Russia

Salvini a Mosca “Ora mi aspetto un finanziamento da parte di Putin”

di Nicola Lombardozzi da la Repubblica

MOSCA. Niente felpa. Per il suo intervento da ospite d’onore a un convegno sull’economia della Duma, il Parlamento della “amica Russia”, Matteo Salvini sceglie un cravattone verde appena più formale. I russi lo guardano con curiosità e ne ascoltano con piacere le dichiarazioni. Ormai è un ospite abituale che, dicono, avrebbe pure conquistato la personale simpatia di Putin dopo un breve incontro di straforo in ottobre a Milano. Salvini ne prevede molti altri: «Mi riceverà presto, forse già in gennaio». Intanto alla Duma raccoglie applausi inevitabili quando ripete la sua avversione alle sanzioni occidentali contro la Russia che «non può essere considerato un nemico ma un alleato con cui riprendere i rapporti commerciali e culturali». Sono applausi dei politici locali, ma anche della delegazione di imprenditori italiani in Russia già pesantemente colpiti dalle sanzioni volute da Usa e Ue e soprattutto dalle «contro sanzioni» decise da Putin soprattutto nel settore agroalimentare. Ed è un piacere per tutti i presenti ascoltare le sue critiche alla Ue che «insiste con sanzioni idiote che andrebbero tolte domani mattina». E che ha ragione solo in un caso: «Quando dice a Renzi che non ha fatto nulla di concreto».

Applausi tutti italiani arrivano proprio nei passaggi su Renzi: «Avrebbe dovuto esserci lui qui al posto mio a difendere l’amicizia con ta finanziamenti per la sua Lega e risponde così: «Non cerco regali, ma un prestito conveniente come quello concesso alla Le Pen, lo accetterei volentieri. Lo accetterei da chiunque mi offrisse condizioni migliori di, per esempio, Banca Intesa». Lapsus freudiano o citazione voluta che sia, Banca Intesa ha un senso preciso. Il massimo dirigente di Banca Intesa a Mosca è da anni quell’Antonio Fallico, compagno di scuola di Marcello Dell’Utri e riferimento abituale di Silvio Berlusconi per tutti i suoi investimenti in Russia. Ed è proprio con Silvio Berlusconi che il “Salvini russo”sta giocando la sua personale partita nelle sue visite a Mosca, ormai a cadenza mensile. La solidità dell’amicizia storica tra Putin e il leader di Forza Italia scricchiola Russia».

Ai russi comunque Salvini comincia a piacere. Lui lo percepisce e forse aspira a qualcosa di più. Gli domandano se si aspetla già da tempo. A cominciare dalla vicenda del famoso “lettone di Putin” che fece imbestialire il riservato capo del Cremlino fino all’inesorabile declino politico dell’“amico Silvio” protagonista del defunto accordo sul South Stream. Che Salvini miri a sostituire Berlusconi nel cuore di Putin sembra un progetto quasi dichiarato. A chi gliene chiedeva conto ieri, il leader della Lega rispondeva: «Entrambi apprezziamo Putin ma abbiamo canali e approcci separati». Intervistato la scorsa settimana dal magazine economicoVlast (Potere) l’ineffabile Antonio Fallico rispondeva così alla domanda “al posto di Putin, come accoglierebbe la richiesta di amicizia di Salvini?”: “Con molta cautela”.

Salvini e l'orso russo. L’amico D’Amico, dalla Russia con furore

di Roberta Zunini da il Fatto quotidiano

Quando Matteo Salvini nel dicembre 2013 fu eletto segretario della Lega, la crisi ucraina era appena scoppiata, ma sembrava ancora un fatto locale e controllabile. I rapporti commerciali tra Europa, Italia e Russia andavano a gonfie vele e nessuno avrebbe nemmeno lontanamente potuto immaginare che i nostri produttori sarebbero stati colpiti dal controembargo, conseguenza delle sanzioni economiche tanto vituperate dalla Lega. L’annessione della Crimea, supportata con enfasi da Salvini&C, era ancora fantascienza. I motivi per i quali la Lega aveva inizialmente asserito di essersi schierata al fianco dello “zar”, dunque non erano ancora all’orizzonte. Eppure nel parterre torinese, ad assistere all’incoronazione dell’altro Matteo c’erano già due influenti esponenti del partito di Putin, Russia Unita.

