pietrogino pezzano

'Ndrangheta e Servizio Sanitario in Lombardia e Brianza - Contesto criminale, contesto sociale

Titolo originale Contesto criminale, contesto sociale
di Alessandra Dolci Magistrato della Direzione distrettuale antimafia, Procura di Milano tratto da Narcomafie - Nuovi appetti della criminalità. Mafia e sanità

Il sistema sanitario manifesta una certa permeabilità alle infiltrazioni della criminalità organizzata. Il processo di decentramento avviato nel ‘92 ha portato all’affermarsi di condizioni e prassi diverse per ciascuna Regione. La Lombardia si caratterizza ad esempio per una massiccia presenza di strutture private accanto a quelle pubbliche, con il delicato aspetto dell’accreditamento istituzionale dei privati e i successivi accordi contrattuali con la Regione. Questo ha dato luogo a un abbassamento della soglia di legalità sotto il profilo dell’incentivazione dei sistemi di clientela e corruttela, e delle truffe a danno del sistema sanitario nazionale.

Il capitale sociale. Una delle caratteristiche della criminalità organizzata di stampo mafioso è l’infiltrarsi nelle attività legali, cosa che si è verificata in Lombardia soprattutto a partire dagli ultimi decenni. In precedenza le indagini mostravano una criminalità di stampo mafioso dedita ad attività illecite quali estorsioni, usura e traffico di stupefacenti. I successi nell’attività di contrasto, con riferimento soprattutto al traffico di stupefacenti, hanno portato le organizzazioni criminali a diversificare il proprio raggio d’azione, creando al proprio interno un ulteriore importantissimo asset definito “capitale sociale”, cioè l’insieme di soggetti politici, imprenditori, liberi professionisti, pubblici amministratori, appartenenti alle forze dell’ordine, che si mettono a disposizione della criminalità organizzata rendendo servigi in un’ottica di scambio reciproco.

La ’ndrangheta privilegia l’infiltrazione in settori legali a controllo pubblico e la sanità è particolarmente allettante. La decentralizzazione cui si faceva cenno sopra ha significato una prevalenza nella gestione e nel controllo del settore da parte del potere politico: i dirigenti generali delle Asl sono di nomina politica, a loro volta nominano il direttore amministrativo e il direttore sanitario. I primari di reparto non sono selezionati tramite concorso pubblico ma per chiamata diretta del direttore ospedaliero. Ciò ha portato all’affermarsi di un sistema di fedeltà politiche come regolatore, non solo delle carriere, ma anche dell’allocazione e gestione delle risorse pubbliche (se metto ai vertici della sanità un soggetto che è espressione del mio partito sarò in grado di controllare il rapporto tra pubblico e privato e cioè sarò in grado di accreditare cliniche private, studi dentistici, centri di analisi, case di riposo gestiti da imprenditori amici, vicini, simpatizzanti). Ovviamente non par vero alla ’ndrangheta di inserirsi in questo sistema poiché ciò le consente di entrare in relazione con élites politiche e pubblici amministratori facendo affari.

Business criminali. Fare affari significa creare società intestate a prestanome che possano concorrere negli appalti per forniture di servizi  (infermieristici, di pulizie, di ristorazione ecc.),  ma anche  reinvestire i proventi delle attività illecite in strutture private che poi saranno accreditate, come le residenze per anziani.
Quindi, esaminando i motivi di attrazione della criminalità organizzata, per il settore della sanità troveremo un profilo afferente ai vantaggi economici e un altro profilo, di carattere sociale/politico elettorale, dato dal contatto con il sistema sanitario, la cui natura comporta l’ampliamento della rete relazionale e, quindi, del capitale sociale. Si aggiunge inoltre la possibilità di contare su un bacino elettorale allargato, attraverso  triangolazioni di potere tra personaggi vicini all’universo mafioso, politici e personale medico/sanitario.

Un altro aspetto da non sottovalutare è la possibilità di elargire favori in un settore che attiene ai bisogni essenziali della persona: chi ha un grave problema di salute in famiglia è disposto a rivolgersi a chiunque sia in grado di garantire un aiuto. Nelle nostre indagini abbiamo avuto modo di constatare come persone che si trovavano in tali condizioni si rivolgessero al soggetto che sapevano essere in odore di mafia ma che era in grado di garantire loro una visita gratuita, un esame, un ricovero, un posto letto nell’immediatezza. Tutto questo crea consenso attorno alla criminalità organizzata.
Infine, un ultimo aspetto dell’attrazione verso il mondo sanitario riguarda i vantaggi sul fronte giudiziario e cioè la possibilità di avere, da parte di esercenti la professione medica, perizie di favore, oppure la cura o il ricovero di latitanti.

