Eugenio Corti

Besana Brianza - La statua del Cavallo Rosso dopo mesi di beghe si ferma nella piazza dedicata a Eugenio Corti

da il Giorno

FINALMENTE la grande statua raffigurante il «Cavallo Rosso» ha trovato una sua definitiva sistemazione dopo assersi trascinata dietro una sequenza di polemiche, constrasti fra correnti politiche e beghe burocratiche. L’opera in ferro, realizzata dall’artista Pietro Villa in omaggio al romanzo omonimo dello scrittore Eugenio Corti scomparso di recente, ha trovato sede nella piazza dedicata allo stesso autore mettendo in questo modo termine alle diatribe scatenatesi soprattutto alla vigilia di queste ultime elezioni comunali sorte fra le opposte tendenze politiche.

L’OPERA in un primo momento era stata posizionata al centro della rotatoria, tra via Roma e piazza della Basilica romana, su un piedistallo, senza l’autorizzazione dovuta, come prescrive il regolamento. In attesa di una soluzione la monumentale opera, intrecciata in ferro, era stata spostata al parco di villa Filippini, in occasione di una rassegna di opere dello stesso autore, in attesa dell’autorizzazione che superasse le vicissitudini burocratiche e i vari contrasti a livello politico locale. La concessione finalmente è stata rilasciata nei giorni scorsi e una volta risolta la diatriba politica la statua è stata sistemata proprio nella piazza dedicata al celebre scrittore locale che ha sempre vissuto con la famiglia nel suo paese d’origine.
M.G.

Eugenio Corti: come la destra cattolica ha costruito artificialmente la fama letteraria dello scrittore promuovendolo alla candidatura per il Nobel

di k.ts.

“Carneade! Chi era costui?”
Don Abbondio – da I promessi sposi di Alessandro Manzoni

Vi sarà capitato di leggere su il Cittadino e sulla stampa locale, se vivete in Brianza, della candidatura dello scrittore Eugenio Corti al Nobel per la Letteratura.
Candidatura sostenuta anche dalla Provincia di Monza e Brianza, dalla Regione Lombardia e da numerosi sindaci di diverso colore politico.
E, come me, vi sarete chiesti chi è Eugenio Corti.
Questo articolo è stato scritto sulla spinta della curiosità e dell'imbarazzo di chi si trovava a ignorare l'esistenza di un autore della Brianza così importante da meritarsi una candidatura al Nobel.
Più passava il tempo e mi addentravo nella storia, più a questi sentimenti si sostituivano prima l'incredulità poi il fastidio per un'operazione politica o al più di autopromozione che con la letteratura ha poco o niente a che fare.

Per giudicare la grandezza e il successo di uno scrittore, anche se non esistono, come per le pubblicazioni scientifiche, criteri o griglie di valutazione standard, ci sono comunque alcuni parametri dettati dalla consuetudine e dal buon senso.
Questi parametri si possono così riassumere:

- L'importanza della casa editrice per cui l'autore pubblica.
- Scritti critici e recensioni pubblicate sull'opera dell'autore, anche l'importanza dei critici e studiosi che scrivono di lui è un criterio da considerare.
- Influenza che lo scrittore ha avuto su altri letterati.
- I premi letterari e i riconoscimenti ricevuti dall'autore.
- Il numero di traduzioni all'estero.
- Numero di lettori che conoscono la sua opera e la leggono, il famoso apprezzamento del pubblico. Questo dato che è più quantitativo che qualitativo ha comunque la sua importanza, se non altro per considerare la diffusione di un'opera e la sua penetrazione nella cultura e nella società.

