranghetisti, ha parlato di sé come imprenditore lombardo che con i calabresi aveva tagliato i ponti. In realtà Malaspina ha avuto, nel tempo, rapporti di lavoro con gli stessi Bartolo Foti e Vincenzo Cotroneo (esponenti della Locale della ’ndrangheta di Desio) e come è emerso da quest’ultima inchiesta ha avuto frequentazioni di amicizia e di affari con Fausto Giordano considerato dagli inquirenti inserito nella “Nuova Mafia” di Giuseppe Pensabene.

Se nel novembre del 2010, un anno prima del tentato rapimento e degli attentati, Giuseppe Malaspina si reca alla Dia e denuncia pressioni da parte del gruppo dei Miriadi (denuncia non verbalizzata), all’indomani del tentato sequestro del fratello Carlo (27/10/2011) telefona a Fausto Giordano in cerca di aiuto, alla Dia ci andrà il 3 novembre, intanto nei mesi seguenti continua a sollecitare una mediazione da parte di Fausto Giordano e quindi da parte di ambienti criminali.

Un’altalena tra Stato e ‘Ndrangheta che forse più di ogni altro elemento fotografa come spesso le imprese edili in Brianza rispondano anche al potere di organizzazioni criminali.

In questo mare pericoloso dell’edilizia brianzola, Giuseppe Malaspina si destreggia molto bene; da del tu ed è in confidenza con uomini della Dia e dei carabinieri e allo stesso tempo é amico e chiede aiuto a uomini delle organizzazioni criminali, accumula debiti per cinquanta milioni di euro ma da grossi contributi ad AN e Forza Italia in Brianza (vedi Muggiò - Malaspina chiude le società e piange miseria. Mentre a Como è impegnato in un progetto da 150milioni di euro), ha scontato in banca cambiali di "false vendite" concordate per migliaia di euro ma si dimentica di rispettare le convenzioni con i comuni per le opere di compensazioni (vedi Muggiò e Villasanta).
 


Di seguito la parte dell’Ordinanza di arresto di Pensabene e altri  firmata dal Gip Simone Luerti in cui viene citato  Giuseppe Malaspina.

Che la situazione di crisi di liquidità delle aziende riconducibili a GIORDANO Fausto fosse ritenuta da questo ultimo soltanto momentanea e transitoria, è documentato da alcune conversazioni telefoniche intercorse tra lo stesso GIORDANO Fausto, MALASPINA Giuseppe, ed il collaboratore del primo PAVIGLIANITI Giuseppe alias “Peppino” 1, il quale proponeva agli stessi GIORDANO e MALASPINA un consistente investimento per la costruzione di aerei bimotore in Brasile. Cfr. tel. progr. n. 1336 del 02.07.2011 ore 13.19.08, progr. n. 2732 del 18.07.2011 ore 15.47.25, intercettate sull’utenza cellulare n. 346.xxx in uso a GIORDANO Fausto (allegato n. 189 alla CNR datata 20.07.2012). Nello stesso periodo, risultava che GIORDANO Fausto vantava un consistente credito nei confronti di CORAPI Pietro, soggetto in stretti rapporti con il cognato PARRAVICINI Stefano (di cui si tratterà nel successivo capitolo §7), con il quale intratteneva contatti telefonici quasi quotidiani, apparentemente motivati da ragioni lavorative, e comunque finalizzati a fissare appuntamenti “de visu” attraverso il classico invito per “un caffè”.

Le attività tecniche hanno poi permesso di delineare lo spiccato spessore criminale di GIORDANO Fausto, il quale, pure attraversando- come si è evidenziato- un periodo di crisi economica, forte dei suoi consolidati legami criminali, era solito rimproverare con toni chiaramente intimidatori alcuni suoi creditori, perché si erano rivolti a terze persone per recuperare il loro credito nei suoi confronti. Emblematica in proposito è la vicenda relativa a TONETTO Giovanni 2, quale risulta da due conversazioni telefoniche intercettate nei giorni 20 e 21 giugno 2011.

