processo vivacqua

Monza - Sentenza Vivacqua: la Procura si appella, i dubbi delle difese

18/04/2016

di Pier Attilio Trivulzio

La Procura di Monza non ci sta e appella la sentenza della Corte d'Assise che, per l'omicidio di Paolo Vivacqua, condanna Diego Barba, Salvino La Rocca, Antonino Giarrana e Antonio Radaelli ma assolve l'ex moglie Germania Biondo.
La Procura sarebbe anche pronta a sollevare un’accusa di falsa testimonianza nei confronti del superteste, Gino Guttuso, dopo la sua ritrattazione in fase di incidente probatorio.
Anche i legali degli imputati sono pronti a dare battaglia in Corte d’Appello, dopo aver letto le motivazioni depositate in cancelleria ai primi di marzo.
Un breve sintesi si può leggere nell’articolo pubblicato su infonodo (vedi Monza - Processo Vivacqua: le motivazioni della sentenza).
Elenchiamo qui di seguito alcuni punti che non convincono i difensori e alcune piste che sempre secondo questi sarebbero state tralasciate.

Per la Corte “Il plausibile movente dell'azione omicidiaria è insita nel desiderio di poter manovrare le ingenti ricchezze del Vivacqua soltanto dopo la sua eliminazione fisica...Il forte legame tra Barba e il cognato Licata Caruso rappresenta la chiave di lettura...Occorre considerare che la mattina del 14 novembre 2011 Licata Caruso aveva contattato telefonicamente Vivacqua e nella circostanza (telefonata ore 9.30) aveva appreso che questi si stava recando in ufficio a Desio. Simile constatazione è di notevole spessore, atteso che Licata potrebbe aver fornito informazioni agli imputati sulla presenza della vittima nell'ufficio”.
In realtà non è Vivacqua che dice a Licata che sta andando in ufficio, bensì Licata che dice a Vivacqua: “Sto andando in ufficio a Sesto San Giovanni” (alla Royal Aste – ndr).

PAOLO E' STATO LASCIATO SOLO E LA CHIAMATA MANCANTE

Stranamente, sottolineano i giudici, quella mattina Vivacqua era stato lasciato solo: la circostanza è di rilievo. In particolare Lavinia Mihalache si lamenta con il fratello Carmi e con Gaetano Vivacqua che gli amici fidati Lillo, Enzo e Mario lo avessero lasciato solo senza preoccuparsi di dove fosse”.
Lavinia, che quella mattina era a Muggiò al bar di Mario Infantino dove lavorava l'amica Mariana Rusnac, dichiara d'aver “chiamato Paolo alle 10.50. Non mi rispondeva e mi sono preoccupata. Alle 15 ho visto Mario Infantino, gli ho chiesto di Paolo e la risposta è stata: non l'ho visto”. A Mariana dice: “Vado all'ufficio, mi sento che gli è successo qualcosa”.
Sono passate 4 ore dalla chiamata che dice d'aver fatto a Paolo che però non aveva risposto.

Dai tabulati telefonici sulle due utenze di Vivacqua intercettate, la chiamata della Mihalache non risulta. Né sembra sia tata fatta nessuna attività investigativa sui cellulari 389/4349xxx e 388/756xxx,
trovati dentro la Bmw di Vivacqua che possedeva una ulteriore sim telefonica 331/4024xxx, utilizzata prevalentemente per chiamate in Sicilia.
Nel promemoria lasciato all'agenzia di Pirovano che doveva servire per l'appuntamento col notaio per il rogito della casa di Carate Brianza, Paolo diede un'ennesima utenza: 389/4349xxx.

IL KILLER LO ASPETTAVA IN UFFICIO
La Corte, nelle motivazioni delle sentenza, sposa la tesi esposta nell'arringa da Manuela Cacciuttolo, difensore di Germania Biondo, cioè che il killer aspettasse Vivacqua all’interno dell’ufficio.
I giudici scrivono: “La posizione di rinvenimento del cadavere e la direzione dei colpi (dal basso verso l'alto) che hanno attinto il corpo di Paolo avvalorano l'ipotesi che il killer fosse già all'interno dell'ufficio all'arrivo dell'uomo e che lo abbia freddato alle spalle, cogliendolo di sprovvista, per poi allontanarsi indisturbato”.
Per entrare nell'ufficio, dunque, il killer doveva essere in possesso delle chiavi. Queste erano appena state cambiate da personale della ditta di Angelo Bottaro il quale un paio di giorni prima dell'omicidio telefona a Paolo dicendogli di andare da lui a ritirarle. La mattina dell'uccisione, Bottaro chiama Paolo alle 10.23
Alle 10.34 è Paolo (che è dentro la Bmw) a chiamarlo. Bottaro richiama alle 11 e alle 11.01. Alle 11.18 è Carmelo d'Angelo a chiamare.
A queste ultime chiamate il rotamat non risponde. Perchè il killer l'ha ucciso sparandogli contro 8 proiettili con una Beretta calibro 7,65 silenziata.

I DEPISTAGGI DI BARBA
Per i giudici “Diego Barba è il soggetto che si attivò per organizzare l'omicidio procurando a Giarrana e Radaelli la pistola... Barba si attivò personalmente per far nascere un'indagine a carico di Vivacqua e dei figli...I numerosi depistaggi posti in essere dall'imputato rappresentano ulteriori indizi a suo carico: una informativa ai Carabinieri di Campobello di Licata indicante Giuseppe Smiraglia “noto pregiudicato e mafioso” acquirente di terreni in Sicilia con proventi derivanti dal commercio di materiale ferroso svolto al nord unitamente a Turco Giovanni implicato nell'omicidio Vivacqua”.

Il secondo tentativo di depistaggio, con l’indicazione che l'omicidio avrebbe potuto essere maturato in ambito familiare dai fratelli di Lavinia Mihalache è descritto nella deposizione del colonnello Mario Selmi della Guardia di finanza. L’ultimo depistaggio attuato dal Barba è quello di screditare le dichiarazioni di Gino Guttuso e di Luigi Mignemi. Ciò avviene attraverso le dichiarazioni in aula di Nappa Giuseppe che indica i mandanti dell’omicidio in Barba e Germania Biondo in accordo con la Mihalache e i suoi fratelli.

Barba, scrivono i giudici, si è impegnato su più fronti e segnatamente con i CC di Campobello di Licata (ed in particolare con il M.llo Longo), con i CC di Desio e con il Selmi per deviare e insinuare piste false.

Soffermiamoci e leggiamo attentamente la testimonianza del colonnello Selmi che nella sua deposizione ha spiegato come “dall'attività investigativa avviata nel 2010 quand'era comandante a Sondrio, da intercettazioni telefoniche con il principale indagato che in passato era stato detenuto alcuni mesi in carcere con Franco Coco Trovato furono registrate conversazione con Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, che mi portarono a lavorare in Svizzera, Slovenia ed in altri paesi. Raccolsi notizie su Paolo Vivacqua e i suoi figli, su Licata Caruso, Vincenzo Infantino e Gugliemo Di Pasquali... che ci portarono a disporre di evidenze come il numero del conto di Paolo Vivacqua in Svizzera e del suo corrispondente in terra elvetica, indicammo l'esistenza di una serie di siti dove c'erano somme di denaro contante...una cassetta intestata al suocero di Vivacqua. Segnalammo quali erano le aziende: LV Rottami, Ecoservice, Fer&Inox, FV Metalli, D&G Trasporti e le società che fruivano delle fatture false: Trasformetal, Ecosteel, Tersi Metal...”.

Per inciso, gli ultimi bonifici arrivati all'uffico delle Poste di Lissone sui due conti della LV Rottami erano della società Terzi Metal di Lorenzo Terzoli.
Un totale alla data del 15 novembre 2011 di 6,5 milioni di euro come sempre prelevati in contanti. Gli ultimi prelievi dai conti della LV Rottami per 300 e 350 mila euro – secondo la testimonianza di Rita Faieti, direttrice dell'ufficio postale - vengono fatti da Licata Caruso e da Vincenzo Infantino il giorno dopo l'uccisione di Paolo. In cinque mesi, tra giugno e settembre 2011, dai conti della LV Rottami sono stati ritirati in contanti 20,4 milioni di euro.

Interrogato in carcere dal pm Bruna Albertini nell'ambito dell'indagine milanese per false fatturazioni, alla domanda: “Chi c'è dietro la LV Rottami?” Licata Caruso risponde: “Non lo posso dire, fuori ho tre bambini”. Insiste il magistrato: “Però allora deve dirci di chi ha paura”. “Non ho paura – è la risposta – ho tre bambini, ho famiglia”.
Poi fa i nomi dei clienti Terzi Metal, Fervorari, Galli di Lecco e Traform Metal. Società, queste, sotto indagini della Gdf di Sondrio un anno prima che Barba presentasse Germania Biondo al socio Attilio Cascardo. La donna s'era detta disposta a rilevare particolari relativi agli affari dell'ex marito con l'obiettivo di farlo finire in carcere assieme ai figli Antonio, Gaetano e Davide.
Dunque non sarebbe stato Diego Barba a “depistare” il colonnello Selmi.
La persona in carcere con Franco Coco Trovato era Ferdinando Ronchi, titolare di due società svizzere, la Regmo e la Rofin. Nel novembre 2012 Ronchi viene arrestato vicino a Erba con l'accusa di favoreggiamento nei confronti del boss Francesco Crivaro, arrestato nell'aprile 2011 a Morbegno in uno dei possedimenti di Ronchi.
L'informatore di Selmi potrebbe dunque non essere Diego Barba.

Il colonnello della Gdf nel corso della sua deposizione a Monza aggiunge: “Nel maggio 2011 sostanzialmente avverto che stava succedendo qualcosa di strano e cioè che Paolo Vivacqua aveva ospitato, nei primi dieci giorni del maggio 2011, una persona di origine siciliana, perché questa persona avrebbe fatto da intermediario con un killer che lui cercava per uccidere qualcuno. Non sapevamo chi era l'obiettivo, ma questa persona era ospitata in un appartamento che gli avrebbe messo a disposizione Vivacqua e poi in effetti, in quel locale che noi avevamo segnalato come luogo di custodia della documentazione fatta scomparire, c'era un mini appartamento. Non mi si escludeva potesse essere di un collaboratore di Vivacqua. Questa persona siciliana apparteneva ad un gruppo mafioso, uomo d'onore di un clan mafioso, avrebbe poi trovato il killer per uccidere qualcuno. Informai subito la dottoressa Albertini alla Procura di Milano e alla domanda: “Scusi lei come fa ad avere questa notizia” risposi: “Questa è attività di intelligence, non so se è vero o non è vero, so però che le informazioni che ho avuto in precedenza hanno avuto un livello di credibilità. Non successe niente, dopo qualche mese però Paolo Vivacqua viene ucciso”.

Arriviamo al giugno 2012 – prosegue Selmi nella sua esposizione - ed una sequenza di notizie vere o non vere non lo so, mi veniva indicato che l'omicidio sarebbe stato commesso da un cittadino rumeno, un certo Carmi Mihalache. Questo Carmi era stato indicato come uno dei due fratelli di quella persona che era convivente con Paolo Vivacqua, certa Lavinia Mihalache. Era stato precisato che Carmi e suo fratello avevano un'età compresa tra i trenta e i quarant'anni, che sarebbero giunti in Italia una settimana prima dell'omicidio e che mentre Carmi sarebbe partito per la Romania, l'altro sarebbe arrivato dalla Spagna”.

Questa ultima parte potrebbe essere stata suggerita al colonnello Selmi non già da Diego Barba bensì dal suo socio Attilio Cascardo che per un paio di settimane aveva svolto il lavoro di indagine su mandato di Germania Biondo.
La fonte fa il nome di Elena Pricop Grigore, baby sitter del figlio della Mihalache, Nicolas.
Agli atti risultano le dichiarazioni rese ai carabinieri e in aula dalla Pricop sul soggiorno di due americani e del fratello di Lavinia, Carmi, presenti in casa di Paolo sicuramente fino a sabato 12 novembre. “Quando arrivai in casa il lunedì Paolo e Lavinia dormivano ancora, notai che i bagagli non c'erano più e però vidi la giacca. Suonò il cellulare ma non so chi fosse stato a chiamare perché non compariva alcun nome”; e poi l' intercettazione in cui la Pricop chiede a Lavinia “di una giacca non nuova rinvenuta che non è mai stata nell'armadio di Paolo”.

La sentenza riporta le conversazioni di Lavinia la sera del 14 novembre con il fratello Laurenti che sta in America, al quale chiede il numero di cellulare ucraino di Carmi. Viene spontanea una domanda: Lavinia non vedeva mai Laurenti, perché chiedere a lui il cellulare di Carmi che è il fratello con cui è più in contatto e che, secondo la Pricop, era a Carate due giorni prima dell'uccisione di Paolo?

Agli atti c'è poi la velenosa telefonata del 6 novembre di Paolo a Lavinia in cui lui le dice: “Ti tolgo la casa, ti farò togliere anche i soldi dalla posta, ti tolgo tutto e ti lascio col culo per terra”. E la nota del bonifico fatto da Paolo a Carmi Mihalache il 14 ottobre 2011 appoggiato sul Banco Cam SA di Benissa, nonché l'intercettazione ambientale dello stesso giorno in cui Paolo dice a Carmi di essere “andato in Sicilia dove ho nascosto 300 mila euro che Lavinia sa come recuperare”; rivela quindi d'avere dato 100 mila euro d'acconto (all'agenzia di Massimo Pirovano – ndr) per comperare la casa di Carate, che sta facendo costruire una casa in Romania ed ha preso il bar di Muggiò “che ho pagato io” per Lavinia e quando è nato Nicolas ha dato a lei 100 mila euro da mettere su un libretto postale per il bambino.

Carmi ha avuto anche un prestito di 100 mila euro da Paolo, conosce le banche svizzere dove il rotamat di Ravanusa aveva aperto dei conti. Tant'è che a febbraio 2012 la Mihalache lo chiama e gli chiede: “In quale banca svizzera sei andato con Paolo?”. Perché Lavinia era interessata ad avere questa informazione?

Sabato 11 novembre, tornato dalla Fiera di Rimini, Paolo accompagna l'amico Salvatore Grasta nel box e gli mostra un sacchetto contenente 400 o 450 mila euro. Grasta riferisce di ciò in aula durante il processo. Quella somma non è stata trovata dai carabinieri nel corso della perquisizione effettuata la sera dell'omicidio. Li ha presi Lavinia oppure la mattina del 14 novembre, andando in ufficio a Desio, Paolo Vivacqua li ha portati con sé? In questo caso potrebbero essere stati presi dal killer che l'ha ucciso.

I MISTERI DEI FRATELLI INFANTINO

L'avvocato Cacciuttolo così come gli altri legali erano interessati a porre domande a Vincenzo Infantino. Non si è mai presentato. Anche dopo la richiesta fatta dal presidente Giuseppe Airò ai carabinieri affinché venisse tradotto sotto scorta al processo.
Assieme a Calogero Licata Caruso, Vincenzo Infantino detto Enzo era il braccio destro di Paolo Vivacqua e sicuramente in due occasioni, il 28 giugno 2011 e il 30 settembre versa sul suo libretto personale, prelevandoli dai conti della LV Rottami, rispettivamente la somma di 150 e 350 mila euro che pochi giorni dopo trasforma in contanti.

Alla richiesta del pm Albertini di spiegare queste operazioni risponde: “Per fare una cortesia a Rita (la direttrice dell'ufficio postale di Lissone ndr)”.

La LV Rottami chiude ufficialmente i battenti due settimane prima dell'omicidio di Paolo Vivacqua. “Abbiamo lavorato fino all'agosto – ricorda Enzo Infantino al pubblico ministero – quando siamo tornati dalle ferie Licata mi fa, guarda che il lavoro è abbassato un po' e non ti voglio licenziare, vediamo quello che nasce e ci dividiamo”.

Infantino Enzo continua a prelevare somme importanti in contanti contanti negli uffici postali e nelle banche della Brianza fino all'indomani della morte di Paolo Vivacqua.

Suo fratello Mario - titolare del bar di Muggiò acquistato in società con Paolo che aveva messo 50 mila euro chiedendogli in cambio di intestarsi l'1 % della società Edil Vlb detenuto da Germania Biondo - quand'era a Ravanusa non possedeva conto corrente.
Arrivato in Brianza ha acceso conti presso la Posta e due banche movimentando cifre considerevoli. Alla richiesta di Vivacqua di presentarsi in ufficio e mostrare i rendiconti si è categoricamente rifiutato.
Alle spalle di Paolo Vivacqua molti si sono arricchiti. Ultimamente il rotamat aveva deciso di chiedere il rientro a quanti aveva prestato denaro.
Ne aveva parlato con l'avvocato Loreno Magni che gli curava gli affari e che la Procura di Milano ha indagato per associazione a delinquere.
Voleva chiudere anche la questione della casa di via Donizetti a Carate Brianza, acquistata dalla Pirovano & Partner Gruppo Immobiliare.

Queste in estrema sintesi alcune delle contestazioni che i legali solleveranno in sede di Appello, presso il Tribunale di Milano.

Monza - Processo Vivacqua: le motivazioni della sentenza

18/04/2016

di Pier Attilio Trivulzio

Ventidue udienze per stabilire chi ha ucciso Paolo Vivacqua nel suo ufficio di Desio la mattina del 14 novembre 2011 dal killer che è scritto nella sentenza “era già all'interno dell'ufficio all'arrivo di Paolo, lo ha freddato alle spalle, cogliendolo alla sprovvista sparando dal basso verso l'alto”.

Processo indiziario dal momento che “l''omicidio non ha avuto testimoni diretti, non è stata trovata l'arma del delitto, non sono stati trovati reperti biologici significativi, non è stato possibile accertare il volto o la fisionomia degli autori del fatto attraverso le telecamere collocate nelle vicinanze del luogo del delitto, non vi sono state dichiarazioni confessorie né etero accusatori” - scrivono i giudici, aggiungendo che “la circostanza che la pubblica accusa e le parti civili abbiano fornito moventi differenti non scalfisce il granitico quadro indiziario emerso a seguito dell'istruttoria dibattimentale”.

Quadro indiziario che “ravvisa nell'interesse economico un plausibile movente dell'azione omicidiaria: un interesse profondo, scaturente dal desiderio di poter manovrare le ingenti ricchezze del Vivacqua, e ciò sarebbe stato possibile soltanto dopo la sua eliminazione fisica”.

L'istruttoria dibattimentale ha consentito di individuare un forte legame tra Diego Barba e Licata Calogero Caruso: siffatto elemento è denso di significato e rappresenta la chiave di lettura di diverse questioni. Licata Caruso è risultato essere il faccendiere, l'uomo “ombra” di Paolo Vivacqua, che ben avrebbe potuto gestire liberamente le ricchezze ed i danari di Paolo dopo la morte di questi. E' pacifico che Licata Caruso fosse l'uomo più fidato di Vivacqua, tanto che questi non esitò a difenderlo quando Salvatore Grasta lo avvertì di “guardarsi da Lillo”, perché cognato di Diego Barba. E' altresì pacifico che egli fosse il formale gestore dei conti correnti di Vivacqua e che, in tale veste, conoscesse nel dettaglio tutte le movimentazioni della vittima. Occorre inoltre considerare che la mattina dell'omicidio Licata Caruso aveva contattato telefonicamente Vivacqua e, nella circostanza, aveva appreso che questi si stava recando all'ufficio di Desio. Simile constatazione è di notevole spessore, atteso che Licata Caruso potrebbe aver fornito informazioni agli imputati sulla presenza della vittima in ufficio”.

Stranamente quella mattina Vivacqua era stato lasciato solo: la circostanza è di rilievo tutt'altro che secondario, come del resto si evince dalle intercettazioni delle conversazioni intercorse tra i familiari della vittima che, sin dall'inizio, si sono diffusamente interrogati sul motivo di tale isolamento”.

“In particolare Lavinia Mihalache si lamenta col fratello Carmi e con Gaetano Vivacqua del fatto che la mattina dell'omicidio gli amici più fidati di Paolo (Lillo, Enzo, Mario) lo avessero lasciato solo, senza preoccuparsi di dove fosse.
E' indubbio – scrivono i giudici – che se dopo la morte di Paolo Vivacqua non fosse intervenuto il sequestro, gli imputati – con l'aiuto di Licata Caruso – avrebbero potuto attingere dai conti correnti della vittima. Una simile prospettiva avrebbe aperto scenari di indubbio interesse ed orizzonti ancor più floridi per gli odierni imputati”.

Invero, l'eliminazione fisica di Vivacqua ed il conseguente “subentro” di Licata Caruso nella gestione economica dell'imponente patrimonio, avrebbe infatti rappresentato la fonte di apprezzabili vantaggi, di cui - in primis, Diego Barba, in ragione del vincolo di affinità con Licata Caruso – avrebbe potuto godere”.

Sette mesi dopo l'omicidio di Paolo Vivacqua viene uccisa da Antonino Giarrana e Antonio Radaelli la consuocera del rotamat di Ravanusa, Franca Lojacono. “Un'accurata comparazione della scena dei due crimini e dei rispettivi modus operandi consentono a questa Corte di ravvisare forti collegamenti, oggettivi e soggettivi, tra l'omicidio Vivacqua e l'omicidio Lojacono, avvenuti all'interno del medesimo contesto, in un ristretto arco temporale. Le modalità di esecuzione dell'omicidio Vivacqua sono fortemente indicative della circostanza che il fine avuto di mira degli imputati fosse non già quello di perpetrare una rapina ai suoi danni bensì di ucciderlo; ciò rende ragione del fatto che nessuna traccia sia stata rinvenuta sulla scena del crimine e che nulla sia stato sottratto dall'ufficio della vittima. Diversamente nel caso Lojacono, i killer hanno agito per compiere una rapina, al fine di impossessarsi di un'ingente somma di denaro custodita all'interno di una valigetta che avrebbe dovuta essere rinvenuta nel box. Occorre poi interrogarsi quale sarebbe stata la scena del crimine ove Vivacqua si fosse avveduto della presenza dei suoi assassini ed avrebbe reagito. Il quesito che si pone all'attenzione è funzionale ad evidenziare come un'eventuale reazione di Vivacqua avrebbe potuto imprimere alla scena del crimine contorni ben diversi, atteso che ben può fondatamente sostenersi che una reazione da parte della vittima avrebbe potuto innescare, a sua volta, una reazione da parte degli aggressori, con esiti non dissimili da quelli cristallizzatisi nel caso dell'omicidio Lojacono.
Invero, nel caso del secondo omicidio, la reazione della donna e le difficoltà nel rinvenimento del denaro avevano provocato in Giarrana e Radaelli uno stato di panico misto ad ira; in sostanza una reazione incontrollata sfociata in un'efferata aggressione che aveva condotto a morte l'anziana vittima.
Siffatta analisi – frutto non già di un'astratta comparazione delle due scene del crimine, bensì di un'indagine condotta alla luce delle singole circostanze del caso concreto – offre una chiave di lettura diversa da quella sostenuta dalle difese e consente di cogliere appieno come, dietro apparenti incommensurabili diversità che connotano le scene dei due crimini, si celino in realtà i medesimi autori”.

Le implicazioni che ne discendono sono di estrema rilevanza: la circostanza che gli autori del secondo omicidio siano le stesse persone accusate dal palermitano Gino Guttuso rafforza ulteriormente la credibilità e l'attendibilità dello stesso, così dissolvendo definitivamente eventuali dubbi aleggianti attorno alla sua figura. Non solo: il collegamento tra i due omicidi, riconducibili ai medesimi soggetti, rappresenta ex se un riscontro ulteriore ed autonomo alle dichiarazioni di Guttuso. E così, se da un lato si appalesa l'endemica debolezza delle asserzioni difensive, dall'altro, il cerchio indiziario si chiude. Se ne deve pertanto dedurre che i due omicidi sono strettamente collegati e che sicuramente l'anello che li unisce è costituito proprio dal fatto che Giarrana e Radaelli sono stati incaricati in entrambi gli episodi dal La Rocca e da Barba come riferito da Guttuso e come è riscontrato da convergenti molteplici elementi esterni”.
I complessivi dati processuali portano poi a ritenere che il La Rocca abbia agito su impulso del Barba e non di altri, tipo la criminalità organizzata.
E', infatti, più aderente ai dati processuali la prima ipotesi proprio perché l'omicidio Lojano appare estraneo a interventi della Stidda e appare essere maturato dal fatto che l'omicidio Vivacqua non aveva consentito l'apprensione dei soldi da lui pochi mesi prima acquisiti con l'operazione Bricoman, ipotizzando successivamente che la consuocera potesse essere la custode del denaro.
Dette conclusioni – dicono i giudici - sono coerenti e suffragate da univoci e coerenti indizi: Gino Guttuso accusa tutti, le intercettazione e i comportamenti degli imputati riscontrano la pista del medesimo, Luigi Mignemi conferma il racconto di Guttuso riferendo quanto effettivamente appreso da Giarrana, il silenzio degli imputati sia nel corso delle indagini che in dibattimento stupisce e resta inspiegabile, diversi depistaggi, tramite informatori, sono in gran parte attribuibili proprio al Barba. Inoltre i tabulati telefonici, l'assenza di alibi, la certa loro presenza sui luoghi dei fatti, i rapporti diretti e indiretti che lega tutti i protagonisti, la negazione di circostanze pacifiche, come la relazione Barba/Biondo, le modalità delle condotte osservate nel corso delle indagini, costituiscono elementi aggiuntivi di conferma della fondatezza dell'accusa. I riferimenti di Giarrana al forte credito che vantava e che avrebbe riscosso in caso di scarcerazione, trova conferma anche nel racconto di Mignemi ed anzi avvalora quello che questi dice “quella cosa avrebbe fatto guadagnare loro un sacco di soldi”.

Ecco il quadro di sintesi degli indiziati.
Antonino Giarrana – “Di rilievo sono anzitutto le dichiarazioni di Guttuso che in sede di incidente probatorio ha confermato l'incontro avvenuto a casa sua presenti Radaelli e La Rocca così come ha confermato il prestito e la restituzione del motorino con la targa occultata. Dai tabulati telefonici si evince un significativo flusso di contatti tra lui e gli imputati. In sede di interrogatorio Giarrana confermò d'aver rivelato a Mignemi molti particolari relativi alla riunione a casa sua un mese prima dell'omicidio Vivacqua. Ed in quanto alla pistola, parlando con altri detenuti, dice che la pistola usata per l'omicidio Lojacono era pulita ma dello stesso calibro di quella utilizzata per l'uccisione di Paolo Vivacqua.
Giarrana si dichiara estraneo anche ai fatti relativi all'omicidio Lojacono benchè sia pacifica la sua penale responsabilità; mentre le dichiarazioni di estraneità all'omicidio Vivacqua vengono reiterate innumerevoli volte, quasi
mnemonicamente. Rilevanti sono anche i rapporti di contiguità con tutti gli altri personaggi coinvolti, come traspare limpidamente anche dalle insistenti richieste da lui avanzate nei confronti del cugino La Rocca affinché pagasse gli onorari dell'avvocato, sia del Barba nei confronti del quale manifesta profondo risentimento perché non gli offriva alcun aiuto, anzi “fa l'indiano, fa finta di non salutarmi”. Nel corso dell'interrogatorio dell'8 maggio 2014 Giarrana conferma di aver parlato con Mignemi delle caratteristiche dell'arma silenziata usata nell'omicidio Vivacqua; del fatto che Barba ha una bella casa le cui luci si accendono battendo le mani e che Guttuso era conosciuto come il Palermitano”.