Eugenio Corti, nato nel 1921 a Besana Brianza, scrive il suo primo romanzo I più non ritornano nel 1947. Il libro viene pubblicato da Garzanti e racconta la ritirata di Russia, quando le forze di invasione nazi fasciste furono messe in rotta dalla controffensiva dell'Armata Rossa. La storia narrata da Corti, i cui avvenimenti si collocano tra il 16 dicembre 1942 e il 17 gennaio 1943, riguarda la fine del XXXV° Corpo d'Armata - in cui lo scrittore, tenente di artiglieria, era inquadrato - e in particolare si riferiscono alla sua ritirata disastrosa incalzato dall’avanzata sovietica.

Il secondo libro I poveri Cristi (1951 ed. Garzanti) narra le vicende della campagna in Italia condotta, dopo l'8 settembre del 1943, dall'esercito italiano fedele alla monarchia al fianco delle truppe alleate. Anche a queste battaglie lo scrittore partecipò personalmente. Il libro non ebbe successo, anni dopo fu completamente riscritto dall'autore e pubblicato nel 1993 con il titolo Gli ultimi soldati del Re (ed. Ares).

Questo fu l'ultimo libro di Corti pubblicato da una grande casa editrice, il romanzo successivo Il cavallo rosso, giudicato dai suoi ammiratori il capolavoro dello scrittore, uscì nel 1983 edito da Ares, una piccola casa editrice cattolica diretta da Cesare Cavalleri, appartenente all'Opus Dei.

Il romanzo, un tomo voluminoso di 1200 pagine, riprende in larga parte le vicende delle seconda guerra mondiale già narrate dal Corti nei suoi primi due romanzi .
La produzione letteraria di un certo valore di Eugenio Corti si può dire racchiusa e conclusa in questi tre romanzi e nell'opera teatrale Processo e morte di Stalin (1962 ed. Massimo Editore).

I recenti volumi La terra dell'Indio (1998), L'isola del paradiso (2000) e Catone l'antico (2005) sono solo bozze di romanzo pubblicate dalla casa editrice Ares per rimpinguare una produzione che, dal punto di vista quantitativo, è al quanto deficitaria.

Dal punto di vista qualitativo le cose però non vanno meglio.
La qualità di un autore è in un certo modo garantita dai critici letterari che ne spiegano l'opera, favorendone la divulgazione.
Ebbene, se questo è un metro di giudizio comunemente accettato, bisogna dire che la critica più illustre e riconosciuta non ha mai scritto niente sull'opera del Corti. Il suo nome non compare in nessuna delle più conosciute e riconosciute storie, enciclopedie ed antologie della letteratura italiana.

Visitando il sito dell'Aiec (Associazione Culturale “Internazionale” Eugenio Conti) e il sito gemello Le pagine di Eugenio Corti , sempre a cura dell'Aiec, o il sito del comitato promotore al premio Nobel la mancanza di fonti bibliografiche e di studi sull'opera e la vita del romanziere è palese. 

Non avendo critici degni di questo nome che si occupino della sua opera, a dare un senso di verosimiglianza alla candidatura  al Nobel per la Letteratura è arrivata una apologeta, la chietina Paola Scaglione, giornalista pubblicista, che nel 1997, cioè a 50 anni dall'uscita del primo romanzo di Corti e a 14 anni dal supposto “capolavoro” Il Cavallo rosso, è la prima in assoluto - compresa la stampa cattolica - che pubblica uno scritto sul Corti di una lunghezza superiore a poche righe.

Il libro della Scaglione, I giorni di uno scrittore – Incontro con Eugenio Corti, è scritto nello stesso stile dei libri di tradizione cattolica sulla vita dei santi. Pubblicato dalla piccola casa editrice Maurizio Minchella, la quarta di copertina è firmata da Cesare Cavalleri di Ares, l'editore di Corti. La Scaglione, in questa strana intervista senza domande, quasi fonde sé stessa con l'intervistato, alla fine, non fosse per il virgolettato, non si capirebbe chi stia parlando e anche così non è molto chiaro.

