Perri

'Ndrangheta e Servizio Sanitario in Lombardia e Brianza - Contesto criminale, contesto sociale

Titolo originale Contesto criminale, contesto sociale
di Alessandra Dolci Magistrato della Direzione distrettuale antimafia, Procura di Milano tratto da Narcomafie - Nuovi appetti della criminalità. Mafia e sanità

Il sistema sanitario manifesta una certa permeabilità alle infiltrazioni della criminalità organizzata. Il processo di decentramento avviato nel ‘92 ha portato all’affermarsi di condizioni e prassi diverse per ciascuna Regione. La Lombardia si caratterizza ad esempio per una massiccia presenza di strutture private accanto a quelle pubbliche, con il delicato aspetto dell’accreditamento istituzionale dei privati e i successivi accordi contrattuali con la Regione. Questo ha dato luogo a un abbassamento della soglia di legalità sotto il profilo dell’incentivazione dei sistemi di clientela e corruttela, e delle truffe a danno del sistema sanitario nazionale.

Il capitale sociale. Una delle caratteristiche della criminalità organizzata di stampo mafioso è l’infiltrarsi nelle attività legali, cosa che si è verificata in Lombardia soprattutto a partire dagli ultimi decenni. In precedenza le indagini mostravano una criminalità di stampo mafioso dedita ad attività illecite quali estorsioni, usura e traffico di stupefacenti. I successi nell’attività di contrasto, con riferimento soprattutto al traffico di stupefacenti, hanno portato le organizzazioni criminali a diversificare il proprio raggio d’azione, creando al proprio interno un ulteriore importantissimo asset definito “capitale sociale”, cioè l’insieme di soggetti politici, imprenditori, liberi professionisti, pubblici amministratori, appartenenti alle forze dell’ordine, che si mettono a disposizione della criminalità organizzata rendendo servigi in un’ottica di scambio reciproco.

La ’ndrangheta privilegia l’infiltrazione in settori legali a controllo pubblico e la sanità è particolarmente allettante. La decentralizzazione cui si faceva cenno sopra ha significato una prevalenza nella gestione e nel controllo del settore da parte del potere politico: i dirigenti generali delle Asl sono di nomina politica, a loro volta nominano il direttore amministrativo e il direttore sanitario. I primari di reparto non sono selezionati tramite concorso pubblico ma per chiamata diretta del direttore ospedaliero. Ciò ha portato all’affermarsi di un sistema di fedeltà politiche come regolatore, non solo delle carriere, ma anche dell’allocazione e gestione delle risorse pubbliche (se metto ai vertici della sanità un soggetto che è espressione del mio partito sarò in grado di controllare il rapporto tra pubblico e privato e cioè sarò in grado di accreditare cliniche private, studi dentistici, centri di analisi, case di riposo gestiti da imprenditori amici, vicini, simpatizzanti). Ovviamente non par vero alla ’ndrangheta di inserirsi in questo sistema poiché ciò le consente di entrare in relazione con élites politiche e pubblici amministratori facendo affari.

Business criminali. Fare affari significa creare società intestate a prestanome che possano concorrere negli appalti per forniture di servizi  (infermieristici, di pulizie, di ristorazione ecc.),  ma anche  reinvestire i proventi delle attività illecite in strutture private che poi saranno accreditate, come le residenze per anziani.
Quindi, esaminando i motivi di attrazione della criminalità organizzata, per il settore della sanità troveremo un profilo afferente ai vantaggi economici e un altro profilo, di carattere sociale/politico elettorale, dato dal contatto con il sistema sanitario, la cui natura comporta l’ampliamento della rete relazionale e, quindi, del capitale sociale. Si aggiunge inoltre la possibilità di contare su un bacino elettorale allargato, attraverso  triangolazioni di potere tra personaggi vicini all’universo mafioso, politici e personale medico/sanitario.

Un altro aspetto da non sottovalutare è la possibilità di elargire favori in un settore che attiene ai bisogni essenziali della persona: chi ha un grave problema di salute in famiglia è disposto a rivolgersi a chiunque sia in grado di garantire un aiuto. Nelle nostre indagini abbiamo avuto modo di constatare come persone che si trovavano in tali condizioni si rivolgessero al soggetto che sapevano essere in odore di mafia ma che era in grado di garantire loro una visita gratuita, un esame, un ricovero, un posto letto nell’immediatezza. Tutto questo crea consenso attorno alla criminalità organizzata.
Infine, un ultimo aspetto dell’attrazione verso il mondo sanitario riguarda i vantaggi sul fronte giudiziario e cioè la possibilità di avere, da parte di esercenti la professione medica, perizie di favore, oppure la cura o il ricovero di latitanti.

Alcuni casi emblematici. Passando all’esame di alcuni casi concreti e partendo dai vantaggi in ambito giudiziario, è significativa la vicenda di  Pelle Francesco, alias ‘Ciccio Pakistan’, che fu tratto in arresto, dopo un periodo di latitanza, il 18 settembre 2008, mentre si trovava ricoverato sotto falso nome presso la clinica Maugeri di Pavia. Si tratta di un personaggio di grande spicco nel panorama ’ndranghetistico, ricercato perché coinvolto nella strage di San Luca, nell’ambito della faida che contrapponeva la cosca Pelle-Vottari ai Nirta-Strangio. Nella documentazione falsa, relativa al ricovero, l’infermità di Pelle, rimasto paraplegico a seguito di uno scontro a fuoco, era invece ascritta alle lesioni riportate in un incidente stradale.

Le indagini svolte non misero in luce le coperture di cui Pelle aveva senz’altro goduto all’interno della struttura sanitaria pavese. Pelle, in ragione delle condizioni di salute, dopo la cattura beneficiava degli arresti domiciliari in una struttura sanitaria idonea che lo stesso detenuto aveva individuato nell’ospedale Niguarda di Milano, di cui bisognava acquisire la disponibilità. Nell’ambito dell’indagine Tenacia si registravano conversazioni da cui emergeva che Ivano Perego, imprenditore condannato in seguito con sentenza definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, chiedeva all’amico politico Antonio Oliverio se conoscesse personale medico avvicinabile, che acconsentisse al ricovero di un calabrese con problemi alla spina dorsale. La richiesta venne accolta e il calabrese in questione era proprio ‘Ciccio Pakistan’ (Francesco Pelle), che fu ricoverato nell’unità spinale dell’Ospedale Niguarda. In un’altra indagine denominata Caposaldo emergeva che Pelle teneva i contatti con i parenti sanlucoti attraverso un compiacente paramedico a disposizione dei Flachi, famiglia che controlla il territorio dove si trova l’ospedale Niguarda.