Antonio Radaelli – “Sono 5 i contatti telefonici tra Radaelli e Giarrana il giorno dell'omicidio Vivacqua. “E' però di particolare rilievo – argomentano i giudici – la mancata risposta alla chiamata delle 10.56, ora in cui si colloca la morte di Vivcqua, agganciando la cella di Seregno, la medesima agganciata dal cellulare della vittima. Il numero verrà chiamato dall'imputato soltanto alle 11.14, quando l'azione criminosa era ormai terminata da oltre dieci minuti. In quanto alle intercettazioni in carcere significative sono quelle in cui nel commentare con i compagni l'invito in Procura per rendere interrogatorio con informazione di garanzia relativa all'iscrizione nel registro degli indagati per l'omicidio Vivacqua esterna la propria preoccupazione circa il fatto che qualcuno possa aver dato agli inquirenti “la dritta che siamo stati io e lui...E' quello che mi preoccupa!.
Anche per lui sono di rilievo le dichiarazioni di Guttuso e Mignemi”.

Diego Barba – “Nell'agosto 2010 aveva subìto il pestaggio, sicuramente per lui umiliante e che aveva deteriorato i rapporti con Vivacqua: era terrorizzato e si era rivolto al maresciallo Longo dei Carabinieri di Campobello di Licata, suo amico e a soggetti appartenenti alla malavita siciliana per avere protezione e impedire altre reazioni di Paolo Vivacqua. Nel maggio 2012 è stranamente presente nello studio dell'avvocato Daria Pesce ove aveva accompagnato Germania Biondo e questo aveva fatto arrabbiare i figli di Vivacqua che commentano l'episodio in termini negativi anche verso la madre: era lì per seguire le vicende della famiglia e verificare come si stavano indirizzando le indagini per l'omicidio evidentemente perché temeva di essere coinvolto, comportamento questo che va così interpretato alla luce dei complessivi depistaggi di cui è stato protagonista.

Il giorno dell'omicidio Vivacqua ha 3 contatti telefonici con La Rocca tra le 11.38 quando è lui a chiamare La Rocca e le 14.12 quando La Rocca lo chiama. Quindi 5 sms dalla sua utenza ad un'altra sua utenza tra le 16.48 e le 17.19. Quindi alle 18.03 viene chiamato da La Rocca.

Guttuso e Mignemi convergono nell'indicarlo quale soggetto che si attivò per organizzare l'omicidio procurando a Giarrana e Radaelli l'arma. Che si fosse attivato personalmente per far nascere un'indagine a carico di Vivacqua e dei figli è circostanza confermata dalle dichiarazioni del teste Battistelli. I numerosi depistaggi da lui posti in essere rappresentano ulteriori indirzi a suo carico. Il suo primo tentativo di depistaggio risale al 4 aprile 2014 quando ai carabinieri di Desio perviene un'annotazione di servizio relativa ad una fonte informativa presentatosi presso la caserma dei Carabinieri di Campobella di Licata che indicava “il noto e pregiudicato mafioso” Smiraglia Giuseppe che acquisterebbe terreni in Sicilia con denaro contante proveniente dal commercio di materiale ferroso svolto al nord unitamente a Turco Giovanni. Il secondo è rappresentato dalla indicazione che l'omicidio avrebbe potuto essere maturato in ambito familiare dai fratelli di Lavinia Mihalache. In sede d'interrogatorio Barba ammette d'aver suggerito ai Carabinieri alcune piste che potevano essere percorse. Mentre fallisce l'ultimo tentativo di “vincere” le dichiarazioni di Guttuso e screditare la figura di Mignemi attraverso le dichiarazioni di Giuseppe Nappa il quale indica gli autori dell'omicidio di Paolo Vivacqua in Diego Barba e Germania Biondo in accordo con Livinia Mihalache e i fratelli.
Barba – ricordano i giudici – ha capacità di muoversi abilmente sia all'interno delle forze dell'ordine sia tra i mafiosi”.

Salvino La Rocca – “Il 14 novembre 2011 tra le 11.41 e le 14.12 chiama prima Guttuso quindi Giarrana e poi due volte Barba. Alle 16.22 è Guttuso a chiamare La Rocca; alle 18.03 Rocca chiama Barba e quindi alle 19.41 e alle 19.45 è Giarrana a chiamare il cugino La Rocca. Guttuso ha spiegato in modo plausibile le ragioni dei contatti a lui riferibili: voleva sapere se avessero usato la sua moto per l'omicidio e non soltanto per la rapina in danno del Vivacqua di cui si era parlato nel primo incontro a casa di Giarrana.
Guttuso e Mignemi coinvolgono direttamente la figura di La Rocca quale soggetto che funge da anello di collegamento tra Giarrana, Radaelli e Barba.
Il giorno dell'audizione di Gino Guttuso in sede di incidente probatorio, si è accertata la presenza della madre di Salvino La Rocca accompagnata da Giovanni Gammino, soggetto noto alle forze dell'ordine in quanto coinvolto in fatti di mafia. Al riguardo si è escluso che la presenza di costoro potesse dirsi casuale, essendosi, al contrario, dimostrato il collegamento all'esame del predetto Guttuso. Si consideri inoltre come La Rocca sia risultato essere destinatario delle pressanti richieste di aiuto avanzate da Giarrana, aiuto motivato dal fatto che lo riteneva come la persona che lo aveva coinvolto nei fatti di causa unitamente al Barba”.

Germania Biondo – “A diversa conclusione si deve pervenire con riguardo alla sua posizione. A suo carico c'è un forte movente, c'è il rapporto con Barba che secondo Giarrana è coinvolto nell'omicidio con il La Rocca, ma ad avviso della Corte, per tale imputata, sono carenti univoci riscontri in ordine al presunto suo ruolo di ideatrice e mandante dell'omicidio dell'ex marito. Il primo dato che emerge con evidenza è che il giorno del delitto, il 14 novembre 2011, nessun contatto interviene tra lei e gli altri coimputati. A meno di ipotizzare una particolare scaltrezza della Biondo, non è credibile che nessuno, e in particolare il Barba abbia sentito la necessità di informare la donna del fatto compiuto. Ma se si ipotizza che la Biondo sia particolarmente scaltra, non ci si potrebbe sottrarre alla considerazione che - da protagonista della vicenda addirittura quale ispiratrice – avrebbe messo in guardia e severamente vietato ai complici di parlare tra di loro, almeno il giorno del delitto. Le successive intercettazioni non consentono di cogliere, neppure larvatamente, un elemento che dimostri la consapevolezza della donna di chi abbia compiuto l'omicidio e di tradirsi riguardo alla conoscenza dei complici e al suo rullo. Le conversazioni con il Barba sono riconducibili a ragioni affettive-sentimentali e all'aiuto che il Barba stava dando in alcuni adempimenti come l'apertura di una cartoleria.
Giarrana e Radaelli in carcere non fanno mai accenni diretti o indiretti ad una sua compartecipazione. Quando la Biondo viene citata è per lamentarsi che ha rivelato agli investigatori la conoscenza tra Giarrana e Paolo Vivacqua. Dato il contesto e l'asprezza dell'appellativo usato nei suoi confronti è ipotizzabile che se vi fosse stato un coinvolgimento della donna se ne sarebbe fatta menzione.
Le forti rivendicazioni di cui alle conversazioni intercettate e la complessiva condotta dell'imputata costituiscono indizi gravi per la sussistenza di un movente, ma che, all'esito del processo, non raggiungono il carattere della precisione in rapporto all'omicidio e, comunque, difettano completamente dal carattere della concordanza con altri elementi altrettanto certi e univoci.
Ulteriore dato indiziario di una certa rilevanza è costituito dalle parole di Guttuso nel ricordare l'incontro del mese precedente l'omicidio. “La Rocca disse, in qualità di portavoce di Diego Barba che la moglie di Vivacqua stava cercando qualcuno
che si prestasse a commettere una rapina per suo conto, in quanto voleva prendergli dei soldi, dato che Paolo e anche i figli, che facevano una vita da nababbi, l'avevano lasciata in una condizione di indigenza, la trattavano male dato che non poteva avere una nuova vita. Peraltro Guttuso che non conosce la Biondo e sa solo che è la ex moglie di Vivacqua, la menziona con un richiamo indiretto di terzo livello: La Rocca riferisce quello che ha detto Barba, ma non che Barba riferisce di una richiesta esplicita della Biondo né La Rocca si presenta quale portavoce della Biondo”.

LE CONDANNE
Giarrana Antonino e Radaelli Antonio alla pena dell'ergastolo; La Rocca Salvino e Barba Diego alla pena della reclusione per anni ventitre (23)
DICHIARA
Tutti i predetti imputati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici
DICHIARA
Giarrana Antonino e Radaelli Antonio in stati di interdizione legale e decaduti dalla responsabilità genitoriale
DICHIARA
La Rocca Salvino e Barba Diego in stato di interdizione legale durante la pena e sospesi dalla potestà genitoriale durante la pena
Visto l'art 230 c.p.
Applica a La Rocca Salvino e Barba Diego la misura di sicurezza della libertà vigilata per una durata non inferiore a tre anni.
Dichiara tenuti e condanna Giarrana Antonino, Radaelli Antonio, La Rocca Salvino e Barba Diego, in via tra di loro solidale, al risarcimento dei danni in favore delle parti civili costituite: Vivacqua Antonio, Vivacqua Gaetano, Vivacqua Davide, Commaudo Valentina, Mihalache Lavinia, in proprio e nella qualità di esercente la potestà genitoriale sul minore Vivacqua Nicolas, da liquidare nella separata sede civile. Assegna a ciascuna delle predette parti civili una provvisionale esecutiva di euro 50.000 per ciascuna delle parti civili costituite, ponendo il relativo onere a carico degli imputati in via solidale.
ASSOLVE
Biondo Germania dai reati ascritti per non aver commesso i fatti e dispone la revoca della misura cautelare in corso di esecuzione nei suoi confronti, disponendone la piena rimessione in libertà se non sottoposta a misura cautelativa per altra causa.
Così deciso in Monza nella camera di consiglio del 9 dicembre 2015

Monza - Processo Vivacqua. Condanna per il 50% della "coppia diabolica", assolta l'ex moglie

di Pier Attilio Trivulzio

Quattro anni di indagini, quattordici mesi di dibattimento, sei ore di Camera di Consiglio e quattro soli minuti bastano al presidente Giuseppe Airò per leggere il dispositivo: “Ergastolo per Antonio Giarrana e Antonino Radaelli; 23 anni per Diego Barba e Salvino La Rocca oltre a tre anni di libertà vigilata, sospensione della paternità genitoriale. Assoluzione per Germania Biondo per non aver commesso il fatto, si dispone la sua rimessa in libertà se non detenuta per altri reati”.

Le motivazioni si conosceranno a marzo del prossimo anno quando verranno depositate, e si capirà perché un processo indiziario in cui almeno il movente appariva ben chiaro nella testa della pubblica accusa - cioè di una coppia di amanti che per vendetta, per interesse e per liberarsi di un ostacolo alla loro unione fa eliminare l’ex marito di lei da due killer assoldati tramite un intermediario - approdi a una sentenza dove i destini della “coppia diabolica” (così come era stata definita dagli stessi investigatori) sono opposti: lui condannato come mandante, lei assolta per non aver commesso il fatto.

Alla lettura della sentenza, Germania Biondo si stringe ancor più nel poncho marrone, quasi sentisse freddo e si lascia andare ad un pianto a dirotto, un singhiozzo continuo.
L'abbraccia Manuela Cacciuttolo, Perry Mason in gonnella cresciuta professionalmente nello studio di due principi del Foro come Corso Bovio e Ivano Chiesa, che l'ha assistita studiando migliaia di documenti di : “Un processo – commenta - difficile e complicato, con molte piste alternative. Ho sempre creduto nella innocenza della mia assistita. La lettura del dispositivo fatta dal presidente Airò mi ha sorpresa per la scelta complessiva fatta. Attendiamo le motivazione che saranno depositate tra novanta giorni e allora capiremo il perché delle decisioni prese in Camera di Consiglio dai giudici Giuseppe Airò, Alessandro Rossato e dai giudici popolari”.

Decisione incomprensibile – per Paolo Sevesi che con il collega Gianluca Orlando difende Diego Barba -. Non si capisce quale sia il percorso logico seguito dai giudici per assolvere la Biondo e condannare gli altri”.

Se il teorema della Procura sul movente dell’omicidio è che due sono i mandanti dov'è l'elemento differenziale per condannare Barba e assolvere la Biondo? - s'interroga Salvatore Manganello legale assieme ad Alessandro Frigerio di Salvino La Rocca – Non riesco a capire questo dispositivo perché in generale indebolisce tutte le posizioni. Credo che neppure la Corte sia contenta. La Costa non ha fatto chiarezza. Se viene meno il mandante viene meno anche il reato. E' illogica”.

E allora andiamo a rileggere i passaggi della requisitoria del pm Donata Costa che riguardano Germania Biondo.
Esordisce rivolgendosi ai sei giudici popolari, tra questi una donna, con questa premessa. “Per me le persone indagate meritano rispetto. Non cerco i colpevoli ad ogni costo e il rispetto diventa esponenziale quando li mando in carcere. E' possibile vi siano venuti dubbi durante il dibattimento, avete sentito dire che non ci sono prove, strade rimaste inesplorate. Nulla di più falso. Non ci sono state strade inesplorate. Abbiamo iniziato ad indagare il 14 novembre 2011 alle 21.50 ed abbiamo terminato ad agosto 2014. Se avessi archiviato il 15 novembre sarei stata più serena e non avrei fatto orari impossibili. Ho sentito Germania Biondo 4 o 5 volte, ho verificato le versioni confrontandole con gli atti probatori. Il Gip ha ritenuto ci fossero le basi per il rinvio e il 25 marzo 2014 emette l'ordinanza di custodia cautelare. Il successivo 28 aprile il Tribunale della libertà conferma integrando con tre ordini di custodia per la Biondo, Barba e La Rocca. Ben sette giudici prima di voi hanno firmato il giudicato cautelare”.

Io, come persona prima che come magistrato, ho certezze. Il dibattimento è servito a verificare che occhi diversi dai miei hanno visto cose diverse da quelle viste da me: erano tutti dubbi che avevo avuto ed avevo già risolto. Io che ho avuto dubbi vi dico: ogni dubbio è ragionevole e allora condannate solo se ritenete gli imputati colpevoli al di la di ogni ragionevole dubbio”.

Per quanto riguarda Germania Biondoprosegue - oggi sappiamo per certo grazie alle intercettazioni telefoniche che viveva in una specie di “libertà condizionata”. Paolo Vivacqua poteva mettersi con la rumena e avere da lei un figlio, la Biondo doveva soltanto fare la nonna”.

Diego Barba nel 2000 è ospite nella casa di Paolo Vivacqua... la relazione avuta con la Biondo a partire dal 2006, sempre negata, é andata avanti fino al momento del loro arresto. Questo fatto può ben essere motivo di omicidio. Della relazione tra i due veniamo a conoscenza grazie ad una nota del brigadiere Mosca che informa che sono amanti e che Barba ha contattato l'amico d'infanzia La Rocca soggetto a cui commissiona il delitto”.

In quanto ai rapporti tra Paolo Vivacqua e l'ex moglie veniamo a sapere che, estromessa dal patrimonio, la Biondo é costretta a chiedere soldi ai figli. La relazione, sempre negata, tra lei e Barba è accertata da un paio di intercettazioni telefoniche. Non ha senso negare, come fanno gli imputati, questa loro relazione ancora nel 2013 a due anni dalla morte di Paolo Vivacqua. Avevano qualcosa da nascondere della loro relazione per via dell’omicidio dell'ex marito su cui noi stavamo ancora indagando”.

Se qualcuno è meritevole delle attenuanti generiche– conclude Donata Costa – questa è Germania Biondo, donna che vive limitazioni alla sua libertà personale e sofferenze morali. Il suo spessore criminale è più sfumato [..] Non avrebbe potuto fare nulla senza Barba e La Rocca ed è per questo che attraverso l'amante Diego Barba contatta Attilio Cascardo (socio di Barba nell'agenzia investigativa - ndr) e gli consegna i documenti che provano gli affari illeciti di Paolo Vivacqua e dei figli. Non è lei che ha le capacità per uccidere...”.

E infatti elencando le pene la Costa, per lei, chiede 23 anni e 6 mesi contro l’ ergastolo per Barba e La Rocca e per i due esecutori.

In Tribunale il 9 novembre, dopo la lettura del dispositivo, frenate a stento le lacrime, Germania Biondo accetta di rispondere ad alcune nostre domande. “In aula c'era Davide, avrei voluto che venisse ad abbracciami. I miei figli mi sono mancati e mi mancano tantissimo. Non mi meritavo i tredici mesi di carcere, ora finalmente sono libera”.

Lascerà Desio e andrà in Sicilia?
Resto a Desio, mi troverò un lavoro.

Quando in vista della cessione dei terreni di Carate alla Bricoman per 5milioni di euro Mario Infantino ha avuto l'intestazione di quel 1% della società Loviro che le apparteneva, si è sentita senza mezzi? É in quel momento che ha provato rabbia e risentimento per Paolo?
“No, era Paolo ad occuparsi di tutti gli affari. Le decisioni le prendeva lui senza neppure consultarmi. Io l'ho amato e lo amo. Come primo atto andrò a portargli due fiori sulla tomba nel cimitero di Desio”.

Già perché occorre ricordare che pur avendo Paolo Vivacqua contribuito a pagare i restauri del cimitero di Ravanusa e fatta realizzare una grande statua del Cristo Redentore, lo hanno sepolto a Desio.

“Decisione presa dai miei figli senza chiedermi un parere”, precisa Germania prima di lasciare il Tribunale mentre ancora una delle figlie di Diego Barba piange in modo straziante e nessuno riesce a calmarla.

Nemmeno i due carabinieri in divisa che invitano il pubblico a lasciare il Palazzo data l'ora tarda. Sono invece già tornati in caserma a Desio e a Monza i militari dell'Arma che negli anni hanno lavorato sul caso Vivacqua e per tutta la giornata sono stati presenti in Tribunale in attesa della decisione dei giudici. Così come ha lasciato il Tribunale Lavinia Mihalache, pantaloni neri, camicia di seta, golfone-giacca pesante anch'esso nero come pure gli stivaletti che ha accennato un sorriso quando il presidente Airò ha letto la sentenza.
 

Monza - Processo Vivacqua. Manca l'ambulanza, la sentenza slitta a mercoledì

di Pier Attilio Trivulzio
La direzione del carcere di Monza si “dimentica” di prenotare l'ambulanza per portare in Tribunale Antonio Radaelli - già condannato con Antonino Giarrana a 30 anni per l'uccisione di Franco Lo Jacono, consuocera di Paolo Vivacqua – e la sentenza per l'uccisione del rotamat di Ravanusa ucciso nel suo ufficio di Desio il 14 novembre di quattro anni fa, slitta al 9 dicembre.

Colpito nel carcere di via Sanquirico da infarto lunedì 23 novembre Antonio Radaelli viene ricoverato all'Ospedale San Gerardo e dai medici dimesso sabato 28 novembre. Martedì 1 dicembre il suo legale, l'avvocato Monica Sala, lo va a trovare in carcere per conoscere esattamente la situazione del suo assistito e soprattutto per capire se può e intende – come da suo diritto – essere in aula per ascoltare la sentenza che riguarda lui, Antonino Giarrana, Germania Biondo, Diego Barba e Salvino La Rocca.

L'avvocato Sala gli fa presente che se non può presenziare alla lettura della sentenza per impedimento fisico o per volontà personale, è necessario che le firmi il documento da presentare alla Corte. “Avvocato, intendo esserci. Non voglio assolutamente mancare”, conferma Radaelli.
Spettava al direttore del carcere, sentito il medico, prenotare l'ambulanza con il personale medico che avrebbe dovuto assistere il Radaelli per le ore necessarie al trasferimento dal carcere al Tribunale fino alla lettura della sentenza.
“Del problema il carcere era a conoscenza da martedì scorso. Nessuno evidentemente si è sollecitato e così è saltato il trasporto in Tribunale”, commenta Monica Sala.

L'inizio dell'udienza era fissata per giovedì mattina alle 9,30. Dopo aver contattato il carcere alle 10 il presidente Giuseppe Airò ha informato i legali che l''udienza sarebbe slittata di una mezz'ora, tempo necessario per trovare l'ambulanza e il personale medico. Alle 11,25 ha dovuto arrendersi all'evidenza. “Visti i tempi non possiamo andare in Camera di Consiglio indicativamente alle 16. Ci abbiamo provato, ma Antonio Radaelli vuole essere assolutamente presente com'è suo diritto. Non mi resta che rinviare l'udienza al 7 o il 9 dicembre”.

Il pubblico ministero Donata Costa dice che per lei il 7 dicembre andrebbe benissimo; l'avvocato di parte civile Daria Pesce ha già in agenda un impegno a Roma per il 9. Ed anche un giudice popolare si dice indisponibile. Alla fine però il presidente rinvia al 9 dicembre ore 9”. La lettura si avrà indicativamente entro le 13-14.

Monza - Omicidio Vivacqua. L'avvocato Cacciuttolo: "Il killer ha atteso nascosto nell'ufficio"

di Pier Attilio Trivulzio

“Il killer attendeva Paolo Vivacqua dentro l'ufficio. Lo attendeva nascosto dentro lo sgabuzzino che fungeva da bagno. Ha sparato 7 colpi, l'ottavo bossolo è stato rinvenuto proprio in quel minuscolo locale. Sette colpi di pistola calibro 7,65 sparati orizzontalmente. Dal basso verso l'alto. Ce lo dice la relazione del dottor Zoia: “I colpi hanno un andamento orizzontale, come fossero frecce”. Paolo era alto 1,65, il killer non era più basso di Paolo. Ha sparato dallo sgabuzzino a cui si accede scendendo tre gradini. Si é trattato di una vera e propria esecuzione”.

“Il killer ha sparato a Vivacqua quand'era seduto o in ginocchio – aggiunge Manuela Cacciuttolo, Perry Mason in gonnella che difende Germania Biondo –. Guardando le foto si vede la polvere sui pantaloni all'altezza delle ginocchia. E' stata un'esecuzione a tutti gli effetti. Paolo Vivacqua era diventato ingestibile e per questo andava eliminato”. Alle 18.28 di quel 14 novembre 2011 la compagna di Paolo, Lavinia Mihalache parlando al telefono con Mariana Rusnac dice: “Lo aspettavano lì dentro”.

Già, ma se il killer era dentro l'ufficio, chi gli ha consegnato le chiavi?
Dopo che ad agosto, in vacanza Sicilia con Lavinia qualcuno aveva crivellato di colpi la sua Bmw - forse in risposta al fatto che Vivacqua voleva assoldare un killer per far tacere per sempre un compaesano - il rotamat di Ravanusa aveva cominciato a temere per la sua vita.
Rientrato in Brianza, da operai di una ditta di Domenico Zema aveva fatto murare una cassaforte nell'ufficietto. E ai primi di novembre ad Angelo Bottaro aveva chiesto di cambiargli le serrature. L'8 novembre Paolo comunica infatti il cambio di chiavi dell'ufficietto di Desio all'avvocato Loreno Magni e a Stefano Monzani (ex sindaco di Roncello a cui aveva prestato denaro e con cui Paolo aveva costituito alcune società in Inghilterra- ndr). Il giorno dopo informa anche il suo braccio destro Enzo Infantino. Acquista una sofisticata apparecchiatura che gli consente di registrare le conversazioni che avvengo nell'ufficietto e fuori dallo stesso. Fa le prove di funzionamento il 12 novembre con l'amico Salvatore Grasta che ne parla in aula e dice che davvero funzionava. Peccato però che l'apparecchiatura trovata é mancante della indispensabile sim. E' forse l'unica cosa che il killer si è portato via? “Non la catenina d'oro, l'anello o i soldi – dice la Cacciuttolo -.Il killer uccide e non cerca nulla. La scena del delitto è intonsa”.

E poi si chiede il legale: “Paolo era in piedi o seduto sulla sedia-poltrona? La pubblica accusa ci ha detto che la sedia è stata spostata. Dalle foto si vede che esiste un'unica poltrona ed è dietro l'altra scrivania. Quindi manca la sedia! Forse la sedia mancante è stata utilizzata dal killer per sparare? E poi portata via dello stesso? E' credibile che si sia allontanato in scooter portandosi via la sedia? Questo particolare ci porta a dire che non esiste alcun riscontro rispetto a quanto dice l'accusa, che Giarrana e Radaelli sarebbero arrivati in scooter. Quello scooter che gli operanti neppure sono andati a cercare, limitandosi a fare una ricerca anagrafica sul box appartenente ai genitori di Gino Guttuso.

“La Polizia giudiziaria ha lasciato troppe cose al caso. Non sono state rilevate impronte nell'ufficietto per scoprire se c'erano peli o capelli magari nello sgabuzzino del bagno, caso mai il killer si fosse lavato le mani...Ci hanno detto che in quell'ufficio entrava troppa gente. Sul cellulare di Paolo ci sono macchie bianche e anche una scarpa ha la suola imbiancata. Dell'auto non sono state fatte foto e neppure sono stati fatti rilievi. E' la stessa Bmw contro cui erano stati sparati colpi ad agosto. Ma nessuno degli operanti sapeva di quant'era accaduto in Sicilia. La pubblica accusa ci ha detto che le indagini sono state fatte a 360 gradi. E' un bene che per un anno e mezzo sia stato fatto il dibattimento perchè ci ha fatto capire che i cinque imputati sono innocenti. Sono soltanto le fonti confidenziali a dare la pennellata di colore all'inchiesta. Il pubblico ministero deve sostenere il grande buco dell'inchiesta: quel giorno Vivacqua é stato lasciato solo e quindi Calogero Licata Caruso ed Enzo Infantino andavano indagati in concorso per l'omicidio di Paolo”.

Il legale arringa la Corte chiedendo: “Perché sono saltate le coperture di Paolo? Come faceva la Biondo ad attuare l'omicidio dal momento che non risulta alcun contatto telefonico con gli imputati? L'inchiesta della Procura é non corretta, miope e parzializzata. Le intercettazioni non possono essere considerate prove. In quanto alle conversazioni dei fratelli di Lavinia, Carmi e Laurent sono incomplete. Le fonti Gino Guttuso e Luigi Miniemi non sono né un riscontro né una prova. I due non sono testi dell'omicidio Vivacqua. In quanto a Miniemi dovrete chiedervi perché decide e cosa lo spinge a parlare col magistrato. E' soggetto che sceglie di salire “sul treno che passa”.

Due giorni dopo che la Procura di Sondrio gli commina una condanna per stalking scrive alla Procura di Monza e poi chiede alla dottoressa Donata Costa di avere benefici. E' dopo che il 7 aprile i Tg parlano degli arresti per l'omicidio di Vivacqua, tramite il suo avvocato chiede d'essere sentito: “Sono qui per parlare del Berlusconi di Ravanusa chiedo di poter avere uno sconto di pena”. C'è un unico filo che lega quanto dicono Guttuso, Miniemi e Giuseppe Nappa. Tutti e tre parlano di Paolo Bevilacqua o Bevacqua. Si sono parlati o qualcuno li ha indotti? La prova regina che Antonino Giarrana non c'entra nulla con l'omicidio Vivacqua sono le intercettazioni in cella del 27 giugno e 19 luglio 2013 con Giarrana che dice: “Io con questo omicidio non centro niente”.

Ed anche quelle del successivo 24 luglio con Miniemi che parla con Giarrana e questi gli dice: “Io quel giorno non c'ero proprio”.