In un’intervista a Conflitti e strategie, Salvini lo ha confermato: “...a quel congresso federale, tra gli ospiti stranieri, c’erano due funzionari di Russia Unita, conosciuti dal mio portavoce Gianluca Savoini che, assieme al nostro ex parlamentare Claudio D’Amico, ha organizzato la nostra missione in Russia”. D’Amico, assieme a Lorenzo Fontana, è il responsabile dei rapporti del Carroccio con i partiti esteri ma la sua funzione sembrerebbe più operativa, per sua stessa ammissione: “Sono stato tante volte in Russia e sono stato anche osservatore del referendum in Crimea”. Pur “non avendo nulla da nascondere”, D’Amico però non ha potuto spiegare in cosa consistesse e in cosa consista la sua attività perché “da oggi di rapporti con la Russia è autorizzato a parlarne solo Salvini”. Resta il fatto che l’ex sindaco di Cassina de’ Pecchi, esperto di ufologia ed extraterrestri, è da tempo un volto noto della tv di Stato russa e della piattaforma mediatica filo Cremlino Russia Today.

LA SUA FREQUENTAZIONE degli studi televisivi moscoviti è stata quasi certamente propiziata dalla sua amicizia con Aleksej Puskov, deputato di Russia Unita, a capo del comitato parlamentare per i rapporti con l’estero e autore dal ‘98 del programma televisivo di informazione e analisi politica Postscriptum . Il percorso del leghista dal municipio lombardo verso il Cremlino, ha fatto tappa nell’Osce - l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa - come capogruppo per l’Italia. Anche Puskov ne aveva fatto parte. Secondo numerose fonti, durante le riunioni dell’organizzazione, si era più volte dichiarato contrario all’idea di un’Europa multi- etnica, trovandosi d’accordo per l’appunto con l’amico russo. Con lui e tutto l’entourage putiniano condivide la battaglia contro l’aborto e contro le coppie omosessuali.

L’unica differenza con l’establishment putiniano è la fede: D’Amico si professa un cattolico militante mentre i suoi amici si considerano ferventi cristiani ortodossi. A ottobre D’Amico ha guidato Salvini in Russia dove hanno incontrato anche il politologo- filosofo Dugin, consigliere del presidente russo, inventore della teoria dell’impero euroasiatico e fondatore del partito nazional-bolscevico in cui propugnava la fusione tra precetti nazisti e comunisti. La fotografia che ha scelto per il suo profilo Facebook, lo ritrae mentre stringe fiero e sorridente la mano a Putin. Nel commento lo ha definito “un momento storico”.

Durante l’inaugurazione a marzo, presso la sede della Lega Nord di Varese, della sezione provinciale dell’associazione culturale (che però fa politica) Lombardia Russia, il cui presidente è Gianluca Savoini, D’Amico ha detto che il deposto presidente ucraino Yanukovich non è scappato ma “ha voluto lasciare per evitare ripercussioni sulla popolazione”. Peccato che poi dalla Russia Yanukovich sostenga la lotta armata dei filorussi del Donbass. Se fosse stato eletto al Parlamento europeo, D’Amico avrebbe chiesto la desecretazione dei dossier sugli extraterrestri, ma non essendo andata così, continuerà a lottare per la realizzazione del dossier eurasiatico.

Il bancomat di Putin per i nazionalisti d'Europa. In fila anche la Lega: "Ogni aiuto ben accetto"

di Ettore Livini e Nicola Lombardozzi da la Repubblica

MOSCA - Difficile che nel faccia a faccia di metà ottobre a Milano, e poi nella sua visita lampo a Mosca della settimana successiva, Matteo Salvini possa avere ottenuto molto di più che una forte comprensione e un potente riconoscimento internazionale. I 9 milioni di euro concessi alla Le Pen, attraverso una banca ceco-russa sono frutto di una ben più lunga intesa politica che risale addirittura al padre Jean-Marie. E anche del fatto che Mosca ritiene la Francia assai più ostile dell'Italia dove, sotto sotto, nemmeno il governo in carica viene ritenuto visceralmente anti russo come "il perfido Hollande".

Ma la speranza che prima o poi aiuti in denaro possano arrivare in qualche modo da Mosca è rimane accesa nel clan di Salvini. Lui stesso conferma: "Noi facciamo un appello politico a tutto il mondo e ogni aiuto è ben accetto, anche perché abbiamo 70 dipendenti in cassa integrazione". Ma precisa: "Finora non è arrivato né un rublo né un euro. E non ci interessa chiederlo. Il nostro appoggio alla Russia è totalmente disinteressato".