Le ulteriori attività tecniche a carico di GIORDANO Fausto hanno poi evidenziato un suo significativo intervento di mediazione tra il suo amico costruttore calabrese MALASPINA Giuseppe 3, titolare del “Gruppo Edile spa”, con sede a Vimercate (MB) in via Fiorbellina, e di altre agenzie immobiliari, ed un gruppo criminale responsabile di una serie di atti di intimidazione integranti un tentativo di estorsione ai danni di questo ultimo. Per quanto accertato, MALASPINA Giuseppe ed i suoi familiari sono stati oggetto di almeno tre episodi di intimidazione: il primo avvenuto in data 05.11.2011; il secondo in data 18.11.2011, con esplosione di sei colpi di pistola contro le vetrate della sede del “Gruppo Edile Caronno spa” sita in Vimercate (MB); il terzo in data 10.12.2011, con esplosione di un piccolo ordigno incendiario artigianale alla vetrata della porta di ingresso dell’Agenzia Immobiliare “PROGEAM srl” con sede a Vimercate (MB) in via Iginio Rota n. 4. L’intervento di GIORDANO Francesco, sollecitatogli da MALASPINA, quale mediatore rispetto agli autori della tentata estorsione ai danni di questo ultimo, si evince dalle seguenti intercettazioni telefoniche. Già in data 27.10.2011 (e cioè due settimane prima rispetto al primo degli atti intimidatori individuati), alle ore 09.39, GIORDANO Fausto chiamava MALASPINA Giuseppe, che rispondeva sull’utenza cellulare n. 348.xxx, il quale gli chiedeva di passare da lui, aggiungendo: “ho bisogno di parlarti, Fausto … ho bisogno di parlarti urgentemente!”. GIORDANO lo rassicurava dicendo che lo avrebbe raggiunto subito. Cfr. tel. progr. n. 11107 del 27.10.2011 ore 09.39.25, intercettata sull’utenza cellulare n. 346.xxx in uso a GIORDANO Fausto (allegato n. 220 alla CNR datata 20.07.2012). Alle ore 12.54 del 05.11.2011 (giorno in cui avviene il primo atto di intimidazione), GIORDANO Fausto veniva chiamato da MALASPINA Giuseppe, il quale gli chiedeva di portargli urgentemente un microregistratore: “ascoltami … un meccanismo di quelli per registrare, piccolino, sensibile, etc., etc. … urgentissimamente, dai, portamelo. Dove ci possiamo vedere per darmelo?”. I due si accordavano di incontrarsi alle ore 15.00 al bar- pasticceria sito a Lesmo, frazione Peregallo (MB). E’ evidente che la richiesta di MALASPINA Giuseppe di ottenere la disponibilità di un microregistratore era finalizzata a tutelarsi durante un probabile incontro con i responsabili della tentata estorsione ai suoi danni. Cfr. tel. progr. n. 11999 del 05.11.2011 ore 12.54.24, intercettata sull’utenza cellulare n. 346.xxx in uso a GIORDANO Fausto (allegato n. 221 alla CNR datata 20.07.2012). Alle ore 15.12 dello stesso 05.11.2011, GIORDANO Fausto veniva richiamato da MALASPINA Giuseppe, che lo avvisava di trovarsi al bar- pasticceria. GIORDANO rispondeva che lo avrebbe raggiunto immediatamente. Cfr. tel. progr. n. 12006 del 05.11.2011 ore 15.12.01, intercettata sull’utenza cellulare n. 346.xxx in uso a GIORDANO Fausto (allegato n. 221 alla CNR datata 20.07.2012). Il giorno dopo, 06.11.2011, alle ore 18.53, dopo avere subito il primo atto intimidatorio, MALASPINA Giuseppe chiamava GIORDANO Fausto, raccontandogli: “niente … inc. … questa notte sono andati a suonargli ancora il citofono (ndr: si riferisce evidentemente ad un componente del suo nucleo familiare) … hanno fatto, stanno facendo … inc. … siccome noi ci caschiamo nel sacco”. Da parte sua, GIORDANO minimizzava l’accaduto dicendo: “queste sono cose di bambini … ascoltami a me”. I due interlocutori restavano d’accordo di contattarsi l’indomani per fissare un incontro. Cfr. tel. progr. n. 12037 del 06.11.2011 ore 18.53.40, intercettata sull’utenza cellulare n. 346.xxx in uso a GIORDANO Fausto (allegato n. 221 alla CNR datata 20.07.2012).

Nel contempo, anche PENSABENE Giuseppe risultava perfettamente al corrente degli atti di intimidazione compiuti in danno di MALASPINA Giuseppe. Lo dimostra, anzitutto, la conversazione ambientale registrata in data 17.11.2011, alle ore 12.08, all’interno del “tugurio”, ed intercorsa tra lo stesso PENSABENE ed ASTOLFI Marcel, nel corso della quale i due fanno riferimento ad un certo MALASPINA, soggetto noto ad entrambi, e che, nel prosieguo della conversazione, lo stesso ASTOLFI individua come “il fratello di quello che ha sparato con il mitra … che è già andato in vacanza”, riferendosi chiaramente al fatto che questo ultimo era stato arrestato. PENSABENE, che stava parlando con ASTOLFI del particolare momento storico e dei settori in cui nell’attualità è più conveniente investire, ha fatto riferimento al fatto che ignoti avevano sparato alla vetrina di MALASPINA “perché non pagano”. Cfr. intercettazione ambientale progr. n. 1427 del 17.11.2011 ore 10.22.15 (la conversazione rilevante risulta intercettata a partire dalle ore 12.08), registrata all’interno del “tugurio” ubicato a Seveso (MB) in corso Isonzo n. 20/26, usato come “ufficio” da PENSABENE Giuseppe (RRIT n. 2088/2011 DDA di Milano) (cfr. allegato n. 224 alla CNR datata 20.07.2012). Alle ore 11.18 del 28.11.2011, sempre all’interno del “tugurio”, PENSABENE Giuseppe tornava a parlare con SANGIOVANNI Emanuele del tentativo di estorsione subito dal suo paesano MALASPINA Giuseppe, attribuendo la causa degli atti intimidatori al fatto che i fratelli MALASPINA, pure essendo economicamente benestanti, si ostinavano a non onorare i loro debiti, arrivando persino a non pagare gli stipendi degli operai:avvocato, qui c’è un paesano mio che è miliardario (ndr: MALASPINA Giuseppe) … questo ha immobili da tutte le parti, è veramente a livelli … solamente, ha che deve fottere tutti, non deve pagare a nessuno, lui non paga neanche gli operai, ne ha prese tante di botte e di cose, adesso gli hanno mandato il fratello all’ospedale, gli hanno sparato alle vetrine, ma tu, una persona così, ti puoi permettere a fare questa vita qua? Ci sono calabresi che sono malati dentro, capito? Che hanno una cosa, che non devono, che poi gli rompono il culo, li ammazzano, non gli interessa niente … per loro è più forte l’orgoglio dei soldi, la propria dignità, la propria personalità … perché non c’è cosa che … nella parte del giusto … ma poi quando delle persone si uniscono, ci vogliono persone intelligenti, si devono unire le forze, e fare delle cose belle … quando c’è da mangiare, mangiamo tutti. E’ inutile che poi, per inculare 20- 30- 50 mila euro, vai a perdere nell’arco del tempo, vai a perdere 500, perdi pure l’amicizia … c’è gente … chi non è capace, e chi ce l’ha nella pancia, nell’anima che devono essere proprio … devono fottere, e basta”. Cfr. intercettazione ambientale progr. n. 1559 del 28.11.2011 ore 11.03.54 (la conversazione rilevante risulta intercettata a partire dalle ore 11.18), registrata all’interno del “tugurio” ubicato a Seveso (MB) in corso Isonzo n. 20/26, usato come “ufficio” da PENSABENE Giuseppe (RRIT n. 2088/2011 DDA di Milano) (cfr. allegato n. 224 alla CNR datata 20.07.2012).

