Lussemburgo

Banche, moda e mattone tutti in fuga dalle imposte

di Camillo Conti da il Fatto quotiadiano

I documenti sono tutti pubblicati sul sito del network giornalistico americano Icij alla voce Luxembourg Leaks. Basta cliccare sul Paese di riferimento o su un determinato settore per poter effettuare la ricerca dei file. Molti riguardano solo gli accordi firmati con la consulenza dei revisori del bilancio Pricewaterhouse Coopers (Pwc) e si riferiscono a intese siglate negli anni passati con il fisco del Granducato. Alcune società, inoltre, sono state nel frattempo liquidate.

IL MATTONE Per l’Italia spuntano, ad esempio, le carte del gruppo immobiliare Hines di Manfredi Catella che grazie ai capitali raccolti in Lussemburgo ha ridisegnato il quartiere di Porta Nuova, nel centro di Milano. Nei documenti si trovano file relativi al 2010 che si rifanno a intese precedenti siglate a partire dal 2006. Di certo, le holding lussemburghesi (che controllano fondi immobiliari di diritto italiano già soggetti a un particolare regime fiscale favorevole ai sottoscrittori) hanno pagato meno tasse rispetto al conto che avrebbero dovuto saldare se le stesse “sca - tole” fossero state basate in Italia. Nell’architettura societaria che emerge dai documenti, compaiono anche le casseforti dei Ligresti che a lungo hanno finanziato Hines. Sempre sul fronte immobiliare, i revisori di Pwc si sono occupati anche di un accordo siglato fra Deut - sche Bank e la Regione Sicilia al tempo guidata da Salvatore Cuffaro. Si tratta di un’operazione condotta attraverso il fondo Global Opportunities, gestito dai tedeschi attraverso una piramide societaria che approda in Lussemburgo. Il ru - ling cui si accenna è stato battezzato Malvasia e riguarda alcuni palazzi ceduti al fondo dalla Regione Sicilia che poi si riprendeva in affitto quegli stessi palazzi pagando canoni milionari.

LE BANCHE Poi ci sono le banche. Il San - paolo nel 2007 si fonde con In - tesa e nel 2008 firma un ruling attraverso la controllata lussemburghese San Paolo Bank. Nei Leaks compare inoltre un accordo siglato da Unicredit International nel 2009. Unicre - dit è la stessa banca finita nel mirino del fisco per l’operazione Brontos. L’istituto ha già versato all’Agenzia delle Entrate 264,4 milioni, chiudendo la controversia amministrativa. Ma l’inchiesta penale è ancora in corso e vede, tra gli indagati, anche l’ex numero uno e oggi presidente di Mps, Alessandro Profumo, con l’accusa di frode fiscale. Secondo l’ipo - tesi della Procura di Milano, Unicredit e Barclays, tra il 2007 e il 2009 – tramite operazioni di finanza strutturata realizzate attraverso società lussemburghesi riconducibili alla banca inglese – avrebbero evaso il fisco per 245 milioni. I ruling lussemburghesi sono stati utilizzati anche da Banca delle Marche, ora commissariata da Bankitalia, che nel 2005 aveva creato in Lussemburgo una società di gestione di un fondo. Cinque anni dopo alla società lussemburghese sono state trasferite altre attività tanto che la banca si rivolge alle autorità locali per capire l’importo che poteva essere dedotto fiscalmente. La società sarebbe stata comunque liquidata nel dicembre 2011. Nel capitolo Italia, Icij indica infine Ubi, Banca Sella e la Banca popolare dell'Emilia Romagna .