Un po' per amore del vecchio metodo sovietico, un po' per ripicca contro gli Usa che starebbero facendo altrettanto, Putin ha deciso di sostenere, accreditare e perfino finanziare una lista di partiti che in qualche modo possano creare problemi ai cosiddetti "governi ostili" e scompiglio nelle politiche dell'Unione europea. Come? Il canale bancario  -  come è successo con la Le Pen  -  resta in teoria la strada più semplice e trasparente. La moral suasion del Cremlino, nel settore, è altissima. Cinque istituti di credito sono finiti nella lista delle sanzioni Ue e Usa.

Tra di loro la Rossiya Bank di Yuri Kovalchuk e Nikolaj Shamalov (membri della Ozara Dacha, la cooperativa degli anni '90 da cui sono usciti i padroni della nuova Russia, Putin compreso) etichettata dalla Ue come "la banca personale dei vertici della repubblica russa". Esistono poi altri canali di finanziamento più tortuosi ma molto più efficaci per occultare i mandanti: il rapporto 2007 messo a punto dalla Cia sul tesoro nascosto di Putin  -  mai reso noto  -  descriveva secondo fonti d'intelligence Usa complesse triangolazioni nel mondo del trading energetico su petrolio e gas che coinvolgevano molti uomini dell'entourage del presidente. Una girandola di intermediari che dai giacimenti siberiani fino ai consumi finali faceva salire i prezzi della materia prima. Lasciando strada facendo piccole fortune nelle mani di chi (anche politici stranieri, dice il tam-tam a Washington) garantiva il suo appoggio alla linea di Mosca.

Oggi, spiega un recentissimo rapporto di Political Capital Research  -  un think-tank ungherese che già nel 2009 raccontava dei rapporti tra Putin e l'estrema destra europea  -  il "soccorso rosso" a Le Pen & C. arriva anche in forme più immateriali: assistenza tecnica nell'organizzazione di manifestazioni, aiuti professionali con personale specializzato, accesso ai network media e internazionali sfruttando le liaison del Cremlino. Partite di giro che si chiudono spesso attraverso Ong e associazioni di amicizia bilaterali sostenute dai rubli di Putin. La lista dei possibili beneficiari, aggiornata quotidianamente dai consiglieri ultra-conservatori che hanno conquistato la leadership nell'ufficio del Presidente, vede la Lega ormai stabilmente ai primi posti dopo l'irraggiungibile Marine Le Pen. E insieme ad altri partiti e movimenti che sembrano formare una vera e propria "Internazionale Nera". Ci sono gli austriaci del Partito Popolare, i tedeschi di Afd e gli olandesi del Partito della Libertà, xenofobi e antieuro; i Tea party statunitensi, più a destra dei repubblicani; l'Ukip del pittoresco alleato di Beppe Grillo, Nigel Farage; gli antisemiti ungheresi di Jobbik; i "fratelli slavi" dei movimenti nazionalistici bulgari e serbi e polacchi; e in coda, per il momento, perfino i neonazisti dichiarati greci di Alba Dorata. "Una miscela letale che mira a far esplodere l'Unione europea dall'interno", dice Mitchell Orenstein, docente alla Boston University e collaboratore della rivista Foreign Affairs lanciando un allarme molto sentito negli Stati Uniti.

In Russia intanto, le fonti ufficiali tacciono. "Avete mai sentito un governo ammettere di finanziare partiti stranieri? Sarebbe assurdo ma lo fanno tutti e gli americani in questo sono maestri", dice una fonte assolutamente anonima degli uffici che contano. Ma come si può giustificare un appoggio anche solo morale a una lista così impresentabile? La chiave è semplice: tutti quanti, difendono quelli che il Cremlino ritiene "sacri valori della tradizione, della famiglia e della cristianità". Applaudono alla omofobia di Stato di Mosca, scimmiottano il nazionalismo di Putin nelle loro richieste punitive contro immigrati e stranieri. L'anonimo del Cremlino spiega meglio: "Gli Stati Uniti finanziano rivoluzioni e colpi di Stato, usando sempre il vecchio slogan della Guerra Fredda dell'esportazione della democrazia. Lo hanno fatto palesemente in Ucraina dal 2004 al disastro di oggi. E nelle rivolte del Nord Africa. Perfino con i nostri oppositori di piazza, quelli che fino a due anni fa riempivano le piazze di Mosca con slogan anti-Putin preconfenzionati". Non è poi così vero. Le proteste di piazza, che sembravano assolutamente spontanee, sono semmai state fatte fuori con leggi che hanno di fatto eliminato ogni forma di dissenso. E comunque non spiega il sostegno alle forze di destra sempre meno moderata.