Tuttavia, il caso più eclatante circa la penetrazione della ’ndrangheta nel sistema sanitario lombardo è quello di Carlo Chiriaco (condannato per concorso esterno in associazione mafiosa alla pena definitiva di undici anni di reclusione). Chiriaco, originario di Reggio Calabria, laureato in medicina e chirurgia all’università di Pavia, ha un cursus honorum importante: si è iscritto giovanissimo alla Dc, ha ricoperto anche cariche politiche in ambito pavese, ha rivestito cariche pubbliche. Lo troviamo giovane ispettore sanitario al San Matteo, poi presidente delle Istituzioni assistenziali riunite di Pavia, direttore sanitario della Asp (che riunisce quattro importanti strutture sanitarie pavesi) e infine direttore sanitario dell’Asl di Pavia dal primo febbraio 2008 fino alla data dell’arresto. Al momento di quest’ultima nomina Chiriaco era già stato coinvolto in alcune vicende giudiziarie anche gravi (una condanna in primo e secondo grado quale mandante di un’estorsione, procedimento poi terminato in prescrizione) ed era stato destinatario della misura di prevenzione dell’avviso orale emesso dal Questore di Pavia in data 16 aprile 2007.

Secondo la relazione prefettizia sulle infiltrazioni mafiose nell’Asl pavese, dal punto di vista formale, non sussisteva alcun precedente ostativo alla nomina di Chiriaco. La relazione evidenziava anzi che la nomina non era stata da ascriversi a un condizionamento di tipo mafioso, ma favorita dal contesto politico. La Commissione sottolineava che il curriculum presentato dall’aspirante direttore sanitario non era veritiero con riferimento al più importante incarico professionale rivestito, ma che la cosa non fu rilevata da nessuno.

Carlo Chiriaco si è rivelato una risorsa preziosa per la ’ndrangheta (lui stesso si definiva, in alcune conversazioni, come “uomo di ’ndrangheta”). Era in grado di reperire incarichi e posti di lavoro per parenti e amici degli esponenti della criminalità organizzata; di far ottenere appalti; di inserirsi nel mondo politico ad alto livello, mediando tra il mondo politico e gli esponenti della ’ndrangheta e allocando pacchetti di voti. Si tratta dell’esempio tipico di quella triangolazione di potere cui si faceva cenno sopra poiché catalizzava i voti della ’ndrangheta (e anche di soggetti vicino a Cosa nostra) a favore di un candidato alle elezioni regionali, che poi avrebbe dovuto favorire la nomina a direttore generale dell’allora direttore amministrativo dell’Ospedale San Paolo di Milano. Al momento del suo arresto si stava interessando per far ottenere, a una società legata a Giuseppe Neri (esponente di spicco della ’ndrangheta lombarda), l’accredito a favore di una nuova struttura per anziani in provincia di Pavia. Sul fronte dei favori giudiziari Chiriaco, attraverso medici compiacenti, fissava visite mediche nelle strutture pavesi a Pasquale Barbaro, (figlio di uno degli esponenti storici della ’ndrangheta e sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno a Platì), consentendogli di spostarsi, attraverso le visite periodiche in Lombardia, per portare le cosiddette ambasciate da/e per la Calabria.

Altra figura emblematica di medico è quella di Vincenzo Giglio. È stato condannato con sentenza definitiva per aver consapevolmente fornito un apporto (esterno) all’associazione mafiosa legata alle famiglie Valle-Lampada, svolgendo un importante ruolo di collegamento tra i membri del sodalizio e ambienti istituzionali, politici e imprenditoriali. Ha inoltre messo in contatto i fratelli Lampada con Francesco Morelli, all’epoca consigliere regionale e presidente della commissione Speciale di vigilanza della Regione Calabria, vice presidente della commissione Affari istituzionali e componente delle commissioni Affari europei e Relazioni internazionali e sanità e servizi sociali.

Nel corso dell’indagine Infinito sono poi emersi altri esempi di professionisti nel campo medico che, sebbene non direttamente indagati per concorso esterno, risultano avere avuto frequenti contatti con appartenenti alla ’ndrangheta.
È il caso di Francesco Berte, all’epoca delle indagini medico penitenziario in servizio presso la Casa Circondariale di Monza che, alla ricerca di una candidatura politica che gli garantisse un futuro incarico di direttore generale di una Asl, intratteneva frequenti rapporti con Rocco Cristello – capo della locale di Seregno ed assassinato a Verano Brianza il 27 marzo 2008 – durante il periodo in cui questi svolgeva attività lavorativa in regime di semilibertà presso il Giardino degli Ulivi a Seregno.

Erano altresì emersi contatti tra esponenti della locale di Desio e il medico originario di Reggio Calabria, Nicola Mazzacuva, che ricopriva, all’epoca di Infinito, la carica di presidente del consiglio comunale di Desio.

Mazzacuva, in particolare, avrebbe avuto diretti contatti con Saverio Moscato (partecipe della locale di Desio e fratello di Annunziato, capo locale), tanto da prendere parte al funerale della madre dei fratelli Moscato. La giunta comunale di Desio si sciolse con le dimissioni di numerosi consiglieri comunali proprio a seguito delle accertate infiltrazioni mafiose e per il coinvolgimento nella stessa inchiesta del presidente del consiglio comunale Mazzacuva, del consigliere Natale Marrone, e dell’ex assessore provinciale Rosario Perri.

Infine, sempre nel filone desianano dell’indagine era emersa la figura di Pietrogino Pezzano, direttore generale della Asl di Milano, in contatto con Eduardo Sgrò (che grazie a questa “entratura” si aggiudicava la commessa per la fornitura di condizionatori per la Asl di Desio), Candeloro Pio, Candeloro Polimeni e Saverio Moscato, condannati per associazione di tipo mafioso. Nonostante tali rapporti fossero stati disvelati e resi pubblici dopo gli arresti nell’indagine Infinito, Pezzano veniva nominato direttore generale della Asl Milano 1. A seguito dell’ondata di sdegno sollevata da tale nomina era stato poi “sfiduciato” dal consiglio regionale lombardo.
All’esito delle molte indagini che vedono coinvolti esponenti della criminalità organizzata e appartenenti al mondo sanitario si è avuto modo di constatare anche in questo settore un drastico abbassamento del “costo morale” nella sua duplice valenza: interna (della coscienza individuale) ed esterna (del giudizio del contesto sociale).

Una frase di Giovanni Falcone a proposito di mafia e antimafia diceva: “È sbagliato pensare alla mafia come ad una piovra, ad un cancro, a qualcosa di estremamente brutto ed altro rispetto a noi, noi invece dobbiamo pensare che un poco ci assomiglia”.
Questo ci deve far riflettere sulla necessità di alzare la nostra soglia critica e tenere ben presente che l’etica non coincide con la sfera penalmente rilevante dei comportamenti, dunque non è detto che ciò che è penalmente irrilevante sia eticamente accettabile.

Nella foto Pietrogino Pezzano

Desio - Il Pgt disegnato dai corrotti diventa un titolo accademico

di Gianni Barbacetto da il Fatto quotidiano del 28/11

Per ottenere una cattedra universitaria, contano più gli studi e i titoli accademici, o aver firmato piani urbanistici, magari citati (negativamente) in atti giudiziari antimafia? La domanda circola al Politecnico di Milano, dopo un concorso che ha bocciato gli uni e premiato gli altri, quelli che firmano piani (magari a rischio). E dopo che, proprio per questo, un professore si è dimesso, rendendo pubblico il suo disaccordo con scelte ritenute non rigorose. Per comprendere quella che parrebbe, a prima vista, solo una noiosa vicenda accademica, bisogna percorrere i 20 chilometri che separano il Politecnico dal municipio di Desio. Lì, negli anni scorsi, si era insediata una cricca che ha varato il Pgt (Piano di governo del territorio), strumento urbanistico che permetteva di costruire e cementificare, non senza regali a operatori ritenuti vicini alla ’ndrangheta. Le scelte di fondo erano, come sempre in questi casi, dei politici e degli amministratori.