Dopo l’attentato dinamitardo avvenuto nella notte del 09.12.2011, MALASPINA Giuseppe affidava a GIORDANO Fausto, proprio in considerazione del suo spessore e delle sue relazioni criminali, l’incarico di “mediare” con i soggetti ritenuti responsabili delle azioni intimidatorie poste in essere nei suoi confronti. Ciò risulta evidente dalle seguenti intercettazioni telefoniche. Alle ore 20.30 del 14.12.2011, GIORDANO Fausto veniva chiamato da MALASPINA Giuseppe. GIORDANO faceva menzione di un amico non meglio precisato del quale i due interlocutori avevano parlato la sera prima di persona, che aveva tentato di chiamarlo, avendo ricevuto il suo numero telefonico dalla madre dello stesso GIORDANO, dicendosi intenzionato ad organizzare un incontro: “ti volevo dire, quell'amico che parlavamo ieri sera, neanche a farlo a posta... inc.. che stavamo parlando, entro in macchina, guardo e vedo un numero strano, no? Che mi aveva chiamato... ho pensato che era lui, siccome gli avevo detto a mia madre che... mia madre gli ha dato il numero che se aveva bisogno di chiamarmi, ed ho pensato sicuramente questo numero è questo... però va bene, poi io non ho chiamato più, erano le 20.00 passate, sera... oggi, questa mattina mentre ero al telefono mi è arrivato un messaggio che quello stesso numero mi ha chiamato, e però ho pensato: va bene, pensavo sempre a quello. Questa sera arrivo a casa e vado a cercare mia madre, e mi dice: “vedi che così e così, ti ha chiamato, ed ha detto che non gli hai risposto, mi ha lasciato questo numero, e che lo devi chiamare tu", guardo il numero ed è quello. Ora il mattino lo chiamo”. MALASPINA interveniva raccomandandosi con l’interlocutore di non sbilanciarsi troppo con questo “amico”: “te lo avevo detto io, Fausto, te lo avevo detto io, guarda che io … ma tu fai lo gnorri, non ti sbilanciare più di tanto”. GIORDANO lo rassicurava dicendo: “no, io non gli dico niente, mi deve dire lui qualcosa a me … lui mi chiamerà con la scusa di quel documento, poi vediamo quando ci vediamo … mi dovrà dire qualcosa, ora che so che sa, dico … inc….”. MALASPINA approvava: “bravo, ascolti, ti dirà … bene, benissimo … “complimenti, complimenti”, gli devi dire … ma te l’ho detto io … allora, ti dico che è rimasto … eh, dice: “ma come, come, lui è amico suo, noi” … vedi che io sono molto più intelligente di questi, lasciamo perdere”. GIORDANO proseguiva dicendo: “sì, ma io volevo essere sicuro, se era questo sabato, o era altre volte, invece no, questo sabato scorso, proprio l’altro giorno (ndr: si rammente che proprio nella notte tra il precedente venerdì 09.12.2011 e sabato 10.12.2011 si era verificato l’attentato dinamitardo in danno della agenzia immobiliare della ex moglie di MALASPINA Giuseppe)”. MALASPINA affermava: “Fausto … inc. … quando è cominciato a ronzare lì, lui quando è cominciato a ronzare lì, è perché voleva parlare con te, hai capito? … io non sono mica scemo, figurati … quindi, allora, hai messo tutto a posto?”. GIORDANO rispondeva affermativamente. Al termine della conversazione telefonica, MALASPINA esternava il suo timore di potere subire altri attentati dinamitardi nei suoi cantieri: “guarda, Fausto, che lì bisogna cominciare il cantiere a Besana [ndr: Besana Brianza (MB)], sennò sono rovinato”. GIORDANO tentava di rassicurarlo dicendo: “eh, cominciamolo, vediamo”. Cfr. tel. progr. n. 18086 del 14.12.2011 ore 20.30.31, intercettata sull’utenza cellulare n. 346.xxx in uso a GIORDANO Fausto (allegato n. 226 alla CNR datata 20.07.2012).
Dopo più di dieci giorni, alle ore 15.16 del 16.01.2012, GIORDANO Fausto chiamava MALASPINA Giuseppe, informandolo che in serata avrebbe dovuto incontrarsi con “quella ragazza”, chiedendogli conferma se era autorizzato a proporre una mediazione per sistemare le cose: “ti volevo dire … stasera dovrei vedere quella ragazza là, che cosa gli devo dire, cosa devo fare? … ma ti lo hai sentito a questo? Che intenzioni ha? Che cosa gli devo dire io? … inc. … incazzo, che usciamo con il resto … diciamo che vogliamo trovare una mediazione, sistemare le cose … e così lui si assume le sue responsabilità senza fare casino, sputtanamenti, e cose”. MALASPINA approvava: “sì, sì … come ti ho detto io … bravo, bravissimo”. Occorre evidenziare, infine, che il termine “ragazza” utilizzato da GIORDANO in questa telefonata per indicare il soggetto che avrebbe dovuto incontrare poi, nel corso della stessa telefonata, diventa “questo”. Come si vedrà nelle successive telefonate del 21 e 22 gennaio 2012 diverrà prima “cameriere”, e poi “pasticciere”. Cfr. tel. progr. n. 22593 del 16.01.2012 ore 15.16.51, intercettata sull’utenza cellulare n. 346.xxx in uso a GIORDANO Fausto (allegato n. 227 alla CNR datata 20.07.2012).