Ma al Cremlino nessuno si scandalizza: "L'Unione sovietica inviava gioielli e bonifici milionari ai partiti comunisti, ai rivoluzionari del Terzo Mondo, qualche volta anche ai terroristi, con il pretesto di diffondere la Rivoluzione proletaria. Adesso invece aiutiamo tutti coloro che ci aiutano a combattere questa ondata di immoralità dell'Occidente. E nella lista non ci sono terroristi ma partiti democraticamente eletti". Parole che sono miele per Salvini e i suoi, e che invece non suonano molto piacevoli per l'italiano che più di ogni altro in questi vent'anni è stato considerato il vero grande amico di Putin. Gli ultimi anni di Berlusconi hanno però creato più di un imbarazzo al presidente russo. Prima le storie troppo indecenti di olgettine, lap-dance e del famoso lettone di Putin che, qui giurano, non è mai esistito. Poi una debolezza sul piano euroscettico e un fatale declino politico che lo rende sempre meno utile per la causa. La botta finale è arrivata dalla posizione di Forza Italia a favore dei matrimoni gay che, non a caso, Salvini continua a sottolineare ad ogni occasione con studiato stupore. Sorride il leader leghista e ne ha ragione. E spera in un messaggio di complimenti per la sua vittoria elettorale. Privilegio finora concesso solo alla bionda Marine. Nelle sue passeggiate moscovite mostrava con orgoglio una brutta maglietta con un Putin in mimetica e aggressive scritte in cirillico. Robaccia al confronto di quelle più raffinate che si possono trovare a soli dieci euro conoscendo i negozi giusti. Il suo trofeo feticistico sbiancherà alla prima lavata. Ma forse il futuro potrebbe portare qualcosa di più che una t-shirt.

Sanzioni alla Russia. Doccia gelata sugli affari delle imprese brianzole

di Fabio Lombardi da il Giorno

DUECENTO milioni di euro di esportazioni all’anno sono a rischio. Tanto vale l’export brianzolo nell’ex Unione Sovietica. I primi effetti delle sanzioni Ue e delle controsanzioni moscovite già cominciano a farsi sentire. Non a caso nei primi sei mesi dell’anno le esportazioni manifattutiere brianzole sono calate dell’8,3 per cento colpendo in particolare i settori della meccanica (apparecchiature, macchinari e mezzi di trasporto). Un dato ancor più significativo se si pensa che l’embargo nei confronti di Mosca non ha interessato i primi 3-4 mesi del 2014.

IL BRACCIO di ferro fra l’Unione europea e Vladimir Putin sta facendo male all’economia brianzola. E potrebbe, purtroppo, essere solo l’inizio. Le sanzioni economiche decise dalla Ue nei confronti della Russia (in seguito alle tensioni militari con l’Ucraina per il controllo della Crimea) hanno generato la risposta del presidente russo che, dopo aver vietato l’importazione di generi agroalimentari, ha minacciato di bloccare anche quelle legate all’abbigliamento. Ma i danni andrebbero già oltre. Aziende di altri settori, come l’arredamento, denunciano da tempo difficoltà nell’ottenere pagamenti di alcune commesse e lavori portati a termine in Russia.

«GIÀ DA MESI - racconta il segretario generale dell’Unione artigiani della Brianza, Marco Accornero - denunciamo come per le nostre imprese l’applicazione delle sanzioni alla Russia costituisca un boomerang e favorisca di fatto la concorrenza agguerrita di Cina, India e Sudamerica». Se infatti i russi non potranno più acquistare determinati prodotti dai paesi dell’Unione Europea, si rivolgeranno a fornitori di altre nazioni. «Oggi al danno previsto si aggiunge una beffa ancor più pesante: il blocco dei pagamenti ai fornitori europei e italiani per lavori già portati a termine o in fase di consegna», aggiunge Accornero. Per capire quanto sia diventato importante per le imprese brianzole il mercato russo, basti sapere che nei primi sei mesi di quest’anno il valore delle esportazioni ha superato i 92 milioni di euro (nello stesso periodo l’anno scorso erano stati superati i 100 milioni). La parte del leone la fanno le aziende dell’arredamento con oltre 23 milioni di euro (in crescita, nonostante tutto, nei primi sei mesi dell’anno) in sei mesi.