Ma ogni strumento urbanistico ha bisogno anche del contributo dei tecnici. Ecco dunque, in calce al Pgt di Desio, le firme di due stimati docenti del Politecnico: la professoressa Maria Cristina Treu e il ricercatore Carlo Peraboni. Per quello del paese vicino, Giussano, ecco la firma di un altro urbanista del Politecnico, Pierluigi Paolillo. “Noi siamo tecnici”, reagiscono i docenti, “non abbiamo alcuna responsabilità delle scelte dell’amministrazione”. Hanno dialogato con i politici, non certo con i boss. Questo però non li salva da quattro righe di fuoco contenute nell’ordinanza del giudice di Monza che nel gennaio 2012 dispone gli arresti dell’ex assessore regionale Massimo Ponzoni , dell’ex direttore dell’ufficio tecnico del Comune di Desio Rosario Perri, dell’ex sindaco di Giussano Franco Riva, dell’ex assessore all’urbanistica di Desio Antonino Brambilla, oltre che dell’imprenditore Filippo Duzioni. Riferendosi a Treu e Peraboni, il giudice scrive che il loro “modus operandi, seppure non integri condotta penalmente rilevante, non fa certo onore alla professionalità dei tecnici, che si sono limitati a recepire le scelte degli amministratori coinvolti nel procedimento e predisporre il Pgt a misura di quelle”.

Un piano tecnico su misura, sottolinea dunque il magistrato: modellato secondo i desideri degli amministratori coinvolti in una brutta storia di corruzione, contigua per di più a una vicenda di mafia, visti i contatti di Ponzoni e Perri con esponenti della famiglia di ’ndrangheta insediata a Desio, il clan Moscato. La storia s’interrompe con la caduta della giunta di Desio, che naufraga nello scandalo del Pgt su misura e delle relazioni pericolose con i mafiosi. Arriva un nuovo sindaco, Roberto Corti, e un nuovo vicesindaco, Lucrezia Ricchiuti, che per prima cosa troncano i rapporti con i mafiosi e bloccano il Pgt. A questo punto succede una cosa inedita: un professore del Politecnico arriva a offrire la sua consulenza gratuita, sentendosi in dovere di dare il suo contributo tecnico per “riparare” in qualche modo all’intervento precedente dei suoi colleghi. È Arturo Lanzani , ordinario di Tecnica e pianificazione urbanistica, che collabora a riscrivere il piano, alleggerendolo di ben 1 milione e mezzo di metri quadri. È lo stesso professore che si è ora dimesso dalla commissione scientifica del Dipartimento di architettura e studi urbani (Dastu).

Perché, spenti gli echi della storiaccia di Desio, Peraboni è stato premiato: era ricercatore e ha vinto il concorso per diventare professore associato. Presidente della commissione che lo ha promosso: Paolillo, quello del piano di Giussano. Con le regole, oltretutto, cambiate a partita aperta: nei concorsi, è stato assegnato un peso minore alla produzione scientifica e maggiore alla produzione di piani. Sono stati così di fatto puniti coloro che (come la ricercatrice Elena Granata) avevano sottolineato sulla rivista del dipartimento di Urbanistica, Territorio , la necessità di considerare i piani non neutri strumenti tecnici, ma materia sensibile che inesorabilmente finisce per incrociare la politica, la corruzione, la mafia. Lanzani non ci sta e scrive: “Rassegno la mia dimissioni dalla commissione scientifica. Gli esiti dei concorsi smentiscono infatti i principi che avevamo delineato per la selezione dei docenti e non possono essere da me avallati. Tra chi ha vinto vi è chi appare francamente impresentabile e vi sono diverse esclusioni incomprensibili. È mancata in molti casi una corretta valutazione dei titoli, della rilevanza del profilo scientifico e della capacità di costruirsi con autonomia un originale e articolato percorso di riflessione. La responsabilità civile che deriva dal rigore scientifico e l’autonomia di pensiero e d’azione”, conclude Lanzani, “sono diventate una colpa, il basso professionismo e l’asservimento a qualunque forma di potere sono diventate un merito”.

Monza - Caso Ponzoni, i perché dei giudici «Sgominato un comitato d’affari»

di Federico Berni da il Corriere della sera del 18/10

MONZA Un «comitato d’affari», che agiva contro tutte le regole «del buon andamento della pubblica amministrazione». Di più: «Un esempio di ciò che la politica e l’imprenditoria non dovrebbero mai essere». Giudizi netti, quelli espressi dai magistrati del tribunale collegiale, presieduto da Patrizia Gallucci (con giudici a latere Pierangela Renda, ed Emanuela Corbetta), nelle motivazioni della sentenza che, ad aprile di quest’anno, ha condannato l’ex coordinatore provinciale Pdl Massimo Ponzoni a 10 anni e mezzo di reclusione per concussione e bancarotta, l’ex assessore all’urbanistica di Desio Antonino Brambilla (5 anni), l’ex direttore dell’ufficio tecnico dello stesso comune Rosario Perri (5 anni e mezzo), l’imprenditore Filippo Duzioni (3 anni), e l’ex sindaco di Giussano Franco Riva (2 anni e 6 mesi). Quest’ultimo, è stato riconosciuto colpevole solo per bancarotta, ma assolto dal reato di concussione per aver «manovrato » il Pgt di Giussano, come sosteneva il pm. «Non ci sono prove che fosse a conoscenza di patti corruttivi», scrivono i giudici in proposito. Condizionamenti dettati «dal potere di Ponzoni», al contrario, ci furono per le vicende del Piano di governo del territorio di Desio.

In particolare, per favorire l’insediamento di un grosso centro commerciale in un’area agricola tra Desio, Lissone e Muggiò (progetto poi non realizzato). Si assecondavano i desideri del privato, sull’asse Ponzoni-Duzioni, in cambio non di classiche mazzette, ma di «sistemi più sofisticati di percepimento di vantaggi illeciti». Per esempio lavori di consulenza, favori vari, o poltrone e incarichi assegnati, grazie all’influenza di Ponzoni, nella formazione della prima giunta provinciale di Monza, nel 2009. Brambilla, che era stato nominato vicepresidente, viene dipinto come «una persona molto interessata all’ottenimento della sua poltrona, e non il politico idealista, come lui stesso ha voluto descriversi nel corso del suo esame in aula».