La mattina successiva, alle ore 12.29 del 22.01.2012, GIORDANO Fausto chiamava MALASPINA Giuseppe, informandolo che in giornata sarebbe riuscito ad incontrare il “cameriere”: “sì, mi hanno chiamato in un ristorante privato ora che c’è il cameriere là oggi, capito?”. MALASPINA gli raccomandava di non sbilanciarsi: “allora, tu, una cosa: “andiamo avanti, insomma, qua che cosa è successo? … senza che ti sbilanci, capito?”. GIORDANO replicava: “va bene, dai, ci penso io, vediamo cosa mi dice, se non mi dice niente, gliele butto io due battute, capito? Ciao”. Cfr. tel. progr. n. 23578 del 22.01.2012 ore 12.29.39, intercettata sull’utenza cellulare n. 346.xxx in uso a GIORDANO Fausto (allegato n. 228 alla CNR datata 20.07.2012).

Dopo l’incontro con il “cameriere”, alle ore 18.15 dello stesso 22.01.2011, GIORDANO Fausto richiamava MALASPINA Giuseppe, informandolo di avere appena finito l’incontro nel ristorante con il “pasticciere”, il quale aveva negato di essere uno dei responsabili degli atti intimidatori compiuti contro MALASPINA, affermando che lui ed il suo gruppo non avrebbero mai approvato gesti del genere fatti contro questo ultimo.
Sull’argomento non sono state registrate ulteriori conversazioni, anche se tra i due sono avvenuti diversi incontri de visu, facendo apparire che, grazie all’intervento ed alla caratura criminale di GIORDANO Fausto, è stato possibile trovare una “soluzione” tra MALASPINA Giuseppe ed i soggetti che hanno posto in essere le azioni estorsive nei suoi confronti.

 

Brianza - Nuova Mafia. Botte agli imprenditori e andava ai summit mafiosi: Pensabene era già in Infinito

di Stefania Totaro da il Giorno del 08/03

EMERGEVA già dalle carte dell’inchiesta «Infinito» della Procura di Monza il nome di Giuseppe Pensabene, il presunto boss della ’ndrangheta di Seveso arrestato insieme a un’altra ventina di brianzoli e accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso per avere creato una «banca clandestina» in Brianza.
Nell’ordinanza che ha portato a una valanga di arresti nel 2010, decapitando i vertici delle «locali» di Desio e Seregno, c’era già scritto che Pino Pensabene «intratteneva già stretti e collaudati rapporti con Candeloro Pio alias “Tonino”», capo società della locale (arrestato nell’ambito dell’inchiesta «Infinito» e condannato in primo grado a 20 anni di reclusione per associazione di stampo mafioso). Ne è la prova il fatto che Candeloro Pio racconta a Giuseppe Pensabene del pestaggio eseguito il 7 ottobre del 2009 dallo stesso Pio e dai suoi stretti collaboratori in danno di un imprenditore del settore degli autotrasporti che aveva osato reclamare un suo credito nei confronti di Candeloro Pio, con modalità da quest’ultimo giudicate offensive. Ma c’è di più. Giuseppe Pensabene “ha anche partecipato a due “summit” della stessa locale di Desio, organizzati dallo stesso Candeloro Pio”: il primo si è svolto il 7 marzo 2009 in un ristorante di Desio e il secondo che si è tenuto il 27 giugno 2009 in un ristorante di Giussano.
Con i risultati dell’inchiesta «Infinito» si sono poi incrociati i risultati di un’altra indagine, più recente, svolta a partire dal novembre 2010 dalla Squadra Mobile della Questura di Milano, che ha preso le mosse dal monitoraggio delle attività di alcuni imprenditori, che operavano con diverse ditte nel settore del movimento terra nell’hinterland di Milano, come Pietro Corapi, imparentato con Francesco Corapi, arrestato per estorsione e sottoposto a misura di prevenzione in quanto ritenuto esponente di spicco della cosca Gallace di Guardavalle e Stefano Parravicini, a sua volta titolare di ditte operanti nel settore del movimento terra e in stretti rapporti di affari con Pietro Corapi (il cognato di Parravicini, Fausto Giordano, è stato arrestato nell’inchiesta sul gruppo di Pensabene).