FINMECCANICA Anche Finmeccanica era attiva nel 2010 nel Granducato per ristrutturare alcune sue società. Come nel caso della liquidazione di Mecfint, con distribuzione dell’attivo alla società- madre e della fusione di Fi - nance dentro la controllata Aeromeccanica . Nella relazione al bilancio 2013 del colosso della difesa si legge inoltre che quest’ultimo, attraverso la controllata lussemburghese Finmeccanica Finance Sa e un pool di banche internazionali ha collocato a gennaio 2014 un bond da 250 milioni integrativo del prestito obbligazionario di 700 milioni di euro già emesso a novembre 2013. Le obbligazioni sono state quotate sulla Borsa di Lussemburgo. E nel volantino pubblicitario della Borsa lussemburghese si legge che chi riceve gli interessi su obbligazioni quotate ed emesse da una società residente fiscalmente in Lussemburgo può ottenere un trattamento di favore. Nella nuova gestione di Mauro Moretti, spiegano dall’azienda, i bond non saranno più emessi in Lussemburgo ma dalla britannica Finmeccanica UK.

LE MULTINAZIONALI Tra i gruppi che si sarebbero avvantaggiati degli accordi riservati con il fisco lussemburghese Icij cita colossi planetari come l’Ikea ma anche Apple, Amazon , Pepsi , Aig, Heinz il gotha della finanza francese, svariati big britannici tra cui Vodafone , Hsbc e Burberry ol - tre al fondo Permira , che controlla Hugo Boss insieme ad alcuni membri della famiglia Marzotto: 284 milioni di sterline. Ma tra le multinazionali, la mole più imponente di accordi nel Granducato è quella di Procter&Gamble : quasi 80 miliardi di dollari a suon di certificati che coinvolgono anche la filiale italiana di Roma.

Le tasse delle multinazionali spariscono in Lussemburgo

di Camillo Conti da il Fatto quotidiano

Il buco nero fiscale nel cuore dell’Europa si chiama Lussemburgo. Ed è lì che confluisce una massa di fondi parcheggiati da multinazionali, banche, imprese familiari, grandi marchi della moda e altre migliaia di società e sottratti all’economia del resto dell’Unione. Nella piena legalità. Perché il rifugio all’ombra del fisco leggero del Granducato non è contro la legge. Anzi, il sistema è fiorito e mantenuto anche grazie al lungo governo di Jean-Claude Juncker, premier per 18 anni e ora alla guida della Commissione europea. Alfiere dell’ortodossia contabile in Europa, ma “pirata” in casa quando era premier del più piccolo – meno di 550mila abitanti – ma molto ricco, paese membro dell'Ue.

LO SCANDALO è al centro dell’International Consortium of Investigative Journalism (ICIJ) diffusa in contemporanea in 26 paesi. Nel mirino, gli accordi segreti tra le autorità del Lussemburgo e 300 aziende in tutto il mondo (tra cui colossi come Amazon, Ikea, Deutsche Bank Procter & Gamble, Pepsi a Gazprom) e 31 in Italia per spostare flussi finanziari enormi pagando tasse minime.

I RISULTATI dell’inchiesta sono subito diventati un caso internazionale già battezzato LuxLeaks . Il premier del Lussemburgo Xavier Bettel si è difeso ricordando che le pratiche fiscali dei “tax ruling” applicate dal Lussemburgo “sono conformi alle leggi internazionali”, tanto che queste “non sono proprie” solo del Granducato “ma le praticano anche altri paesi europei”. Mentre il ministro delle Finanze, Pierre Gramegna, si difende sottolineando che “le decisioni delle autorità su richiesta delle imprese del Lussemburgo sono perfettamente compatibili con tutte le convenzioni internazionali”, ma “possono portare a un pagamento irrisorio di tasse da parte delle imprese e crediamo che non sia soddisfacente”. Si tratta di una pratica che esiste anche in altri Paesi, dunque non illegale in sé, spiega il ministro. Ma anche il Lussemburgo, aggiunge Gramegna, non è soddisfatto del “ri - sultato dell'applicazione” che “può a volte portare a situazioni dove le compagnie possono arrivare a pagare poche o niente tasse”. Questa situazione che il Lussemburgo considera “non soddisfacente”, conclude il ministro, “non può essere cambiata in un solo Stato, ma deve essere affrontata a livello europeo o globale”.