Stesso discorso per Perri, che aveva ottenuto un assessorato: «Sul suo interesse non vi è mai stato alcun dubbio; stava per andare in pensione ed è facilmente intuibile che volesse restare nell’entourage di Ponzoni, per non finire nell’ombra». Ponzoni, invece, era colui che «aveva visibilità per essere riconosciuto come l’uomo che poteva segnare il successo o l’insuccesso di un progetto, solo spendendo la sua parola con gli uomini che politicamente facevano a lui riferimento, e che da lui speravano di ottenere favori ». Ruolo chiave, poi, quello giocato dal faccendiere Duzioni per conto del privato costruttore: «Dice di essere un semplice mediatore tra i clienti e i politici; ma la Pam, colosso alimentare (…), paga somme ingentissime solo per garantirsi un “accompagnatore” che li porti ai politici del caso?», si domanda il tribunale. Con il loro comportamento, concludono i giudici, «gli imputati alterano pesantemente il corretto andamento della pubblica amministrazione, con schiaccianti ricadute sul futuro del Paese».

Desio - Perri, i pm: un anno e mezzo per gli abusi edilizi del clan

di Stefania Totaro da il Giorno

UN ANNO e mezzo di reclusione ciascuno per l’ex capo dell’ufficio tecnico del Comune di Desio Rosario Perri e per il suo funzionario Marino Arienti e assoluzione per l’allora comandante della polizia locale di Desio Giuseppe Zuccalà. Sono le richieste presentate dalla pm monzese Donata Costa nel processo al Tribunale di Monza che vede Rosario Perri imputato per abuso in atti d’ufficio e omessa denuncia da parte di pubblico ufficiale. L’ex capo dell’ufficio edilizia privata e urbanistica del Comune di Desio ed ex assessore provinciale monzese era già statocondannato a 5 anni e mezzo di reclusione nel processo al Tribunale di Monza per corruzione per le modifiche sospette al Pgt di Desio insieme all’ex assessore regionale Massimo Ponzoni e a 1 anno di reclusione per abuso in atti d’ufficio per la convenzione siglata con il gruppo Addamiano nel 2007 per la torre incompiuta da 22 piani.

NELL’ATTUALE procedimento è accusato a vario titolo insieme al funzionario responsabile dell’ufficio edilizia privata e urbanistica Marino Arienti e al comandante della polizia locale di Desio Giuseppe Zuccalà. Al processo si è costituito parte civile il Comune di Desio, che ha chiesto un risarcimento dei danni all’immagine dell’amministrazione comunale nei confronti di tutti e tre imputati. Sotto accusa 54 interventi edilizi ritenuti abusivi relativi al 2007 (per cui i relativi reati di abuso edilizio e di falso sono già prescritti) tra cui quelli in via Pallavicini a Desio di proprietà della società «La Capriola srl» cui soci erano all’epoca i fratelli Natale, Annunziato e Giovanni Moscato, nipoti di Natale Iamonte dell’omonimo clan calabrese (Natale è stato per quasi vent’anni consigliere comunale Psi a Desio, ricoprendo anche l’incarico di assessore all’Urbanistica, invece Annunziato è stato arrestato nel 2010 nell’ambito dell’operazione ‘Infinito’ sulla ’ndrangheta in Brianza ed è stato condannato in primo e secondo grado per associazione di stampo mafioso).
Secondo l’accusa, pur sapendo delle false dichiarazioni contenute nelle domande di condono. omettevano di effettuare gli opportuni accertamenti tecnici e di denunciare i reati di abuso edilizio all’autorità giudiziaria.


Foto compromettenti coi Moscato, battaglia in aula
di Stefania Totaro da il Giorno

«SU ROSARIO PERRI il pm della Dda milanese Boccassini non ha proceduto per l’inchiesta Infinito». Così ha reagito l’avvocato Raffaele Della Valle, difensore dell’ex capo dell’ufficio tecnico desiano ora in pensione diventato assessore alla pianificazione del territorio alla Provincia di Monza e Brianza, quando al processo sugli abusi edilizi la pm Donata Costa ha chiesto al collegio di giudici presieduto da Silvia Pansini di dimostrare i rapporti tra Perri e i Moscato.
La Procura di Monza ha fatto acquisire agli atti la documentazione proveniente dalle indagini della Dda di Milano dove, tra l’altro, sono inserite foto che li ritraggono in diverse occasioni insieme. Foto, per la procura, compromettenti. I giudici hanno ammesso la documentazione, chiedendo all’avvocato Della Valle di produrre l’asserita archiviazione della posizione del suo assistito. Della Valle, infatti, parlando dell’archiviazione ha sottolineato che l’acquisizione delle foto non costituirebbe prova, visto, appunto, il nulla di fatto dell’ipotesi di reato a carico di Perri da parte dell’antimafia di Milano. Era il 2012 quando il nome di Rosario Perri emerse tra le numerosissime carte e le altrettante intercettazioni dell’inchiesta Infinito sulla presenza della ’ndrangheta in Brianza.Perri aveva dovuto dimettersi dalla carica di neoeletto assessore provinciale monzese, lasciando la Giunta di Dario Allevi. «Eravamo soltanto stati invitati da comuni amici - ha detto Rosario Perri, spiegando le circostanze di quelle fotografie -. Come quando abbiamo fatto un viaggio a Los Angeles per la laurea della figlia di un comune conoscente». L’arringa il 10 ottobre.

Desio - La Torre costa sei mesi a Perri

di Alessandro Crisafulli da il Giorno del 17/08

CONFERMATA in appello la condanna, ma dimezzata la pena, per l’abuso in atti d’ufficio di Rosario Perri. È quanto hanno deciso i giudici della Corte di Appello di Milano per l’ex capo dell’ufficio tecnico del Comune di Desio e in seguito dimissionario assessore al Territorio della Provincia di Monza (quando il suo nome è uscito tra le carte dell’inchiesta «Infinito» sulla ‘ndrangheta in Brianza) nonché condannato a 5 anni e mezzo di reclusione dal Tribunale di Monza per corruzione insieme all’ex golden boy del Pdl in Brianza Massimo Ponzoni e altri nell’ambito dell’inchiesta sul Pgt di Desio. Perri, per cui è in corso un altro processo a Monza per abuso in atti d’ufficio e omessa denuncia da parte di pubblico ufficiale insieme al funzionario responsabile dell’ufficio edilizia privata e urbanistica Marino Arienti e al comandante della Polizia locale di Desio Giuseppe Zuccalà per gli interventi edilizi ritenuti abusivi nelle palazzine in via Pallavicini a Desio dei Moscato (anche in quel caso il Comune di Desio si è costituito parte civile al processo) era stato condannato nel processo con il rito abbreviato dal giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Monza Licinia Petrella a 1 anno di reclusione con la sospensione condizionale della pena per abuso in atti d’ufficio e il risarcimento dei danni patrimoniali al Comune di Desio da quantificare in sede civile, ma con una provvisionale immediatamente esecutiva di 30mila euro per i danni morali. Sentenza confermata in appello, con la riduzione però della condanna da 1 anno a 6 mesi di reclusione. Nel mirino dei giudici la convenzione siglata con il gruppo Addamiano nel 2007, che prevedeva la cessione gratuita del capannone da 4mila metri quadrati del Polo Tecnologico dalla proprietà privata al Comune in cambio del permesso di costruire la torre da 22 piani che ancora giace con il suo scheletro incompiuta dopo le difficoltà economiche del costruttore.