Alcuni casi emblematici. Passando all’esame di alcuni casi concreti e partendo dai vantaggi in ambito giudiziario, è significativa la vicenda di  Pelle Francesco, alias ‘Ciccio Pakistan’, che fu tratto in arresto, dopo un periodo di latitanza, il 18 settembre 2008, mentre si trovava ricoverato sotto falso nome presso la clinica Maugeri di Pavia. Si tratta di un personaggio di grande spicco nel panorama ’ndranghetistico, ricercato perché coinvolto nella strage di San Luca, nell’ambito della faida che contrapponeva la cosca Pelle-Vottari ai Nirta-Strangio. Nella documentazione falsa, relativa al ricovero, l’infermità di Pelle, rimasto paraplegico a seguito di uno scontro a fuoco, era invece ascritta alle lesioni riportate in un incidente stradale.

Le indagini svolte non misero in luce le coperture di cui Pelle aveva senz’altro goduto all’interno della struttura sanitaria pavese. Pelle, in ragione delle condizioni di salute, dopo la cattura beneficiava degli arresti domiciliari in una struttura sanitaria idonea che lo stesso detenuto aveva individuato nell’ospedale Niguarda di Milano, di cui bisognava acquisire la disponibilità. Nell’ambito dell’indagine Tenacia si registravano conversazioni da cui emergeva che Ivano Perego, imprenditore condannato in seguito con sentenza definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, chiedeva all’amico politico Antonio Oliverio se conoscesse personale medico avvicinabile, che acconsentisse al ricovero di un calabrese con problemi alla spina dorsale. La richiesta venne accolta e il calabrese in questione era proprio ‘Ciccio Pakistan’ (Francesco Pelle), che fu ricoverato nell’unità spinale dell’Ospedale Niguarda. In un’altra indagine denominata Caposaldo emergeva che Pelle teneva i contatti con i parenti sanlucoti attraverso un compiacente paramedico a disposizione dei Flachi, famiglia che controlla il territorio dove si trova l’ospedale Niguarda.

Tuttavia, il caso più eclatante circa la penetrazione della ’ndrangheta nel sistema sanitario lombardo è quello di Carlo Chiriaco (condannato per concorso esterno in associazione mafiosa alla pena definitiva di undici anni di reclusione). Chiriaco, originario di Reggio Calabria, laureato in medicina e chirurgia all’università di Pavia, ha un cursus honorum importante: si è iscritto giovanissimo alla Dc, ha ricoperto anche cariche politiche in ambito pavese, ha rivestito cariche pubbliche. Lo troviamo giovane ispettore sanitario al San Matteo, poi presidente delle Istituzioni assistenziali riunite di Pavia, direttore sanitario della Asp (che riunisce quattro importanti strutture sanitarie pavesi) e infine direttore sanitario dell’Asl di Pavia dal primo febbraio 2008 fino alla data dell’arresto. Al momento di quest’ultima nomina Chiriaco era già stato coinvolto in alcune vicende giudiziarie anche gravi (una condanna in primo e secondo grado quale mandante di un’estorsione, procedimento poi terminato in prescrizione) ed era stato destinatario della misura di prevenzione dell’avviso orale emesso dal Questore di Pavia in data 16 aprile 2007.

Secondo la relazione prefettizia sulle infiltrazioni mafiose nell’Asl pavese, dal punto di vista formale, non sussisteva alcun precedente ostativo alla nomina di Chiriaco. La relazione evidenziava anzi che la nomina non era stata da ascriversi a un condizionamento di tipo mafioso, ma favorita dal contesto politico. La Commissione sottolineava che il curriculum presentato dall’aspirante direttore sanitario non era veritiero con riferimento al più importante incarico professionale rivestito, ma che la cosa non fu rilevata da nessuno.