SECONDO gli inquirenti per Corapi e Parravicini (che hanno patteggiato la pena nell’inchiesta sugli appalti corrotti al Comune di Desio su neve e strade) «emergeva una particolare vicinanza con esponenti di spicco della ‘ndrangheta desiana come Domenico e Candeloro Pio». Dalle telefonate di Fausto Giordano sono poi emersi «costanti rapporti, di natura finanziaria, con Giuseppe Pensabene, che a quel punto diventava il principale oggetto anche dell’indagine “milanese”».
stefania.totaro@ilgiorno.net

Desio - Nel deposito abusivo del boss autocarri, ponteggi, gru e container

di Alessandro Crisafulli da il Giorno del 06/03

A DESIO, Giuseppe Pensabene, aveva anche un deposito abusivo in fondo a via Calvino, all’estrema periferia della città. Un’area della Lu.Ma Group srl, riconducibile a Pensabene, anche attraverso la moglie Maria Marano. Qui, nel dicembre 2010, i vigili contestarono «la abusiva attivazione di deposito, a cielo aperto, di automezzi, attrezzature da cantiere e materiale edile, manufatti edilizi, rifiuti assimilabili agli urbani e rifiuti speciali, contenitori di plastica contenenti liquidi non meglio identificati e serbatoi contenenti verosimilmente gasolio». In un’area a vocazione agricola sono spuntati autocarri, attrezzature con tubi per ponteggi, tubi di plastica, condotte fognarie, gru, containers, rifiuti assimilabili agli urbani e altri speciali (materiali derivanti da scavi e demolizioni, pneumatici e parti di veicoli dismessi), numerosi contenitori di plastica della capacità di mille litri con lubrificanti e tre serbatoi, di capacità diverse, con il gasolio. Uno dei proprietari del terreno, Antonio Farina di Arese, legale rappresentante della Lu.Ma Group srl, compariva già nelle intercettazioni dell’inchiesta Infinito. E rispunta anche adesso nell’ordinanza dell’operazione di lunedì. Sia lui che il nome della società, avente sede legale a Cusano Milanino e come oggetto sociale il trasporto di merci: in un passaggio dell’ordinanza viene spiegato come a un certo punto, nel febbraio del 2010, Pensabene decide di cambiare la titolarità di alcune società a lui riconducibili, in primis la Lu.Ma Group dopo un interrogatorio di un ispettore di polizia.


Sentenza beffa a favore del «Papa»: l’istituto di credito perde il capannone
di Alessandro Crisafulli da il Giorno del 06/03

ESATTAMENTE un anno fa il nome di Giuseppe Pensabene rimbalzò nelle cronache dei giornali, in particolare nelle pagine di economia. Il motivo? Un’operazione finanziaria con una banca importante, relativamente a un capannone acquistato a Desio, diventò una sorta di «caso» pilota in Italia. L’istituto di credito dovette dire addio alla struttura dal valore di 600mila euro, finanziata con un mutuo nel 2008, della quale avrebbe dovuto entrare in possesso. Per la prima volta diventò definitiva la dichiarazione di «difetto di buona fede» nei confronti di una grossa banca che finanziava una società riconducibile a un malavitoso. La Cassazione rese definitiva la sentenza del tribunale di Milano, sezione misure di prevenzione di stampo mafioso, che cancellava l’ipoteca iscritta sull’immobile a fronte del prestito da 450mila euro concesso dall’istituto alla moglie di Giuseppe Pensabene, già allora condannato per detenzione illegale di armi e in contatto con la ’ndrangheta di Seregno. La banca non aveva controllato adeguatamente la «scarsa capacità reddituale» della donna, «nonostante i dati allarmanti dei quali disponeva nella propria istruttoria» che avrebbero dovuto sconsigliare l’affidamento. Nel 2008 In quella data la società aveva ancora alcune ipoteche accese a favore di Equitalia e aveva da poco risarcito la stessa banca per un decreto ingiuntivo «con l’imputazione a perdere per 33.565mila euro, circostanza che avrebbe dovuto invitare la banca a una maggiore prudenza».

Brianza - Nuova mafia. Costituite o acquisite 35 società per gli affari del clan

di Stefania Totaro da il Giorno del 06/03

BLOCCATE LE QUOTE e i conti correnti di circa 35 società che venivano gestite di fatto dal «sovrano» e una serie di immobili e appartamenti per un valore complessivo di decine e decine di milioni di euro.
È questo l’importo dei sequestri eseguiti dai poliziotti della Squadra Mobile di Milano nell’ambito dell’inchiesta della Dda milanese che ieri ha smantellato una «banca clandestina» creata da Giuseppe Pensabene. Nelle carte dell’inchiesta coordinata dal pm Giuseppe D’Amico, infatti, vengono elencate circa una quarantina di «società costituite o acquisite dal gruppo criminale facente capo a Pensabene ed utilizzate» per fare circolare i flussi di denaro contante, per l’acquisizione del patrimonio immobiliare e per l’emissione di fatture fittizie. Oltre ai conti e alle quote di quasi tutte queste società che costituivano la «lavanderia» di denaro del clan, il gip di Milano Simone Luerti ha ordinato anche il sequestro preventivo, ai fini dell’eventuale confisca se arriveranno condanne definitive, di una serie di immobili, tra cui molti appartamenti. Sequestri del valore di decine e decine di milioni di euro. Intanto, oggi prenderanno il via gli interrogatori di garanzia a carico degli arrestati finiti in carcere (20 in totale, perche’ uno è ancora latitante), tra cui anche Giuseppe Pensabene e l’ex consigliere comunale di Cesano Maderno Domenico Zema, genero dell’ex capo della «Locale» di Desio Annunziato Moscato (arrestato nel 2011 nell’ambito dell’inchiesta «Infinito» e condannato in appello per associazione mafiosa a 10 anni di reclusione con il rito abbreviato), mentre la settimana prossima cominceranno quelli delle persone ai domiciliari (19 in tutto). Secondo gli inquirenti sono stati proprio Pensabene e Zema a prendersi carico della valanga di arrestati nell’inchiesta «Infinito» raccogliendo fondi per sostenere le loro famiglie e per pagare le spese legali. Tanto che Zema, parlando con Pensabene in merito alla richiesta di 4 mila euro fatta da un indagato ai domiciliari, gli spiega che la gente pensava che lui fosse «l’unico dei calabresi che ha i soldi». 