SECONDO L’ACCUSA, il documento approvato dal Consiglio comunale nel 2007 risulta diverso rispetto a quello registrato presso il notaio, sottoscritto da Perri. Nell’atto, firmato da Perri per il Comune e da Matteo Addamiano per la proprietà privata, è inserita infatti la clausola di un’ipoteca per 32 milioni di euro. Clausola che invece non compare nel documento approvato dal Consiglio comunale. A garanzia dell’esatto adempimento dell’obbligazione e cioè della cessione del capannone la società Polo Tecnologico Brianza si obbligava a produrre una fideiussione per 2 milioni e mezzo di euro. Accuse negate da Perri, che ricorrerà anche in Cassazione contro la condanna.
stefania.totaro@ilgiorno.net

Desio - Giù le palazzine dei Moscato. Sottotetti abusivi «insanabili»

di Stefania Totaro da il Giorno del 12/07

POTREBBERO essere abbattute le palazzine con i sottotetti abusivi dei Moscato in via Pallavicini abitate da 46 famiglie.
La notizia choc è emersa ieri alla ripresa del processo al Tribunale di Monza che vede Rosario Perri imputato per abuso in atti d’ufficio e omessa denuncia da parte di pubblico ufficiale.

L’EX CAPO dell’ufficio edilizia privata e urbanistica del Comune di Desio ed ex assessore provinciale monzese (condannato a 5 anni e mezzo di reclusione nel processo al Tribunale di Monza per corruzione per le modifiche sospette al Pgt di Desio insieme all’ex assessore regionale Massimo Ponzoni e a 1 anno di reclusione per abuso in atti d’ufficio per la convenzione siglata con il gruppo Addamiano nel 2007 per la torre incompiuta da 22 piani) è accusato a vario titolo insieme al funzionario responsabile dell’ufficio edilizia privata e urbanistica Marino Arienti e al comandante della polizia locale di Desio Giuseppe Zuccalà. Al processo si è costituito parte civile il Comune di Desio. Sotto accusa gli interventi edilizi ritenuti abusivi relativi al 2007 (per cui i relativi reati di abuso edilizio e di falso sono già prescritti) come quelli in via Pallavicini a Desio di proprietà della società «La Capriola srl», i cui soci erano all’epoca i fratelli Natale, Annunziato e Giovanni Moscato, nipoti di Natale Iamonte dell’omonimo clan calabrese. Natale è stato per quasi vent’anni consigliere comunale Psi a Desio, ricoprendo anche l’incarico di assessore all’Urbanistica, invece Annunziato è stato arrestato nel 2010 nell’ambito dell’operazione Infinito sulla ’ndrangheta in Brianza ed è stato condannato in primo e secondo grado per associazione di stampo mafioso.
Secondo l’accusa, rappresentata dai pm Salvatore Bellomo e Donata Costa, gli imputati, pur sapendo delle false dichiarazioni contenute nelle domande di condono edilizio presentate dagli imprenditori e a seguito dei provvedimenti di diniego del permesso di costruire, omettevano ognuno per quanto di sua competenza di effettuare gli opportuni accertamenti tecnici e di denunciare i reati di abuso edilizio all’autorità giudiziaria. Accuse contestate da tutti gli imputati.

DAL CANTO suo Rosario Perri si difende sostenendo che nel 2007 al Comune di Desio c’era il commissario prefettizio, che aveva dato alla polizia locale il compito di procedere. Ieri dai funzionari successori di Perri, sentiti come testimoni al processo, la notizia che sarebbe in corso con la Prefettura il progetto di demolizione delle palazzine perché gli abusi risulterebbero insanabili. Il processo riprende il 18 luglio con le ultime testimonianze, poi il 2 ottobre la discussione.

Ponzoni & C.: ci fu corruzione sul Pgt di Desio

di Stefania Totaro da il Giorno del 19/04

CONFERMATA la corruzione sull’urbanistica al Comune di Desio, che ottiene una provvisionale di 80 mila euro sul risarcimento dei danni.
Così ha deciso il Tribunale di Monza, che ieri ha condannato l’ex assessore regionale lombardo Pdl Massimo Ponzoni e quella che è stata ritenuta dalla Procura di Monza la sua «squadra» per le modifiche al Piano di governo del territorio desiano per rendere edificabili terreni agricoli e favorire la realizzazione di un centro commerciale in cambio di mazzette, finanziamenti per la campagna elettorale, consulenze e poltrone in Enti e municipalizzate brianzole, fino alla nomina nella Giunta dell’allora neonata Provincia di Monza.
Una Pasqua senza risurrezione dopo il Venerdì Santo da dimenticare di ieri per Ponzoni, a cui è andata la pena più pesante, a 10 anni e mezzo di reclusione perchè imputato anche di concussione, finanziamento illecito al partito, bancarotta fraudolenta, peculato e appropriazione indebita nel processo che si è concluso dopo quasi due anni di udienze.
L’ex golden boy del Pdl in Brianza sbarcato al Pirellone come assessore e diventato segretario del presidente Formigoni fino all’arresto nel gennaio 2012, non si è presentato ieri davanti ai giudici, che l’hanno condannato anche all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, all’interdizione legale per la durata della pena e all’inabilità a cariche direttive e attività commerciali per 10 anni, oltre che al pagamento tra risarcimento dei danni e provvisionali immediatamente esecutive di oltre 2 milioni di euro complessivi anche a Regione Lombardia (120 mila euro relativi a quando Ponzoni era assessore regionale alla Protezione civile) e ai fallimenti delle società immobiliari che facevano capo all’ex assessore lombardo da cui sono partite nel 2010 le indagini a suo carico, culminate poi con l’accusa di corruzione sull’urbanistica in Brianza. I giudici hanno limato la sentenza con l’assoluzione e la prescrizione per qualche capo di imputazione minore, ma per Ponzoni la condanna è stata di 2 anni maggiore di quella chiesta dal pm Donata Costa.
Interdizione perpetua dai pubblici uffici e concorso nel pagamento del risarcimento al Comune di Desio per l’ex responsabile dell’ufficio tecnico desiano poi diventato assessore provinciale monzese Rosario Perri condannato a 5 anni e mezzo di reclusione; interdizione dai pubblici uffici per 5 anni per l’ex assessore all’urbanistica del Comune di Desio poi diventato vicepresidente della Provincia di Monza Antonino Brambilla condannato a 5 anni e anche per l’intermediario immobiliare ‘foraggiatore’ di Ponzoni, Filippo Duzioni condannato a 3 anni e 2 mesi. Tutti gli imputati dovranno pagare anche le spese del processo e quelle della detenzione in carcere.
Soddisfatto l’avvocato Enrico Giarda, che rappresentava il Comune di Desio: «Le nostre aspettative non sono state disattese».