Il secondo mattone, nella costruzione del piedistallo allo scrittore, Paola Scaglione lo colloca con L'opera di Eugenio Corti e la Brianza, pubblicato nel 2000 dai Quaderni Balleriniani, la casa editrice del Collegio Ballerini di Seregno. L'intento è di spacciare Eugenio Corti per un “cantore” della Brianza.
L'operazione è veramente sfacciata visto che I più non ritornano è ambientato in Russia, I poveri Cristi (poi divenuto I soldati del Re) è ambientato nel sud e nel centro Italia, La terra dell'Indio in Brasile, L'Isola del paradiso a Tahiti, Processo e morte di Stalin ovviamente in Russia e Catone l'antico nell'antica Roma.

Resta Il cavallo rosso ambientato per meno di un terzo in Brianza, a Nomana (n.d.r. la Besana Brianza dello scrittore), ma per la maggior parte in Russia, in Italia, in Germania, in Africa.

Insomma di Brianza nell'opera di Corti ce n'è poca, in più l'autore espelle dal suo romanzo ogni forma espressiva del dialetto locale. Le battute pronunciate anche dai personaggi più popolani sono scritte in italiano, a cui a volte l'autore aggiunge un “ e lo disse in dialetto”. Succede, ad esempio, quando lo scrittore fa parlare i comunisti brianzoli, ma il fatto che questi usino il dialetto serve solo a sottintendere, essendo il Corti un viscerale anticomunista, che i comunisti sono rozzi e ignoranti.

A meno che, in Eugenio Corti, l'essere il “cantore” della Brianza non si manifesti nel senso di superiorità, di disprezzo e nelle battute - “i soliti meridionali” - che l'autore riversa sugli italiani del sud (vedi nelle Note ).

Sempre nel 2000, per Bellavite editore di Missaglia, esce un altro libro a cura di Paola Scaglione La trama del vero. Scritti in onore di Eugenio Corti, 134 pagine di cui 104 sono di competenza dalla stessa Paola Scaglione, con un saggio che ripropone il tema di Corti e la Brianza (La Brianza di Eugenio Corti: una terra da raccontare ).

Il saggio non aggiunge niente a quanto già detto dalla Scaglione sull'argomento.

Le restanti 30 pagine se le dividono Cesare Cavalleri, editore di Corti, Francois Livi, traduttore del primo romanzo di Corti in francese, Massimo Caprara, ex deputato del Pci e giornalista poi divenuto fervente cattolico, Mons. Alessandro Maggiolini, vescovo di Como indagato nel maggio 2008 per favoreggiamento di un prete pedofilo (la morte del vescovo nel novembre 2008 chiuse le indagini a suo carico), Anna Mazza Tonucci, il cui intervento è infarcito di citazione del primo libro di Paola Scaglione.

Nel 2002 esce l'ultima fatica di Paola Scaglione Parole scolpite. I giorni e l'opera di Eugenio Corti (ed. Ares). Il libro è una rimasticatura del metodo: pseudo intervista, racconto biografico, lettere scambiate tra Eugenio Corti e i suoi lettori, già usato dalla Scaglione nel primo libro del 1997. Un ruminare infinito gli stessi quattro fili di erba. A me la sua lettura ha ricordato il borbottio che accompagna lo snocciolare del rosario.

Nel luglio 2010, all'approssimarsi della candidatura di Eugenio Corti al Nobel per la Letteratura, esce quella che dovrebbe essere la Summa degli scritti critici sul nostro - Presenza di Eugenio Corti. Rassegna della critica (ed. Ares) - , 150 pagine che ospitano gli interventi di 25 autori quasi tutti riferibili all'area dell'Opus Dei e al cattolicesimo tradizionalista. Il più prestigioso degli autori è Étienne de Montety, direttore del Figaro Litteraire dal 2006 che firma due interventi entrambi su Il cavallo rosso, apparsi sul Figaro Magazine, inserto del giovedì del quotidiano le Figaro.