Ci prova la pubblica accusa a dire a Giarrana di confessare anche l'omicidio Vivacqua dopo aver ammesso che era con Antonio Radaelli nel box di Franca Lojacono, consuocera di Vivacqua, uccisa con un cutter sette mesi dopo l'omicidio del rotamat. “Confessi – dice la Costa – le danno 17 anni e tra un paio d'anni è fuori”.

Vi invito – continua la Cacciuttolo rivolta alla Corte - a non utilizzare dichiarazioni di Gino Guttuso che, come aveva detto nella sua arringa la parte civile Franco Gandolfi avrebbe dovuto essere indagato come sospetto concorrente del reato o come fiancheggiatore e comunque doveva essere sentito con tutti i crismi: alla presenza del difensore. E sempre relativamente a questa fonte confidenziale le minacce da lui ricevute le notte dell'aprile 2014 sono dovute a droga non pagata. Il fatto che si sia rivolto ai carabinieri denunciando l'aggressione potrebbe anche essere un diversivo per coprire, data l'ora tarda, l'obbligo di residenza impostogli e la paura di finire nuovamente in carcere.
Quella notte Guttuso non sapeva neppure come si chiamasse. Né il Gip né il Pm hanno deciso di accusarlo di falsa testimonianza nonostante il 7 gennaio dice di non saper nulla dell'omicidio Vivacqua, il 27 marzo ribadisce di non sapere nulla e che neppure conosceva Vivacqua e poi dichiara che “a casa di Giarrana la Biondo non c'era e che non ha mai avuto contatti con Giarrana” e però diventa credibile quando rivela della riunione ad ottobre 2011 in casa di Giarrana dove viene discusso il progetto di una rapina a Paolo Vivacqua.

“Donata Costa che in questo processo rappresenta la pubblica accusa il 13 luglio ha detto: “Quanto dichiarato da Lavinia Mihalache è tutto vero”. Cosa sappiamo di quel 14 novembre? “Quella mattina Lavinia voleva andare con Paolo che però non l'ha voluta” apprendiamo da una conversazione del 22 novembre. Lavinia ha detto d'aver chiamato alle 11,30 Paolo e di non aver avuto risposta. Dai tabulati non risulta alcuna chiamata sui due cellulari 372xxx e 356xxxx di Paolo. Anche il tenente Valentina De Sanctis della Guardia di finanza lo conferma. Probabilmente aveva un'altra utenza. Il maresciallo Martella e Antonio Vivacqua ci hanno detto che Paolo spesso cambiava telefono.

Né il maresciallo Azzaro né Fornaro (carabinieri a Desio – ndr) s'accorgono che non ci sono riscontri che confermano la chiamata di Lavinia il mattino dell'omicidio. Aggiungono che per Lavinia non è mai stato fatto un controllo col sistema Sfera sulle celle agganciate.

“Perché Lavinia decide di andare a cercare Paolo a Desio e non alla FV Metalli a Gessate o al capannone della Royal Aste a Sesto San Giovanni? Quella mattina si erano lasciati da appena un'ora e Lavinia lo cerca, perchè? Il sospetto è che sia andata in quell'ufficio per costituirsi un alibi. Pensava di trovare Paolo con una donna. Arriva a Desio con l'amica Mariana Rusnac che lavorava nel bar di Muggiò di Mario Infantino, dopo le 15 ed è molto agitata. Ha cominciato ad agitarsi quattro ore prima, da dopo quella chiamata senza risposta che però non risulta mai fatta. “Sono arrivata al parcheggio, ho visto la Bmw e ho detto a Mariana: è qua. La tapparella dell'ufficio era alzata. Mi sono alzata in punta di piedi per guardare dentro” dice a Genny nel corso di una telefonata del 15 novembre alle 6 del mattino. Sospettava veramente che Paolo fosse in compagnia di una donna o voleva sincerarsi che quello che doveva essere fatto era stato fatto? Lavinia ha mentito sulla telefonata del mattino, mente anche quando dice di non conoscere l'anziano che stava davanti all'ufficietto di Desio.

Lo prova la telefonata alle 4.05 del mattino (15 novembre) col fratello Carmi. “Ero in ufficio, ero con lui (Paolo – ndr) e arrivato TITU, non aveva telefono e allora gli ho prestato il mio, è lui che ha chiamato l'ambulanza”. Mezz'ora prima di questa conversazione Lavinia aveva chiamato il fratello Laurenti negli Stati uniti per chiedergli il numero di cellulare ucraino di Carmi. “E' stata la mafia a sparare a Paolo”, dice Laurenti. “Non parlare, nessuno sa niente, capisci cosa intendo?” lo zittisce brusca Lavinia. Insiste Laurenti: “Quel romeno che lavora...Chi c'era nel cortile...chi c'era nel cortile dell'ufficio?”. Come fa il fratello americano a sapere che una persona era fuori dall'ufficietto di Desio? Anche Salvatore Grasta sospetta di Lavinia: “Come faceva lei a sapere che Paolo era là, a Desio?”.

Giusi, segretaria di un'agenzia di viaggi della Sicilia che conosceva bene Paolo lo chiama tra le 10.15 e le 10.30 del giorno dell’omicidio. “L'ho sentito preoccupato, spaventato. Ti chiamo dopo, ho gente...”racconta. Altre chiamate non hanno avuto risposta.

Se Paolo è stato ucciso attorno alle 10.50 , come è possibile che il cellulare agganciasse cinque celle diverse? Forse ha camminato il cellulare? O forse hanno portato in giro il cadavere?

Dopo la vacanza in Sicilia nell'agosto 2011 e i colpi di pistola contro la Bmw. Confida alla compagna: “Piuttosto che succeda qualcosa ai miei figli preferisco affrontare io le cose”.
Il 16 ottobre, un mese dopo aver incassato i 5,1 milioni di euro da Bricoman, un mese prima dell'omicidio, riferisce a Lavinia: “Mi hanno detto una cosa: qualcuno voleva farmi una rapina”. E quindi pensa ai sistemi di sicurezza per l'ufficio e cambia anche le sue abitudini: quando ci va per appuntamenti sceglie il pomeriggio, non più la tarda mattinata. Eppure il killer lo ha aspettato dentro l'ufficio di lunedì mattina…

Paolo Vivacqua si era stancato di Lavinia. Nel 2010 voleva licenziarla e tornare con Germania Biondo. E' allora che sentendosi crollare il mondo addosso la rumena decide di fare un figlio...Tra luglio e ottobre 2011 i rapporti diventano tesissimi. Le dice: “Ti devi allontanare da Desio prostituta che non sei altro. Non vengo neppure a casa”. E lei: “Allora torna da lei (da Germania – ndr)”. Paolo: “Mi lasci il bambino. Te lo prendo io. Ti tolgo casa, soldi. Ti lascio col culo per terra”.

Lavinia: “Quando ti metterò le mani addosso ti lascerò senza respiro”.

Ha paura di Lavinia anche Elena Pricop, domestica di casa Vivacqua. “Ti ho detto che ho paura di te non della legge” dice alla compagna di Paolo il 20 novembre.

“Io questa (Pricop – ndr) la seguo fuori di casa e l'ammazzo”, sibila al telefono Lavinia a Mariana Rusnac. La Pricop sapeva che il sabato precedente l'omicidio Carmi Mihalache era ospite a Carate ed aveva fissato alcune camere in un costosissimo hotel per alcune persone che venivano dall'America con cui doveva trattare (con Paolo? ) un grosso affare. Paolo aveva costituito alcune società negli Usa: la Ben Merchant Holding Corporation ad Albany che ha il ravanusano Antonio Di Salvo come rappresentante societario.

Conversazione ambientale del 14 ottobre 2011 tra Carmi Mihalache e Paolo Vivacqua.
Carmi: “Se tu rompi (con Lavinia – ndr) non funzionerà“.
Paolo: “Lei vuole l'auto, la casa, 400mila euro..più 430mila euro per il rogito..Le ho lasciato 300mila euro. Be', dovesse succedermi qualcosa....”.

Ultimamente Paolo trascurava Lavinia e lei lo sapeva. Era stata vista in giro a Carate con un occhio nero. L'aveva lasciata anche senza soldi. Salvo prestare 100mila euro al fratello Carmi che voleva comperarsi un escavatore. Agli atti ci sono due telefonate e un sms dove Lavinia chiede a Carmi “le coordinate del conto corrente di Paolo in Svizzera e ragguagli sugli investimenti in Romania”.
Nel corso del dibattimento il teste Martella della Guardia di finanza di Gorgonzola riferisce di una conversazione “tra Carmi e Paolo che gli dice d'aver lasciato 300mila euro a disposizione di Lavinia in Sicilia”.

Vivacqua esibiva rotoli di banconote, occultava i soldi nei posti più impensati. Un sacchetto con 450mila euro è stato visto da Salvatore Grasta nascosto tra la legna della casetta-box di Carate. Lavinia ha dichiarato di non sapere nulla di quei soldi. Di non essere scesa nel box quei giorni e però conferma che spesso Paolo portava a casa somme ingenti.

Il 10 gennaio Mariana Rusnac dice a Lavinia: “Sai, vai giù, magari Paolo ne ha messi tanti: 100, 250mila tra quella legna o anche un milione in casa. Un sacchetto pieno. Sai quello che devi fare se succede qualcosa”.

Paolo Vivacqua ha prestato somme importanti a persona indagate per associazione di stampo mafioso ma gli inquirenti non hanno indagato a fondo. Così come non hanno indagato nel settore dei rifiuti dove Paolo stava per realizzare in Sicilia un ambizioso progetto da 80milioni di euro acquistando nel bresciano un impianto che trasformava in petrolio i rifiuti, o nel settore dell'acqua potabile.

C'è poi una strana analogia tra Paolo Vivacqua che sente d'essere in pericolo e Massimo Pirovano, architetto ed ex consigliere comunale titolare di una società immobiliare in rapporti d'affari con Vivacqua per un terreno di via del Pozzone a Carate accanto alla costruzione di Bricoman.

Su quel terreno Vivacqua vuole costruire appartamenti. Pirovano e i soci vogliono invece realizzare un edificio commerciale. Pirovano ha venduto a Paolo l'appartamento nel condominio “La Favorita” di Carate dove abita con Lavinia.

Il giorno dopo l'omicidio di Vivacqua, Pirovano lascia in cassaforte uno scritto: “Nel caso dovesse succedermi qualcosa..Ho versato 180mila euro in contati ad un politico per la trasformazione di un'area edificabile grazie a un Santo in paradiso.”.
Il documento viene sequestrato dal pm Donata Costa. Pirovano patteggia la pena. Era uno dei soci della “cooperativa” -così la definiva Vivacqua - di Carate Nostra a cui pagava in nero mazzette per trasformare terreni agricoli in edificabili.

Germania Biondo che aveva sposato Paolo Vivacqua dopo la fuitina, quando ancora era minorenne nel corso delle sue spontanee dichiarazioni tra lacrime e singhiozzi ha confessato d'aver messo Paolo alla porta ma d'averlo sempre amato. “L'avrei ripreso se avesse lasciato la compagna di cui si era stancato perché lo amavo e lo amo”.

Ha confessato d'aver avuto una relazione con un pakistano. “Mi faceva star bene”. Con Diego Barba soltanto una bella e lunga amicizia. Ed in quanto ai soldi per aprire la cartoleria li ho avuto da Mimmo Savarino, non da Barba.

Per lunedì 16 novembre, è fissata l’arringa di Monica Sala, avvocato di Antonino Radaelli; il 23 o il 30 novembre la sentenza.

Processo Vivacqua - La difesa: “Paolo è stato ucciso perché non ha più risposto a chi l'aveva incoronato imperatore dei rottami”

di Pier Attilio Trivulzio

Quel lunedì di novembre di quattro anni fa il killer di Paolo Vivacqua era sulla Bmw del rotamat di Ravanusa, con lui è entrato nell'ufficietto di Desio e appena dentro gli ha scaricato in corpo sette colpi di pistola calibro 7,65. E se n'è andato portandosi via una sedia. Forse perchè un ottavo proiettile era rimbalzato indietro e lo aveva colpito finendo conficcato nella sedia che s'era macchiata di sangue.
Dunque Vivacqua conosceva il suo assassino, di lui si fidava. Tanto da farlo salire in auto e farlo entrare dentro quell'ufficio minuscolo nel quale erano ammessi soltanto poche persone e dove trattava i suoi affari più riservati.
I colpi sparati furono otto e non sette? Giallo nel giallo.

All'ultima udienza l'avvocato Salvatore Manganello che con il collega Alessandro Frigerio difende La Rocca inizia la sua arringa dando una inedita ricostruzione dell'omicidio.

“Quella mattina Paolo non è solo. Sulla Bmw, con lui, c'è una persona. Lo si intuisce dall'ultima telefonata intercettata alle 10.49. E' questa persona che gli spara alle spalle. C'è un bossolo che non si trova e dall'ufficio manca anche la sedia che era dietro la scrivania dove è stato trovato il corpo. Chi l'ha ucciso si è portato via la sedia. Forse perchè il bossolo s'era conficcato nella sedia o forse perchè era stata macchiata da schizzi di sangue. E se il killer si porta via la sedia, certamente non se ne è andato via in scooter”.

Il legale agrigentino tiene subito a dire che “molti atti di questa inchiesta sono inutilizzabili. C'è nullità relativamente a quanto dice Gino Guttuso che ha commesso reati gravi e ostativi, un passato degno di lode ed in quanto tossicodipendente doveva essere sentito come confidente. Parla di una riunione a casa di Giarrana per organizzare una rapina non un omicidio. Nel corso dell'incidente probatorio dice di non ricordarsi se ha consegnato lo scooter a Giarrana prima o dopo il 14 novembre né quando gli è stato riconsegnato. Non ha rapporti col mio assistito La Rocca: non esistono telefonate tra loro. La pubblica accusa ha utilizzato Guttuso come Caronte per traghettare l'inchiesta...Le dichiarazioni di Guttuso e di Luigi Miniemi provengono dalla stessa fonte. E voi giudici, in camera di Consiglio dovrete valutare bene questa circostanza”.

Salvatore Manganello descrive poi la storia economica di Paolo Vivacqua.

“Chi era Paolo? Vent'anni fa era un umile operaio che non riusciva a vivere nemmeno alla giornata. Poi diventa imperatore del settore dei rottami. Alla moglie intesta società che sono scatole vuote e servono soltanto a riciclare soldi che non sono stati trovati e qualcuno che di certo sapeva non è nemmeno venuto qui in aula a testimoniare”.

“L'avvocato Loreno Magni (curava gli interessi di Vivacqua – ndr) parlando con la segretaria dopo l'uccisione di Paolo dice: “Chi non ha capito deve capire”. Paolo doveva dimostrare d'essere un benefattore. Aveva donato motorini ai ragazzi di Edea, in Camerun, un organo alla chiesa di Santa Croce e la vetrata della chiesa di San Giuseppe, contribuito a rimettere in sesto il cimitero e pagato 3 chilometri di pali sulla strada dello Stadio affinché la strada fosse illuminata. Non ha invece più risposto a chi l'aveva incoronato imperatore dei rottami”.

“Il 5 ottobre 2008 alle 7,15 aveva inviato questa email ad Anna Maria Audino che si occupava di violenza contro le donne. “Cara Anna, è un po' di tempo che seguo la tua campagna contro la violenza psicologica. Il mio nome è Paolo Vivacqua, sono un imprenditore, anche io vorrei sostenerti”.
Aveva finanziato la Audino e però poco dopo, separatosi da Germania Biondo aveva di fatto esercitato “violenza psicologica” nei suoi confronti togliendole soldi, controllo delle società e lasciandole i debiti col fisco”.

“Le società servivano a veicolare i soldi del riciclaggio sui rottami, soldi che venivano prelevati da poste e banche – ricorda il legale -. La direttrice dell'ufficio postale di Lissone è venuta a testimoniare: “Segnalavo i rilevanti prelievi di denaro ma nessuno ha indagato”. Quei soldi accumulati non li abbiamo ancora trovati. I beni di Paolo erano denaro liquido ancora nascosto che ha fatto gola a qualcuno”.

Per l'avvocato Manganello “la relazione tra la Bondo e Barba non è provata, abbiamo invece il riscontro di alcune telefonate del 2011 che legano la Biondo a un cittadino orientale al quale dice di non avere i soldi per fare la spesa e di non poter uscire di casa” .

Analizzando i rapporti tra il suo assistito e Diego Barba il legale spiega che sono unicamente “per ragioni di lavoro e familiari. Compatibili con le telefonate intercettate. La prova che La Rocca così come tutti gli altri non hanno alcuna responsabilità nell'omicidio viene dalla intercettazione in carcere di Giarrana (per l'uccisione di Franca Lojacono consuocera di Paolo Vivacqua - ndr) che, dopo essere stato interrogato dal pubblico ministero dice al compagno di cella: “Io per l'omicidio Vivacqua non potevo accusare nessuno perché non sono stato”. Il pm Donata Costa gli aveva chiesto di collaborare confessando anche l'omicidio Vivacqua promettendogli uno sconto di pena. Da tutto il materiale introdotto in questo processo non c'è alcun elemento che provi il ruolo di intermediario di Salvino La Rocca. Nell'ordinanza di custodia cautelare si parla di concorso nell'omicidio. Non c'è un solo elemento che lo provi. Non solo il mio assistito La Rocca è innocente, ma anche tutti gli altri lo sono”.

“Il pubblico ministero non ci ha detto come gli indagati avrebbero fatto a sapere che quel giorno Paolo Vivacqua era nell'ufficio di Desio – esordisce Alessandro Frigerio co-difensore di Salvino La Rocca -. Ci è stato detto che Vivacqua era stato pedinato per tre mesi e che il killer avrebbe deciso di ucciderlo quel lunedì perché il bar e il parrucchiere vicini erano chiusi. Quattro testi : l'avvocato Magni, il barista, Davide Vivacqua e Lavinia Mihalache ci hanno detto che Paolo in quell'ufficio non si vedeva da molti giorni. Da settimane. Passava anche un mese senza andarci. Il 30 marzo dello scorso anno Davide testimonia e dice: L'ufficio era sempre chiuso. Apriva solo se aveva appuntamenti. Tutti gli appuntamenti Paolo li dava al mattino o al pomeriggio. Non aveva regole” Allora mi chiedo come facevano gli imputati a sapere che quel mattino Paolo parte da casa alle 10.30 e va in quell'ufficio. I tabulati controllati col servizio Sfera ci dicono che nessun cellulare degli indagati aggancia le cellule di Carate, Seregno e Desio. Anzi, alle 10.42 è il cellulare di Gino Guttuso ad agganciare la cella di Desio…

“La compagna di Paolo, Lavinia Mihalache, è l'unica a dirci che Paolo frequentava quell'ufficio un paio di volte la settimana. Qualcuno degli imputati lo pedinava? Di sicuro non Salvino La Rocca che faceva il camionista e guidava un camion a quattro assi. Ve lo immaginate La Rocca che segue Vivacqua con un simile mezzo? (mostra la fotografia – ndr). C'è stata assenza di riscontro critico dei carabinieri operanti che neppure hanno verificato con il metodo Sfera le abitazioni degli imputati. “Non ci interessava vedere i luoghi” ha risposto a una mia domanda il maresciallo Fornaro. Giarrana abita a Desio vicino all'ufficio di Paolo e il suo cellulare agganciava la cella di via San Genesio. Sfera è stata una bolla di sapone tanto è vero che la pubblica accusa nella sua requisitoria neppure l'ha citato. E poi c'è il dato curioso di uno dei telefoni di Paolo Vivacqua che dalle 11 alle 15 di quel mattino aggancia non una ma cinque celle diverse. Eppure sappiamo che Paolo è stato ucciso poco dopo le 10.51…”.

“Diamo un senso logico alle telefonate fatte quel giorno dagli imputati che si sono chiamati tra di loro e chiedo alla pubblica accusa: come spiega la telefonata delle 18.13 tra Guttuso e Giarrana? Guttuso c'entra oppure no con l'omicidio? Se non c'entra, non c'entrano neppure gli imputati...
Dobbiamo riflettere sulla responsabilità di Gino Guttuso, soggetto non confidente e soggetto direttamente coinvolto nella fase organizzativa dell'omicidio. A differenza degli imputati Guttuso è messo in modo peggiore. Ha cinque contatti antecedenti l'omicidio e quel 14 novembre è l'unico che aggancia la cella di Desio prima del fatto. Attendeva Paolo davanti all'ufficio? Avvisa che Paolo sta arrivando in ufficio? Guttuso è soggetto che sentito il 14 gennaio 2014 avrebbe dovuto essere verbalizzato con tutte le garanzie (assistenza del legale – ndr) Quindi la sua testimonianza non può essere utilizzata. Elemento peggiore per Guttuso, che ha sulle spalle processi per furto, rapina, possesso di armi e insulto a pubblico ufficiale - è che dice d'aver prestato lo scooter...Il pestaggio di cui è stato vittima alla vigilia dell'incidente probatorio? Giustificato dalla sua attività criminale”.

“É errato sostenere che, indirettamente, avrebbe ricevuto minacce da Salvino La Rocca. Quel giorno in Tribunale la madre di Salvino era venuta a Monza con il cugino sperando di vedere il figlio L'accusa sostiene che la presenza di Gammino e dei Guttuso era per minacciare Gino Guttuso che doveva sottoporsi all'incidente probatorio. In realtà tutti i dati forniti in relazione a quel giorno non sono reali: le telecamere del palazzo funzionavano ancora con l'ora legale. Non si poteva dire che Guttuso era stato minacciato dai parenti del La Rocca perché Guttuso era già davanti al Gip”.

“Più che dire che non ci sono prove – continua il legale al suo primo processo in Appello – è che non sono state cercate. Avrebbe dovuto darle la pubblica accusa, non è stato così”.

“Mai una persona che ha parenti condannati per la Stidda avrebbe assoldato due balordi per commettere l'omicidio. Oltretutto neppure conosce Antonio Radaelli e Giarrana è suo cugino. E ancora, relativamente alla riunione preparatoria a casa di Giarrana parlarono di rapina. Poi è stata cambiata la versione.
Il viaggio in Germania di Salvino La Rocca e Diego Barba? La pubblica accusa ha ipotizzato che andarono a chiedere l'autorizzazione alla Stidda per uccidere Paolo Vivacqua. Ma la Stidda non esiste più, lo dicono due sentenze della DDA alla Procura di Palermo. E poi l'omicidio, sempre secondo l'accusa, era già stato preparato e allora perchè andare in Germania e chiedere autorizzazione a chi? Il sistema Sfera ci dice che il 10 novembre, tre giorni prima dell'omicidio, alle 15.10 sul cellulare del La Rocca che in quel momento si trova in Svizzera, riceve la chiamata di Salvatore Cordiano. Quindi Diego Barba si è sbagliato dicendo al magistrato che alle 10.30 stavano tornando in Italia ed erano alla dogana di confine tra la Svizzera e la Francia”.

“Il 15 novembre – insiste l'avvocato Frigerio - la Procura di Monza aveva la certezza che un teste rendeva spontanee dichiarazioni su un fatto fondamentale, il ritrovamento del cadavere di Paolo Vivacqua nell'ufficio di Desio. Il teste è Lavinia Mihalache. Mi ha lasciato molto perplesso la presentazione edulcorata che Donata Costa ci ha dato della Mihalache. Era persona sospettabile avendo rinvenuto il cadavere. Voglio essere oggettivo e vagliare tutte le sue dichiarazioni. Dice che quella mattina Paolo era a casa e attorno alle 10 riceve una telefonata. Fatto riscontrabile perché ce lo dice Elena Pricop, la domestica di casa Vivacqua che riferisce di una chiamata di persona non siciliana. Sul cellulare di Paolo il numero del chiamante non compare. Alle 10.30 Paolo e Lavinia, dopo aver preso un caffè al bar sotto casa, si separano. Lavinia va a Muggiò al bar di Mario Infantino a trovare l'amica Mariana Rusnic. Attorno alle 11.30 chiama Paolo più volte che però non risponde. Si spaventa. E' in agitazione. Contatta Calogero Licata Caruso e Vincenzo Infantino e nessuno dice d'essere con Paolo. Ricordiamo che solo lei testimonia che “Paolo in quell'ufficio andava un paio di volte la settimana”. Ebbene, la prima chiamata che risulta fatta da Lavinia a Paolo quel giorno è delle 13.12. E' agitata, preoccupata e però aspetta che Mariana abbia finito il suo turno per recarsi con lei a Desio dove trova il cadavere. Perché non risulta la telefonata del mattino? Lavinia ha mentito? Magari sapeva che Paolo era già morto?
Durante il controesame le chiedono perchè è andata lì? “Me lo sentivo”.

“Dei fatti dell'agosto 2010 (pestaggio di Barba da parte dei figli – ndr) riferisce che erano in vacanza in Spagna e Paolo “aveva fatto un sogno” ed aveva interrotto la vacanza mandando lei in Romania e precipitandosi a Campobello di Licata. Chissà – chiosa il difensore – forse Lavinia ha doti paranormali. Anche durante la telefonata alle 4 del mattino del 15 novembre con il fratello Carmi suggerisce cose paranormali... Sull'omicidio di Paolo Vivacqua non sono state fatte le opportune verifiche , è un processo ragionato tutto su quanto dicono le fonti confidenziali che non hanno riscontri. Scartare, non considerare altri fatti è pericolo.
Per Salvino La Rocca chiedo l'assoluzione”.

Relativamente a quando detto dall'avvocato Alessandro Frigerio in merito alla inesistente chiamata alle 11.30 fatta dalla Mihalache a Vivacqua abbiamo chiesto un commento a Franco Gandolfo, avvocato di parte civile della compagnia di Paolo Vivacqua. “Le telefonate sono tutte agli atti e io non devo dare un giudizio. Il giudizio lo darà la Corte”.
Tocca quindi all'avvocato Paolo Sevesi concludere l'udienza continuando quell'arringa che aveva iniziato il 21 settembre.

“Dunque Giarrana e Radaelli vanno ad uccidere Vivacqua e poi, sullo scooter che ha la targa camuffata col nastro adesivo, tornano in centro Desio con il rischio di essere fermati da qualche pattuglia. I due sono stati dipinti come deficienti, come incapaci di intendere e volere. E Diego Barba si sarebbe messo con questi due? Barba non è colui che il maresciallo Azzaro ci ha detto essere “persona molto attenta ai trucchi degli investigatori”? Era elettricista e installatore di antifurti, non può non sapere che oggetti elettronici lasciano tracce. Nello studio Barba aveva oscilloscopi, frequenzimetri, rivelatori di cimici. Non si può definirlo ingenuo o stupido. E allora come mai il 14 novembre fa l'errore di chiamare Salvino La Rocca? L'11, appena tornato dalla Germania con La Rocca, gli viene consegnato dalla società Sanitrit un water particolare tipo quelli in uso sugli aerei che sono faticosi da montare. Abbiamo prodotto il Ddt di consegna da parte della Camsa nel pomeriggio di quel venerdì.
Salvino La Rocca è titolare di una ditta individuale che fa lavori di idraulica. Chiama Matteo Quitadamo che fa l'idraulico, la telefonata è delle 9.52. Si parlano per 51 secondi. Chiede se può prestargli alcuni attrezzi. Alle 11.38 chiama La Rocca per 31 secondi. Un'ora dopo, alle 12.16, Barba richiama La Rocca. Durata 34 secondi. La pubblica accusa avanza l'ipotesi che si siano detti “E' andato tutto bene” (in riferimento all'omicidio – ndr). Alle 12.23 Barba chiama Quitadamo e parla per 51 minuti, 258 secondi. Altra telefonata di Barba con La Rocca alle 14.12 e alle 16.13 Matteo Quitadamo chiama Barba per 58 secondi e subito dopo Barba ricontatta La Rocca, evidentemente per dirgli che il lavoro di posa in opera del water si può fare”.