LA SECONDA voce in ordine d’importanza è rappresentata dall’esportazione di macchinari e apparecchiature nca (strumenti che intervengono meccanicamente o termicamente sui materiali o sui processi di lavorazione) che nei primi sei mesi dell’anno hanno portato in Brianza oltre 14 milioni di euro. E qui il calo è già stato pesantissimo con un -44,4 per cento da gennaio a giugno. Seguono poi i prodotti chimici (8,8 milioni in sei mesi con un +16,4%) e l’abbigliamento (8,4 milioni in sei mesi con un -17,1%) che potrebbe essere fra i prossimi settori nel mirino delle controsanzioni russe.
fabio.lombardi@ilgiorno.net


«Ritardi nei pagamenti e commesse sfumate. I danni già si sentono»
di Fabio Lombardi da il Giorno

C’È CHI i danni economici ha già cominciato a subirli e chi teme di subirne. Anche nel settore del mobile. Pur non essendo infatti il legno-arredo fra i comparti interessati dalle controsanzioni decise dalla Russia, in risposta alle sanzioni stabilite dalla Ue, i legnamé brianzoli non dormono sonni tranquilli. Soprattutto per i mobilieri, infatti, l’ex Unione Sovietica ha rappresentato negli ultimi anni un mercato in fortissima ascesa. Le controsanzioni russe che per ora riguardano l’agroalimentare (anche se Putin già minaccia di estenderle al settore moda e abbigliamento) non si fermano lì.

«DA TRE MESI a questa parte, cioè dall’inizio della crisi Ucraina, sono cominciate le difficoltà con i clienti russi. Merce non ritirata, preventivi a cui non è più arrivata risposta, continui rinvii anche nei pagamenti. Se la situazione non si sblocca in breve tempo rischiamo di trovarci con milioni di euro di prodotti invenduti». A lamentarsi è Walter Mariani (nella foto), un’azienda familiare (lui, moglie e figlio più due dipendenti) per la lucidazione di mobili di lusso a Bovisio Masciago. «Lavoriamo insieme a una grande impresa italiana che si occupa di tutto il settore del mobile con uno showroom a Mosca e a San Pietroburgo. Quello pensato per il mercato Russo è un arredamento di qualità. Se andiamo a guardare le commesse, circa il 60 per cento del lavoro era destinato al mercato russo».

NON SI PARLA di noccioline. «Ultimamente abbiamo lavorato a una commessa in Azerbaijan a una villa con arredi di lusso per 2 milioni di euro. Tutto artigianale con singole camere che arrivano a costare 250mila euro. Rinunciare a un mercato così è durissima per piccole imprese come la nostra. Se la situazione non si risolve in un paio di mesi saranno guai grossi», conclude Mariani. Preoccupato è anche Filippo Berto, della Berto salotti di Meda. La sua è un’azienda modello. Fatturati in crescita a doppia cifra negli ultimi anni, anche nel pieno della crisi, grazie a un abile utilizzo delle nuove tecnologie e di internet.

«DA UN PAIO d’anni abbiamo cominciato ad avere rapporti commerciali con la Russia. In così poco tempo questo mercato è arrivato a rappresentare circa il 6 per cento delle nostre esportazioni. Puntavamo e puntiamo molto su questo Paese, ma le tensioni che si stanno creando fra la Russia e gli Stati membri dell’Unione Europea rischiano di danneggiare pesantemente tante piccole e medie imprese brianzole. Ho imparato a conoscere i russi in questi anni. Se cominceranno a percepirci come nemici, sanzioni o non sanzioni, non compreranno più nulla da noi», spiega amaramente, Filippo Berto.