Il primo è del 1998 ed è una scheda dei consigli per la lettura, del tipo di quelle che settimanalmente escono sui quotidiani e sui settimanali di tutto il mondo. Il secondo intervento appare invece in un articolo su un sondaggio promosso tra 100 scrittori francesi avente come tema il libro pubblicato negli ultimi anni che li ha segnati di più. Étienne de Montety indica Il cavallo rosso di Eugenio Corti e giustifica la sua scelta in 13 righe di cui 9 per riassumere la trama e 4 di commento.

Questo: “Epopea moderna, romanzo escatologico, questo ufo della letteratura europea gode di un culto tanto appassionato quanto segreto. E inspiegabile, se non si ammette la forza prodigiosa che da esso emana”.

Bastano queste due frasi a dar consistenza ad una candidatura per il Nobel della Letteratura?

Sembrerebbe di sì. Almeno bastano per il consigliere regionale dell'Udc Enrico Marcora che il 22 luglio 2010 presenta una mozione  con cui il consiglio regionale si impegna a sostenere la candidatura al Nobel.

Nella motivazione della mozione approvata nel settembre 2010  le tredici righe scritte da Étienne de Montety diventano: “ Il 28 novembre 2009 Étienne de Montety indica Il Cavallo rosso di Eugenio Corti come il miglior romanzo uscito in Europa negli ultimi 25 anni ”.
Che suona un po' come quelle targhe appese su alcune case italiane con su scritto : “Qui dormì Garibaldi”. Fra l'altro Étienne de Montety non ha mai detto che Il cavallo rosso è il migliore romanzo degli ultimi 25 anni, ma ha risposto ad un sondaggio sul romanzo degli ultimi 25 anni che lo ha segnato di più. Le due cose sono ovviamente diverse.

Azzardo una teoria. Visto che il sondaggio era promosso da le Figaro Magazine e che i 100 romanzi dei cento scrittori dovevano essere diversi, Étienne de Montety che rispondeva da “padrone di casa” per cortesia ha scelto per ultimo.

Comunque sia, il fatto certo è che Eugenio Corti non ha mai vinto un premio letterario, neanche quelli minori, e gli unici premi che può esibire arrivano non dal mondo della cultura ma dalla politica.

L'Ambrogino d'oro del Comune di Milano nel 2007.
Il premio Isimbardi della Provincia di Milano nel 2009.
Il premio Lombardia al Lavoro della Regione Lombardia nel 2010.
L'altro premio di cui Corti si può fregiare è il Premio Cultura Cattolica assegnatogli nel 2000 e anch'esso non è un premio letterario.
Il premio fu, infatti, assegnato nel 2003 ad Antonio Fazio (sotto processo per la scalata Antonveneta, a giorni la sentenza, il PM ha chiesto una condanna di tre anni) e nel 2006 a Ettore Bernabei, democristiano noto per l'atteggiamento di censura con cui diresse la Rai (vedere i video sulle canzoni censurate dalla Rai democristiana negli anni '60-'70).

Il disinteresse della critica e l'assenza di riconoscimenti è stata giustificata dallo stesso Eugenio Corti e dai suoi ammiratori con l'ostilità dei comunisti e della sinistra che lo avrebbero osteggiato in quanto cattolico tradizionalista e anticomunista. Passando sopra al fatto che gran parte del mondo culturale cattolico lo ha anch'esso ignorato, non si può negare che la storia della letteratura è piena di esempi contrari. Cioè di scrittori di destra e anche violentemente anticomunisti dei quali si sono occupati critici di sinistra che ne hanno apprezzato le opere.

Questa cosa vale ancor di più per gli scrittori definiti cattolici.

E' certo che se Celine si fosse limitato a scrivere Bagattelles pour un massacre  (il suo pamphlet filonazista e violentemente antisemita) la sua fama sarebbe riuscita difficilmente ad uscire da una ristretta cerchia di fanatici del III Reich, ma così non è stato.