Carlo Chiriaco si è rivelato una risorsa preziosa per la ’ndrangheta (lui stesso si definiva, in alcune conversazioni, come “uomo di ’ndrangheta”). Era in grado di reperire incarichi e posti di lavoro per parenti e amici degli esponenti della criminalità organizzata; di far ottenere appalti; di inserirsi nel mondo politico ad alto livello, mediando tra il mondo politico e gli esponenti della ’ndrangheta e allocando pacchetti di voti. Si tratta dell’esempio tipico di quella triangolazione di potere cui si faceva cenno sopra poiché catalizzava i voti della ’ndrangheta (e anche di soggetti vicino a Cosa nostra) a favore di un candidato alle elezioni regionali, che poi avrebbe dovuto favorire la nomina a direttore generale dell’allora direttore amministrativo dell’Ospedale San Paolo di Milano. Al momento del suo arresto si stava interessando per far ottenere, a una società legata a Giuseppe Neri (esponente di spicco della ’ndrangheta lombarda), l’accredito a favore di una nuova struttura per anziani in provincia di Pavia. Sul fronte dei favori giudiziari Chiriaco, attraverso medici compiacenti, fissava visite mediche nelle strutture pavesi a Pasquale Barbaro, (figlio di uno degli esponenti storici della ’ndrangheta e sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno a Platì), consentendogli di spostarsi, attraverso le visite periodiche in Lombardia, per portare le cosiddette ambasciate da/e per la Calabria.

Altra figura emblematica di medico è quella di Vincenzo Giglio. È stato condannato con sentenza definitiva per aver consapevolmente fornito un apporto (esterno) all’associazione mafiosa legata alle famiglie Valle-Lampada, svolgendo un importante ruolo di collegamento tra i membri del sodalizio e ambienti istituzionali, politici e imprenditoriali. Ha inoltre messo in contatto i fratelli Lampada con Francesco Morelli, all’epoca consigliere regionale e presidente della commissione Speciale di vigilanza della Regione Calabria, vice presidente della commissione Affari istituzionali e componente delle commissioni Affari europei e Relazioni internazionali e sanità e servizi sociali.

Nel corso dell’indagine Infinito sono poi emersi altri esempi di professionisti nel campo medico che, sebbene non direttamente indagati per concorso esterno, risultano avere avuto frequenti contatti con appartenenti alla ’ndrangheta.
È il caso di Francesco Berte, all’epoca delle indagini medico penitenziario in servizio presso la Casa Circondariale di Monza che, alla ricerca di una candidatura politica che gli garantisse un futuro incarico di direttore generale di una Asl, intratteneva frequenti rapporti con Rocco Cristello – capo della locale di Seregno ed assassinato a Verano Brianza il 27 marzo 2008 – durante il periodo in cui questi svolgeva attività lavorativa in regime di semilibertà presso il Giardino degli Ulivi a Seregno.

Erano altresì emersi contatti tra esponenti della locale di Desio e il medico originario di Reggio Calabria, Nicola Mazzacuva, che ricopriva, all’epoca di Infinito, la carica di presidente del consiglio comunale di Desio.

Mazzacuva, in particolare, avrebbe avuto diretti contatti con Saverio Moscato (partecipe della locale di Desio e fratello di Annunziato, capo locale), tanto da prendere parte al funerale della madre dei fratelli Moscato. La giunta comunale di Desio si sciolse con le dimissioni di numerosi consiglieri comunali proprio a seguito delle accertate infiltrazioni mafiose e per il coinvolgimento nella stessa inchiesta del presidente del consiglio comunale Mazzacuva, del consigliere Natale Marrone, e dell’ex assessore provinciale Rosario Perri.

Infine, sempre nel filone desianano dell’indagine era emersa la figura di Pietrogino Pezzano, direttore generale della Asl di Milano, in contatto con Eduardo Sgrò (che grazie a questa “entratura” si aggiudicava la commessa per la fornitura di condizionatori per la Asl di Desio), Candeloro Pio, Candeloro Polimeni e Saverio Moscato, condannati per associazione di tipo mafioso. Nonostante tali rapporti fossero stati disvelati e resi pubblici dopo gli arresti nell’indagine Infinito, Pezzano veniva nominato direttore generale della Asl Milano 1. A seguito dell’ondata di sdegno sollevata da tale nomina era stato poi “sfiduciato” dal consiglio regionale lombardo.
All’esito delle molte indagini che vedono coinvolti esponenti della criminalità organizzata e appartenenti al mondo sanitario si è avuto modo di constatare anche in questo settore un drastico abbassamento del “costo morale” nella sua duplice valenza: interna (della coscienza individuale) ed esterna (del giudizio del contesto sociale).