IL GOVERNO lussemburghese è comunque disposto a “coo - perare pienamente con la Commissione”nell'indagine. Il caso “è un riflesso del passato. Noi guardiamo al futuro che stiamo creando. Abbiamo fatto grandi passi avanti nella lotta alla frode fiscale e all'ottimizzazione”, ha invece preso le distanze il ministro francese delle Finanze, Michel Sapin, aggiungendo che l'ottimizzazione fiscale “non è più accettabile e va combattuta globalmente. Il presidente del gruppo S&D Gianni Pittella parla di “credibi - lità in gioco”, mentre il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, ha sottolineato che le pratiche denunciate dall'inchiesta giornalistica erano manifestamente legalmente possibili in diversi Paesi”. Di certo, ora la Commissione guidata dallo stesso Juncker dovrà prendere provvedimenti: il portavoce Margaritis Schinas ieri ha detto che sono già quattro, e non solo in Lussemburgo, le inchieste aperte dalla Commissione Ue sui tax ruling applicati in modo non conforme alle norme sugli aiuti di Stato. E l’avvio di queste indagini “non ne pregiudica l'apertura di nuove né l'approfondimento di quelle già esistenti”. L’ex commissario alla Concorrenza, Joaquin Almunia, nei mesi scorsi aveva infatti aperto due indagini sul Lussemburgo, una relativa ad Amazon e l’altra a Fiat Finance and Trade, una sull’Olanda per Starbucks, e una sull’Irlanda riguardante Apple. Al centro della questione non è infatti la pratica del tax ruling in sé, ma se questi sconti fiscali vengono usati in modo anticoncorrenziale dando un vantaggio a un’azienda rispetto alle altre. Il successore di Almunia, Margarethe Vestager ha chiesto informazioni al Lussemburgo e ad altri paesi e resterà “vigile per far applicare il controllo degli aiuti di Stato in modo equo e giustificato”.

IL NEO COMMISSARIO alla Concorrenza ha detto di non aver ancora visto tutte le informazioni pubblicate e quindi di non aver avuto modo di “formarsi ancora un'opinione” sugli accordi in questione e un “possibile seguito formale da parte della Commissione”. In ogni caso Bruxelles è in “stretta cooperazione con le autorità del Lussemburgo per procedere in modo costruttivo e cooperativo in quest'area”. Quanto a Juncker, “è determinato a far rispettare le regole a tutti ed è sereno”, ha spiegato il portavoce dell'esecutivo Ue. I contribuenti europei un po’ meno.

Parlamentari europei con pensione integrativa nel paradiso fiscale. C'è anche Bertinotti

di Alessio Schiesari e Leonardo Vilei da il Fatto quotidiano

Tassazione ai minimi, opacità e sede in Lussemburgo. Non stiamo parlando dell’ennesima multinazionale che aggira legalmente il fisco, ma del fondo pensione complementare dei parlamentari europei. Dal 1994 al 2009, eurodeputati di tutte le formazioni politiche e nazionalità hanno aderito a un piano pensionistico legale, ma assai discutibile. Nella lista (tenuta segreta per anni, ma rivelata dal giornalista tedesco Hans-Martin Tillack e da successive inchieste giornalistiche riprese da Open Europe), ci sono anche molti italiani: dal leader radicale Marco Pannella a quello leghista Umberto Bossi, passando per l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini e il segretario di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti.

Nonostante il fondo volontario nasca nel 1989 su iniziativa di alcuni europarlamentari e dal 2009 i nuovi eurodeputati non possano più aderirvi, in questi giorni è tornato di attualità in Spagna, dove sta provocando un terremoto politico nella sinistra radicale. Questo perché tra privilegi insensati, investimenti scellerati e buchi di bilancio, il fondo continua a creare danni. Pur trattandosi di uno strumento volontario, i contributi che fino al 2009 lo alimentavano erano pagati per i due terzi dal Parlamento europeo e solo per il restante 33 per cento dagli eurodeputati. Inoltre, il trattamento percepito era ed è troppo generoso, tanto che, stando a quanto scritto da tutta la stampa britannica, ha creato un buco di 233 milioni di euro nel bilancio dell’Europarlamento che verrà tappato attingendo al bilancio comunitario. La gestione avviene attraverso una Sicav, sigla dietro cui spesso si celano capitali in cerca di alti rendimenti e poche tasse. Anche l’impiego delle riserve desta qualche perplessità: secondo il think tank inglese Open Europe, 131 milioni di euro sono andati in fumo perché investiti in strumenti finanziari proposti dal broker-truffatore Bernard Madoff. Buco che dovrebbe essere ripianato dalla Ue.