Monza - Concussione e corruzione: l'ex assessore regionale Ponzoni condannato a dieci anni

Dure condanne del Tribunale di Monza per l'ex assessore regionale lombardo Pdl Massimo Ponzoni, imputato di concussione, corruzione, finanziamento illecito al partito, bancarotta fraudolenta, peculato e appropriazione indebita a vario titolo con la sua "squadra"

di Stefania Totaro da il Giorno

Monza, 18 aprile 2014 - Dure condanne del Tribunale di Monza per l'ex assessore regionale lombardo Pdl Massimo Ponzoni, imputato di concussione, corruzione, finanziamento illecito al partito, bancarotta fraudolenta, peculato e appropriazione indebita a vario titolo con la sua 'squadra'. Ponzoni è stato condannato a 10 anni e mezzo di reclusione, a 5 anni l'ex assessore all'urbanistica del Comune di Desio poi diventato vicepresidente della Provincia di Monza Antonino Brambilla.

A 5 anni e mezzo l'ex responsabile dell'ufficio tecnico desiano poi diventato assessore provinciale monzese Rosario Perri, a 2 anni e mezzo (solo per bancarotta fraudolenta) l'ex sindaco di Giussano Franco Riva (che ha mancato per un soffio a sua volta l'assessorato alla Provincia) e a 3 anni e 2 mesi l'intermediario immobiliare Filippo Duzioni che, secondo il pm Donata Costa, ha pagato a Ponzoni 310 mila euro oltre ad altri 295 euro di spese per le campagne elettorali per ottenere modifiche di destinazione di uso da agricola a commerciale di terreni nel Piano di governo del territorio di Desio per realizzare un centro commerciale.

E in cambio Ponzoni aveva ripagato la sua 'squadra' con consulenze, poltrone in Enti e municipalizzate brianzole e  per ultimo anche all'allora neonata Provincia di Monza e Brianza. Per loro la pubblica accusa aveva chiesto condanne da 8 anni e 3 mesi a 3 anni e 2 mesi di reclusione. Oltre 2 milioni di euro complessivi i risarcimenti dei danni a Regione Lombardia, Comune di Desio e ai fallimenti delle società immobiliari che facevano capo all'ex assessore lombardo. Cadute le accuse di corruzione sul Pgt del Comune di Giussano.

Processo Ponzoni, resa dei conti sulla gestione della «squadra». Venerdì attesa la sentenza

di Stefania Totaro da il Giorno

UN VENERDÌ SANTO da cardiopalma per Massimo Ponzoni e la sua «squadra». Dopo quasi due anni, il 18 aprile è infatti prevista al Tribunale di Monza la sentenza del processo che vede l’ex assessore regionale imputato di concussione, corruzione, finanziamento illecito al partito, bancarotta fraudolenta, peculato e appropriazione indebita a vario titolo con quella che viene ritenuta dalla Procura monzese la sua «squadra»: l’ex assessore all’Urbanistica del Comune di Desio poi diventato vicepresidente della Provincia di Monza Antonino Brambilla, l’ex responsabile dell’ufficio tecnico desiano poi diventato assessore provinciale Rosario Perri, l’ex sindaco di Giussano Franco Riva (che ha mancato per un soffio a sua volta l’assessorato alla Provincia) e l’intermediario immobiliare Filippo Duzioni che, secondo il pm Donata Costa, ha pagato a Ponzoni 310mila euro più altri 295euro di spese per le campagne elettorali per ottenere modifiche di destinazione di uso (da agricola a commerciale) di terreni nei Piani di governo del territorio di Desio e Giussano per realizzare centri commerciali. E in cambio Ponzoni avrebbe ripagato la sua «squadra» con consulenze, poltrone in Enti e municipalizzate brianzole e per ultimo anche all’allora neonata Provincia di Monza e Brianza. Per loro la pubblica accusa ha chiesto condanne da 8 anni e 3 mesi a 3 anni e 2 mesi di reclusione.

OLTRE 4 MILIONI di euro complessivi i risarcimenti dei danni chiesti dalla Regione Lombardia, dai Comuni di Desio e Giussano e dai fallimenti delle società immobiliari che facevano capo all’ex assessore lombardo. L’inchiesta della Procura di Monza su Massimo Ponzoni è infatti partita nell’estate del 2010 dal crac dell’immobiliare «Il Pellicano» di Desio e si è poi arricchita di altre svariate accuse fino al culmine della presunta corruzione sull’urbanistica in Brianza e l’arresto nel gennaio del 2012. Nella sua requisitoria, con la richiesta di condanna a 8 anni e 3 mesi di reclusione, il pm Donata Costa ha definito Massimo Ponzoni «un politico-imprenditore che ha creato una commistione patologica tra pubblico e privato per i cambi di destinazione d’uso dei terreni con la collaborazione degli amministratori locali, dove l’unico comune denominatore era l’arricchimento con fiumi carsici di denaro e dove il mercimonio era la regola e non l’eccezione». Accuse negate da Ponzoni e dagli altri imputati, secondo cui l’assoluzione è d’obbligo perché «il processo non ha fatto emergere neanche una prova».

Desio - Non lavorava alle pratiche di condono. La difesa di Rosario Perri

di Stefania Totaro da il Giorno del 12/04

SI DIFENDONO in aula dalle accuse di abuso in atti d’ufficio e omessa denuncia da parte di pubblico ufficiale gli imputati Rosario Perri e Giuseppe Zuccalà. L’ex capo dell’ufficio edilizia privata e urbanistica del Comune di Desio è accusato davanti al Tribunale di Monza, insieme all’ex comandante della Polizia locale di Desio, di non avere denunciato alla Procura gli abusi edilizi commessi nel 2007 per la costruzione di quattro palazzine in via Pallavicini a Desio dall’immobiliare «La Capriola srl», i cui soci erano all’epoca i fratelli Natale, Annunziato e Giovanni Moscato, nipoti di Natale Iamonte dell’omonimo clan calabrese (Natale è stato per quasi vent’anni consigliere comunale a Desio, in quota Psi, ricoprendo anche l’incarico di assessore all’Urbanistica, invece Annunziato, che è stato arrestato nel 2010 nell’ambito dell’operazione «Infinito» sulla ’ndrangheta in Brianza ed è stato condannato in primo e secondo grado per associazione di stampo mafioso, si è seduto sui banchi del consiglio comunale di Cesano Maderno fino al 1990). La loro richiesta di condono era stata rifiutata, ma nessuna segnalazione di abuso è mai partita fino all’inchiesta dei carabinieri di Desio.

«IO NON MI OCCUPAVO delle pratiche di condono ma c’era una apposita squadra di funzionari - ha dichiarato Rosario Perri -. La pratica dei Moscato è stata respinta dal Comune e inviata per conoscenza alla Polizia locale perché era di loro competenza trasmettere alla Procura le notizie di reato». «I dinieghi mandati dall’ufficio tecnico erano smistati tra gli addetti del nostro apposito ufficio - ha invece dichiarato Giuseppe Zuccalà -. La comunicazione riguardo ai Moscato è arrivata nel 2007 quando ormai erano state costruite tutte le palazzine e quella per fare il sopralluogo nel 2009 quando io non ero più comandante». Si torna in aula l’11 luglio.