Perché, allora, quello che non è valso per Celine, per Borges, per Ezra Pound, ecc. o per Giovanni Testori e per Clemente Rebora - questi ultimi esempi di scrittori cattolici rispettati dalla critica e di chiara fama - dovrebbe valere ed essere la causa del poco successo di Eugenio Corti?

L'accusa di censura mossa dallo scrittore e dai suoi ammiratori tutti appartenenti al cattolicesimo tradizionalista, all'Opus Dei e a Comunione e Liberazione, ha un che di paradossale, visto che la Chiesa ebbe fino al 1966 l'Indice dei libri proibiti (Index librorum prohibitorum) e che l'Opus Dei mantiene tutt'ora per i propri aderenti, sotto forma di Guida Bibliografia, un indice di opere sconsigliate alla lettura dove compaiono tutto Marx ed Engels, Spinoza, Voltaire, Kant, Albert Einstein, Bertrand Russel, Karl Popper, Jacques Le Goff, Norberto Bobbio, Le ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo e il Decameron di Boccaccio. In totale 60.000 opere.

Non solo fra i sostenitori di Corti si sente forte la presenza dell'Opus Dei, Cavalleri e Sciffo, ma lo stesso Corti ha un'idea di cattolicesimo, ad esempio la sua avversione per papa Paolo VI, che fanno supporre una sua forte vicinanza all'Opus Dei.

Eugenio Corti si definisce autore paolotto che scrive per paolotti.
Nella Treccani si può leggere la definizione di paolotto come sinonimo di clericale, bigotto, baciapile e, per estensione, conservatore e reazionario.

L'essere un autore reazionario e bigotto non lo trasforma automaticamente in un cattivo scrittore.
Ma è chiaro che questo concetto vale all'inverso, un autore baciapile e conservatore non può essere, solamente per questi motivi, un grande scrittore da premio Nobel.

La realtà è che la candidatura di Eugenio Corti al Premio Nobel per la Letteratura non ha alcun fondamento, se non nella volontà della destra cattolica di imporre il proprio campione che, però, campione evidentemente non è per il resto della cultura italiana ed europea, cristiana e laica.

L'operazione è cominciata a fine degli anni Novanta con la creazione non tanto di studi critici delle sue opere, quanto di un'apologetica, con l'imposizione della lettura dei suoi romanzi in alcune scuole private cattoliche della Brianza (es.: Ballerini di Seregno e Don Gnocchi di Carate) e con le traduzioni delle sue opere, tutte fatte negli ultimi anni, per dare l'impressione di un interesse internazionale che è in realtà non c'è o è minimo.

La cosa divertente è che mentre le edizione estere riportano sulle quarte di copertina frasi del tipo: “Dalla sua pubblicazione in Italia Il cavallo rosso è diventato un vero fenomeno letterario e sociale” (edizione francese) oppure “Un fenomeno letterario in Italia, Il Cavallo rosso è un best-seller europeo, è stato votato il miglior romanzo italiano del decennio da un sondaggio pubblico” (edizione americana).
In Italia Corti viene venduto in questo modo: “ Nonostante il supponente silenzio di gran parte della critica ufficiale italiana le opere di Corti hanno conquistato moltissimi lettori anche all'estero, grazie alle ormai numerose traduzioni delle sue opere più importanti”, oppure “ La fama internazionale di Corti è particolarmente solida in Francia”.

Le numerose traduzioni in realtà sono otto in tutto: Francese, Inglese, Spagnolo, Russo, Polacco, Lituano, Rumeno e Giapponese. Non compare ad esempio il Tedesco, mancanza non da poco per essere definito un best-seller europeo.

Le quarte di copertina servono a vendere i libri, anche se queste citate dimostrano una disonestà intellettuale evidente.

La cosa si fa triste, se queste quarte di copertina diventano il solo materiale a cui attingere per scrivere articoli che dovrebbero raccontare in modo obiettivo la candidatura di uno scrittore locale al Nobel per la Letteratura (vedi articoli de il Cittadino de il Giornale di Seregno e di Carate).