MARTEDÌ SCORSO, lo scandalo è riscoppiato in Spagna grazie al quotidiano indipendente Info - Libre, e ha già provocato dimissioni eccellenti. Il partito più colpito è la formazione di sinistra radicale Izquierda Unida, nel cui programma elettorale figurava l’abolizione delle Sicav. Il suo leader in Europa, Willy Meyer, aveva però aderito al fondo dieci anni fa. Dopo avere provato a giustificarsi spiegando di “non essersi reso conto delle sue implicazioni”, è stato costretto dalla base a rassegnare le proprie dimissioni. L’imbarazzo maggiore è però del Partito Socialista, già orfano della sua cupola, dimessasi all’indomani delle elezioni del 25 maggio, e coinvolto in questo nuovo scandalo a partire dalla sua capolista alle europee, Elena Valenciano. La sua ritrosia è controbilanciata dal Partito Popolare, che in una nota ha dichiarato, apertamente, che così fan tutti. Così facevano in tanti anche in Italia: ben 50 eurodeputati su 78 (il dato si riferisce alla legislatura terminata nel 2009, l’unica per cui è disponibile la lista completa). Il fondo pensionistico integrativo con zero tasse e finanziato dall’Europarlamento faceva gola a molti: tra gli altri, il forzista Jas Gawronsky , l’ex finiana (oggi Ncd) Roberta Angelilli, il leader no global Vittorio Agnoletto, i leghisti Mario Borghezio e Francesco Speroni, Nello Musumeci de La Destra, Marco Rizzo dei Comunisti Italiani, Pier Antonio Panzeri del Pd, la leader verde Monica Frassoni, l’ex ministro in quota Cl Mario Mauro e perfino il radicale Marco Cappato.

Contattati per spiegare perché abbiano aderito al piano, ognuno si giustifica come può. Borghezio ci mette un po’ a capire: “Intende la pensione normale?”, poi quando mette a fuoco il problema ammette di avere fatto “un’interrogazione o forse delle dichiarazioni contro quel fondo, ma quando ho aderito non sapevo di cosa si trattasse”. La Angelilli non si sente chiamata in cause perché “an - cora non percepisco la pensione, chissà cosa succede tra quindici anni”. Agnoletto chiede mezz’ora di tempo per verificare i documenti e poi stacca il telefono, mentre Cappato spiega che “dopo l’eurodeputato ho fatto il volontario per tre anni senza percepire una lira”, poi promette una battaglia “per riformare questo meccanismo che non conoscevo” ma, quando gli si fa notare che basterebbe lasciare individualmente il fondo contrattacca: “Quello serve solo a fare bella figura”. Bruxelles, in un comunicato, giustifica l’affilia - zione del fondo in Lussemburgo in quanto lì ha sede legale la Segreteria Generale dell’Europarlamento. Le prestazioni ottenute devono essere poi dichiarate nei Paesi d’origine e sottoposte al regime fiscale corrispondente, una volta ritirato il succulento premio pensionistico, al compimento del 63 anni di età. Le Sicav, Società di investimento a capitale variabile, sono strumenti di gestione di patrimoni e risparmi introdotti anche in Italia dal decreto legislativo 84/1992, come attuazione di una direttiva europea, su imitazione di prodotti finanziari già esistenti proprio in Lussemburgo, campione di sotterfugi per chi è alla ricerca di molta discrezionalità e scarsa imposizione. Al di là delle precisazioni di Bruxelles resta il fatto che nel Granducato questi prodotti versano solo lo 0,01% annuale sul valore netto degli attivi, oltre ad essere esenti da ogni imposta societaria.

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