“Quando viene sentito dal Pm e poi dal Gip, Barba non ricorda subito la fattura per quel water e riferisce che probabilmente si è sentito con La Rocca per una questione relativa ai figli da andare a prendere o per qualche lavoro che assieme dovevano fare. Ecco il valore della genuinità dell'alibi di Diego Barba”.

“L'accusa dà come movente il pestaggio a Campobello di Licata. In realtà Paolo Vivacqua ha portato la pace. Ha detto ai figli che avevano picchiato Barba: “Sono fatti che non vi riguardano”. Forse Paolo era connivente, forse sapeva della relazione tra Paolo e Germania Biondo. Barba aveva dato ai Vivacqua tre assegni per 40mila euro che i figli vogliono subito mettere all'incasso, Paolo li dissuade: “Lasciate perdere, me la vedo io con Diego”.

“Valentina Commaudo, moglie di Antonio Vivacqua, è venuta a dirci che nel 2008-2009 Barba, che stava facendo lavori nella casa di Desio, era stato sostituito. I rapporti tra Paolo e Diego erano tesi. Non era proprio una rottura però... Tanto che Barba, che ascoltava le conversazioni delle forze dell'ordine, quando sente che Paolo è stato fermato con una ragazza rumena (la Mihalache – ndr) riferisce il fatto a Germania”.

“Diego Barba non dice parolacce, sulla schiena si è fatto tatuare il motto dei carabinieri: “Nei secoli fedeli” (ride il presidente Giuseppe Airò che lancia la battuta: “Vogliamo vedere la schiena”). Con quel tatuaggio va al mare a Campbello. In quegli ambienti, con quel motto, non vai con i mafiosi o non vai col maresciallo Longo..”.

“E' credibile che Diego Barba per fare contenta Germania avesse deciso di aiutarla ad uccidere l'ex marito? Posso pensare ad un impeto, ma nemmeno la pubblica accusa ha ipotizzato una cosa del genere”.

“Uccidere Vivacqua in un momento di impeto? E poi? Paolo era l'ostacolo ma sarebbe sopravvissuto perchè c'erano i tre figli. Scappare dove, in Brasile con i soldi? Né la pubblica accusa, né la parte civile hanno ipotizzato che Barba si sia intascato i 5 milioni di Bricoman o i 450mila visti due giorni prima dell'omicidio dall'amico di Paolo, Salvatore Grasta e da altri nella casetta-box di Carate. Chi può saperlo con certezza? – si chiede il legale – Forse i figli che sanno quanti soldi Paolo aveva spedito in Cina o in Svizzera, interrati nei giardini di casa... Daria Pesce, avvocato di parte civile dei figli Vivacqua nel corso della sua arringa ci ha ricordato con un certo imbarazzo che “mancano ancora i 5milioni di Bricoman”. Che interesse poteva avere la parte civile a ricordarcelo? Ragionevolmente a lei i figli hanno raccontato qualcosa. Viene da dire: segui i soldi e troverai il killer. La Pesce ci ha lanciato un messaggio. A Desio quei soldi sono in tanti a cercarli. Nei prati della Brianza...
“Il rapporto tra Germania Biondo e Diego Barba? Sospettabile ma non dimostrabile. Almeno non dimostrabile fino al 2013. A maggio del 2010, il colonello Selmi dà indicazione di due conti correnti su banche di Seregno intestati a Barba. Uno di questi, aperto nel 2005, è servito al mio cliente per pagare fatture, ricariche telefoniche e altro. Non per conti al ristorante né acquisto di pellicce e gioielli. Sull'altro conto, di cui la Biondo aveva la delega, risultano depositi di soldi contanti che Vivacqua dava a Germania per i lavori che Barba stava eseguendo nella casa di Desio”.

“Altra questione: Barba nello studio di Daria Pesce assieme all'avvocato Ignazio Valenza. E' possibile che se ha dato una mano a far partire le indagini della Procura di Milano sulle società di Paolo Vivacqua, era animato dal sapere come procedevano le indagini del pm Albertini”.

“Agli atti del processo ci sono tre ambientali in carcere tra Giarrana e il fratello Carmelo. Cosa dice Giarrana? “Vai da Salvino La Rocca e digli di andare dall'avvocato e di pagarlo bene. Poi che vada da Diego Barba a dire che avendo lui molte conoscenze, può darsi da fare per farmi uscire”. Dice anche: “Se parlo io ci sono tre persone che vanno dentro”.

In una intercettazione del 19 settembre Giarrana dice al fratello di rivolgersi a Salvino e questi risponde che l'investigatore è in Sicilia e non è ancora tornato; il 24 ottobre Carmelo dice ad Antonino che “l'investigatore non può fare niente”. Giarrana risponde: “Eh, non può fare niente? Eh, allora lasciamo stare”.

Ci sono giornate di “sfida” tra Antonino Giarrana e il pubblico ministero Donata Costa che durante l'interrogatorio gli fa credere che Antonio Radaelli sarebbe crollato ammettendo due omicidi (Franca Lojacono e Paolo Vivacqua) per ottenere i benefici di legge. “Io non mi trovavo in quel posto” (Desio ufficio Vivacqua – ndr) registra l'ambientale che capta il colloquio di Giarrana con il compagno di cella. Che poi aggiunge: “Ho dato dell'infame a Radaelli perchè i carabinieri lo hanno spaventato e lui ha confessato l'omicidio Lojacono facendo il mio nome, questa volta invece è stato un uomo, non mi ha infamato!”.
“Sì, forse Giarrana conosce Salvino La Rocca e Cannarozzo, era più inserito di me”, afferma Radaelli ad un compagno di cella il quale poi riferisce a Giarrana: “Stai tranquillo perché non ha detto nulla”.

“C'è una spiegazione logica del perché Giarrana e Radaelli non si parlano, Radaelli temeva che Giarrana si vendicasse avendo fatto il suo nome ai carabinieri dopo l'uccisione della Lojacono.

Conclude l'avvocato Paolo Sevesi smontando l'ipotesi di depistaggio delle indagini. “Barba aveva detto a Battistello (che lavorava in Procura nell'ufficio del pm Donata Costa – ndr) che Cascardo aveva avuto soldi da Germania Biondo senza che lei ottenesse la carcerazione dell'ex marito”.

Attilio Cascardo aveva passato documenti e notizie sulle società di Paolo Vivacqua, avuti dalla Biondo, al colonello Marco Selmi della Guardia di finanza che a sua volta li aveva consegnati assieme ad una dettagliata relazione al pm Albertini che stava indagando sulle false fatturazioni nel settore dei rottami.
Relativamente al viaggio in Germania del 9-10 novembre Barba e La Rocca il legale spiega che erano davvero andati a trattare l'acquisto di una Mercedes classe “A” poi acquistato venti giorni dopo.

Ultime arringhe il 9 novembre. Parola a Manuela Cacciuttolo, legale di Germania Biondo e Manuela Sala per Antonio Radaelli.
Il 16 novembre eventuali repliche e camera di Consiglio.

 

Omicidio Vivacqua - "Cercate altrove i colpevoli". I difensori chiedono l'assoluzione per Barba e Giarrana

di Pier Attilio Trivulzio

Per l'avvocato Angelo Pagliarello che difende Antonino Giarrana la ricostruzione più logica dell'omicidio di Paolo Vivacqua è questa: “L'omicidio è legato ai suoi affari. Quel 14 novembre di quattro anni fa Paolo aveva un appuntamento nell'ufficio dove andava soltanto con persone che conosceva e con cui aveva confidenza per discutere d'affari. Ha il telefono in mano quando scende dalla Bmw, alza la saracinesca ed entra nell'ufficio seguito dalla persona di cui lui non sospetta. Questi spara e se ne va.

La stessa accusa non sa se i colpi sono partiti da un'arma automatica o se se aveva il silenziatore. Alle 15.30 la compagna Lavinia Mihalache entra nell'ufficio la cui porta era aperta, e vede il povero Vivacqua disteso sotto la scrivania. Con lei, alle sue spalle, entra l'OMBRA, definisco così la persona che aveva il compito di controllare se l'omicidio era andato in modo perfetto. Questa persona non è mai stata trovata, non si è mai presentata. E' un'OMBRA. E io non escludo la sua importanza. Quando Paolo Vivacqua entra nell'ufficio con lui entra un killer professionista”.

“Vi lancio una pillolina: giurati, secondo voi la Mafia, la Stidda mandano uno qualsiasi a fare un omicidio? Paolo Vivacqua era un uomo da 21 milioni di euro che, con tutto il rispetto, sapeva farsi la sua pubblicità elargendo biglietti da 500 euro. Un uomo che aveva coinvolgimenti con la Mafia, che non è la Stidda. Un uomo che non aveva orari. Che in quell'ufficio di Desio andava soltanto quando doveva trattare affari. Pensate che le persone che l'hanno ucciso (il killer e l'OMBRA - ndr) l'abbiano pedinato per giorni a Carate e l'abbiamo poi ucciso a Desio perché così fortunati da incrociarlo quella mattina? La Mafia non manda ad uccide due persone che si sono sentite telefonicamente con la vittima.

Come ci ha detto la Mihalache, Paolo era abitudinario e quella mattina però non va al bar di Muggiò di Mario Infantino. Esce di casa e va subito a Desio nell'ufficio perché ha un appuntamento. Quando gli inquirenti a metà pomeriggio arrivano trovano tutto in perfetto ordine: nessun oggetto per terra, Paolo ha ancora la sciarpa al collo, in tasca il portafoglio con i soldi, la cassaforte non è stata aperta, il mazzo di chiavi è sulla scrivania vicino ad un secondo cellulare. Tutto il contrario di quanto trovato nel caso della signora Franca Lojacono (Antonino Giarrana e Antonio Radaelli già condannati a 30 anni – ndr) dove tutto nel garage era stato messo sottosopra, c'era un lago di sangue, una scena assurda... Qui invece, nell'ufficio di Desio, la scena è pulita. Troppo pulita”.

“Tutte le sere vedo in televisione la serie di NCSI dove gli investigatori riescono a scovare un pelo. Questi geni di investigatori, invece, in un ambiente pulito, non trovano una impronta! E anche dentro la Bmw vengono fatti rilievi”.

“Vi lancio una seconda pillola. La gita di Paolo Vivacqua e della compagna Mihalache dell'agosto 2011 a Siracusa. Vi ricordo: tre mesi prima dell'omicidio. A Ravanusa e Campobello di Licata le vacanze sono i quattro giorni di festa della Madonna, a ferragosto. Ebbene, tutte le sere Paolo lasciava in campeggio la compagna e tornava soltanto a notte fonda. Ha discussione con gente di Siracusa, addirittura gli sparano contro l'auto che Mario Infantino, dopo la riparazione, ha poi riportato (?) al nord. In quel periodo Paolo ha paura. La casa in cui convive con la Mihalache doveva essere rogitata a novembre...Cosa ci dice la Mihalache? “Paolo aveva tanta fretta di sistemare le cose. Non le lasciava metà. Mi diceva: se tu dovessi restare sola...”.

“Quest'uomo avvertiva sul collo, forte, la minaccia. La Guardia di finanza ci parla dell'impianto di smaltimento rifiuti che Paolo aveva in animo di realizzare in Sicilia; dei capitali che dal nord portava al sud...affari così grossi non si fanno se dietro non c'è un gruppo di persone che si muove. Sarà questa la pista giusta? Non lo so. Certo è che in quel piccolo posto che è Ravanusa, Paolo intrattiene rapporti con Carmelo D'Angelo, il sindaco, e con altri. D'Angelo è come Marino a Roma. Non è mica un qualunque Pinco Pallino”.

“Dal giorno dopo l'omicidio, il 15 novembre, a marzo 2013 sono state intercettate 117 utenze telefoniche. In nessuna si parla del mio cliente, di Antonino Giarrana. Non sono state intercettate brave persone, avranno anche intercettato persone della mafia; in due anni nessuno fa cenno a Giarrana e in questo particolare c'è qualcosa di stridente. Mi insegnate che se frequentate un certo ambiente, prima o poi se ne parla...
Gli inquirenti hanno intercettato gente che chiamata in quest'aula come teste aveva paura di alzarsi da imputati. Cannarozzo è uno di questi…”

“Abbiamo sentito il colonnello Marco Selmi il quale ci dice che a maggio 2011, due mesi e mezzo prima dei fatti di Siracusa, una fonte confidenziale avvisa che Paolo Vivacqua per dieci giorni ha ospitato persone dalla Sicilia che avrebbero dovuto uccidere qualcuno. Su questa informazione nessuno indaga. In quel contesto Vivacqua è persona importante: la mafia autorizzava a togliere di mezzo il bancomat? Ci sono interessi che passano sopra interessi personali. Il teste maresciallo Scalise ha sottovalutato l'informazione che per dieci giorni personaggi di Ravanusa erano venuti in Brianza chiamati da Vivacqua perché avrebbero dovuto fare qualcosa.
Questo processo – sottolinea il legale - si giustifica per il numero degli informatori. Ogni carabiniere aveva un confidente. A mio avviso le piste alternative non sono state seguite perché non sono state capite. La pista siciliana era troppo incredibile e per questo è stata subito abbandonata”.

“Questo processo si anima dopo l'omicidio di Franca Lojacono, consuocera di Paolo Vivacqua. Quando nel luglio 2012 ho conosciuto Giarrana mi ha raccontato del suo arresto (per l'omicidio della Lojacono - ndr). Mi ha detto: “Sono venuti a prendermi e il maresciallo Azzaro mi ha dato due schiaffoni. Quando mi hanno portato in caserma a Desio il capitano Pantaleo (dallo scorso anno trasferito a Milano – ndr) ha detto: stasera festeggiamo, abbiamo risolto l'uccisione di Vivacqua. Ed è così che Giarrana si ritrova nel fascicolo di questo processo. E' così che inizia questo processo. Ha ragione Giarrana quando dice al fratello Carmelo: “che c'entro io con l'omicidio di Vivacqua?”. Di quello della Lojacono era colpevole tanto che siamo stati costretti a chiedere il rito abbreviato. Ma in questo Giarrana non c'entra. Tanto che addirittura difende Antonio Radaelli, suo acerrimo nemico”.

“Alla prima udienza ho esternato dubbi e ancora ne ho, relativamente alle intercettazioni in carcere. Quelle intercettazioni fatte sul nulla. Si fanno intercettazioni, relative all'uccisione di Vivacqua, quando ancora non c'è la fonte confidenziale e Giarrana non è ancora iscritto nel registro degli indagati. L'omicidio Lojacono e quello Vivacqua sono quadri di due pittori diversi. Di spinte separate.
In questo processo si è cominciato ad indagare da fonti confidenziali senza iscrivere il nome degli indagati nel registro. Non si possono fare indagini su informatori che non possono testimoniare. Non c'è prova alcuna che il mio cliente Antonino Giarrana abbia preso parte all'omicidio Vivacqua e per questo chiedo l'assoluzione perché non è colpevole. O in subordine per non aver commesso il fatto”.

“Questo è un processo difficile e complicato e come ha detto la pubblica accusa, indiziario. Non ci sono intercettazioni compromettenti né esiste la pistola fumante”, esordisce Gianluca Orlando difensore di Diego Barba.

“Nel corso della mia arringa mi occuperò delle chiamate di correità di Gino Guttuso e Luigi Miniemi, delle piste alternative a nostro giudizio non esplorate. Ciò che in noi sollevano dubbi sono le fonti confidenziali talmente inattendibili che compaiono in questo processo. La fonte Robertone, ad esempio. Fa il nome di Quartararo e ci vengono a dire che quello che Robertone, legato alla n'drangheta, ha detto ai carabinieri di Lissone non ha trovato riscontro, perché?”.

“Non c'erano riscontri relativamente alle dichiarazioni di Gino Guttuso fino a quando nel luglio 2012 viene fatta una semplice indagine catastale e si riscontra che il box di cui parla dov'era custodito uno scooter che, a suo dire, sarebbe stato usato per l'omicidio Vivacqua, è di proprietà della sua famiglia. Interrogato in carcere il 15 marzo 2013 dal sostituto procuratore Donata Costa presente il maresciallo Azzaro, Guttuso firma il verbale dove non dice niente. Dice sì, conosceva Paolo Vivacqua ma non aveva intrattenuto rapporti con lui. Non dice nulla dell'omicidio. “Non avevamo elementi per contrastare”, si giustifica il maresciallo dell'Arma”.

“Successivamente viene fatta una serie investigativa importante e il 27 gennaio 2014 Gino Guttuso modifica le sue dichiarazioni, tre giorni dopo il pm Donata Costa firma l'ordinanza di custodia cautelare per la Biondo, Barba, La Rocca, Giarrana e Radaelli”.

“Primo problema: come doveva essere sentito Guttuso non il 15 marzo ma successivamente quando viene svolta l'attività investigativa? Abbiamo i tabulati di tutti e 5 gli imputati: i contatti di Giarrana con Radaelli, di Guttuso e La Rocca, di Barba e La Rocca. Ci è stato detto che si trattava di attività investigativa. Ma a tutela di Gino Guttuso è stato commesso un grave errore: da indagato, per aver prestato il motorino a Giarrana, avrebbe dovuto farsi assistere da un legale e dire se intendeva essere interrogato oppure no. Ammesso e non concesso e fatto salvo il primo verbale dove Guttuso dice di non sapere nulla sull'omicidio Vivacqua e poi però nel secondo va a modificare le dichiarazioni, Guttuso aveva diritto ad essere assistito. E questo problema ce lo eravamo già posti nel corso dell'incidente probatorio. Vorrei sapere – chiede il legale – come è stato possibile che Gino Guttuso abbia riferito, ammesso sia credibile, d'aver prestato il suo scooter per l'omicidio senza essere iscritto come indagato”.

“Le dichiarazioni dei testimoni sono diverse da quelle di un eventuale indagato tant'è che Guttuso, costretto, in incidente probatorio è uscito senza l'accusa di falsa testimonianza. Ciò comporta che io contesto l'utilizzabilità del verbale di Gino Guttuso nel corso dell'incidente probatorio. Se così fosse ci sarebbe l'inutilizzabilità di tale atto”.

“Collaboratore è chi ha commesso reati e vuole pentirsi. Nessuno qui dice che chi collabora non dica la verità. Non dico che tutto sia inutilizzabile però un teste che è tossicodipendente, e quindi soggetto facilmente ricattabile, uscito da poco da una clinica psichiatrica, è lui, Guttuso, a dircelo nel corso dell'incidente probatorio, messo alle strette dal maresciallo di Desio che lo convoca può non aver fatto dichiarazioni spontanee. In due passaggi la Corte relativamente alla credibilità di Guttuso precisa che lo stesso è stato minacciato la notte del 18 aprile; e poi richiamato a Desio dai carabinieri il 6-7 giugno non intende fare dichiarazioni. A nostro giudizio tutto quanto afferma Guttuso è inutilizzabile. Nel corso del primo interrogatorio, su precisa domanda, dice d'aver avuto in uso da un anno un numero telefonico, cosa impossibile essendo lui in quel periodo detenuto in carcere dov'è rimasto fino a luglio 2013”.
“Avrei preferito sentire la registrazione di come è avvenuto quell'interrogatorio – dice l'avvocato Orlando – per capire come si era arrivati a farlo parlare di quella riunione preparatoria, un mese prima dell'omicidio di Vivacqua, a casa di Giarrana. Per la prima volta si fa il nome di Barba che, secondo il Guttuso, aveva incaricato La Rocca di fargli da portavoce per commettere una rapina.
Al contrario di Salvino La Rocca, Barba non ha parenti nella Stidda - che comunque, secondo quanto riportato in due sentenze del marzo 2014 del Tribunale di Sorveglianza di Perugia “da quanto riferito dalla DDA di Palermo con nota del 5.2.2013 l'organizzazione criminale di appartenenza dei La Rocca Salvatore, padre di Salvino e Calogero, fratello di Salvino intesa come Stidda “non è più operativa essendo stata decimata dagli arresti e dagli omicidi”.

“Comunque Salvino a suo tempo indagato è stato poi completamente scagionato dalle accuse di fare parte dell'organizzazione che si contrapponeva a Cosa Nostra e addirittura risarcito dallo Stato”.

“E poi i rapporti (intercettazioni) tra Barba e la Biondo, stando agli atti potrebbero esserci nel 2013. Solo nel 2013. Ci è stato detto: avevamo il sospetto. Il sospetto non è certezza e voi in Camera di Consiglio siete tenuti a ben soppesare questo particolare. Così come dovrete valutare quali elementi probatori ci sono per dire che due soggetti sono andati ad uccidere Vivacqua. Dello scooter che potrebbe essere stato utilizzato ci parla Guttuso. E' un po' poco. Il possibile non può fare ingresso in un processo per omicidio. Dico di più. Sul ruolo di Barba ho perplessità relativamente alle dichiarazioni di Guttuso che ne parla in maniera sfumata: avrebbe parlato con La Rocca. Di li a costruire qualcosa che lo fa rendere partecipe di un omicidio ce ne passa. Senza dimenticare che nel corso della riunione a casa di Giarrana si parlò di rapina, non di omicidio”.

“E comunque non mi pare siano stati fatti riscontri alle dichiarazioni di Guttuso. “Ci dedicammo solo sulla pista familiare che era la più plausibile”, ha testimoniato il maresciallo Azzaro.
La mia valutazione è che, assolutamente, quella riunione non può essere prova a carico di Diego Barba.
Veniamo a Luigi Miniemi. Riferisce quello che gli avrebbe detto Giarrana. Io non so se è la verità. Lo dice lui. A questo proposito la Cassazione, anche recentemente, in caso di teste di riferimento ha sentenziato che non è possibile escuterlo”.

“Ho trovato Miniemi soggetto molto inquietante. L'ho trovato preparato. A differenza di Guttuso. E' venuto, un anno dopo, in quest'aula quasi preparato sulle domande che gli sarebbero state fatte. Aveva interesse a confermare quanto dichiarato. In carcere a Monza arriva il 15 agosto 2013 e ci resta fino al 12 aprile 2014. Due giorni dopo aver reso le dichiarazioni al pubblico ministero Donata Costa. Per capire chi è Miniemi siamo andati a ritroso”.

“Lo ritroviamo nell'inchiesta “I fiori di San Vito” dove ha un certo peso: è soggetto accusatore. Ha collegamenti con la 'ndrina dei Mazzaferro. Rileggendo le motivazioni delle sentenze che lo riguardano “si da atto che è un confidente. Si rivolge ai carabinieri dicendo che voleva fare confidenze su una rapina. Faceva da 'ndranghetista confidente”. Ancora: “Ha debiti di gioco ed è collaboratore che frequenta ambienti malavitosi”. E' la Corte che può dirci se e quanto è credibile Miniemi”.

“Nel processo “Isola Felice 2” è stato invece considerato attendibile e la Corte gli ha dato le attenuanti. Per una tentata rapina Miniemi fa dichiarazioni al processo e dice di non essere stato confidente. In una successiva udienza si contraddice e la Corte gli crede. Nel corso dell'ultima deposizione del 2003 a Como ammette che sbagliare è umano, perseverare è diabolico. Dieci anni dopo nel 2013, fulminato sulla via di Damasco, con otto procedimenti a carico di cui quattro per ricettazione e poi falso, furti di carte di credito e altro, prende spunto da una notizia appresa in carcere, senza specificare quale si offre per collaborare”.

“Dirà poi che ha preso la decisione perchè “Ho avuto confidenze da Giarrana che non voleva tenersele dentro. L'ho aiutato a sputare il rospo”. E infatti attraverso l'ufficio matricola del penitenziario fa sapere alla Procura di Monza che ha importanti dichiarazioni da fare e chiede di parlare col magistrato. Tutto ciò – si badi bene - successivamente alla notifica, a Giarrana, dell'ordinanza di custodia cautelare per l'omicidio Vivacqua”.

“Se Miniemi avesse fatto le dichiarazioni alla dottoressa Costa il 10 marzo e non il 10 aprile avrei alzato le mani - dice il legale torinese -. Visto che la Procura di Monza non si muove, Miniemi manda avanti il suo legale che con una lettera fa sapere che il suo cliente è intenzionato a fare rivelazioni in merito “all'omicidio Bevacqua, il Berlusconi della Brianza” (dice proprio Bevacqua – ndr)”.

“La circostanza temporale della mossa di Minieni è importante: il caso Vivacqua in quel periodo occupava intere pagine di giornali che in carcere venivano lette e scambiate in ogni cella. E' lo stesso Miniemi che viene a dirci che radio carcere diffonde notizie. Ed è così che viene a sapere degli arresti, di cui due notificati in carcere a Giarrana e Radaelli. Riferisce al magistrato, tutto quanto scritto nell'ordinanza. Non è Giarrana che gli parla del bar di Muggiò, eppure lui è a conoscenza del particolare e neppure gli dice che il bar di Desio accanto all'ufficio di Vivacqua era chiuso per turno il lunedì. Giarrana ammette d'avergli mostrato l'ordinanza. Miniemi riferisce anche cose vere? In questo caso anche la fonte va indagata”.

“Interessante circostanza quella del biglietto dove Giarrana dice a Rulli di far venire un elicottero per farlo evadere dal carcere. E' l'indice di attendibilità o inattendibilità di Miniemi: quel bigliettino viene scritto il primo giorno che Giarrana conosca Miniemi. Quest'ultimo in aula giustifica la richiesta dell'elicottero “perché ne passavano tanti quel giorno sopra il carcere”. Peccato che non fosse settembre giorno di Gran Premio all'Autodromo di Monza. A giudizio del legale l'episodio è illuminante per valutare l'attendibilità del Miniemi, teste che mi ha fatto paura ricordando quanto dice la Cassazione:“nei processi fanno irruzione soggetti che hanno necessità di farsi sentire”.

Quindi l'avvocato Orlando si sofferma sulla pista dei fratelli Mihalache già affrontata da Angelo Pagliarello difensore di Giarrana. “Il telefono di Carmi Mihalache che Lavinia chiama la notte del 14 novembre non agganciava celle italiane – aveva precisato Pagliarello -. Siete davvero sicuri che era proprio Carmi al telefono? Avessimo avuto tutte le telefonate fatte da quei signori (Carmi e Leonard – ndr)”.

” Sappiamo che non sono state fatte indagini all'estero sui tabulati telefonici. Abbiamo dichiarazioni di Elena Pricop, domestica a casa Vivacqua, che ha testimoniato d'aver visto quattro o cinque volte i fratelli (e amici) di Lavinia a Carate. Ci ha detto: “Me ne sono andata il sabato sera e le valigie erano lì. Non le ho viste quando sono arrivata il lunedì mattina, giorno dell'omicidio”. Che motivo avrebbe avuto la Pricop di mentire? Forse perché accusata da Lavinia di essersi impossessata di gioielli poi ritrovati nella cassetta della posta?”.

“I Mihalache avrebbero potuto benissimo essere in Italia e non c'entrarci nulla con l'omicidio. E però Livinia, excusatio non petita (accusatio manifesta - ndr), ci riferisce che Paolo le aveva detto “nel caso mi succedesse qualcosa”. Ed a questo proposito aveva lasciato un assegno di 300mila euro affinché la compagna potesse goderne”.

“Questo particolare fa pensare”, commenta il difensore di Barba che passa poi a dare una valutazione sui depistaggi che – secondo la pubblica accusa – avrebbe operato.

