Islam

Birmania - Quei fanatici di Buddha uccidono i musulmani

di Roberta Zunini da il Fatto quotidiano

Il mondo si è abituato a un’immagine dolce e mite del buddismo. Le parole sagge che invitano alla tolleranza pronunciate dal Dalai Lama, i suoi gesti pacati, il suo sorriso risuonano dentro di noi ogni volta che pronunciamo la parola “buddismo”. Che non è una religione per come la intendiamo, cioè non vi è un Dio esterno al quale rivolgersi, da supplicare, ma lo è nel senso etimologico del termine - dal latino religo - ovvero riunirsi sotto lo stesso culto. Nel buddismo l’esistenza di un Dio fuori da noi non è prevista ma ognuno di noi possiede la cosiddetta buddità. Il problema è illuminarla, permetterle di manifestarsi. È il mistico, il divino che ogni essere umano ha in sé. Ma la buddità che emerge dal monaco buddista birmano Ashin Wirathu, diventato una sorta di rock star con migliaia di followers su twitter e centinaia di migliaia di devoti che arrivano da tutte le parti del paese per assistere ai suoi lunghissimi sermoni in un tempio di Mandalay, non è fondata sulla tolleranza, sull'immedesimazione nel prossimo come si pensa debba essere quella “allenata” di un addetto a questo culto.

Lui, alzando un lembo della tonaca arancione che avvolge il corpo nudo e glabro, risponde con tono risoluto e senza l’ombra di un sorriso a coloro che lo accusano di fomentare l'odio sociale: "Si può essere pieno di bontà e di amore, ma non si può dormire accanto a un cane pazzo". Il cane pazzo è il musulmano, chi si professa devoto ad Allah, indipendentemente dal fatto che sia osservante, indipendentemente che sia un semplice fedele o un integralista islamico o, peggio, un terrorista islamico. Le sue prediche, che secondo le Organizzazioni non governative e la stampa internazionale, incitano all'odio e alla violenza nei confronti dei musulmani che vivono nel Paese, compresi i Rohingya, un gruppo di circa un milione di musulmani apolidi migrati dal Bangladesh. Sono diventati sempre più rabbiosi negli ultimi due anni.

Una delle ragioni è la crescita, seppure molto contenuta dei musulmani in termini demografici, l’altra è l’abdicazione della giunta militare a favore di una “democratura” che avrebbe potuto riconoscere nuovi diritti. Secondo i nazionalisti birmani, compreso il movimento nazional-buddista “696” fondato da Wirathu, i musulmani, tutti, in blocco, dovrebbero essere cacciati dalla Birmania. Da due anni però Wirathu non solo si oppone alla diffusione dell’islam nel suo paese multietnico ma non multireligioso, dato che quasi il 90% della popolazione è di fede buddista, ma fomenta la violenza contro i musulmani. L’anno scorso il viso tondo con la testa rasata di Wirathu si è persino guadagnato la copertina di Time e il titolo: “Il volto buddista del terrore”.

I SUOI DISCORSI che durano interi pomeriggi sono preceduti da un rito di espiazione per le azioni tracotanti commesse poi, sempre più frequentemente iniziano con questa frase: “Io li definisco degli attaccabrighe, dei facinorosi, perché sono facinorosi" ( i musulmai, ndr) e finiscono così: “Sono orgoglioso di essere chiamato un buddista radicale”. Non deve procacciarsi il cibo Wirathu, per lui lo hanno già fatto i giovani monaci che, scalzi e in fila, ogni mattina vanno a raccogliere le offerte. Da qualche tempo però i cittadini più facoltosi che apprezzano la sua “crociata” devolvono ingenti somme al suo movimento. Non godono della stessa generosità i musulmani che vivono nella periferia di Mandalay, la seconda città del paese, ma soprattutto i Rohingya che languono senza lavoro e cibo in remoti campi profughi, che in realtà non sono altro che distese di stracci e teli di plastica dell’Onu a forma di tende. Tante anche in riva al mare, Perché loro vengono dal mare, sono abituati a stare in mare più che in terra dove non sembrano essere i benvenuti.

L’anno scorso i sermoni del quarantottenne Wirathu hanno iniziato a tradirsi in azioni. Anzi in scontri violenti. Birmani nazionalisti seguaci di Wirathu hanno incendiato le case dei musulmani, brandito machete e coltelli. I linciaggi buddisti hanno ucciso più di 200 musulmani e costretto più di 150.000 a fuggire dalle loro case. Quello che era iniziato due anni fa ai margini della società birmana è cresciuto fino a diventare un movimento nazionale la cui agenda include ora anche il boicottaggio di prodotti realizzati da musulmani. Dentro e fuori la Birmania. I monasteri buddisti associati al movimento “696” hanno aperto anche centri comunitari per 60.000 bambini buddisti. L’odio sparso a piene parole da Wirathu ha iniziato a infastidire i cittadini dei paesi islamici confinanti e vicini, innescando una spirale di violenza che finora non è ancora diventata eclatante ai nostri occhi distanti. Nel mese di maggio del 2013, le autorità indonesiane avrebbero sventato quello che è stato definito un complotto per bombardare l'ambasciata birmana a Jakarta in rappresaglia per gli attacchi contro i musulmani.