Monza - Si conclude fra le scintile l'arringa fiume per Ponzoni. Sentenza Venerdì Santo

di Stefania Totaro da il Giorno del 22/02

SCINTILLE in aula tra accusa e difesa ieri all’ultima udienza del processo nei confronti di Massimo Ponzoni, prima della sentenza prevista per il Venerdì Santo.
Le parti si sono riunite davanti al collegio di giudici presieduto da Patrizia Gallucci per l’ultima parte dell’arringa-fiume dell’avvocato Luca Ricci, che insieme al collega Sergio Spagnolo difende l’ex assessore regionale lombardo imputato di concussione, corruzione, finanziamento illecito al partito, bancarotta fraudolenta, peculato e appropriazione indebita. Lo scambio di battute al vetriolo tra il pm Donata Costa e i difensori di Ponzoni si è verificato in merito alla richiesta della difesa di fare entrare nel processo un’intercettazione ambientale dell’inchiesta «Clean City» sulla presunta corruzione per gli appalti per i rifiuti alla «Sangalli».

In questa intercettazione l’ex assessore monzese Pdl all’Ambiente e al Patrimonio Giovanni Antonicelli, coinvolto nelle indagini sui rifiuti che puzzano di mazzette, parla con i Sangalli del memoriale di Sergio Pennati, il ragioniere ex socio storico di Ponzoni nelle società immobiliari e a sua volta indagato, sostenendo che il documento datato 4 marzo 2009 che accusa Ponzoni non è stato scritto di getto, ma concordato nell’ufficio di un avvocato a cavallo tra il 2011 e il 2012 e poi retrodatato.

Una circostanza peraltro non veritiera perchè il memoriale è stato sequestrato a Pennati dalla Guardia di Finanza il 3 dicembre 2009, come risulta dalle carte dell’inchiesta. Ma tanto è bastato al pm per leggere in aula anche il resto delle intercettazioni in cui Antonicelli spara a zero contro Ponzoni e la sua gestione delle immobiliari poi fallite, scatenando l’ira della difesa, sedata dal presidente Patrizia Gallucci, secondo cui il Tribunale avrebbe ammesso, ma soltanto in toto, quelle intercettazioni. Un consenso che non c’è stato.

Si è concluso così, con l’ennesimo scontro, un processo durato quasi due anni (era iniziato nel giugno del 2012) visto che il Tribunale ha deciso che l’ultimo appuntamento per le repliche del pm e la sentenza è fissato per il 18 aprile, il Venerdì Santo prima della Pasqua. Un processo che ha scaldato più di una volta gli animi dei protagonisti perchè la «posta» in gioco è davvero alta. Il pm ha chiesto 5 condanne da 8 anni e 4 mesi a 3 anni e 2 mesi di reclusione per Ponzoni e per la sua presunta «squadra» composta da Antonino Brambilla, Rosario Perri, Franco Riva, che si sarebbero adoperati per modifiche ai Pgt di Desio e Giussano a favore di Filippo Duzioni in cambio di soldi a Ponzoni e agli altri di consulenze e poltrone in Enti e all’allora neonata Provincia monzese.

Monza - Processo Ponzoni. «Su Riva solo errori ed elementi indiziari». La difesa dell'ex sindaco di Giussano

di Stefania Totaro da il Giorno

«FRANCO Riva deve essere assolto perchè il fatto non sussiste». Questo ha sostenuto ieri l’avvocato Rosario Minniti, che difende l’ex sindaco di Giussano nel processo al Tribunale di Monza che vede imputati a vario titolo di concussione, corruzione e bancarotta fraudolenta l’ex assessore regionale lombardo Pdl Massimo Ponzoni e quella che viene ritenuta dalla Procura monzese la sua «squadra».
Squadra composta dell’ex assessore all’urbanistica del Comune di Desio poi diventato vicepresidente della Provincia di Monza Antonino Brambilla, l’ex responsabile dell’ufficio tecnico desiano poi diventato assessore provinciale monzese Rosario Perri, l’ex sindaco di Giussano Franco Riva (che ha mancato per un soffio a sua volta l’assessorato alla Provincia) e l’intermediario immobiliare Filippo Duzioni che, secondo il pm Donata Costa, ha pagato Ponzoni per ottenere modifiche di destinazione di uso da agricola a commerciale di terreni nei Pgt di Desio e Giussano per realizzare centri commerciali.
E in cambio Ponzoni avrebbe ripagato la sua “squadra” con consulenze d’oro, poltrone in Enti e municipalizzate brianzole e in ultimo anche all’allora neonata Provincia di Monza e Brianza.
Per Franco Riva il pm ha chiesto la condanna a 3 anni e 2 mesi. Accuse tutte contestate invece dall’imputato e dal suo difensore.
Per quanto riguarda il Pgt di Giussano l’avvocato Minniti ha ritenuto che «l’iter amministrativo è risultato legittimo e l’approvazione è stato un atto collegiale del consiglio comunale e non una decisione del sindaco» e che le utilità che avrebbe ricevuto in cambio Franco Riva risultano «insussistenti».
Franco Riva, in qualità di ragioniere commercialista della fallita immobiliare “Pellicano”, è anche accusato di avere fatto da istigatore per salvare la società dal fallimento presentando dei contratti di compravendita simulati.
«Quelli non sono contratti simulati ma vere proposte preliminari di compravendita - ha spiegato il legale - Al processo è emersa la prova contraria all’accusa contestata».
Secondo l’avvocato Minniti questo processo è scaturito da «una scintilla politica» dopo l’apertura di altre inchieste analoghe presso altre Procure lombarde e la pubblica accusa si è basata «su un quadro probatorio confuso, fatto di elementi solo indiziari» e il pm «ha commesso errori macroscopici ed eclatanti come risalire a Franco Riva in una conversazione telefonica tra Perri e Brambilla, che invece parlavano dell’assessore Franco Giordano».
Si torna in aula il 16 febbraio per l’ultima arringa prevista, la parte conclusiva di quella già iniziata da parte di uno dei difensori di Massimo Ponzoni, l’avvocato Luca Ricci.

Monza - Processo Ponzoni. "Rosario Perri era apprezzato come paciere"

di Stefania Totaro da il Giorno

«ROSARIO PERRI non era la longa manus di Massimo Ponzoni, ma veniva fatto intervenire agli incontri perché tutti ne apprezzavano le doti di paciere». Questo ha sostenuto ieri l’avvocato Donatella Rapetti, che insieme al collega Raffaele Della Valle difende l’ex responsabile dell’ufficio tecnico del Comune di Desio poi diventato assessore provinciale monzese Rosario Perri nel processo al Tribunale di Monza per corruzione che vede al centro l’ex assessore regionale lombardo Pdl Massimo Ponzoni.
Per Rosario Perri la pm monzese Donata Costa ha chiesto la condanna a 4 anni e 8 mesi di reclusione, la seconda condanna più pesante dopo quella a 8 anni e 4 mesi chiesta per Ponzoni. Secondo l’accusa Perri faceva parte della «squadra» messa in piedi da Ponzoni per inserire nei Pgt di Desio e Giussano terreni la cui destinazione d’uso è stata modificata per realizzare centri commerciali e a cui appartenevano anche l’ex assessore all’Urbanistica del Comune di Desio poi diventato vicepresidente della Provincia di Monza Antonino Brambilla, l’ex sindaco di Giussano Franco Riva (che ha mancato per un soffio a sua volta l’assessorato alla Provincia) e l’intermediario immobiliare Filippo Duzioni che avrebbe pagato Ponzoni per ottenere le modifiche ai Pgt e in cambio Ponzoni avrebbe ripagato la sua «squadra» con consulenze d’oro, poltrone in Enti e municipalizzate brianzole e in ultimo anche assessorati all’allora neonata Provincia di Monza e Brianza.