“Depistare attraverso l'investigatore Attilio Cascardo? Non lo so. Potrebbe anche essere. Verifiche non ce ne sono. Non ci sono intercettazioni tra Cascardo e il colonnello Selmi, tra Barba e Selmi. Quest'ultimo ben sapeva che Barba era in carcere”.

“Le dichiarazioni del “pentito” Giuseppe Nappa? Il solo pensare che Barba possa avere una mente raffinatissima, come potevano averla i giudici Borsellino o Falcone, d'avere architettato una tesi così suggestiva come suggerito dalla parte civile fa sorridere. E da ultimo: sentito dal Gip in merito al viaggio del 9-10 novembre 2011 in Germania con Salvino La Rocca, Diego Barba risponde che erano andati per acquistare una Mercedes. Da un privato. Non da un concessionario. Non è certo andato per chiedere l'autorizzazione della Stidda (ipotesi fatta della pubblica accusa nel corso della requisitoria – ndr). Che, detto per inciso, neppure esiste più. Avere un avallo dalla Germania? In questo caso non si parla di riscontri bensì solo di fantascienza”.

“E' un processo indiziario e la Cassazione è chiara in proposito: ci vogliono indizi gravi e precisi escludendo quelli non provabili. Occorre vedere che gli indizi siano concordi ed abbiano logica per condannare oltre ogni ragionevole dubbio. Se Diego Barba chiama Salvino La Rocca il giorno dell'omicidio per sapere quanto era successo a Paolo Vivacqua è cadere su una buccia di banana. Per uno come lui che per evitare d'essere intercettato, ci dicono i carabinieri avesse sistemato nella plafoniera dell'auto di Germania Biondo un pacchetto di fazzoletti piegati in modo che, cadendo, gli avrebbero dato subito la prova dell'occultamento di una cimice?”.

“Chiedo l'assoluzione per gli imputati per non aver commesso il fatto e in subordine, richiesta in base all'articolo 530. Leggendo gli atti mi sono reso conto che non c'è nulla di concreto che possa accusarli”.

 

Processo Vivacqua - Le parti civili: Chi studiò l'omicidio pensò poi a depistare gli inquirenti

di Pier Attilio Trivulzio

“Ci troviamo di fronte a un omicidio studiato. Chi ha brutalmente giustiziato Paolo Vivacqua, ha poi pensato a depistare gli inquirenti”, rivolgendosi in modo specifico ai giurati popolari che fanno parte della Corte d'Assise, Franco Gandolfi, avvocato di parte civile per Lavinia Mihalache, compagna del rotamat di Ravanusa, sintetizza così quel che dirà “per la miglior tutela della signora Mihalache e del figlio Nicolas e quella deontologica correttezza formale e sostanziale dell'accusa cercando di armonizzare affinchè voi, in Camera di Consiglio, possiate valutare se esiste una ragionevole alternativa all'ipotesi accusatoria”.

Aggiunge subito: “La requisitoria della pubblica accusa, fatta in quest'aula due mesi fa, vi sarà sembrata sovrabbondante, noiosa e anche inutile. E' stata comunque il resoconto di una indagine a 360 gradi portata avanti in piena libertà; durata tre anni e conclusasi con la richiesta di cinque condanne proposte prima che dal codice penale dalla coscienza del pubblico ministero che ha fatto indagini anche a favore degli imputati”.

“Il primo movente ipotizzato è stato quello dell'interesse economico dal momento che Paolo Vivacqua muoveva tantissimo denaro contante. C'era stata, il 12 settembre 2011 (due mesi prima dell'uccisione – ndr) la conclusione a rogito dei terreni di Carate ceduti a Bricoman Italia; ma Vivacqua vantava moltissimi crediti: 300 mila euro da Zema, 200mila da Monzani ed altrettanti da Figliuzzi, decine di mila euro dall'avvocato Savarino e anche, perchè no? da Carmi Mihalache (fratello di Lavinia - ndr) a cui aveva concesso un prestito di 100mila euro per comperare un escavatore. E poi tanti altri, gente che usava Vivacqua come un bancomat.

Una delle ipotesi investigativa è stata quella che da qualcuno di loro era stato ucciso per non restituire la somma ricevuta. Da cinque mesi e mezzo Vivacqua era intercettato anche quando si trovava sulla sua Bmw, non c'è una sola frase registrata che possa far pensare ad una sua arrabbiatura verso coloro a cui i soldi li aveva prestati e ne aveva richiesto la restituzione. Tenete conto in Camera di Consiglio. Nessuno di loro pensò di spegnere il bancomat.

“E allora, qual'è il movente del delitto? Ce lo forniscono Germania Biondo e Diego Barba. Hanno una relazione sentimentale almeno da prima dell'estate 2010.
Barba è il catalizzatore che accelera il procedimento chimico. L'incontro delle due volontà diventa deflagrante. Il movente della Biondo è l'interesse economico miscelato ad un cocktail: desidera la rivalsa verso il marito con cui da due anni non stava più assieme. Ebbene, Paolo non faceva sapere i suoi interessi a Germania eppure che succede il 14, il 23 e il 27 settembre 2011?
Il 12 Paolo conclude l'affare Bricoman, il 14 l'ex moglie, intercettata, chiama la sorella e le dice: “Ha venduto i terreni, adesso gli posso levare 5 milioni”. Tre giorni dopo parla con l'amico Salvatore Grasta: “Ha fatto gli atti dei terreni e ora ha in tasca 5 milioni. Caino era e Caino rimane. Ora vediamo se posso levargliene almeno la metà”.

Il 27, nel corso di una lunghissima conversazione con uno straniero che la corteggia e tra l'altro le dice d'averla vista “col reggiseno blu”, Germania si lascia andare: “Tu mi fai star bene”. E poi però aggiunge: “Fino a quando c'è lui ci sono solo problemi”. Refren che ripete in altre conversazioni agli atti. La rabbia di Germania? Ce lo dice la Lavinia: con i figli le danneggiano l'auto.

Ricordiamo però la drammatica udienza del 2 gennaio. Depone il figlio minore e non la chiama mamma. La chiama signora. “Perché non è considerata mamma. La persona che ti toglie il padre non è più la tua mamma”, risponde Davide ad una domanda del presidente.

Ricorda il legale che nel marzo 2012 una fonte confidenziale soffia ai carabinieri di Desio che “la Biondo ha assoldato un investigatore, tale Cascardo. Vuole faccia indagini sul marito”. Attilio Cascardo viene sentito il 3 maggio ed in quel momento i carabinieri scoprono che ha un socio: Diego Barba. E quando il pubblico ministero Donata Costa chiama a testimoniare Cascardo apprende dal teste, sicuramente reticente, che l'investigatore “è stato ingaggiato dalla Bondo nel gennaio-febbraio 2011 per capire se il marito le fa le corna”.

L'indagine dura un paio di mesi. Mi chiedo: c'era bisogno d'ingaggiare un investigatore per sapere se Paolo le faceva le corna dal momento che in quel periodo lui aveva già acquistato casa a Carate e stava da tempo con la Mihalache? Il 18 giugno la Mihalache dà alla luce Nicolas. In quest'aula, il 1. dicembre Cascardo dice cose compromettenti: la verità è che l'incarico ricevuto dalla Biondo era di tutt'altra natura. Ci siamo dimenticati del pestaggio di Barba nell'agosto 2010 in Sicilia da parte dei figli Vivacqua? E' clamorosamente falso che la Biondo abbia dato incarico a Cascardo per una indagine sulla infedeltà coniugale del marito. La ragione vera? Incarico inconfessabile. Il teste Vincenzo Battistello (ex impiegato presso la Procura di Monza – ndr) ci dice: “Germania Biondo aveva dato incarico a Cascardo per far nascere una indagine a carico di Paolo Vivacqua e dei figli”. Se ne sarebbe occupata la Guardia di finanza. “Sono le Fiamme gialle a fare le indagini”, dice Cascardo a Battistello, aggiungendo “d'aver parlato con un colonnello di Lodi”. L'indagine avrebbe dovuto portare in carcere Paolo Vivacqua e i figli.

Il colonnello di Lodi e Marco Selmi che subito informa la Procura di Monza e quando viene chiamato a testimoniare non rivela il nome dell'informatore (Attilio Cascardo – ndr)- Riferendosi all'omicidio di Paolo Vivacqua, consultando il suo tablet, precisa “che l'omicidio sarebbe stato commesso da un cittadino rumeno, Carmi Mihalache, fratello di Lavinia. Fa il nome di Elena Pricop, domestica di Vivacqua, che andava dicendo in giro che Nicolas, il figlio della Mihalache, non era figlio di Paolo Vivacqua ma di un infermiere di Desio”.

Informatore credibile il Cascardo perché fornisce particolari che reggono al controllo: il capannone di Piantedo (Sondrio), la cassetta di sicurezza contenente denaro sequestrata, le auto, fermate e sequestrate, con doppio fondo per occultare i soldi.

Uno sviamento, quello relativo al ruolo dei rumeni nell'omicidio, per depistare le indagini. Depistaggio pensato da Diego Barba che usa il socio Attilio Cascardo il quale informa il colonnello Selmi della Guardia di finanza sui conti, sulle società e le disponibilità di Paolo Vivacqua: obiettivo far arrestare Paolo Vivacqua e i figli.

Cascardo viene a sapere con anticipo che all'indomani sarebbero stati arrestati i tre figli di Vivacqua: Antonio, Gaetano e Davide. “Avevamo cercato di suggerire al brigadiere Mosca dei carabinieri che probabilmente ad uccidere Paolo sarebbero stati i fratelli Mihalache”, dice Barba nel corso di una conversazione.

Diego Barba non si muove bene solo con le forze dell'ordine, è a suo agio anche tra i malavitosi e i mafiosi: dopo il pestaggio dell'estate 2010 in Sicilia manda i carabinieri a casa di Paolo Vivacqua e fa pressione con i malavitosi affinchè dicano a Paolo di lasciarlo tranquillo.

Definisce, il legale della Mihalache, inquietante, l'episodio accaduto pochi giorni dopo l'arresto su ordine della Procura di Milano (20 aprile 2012 – ndr) dei figli di Vivacqua, di Calogero Licata Caruso, dei fratelli Enzo e Mario Infantino ed di altri con l'accusa di associazione a delinquere e false fatturazioni.

Il 24 aprile Diego Barba viene sorpreso da moglie e fidanzate dei tre fratelli Vivacqua nello studio dell'avvocato Daria Pesce. E' con l'avvocato Ignazio Valenza (legale di Paolo Vivacqua che ha Attilio Cascardo come autista – ndr) intento a consultare gli atti del processo. C'è anche Germania Biondo. Barba sa che il colonnello Selmi è stato informato (da Cascardo – ndr) e vuole sapere se tra gli atti ci sono riferimenti che riguardano lui o il suo socio Cascardo.
Quell'episodio fa arrabbiare i figli Vivacqua che vengono informati in carcere durante i colloqui. Gaetano, intercettato, “Questa qua (Germania Biondo – ndr) ci vuole far fare la galera”.

Altra conversazione del 25 maggio tra Davide e la fidanzata Lucia. “Barba continua a passare sotto casa, ci segue. Io l'ho visto, con la sua Vespa mi ha tagliato la strada”.
L'avvocato Valenza viene minacciato. C'è la telefonata: “Valenza me lo sarei mangiato vivo...incominciano a volare schiaffoni per te e per Diego. Mio fratello prima ha pestato Diego che poi è andato dai mafiosi”.

Un altro tentativo di depistaggio messo in atto – secondo il legale di parte civile della Mihalache - da Diego Barba riguardante “due personaggi da tempo residenti a Desio” che, scrivono i carabinieri di Campobello di Licata in una nota indirizzata ai colleghi brianzoli “risulterebbero implicati nell'omicidio di Paolo Vivaqua”. Sappiamo i nomi ma non li facciamo. Il pubblico ministero non ha trascurato nulla ed ha fatto mettere sotto controllo i telefoni dei due personaggi. Risultato negativo.

Rivolgo una domanda: “Perchè Diego Barba si è impegnato con il maresciallo Mosca dei carabinieri di Desio poi con il maresciallo Longo dei carabinieri di Campobello e poi, attraverso Cascardo, a suggerire al colonnello della Guardia di finanza piste false, subdolamente artificiose che ora mi sembrano odiose, addirittura vigliacche quando si sa che una persona non c'entra?”.

Definisce la deposizione di Giovanna Licata Caruso, moglie di Barba e sorella del braccio destro di Paolo Vivacqua, “Lillo” Licata Caruso intestatario di tutte le società del rotanat, “penosa, angosciante, faticosa, illogica e per lei imbarazzante. Patetica perché si è messa a piangere. Rispettiamo il suo dolore. ma qui discutiamo di omicidio ed invece i testimoni che devono portare acqua stanno in silenzio”.

Leggendo questo processo dico che gli imputati si annusano, sono in definitiva arbitri della propria sorte.
Per l'avvocato Gandolfi le dichiarazioni dei testi Gino Guttuso e Luigi Miniemi si collocano in perfetta armonia con i dati raccolti dagli investigatori.

Poco dopo l'arresto per l'omicidio di Franca Lojacomo consuocera di Paolo Vivacqua, Antonino Giarrana, intercettato, chiede aiuto al cugino Salvino La Rocca ma lo chiede anche all'investigatore Diego Barba. Conversazione registrata: “Gli avvocati? Loro li devono pagare”, dice Giarrana. “Loro chi?”. “Salvino e...”. “Allora è vero che c'entrano Salvino e l'altro, è inutile che fa l'indiano”. Carmelo fratello di Giarrana: “Papà ha detto che se scende lui non so che succede”. Giarrana: “Loro, Salvino e l'investigatore mi vogliono imputare anche l'altro omicidio”. E ancora: “Io sono qui e loro sono fuori a godersi la vita”. “Io non parlo perchè sono un uomo”.
Per l'avvocato Gandolfi, “Non so se è uomo d'onore Antonino Giarrana; uno è uomo se sa assumersi le sue responsabilità”.

Il legale conclude dopo quattro ore il suo intervento focalizzandosi sul misterioso viaggio-lampo in Germania compiuto da Diego Barba e Salvino La Rocca il 9 novembre 2011 (cinque giorni prima dell'uccisione di Vivacqua – ndr). A detta di Barba per acquistare una Mercedes “classe A” in cambio della sua Renault Scenic. I due si fanno 595 km da Desio a Saarbrucken. Partenza da Desio attorno alle 22, sei ore di viaggio e quindi arrivo a Sarbrucken attorno alle 4 del mattino. C'è qualche concessionaria aperta a quell'ora? All'indomani, 10 novembre, attorno alle 10,30-11 sono alla frontiera tra Francia e Germania. Vengono controllati dai gendarmi. Alle 14 – dice Barba – sono di ritorno a Desio, sempre con la fedele Renault Scenic. Domanda: allora cosa davvero sono andati a fare in Germania?

E sull'ultimo indizio depistante: la testimonianza del detenuto (a Monza) Giuseppe Nappa il quale arriva in aula e racconta che ad uccidere Paolo Vivacqua sarebbero stati Diego Barba e Germania Biondo d'accordo con Lavinia Mihalache e i suoi fratelli.

“Non credo che Nappa si sia inventato tutto – spiega Gandolfi – Non sono cervellotico ma Nappi è venuto qui perché qualcuno gli ha suggerito di dire quelle cose che ci ha raccontato. Barba ha grande capacità intuitiva, è più furbo di tutti, più furbo dei giudici e del pubblico ministero. E' stato un ulteriore tentativo per sviare le indagini. In carcere Barba ha fatto il triplo salto mortale: con le dichiarazioni di Nappi intendeva demolire e screditare Guttuso e Miniemi. Non si e inventato nulla Nappi condannato a 5 anni per estorsione, tre già fatti, sarebbe presto uscito dal carcere. Non è tanto sveglio. E' stato un ulteriore tentativo di depistare le indagini”.

La lunga e articolata arringa dell'avvocato Franco Gandolfi costringe Daria Pesce parte civile dei tre fratelli Vivacqua e Valentina Commaudo figlia di Franca Lojacono (uccisa a Desio nel giugno 2012 – ndr) a sintetizzare il suo intervento. Risponde ai colleghi che ritengono incompatibile il suo ruolo di parte civile. “Difendo i Vivacqua da anni ed ho difeso la Biondo per un anno e mezzo. Non mi ritengo incompatibile dal momento che questo processo riguarda un omicidio”.

Anche lei dà atto al pubblico ministero d'aver esplorato in modo diligentissimo tante piste: il rapporto di Paolo Vivacqua con i Cannarozzo e con Zema che “non ho mai incontrato”, l'ipotesi mafia e l'omicidio legato al settore rifiuti. “La pista della corruzione? Sappiamo che Paolo aveva corrotto funzionari per trasformare terreni agricoli. Al processo di Milano (per le false fatturazioni con la Biondo che ha patteggiato -ndr) sono emersi i conti di Germania Biondo presso banche di San Marino ma non in Svizzera. Sembra che la Biondo voglia sbarazzarsi del marito. Dalle carte del processo sembra che gli imputati siano tutti amici. Salvino La Rocca? È vero, non è mafioso ma il suo comportamento è psicologicamente mafioso. Barba e la Biondo non si parlano al telefono: tengono un comportamento omertoso. La Biondo aveva mille motivi per tenere un comportamento omertoso: sono tutti siciliani. Solo i tre figli di Paolo parlano. Sanno della relazione tra Barba e la madre, le nuore scoprono che la Biondo – che al telefono si lamenta del suo stato di indigenza in cui Paolo l'ha lasciata - ha aperto con Barba una cartoleria. Che succede? Il sospetto delle nuore è che lei abbia qualcosa a che fare con l'omicidio. Si disinteressa dei nipoti. I figli, a cui è stato insegnato soltanto a fare fatture false, non la vogliono vedere in carcere. Quando Barba viene nel mio studio e dice d'essere un collaboratore dell'avvocato Valenza difensore di Paolo i figli revocano a Valenza il mandato e quindi pensano che la Biondo e Barba abbiamo davvero a che fare con l'omicidio. Il movente? Nella loro mentalità siciliana è la ricerca dei soldi: impossessarsi dei 5 milioni che Bricoman ha pagato per i terreni di Carate
La pista non sarà mafiosa ma da tutti gli atti del processo – che è più che indiziario – pare un po' che gli imputati chiedano giustizia alla criminalità organizzata. Le mie conclusioni sono queste: mi associo alle richieste di pena della pubblica accusa”.
Per quanto riguarda le costituzioni di parte civile, l'avvocato Franco Gandolfi ha quantificato in 800mila euro il danno patrimoniale per la sua assistita Lavinia Mihalache e per il figlio Nicolas; mentre l'avvocato Daria Pesce ha presentato richiesta per Antonio, Gaetano e Davide Vivacqua della condanna in solido degli imputati per danno patrimoniale e non di 500mila euro con una provvisionale immediatamente esecutiva di 300mila euro. Per Valentina Commaudo richiesta di 150mila euro, provvisionale di 50mila euro.

Prossima udienza il 5 ottobre. Parleranno gli avvocati Paolo Sevesi e Gianluca Orlando difensori di Diego Barba.

Omicidio Vivacqua. La condanna a morte arrivò dalla Stidda. L'accusa ha chiesto 4 ergastoli; 23 anni e 6 mesi per l'ex moglie


di Pier Attilio Trivulzio

Potete uccidere Paolo Vivacqua.
La decisione di dare il via libera all’eliminazione del rotamat di Ravanusa venne presa in Germania da elementi di spicco della “Stidda” e comunicata a Diego Barba e Salvino La Rocca, appositamente recatesi in terra tedesca, il 9 novembre 2011.

Ceduti i terreni di Carate Brianza a Bricoman per 5,1 milioni di euro, trasferita la residenza in Svizzera e in procinto di spostare i suoi affari in Romania, Vivacqua aveva deciso di tagliare i ponti col passato, tanto da non riconoscere neppure un euro di quanto ricavato con l'operazione di Carate al gruppo che fino ad allora lo aveva sostenuto. Bollato come “taccagno” arrivò l'autorizzazione alla sua eliminazione fisica.

Molto di più del “noir che assume le tinte fosche di un vero e proprio romanzo popolare nel cuore dell'operosa Brianza”, come spiegarono i carabinieri di Desio annunciando, dopo oltre due anni di indagini, gli arresti di Germania Biondo, Diego Barba, Salvino La Rocca, Antonino Giarrana e Antonio Radaelli.
In realtà il viaggio-lampo in Germania di Diego Barba e Salvino La Rocca, cinque giorni prima dell'omicidio fu compiuto per avere il benestare all'operazione.

Quella di Donata Costa, sostituto procuratore a Monza, pubblica accusa al processo in Corte d'Assise per l'uccisione di Paolo Vivacqua è stata una vera maratona oratoria. Sei ore e mezza di requisitoria per spiegare con chiarezza alla Corte e, soprattutto ai sei giudici popolari, la sequenza degli atti che l'hanno portata a chiedere l'ergastolo per Diego Barba, Salvino La Rocca, Antonio Giarrana e Antonino Radaelli; e per tutti e quattro un anno di isolamento diurno. Per Germania Biondo – da maggio ai domiciliari per motivi di salute – la richiesta è stata di 23 anni e 6 mesi e la concessione delle attenuanti generiche. Come donna inserita in un certo contesto culturale, ha spiegato il Pubblico Ministero, si trovava in una situazione di libertà limitata. Se dopo la separazione, Paolo Vivacqua poteva rifarsi una famiglia con la giovane Lavinia, a lei non era concesso e poteva fare solo la nonna.

Per Donata Costa ad uccidere con 7 colpi di pistola calibro 7,65 sparati tutti da dietro, a distanza ravvicinata, il 14 novembre alle 10,43 appena il rotamat di Ravanusa è entrato nell'ufficio di Desio, “tanto è vero che aveva ancora la sciarpa e il cellulare in mano” è stato Antonino Radaelli, recatosi sul posto con lo scooter guidato da Giarrana avuto in prestito da Gino Guttuso.

Delitto eseguito su ordine di Diego Barba e Salvino La Rocca che cinque giorni prima, il 9 novembre, fanno un misterioso viaggio in Germania. A dire di Barba per acquistare una Mercedes, rientrano, però, il giorno dopo senza aver acquistato nulla.
Il 10 mattina – precisa Barba - siamo stati lungamente fermati per un controllo dalle autorità tedesche”.

Quel viaggio – dice la Costa – aveva un'altra motivazione: informare qualcuno della decisione presa di uccidere Paolo Vivacqua”.

All'indomani, l'11 novembre alle 11.04 Barba chiama il cognato Calogero Licata Caruso, inseparabile braccio destro di Vivacqua, fissando con lui un appuntamento. Interrogato in merito a quell'appuntamento che coinvolgeva il parente, Licata Caruso si avvale della facoltà di non rispondere. Indizio che Donata Costa aggiunge a molti altri già acquisiti in questo processo che – è lei stessa a ricordarlo ai giudici popolari - “è indiziario. Non abbiamo la pistola fumante e per questo arduo e difficile sarà il vostro compito”.

Ricorda l'intercettazione dell'ottobre 2011. Paolo Vivacqua accompagna l'amico Salvatore Grasta a vedere i terreni appena ceduti a Bricoman, che gli hanno fruttato 5,1 milioni di euro, e questi gli chiede se nell'operazione c'entra Diego Barba. “No – risponde Paolo – c'entra Lillo (Calogero Licata Caruso - ndr) che ha il cento per cento delle mie società”. Grasta lo avverte: “Guardati da Lillo, ne parlano male”. E Paolo, di rimando: “Se parlano male di Lillo è solo per invidia. E comunque se Lillo fa girare 100mila euro, io ne faccio 100 di milioni”.
Quella conversazione insospettisce il finanziere Martella della tenenza di Gorgonzola che, consultando l'archivio informatico risale alla quota posseduta nel 2004 da Barba nella società Vibi. E' lo stesso Barba, nel corso di una dichiarazione spontanea in udienza a dire “che quella quota fu un favore chiestomi da Paolo Vivacqua”.

Indizi, una montagna di indizi messi in fila per comporre il puzzle dell'omicidio. Quell' un cento della Loviro che senza avvertire l'ex moglie, Paolo Vivacqua fa trasferire a Mario Infantino alla vigilia dell'operazione Bricoman; ed in ordine di tempo, un paio di settimane prima dell'uccisione, la visita di possibili acquirenti – calabresi - del capannone di Sesto San Giovanni della Royal Aste che Vivacqua ha deciso di mettere in vendita senza dire niente a nessuno. E sollecita il figlio Davide affinchè chieda alla madre Germania Biondo i documenti della proprietà.

E poi le dichiarazioni del palermitano Gino Guttuso che dice d'aver prestato il suo scooter a Giarrana e quelle del supertestimonio Luigi Miniemiche ha voluto metterci la faccia – dice la pubblica accusa – ed è venuto qui a spiegarci con dovizia di particolari quanto gli aveva raccontato Giarrana in carcere”.

Ma c'è di più: le ambientali nel carcere di Monza tra Antonio Giarrana, arrestato per l’omicidio di Franca Lojacono, consuocera di Vivacqua, e il fratello Carmelo che appare indispettito per il comportamento reticente di Antonio. “Salvino che ti ha detto?”, chiede Antonio a Carmelo, e Carmelo “ma che c’entra Salvino?” e poiché il fratello tace aggiunge: “Papà ha intenzioni brutte con Salvino”. E insiste: “Se devi dirmi qualcosa...Dimmi tu che Salvino non dice nulla...”. Antonino al fratello Carmelo: “Vai dall'investigatore privato (Diego Barba - ndr) amico di Salvino, così se tu ci vai io so cos'hanno in mano perché l'investigatore conosce tutti alla Procura di Monza”.

E ancora le dichiarazioni di Lavinia Mihalache che trovato Paolo sotto la scrivania dell'ufficietto di Desio, si rende conto che – a differenza di tutti gli altri giorni, Licata Caruso, Enzo e Mario Infantino, i tre fedelissimi del rotamat, sono lontani. E lo dice con forza al magistrato e ai carabinieri.

Ma c'è di più: i numerosi depistaggi alle indagini che a detta di Donata Costa, sono stati messi in atto da Diego Barba servendosi dell'ex investigatore monzese Attilio Cascardo.

E' a lui che – su suggerimento dell'amante Diego Barba – alla fine del 2010, inizio 2011 Germania Biondo, umiliata in Sicilia nell'agosto dai figli Antonio e Davide che vanno a Campobello di Licata e picchiano Barba, si rivolge per raccogliere informazioni sugli affari del marito e raccontando quanto sa sui traffici del marito e dei figli con l'intenzione di farli arrestare.

E Cascardo- secondo il PM - gira l'informativa al Colonello della Guardia di finanza Marco Selmi comandante a Sondrio.

Le verifiche delle Fiamme Gialle sui traffici valtellinesi di Paolo Vivacqua e soci portano alla scoperta di una cassetta di sicurezza che contiene 75mila euro in contanti nonché auto col doppio fondo dove occultare il denaro. Lo riferisce in aula il colonello Selmi che però non fa il nome dell'informatore.

Ed è sempre Diego Barba, secondo la pubblica accusa, che depista le indagini. “Era informatore delle forze di polizia ed aveva numerosi contatti con l'appuntato Colombo dei carabinieri in Sicilia e dunque gli appunti di fonte confidenziale che pervengono ai carabinieri di Monza dai colleghi di Campobello di Licata nei quale si dice relativamente all'omicidio di indagare la pista mafiosa e si fanno i nomi di Giuseppe Smiraglia, Giovanni Turco e Massimiliano Cannarozzo potrebbero essere opera di Diego Barba”.