Brianza - Nuova mafia. Qualche volta ti ammazzo vediamo come finisce. Le minacce di Pensabene ai debitori

di Stefania Totaro da il Giorno del 06/03

«NON SAPETE chi è Pino Pensabene». Bastava questa frase, oppure «sapete chi siamo noi calabresi?» a Giuseppe Pensabene e ai sodali della sua presunta organizzazione che faceva capo alla ‘Locale’ della ’ndrangheta di Desio per convincere gli imprenditori vittime di prestiti ad usura a saldare i loro debiti. Un gruppo criminale che «si è avvalso in maniera sistematica della forza di intimidazione e del metodo di condizionamento tipicamente mafiosi».
In diverse occasioni, parlando con i suoi collaboratori più propensi ad azioni violente, Pensabene li richiamava all’ordine, predicando che la violenza avrebbe dovuto costituire soltanto l’extrema ratio. Come il boss dice ad un collaboratore in un’intercettazione ambientale raccolta dagli inquirenti nel febbraio 2012 all’interno del «tugurio» in corso Isonzo a Seveso usato come ufficio: «Tino, ma non è che manca chi deve andare a sparare … non è che mancano ‘ste cose, manca poi … le conseguenze troppe sono, Tino … le conseguenze sono troppe … non è che il problema è solamente sparare … a sparare … le conseguenze sono dopo». Ma non mancano le pesanti minacce in caso di imprenditori reticenti a pagare. «Ma stai sgarrando con altre persone, e non dovresti farlo però, più importanti di quello che credi … ma pezzo di m... che non sei altro … ce l’hai qualche problema, eh? Ma te ne stai creando un altro, però, bello pesante!». In alcuni altri casi, il gruppo criminale, visto il perdurare dell’inadempimento da parte del debitore usurato, ha fatto ricorso anche a minacce esplicite di morte e di ritorsioni.

«NON SAPETE chi è Pino Pensabene, ma non per i soldi che io i soldi li brucio, però a me, tu non puoi prendermi per il c... a me, tu non te lo puoi … io guarda, mi state portando a condizioni … veramente, ma veramente … guarda, non le voglio nemmeno pronunciare queste parole … ma pagate tutti, però, eh … ma qualche volta ti ammazzo, e vedrai come finisce», dice Pensabene ad un altro imprenditore sprovvisto di altri mezzi per onorare il suo debito, inducendolo a spogliarsi integralmente del suo patrimonio immobiliare, incamerato da una delle società di copertura usate dalla stessa organizzazione criminale.
NELLA RETE di Giuseppe Pensabene e del suo stretto collaboratore Domenico Zema finisce anche un imprenditore vicino alla stessa ‘Locale’ di Desio, minacciato di non potere più lavorare con la sua impresa edile nel territorio, mentre a Milano nel luglio del 2012 viene punito con un pestaggio, rischiando il distacco della retina da un occhio, un altro imprenditore colpevole di non avere pagato alcuni assegni emessi a garanzia di un prestito usurario e un carrozziere a Seveso nel novembre 2011 viene picchiato non perchè non ha restituito il denaro promesso, ma soltanto perchè ha osato fare uno sgarro all’organizzazione criminale dicendo una parola di troppo.

Pensabene, «papa» di Desio. Quattro anni da capo cosca

di Federico Berni da il Corriere della sera

MONZA — Non era finita con gli arresti dell’operazione «Infinito». La ‘ndrangheta aveva rialzato la testa. Forze dell’ordine e magistrati, la Dda di Milano, ma anche la Procura di Monza, che diede un contributo decisivo nelle indagini sulla malavita calabrese in Brianza, non avevano abbassato la guardia. Lo dimostrano, oltre a tutti rivoli giudiziari seguiti in questi anni alla maxi inchiesta culminata nel blitz del 2010, che svelò l’esistenza di 15 «locali» di malavita calabrese in tutta la Lombardia, anche gli arresti di ieri ai danni del gruppo di Giuseppe «Pino » Pensabene, 48 anni, detto «papa» o «sovrano». Dal 2010 ad oggi: a quelle «forme evolute di associazioni mafiose e imprenditori calabresi e lombardi, pronti a fare affari illegali insieme come se niente fosse», come scrive il gip Simone Luerti. E dire che al nuovo presunto capo della piazza di Desio, la città divenuta suo malgrado uno dei luoghi simbolo della presenza mafiosa al Nord, quella dei Pio e dei Moscato, l’autorità giudiziaria non aveva reso la vita facile.

Nonostante il provvedimento emesso dal Tribunale di Milano, Sezione Misure di Prevenzione, nel maggio 2011, che gli imponeva l’obbligo di soggiorno nel Comune di residenza, ossia Seveso, per 3 anni, e il relativo sequestro di beni e società per un valore complessivo di oltre 10 milioni di euro, Pensabene incuteva, nei suoi interlocutori, «un atteggiamento di profondo rispetto misto ad un evidente timore reverenziale». Dal suo tugurio in Corso Isonzo (così veniva chiamato il suo ufficio, un monolocale in una vecchia casa di corte, senza finestre e servizi igienici, un posto sicuro), Giuseppe Pensabene si sentiva libero, di parlare, con i suoi «numerosi sodali di affari e progetti criminali», nonostante le restrizioni che la legga gli aveva imposto.