Una frase di Giovanni Falcone a proposito di mafia e antimafia diceva: “È sbagliato pensare alla mafia come ad una piovra, ad un cancro, a qualcosa di estremamente brutto ed altro rispetto a noi, noi invece dobbiamo pensare che un poco ci assomiglia”.
Questo ci deve far riflettere sulla necessità di alzare la nostra soglia critica e tenere ben presente che l’etica non coincide con la sfera penalmente rilevante dei comportamenti, dunque non è detto che ciò che è penalmente irrilevante sia eticamente accettabile.

Nella foto Pietrogino Pezzano

Milano - Telefonate e richieste di favori per i parenti. I rapporti della ‘ndrangheta con il mondo della sanità

di Cesare Giuzzi da il Corriere della sera

MILANO Ci sono gli appalti. C’è il grande business delle cliniche private e dei rimborsi. Ci sono «gli amici» nelle Asl. Come l’ex direttore sanitario dell’Asl di Pavia Carlo Chiriaco (condannato a 12 anni), che parlava al telefono degli assetti della ‘ndrangheta, di cariche e «doti». O come Pietrogino Pezzano che guidava l’Asl Milano 1 ed è finito nelle fotografie dei carabinieri mentre chiacchera con uno dei boss brianzoli. Pezzano è stato solo sfiorato dalle indagini, poi davanti al clamore suscitato da quelle foto s’è fatto da parte e ha scelto la pensione. Di certo, dopo la rivelazione che l’Antimafia milanese sta indagando su due medici chirurghi (uno del Niguarda, l’altro del Policlinico di Monza), c’è ancora una volta la conferma che la ‘ndrangheta al Nord punta sulla sanità. Non solo per il business degli appalti e delle cliniche private. Ma anche per interessi ben più modesti. A cominciare dalla necessità di «fare pubbliche relazioni».

Quelle che, ad esempio, permetteranno ad Antonino Lamarmore, capo del «locale» di Limbiate di arrivare a un medico brianzolo per tentare di «ottenere la scarcerazione» del fratello ergastolano rinchiuso nel carcere toscano di San Gimignano. Lo raccontano alcune pagine dell’inchiesta Infinito-Crimine del 2010. L’operazione non riesce, ma Lamarmore ottiene la disponibilità di un medico a visitare il fratello e a predisporne il ricovero in Brianza. Lo stesso medico avrebbe «seguito il ricovero e la degenza» della cognata di un boss milanese nella stessa struttura sanitaria. A fare da tramite un infermiere che lavora nel medesimo ospedale. Per «sdebitarsi del favore ricevuto e consolidare i rapporti con il medico», il capolocale (condannato a 10 anni per mafia) organizzerà poi una cena per medico, infermiere e rispettive mogli, in un ristorante della provincia di Milano. Alla serata, come annotano i poliziotti, partecipa il «gotha» della ‘ndrangheta milanese.

In una intercettazione c’è invece un esponente di un clan calabrese che contatta il fratello di un potente boss di Milano (condannato a 14 anni) per chiedere il cellulare del medico «amico»: la figlia sta male, serve una visita urgente. La ‘ndrangheta lombarda, insomma, ha dimostrato di avere ottime entrature nel mondo della sanità. Nella relazione della squadra Mobile, inviata a Roma, che ha fotografato i nuovi assetti delle cosche (i clan puntano su affiliati da candidare alle elezioni perché i politici sono considerati poco affidabili) si parla di due medici attualmente sotto inchiesta. Il nome di uno dei due chirurghi era emerso per la prima volta due anni fa in un’indagine delle Fiamme gialle. Era sospettato «di essere coinvolto in un traffico di droga con uomini della ex Jugoslavia». Alcuni suoi parenti sono già stati condannati per mafia e sequestro di persona.

Seregno - La singolare lotta antimafia di Giacinto Mariani

Il sindaco di Seregno Giacinto Mariani, non potendo più negare la presenza della 'ndrangheta a Seregno, si iscrive al partito antimafia.