L’omicidio era maturato dal fatto che “Paolo Vivacqua era stato sostituito da Giuseppe Smiraglia come nuovo reggente dei siciliani in Brianza”, scrivono i carabinieri siciliani. E del resto è proprio Smiraglia che il 19 agosto 2010, dopo che i figli di Vivacqua hanno picchiato Barba, va da Paolo a dirgli “Barba non si tocca”.

L'informativa di Campobello di Licata ci sembrava meritevole di approfondimento – aggiunge Donata Costa – anche perchè Cannarozzo aveva ceduto un terreno di Desio a Turco per la società che si occupava di rottami ed era sorto un contenzioso con due dipendenti di Paolo Vivacqua che avevano lavorato per Turco sottraendolo a Vivacqua. Nel corso delle intercettazioni Smiraglia e Turco sono stati arrestati per false fatturazioni mentre Cannarozzo, sentito e poi invitato a comparire, ha chiarito e quindi anche questa falsa pista è stata abbandonata”.

La vera svolta alle indagini la da una nota del maresciallo Scalisi del 20 marzo 2012. In essa si dice che Germania Biondo ha ingaggiato l'investigatore Cascardo pagato 60mila euro per indagare sul suo ex marito. Si scopre che Diego Barba è socio di Cascardo ed allora torna alla mente l'intercettazione del 16 novembre sul cellulare di Grasta.

Dalle intercettazioni di Cascardo apprendiamo elementi utili per inquadrare il soggetto che ha conoscenze tra le forze dell'ordine e collegamenti con il carabiniere Sossio Moccia che faceva favori all'ex politico Massimo Ponzoni e a Vivacqua, con Vincenzo Battistello che lavorava nel mio ufficio ed avevo appena allontanato poiché forniva notizie relative ad indagini che avevo in corso. Il 3 maggio 2012 sento Cascardo e a me dà false risposte come false sono state le sue dichiarazioni sotto giuramento in quest'aula. Cascardo è teste reticente e falso. Dalle intercettazioni sappiamo per certo che Germania Biondo era in stato di libertà limitata. Paolo Vivacqua ben poteva stare con la rumena e avere da lei un figlio; la Biondo doveva soltanto piegarsi al ruolo di nonna. E ben possibile quindi che il ruolo di Cascardo era quello di portare all'incarcerazione di Paolo Vivaqua. La conferma viene da quanto raccontato da Battistello, in servizio di Polizia giudiziaria presso il mio ufficio e proveniente dalla polizia municipale di Desio che dice di essere stato avvicinato da Cascardo in merito alla possibilità di avere informazioni da una signora. Informazioni in grado di mandare in carcere il marito e i figli”.

Quelle informazioni poi sarebbero state passate, secondo il PM Donata Costa, al colonello Selmi.

Le note confidenziali del colonello – continua la pubblica accusa - finirono a Monza, a Milano e alla dottoressa Albertini che aveva in carico l'istruttoria sulle false fatturazioni delle società che commerciavano rifiuti metallici ed ebbero riscontri positivi. Vivacqua era indicato come persona legata a gruppi siciliani e in particolare alla Stidda”.

Molti siciliani legati alla Stidda si sono trasferiti in Germania. E proprio da una cabina pubblica tedesca non individuata, nel giugno 2013, arriva sul cellulare di Salvino La Rocca, cugino di Antonio Giarrana, la seguente telefonata. “Ciao, pezzo di carabiniere a cavallo. Infame di merda. Vi state divertendo tu e l'amico tuo?”. Il riferimento secondo Donata Costa sarebbe relativo al fatto che mentre Antonio Giarrana marciva in carcere per l’omicidio di Franca Lojacono, La Rocca e Barba ne erano usciti puliti (ma potrebbe esserci dell’altro - ndr).

E' un altro tassello che aggiungiamo all'indagine - spiega Donata Costa sui contatti mafiosi tenuti dagli accusati –. Mai avrei pensato che Salvino avesse un fratello condannato per omicidio con sentenza definitiva al 416 bis che è in carcere a Spoleto”.

Sulla doppia strada tenuta dagli accusati per contrastare Paolo Vivacqua, Donata Costa aggiunge.

Com'è avvenuto nell'agosto 2010 dopo il pestaggio da parte dei figli prima Diego Barba si rivolge ai carabinieri di Campobello di Licata e sporge denuncia, poi, quando viene avvertito che Vivacqua sta rientrando appositamente dalle vacanze in Spagna e sta arrivando in Sicilia e che potrebbe essere armato, chiede l'intervento della mafia, e tre personaggi tra cui Giuseppe Smiraglia incontrano Paolo Vivacqua intimandogli di lasciare stare Barba.
Allo stesso modo, prima si serve di Cascardo per far arrivare informazioni al colonnello Selmi e fare arrestare Paolo Vivacqua, poi persegue la strada mafiosa, e attraverso La Rocca, si rivolge alla Stidda per poterlo eliminare”.
Ecco perchè quel viaggio lampo in Germania il 9 novembre i compagnia di Salvino La Rocca. Chi incontrano non si sa. Di certo hanno avuto il benestare all'uccisione di Paolo Vivacqua.

Il 21 settembre parola alle parti civili a cui faranno seguito il 5, 12 e 19 ottobre gli avvocati degli imputati.

 

Omicidio Vivacqua. Chiusa l'istruttoria dibattimentale. Testimonianza inverosimile del detenuto Giuseppe N.

di Pier Attilio Trivulzio

Processo per l'omicidio di Paolo Vivacqua. Si è chiusa l'istruttoria dibattimentale; lunedì prossimo (13 luglio) requisitoria del pubblico ministero Donata Costa che ha già annunciato che parlerà per sei ore e, ovviamente, concluderà la sua esposizione con la richiesta di pene per gli imputati Germania Biondo, Diego Barba, Salvino La Rocca, Antonio Radaelli e Antonino Giarrana. Quindi il processo riprenderà il 21 settembre: parola alle parte civili e quindi ai difensori degli imputati. La chiusura della discussione è prevista per il 12 o il 19 ottobre.

Paolo Vivacqua é stato ucciso il 14 novembre 2011, la sentenza potrebbe arrivare a quattro anni esatti dall’omicidio.

Da un mese Germania Biondo ha ottenuto gli arresti domiciliari. E' uscita dal carcere di Monza per sottoporsi ad intervento presso l'Ospedale San Gerardo e alle ultime due udienze è arrivata in aula accompagnata dal suo difensore, l'avvocato Manuela Cacciuttolo. A salutare l'ex signora Vivacqua erano in aula un'ausiliaria del carcere di Monza ed una suora.

L'udienza è iniziata con la testimonianza del perito della Procura, esperto nella traduzione di frasi in dialetto siciliano che, esaminate tre telefonate ambientali del luglio 2013 nella cella del carcere di Monza dove è detenuto Giarrana (condannato a 30 anni per l'uccisione di Franca Lojacono, consuocera di Vivacqua) ha confermato la frase dell'imputato che il 9 luglio dice: “Io se dovessi andare in culo alla vita mi troverei una brava ragazza . Mai più omicidio”.

Ambientale del 19 luglio: “Ma vedi come va questo processo, su di me hanno poco...Le impronte sullo scooter non ce l'hanno”. I difensori avevano chiesto fosse risentito il perito perchè a loro avviso la parola pronunciata era “cutter” non “scooter”.
Il perito ha confermato che Giarrana dice “scooter”. Ultima ambientale del 24 luglio. Per il perito nel colloquio si parlava di Barba. “Io ho scritto barba come soggetto, nessun riferimento all'imputato. Trascritto in forma dialettale è “bamba, brucia la bamba” (cocaina – ndr).

La richiesta del legale di La Rocca di sentire la registrazione in aula non viene accolta dal presidente Giuseppe Airò. “La sentiremo in camera di Consiglio”.

Teste Mendolia: “E' un' ambientale, va ascoltata con la cuffia, ci sono molti rumori”.
Insiste l'avvocato Angelo Pagliarello che concentra la sua attenzione sulla conversazione del 19 luglio. “Sono certo della mia prima versione, la parola incriminata è cutter e non scooter. E' fondamentale sentirla”. Presidente: “Il perito dice che l'ambientale è 'sporca' “.
L'avvocato Sevesi, difensore di Barba, chiede al teste: “Lei sa come si scrive la parola scooter?”. “No, per me è sufficiente. Cutter è taglierino. Se fonicamente anziché scuter è cuter...”.

Il presidente informa che – in merito ad alcune ordinanze - è stata decisa l'acquisizione dell'album con le fotografie scattate il 14 novembre 2011 nell'ufficio di Desio; ai fini della credibilità della sorella e all'attendibilità di alcuni dichiaranti viene ammessa la documentazione su Gammino mentre è respinta, in quanto infondata, l'ordinanza relativa a Gino Guttuso.

Annuncia quindi che “ex articolo 507 viene ammessa la testimonianza di Giuseppe N. fatte salve le dichiarazioni rese al pubblico ministero pur in manifesta inattendibilità”. Respinge poi la richiesta di approfondimento – chiesto dal legale della Biondo – sui cellulari di Vivacqua che, dopo l'omicidio, agganciano celle diverse. Nessun accertamento tecnico potrebbe modificare il quadro di Vivacqua ucciso in un altro luogo e portato successivamente nell'ufficio di Desio. O che i cellulari, dopo l'uccisione, fossero in possesso di altre persone e riportati nell'ufficio dove sono stati rinvenuti”.
Certo è che, per quanto le indagini relative al rinvenimento di Paolo Vivacqua in via Bramante d'Urbino, nessuna impronta è stata rilevata nell'ufficio e nessun esame (né fotografia) è stata fatta sulla Bmw del rotamat parcheggiata di fronte all'ufficio. Perchè?

Il presidente avvisa i detenuti nel gabbio che Giuseppe N. sarebbe stato sentito in aula ed avvertito Salvino La Rocca: “Al primo commento la rimando in carcere. Vi butto fuori” e quindi precisa: “ Giuseppe N. è testimone invitato dalla Corte”.

L'avvocato Cacciuttolo dice che non c'è consenso alla testimonianza. “Per quale motivo lo sentiamo?”, chiede. “Perchè lo decide il presidente” è il risposta di Giuseppe Airò.

In aula viene portato un paravento per nascondere l'identità del teste che entra scortato da due agenti penitenziari. Camicia azzurra, jean, scarpe da tennis Giuseppe N. non legge la formula di rito in quanto non sa leggere. Presidente: “Gliela leggo io. Non sa proprio leggere?”. Risposta: “No”. Declina le sue generalità, dice d'essere detenuto dal 2012, attualmente da tre mesi a Bergamo e d'essere stato a San Vittore e a Monza”.
“Lei si è rivolto a Milano al pubblico ministero Renna dicendo di voler parlare dell'omicidio Vivacqua. Il dottor Renna l'ha indirizzato alla dottoressa Costa. Che aveva da dire?”.
Da questo momento inizia la testimonianza.
Il teste storpia tutti i nomi, Vivacqua diventa Bevacqua....ecc.
N.: “Ero tra i comuni a Monza con il nipote di Salvinia La Rocca, suo nipote Antonino (Giarrana -ndr) mi conosce bene...Barbara Diego ha avuto fiducia in me ed ha confessato il delitto. La Rocca non c'entra, dice Barbara...”.
Presidente: “Lei dell'omicidio ne parla incontrando Diego?”.
“Diego dice che il cugino di La Rocca non c'entra. Di omicidio ha parlato solo Barbara Diego. Sai, l'omicidio l'ho fatto io con la mia amante. C'era amicizia tra loro, al mare. Prima d'essere ammazzato...Fatto questo omicidio per divorziare e sapere dei 6 milioni di euro e degli 11 milioni in Romania”.
P: “Quante volte ha visto Diego?”.
“Quando ci si incontrava all'aria. L'ho conosciuto al passeggio mediante Salvinia La Rocca”.
P: “Lei è proprio sicuro?”.
“Al cento per cento”.
P: “Lei da dei flash...”.
“Non do dei flash! Io conosco La Rocca Canina (storpia ancora il nome – ndr). L'ho conosciuto in carcere a Monza. Passeggiando.
P: “Cosa sa?”
“La Rocca Salvinia, Barba e Larella Antonio (Radaelli – ndr)”.
P: “Non faccio altre domande. A me basta”.
Pubblico ministero: “Come ha conosciuto Salvino La Rocca, in che periodo?”.
“No...no...”
PM : “Leggo dal verbale quando è stato sentito da me il 3 marzo scorso dice che dal 24 marzo 2014 era nel carcere di Monza...”
“Quando sono stato trasferito dal carcere di Pavia a quello di Monza, nella cella di fronte al La Rocca”.
PM: “Salvino La Rocca è stato arrestato il 28 marzo e quindi la data torna”.
“Sono stato nel settore dei protetti per 13 mesi. Prima ero tra i comuni. Lavoravo in cucina. La Rocca passeggiava con me, siamo diventati molto amici. Mi diceva: sono innocente. Mi ha parlato del pestaggio di una persona. Diceva: io non c'entro niente. Siamo diventati molto amici, mi chiamava fratello”.
PM: “Poi lei è passato tra i protetti?”-
“Non direttamente. La Rocca che è un bravo ragazzo, affidabile. Più con Giarrana, con Antonino. Con Giarrana ho parlato, ha detto: sono cugino di La Rocca, mi hanno collegato a questo omicidio. Giarrana con questo omicidio, quello di Bevacqua non c'è andato”.
PM: “Le dissero com'era stato commesso l'omicidio Vivacqua?”.
“Diego ha detto La moglie, la rumena aveva la badante. Detto da Diego, il figlio non è figlio del Bevacqua. Poi ha detto che la rumena era d'accordo con l'omicidio...”
PM: “Con quale mezzo le ha detto d'essere andato a commettere l'omicidio?”.
“Barbara Diego l'ha ucciso uscendo dal suo studio, uscendo dal sottopassaggio... Pistola di Barbara Diego”.
PM: “Chi è l'amante di Barba Diego?”.
“E' la moglie del defunto. Anche lei c'era. Sono andati con l'auto, volevano sequestrarlo è però è successa una cosa strana”.
PM: “Volevano fare un sequestro ed è andata male?”.
Presidente: “Lei ha avuto difficoltà a venire, ha voluto che fosse riparato dal paravento...”.
“Può anche toglierlo. Non ho paura. Barbara Diego no solo mi ha confessato l'omicidio ma suo cugino ha portato l'arma. In più mi ha confidato che il figlio del defunto, mi ha detto, che l'ha picchiato Barbara Diego. Andavano in vacanza. Non so se la moglie attuale è al corrente”.
Presidente “Lei ha parlato anche di una rumena”.
“Sì, rumena con due fratelli”.
Presidente: “Era d'accordo con tutte e due le donne? Perchè lei è nei protetti? Perchè ha accusato altri?”.
“Ero in cella con 5 persone che facevano uso di cocaina. Mi sono detto, se vengono a fare una perquisizione... ed allora mi sono confidenziato con un ispettore, una guardia. E loro l'hanno trovata...”. “Nel processo ero imputato con altre persone per estorsione e, prima di questo, a Napoli per rapina”.
Presidente: ”Non ha mai studiato? Non sa leggere?...”.
“Avevo 16 anni, ero minorenne e sono finito in carcere per la prima volta. E d'allora ci sono sempre rimasto”.
Avvocato Cacciuttolo: “Con chi il signor Barba è andato ad uccidere Vivacqua. E' andato con l'amante?”.
Risposta alla Crozza: “Il 31 marzo con la manta e due rumeni fratelli della moglie di Bevacqua, quella del bimbo che non era manco del Bevacqua. Diego, lui Bevacqua, inculato come me. Lo ha detto Barbara Diego”.
P: “Una cosa che non si capisce: c'è stato un accordo tra Diego, l'amante e la donna?”.
“Sì, c'era accordo tra le due donne”.
P: “Secondo me sono inventate. Si sta inventando tutto”.
“Non sono pazzo. Mi ha confidato tutto Barbara Diego, mi ha confidato che è stato pure picchiato dai figli della vittima. Allora è pazzo lui...”.
PM: “Lei è mai stato sotto minacce?”.
“La Rocca Salvinia ha mandato una lettera a Ciro S. al carcere di Bergamo. Tramite un suo compagno di cella ha mandato la lettera a Ciro S. perchè sapeva che ero al patteggiamento. Lui La Rocca ha scritto la lettera che diceva: vai al processo e ritira tutto. Sono andato ai protetti a Bergamo e da tre mesi non vedo mia moglie e i miei figli. Anche mia moglie ha ricevuto minacce. Prima di essere sposato ero detenuto a Rebibbia e a Poggio Reale, e mia moglie non mi ha mai abbandonato, per questo dico che ha avuto minacce. Lo confermo al cento per cento. Ho avuto minacce anche quando ero a Pavia ed ho fatto trovare cinque telefonini. Ho 42 anni, se commetto un altro reato mi tengono in galera. Me ne devo andare da Milano. Ho paura perchè sto facendo queste dichiarazioni. Ero con Ciro S. in carcere a Torre del Greco, lui ha tanti parenti qua (in Lombardia – ndr). Sono stato un mese al passeggio (ora d'aria) con Ciro S. nel carcere d Bergamo: ero 153 kg ora ne peso 90. Mi alleno, faccio ginnastica. Anche La Rocca Salvinia faceva ginnastica...Che pena sto scontando? Cinque anni e due mesi, sentenza del 2012 per estorsione”.

La testimonianza del detenuto Giuseppe N. è durata 45 minuti

Ultime schermaglie dei difensori con la pubblica accusa in merito al deposito, da parte dell'avvocato Cacciuttolo, della sentenza 9 gennaio 2015 contro Luigi Miniemi – superteste in questo processo -, condannato a tre anni, con l'accusa di circonvenzione d'incapace e stalking. Sentenza non impugnata dal difensore e quindi definitiva. Il legale consegna anche una dichiarazione della parte offesa.
Commenta il presidente: “E' fatto storico”. “No, è un falso storico!” ribatte il legale.

Il pubblico ministro Donata Costa si oppone all'acquisizione di articoli di stampa quando servono “per giustificare le dichiarazioni degli imputati. Miniemi è stato assolto dall'accusa di violenza sessuale nei confronti della figlia minorenne della convivente, non per stalking e circonvenzione d'incapace!”. Difensore della Biondo, leggendo il verbale d'interrogatorio di Miniemi: “Poi sono stato assolto per....”.
Presidente: “Non ci sono state offese alla Corte. Basta! Basta!”.

Pubblico ministero Donata Costa: “Io il verbale con le dichiarazioni di Miniemi l'ho letto benissimo. Per me la sentenza (di condanna per stalking e altro – ndr) può essere acquisita”. La Costa provvede poi a consegnare tutti i decreti autorizzativi che hanno consentito le intercettazione – chiesti dall'avvocato Sala difensore di Antonio Radaelli – nonché i tabulati con la localizzazione dei figli di Paolo Vivacqua e di tutti i soggetti intercettati il 14 novembre 2011 dalla Guardia di finanza di Gorgonzola.
Acquisita la documentazione, fatta eccezione per gli articoli di stampa, il presidente dichiara chiusa l'istruttoria dibattimentale e rimanda all'udienza del 13 luglio per la requisitoria del pubblico ministero Donata Costa.

A udienza conclusa la Corte riunita ha respinto la richiesta di scarcerazione per Diego Barba.

 

Omicidio di Paolo Vivacqua. Lunedì la requisitoria del pubblico ministero Donata Costa


di Pier Attilio Trivulzio

Siamo alle battute finali del processo Vivacqua – anche se la sentenza non si avrà prima di settembre-ottobre.

Lunedì 29 giugno (dopodomani ndr) Donata Costa, che rappresenta la pubblica accusa, inizierà la sua requisitoria ed ancora si disquisisce sul testo di alcune telefonate in siciliano. Tant'è che in aula sarà sentito il perito – specialista nel dialetto siciliano - relativamente a tre intercettazioni in carcere di Antonino Giarrana di cui i legali degli imputati contestano la trascrizione dopo aver ascoltato l'audio. Così anticipate in aula dalla teste Nava che per il Tribunale esegue le trascrizioni: “Io mi dovessi andare in culo alla vita mai più omicidio. Unico desiderio la famiglia” dice Giarrana il 9 luglio; il 19 la parola contestata è cutter, in realtà è scooter”; ed infine il 24: nella trascrizione consegnata ai legali è scritto Barba, in realtà è bamba, cocaina. “Brucia la bamba”.

Sentiremo il perito e in ogni caso voi (legali -ndr) fate un memoriale che verrà preso in considerazione in camera di Consiglio, noi qui dobbiamo andare avanti”, sollecita il presidente Giuseppe Airò. “Quando il 29 giugno verrà in aula – dice il legale di Giarrana - porremo direttamente a lui la domanda”.

Pubblico ministero: “Ho produzioni documentali, produco ora? Se poi...”.
Presidente: “Se spostiamo al 2 luglio che è un giovedì?”.
Pubblico ministero Donata Costa: “Io dovrei concludere il 29 giugno”.

In aula arriva il teste Pietro Provenzano, convocato dall'avvocato Manuela Cacciuttolo difensore di Germania Biondo che ha lasciato il carcere di Monza e dopo un intervento chirurgico all'Ospedale San Gerardo ha ottenuto gli arresti domiciliari. Sevesi e Orlando, difensori di Barba hanno anche loro presentato istanza per l'arresto ai domiciliari.
Di professione sono investigatore privato, vice presidente di Federpol”.

L'avvocato Cacciuttolo chiede se conosce Germania Biondo. “Conoscerla è una parola grossa – risponde -. Ho fatto una ricerca nei miei archivi ed ho trovato documentazione risalente al 2008: un mandato conferitomi per comportamenti infedeli. Poi però il lavoro non è stato svolto, il mandato è stato infatti revocato, credo perché chiedevo la tariffa di 35 euro l'ora ed il lavoro sarebbe stato svolto da due persona e dunque 70 euro all'ora”. Legale: “Conosce Diego Barba?”. “Sì, ci siamo conosciuti. Venne da me quattro anni fa dicendomi che era socio di un'agenzia privata che aveva chiuso. Lui era in possesso della licenza per detenere l'arma, un mio collega cercava un socio e io lo misi in contatto. Ricordo solo il nome del collega, Marcello. Non il cognome. Aiutai Barba nella pratica autorizzativa con la polizia. Nel frattempo però la legge cambiò essendo richiesta la laurea ad indirizzo giuridico e Diego Barba la laurea non l'aveva”.
Pubblico ministero: “Conosce l'investigatore privato Cascardo?”. “No, me ne parlò Diego, non ricordo”.
Su domanda dell'avvocato Franco Gandolfi di parte civile il teste risponde: “Non ricordo a quanto ammontava il preventivo fatto alla signora Germania Biondo. Preparai il mandato poi revocato e mai firmato. Chi c'era con la Biondo quando venne nel mio studio? Penso che con lei ci fosse una donna”.
Secondo teste della giornata il maresciallo Giovanni Azzaro della compagnia carabinieri di Desio. Presidente Airò: “Risentiamo il maresciallo come testimone. Attraverso di lui cercheremo di individuare gli interlocutori di alcune telefonate. Vediamo se ci può dare riferimenti a dati oggettivi”.
Il maresciallo dell'Arma identifica in Vincenzo Battistelli (all'epoca della telefonata in servizio alla polizia giudiziaria di Monza – ndr) tale Enzo interlocutore di Diego Barba; in Salvatore Longo che chiama Salvo, Salvino La Rocca; Nino in Antonino, figlio di Gino Guttuso chiamato da Barba mentre è in auto. Chiamata di Barba: “Riesco a farti (un bonifico) e quindi un sms col testo “Bonifico che ho fatto a Tonino”. E' il 2 aprile 2013. Quella stessa giornata altra chiamata di Barba al figlio di Guttuso e così l'8 aprile.
Altra conversazione che inizia con “Salve, Michele. Ciao Diego”. Il chiamato è Michele Esposito all'epoca in servizio presso il Commissariato della Polizia di Stato di Monza. Il 9 maggio la conversazione è con Mario Ottello della Guardia di finanza.

Il maresciallo Azzaro identifica altre persone chiamate da Barba: Luisa Aronica; Ignazio Valenza; Giuseppe Asero (“E' il mio commercialista”, fa presente dal gabbio il Barba); chiamata di Salvino La Rocca con Massimiliani Danesi. “La telefonata è del 29 maggio 2013, Danesi nato a Cuggiono e residente a Robecchetto di Induno è stato scarcerato da Monza il 2 maggio. Era in carcere con Giarrana”, precisa il maresciallo Azzaro. Non viene invece identificata la persona che da un telefono pubblico dell'area di Stoccarda in Germania chiama La Rocca e così tale Paolo che è in auto, sulla Toyota Rav 4 della Biondo il 16 giugno 2013. “Sono intercettazioni mancanti fatte su ordine della Procura di Milano”, tiene a precisare Donata Costa.

E' maretta tra la Costa e l'avvocato Cacciuttolo per alcune conversazioni con l'individuazione della mamma della Biondo. “Ha fatto attività di Pg?”, chiede la Cacciuttolo al pm; “E' attività di Pg – conferma la Costa – per capire chi c'era in auto con la Biondo. Chi è Maura? Chiedo al maresciallo se lo sa”.
Entra in aula anche quella conversazione “piccante” tra la Biondo e Barba. “...non quello che sai, cos’hai da fare tu, amore? O, non so, si può fare anche il contrario”. (parlano del viagra – ndr). “Era il 19 giugno, Barba, sotto intercettazione da giorni è in auto”, spiega Azzaro.

Ancora scintille tra il difensore della Biondo e la pubblica accusa che domanda al teste se sa dire dov'era l'auto del Barba che aveva il Gps. “Era attività di Ocp e quindi eravamo in grado di monitorare la vettura. Si trovava nella zona tra Cinisello e Sesto. Altra opposizione della Cacciuttolo che si oppone a che il teste riferisca in merito alla localizzazione di una telefonata dall'auto in movimento del 13 luglio tra Barba e la sua cliente. “...Io la vorrei chiudere...scendete tra cinque minuti e portate il collare”.

Teste: “E' vicino al negozio di cartoleria dove lavora la figlia di Barba”.

Nelle conversazioni si parla anche di uno scooter Vespa di colore nero. Ed a proposito di scooter il finanziere che vendette il suo scooter Kymko a Gino Guttuso, lo scooter che - secondo l'accusa - sarebbe stato usato da Antonino Giarrana e Antonio Radaelli per andare a Desio il 14 novembre 2011 ad uccidere Paolo Vivacqua era di colore blu e non nero.

Il maresciallo dei carabinieri riferisce anche sui compagni di cella di Giarrana e Radaelli a Monza. “Il 27 giugno 2013 nella cella 818 con Radaelli c'era Borgo Paolo e Ledonne; nella 806 con Giarrana fino al 2 maggio c'è Stefano Danesi e Stefano Arienti”. Altri detenuti sono stati ospiti di quella cella: Poletto Tiziano, Vincenzo Trommino detto Enzo e per un certo periodo Musciacchio Sergio. “Per un certo periodo anche Nicola Rulli e, identificato nel limite del possibile con la Polizia penitenziaria Musciacchio Cosimo Raffaele detto Mimmo”, dice Azzaro.

L'avvocato Frigerio, legale di Salvino La Rocca, riferisce della difficoltà a far venire in aula Antonio Lomaggio per riferire sui rapporti tra La Rocca e Giarrana inerenti l'interessamento di Salvino presso l'industriale Lomaggio che avrebbe potuto dare lavoro a Giarrana. E chiede che sia convocato il figlio del Lomaggio. Pubblico ministero: “Diamo per ammesso l'interessamento del Lomaggio per dare lavoro a Giarrana. La testimonianza non è però rilevante”.