L’obbligo di dimora a Seveso, tuttavia, è stato decisivo per lo sviluppo dell’inchiesta avviata nel novembre 2010 dagli uomini della Mobile di Milano, «per consentire di ricostruire l’ambito dell’associazione mafiosa, dei soggetti che la componevano, del suo programma delittuoso, e della sua forza di intimidazione tipicamente mafiosa». Intercettazioni ambientali e servizi di intercettazione, dal primo tugurio, fino agli altri nascondigli, cambiati nel timore di microspie. «L’attività di indagine svolta sul territorio, combinata con l’ascolto delle intercettazioni, consentiva di individuare una serie di collaboratori fiduciari del capo », oltre che «collaboratori con mansioni esecutive». E quindi di delineare «l’intero organigramma dell’associazione mafiosa, ed i compiti svolti, all’interno dell’organizzazione criminale, da ciascuno ».

Nelle cronache locali, il nome di Pensabene (anche se non da indagato) era comparso, in questi anni, in relazione ad una società, intestata alla moglie, proprietaria di un area di via Calvino, a Desio, nella quale era stata scoperta una discarica abusiva di liquidi oleosi a rischio contaminazione nel 2011. Poi nulla fino agli arresti di ieri.

Nuova mafia. Nel tugurio di Seveso gestiti centinaia di milioni

di Sonia Ronconi da il Giorno

GIUSEPPE PENSABENE ha vissuto per anni a Seregno ed ora risulta residente a Seveso, in via Vignazzola. È sposato ed ha tre figli. Ma nella casa, ai confini con Meda, non è mai stato trovato il signor Pensabene né alcun famigliare dagli agenti della locale in diverse occasioni di controllo del domicilio. Di certo gli affari venivano gestiti in corso Isonzo al civico 22, una casa di ringhiera diroccata dove abita la moglie romena di Geraldo La Turraca, 54 anni, M. A., di 37 anni, dalla la quale ha avuto due gemelle di 7 anni. Ci sono anche i genitori di lei. Uno stabile in pieno degrado dove vivono poche famiglie quasi tutte straniere. Il civico 20, a 60 metri dalla Supertrada, fa parte dello stesso angusto e fatiscente complesso: è tutto sbarrato. All’interno la squadra Mobile di Milano ha scoperto l’esistenza della «banca autonoma» della ‘ndrangheta. «Mio marito è innocente - spiega la donna romena stendendo i panni - È un bravo uomo e un ottimo padre. È la seconda volta in un anno che arrivano a prenderlo di notte. Infatti, è stato ai domiciliari, perché non avevano prove. Quando sono arrivati i militari a prenderlo, io ero in Svizzera, faccio la badante. Mi ha telefonato di correre a casa che lo arrestavano». La donna nega che tra quelle mura diroccate il marito e i complici avessero un ufficio. Anzi è scesa per strada per mostrare, dall’esterno che al civico 20 non c’è nulla. La coppia prima del 2012 abitava a Nova Milanese, lui è divorziato e ha altri due figli di 14 e 19. Per il resto: nessuno parla e nessuno sa. Neppure persone che vivono nei pressi e da generazione sono Sevesini. Nessuno si è accorta di nulla.

«Un sindaco non può scoprire una bomba come questa dal telegiornale - dice il primo cittadino Paolo Butti - È stata una sassata lo ammetto. Anche perché mai e poi mai è arrivata voce di estorsione o infiltrazioni mafiose o storie di intimidazioni in Comune o all’ufficio della polizia locale. Ringrazio i militari che hanno portato alla luce questa tremenda realtà che supera ogni tipo di immaginazione. Abbiamo investito molto su appuntamenti che avevano come tema la “legalità” e ignari avevamo in casa una piaga mafiosa. Bisogna spingere cittadini e commercianti a fidarsi delle forze dell’ordine e tenere gli occhi aperti sul territorio».

Nuova Mafia - Il boss: "Io sono la Banca d'Italia"

di Alessandro Crisafulli da il Giorno

ALCUNI lo chiamavano «il Papa», altri «il Sovrano». I più vicini semplicemente «Pino». Tutti, comunque, erano pronti a eseguire i suoi ordini, scattando sull’attenti. Giuseppe Pensabene, 47enne nato a Montebello Jonico (RC) e residente a Seveso, è l’epicentro dell’inchiesta. Personaggio di contorno nel 2010, durante «Infinito», si trasforma in attore protagonista in quest’ultima maxi operazione contro la ‘ndrangheta in Brianza. Padre e padrone degli affari sul territorio, capace di assumere la reggenza della potente e temuta Locale di Desio dopo che i vertici furono sventrati da «Infinito». La sua carriera inizia in Calabria, dove si fa le ossa dalla metà degli anni ‘80 nella cosca Imerti, all’epoca predominante sul territorio di Villa San Giovanni e di Fiumara Guardia, nel reggino.

Nel 1988 sale al Nord, a Milano, dove si lega al clan mafioso di Giuseppe Onorato, attivo in particolare nel traffico di droga e in quella che diventerà la sua specialità: estorsione e usura. Qualche anno dopo arriva in Brianza, a Seveso, e allaccia subito i rapporti con i vertidi della Locale, specialmente con i fratelli Natale e Annunziato Giuseppe Moscato, ma anche con Domenico Pio e il nipote Candeloro Pio. Di quest’ultimo acquista ben presto completa fiducia grazie al suo carisma criminale ed alla sua capacità nel settore delle operazioni finanziarie illecite: uno ’ndranghetista atipico, Pensabene, come è definito nelle carte, che diventerà «a capo di un’organizzazione criminale complessa e raffinata, che gestisce, con metodi mafiosi, una vera e propria banca clandestina, e non una semplice banda criminale dedita ad azioni violente come altre articolazioni della ‘ndrangheta». Intelligente, astuto e...pacifista.