Ma lo fa in un modo singolare, il primo atto è stato infatti quello, stando a il Giornale di Seregno, di recarsi dai carabinieri per fare una segnalazione per procurato allarme (vedi articolo). L'allarme l'avrebbe procurato Frediano Manzi, presidente di SOS Racket Usura, parlando, sempre con il Giornale di Seregno, di intimidazioni ricevute da consiglieri comunali.

Giacinto Mariani avrebbe spiegato la sua scelta in questo modo: “Se è vero che qualcuno è stato minacciato deve dirlo perché sul nostro territorio questi schifosi (ha affermato riferendosi ai mafiosi, ndr) non possono attecchire. Ma se non è vero qui siamo di fronte a un procurato allarme perché questo fatto crea allarme a tutta la città, a un territorio serio e onesto”.

L'aggettivo “schifosi ” associato a mafiosi dovrebbe comprovare la volontà di Giacinto Mariani di lottare contro la presenza della 'ndrangheta a Seregno. Una specie di medaglia dell'antimafia che il sindaco si appunta sul petto.

Difficilmente collocabile nel campo antimafia è invece il sostegno che Giacinto Mariani ha dato a Pietrogino Pezzano.

La vicenda di Pezzano è abbastanza nota e ne ha diffusamente parlato la stampa nazionale e locale.
Direttore Generale dell'Asl di Monza  e Brianza fino al dicembre 2010, è stato intercettato nell'ambito dell'operazione Infinito in amichevole colloquio con Candeloro Pio, secondo gli inquirenti capo della locale della 'ndragheta di Desio, con Edoardo  e Giuseppe Sgrò, anch'essi arrestati a luglio nell'operazione Infinito. E fotografato dai carabinieri in compagnia di Saverio Moscato (deceduto) e Candeloro Polimeni, anch'esso arrestato.
La ditta dello Sgrò per l'asl di Monza diretta da Pietrogino Pezzano ha installato gli impianti di condizionamento nelle sedi di Cesano Maderno, Desio e Carate Brianza.
Pietrogino Pezzano, inoltre, “è stato indagato per quasi due anni per concorso in «associazione mafiosa» insieme ad altri 168 presunti affiliati alla ' ndrangheta. Fino allo scorso 3 dicembre, quando il gip ha emesso «decreto di archiviazione delle accuse», dopo che i pm della Direzione distrettuale antimafia di Milano hanno stralciato la sua posizione da quella del resto degli indagati nel maxiblitz del 10 luglio” (vedi articolo).

Restano accertati per la Procura i rapporti con i presunti 'ndranghetisti.

Pino Neri, considerato il reggente della 'ndrangheta in Lombardia così parla di Pietrogino Pezzano in un'intercettazione.

"Tu lo conosci a Gino Pezzano? È un pezzo grosso della Brianza, della Sanità... Fa favori a tutti». Oppure: «È uno che si muove bene, con Abelli sono grandi amici, l’ho presentato io a Gino». (vedi articolo)

[continua sotto]

Quando nel dicembre 2010 si devono scegliere gli amministratori per le Asl lombarde. Il sindaco Giacinto Mariani si era espresso per “la riconferma e la continuità nella gestione della sanità nel territorio” e in particolare aveva detto: “Abbiamo riferito ai direttori generali che hanno recepito nel migliore dei modi le aspettative dell’utenza. Giuseppe Spata (San Gerardo), Maurizio Amigoni (Desio Vimercate) e Pietrogino Pezzano (Asl) hanno operato con grande professionalità” (vedi articolo).

Ma non solo, quando la Regione Lombardia aveva deciso di sostituire Pietrogino Pezzano e spostarlo all'Asl 1 di Milano, il sindaco di Seregno Giacinto Mariani aveva voluto rendere noto alla stampa il suo rammarico: “avevo espresso il desiderio che qui in Brianza ci fosse continuità. Desiderio che poi era il parere del territorio [..] dopo aver toccato con mano l’alto grado di qualità non soltanto dei manager degli ospedali di Monza e Vimercate e dell’Asl ma di tutto lo staff»

Tutto questo il 27 dicembre 2010 quando le intercettazioni dell'operazione Infinito del luglio 2010, di cui Giacinto Mariani si definisce sostenitore, erano a conoscenza dell'opinione pubblica così come si era a conoscenza dell'indagine che pendeva sul capo di Maurizio Amigoni e del direttore dell'Ospedale di Vimercate Della Negra per turbativa d'asta per l'appalto del Teleospedale (vedi articolo).