Presidente: “Dobbiamo decidere se sui rapporti tra La Rocca e Giarrana potranno riferire direttamente i Lomaggio?”.
Pubblico ministero: “Ci può riferire l'imputato durante l'esame...”. Giarrana: “Per il momento no”.

L'avvocato Cacciuttolo fa presente di non voler rinunciare a sentire Vincenzo Infantino e ne chiede, per l'ennesima volta, l'accompagnamento da Ravanusa con i carabinieri.

Quindi Donata Costa prende la parola per dire che produce le comunicazioni pervenute dal carcere di Pavia relativamente a Luigi Miniemi. “Il 16 settembre 2013 Miniemi chiede di parlare con la sottoscritta. Dalle intercettazioni in carcere si desumono elementi delittuosi, faccio delega ai carabinieri dando atto di reati in riferimento a tre episodi”.

Presidente rivolgendosi ai legali: “Oggi non chiudiamo. Voi fate tutte le vostre richieste, non chiudiamo, ci portiamo avanti e la Corte apre col 507 e 509. e ne discutiamo nell'udienza del 29 giugno”.

In merito agli articoli 507 e 509 il codice di procedura penale dice: “Terminata l'acquisizione delle prove il giudice, se risulta assolutamente necessario, può disporre anche d'ufficio l'assunzione di nuovi mezzi di prova”.
Franco Gandolfi di parte civile consegna documentazione bancaria di Lavinia Mihalache presso la Banca Popolare di Bergamo sede di Desio da cui risolta che sul conto dopo il deposito dei 14 tagliandi vincenti da 10mila euro cadauno con riferimento ad una telefonata col tabaccaio siciliano (totale 140mila euro) giocati in una tabaccheria di Ravanusa alla data del 28 aprile 2012 quando venne sequestrati dalla Procura di Milano il conto presentava un saldo di 131.089 euro.

Angelo Pagliarello difensore di Giarrana produce relazione Ris di Parma e le “tre paginette” di Miniemi sentito in merito all'uccisione di Franca Lojacono e la nota d'accompagnamento presente nel fascicolo del passaggio dal pm Costa alla Massenz.

Monica Sala, difensore di Radaelli produce documentazione in riferimento ai tabulati del 14 novembre 2011 tra Radaelli e Gino Guttuso oltre ad elenco riassuntivo dei tabulati telefonici dall'11 al 20 ottobre relativi all'ipotetico incontro – riferito dal maresciallo Azzaro - di cui parla Miniemi nonché altri immediatamente successivi all'ordinanza di custodia e precedenti le dichiarazioni di Miniemi.

Paolo Sevesi, difensore con Gianluca Orlando di Diego Barba, produce 5 documenti: sentenza Tribunale di Milano “Fiori di San Vito”, sentenza Isola Felice 2 procura di Varese in entrambe si parla del ruolo e della pena inflitta a Luigi Miniemi; email di Francesco Samani della Guardia di finanza, primo possessore dello scooter Kymko venduto a Guttuso. Lo scooter era blu, c'è il riscontro con una foto. La pubblica accusa dice di non opporsi all'acquisizione.
Manuela Cacciuttolo, difesa Germania Biondo. Deposita incarico dato dalla Biondo all'investigatore Provenzano.

Ancora l'avvocato Sevesi. “Produco lettera del 16 dicembre 2013 dell'ufficio matricola del carcere di Pavia relativa a Luigi Miniemi. Viene prodotta oggi come riscontro positivo. Ed in quanto al provvedimento del 28 aprile 2015 mi oppongo alla acquisizione. Trovo sia correttezza procedurale depositare oggi la lettera assieme a quella manoscritta da Miniemi del 4 aprile 2014. Il pubblico ministero dice che la lettera non è pertinente al processo Vivacqua; la lettera dice che Miniemi riferisce alla Costa. La domanda è: Miniemi cosa deve dire alla Costa?”.

Nasce un vivace “scambio d'idee” tra l'avvocato Sevesi e Donata Costa. Presentiamo la lettera come attinente a questo processo. In quanto alla pertinenza deciderà la Corte”.

Il pm si oppone all'acquisizione. Sevesi rivolto alla dottoressa Costa: “Non ce l'ho con lei. Lei il 4 aprile 2014 riceve da Miniemi documento manoscritto che iscrive a modello 45 nel fascicolo 947/14. Documento certo che io identifico!!”.

Monica Sala: “La difesa di Radaelli s'associa. Quella missiva oggi prodotta, rimandata al mittente, è pevenuta alla Procura di Monza il 16 aprile e il documento che la difesa di Barba ha presentato potrebbe essere la risposta della Procura. E' un dubbio che abbiamo. Per serenità di giudizio ritengo debba che essere acquisita col 507 cercando di capire se esiste anche una iscrizione al registro modello 45. Mi oppongo all'acquisizione di verbali, foto e quant'altro se non c'è modello 45”.

Ho dato procura ai carabinieri di Desio perchè dalle intercettazioni in carcere si parla di una rapina e furti di rame – risponde il pm -. La ricerca a modello 44 è stata archiviata per non identificazione di chi ha commesso i reati”.

Alessandro Frigerio difensore di Salvino La Rocca: “Mi associo a quanto ha detto la Sala attinente il primo documento Miniemi del dicembre 2013. Mi oppongono ai colloqui di Miniemi associandomi al collega Pagliarello”.

Avvocato Cacciuttolo: “La lettera del dicembre 2013, allegato 56, è un documento generico perchè Miniemi dice solo d'essere sentito. Per quale motivo, dopo quattro mesi di vuoto, Donata Costa scrive? In questi termini generici decida la Corte per l'acquisizione. I fatti sono che Luigi Miniemi scrive il 4 aprile, quindi dopo gli arresti degli odierni imputati. Se si acquisisce è sul 501. Se le persone hanno commesso delitto, rapina o altro non rilevanti e non si tratta di fatti nuovi mi oppongo alla produzione”.

Donata Costa: “Ribadisco la mia oppongo alla produzione dei documenti del difensore Sevesi. Mi interessa soltanto per il fatto storico: valutare quel che dicono gli imputati in cella”.

 

Processo Vivacqua. La Procura chiede i domiciliari per Germania Biondo

Respinta invece la richiesta per Salvino La Rocca

di Pier Attilio Trivulzio

Con una istanza fatta pervenire al presidente Giuseppe Airò Donata Costa, pubblica accusa al processo per l'uccisione di Paolo Vivacqua, ha chiesto i domiciliari per Germania Biondo, moglie separata di Paolo Vivacqua, a giudizio in Corte d'Asssise perché accusata dalla Procura assieme a Diego Barba, Salvino La Rocca, Antonio Radaelli e Antonino Giarrana ddell'uccisione dell'ex coniuge freddato da un killer con 7 colpi di pistola calibro 7,65 nell'ufficio di via Bramante d'Urbino a Desio il 14 novembre 2011.

Nei giorni scorsi Germania Biondo ha lasciato dopo 13 mesi il carcere di Monza per essere ricoverata in ospedale dove è stata sottoposta ad una delicata operazione. L'annuncio del ricovero in ospedale per intervento chirurgico era stato anticipato dal difensore Manuela Cacciuttolo nel corso dell'udienza del 18 maggio scorso.

A breve la Corte d'Assise di Monza deciderà in merito alla concessione dei domiciliari per la Biondo dopo che anche le parti civili (avvocato Daria Pesce per i fratelli Antonio, Gaetano e Davide Vivacqua; Franco Gandolfi per Lavinia Mihalache) avranno dato il loro consenso. In questo caso, lasciato l'ospedale la Biondo non andrà ad abitare nella casa di Desio dividendo l'appartamento con Davide, il più giovane dei figli che già da alcuni mesi ha lasciato il carcere di Opera ed è in soggiorno obbligato. Le sarà trovata una diversa sistemazione, assicura il legale Manuela Cacciuttolo. E ciò perchè stando alle dichiarazioni fatte da Davide Vivacqua nel corso di due udienze del processo, la convivenza tra madre e figlio sarebbe impossibile dal momento Davide ha avuto parole durissime verso la madre di fatto incolpandola dell'omicidio.

E' stata invece respinta la richiesta fatta in aula dai legali Salvatore Manganello e Alessandro Frigerio per il loro assistito Salvino La Rocca. Nell'ultima udienza l'avvocato Salvatore Manganello aveva chiesto “previo parere del pubblico ministero e delle parti offese” gli arrestati domiciliari del La Rocca nella casa della madre, anche con il braccialetto elettronico. La Corte, dopo il parere negativo espresso dalla pubblica accusa Donata Costa, ha respinto la richiesta così motivando: “La pericolosità del La Rocca è concreta ed attuale”.

Il processo, che riprenderà il 15 giugno, è oramai alle battute finali. Salvo imprevisti il 22 giugno il pubblico ministero dovrebbe iniziare la discussione ed il 13 luglio potrebbe essere emessa la sentenza.
Unico elemento di rilievo emerso nel corso della scorsa udienza è stata è stata la dichiarazione del capitano della Guardia di finanza Valentina de Sanctis presso la tenenza di Gorgonzola che coordinò l'indagine milanese relativa alle false fatturazioni. “Cannarozzo era interessato all'acquisto del capannone della Royal Aste di Sesto San Giovanni”, ha dichiarato. Finalmente un po' di luce su una delle ultime operazione che Paolo Vivacqua stava concludendo prima di spostare i suoi interessi in Svizzera e in Romania.

A questo proposito va ricordato che chiamati a testimoniare in aula sia Davide Vivacqua e soprattutto Valentina Commaudo, consorte di Antonio Vivacqua - di fatto era intestataria della Royal Aste - avevano dichiarato d'aver visto le tre persone che alla fine di ottobre furono accolte da Paolo Vivacqua ed accompagnate a visitare il capannone. Una di queste, secondo le ammissioni dei testi era calabrese (“Paolo disse che si trattava di un calabrese, prima di andarsene lasciarono un indirizzo di posta elettronica in Spagna”). Nessun atto è stato compiuto per la individuazione delle tre persone né, chiamato a testimoniare al processo, a Massimiliano Cannarozzo fu posta la domanda di chi l'accompagnavano quel giorno a Sesto San Giovanni.

Sui rapporti tra la famiglia Cannarozzo e Paolo Vivacqua né la Procura di Milano né quella di Monza ha indagato a fondo. Eppure elementi per una indagine c'erano e ben radicati nel tempo. Furono i Cannarozzo a vendere a Vivacqua il complesso di Gessate dopo averlo rilevato dal fallimento.

Per ammissione della stessa Valentina De Sanctis nessuna rogatoria è stata fatta negli Stati Uniti per capire quale attività svolgeva la Ben Merchant Holding Corporation di Albany, chi erano Antonio De Salvo di Canicattì-Ravanusa che firmava i documenti della società e Ignazio Valenza che era procuratore. Oltre ad essere il legale di Paolo Vivacqua.

Inchiesta monca con troppi perché e molte zone d'ombra.

Quel 14 novembre Paolo Vivacqua avrebbe dovuto essere a Lucca alle 14. La Guardia di finanza (di Gorgonzola) che intercettava i telefoni del rotamat lo sa. Sa che l'appuntamento riguardava un impianto di riciclaggio di rifiuti. E però non c'è documento che dice con chi aveva appuntamento nella cittadina toscana. Valentina de Santictis in aula. “Sappiamo che Vivacqua si stava interfacciando con Angelo Giovanni Gallio. Non abbiamo indagato oltre”.

Il killer lo fredda nell'ufficietto attorno alle 10.51. I due cellulari che ha con sé suonano e nessuno risponde. Allarmata Lavinia Mihalache va a Desio e scopre Paolo riverso sul pavimento. Dietro la scrivania.

 

Vivacqua pagava per essere protetto. Aveva detto ai figli: “Dovessi morire rinunciate all'eredità”

di Pier Attilio Trivulzio

Paolo Vivacqua pagava per avere protezione. Negli ultimi mesi, sempre più spesso, sentiva che la sua vita era in pericolo. Diceva ai figli che nel caso gli fosse accaduto qualcosa avrebbero dovuto rinunciare all'eredità. Si preoccupava per Nicolas, il figlio nato dall'unione con la compagna Lavinia Mihalache. E intanto, lasciato ai figli Antonio e Gaetano le attività di rottamazione che servivano per garantire il giro milionario delle false fatturazioni, aveva trasferito i suoi affari in Svizzera dirottando i suoi interessi su società estere e su grandi e costosi impianti di riciclaggio di rifiuti.
Legandosi a dubbi personaggi che avevano ottenuto importanti finanziamenti pubblici e che, inseguiti dalla giustizia, erano riparati all'estero aprendo conti e società nei paradisi fiscali.

Dalle vostre indagini risulta che la mano che ha ucciso Paolo Vivacqua sarebbe venuta da giù?”.
Confermo – è la risposta del tenente Daniele Brasi in servizio nel 2011 presso il comando carabinieri di Monza, dall'agosto dello scorso anno comandante a Seregno. – Le informazioni della stazione carabinieri di Campobello e del nucleo investigativo della Sicilia portavano a Milano. Grazie anche a confidenti italiani e svizzeri avevamo una lista di circa trenta soggetti che dalla Sicilia erano saliti al Nord. Una fonte confidenziale ci disse che Vivacqua pagava per avere protezione”.
Aggiunge che non furono fatte segnalazioni relative all'atto intimidatorio avvenuto nell'agosto 2010 in Sicilia quando contro la sua Bmw furono sparati colpi d'arma da fuoco; mentre conferma che nel maggio-giugno 2009 presso la stazione di Desio sia Paolo che l'allora consorte Germania Biondo presentarono denuncia per quella testa di capretto lasciata davanti alla loro abitazione assieme ad una lettera con la richiesta di un milione di euro.

Il tenente Brasi si occupò delle prime indagini nell'ufficio di via Bramante d'Urbino Desio. “Dentro il locale era in ordine. Ricordo che fu l'appuntato Scandurra ad eseguire i rilievi tecnici fotografando tutto quanto c'era nell'ufficio ma non l'interno della Bmw. Il Ris di Parma non trovò tracce chimiche. Ed in quanto ai cellulari trovati Paolo ne aveva uno sulla persona e uno nell'auto. Utilizzava soltanto due cellulari come risulta dalle conversazioni intercettate dalla Guardia di finanza di Gorgonzola presso il cui comando mi recai il 15 novembre per valutare anche piste investigative. Non aveva in agenda appuntamenti per quella giornata, la cosa strana è che quel giorno era solo. Non erano con lui né Calogero Licata Caruso né Enzo Infantino”.

Su domanda della pubblica accusa che chiede quali indagini sono state fatte, il teste riferisce: “Nell'immediatezza sentimmo parenti e amici e le indicazioni su cui lavorammo riguardarono Domenico Zema che da Vivacqua aveva ricevuto somme di denaro ed era parente dei Moscato, quindi poteva essere plausibile che avesse commissionato l'omicidio di Paolo. L'inchiesta della polizia giudiziaria lo ha però escluso. Così come ha escluso altri soggetti siciliani ed in quanto alla pista legata ad interessi imprenditoriali e immobiliari emerse il nome di Felice Tagliabue che reclamava una certa somma e sollecitava un incontro. Negativi furono anche i riscontri con i Cannarozzo con cui Paolo non aveva più rapporti societari mentre continuavano ad averne i figli”.

E in quanto a Giovanni Turco e Giuseppe Smiraglia?” chiede Donata Costa. “Turco veniva indicato come referente dei siciliani, era intestatario della Jet Metal ed invece Smiraglia che era legato a Cannarozzo e a Gerardo Iannuzzo lasciò Cannarozzo per mettersi con Vivacqua salvo poi tornare a lavorare con Massimiliano Cannarozzo. Fu poi tratto in arresto per ricettazione”.

Altra domanda della pubblica accusa. “Avete indagato sull'ipotesi che mandanti potessero essere i fratelli Mihalache?”.
Sì, fin dal primo momento”.

Presidente Airò: “Perchè escludeste da subìto un coinvolgimento dei fratelli di Lavinia? Perchè a meno che non avessero un elicottero o una Ferrari da 340 all'ora...”.
Teste: “Avevamo la telefonata di Lavinia con il fratello Laurenti che il giorno dell'omicidio si trovava a Portland, negli Stati Uniti a cui Lavinia dice che Paolo è morto e chiede il numero di cellulare di Carmi. Laurenti le dice che sta andando in Ucraina e le dà il numero del cellulare con scheda del gestore ucraino. (ne aveva altre quattro di operatori spagnoli, romeni, moldavi – ndr). E la telefonata della sorella a Carmi alle 4 e 05 del mattino. Il rumore che fa da sfondo alla conversazione ci dice che di sicuro è in auto. Sta andando in Ucraina... Se avesse preso un volo dall'Italia sarebbe arrivato a Kiev attorno alle 7 del mattino. Abbiamo fatto controlli negli aeroporti per capire se Carmi poteva aver preso a noleggio un auto. Elena Pricop ci aveva detto che il fratello era stato ospite di Paolo a Carate nei giorni precedenti e d'aver notato che il lunedì 14 novembre, quando al mattino aveva preso servizio, non aveva più visto la valigia ed aveva quindi ipotizzato che fosse partito”.

Mentre il teste depone l'avvocato di parte civile Franco Gandolfi consulta su Google la distanza che c'è tra Desio e il confine ucraino. “Non so se il tenente ha calcolato la distanza – chiede -. Io l'ho fatto in questo momento e i chilometri sono 2067 (distanza Desio-Kiev- ndr)...”.
Io abito a Taranto, ci metto due giorni”, chiosa il presidente.

Non voglio smentire il collega – interviene l'avvocato Frigerio -, anch'io ho interrogato Google, la distanza è di 1290 chilometri (distanza Desio confine Ucraina - ndr). In undici ore da Desio ci si arriva...”.

Su domanda del difensore di Antonino Giarrana che chiede al teste se è stato fatto un controllo per sapere se una delle utenze di Carmi Mihalache ha agganciato celle di operatori italiani nei giorni precedenti l'omicidio di Paolo Vivacqua la risposta è: “Abbiamo richiesto a Telecom i tabulati, le sue schede non agganciano utenze italiane”.

Depone Paola Taglia, moglie di Salvino La Rocca da cui è separata dal 14 febbraio 2012.
Caratterialmente non andavamo d'accordo e per questo ognuno ha preso la sua strada – esordisce -. Io da settembre-ottobre 2011 portavo avanti una nuova relazione. Sapevo che un paio di volte era andato a chiedere informazioni a una mia ex collega di lavoro”.

Non sono mai andato a trovarlo in carcere – aggiunge - mentre invece ci andavano e ci vanno le mie figlie. E' stata mia suocera a dirmi di lasciarle andare con Giovanna Gammino a trovare il padre”.
Conoscevo Paolo Vivacqua perché tempo fa uscivamo assieme con Salvino e altre persone – continua -. Vivacqua e Salvino si conoscevano, ci si incontrava in piazza a Carate”.
Conosce Antonino Giarrana?” chiede l'avvocato Pagliarello.
Lo conosco perchè mi è stato presentato come cugino di Salvino. Telefonate tra Salvino e Antonino? Mai sentite”.

Viene quindi chiamata a deporre Giovanna Licata Caruso moglie di Diego Barba.
Abitavamo a Campobello di Licata, Diego aveva 17 anni quando ci siamo conosciuti e sposati nell'88 a Canicatti e due anni dopo ci siamo trasferiti in Brianza. Per un paio di mesi ospiti a casa di Paolo Vivacqua – racconta -. Mio marito si occupa di impianti elettrici, abbiamo un tenore di vita normale e a me e alle nostre tre figlie non ha mai fatto mancare nulla. Neanche dal punto di vista morale. E' stato un buon marito”.

Litigi?”, domanda l'avvocato Sevesi.
Come tutte le coppie Mai però un litigio brutto. Mi chiede se sono gelosa? Sì, Gelosissima. Lo sono sempre stata, anche quando eravamo fidanzati”.
Ha il primo momento di commozione, piange.

Mai avuto sospetti di una relazione extra coniugale?”.
No, non ho mai avuto motivo. Sono gelosa perché lo amo. Non ho mai letto sms sul suo cellulare e neppure la sua posta. Litigammo perché voleva prendersi una segretaria. E io dissi: falla fare a nostra figlia”.

Mai avuto sospetti su Germania Biondo?”, insiste l'avvocato Sevesi.
Era come una sorella. Ci conoscevamo da tempo e spesso la sentivamo. Un po' meno dopo la morte di Paolo Vivacqua. Dopo l'arresto di Diego dai giornali ho saputo degli sms che Diego avrebbe mandato a Gemma. Mi sono arrabbiata molto, non ho creduto. E' impossibile pensare che avessero iniziato una relazione. Non è vero!”.

Un altro momento di commozione e qualche lacrima.
Presidente Airò: “Lei non è convinta che la Biondo sia l'amante di suo marito. Non ha avuto la curiosità di chiederglielo?”.
Sì, mi ha risposto che stava dandole una mano”.
Presidente “L'aiutava?”.
Sì, quando lei aveva bisogno le dava un consiglio. Economicamente non l'ha aiutata”.

Sono agli atti intercettazioni della primavera del 2013. Conversazioni tra suo marito e la Biondo..,” domanda il legale del marito.
Non lo sapevo, poi l'ho saputo, erano conversazioni anche un pochino compromettenti. Però, vede presidente, dice a Gemma, amore, tesoro. Da noi giù no ma a Milano si dicono queste parole. Per come conosco io Gemma erano piccole confidenze”.

Avvocato Sevesi: “Parlano di viagra...”.

S'irrigidisce il presidente Airò.
Chiudiamo qui se no, con tutto il rispetto è tutta una sceneggiata”, commenta. Moglie di Barba: “Amore, usiamo il viagra dice Diego a Gemma..”. Presidente: “Si è confrontata con Diego? Che spiegazioni le ha dato?”. Risposta: “Non ho voluto sapere cosa intendeva dire a Gemma”.

Le viene chiesto del perché è residente a Campobello mentre il marito è a Desio.
Per pagare meno tasse ci ha detto”, interviene la pubblica accusa.
A Campobello la casa è di mia suocera che l'ha lasciata a mio marito. Non ci siamo mai separati. In Sicilia vado a Natale e un mese in estate. Sono casalinga”.

Sapeva che suo marito ha aiutato Germania ad aprire un cartoleria e dalle indagini è emerso che suo marito aveva un ufficio nella cartoleria?”, chiede Donata Costa.

Presidente: “Che significa aprire una cartoleria?”.
Viviamo in modo normale. Umile. Sono stanca di tutta questa situazione. Mi state facendo troppe domande...”.

Non si agiti” la invita il presidente. “Mio marito non lavorava nella cartoleria – grida la donna -. No, no. Non mi ricordo..Non sono mai andata là...”.

Donata Costa: “E' emerso dalle indagini dei carabinieri che Barba aveva aperto un conto alla Biondo su cui lei operava abitualmente”.

L'avvocato Sevesi annuncia la produzione di un atto pertinente e si sente dire “non lo può produrre”.

Termina l'udienza con la testimonianza di una delle tre figlie di Diego Barba. Il presidente Airò chiede alla teste: “Per Germania Biondo suo padre era un amico alla siciliana?”.
Sì, un po' è così”.

Spiega di conoscere La Rocca “perché mia sorella era in classe con i figli di Salvino, mio padre conosce Salvino da quando erano in Sicilia e d'essere più informata della madre sulle attività del padre “avendolo qualche volta aiutato nel suo lavoro di investigatore”.

Processo aggiornato al 18 maggio.

 

Processo Vivacqua - Il cellulare di Vivacqua che "cammina" da una cella telefonica all'altra dopo che lui era già morto


di Pier Attilio Trivulzio

Il killer spara sette colpi a Paolo Vivacqua e sparisce. E' un lunedì. Il 14 novembre 2011. Per i medici la morte è avvenuta tra le 10.45 e le 11.30. Era solo nel suo ufficietto di Desio la cui esistenza la Guardia di finanza di Gorgonzola scopre soltanto a luglio. Alla compagna Lavinia Mihalache che aveva salutato poco dopo le 9.30 aveva detto d'avere un appuntamento. Riceve molte chiamate su uno dei tre cellulari che ha con sé: quello con la sim svizzera lo lascia però nel cassetto della Bmw serie 7. A diverse chiamate risponde, poi chi lo cerca trova libero ma non riesce a parlargli.
E' morto. Eppure uno dei cellulari “cammina”.
Tra le 11 e le 13.41 agganciando cinque diverse celle telefoniche: a Seregno, Lissone, Desio. E continua a “camminare” fino ad oltre le 18. Questo perchè quando la compagna di Paolo, Lavinia Mihalache, entra nell'ufficio e lo trova riverso sotto la scrivania, un cellulare squilla, lei risponde alla chiamata e poi con quello chiama il figlio di Paolo, Gaetano. Soltanto la sera quel cellulare viene consegnato ai carabinieri di Desio che gli fanno fare un ultimo viaggio, a Monza.

Gli avvocati Salvatore Manganello e Alessandro Frigerio che assistono Salvino La Rocca vogliono capire com'è possibile che un cellulare “cammini.” “Salvo ipotizzare che qualcuno se lo sia portato in giro. Oppure che Paolo sia stato ucciso in un altro posto e poi lasciato nell'ufficietto”, dice l'avvocato Frigerio.
“Dalle 11 alle 15.57 il telefono, non Paolo Vivacqua è nello stesso posto”, tiene a precisare il luogotenente dei carabinieri Giovanni Azzaro che depone come teste in Corte d'Assise sottolineando però, più volte: “Non sono un tecnico. E la domanda se un cellulare lasciato in un posto può agganciare cinque celle sistemate in posti diversi va fatta al gestore di quel cellulare, è l'unico che può dare una precisa risposta”.
Domanda che però i carabinieri di Desio che hanno costruito la loro indagine sugli agganci telefonici interrogando il sistema Sfera – oltre alle deposizioni di Gino Guttuso e Luigi Mignemi e le intercettazioni in cella - non hanno posto al gestore di telefonia di Paolo Vivacqua. “Abbiamo chiesto a Sfera quale utenza agganciasse il cellulare, la risposta non è stata affermativa che Paolo fosse a Desio”, aggiunge il teste Fornaro.
“Questo è un processo indiziario e quindi complesso”, interviene il presidente Airò il quale, dopo un non ricordo del luogotenente dei carabinieri relativo alla una nota agli atti in cui si dice che la cella (di via San Genesio a Desio) agganciata quel 14 novembre da Vivacqua è la stessa agganciata da Giarrana, chiosa: “Forse se Giarrana era lì, a un metro di distanza dall'ufficio di Vivacqua si faceva l'abbreviato”.

Nel 2011 Marco Caronni è stato datore di lavoro di Salvino La Rocca. “Aveva la necessità di lavorare e per questo l'ho assunto come autista per la mia società di scavi che all'epoca contava 75 dipendenti – dice il teste che esibisce documenti di carico e scarico firmati da La Rocca che però, a domanda del presidente se era al lavoro a novembre 2011 risponde: “Dovrei controllare”. “Dalle buste paga si dovrebbe risalire, no?” “Penso di sì”.

Gli viene chiesto di fare un controllo e far pervenire alla Corte i documenti che provano che Salvino La Rocca era al lavoro il giorno dell'uccisione di Vivacqua.
Entra quindi in aula il gestore del bar tabacchi di Desio frequentato da Antonino Giarrana e Salvino La Rocca . Dichiara: “Giarrana abitava dietro al bar e veniva tutti i giorni, La Rocca lo vedevo di meno: una volta al mese o ogni due. Antonio Radaelli, invece, lo conosco solo di vista: Ciao, ciao”.