Oggi Wirathu fa comodo alle autorità birmane che lo definiscono un patriota ma c’è stato un tempo in cui le stesse autorità, che ancora vestivano la divisa, lo arrestarono e tennero in carcere per ben otto anni per incitamento all'odio. Nel 2011 venne scarcerato. In un recente discorso, ha descritto il massacro di studenti e abitanti musulmani della città di Meiktila come una dimostrazione di forza: “Se siamo deboli la nostra terra diventerà islamica”. Eppure il Buddismo sembra avere un posto sicuro in Myanmar. Nove persone su 10 sono buddisti, come lo sono quasi tutti gli uomini d’affari più richi, il governo, l'esercito e la polizia. Le stime della minoranza musulmana vanno dal 4 all’ 8 per cento su circa 55 milioni di birmani. Ma Ashin Wirathu, dice il buddismo è sotto assedio da parte dei musulmani che stanno avendo più figli dei buddisti e stanno comprando terreni. In realtà attinge a rancori storici che risalgono all'epoca del colonialismo britannico in cui gli indiani, molti dei quali musulmani, vennero mandati in Birmania come funzionari e soldati.scorso, ha detto che l'uccisione in nome della religione è "impensabile" e ha esortato i buddisti del Myanmar a contemplare il volto del Buddha per orientarsi e non quello di Wirathu. P

hra Paisal Visalo, studioso e monaco buddista cittadino della vicina Thailandia, spiega che il concetto di “noi e loro”, promosso dai monaci radicali del movimento birmano, come un'eresia per il buddismo. Per tutte le correnti buddiste. Ma ha lamentato che la sua critica e quella di altri leader buddisti di fuori del paese hanno avuto "un impatto minimo. “Wirathu invece ha iniziato a far proseliti anche all’estero. Soprattutto in Sri Lanka, altro paese storicamente tormentato da conflitti etnici. Anche nella “pacificata”isola sotto la punta meridionale dell'India, per anni dilaniata da una guerra civile tra gli induisti dell'etnia minoritaria Tamil e la maggioranza buddista, i monaci che sostengono il partito nazional-buddista - appena dimessosi dalla coalizione di governo perché è stata rifiutata la loro proposta di inserire nella Costituzione un articolo che consacra il Buddismo a religione di Stato - hanno stretto un'alleanza con il movimento “696” e Wirathu è stato accolto nell’isola come un vero e proprio leader politico. Anche nella solare costa occidentale dello Sri Lanka ci sono stati di recente scontri tra i buddisti-nazionalisti e i cittadini musulani, anche lì esigua minoranza come i cristiani, anch'essi presi di mira. Il partito nazionalista e i monaci non hanno gradito per nulla la recente visita di Papa Francesco e hanno fatto di tutto per boicottarla.

TRA I PIÙ CONTRARIATI dagli episodi di violenza e dalla retorica di Wirathu, ci sono alcuni dei leader della Rivoluzione zafferano del 2007, una rivolta pacifica guidata dai monaci buddisti contro il regime militare birmano. I seguaci del Buddismo non appartengono tutti alla stessa scuola. “Non ci aspettavamo questa violenza quando abbiamo cantato per la pace e la riconciliazione nel 2007”, ha detto il lama del monastero di Pauk Jadi, Ashin Nyana Nika durante una riunione sponsorizzato da gruppi musulmani per discutere la questione. (Ashin è il titolo onorifico per i monaci birmani). Ashin Sanda Wara, il capo di una scuola monastica a Yangoon, dice che i monaci del paese sono divisi quasi equamente tra moderati ed estremisti. La colonna sonora del movimento di Ashin Wirathu ha come protagonisti “quelli che vivono nel nostro paese, bevono la nostra acqua e invece di ringraziarci si dimostrano”. Il ritornello promette: "Costruiremo un recinto con le nostre ossa, se necessario," corre ritornello della canzone.

Lombardia - Il pericolo degli «isolati» votati alla Jihad. Caccia ai combattenti di ritorno dalla Siria

di Cesare Giuzzi da il Corriere della sera

Gli attentati di Parigi hanno rafforzato una convinzione negli investigatori del pool anti terrorismo: il rischio più alto riguarda gli ex combattenti rientrati dalla Siria e addestrati da al Qaeda e Isis nei campi di Yemen e Libia. Esattamente come i fratelli Kouachi, gli attentatori di Charlie Hebdo. O come alcuni dei 48 «foreign fighters », combattenti stranieri, partiti verso la Siria per attaccare il regime di Assad e indicati nei giorni scorsi dal ministro dell’Interno Angelino Alfano. O ancora come il caso di Giulia Maria Sergio, la 27enne di Inzago convertita all’Islam radicale e partita verso la Siria. Il suo è uno dei tre fascicoli aperti in Procura e affidati alle indagini delle squadre antiterrorismo di Digos e Ros. Il secondo riguarda un’altra donna, stavolta di origini straniere, anche lei partita da Milano verso i campi di addestramento. Il terzo, e più corposo, filone ruota intorno alla figura di Haisam Sakhanh, sospettato di guidare un «gruppo» che reclutava combattenti per la Siria e attivo tra Milano e Cologno Monzese .