Diventa ancora più triste, perché sintomo di un'italietta veramente piccina, il fatto che sia poi la politica ad usare queste quarte di copertina “disoneste” per sostenere pubblicamente un autore marginale.

Chiunque è libero, a livello personale, di sostenere qualsiasi romanzo e schifezza e costituire non uno ma cento comitati, ma nella loro veste ufficiale i consiglieri regionali, provinciali e i sindaci sono stati eletti per fare gli amministratori e per governare, non per fare i critici letterari e imporci il loro gusto estetico.

La questione ha anche dei risvolti esilaranti. Il comitato per il Nobel ad Eugenio Corti ha organizzato una raccolta di firme a sostegno dell'iniziativa che è stata successivamente inviata all'Accademia di Svezia.
Nella serata di presentazione svoltasi a novembre a Seregno, il sindaco Giacinto Mariani ha posto la sua firma in calce al documento con grande solennità, immortalato dai fotografi.

L'ex gestore di locali di spogliarello (Giacinto Mariani) - mai pentito - e lo scrittore paolotto, bigotto, baciapile, tradizionalista cattolico, contro il divorzio e, a quanto afferma, sempre coerente con i suoi principi (Eugenio Corti) alleati per il Nobel alla Letteratura. Non è una bella immagine?
Anche questo succede in Brianza.


Ps L'ultima notizia del 3 marzo è che il Ministro della Cultura, con velleità da poeta, Sandro Bondi ha presentato la richiesta per l'assegnazione a Eugenio Corti della Medaglia d'oro della Cultura e dell'Arte della Repubblica Italiana.

Si è anche costituito un comitato per promuovere l'opera di Eugenio Corti e fare del 2011 l'anno cortiano. Presidente l'agente betulla Renato Farina-  L'anno di Eugenio Corti

Note: Parte di un recensione de Il cavallo rosso scritta da un lettore di Amazon.fr

[..] I nostri coraggiosi abitanti di un paesino della Brianza costituiscono il popolo di Dio come il Corti se lo immagina. Resistenti al male, lavoratori, pii, gli abitanti di questa piccola regione prealpina formano i valorosi soldati al servizio di Mussolini e di Hitler, coraggiosi quasi come i soldati tedeschi sul fronte orientale che il Corti ripetutamente loda. Certo, ci dice l'autore, non sono fascisti (i ventanni di regno di Mussolini rivelano della “buffoneria”, per citarlo); ma si cercherà senza speranza qualche condanna di qualsiasi genere del regime fascista. Al contrario, l'ateismo dei regimi nazisti e stalinisti è severamente condannato – ma con delle sfumature ben distanti da quelle che ha potuto proporre Grossman. Il principale rimprovero che sembra fare Corti contro il nazismo è di non aver saputo appoggiarsi sui contadini russi e ucraini che, liberati dal collettivismo staliniano, avrebbero potuto utilmente assecondare le forze tedesche. Per il resto, in un sola frase, si rammarica della brutalità di cui hanno dato prova i nazisti verso gli ebrei. Che lacrime, che rammarico invece quando le truppe del III Reich sono costrette a ritirarsi: che ammirazione per questa armata che si batte con talento uno contro dieci; che empatia verso questi degni soldati costretti a ritirarsi....
E' veramente con riluttanza che alcuni dei personaggi (del romanzo) tornano a battersi contro i tedeschi per liberare il loro paese, l'Italia.
Un'Italia, che Corti non ama. A varie riprese, l'anarchia, la mancanza di organizzazione e di disciplina, la debolezza delle qualità morali dei suoi compatrioti – e principalmente dei meridionali (che hanno delle fisionomie arabe, tiene a precisare per ben due volte) – sono stigmatizzate. Come dice blandamente uno dei personaggi, “Ah se tutta l'Italia potesse assomigliare alla Brianza!
[..]. 

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