“Giarrana scialacquava somme importanti alle macchinette? E La Rocca gli pagava i conti?”, domanda l'avvocato Frigerio. “No. Mai capitato”. “Il giorno dell'uccisione di Vivacqua ricorda la presenza di Giarrana nel suo bar?. “Della morte di Vivacqua l'ho saputo dalla televisione. Giarrana non lavorava e quindi era sempre nel mio bar. Beveva il caffè e basta”.

Testimonia Giovanna Gammino la donna presente a Palazzo di Giustizia di Monza il giorno dell'incidente probatorio con Gino Guttuso. Di lei e di altri soggetti immortalati quel giorno dalle telecamere del Tribunale ha ampiamente parlato l'ispettore capo Michele Maresca della squadra mobile di Milano nel corso dell'udienza del 9 febbraio. Essendo imparentata con Salvino La Rocca le viene ricordato che ha la facoltà di non rispondere. Facoltà di cui però la Gammino non s'avvale.

“Le ricordo che lei deve dire la verità. Soltanto la verità”, l'ammonisce il presidente prima di farle leggere la formula di rito.

“Giovanni, uno dei miei fratelli che abita a Ravenna dove gestisce un ristorante ed ha intenzione di aprirne uno qui in Brianza – esordisce la teste - mi avvisò del suo arrivo a Desio ed avendo io una casa piccola si è trovato un albergo vicino dove è rimasto due giorni. Giovanni mi chiese se potevo accompagnare la signora La Rocca, la mamma di Salvino, in Tribunale e così ho fatto. Siamo arrivati in Tribunale e ci siamo accomodati nel cortile. Ecco il perché della presenza mia e di mio fratello Giovanni a Monza quel giorno”.

Secondo l'accusa la presenza di Giovanni Gammino intrattenutosi a parlare con Antonio, figlio di Gino Guttuso è stata letta come “atto intimidatorio” verso il teste che doveva deporre all'udienza preliminare. Durante la quale, però, Guttuso ritrattò tutto quanto dichiarato ai carabinieri.

“Quando ha incontrato la mamma del La Rocca, Salvino, era libero?”, chiede il pm Donata Costa. “Era stato un altro mio fratello, Angelo, che è molto malato e io mi occupo di lui a dirmi che la televisione aveva dato la notizia dell'arresto di Salvino La Rocca. La signora Rocca, che non vedevo da vent'anni mentre con Salvino ci si vedeva anche se non abbiamo le stesse amicizie, aveva deciso di venire a Monza per dare un conforto morale al figlio. Sperava d'incontrarlo”.

Pubblico ministero: “Lei ha accompagnato la madre del La Rocca in carcere?”. “Tre o quattro volte, ma sempre aspettando fuori. Da quando però la madre è tornata a Campobello di Licata vado io a trovare Salvino”.

Presidente Giuseppe Airò: “Lei ha avuto un processo?”.
“Sì, vent'anni fa. Ma non ha avuto alcun seguito. Tutti e quattro i miei fratelli hanno subìto processi. Nel 2000 uno dei fratelli è stato indagato per associazione mafiosa, arrestato, prosciolto e risarcito. Tutti e quattro processati e assolti...Oltre ad accudire mio fratello Angelo che è molto malato mi occupo delle figlie minorenni di Salvino La Rocca. Sapevo delle loro difficoltà e mi è quindi sembrato giusto far mantenere loro i rapporti col padre”.

Avendo i carabinieri di Desio ipotizzato che Salvino La Rocca avesse pedinato Paolo Vivacqua prima dell'omicidio, i legali hanno portato in aula una teste ex collega di lavoro della moglie del La Rocca da cui si è separato nel 2013. “Ho visto Salvino La Rocca una sola volta nell'estate del 2011. Era una domenica, suonò al citofono della mia abitazione di Carate dicendomi chi era e che voleva parlami. Scesi e lui mi chiese se era vero che io e Tania, sua moglie, uscivamo spesso assieme. Gli ho detto che mai eravamo uscite assieme”.

La casa della teste è a pochi metri dalla cella telefonica collocata sulla piazza della Torre Civica di Carate, spesso agganciata da Paolo Vivacqua. “Con la testimonianza di questa donna volevamo dimostrare che il nostro cliente stava controllando la moglie Tania e non Paolo Vivacqua come asseriscono i carabinieri che hanno interrogato il sistema Sfera”, spiega l'avvocato Alessandro Frigerio.

Di Gino Guttuso, il teste che assieme a Luigi Mignemi accusa i cinque indagati per l'omicidio di Paolo Vivacqua ha parlato Domenico Rignolo.
“Conosce Gino Guttuso e se sì, sa se faceva uso di sostanze stupefacenti?”, chiede l'avvocato Salvatore Manganello.
“Sì. Eravamo assieme nel carcere di Monza ed ho avuto con lui un rapporto d'amicizia. Faceva uso di cocaina e quando è stato arrestato era in cura al Sert di Carate. In quanto al pestaggio subìto è stato per una partita di cocaina non pagata”.
Presidente: “Come è venuto a conoscenza che era stato picchiato?”.
“L'ho saputo in carcere. Non aveva pagato una partita di cocaina”.
Presidente. “A Desio?”.
“Sì, a Desio Guttuso era conosciutissimo per queste cose”.
“Rispetto al fatto che fosse stato picchiato per non aver pagato la cocaina le notizie da chi le ha avute?”.
“Le ho sapute nel carcere di Monza dopo essere stato arrestato nel luglio 2014”.

“Sa se Guttuso è stato picchiato altre volte?”.
“Si. Anche in carcere”.

Avvocato di parte civile Franco Gandolfo: “Da quando Guttuso faceva uso di stupefacenti?”.
“Non lo posso sapere. Può essere più di dieci anni”.

“Quando è stato arrestato nel 2003 già faceva uso di cocaina?”, insiste il legale.
“Non so”.

“Mi scusi, Guttuso non pagava gli stupefacenti eppure gli facevano credito?”. “Cambiava spacciatore. Stranieri, italiani..non ha mai pagato gli stupefacenti”.

Paolo Sevesi, difensore di Diego Barba, presenta alla Corte un'istanza con la quale chiede di poter avere accesso ad atti “per riscontrare l'attendibilità di Luigi Mignemi”. I legali degli altri imputati si dissociano.

Il pm Donata Costa dichiara: “Ho già chiesto quando Mignemi ha mandato alla Procura la lettera in cui chiedeva un incontro avendo importanti particolari da riferire in merito all'uccisione di Paolo Vivacqua ma della lettera non esiste traccia in cancelleria e non risulta iscritta a modello 45”.

Nel merito la Corte emette ordinanza di rigetto “fatta eventuale richiesta secondo art 507 CCP ove venisse ancora richiesto il sequestro di questa documentazione per gli stessi motivi”.

Un altro detenuto, Vincenzo Nappa recluso a Monza nel raggio 7 per rapina ed estorsione ha fatto avere al sostituto procuratore Donata Costa una lettera giudicata dal magistrato “inattendibile” nella quale è detto che ad uccidere Paolo Vivacqua sarebbe stato Diego Barba.

Nota Foto scattata nell'ufficio di Desio dove è stato ucciso Paolo Vivacqua

Processo Vivacqua - Almeno quattro volte la settimana Licata Caruso prenotava la provvista in Posta e prelevava 300-400mila euro

Dichiarazione spontanea di Diego Barba che smentisce Mignemi

di Pier Attilio Trivulzio

Non ce la fa a trattenere le lacrime e scoppia a piangere Diego Barba quando, alla fine della sua dichiarazione spontanea in Corte d'Assise dove si sta celebrando il processo per l'uccisione di Paolo Vivacqua dice: “Da oltre un anno sono stato privato della mia libertà”.
E' in carcere a Monza, accusato di essere assieme alla ex moglie di Vivacqua, Germania Biondo, il mandante dell’omicidio.

Nel processo indiziario l’accusa si avvale della testimonianza resa ai carabinieri di Desio dal pregiudicato Gino Guttuso e ritrattata durante l'incidente probatorio, ma soprattutto della testimonianza del 50enne Luigi Mignemi. L’enigmatico e ambiguo personaggio che é stato condannato a fine anni ‘90 a 6 anni e 4 mesi per traffico di sostanze stupefacenti nel processo “La notte dei fiori di San Vito” sulla presenza della 'ndrangheta nelle province di Como, Lecco e Varese.

Mignemi detenuto a Bergamo per stalking e circonvenzione d'incapace, viene trasferito, a ferragosto del 2013, a Monza e rinchiuso nella cella 2 del raggio 7, il raggio di massima sicurezza.
E' qui che incontra Antonio Giarrana, condannato per l’omicidio di Franca Lojacono - consuocera di Paolo Vivacqua - e a processo per l’omicidio dello stesso Vivacqua.

Secondo Mignemi, Giarrana, entrando in confidenza, si apre come un libro con arrivando a confidargli che a decidere l'uccisione del rotamat di Ravanusa sarebbe stato Diego Barba e che a sparare nel novembre 2011 con la calibro 7,65 fornita a Giarrana dal Barba sarebbe stato Antonino Radaelli.

Le dichiarazioni fatte sotto giuramento in quest'aula da Luigi Mignemi sono completamente false – esordisce Diego Barba -. Di tutte le falsità la prima è che io, Mignemi, non l'ho mai conosciuto. L'ho visto per la prima volta qui. ( a domanda specifica della Corte, Mignemi non era riuscito a riconoscere Barba in aula – ndr). Non ho mai avuto da questa persona il biglietto di Giarrana e a Giarrana non ho fornito alcuna arma.
Falso è il particolare che a casa mia le luci s'accendono battendo le mani. Si accendono con un normale impianto.
Falso è che la mia casa è arredata con mobili costosi: li ho acquistati per 10mila euro in un centro commerciale.
Come falsa è l'affermazione d'aver saputo in carcere due o tre giorni prima del mio arrivo che sarei stato incarcerato. Sono stato arrestato alle 4 del mattino e alle 10 ero all'ufficio matricola. Sono stanco di queste bugie. Da oltre un anno sono stato privato della libertà personale”.

I legali degli imputati si chiedono chi è davvero Luigi Mignemi. Chi lo ha spinto a inviare una lettera alla Procura di Monza dicendo di avere importanti rivelazioni sull'omicidio di Paolo Vivacqua e di volerle fare per fini di giustizia salvo poi, quando è stato interrogato dal sostituto procuratore Donata Costa, chiedere per la collaborazione uno sconto di pena.

In aula, chiamati dai difensori degli imputati per il contro interrogatorio, ci sono l'avvocato Loreno Magni e i tre figli di Paolo Vivacqua: Antonio, Gaetano e Davide. Antonio e Gaetano sono tuttora detenuti ad Opera ma durante il giorno escono per lavorare. Antonio come meccanico e Gaetano come impiegato in un ufficio di Agrate Brianza. Davide invece è ai domiciliari.

Si torna a parlare del taccuino ritrovato con sette pagine strappate e delle annotazioni. Quelle del 2008 e 2009 relative all'affitto per 19.250 euro del capannone in Valtellina per la società “cartiera” oltre a stipendi vari. L'elenco dettagliato degli investimenti e dei prestiti personali fatti il 12 luglio 2008 a Louis Paul Nguini, defunto marito dell'avvocato seregnese Antonella Savarino, per la creazione di una società in Camerun compresi 37.500 euro della fidejussione e 12mila per la commissione oltre ai 15mila euro sborsati per pagare l'ospedale parigino alla sorella di Nguini e 3600 euro dati “per rimanenza terreno a Mimmo Savarino”.
Ed ancora il prestito di 36mila euro a tale Pirillo; 21mila a Giovanni Pellenera; 15mila a Lillo Casale, 500+500 a Candido e “L'uscita di 500 + 500 per terreno Carate a Felice”. Di sicuro Felice Tagliabue. Cifre, quelle di Felice, da leggersi con i tre zeri mancanti. E forse anche quelle del misterioso Candido.

L'avvocato Loreno Magni e i figli di Paolo hanno riconosciuta come sua la scrittura, fatta eccezione per due numeri di cellulare ed il codice d'avviamento postale di Carate.
Quasi sicuramente scritti dalla giovane donna che aveva appena avuto un figlio che faceva le pulizie nell'ufficietto di via Bramante d'Urbino.
Nessuno faceva le pulizie in quell'ufficio”, dice sotto giuramento l'avvocato Loreno Magni.
Peccato che a mentre fresca, all'indomani dell'omicidio al sostituto procuratore Donata Costa dichiarò: “Più di una volta ho visto negli uffici di Paolo una signorina giovane che si occupava del riordino della documentazione di Paolo. Non ricordo il nome ma ricordo che aveva un bambino di pochi mesi”.
In quell'occasione gli vennero esibite alcune cartelline trovate nell'ufficietto e lui dichiarò: “La scrittura sul frontispizio delle cartelline non è quella di Paolo e quindi presumo che sia della signorina di cui ho appena parlato. Ricordo che era una ragazza precisa”.

Di “amnesie” l'avvocato bolognese, ne ha avute parecchie nel frattempo. Così come i figli Vivacqua. E' vero che dal giorno dell'omicidio sono passati tre anni e quattro mesi, però molti “non ricordo” sono apparsi poco credibili.

Verbalizzato a Palazzo di Giustizia di Monza all'indomani dell'omicidio Magni dichiara “che Paolo Vivacqua gli è stato presentato nel 2009 nell'ufficio di Paolo Castoldi a Villasanta, persona che si occupa di intermediazioni finanziarie. Subito si è palesato a me come persona dalle notevoli capacità economiche essendo arrivato in Porsche ed avendomi parlato delle sue attività nel settore della compravendita di materiale ferroso”.

Durante il contro interrogatorio il difensore gli chiede:
Conosce la società svizzera Blackstone Merchant Investiment SA?Gianandrea Tavecchia? E Roberta Bombelli?”.
“No”.

Eppure Paolo Castoldi era nella Blackstone che ha ceduto a Tavecchia che dopo essere stata di Paolo Vivacqua torna alla sorella di Tavecchia, Pamela, che a sua volta cede il totale delle quote della società il 21 gennaio 2011 alla PT Saraceno AG.

L'ultimo anno di vita, Paolo Vivacqua lo ha speso per cercare di concretizzare l'operazione della svizzera PT Saraceno AG che attraverso la bresciana Jet Web e grazie ad un prestito infruttifero di 200mila euro ottenuto attraverso la Loviro srl (società che possedeva i terreni di Carate ceduti a Bricoman -ndr) aveva acquistato dalla Corti Immobiliare i terreni agricoli di Gessate confinanti con FV Metal.

Questa operazione aveva come obiettivo l'insediamento di un modernissimo macchinario da 70milioni di euro per il riciclo dei rifiuti realizzato dalla “Piromax” di Montichiari (BS) presieduta da Domenico Tanfoglio che in Romania possiede la “Italstore srl”.

Mentre il figlio di Paolo, Antonio Vivacqua, con la società bergamasca Lithos stava portando avanti le pratiche per ottenere i permessi presso l'amministrazione di Gessate. Come già avvenuto a Carate Brianza con l'operazione Bricoman, anche i terreni agricoli di Gessate avrebbero dovuto avere una diversa destinazione d'uso.

Perché l'avvocato Magni ha “rimosso” l'ultima incompiuta operazione di Paolo Vivacqua di cui era legale sì, ma anche confidente?
Uno dei pochi ad essere ammesso nell'ufficietto di via Bramante d'Urbino a Desio.

Quale persona di fiducia Loreno Magni suggeriva operazioni finanziarie e contabili illegali in modo da rappresentare un'operatività diversa da quella reale curando sia la gestione delle società che commerciavano metalli sia quelle immobiliari, suggerendo operazioni finalizzate al reimpiego di capitali illecitamente costituiti nonché gestendo l'attività di “prestito” che dal 2004 ad oggi Vivacqua Paolo faceva in maniera cospicua a oggetti terzi senza alcuna giustificazione”, ha scritto Raffaele Martorelli, presidente del riesame.

Magni ammette che l'ultima operazione che stava facendo Vivacqua riguardava un impianto di rifiuti ma che per avere particolari precisi su quell'operazione la persona più indicata è un legale di Bologna, l'avvocato Giovanni Roberti.

A Davide viene chiesto di spiegare la intercettazione del 29 luglio 2011 nella quale parlando col padre questi gli chiede: “Ti ricordi quanti quintali?” Risposta: “Quaranta quintali. Prima 20 e poi 20 e sono tutti i 40”. E poi però aggiunge che “i quintali sono 43,5”. “Li hai consegnati al fabbro?”. “Sì, per il ferro nuovo”. E quindi aggiunge che “i quintali sono 43 e 5 spicci”. Nel corso della conversazione uno dei due domanda: “Dove sono, nel frigorifero?”. Risposta:“No, dietro”.

Davide spiega: “Il fabbro si chiama Ferraro ed è di Lissone. Non si parla di soldi ma di quintali”.

Il sospetto è che la famiglia adottasse un codice cifrato quando parlava al telefono. Codice che Paolo Vivacqua – presumibilmente - usava anche con l'avvocato Loreno Magni e che rimanda a quella telefonata che programmava il viaggio nel Bresciano per vedere quell'impianto che riciclava i rifiuti nel quale si parla di una “operazione pesante 80 chili”, infatti il costo di quel macchinario era tra i 70 e gli 80milioni di euro.

Impianto che Paolo Vivacqua voleva sicuramente realizzare a Gessate e in Romania.

Aveva invece scartato la Sicilia – pur avendo dato vita alla società Ecoplasma amministrata da una insegnante - in quanto qualcosa non era andata per il verso giusto ed i finanziamenti non erano stati approvati. Salvo poi scoprire che un finanziamento di poco superiore al milione di euro è stato dato ad una società che ha iniziato ad operare a Ravanusa.

Anche i progetti di Antonio Vivacqua di ottenere fondi pubblici per le società nel settore delle energie rinnovabili Kore Energy (sede a Rogeno, in Lombardia) costituita con un capitale di 100mila euro all'80% della D&D di Agrigento, ed il restante 40% suddiviso tra lui e Giovanni Mogicato; e Kore Engineering con sede a Campobello di Licata sono abortiti.

Interrogati sul possibile movente del delitto, Magni e i tre figli hanno riferito di avere fatto tante ipotesi. Arrivando a censire chi, tra gli amici o frequentatori del padre non si era fatto vedere al funerale, oppure avendo ricevuto prestiti, non si era sentito in dovere di contattare i figli e accordarsi per la restituzione di quanto avuto.

Solo l'ex calciatore Francesco Figliuzzi - ha precisato Antonio - è andato a Gessate dicendo di voler rendere i soldi ricevuti, in effetti consegnò un assegno di 250mila euro emesso dall'Immobiliare Montello sequestrato a casa di Germania Biondo dalla Guardia di finanza.

Non abbiamo volutamente preso contatti con quanti sapevamo nostro padre avessero prestato denaro - dicono concordi -. L'avvocato Ignazio Valenza ci aveva detto che il debito di Zema era di circa un milione di euro. Gente della Sicilia chiedeva continuamente soldi a nostro padre, magari di importi piccoli, 1000 o anche 500 euro”.
Io mi arrabbiavo e lui mi rispondeva: pensa a quando io non avevo neppure soldi per il latte”, testimonia Antonio.

L'unico dei figli che racconta dei litigi tra i due genitori é Davide, che ora si trova agli arresti domiciliari. “Da quando dopo l'arresto (deciso dalla Procura di Brescia) mio padre era stato messo ai domiciliari con mia madre non si sopportavano. Per una minima cosa discutevano. Quando sono stato messo io ai domiciliari obbligato ad alloggiare nella casa che condividevo con mia madre nel frattempo finita in carcere, mi sono ritrovato a dover pagare 4000 euro di mutuo oltre alle bollette. Non potendo dare i 4000 euro sto cercando un accordo con l'amministratore”.

Non è vero che mio padre mi diceva che prestava denaro perché altrimenti per invidia la gente poteva farci del male. Non ci aveva detto di guardarci alle spalle. É che da quando a giugno era nato Nicolas, il figlio di Lavinia Mihalache ci raccomandava che a lui non doveva mancare nulla”.

Sprizza poi veleno affermando, in riferimento alla uccisione del padre “in questo caso è stato un familiare”.
E' una sua valutazione”, gli ribatte il legale. Risposta: “Anche gli amici possono tradire”.

Una lunghissima telefonata tra Antonio Vivacqua e Davide tabaccaio di Ravanusa lascia spazio a molti interrogativi relativi ad una vincita a “10 e lotto” da 140mila euro pagati a Lavinia Mihalache e subito dopo posti sotto sequestro dalla Procura di Milano, assieme all'assegno che Paolo Vivacqua aveva lasciato per rogitare l'appartamento di Carate dove tutt'ora la Mihalache vive con i due figli.
I tagliandi per i concorsi del 30 ottobre e 2 novembre 2011 sono state presentate da Lavinia, accompagnata da Paolo, una settimana prima che Vivacqua venisse ucciso alla Banca Intesa di Biassono.

Quello stresso giorno il rotamat versa 30mila euro sul conto aperto quattro giorni prima presso la Banca Popolare di Sondrio di Chiasso.

Nell'intercettazione in cui Antonio Vivacqua più volte dice al tabaccaio di Ravanusa che della vicenda delle tagliandi della lotteria vincenti non vuole parlarne al telefono. “...io quando ti spiego quello che c'è sotto – dice - ...Posso salire e spiegare.... “ (in realtà scendere a Ravanusa ndr).

“I soldi (della vincita – ndr) erano conservati anche se salivo. Anche se non succedeva niente, erano soldi miei...Non ci posso fare niente se (gli scontrini – ndr) gli sono arrivati gratuiti....Se mi esce la signorina esce la caserma...Siccome siete della famiglia posso restare anche sei mesi senza salire perché i soldi erano conservati. Neanche sapevano, c'erano le ricevute”.

Quindi questa frase assai chiara: “...Mi vengono a pigliare e mi trovano dentro un alberello. Mi mettono appeso...Se non esce tutta la verità vado alla Guardia di finanza e tutto esce a galla...Certe risposte non me le aspettavo.”. Davide il tabaccaio: “...Ma quelli come me volevano regalarne una alla signorina, farla stare bene”.

“Dalla signorina – risponde Antonio – ci vado io.... Se c'è un conto aperto dovevano essere consegnati. Io salgo e ne parliamo, venerdì al massimo sabato ci vediamo e vediamo chi era la signorina”.

Antonio Vivacqua spiega in aula il senso della telefonata: “La signorina è Lavinia Mihalache. Mio padre a Davide il tabaccaio dava soldi contanti e in cambio aveva le schedine vincenti che portava in banca. Perché faceva questa operazione? Come faceva per le fatture false, forse per non pagare le tasse. Mio padre è andato a Palermo e mi ha portato le schede che poi Lavinia ha depositato in banca. Dopo quella telefonata Davide il tabaccaio, età circa 40 anni, voleva andare da Lavinia. Invece è venuto a Muggiò al bar “La Piazzetta” e ci siamo messi d'accordo. Avevo 20mila euro in tasca e glieli ho dati dicendogli che gli altri glieli avrei dati poco per volta. Dopo l'uccisione di mio padre sono andato a Palermo dal tabaccaio, poi però mi hanno arrestato”.

Nelle tasche di Paolo Vivacqua finivano montagne di soldi. Due giorni dopo che lui viene ucciso Licata Caruso ed Enzo Infantino fanno l'ultimo prelievo di 300mila euro. Dal 18 novembre più nessuna operazione viene fatta sul conto delle poste di Lissone intestato alla LV Rottami che a Lissone aveva la sede e che però – particolare non di poco conto - aveva cessato l'attività un anno e mezzo prima!

Viene chiamata a testimoniare Rita Angela Faieta dal 1. settembre 2005 al 30 giugno 2012 direttrice di quell'ufficio postale e testimonia che “il conto della LV Rottami acceso a fine novembre 2009 era molto attivo. Per almeno quattro volte la settimana Licata Caruso che era amministratore della società prenotava la provvista di contanti. Nel 2009 le cifre quotidianamente prelevate erano inferiori, nell'ultimo periodo il prelievo era di 300-400mila euro al giorno”.

Su quel conto la provvista era sempre molto alta – aggiunge -. Sempre Licata Caruso e sempre con Enzo Infantino venivano due o tre giorni prima a compilare la lista di prelievo. Paolo Vivacqua? Sì, è venuto qualche volta ma per altri motivi (accensione di una polizza vita – ndr). Su questa provvista di contanti, che sistematicamente ritiravano personalmente, ho fatto diverse segnalazioni alla direzione compartimentale di Monza. La prima il 10 dicembre 2009, un mese dopo che LV Rottami aveva aperto il conto”.

La teste non ricorda il prelievo del 15 novembre 2011, all'indomani dell'uccisione di Vivacqua, di cui però risulta la documentazione agli atti. Ricorda però che su quel conto il saldo attivo al 16 novembre era di 398mila euro.

Dalla verifica della Guardia di finanza di Gorgonzola risulta che sul conto della LV Rottani il giorno dell'uccisione di Vivacqua furono accreditato un assegno di 247.300 euro e tre bonifici di 74.022, 40.278 e 43.103 euro tutti della Terzi Metal. Nella sua relazione Andrea Perini, consulente della Procura di Milano scrive che in tre anni, dal 2009 al 2011, la società ha avuto un giro d'affari di 94milioni304mila373 euro di cui 50milioni soltanto nel 2011. Con soli 754.582 euro giustificati dall'acquisto di rottami di ferro.

E LV Rottami non era che una delle numerose società “cartiere” di Paolo Vivacqua.

Dalla Giada srl, sul conto bancario presso l'agenzia 141 nel 2006 – con 219 prelievi - è stata fatta una movimentazione di 20milioni566mila557 euro. E nel 2007 in 235 volte, Enzo Infantino e Calogero Licata Caruso hanno prelevato 35milioni431mila554 euro. Mentre sul conto della stessa società, ma acceso su una banca di Ravanusa, il figlio di Paolo, Antonio, ha prelevato allo sportello 12milioni836mila euro.
Lo stesso consulente ha quantificato in 103milioni822mila434 euro i soldi incassati con le false fatturazioni della LV Rottami, Fer&Inox, Ferrinoxx e D&G Trasporti.
Quale sia stata la destinazione finale di tanto denaro né la Procura di Brescia né quella di Milano che hanno indagato Paolo Vivacqua per le false fatturazioni non hanno saputo dirlo. Mentre quella di Monza ha fatto indagini soltanto sulla sua uccisione.

E' certo – lo dicono gli atti della Procura di Milano – che molti soldi sono finiti su conti all'estero.

Di sicuro oltre 3milioni su uno dei due conti accesi all'Agricultural Bank of Cina di Beijing., trasferiti attraverso la Deutsche Bank AG di Francoforte. E proprio il giorno dell'uccisione di Vivacqua alle 10.30 – più o meno nell'ora in cui a Desio il killer spara a Paolo - la Ful Metal del figlio Gaetano trasferisce in Cina i 250.518 euro del bonifico della Happy Team Trading Ing Ltd.
Altre operazioni d'accredito sui conti dell'Agricultur Bank of Cina, e sempre attraverso la Deutsche Bnk AG di Francoforte, con bonifici della Happy Team Trading Ing Ltd vengono fatte nel 2012: 300mila il 9 gennaio ; 170mila il 16 gennaio; 300mila il 20 gennaio. Mentre il 7 marzo 2012 è il bonifico come sempre “acconto fattura” dei 187.170 euro di un'altra società, la Fortune Rich Trading Ltd a finire sul conto della banca cinese.

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