Il reato ipotizzato è il 270 bis del Codice penale che punisce, appunto, il reclutamento di combattenti. «Al momento, parlare dell’esistenza di vere “cellule” è prematuro — spiegano gli inquirenti milanesi —. Non tutti coloro che sono andati a combattere in Siria lo hanno fatto attraverso “reclutatori” ». In diversi casi, infatti, gli investigatori hanno scoperto «soldati» partiti in modo autonomo dopo aver preso contatti attraverso Internet. Il secondo obiettivo delle indagini è quello di monitorare il ritorno dei «foreign fighters». «Gli ultimi attentati in Europa dimostrano che chi ha avuto un addestramento militare in un campo terroristico rappresenta un’effettiva minaccia una volta rientrato dal Medio Oriente». Non è un meccanismo automatico, però. «In molti casi chi è tornato non ha abbracciato teorie estremiste. Il fronte della resistenza ad Assad è molto composito. La gran parte dei combattenti è ispirata da principi laici. E questi gruppi sono contrapposti anche all’Isis».

Gli investigatori devono quindi verificare eventuali legami tra i fondamentalisti e l’effettivo rischio di una minaccia. I due «espulsi» milanesi, un egiziano e un marocchino, sono invece vecchie conoscenze del pool guidato da Maurizio Romanelli. «Si tratta di individui che hanno espresso posizioni fondamentaliste e che da lungo tempo sono monitorati dalle forze dell’ordine. Nei loro confronti non sono emersi reati, ma soltanto una condivisione della Jihad, espressa magari attraverso i siti web radicali». La legge prevede che possano essere considerati come persone «non gradite» al nostro Paese: «Sono una minaccia “latente”, perché possono essere facilmente istruiti e manipolati per eseguire attentati qualora dovessero entrare in contatto con una cellula terroristica ».

«Estremisti espulsi, due erano a Milano»

di Michele Focarete da il Corriere della sera

Gente dal profilo basso, ma con il premesso di soggiorno in regola che attesta un lavoro che spesso non c’è, e con regolare residenza in Italia. Una vita apparentemente tranquilla, senza mai dare nell’occhio. Persone plagiabili. Sicuramente facili da comprare nel nome di una causa «nobile». Con il sogno della Jihad per sostenere i «fratelli» che combattono in Siria e in Iraq, lì dove il Califfo Abu Bakr al Baghdadi continua a foraggiare e a incoraggiare conversioni. Il loro sogno però si è infranto a Modane, ai piedi del Moncenisio, nel dipartimento della Savoia, la cui storia è legata alla ferrovia, tra Francia e Italia.

Gli uomini dell’Intelligence li hanno bloccati per essere rispediti in patria con un decreto del ministero dell’Interno e l’accordo siglato con le autorità dei Paesi d’origine. Sono un egiziano e un marocchino, con radici a Milano, sospettati di aver contatti diretti con organizzazioni estremiste. Gli investigatori stanno ora cercando di capire se i due musulmani stessero raggiungendo una «base» in Italia. Anche loro, insieme con altri sette stranieri espulsi, sono ritenuti «pericolosi per la sicurezza nazionale». Tutti regolari e residenti da anni in Italia», come ha precisato il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ieri mattina durante una conferenza stampa. E poi ha aggiunto: «Altri ne seguiranno a breve e si aggiungono ai 13 musulmani mandati via lo scorso anno».

Nei loro confronti non ci sono indizi sufficienti per adottare provvedimenti giudiziari, ma elementi ritenuti comunque gravi tanto da obbligarli a varcare la frontiera. Dunque si è potuto intervenire solo seguendo l’iter amministrativo. L’egiziano sarebbe stato un assiduo frequentatore del centro islamico di viale Jenner, dove si recava anche per mangiare. Una indiscrezione che al momento non viene confermata nè dagli investigatori nè dal presidente dell’Istituto islamico, Abdel Hamid Shaari: «Non so proprio cosa dire. Non conosco chi possa essere. Da qui ne passano talmente tanti». Del marocchino, invece, si dice che sia in contatto con un gruppo di Varese e con il connazionale Raoudi Albdelbar, l’imam della moschea di San Donà di Piave, anche lui espulso per «grave turbamento dell’ordine pubblico e pericolo per la sicurezza nazionale e discriminazione per motivi religiosi ».

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