È proprio lui infatti a ritagliarsi il ruolo di paciere quanto nel 2009 si crea una spaccatura tra il gruppo tradizionalista riconducibile a Domenico Pio e quello rampante di Candeloro Pio. Un ruolo che poi svolgerà anche per altri conflitti interni alla Locale e con personaggi esterni. Dopo gli arresti del luglio 2010, diventa presto il reggente della Locale, tanto che gli affiliati si rivolgono a lui per gestire le difficoltà dopo l’offensiva della giustizia. Sin da gennaio 2009, «il Papa» risulta dirigere un articolato gruppo criminale dedito alla sistematica perpetrazione di delitti di riciclaggio, di usura, di estorsione, e di esercizio abusivo del credito, che si avvaleva già di numerose società di copertura attribuite fittiziamente a prestanome. Nell’ottobre del 2010 viene sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno a Seveso, ed il sequestro di società e di beni, per un valore di oltre 10 milioni di euro. Imperterrito, prosegue, ed anzi allarga a dismisura la sua attività finanziaria illecita. «La sua disponibilità di enormi somme di denaro contante - spiegano le carte - ha contribuito a ritagliargli un ruolo di maggiore prestigio nella ‘ndrangheta lombarda». 

'Ndrangheta in Brianza. Desio conferma il suo ruolo nell’attività criminale con Pensabene, Zema & C.

di Stefania Totaro da il Giorno

AVEVANO assunto la «reggenza» della «Locale» di Desio dopo la valanga di arresti del 2010 per l’inchiesta «Infinito» che ha spezzato l’organizzazione della n’drangheta in Brianza.
Una ventina i brianzoli arrestati ieri dalla Polizia di Milano, che ha eseguito complessivamente una quarantina di ordinanze di custodia cautelare chieste dalla Procura della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, sequestrando anche beni e società per un valore di decine di milioni di euro. A prendere in mano il testimone lasciato dopo l’arresto dal capo della «Locale» di Desio Annunziato Moscato (condannato in appello con il rito abbreviato a 10 anni di reclusione per associazione mafiosa) è stato secondo gli inquirenti Giuseppe Pensabene, che si avvaleva della collaborazione di Domenico Zema, genero di Annunziato Moscato ed ex consigliere comunale nelle file di Forza Italia a Cesano Maderno, carica da cui si dimise nel 2000 quando fu arrestato per associazione di stampo mafioso, accusa da cui però è stato prosciolto. Entrambi sono stati ora arrestati e si trovano in carcere con altre 8 persone, mentre altrettanti si trovano agli arresti domiciliari. Le accuse sono, a vario titolo, di associazione mafiosa, riciclaggio, usura, estorsione, corruzione, esercizio abusivo del credito, intestazione fittizia di beni e società.

L’organizzazione criminale avrebbe infatti creato in capo a Pensabene, abitante a Seveso, una vera e propria banca clandestina, in cui venivano riciclati i proventi delle estorsioni e dell’usura, grazie ad un’ampia rete di società ma anche alla collusione di imprenditori e di impiegati postali e bancari. Praticando l’usura ed il riciclaggio di flussi di denaro di provenienza delittuosa, l’organizzazione, oltre ad esportare capitali in Svizzera ed a San Marino, li ha reimpiegati acquisendo il controllo di attività economiche, in particolare nel settore edilizio, dei trasporti, della nautica, delle energie rinnovabili, del commercio, della ristorazione, e degli appalti e lavori pubblici. Non per niente Giuseppe Pensabene è paragonato dai suoi sodali alla «Banca d’Italia» e ad una «lavanderia» per il riciclaggio di denaro. Arrestato in Brianza anche Rosario Marrone, di Desio, mentre agli arresti domiciliari è finito Alfonso Pio, di Seregno, fratello di Candeloro Pio, ritenuto il braccio destro operativo di Annunziato Moscato, a sua volta arrestato nel 2011 nell’ambito dell’inchiesta «Infinito» dei carabinieri di Monza e del pm monzese Salvatore Bellomo e condannato in primo grado dal Tribunale di Milano per associazione mafiosa a 20 anni di reclusione.

IN MANETTE anche Fausto Giordano, imprenditore edile di Biassono ritenuto dagli inquirenti un «imprenditore colluso» con la presunta organizzazione criminale, «della quale è inizialmente vittima, ma poco alla volta si trasforma in complice e quindi in affiliato di fatto, intravedendo nel rapporto che inizialmente lo ha vessato un’opportunità per la propria impresa e per i propri guadagni», si legge nell’ordinanza di custodia cautelare del gip del Tribunale di Milano Simone Luerti. Fausto Giordano è cognato di Stefano Parravicini (che è indagato in questa inchiesta per detenzione e porto illegali di armi da fuoco ma che risulta anche vittima di un’estorsione), l’imprenditore che ha patteggiato per corruzione negli appalti al Comune di Desio sulla raccolta della neve e la manutenzione delle strade.


Dal bar di Bovisio al monolocale di Seveso
da il Giorno

LE RIUNIONI tra Giuseppe Pensabene e i suoi compari avvenivano inizialmente in un bar di Bovisio Masciago. Ma nel 2011 il presunto boss fu costretto all’obbligo di dimora a Seveso dal Tribunale per le misure di prevenzione di Milano e allora gli incontri si iniziarono a tenere in un ufficio in corso Isonzo a Seveso chiamato dagli associati «il tugurio» perchè era un monolocale ricavato in una vecchia casa di corte senza finestre nè servizi igienici. Dopo un casuale controllo dei carabinieri di alcuni sodali all’esterno di un vicino bar e sulla scia degli arresti per l’inchiesta «Infinito», l’ufficio della presunta organizzazione mafiosa venne più volte spostato per sicurezza prima in vicolo Giani e poi in via Silvio Pellico. 

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