Triangolazioni con la Serbia per aggirare i divieti commerciali
di Fabio Lombardi da il Giorno

SANZIONE che fai, scappatoia che trovi. O meglio: triangolazione che trovi. Le limitazioni commerciali imposte dall’Unione Europea alla Russia, e le «controsanzioni» decise dal presidente Vladimir Putin stanno spingendo diverse aziende (in particolare di grandi dimensioni) a cercare delle «vie alternative» per il commercio. Nessuno lo ammette apertamente (e chi lo ammette «però, per favore non faccia il mio nome»), ma sono diverse le imprese che stanno guardando a Paesi fuori dall’Unione Europea che abbiano buoni rapporti con la Russia per «aggirare l’ostacolo» delle sanzioni.
In cima alla lista c’è la vicina Serbia (dove già diverse imprese italiane hanno fabbriche, filiali o joint venture in essere). La Serbia, per questioni storiche, ha conservato un rapporto privilegiato con la Russia. E in questo caso il vantaggio sarebbe addirittura doppio. Non solo consentirebbe di effettuare una triangolazione (vendere un prodotto, o parte di esso, in Serbia per poi rivenderlo in Russia) ma di sfruttare gli accordi commerciali in essere fra i due Paesi slavi.

BELGRADO infatti da anni ha raggiunto alcune intese che le permettono di non dover pagare dazi per molte delle merci in ingresso in Russia. Gli accordi prevedono l’accesso in questo Paese a tariffa zero per prodotti fabbricati in Serbia che coprono oltre il 95% delle voci doganali (anche se con qualche differenza fra settore e settore). In pratica, in questo caso, le aziende italiane che producono in Serbia quando si presentano alle frontiere russe possono accedere allo stesso trattamento privilegiato accordato a quelle che appartengono alla Confederazione degli Stati Indipendenti (Csi) come ad esempio Bielorussia o Kazakistan.

Russia - L’internazionale fascio-comunista

di Roberta Zunini da il Fatto quotidiano

A Yalta, il fine settimana scorso, è avvenuto un piccolo ma intenso capovolgimento della storia, passato inosservato a molti media occidentali. Proprio per il suo valore simbolico, il Cremlino, anche se non direttamente, bensì “a t t r averso strutture parastatali” – come ha spiegato il leader di Forza Nuova Roberto Fiore, unico italiano invitato – ha organizzato qui una due giorni intitolata “Russia, Ucraina, Nuova Russia: problemi e sfide globali”. Nonostante i numerosi ammiratori di sinistra, Vladimir Vladimorovic Putin all’incontro ha voluto solo gli esponenti dei separatisti filo-russi, i leader dei partiti nazional bolscevichi russi (che uniscono istanze comuniste a quelle naziste) e i leader di partiti e movimenti di estrema destra e ultranazionalisti europei, che sono dall’inizio della crisi ucraina al suo fianco.

IN UNA CRIMEA che sta vivendo una crisi economica e un calo drammatico del turismo dopo l’annessione unilaterale da parte della Russia lo scorso marzo, quello appena trascorso è stato un week-end animato. A rappresentare Putin c’era uno dei suoi più stretti consiglieri, quel Sergey Glazyev finito nella lista dei funzionari russi colpiti dalle sanzioni economiche. “Ciò che Forza Nuova voleva sottolineare e che ci ha visti tutti d’accordo è che la crisi ucraina è stata concepita dagli Stai Uniti per interrompere quel legame che si era creato negli ultimi anni tra la Russia e l’Europa. E infatti abbiamo presentato una lista di nomi di agricoltori italiani che chiedono a Putin di sollevarli dall’em - bargo che li sta penalizzando”.

Ma Fiore, così come i rappresentanti dei movimenti ultranazionalisti europei presenti concorda anche sul fatto che i separatisti hanno tutte le ragioni per combattere contro Kiev, che la vulgata rossa e rosso nera accusa dall’inizio di Maidan di fascismo. Sembrerebbe quindi una contraddizione che l’estrema destra europea stia dalla parte di Putin. Eppure la situazione è questa, al netto della propaganda.

A discutere con i separatisti Glazyev c’era il presidente del British National party, noto per la violenza e razzismo dei suoi militanti dalle teste rasate, Pavel Chernev del Partito neonazista bulgaro, Bartosz Bekier della Falange anti-semita polacca, il gruppo conservatore euroscettico di Vlaams Belang, cioè i separatisti fiamminghi di estrema destra del Belgio. Ospite di riguardo anche lo scrittore svedese Israel Shamir, uno dei più convinti negazionisti dell’Olocausto.

Sul campo invece i volontari europei che continuano ad arrivare nel Donbass per combattere a fianco dei separatisti vengono dai movimenti di estrema sinistra, mentre quelli a fianco dell’esercito ucraino, arruolati nel battaglione Azov sono di estrema destra. I separatisti hanno dunque l’estrema destra e l’estrema sinistra europea dalla loro parte.

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