Fosse dipeso da Giacinto Mariani, Pietrogino Pezzano guiderebbe ancora l'Asl di Monza e Maurizio Amigoni sarebbe ancora il direttore sanitario dell'Ospedale di Desio.

A seguito di una lunga battaglia dei sindaci del PD *, i cui territori fanno parte dell'Asl1 di Milano, dei consiglieri regionali del Pd , dell'Idv e della sinistra e dopo la mozione di sfiducia votata dal Consiglio Regionale Lombardo, alla fine Pietrogino Pezzano è stato costretto a rassegnare le dimissioni dal nuovo incarico di direttore dell'Asl 1 Milano
Incarico inopportuno per il manager fotografato con i boss della 'Nadrangheta”  così il titolo dell'articolo sul Corriere della Sera del 13 aprile 2011.

Per dovere di cronaca bisogna aggiungere che uno dei più convinti oppositori alla nomina di Pietrogino Pezzano all'Asl 1  di Milano è stato proprio Frediano Manzi (vedi articolo) che si batte da anni contro l'usura e la presenza della mafia nel territorio milanese, pagando di persona, e le cui denunce hanno sempre colto nel segno, dal racket della case popolari dell'Aler, all'arresto del Prefetto Carlo Ferrigno

di k.ts

 


* il PD non si comporta ovunque allo stesso modo. A Seregno, ad esempio, il consigliere del PD, Pietro Amati a seguito dell'articolo apparso su infonodo.org 'Ndragheta  a Seregno, affinità e divergenze ha presentato un'interpellanza che si concludeva in questo modo:

"Si chiede pertanto se l’Amministrazione Comunale è a conoscenza del citato articolo; se intende smentirne i contenuti e, per quanto la riguarda direttamente (e nella speranza che il tutto si riveli una “bolla di sapone”), si chiede se il Sindaco (o la Giunta tutta) abbia già provveduto a tutelare il proprio nome e il buon nome della città."

Il sindaco di Seregno non ha  perso l'occasione e accogliendo la sollecitazione propostagli dal PD  ha annunciato che avrebbe presentato un esposto contro gli autori dell'articolo. Tutto per la salvaguardia del buon nome della città e si spera con piena soddisfazione di Pietro Amati.

Di seguito il testo completo dell'interpellanza del consigliere Pietro Amati:

 

Alla Presidente del Consiglio Comunale

Avv. Ilaria Cerqua

Oggetto: Interpellanza: In nome della legalità e della trasparenza

Spesso le interpellanze/interrogazioni nascono da articoli di stampa. Ma oggi il web è elemento che ci fornisce dati più elaborati e completi, anche in tempo reale.

Sul web, al sito infonodo.org, ad oggi, più di 1800 persone hanno letto un articolo (inserito il 23 marzo u.s.) che riguarda l’ultima operazione della D.D.A. sulle infiltrazioni mafiose.

Anche Seregno è stata toccata da questa operazione e l’articolo “’Ndrangheta a Seregno” ne sviscera aspetti di diversa natura.

Tra le cose espressamente scritte e quelle che vengono lasciate intuire, apparirebbe una situazione preoccupante ; l’operazione “Infinito” dello scorso luglio non apparirebbe certamente episodica: il fenomeno è ancora in atto se non in fase di ricostruzione.

Nel citato articolo, però, si fanno i nomi di politici locali di primo piano dell’Amministrazione e l’immagine delle Istituzioni della nostra città ne appare compromessa.

Si chiede pertanto se l’Amministrazione Comunale è a conoscenza del citato articolo; se intende smentirne i contenuti e, per quanto la riguarda direttamente (e nella speranza che il tutto si riveli una “bolla di sapone”), si chiede se il Sindaco (o la Giunta tutta) abbia già provveduto a tutelare il proprio nome e il buon nome della città.

Seregno, lì 29 marzo 2011

Pietrogino Pezzano si è dimesso

Si dimette il direttore generale dell'ASL di Milano 1, fotografato coi boss della ndrangheta e messo da Formigoni a capo del più importante distretto sanitario italiano.

Chi l'ha silurato in Regione?

 

http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_aprile_13/ndrangheta...

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