ACCUSE tutte contestate invece da Rosario Perri e dai suoi difensori, che chiedono al collegio di giudici monzesi presieduto da Patrizia Gallucci l’assoluzione dell’ex responsabile dell’ufficio tecnico desiano. «L’ipotesi di incolpazione elaborata dall’accusa è farraginosa e basata su un pregiudizio su Perri che non ha avuto riscontro nelle carte processuali - ha dichiarato l’avvocato Rapetti -. Nessuna delle presunte parti offese o dei testimoni ha infatti dichiarato in aula che Perri imponeva decisioni, anzi hanno tutti detto che era amico di tutti e apprezzato perché garantiva serenità agli incontri». Si torna in aula lunedì con altre arringhe difensive.

Desio - «Contro Perri pettegolezzi senza prove». L’avvocato Della Valle chiede l’assoluzione dell’ex assessore provinciale

di Stefania Totaro da il Giorno

«È FANTASMAGORICO ritenere che Rosario Perri avesse influenza sul Pgt e che qualificati professionisti abbiano concordato insieme a lui e agli altri le modifiche in spregio al Pgt stesso».

QUESTO ha sostenuto ieri l’avvocato Raffaele Della Valle, che insieme alla collega Donatella Rapetti difende l’ex responsabile dell’ufficio tecnico del Comune di Desio Rosario Perri, poi diventato assessore provinciale, nel processo al Tribunale di Monza per corruzione che vede al centro l’ex assessore regionale lombardo Pdl Massimo Ponzoni.

Per Rosario Perri la pm monzese Donata Costa ha chiesto la condanna a 4 anni e 8 mesi di reclusione, la seconda condanna più pesante dopo quella a 8 anni e 4 mesi chiesta per Ponzoni. Secondo l’accusa Perri faceva parte della squadra messa in piedi da Ponzoni per inserire nei Pgt di Desio e Giussano terreni la cui destinazione d’uso è stata modificata per realizzare centri commerciali. Secondo l’accusa alla squadra appartenevano anche l’ex assessore all’urbanistica del Comune di Desio, poi diventato vicepresidente della Provincia di Monza, Antonino Brambilla, l’ex sindaco di Giussano Franco Riva (che ha mancato per un soffio a sua volta l’assessorato in Provincia) e l’intermediario immobiliare Filippo Duzioni, che avrebbe pagato Ponzoni per ottenere le modifiche ai Pgt. In cambio Ponzoni avrebbe ripagato la sua squadra con consulenze d’oro, poltrone in enti e municipalizzate brianzole e in ultimo anche assessorati dell’allora neonata Provincia di Monza e Brianza.

Accuse tutte contestate da Rosario Perri e dai suoi difensori, che chiedono al collegio di giudici monzesi presieduto da Patrizia Gallucci l’assoluzione dell’ex responsabile dell’ufficio tecnico desiano. «Questo processo è stato palcoscenico di una meschinità terribile da parte di imprenditori pasticcioni, esperti superficiali, politici rancorosi, pronti ad atterrare l’avversario caduto in disgrazia - ha dichiarato l’avvocato Della Valle -. Ma a questo impeto deve subentrare la ragione e l’imparzialità. Perché Perri, al di là dei pregiudizi e dei pettegolezzi, non può essere dichiarato colpevole perché non è stata raggiunta la prova che abbia commesso i reati che gli sono contestati, anzi dal processo sono emersi una miriade di elementi che hanno stroncato il castello accusatorio».

Nonostante questo, secondo il legale, la pm «quando si è resa conto che nell’istruttoria dibattimentale non sono emerse le prove, invece di chiedere l’assoluzione dalle accuse, ha optato per una scorciatoia sostituendo gli elementi di prova con frasi ad effetto e chiedendo comunque la condanna dell’imputato». 

Desio - Edilizia, nuovi guai per Perri. Per i pm non avrebbe controllato alcune domande di condono edilizio

di Stefania Totaro da il Giorno

PRIMA UDIENZA ieri al Tribunale di Monza del processo che vede Rosario Perri imputato per abuso in atti d’ufficio e omessa denuncia da parte di pubblico ufficiale.
L’ex capo dell’ufficio edilizia privata e urbanistica del Comune di Desio (già sotto processo al Tribunale di Monza per corruzione per le modifiche sospette al Pgt di Desio insieme all’ex coordinatore provinciale del Pdl in Brianza nonchè ex assessore regionale Massimo Ponzoni) è accusato insieme al funzionario responsabile dell’ufficio edilizia privata e urbanistica Marino Arienti (per cui il collegio giudicante presieduto da Silvia Pansini ha dichiarato nullo per problemi di notifica il rinvio a giudizio rimandandolo indietro al gip, che dovrebbe comunque riuscire a riagganciare Arienti al processo per la prossima udienza fissata all’11 aprile) e al comandante della polizia locale di Desio Giuseppe Zuccalà. Al processo si è costituito parte civile con l’avvocato Enrico Giarda il Comune di Desio per ottenere un risarcimento dei danni.

Sotto accusa alcuni interventi edilizi ritenuti abusivi relativi al 2007 per cui i relativi reati di abuso edilizio e di falso sono già prescritti e che risultano difficilmente sanabili in quanto gli immobili sono nel frattempo stati acquistati in buona fede quindi risulta impossibile la demolizione. Come i 46 inquilini dell’immobile in via Pallavicini a Desio che era di proprietà della società ‘La Capriola srl’ cui soci erano all’epoca nientemeno che i fratelli Natale, Annunziato e Giovanni Moscato, nipoti di Natale Iamonte dell’omonimo clan calabrese (Natale è stato per quasi vent’anni consigliere comunale a Desio, in quota Psi, ricoprendo anche l’incarico di assessore all’Urbanistica, invece Annunziato, che è stato arrestato nel 2010 nell’ambito dell’operazione ‘Infinito’ sulla n’drangheta in Brianza ed è stato condannato in primo e secondo grado per associazione di stampo mafioso, si è seduto sui banchi del consiglio comunale di Cesano Maderno fino al 1990).

Secondo l’accusa, rappresentata dai pm Salvatore Bellomo e Donata Costa gli imputati, pur sapendo delle false dichiarazioni contenute nelle domande di condono edilizio presentate dagli imprenditori e a seguito dei provvedimenti di diniego del permesso di costruire, omettevano ognuno per quanto di sua competenza di effettuare gli opportuni accertamenti tecnici e di denunciare i reati di abuso edilizio all’autorità giudiziaria. Accuse contestate da tutti gli imputati. Dal canto suo Rosario Perri si difende sostenendo che nel 2007 al Comune di Desio c’era il commissario prefettizio, che aveva dato alla polizia locale il compito di procedere. 

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