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Il miracolo Coop: la grande banca all'insaputa della vigilanza

di Giorgio Meletti da il Fatto quotidiano

Alla Banca d'Italia devono essere un po’ distratti. Ci sono circa 11 miliardi di risparmi degli italiani depositati presso i supermercati a marchio Coop e gli occhiuti vigilantes del governatore Ignazio Visco nemmeno lo sanno. O fingono di non saperlo. La storia della banca sommersa di nome Coop è una utile chiave di lettura per lo scandalo Mafia Capitale. L’ormai celebre foto dell’attuale ministro del Lavoro e allora presidente di Legacoop Giuliano Poletti con il ras della cooperativa 29 giugno Salvatore Buzzi non segnala indicibili complicità o silenzi ma una realtà alla luce del sole: alle cooperative, bianche, rosse o nere, tutto è permesso. E secondo una retorica ben rodata chi le critica è un nemico del popolo, anche quando al popolo fanno sparire i risparmi. Il problema della banca clandestina è stato sollevato dal Fatto un anno fa. Se uno porta i suoi soldi in banca, in caso di crac dell'istituto prescelto il suo deposito è garantito dal Fondo interbancario di garanzia.

Se uno porta i soldi alla Coop, invece, non c’è nessuna garanzia. Enrico Migliavacca , vicepresidente dell'Associazione delle cooperative di consumo, scrisse al Fatto : “È falso affermare che siano a rischio 10 miliardi di risparmi delle famiglie”. I fatti hanno smentito tanto ottimismo. A Trieste la Cooperative Operaie ha fatto crac al termine di un'acrobatica agonia su cui sta facendo luce la magistratura, e si sono volatilizzati 103 milioni di risparmi di 17 mila risparmiatori. Subito dopo, in Friuli, è saltata la CoopCa, la cooperativa della Carnia. Altri 30 milioni di risparmi. È un mondo a due velocità. I clienti della Tercas, la Cassa di risparmio di Teramo commissariata dalla Banca d'Italia e il cui direttore generale, accusato del crac, è imputato di associazione a delinquere, non hanno perso un euro. I clienti delle Coop, invece, con il crac rischiano di perdere tutto.

COM'È POSSIBILE? Basta chiamarsi cooperativa, come insegna il maestro Buzzi. Nella citata missiva Migliavacca affermava con nettezza: “Coop non è una banca”. Infatti la raccolta del risparmio che organizza in ogni suo punto vendita (11 miliardi di euro, circa dieci volte la raccolta della Tercas) si chiama “prestito soci”. Il Fatto ha posto alla Banca d’Italia la seguente domanda: “Esiste una forma di vigilanza sul cosiddetto “prestito soci” delle cooperative?”. La risposta è stata: “No. In base alla legge, la Banca d’Italia è competente per la vigilanza sulle banche”. Una seconda, più stringente, domanda (“Un’attività definita di ‘gestione della liquidità dei soci’ può essere svolta da una cooperativa?”), ha ricevuto una risposta più stupefacente della prima: “In assenza di dettagli sulle specifiche caratteristiche dell’attività di ‘gestione della liquidità dei soci’, non è possibile affermare se essa rientri o meno tra le attività riservate agli intermediari finanziari”. Per aprire una banca serve l'autorizzazione della Banca d'Italia e bisogna sottoporsi alla sua vigilanza. Ma se uno apre una banca seguendo due accortezze (non scriverlo nell’insegna e non fornire dettagli alla Banca d'Italia) può fare quel che gli pare.

La questione è quasi teologica. Che cos'è una banca? Nelle “Istruzioni di vigilanza” della Banca d'Italia si trova la definizione: “La raccolta del risparmio tra il pubblico è vietata ai soggetti diversi dalle banche, fatte salve le deroghe previste dall’art. 11, comma 4, del T.U.”. La deroga riguarda il prestito con cui il socio finanzia l'attività della sua cooperativa. Poi si legge: “Sono comunque precluse ai soggetti non bancari la raccolta di fondi a vista e ogni forma di raccolta collegata all’emissione o alla gestione di mezzi di pagamento”. Quindi chi fa raccolta “a vista” o è una banca o delinque. Che cos’è la raccolta a vista? “La raccolta che può essere rimborsata su richiesta del depositante in qualsiasi momento con un preavviso inferiore a 24 ore”. Adesso vediamo le cose che i distratti della Banca d'Italia – dopo aver scritto le stringenti regole – potrebbero vedere con una sia pure superficiale ricerca su Internet. Lo stesso Migliavacca di “la Coop non è una banca” scrive nel “Decimo rapporto delle cooperative dei consumatori”: “Il prestito sociale è una forma di deposito a vista immediatamente liquidabile”. A vista. E continua: “I soci prestatori possono utilizzare la carta Socio- Coop per prelevare contante dal proprio libretto di risparmio e trasferire denaro sul proprio conto corrente bancario. Inoltre (...) i soci prestatori possono utilizzare la carta SocioCoop come strumento di pagamento della spesa e per il prelievo di contante alle casse dei punti di vendita”.

C'È ANCHE IL BANCOMAT. Un milione 218 mila italiani hanno portato i loro risparmi alla Coop, cui hanno consegnato mediamente 9 mila euro a testa, per un totale di 10,86 miliardi che hanno fruttato interessi totali per 139 milioni di euro. Funziona così: si va alla Coop, si diventa soci, si chiede di aderire al prestito soci, si ottiene un libretto tipo quelli della Posta, si portano i soldi da depositare. Ci sono vantaggi notevoli rispetto alla banca, per esempio nessun costo e, soprattutto, nessuna tracciabilità. Comunque nessun vincolo. Il preavviso delle 48 ore previsto dal regolamento è una formalità dettata da qualche avvocato per far vedere che si sta sopra le 24 ore previste dai regolamenti Bankitalia.

Ma quando uno ottiene una tessera magnetica con cui può pagare la spesa al supermercato o addirittura prelevare il contante dal Bancomat, sempre con addebito sul suo prestito sociale, che cosa può più giustificare la finzione di non chiamare tutto questo una grande banca? Alla Banca d'Italia però si ostinano a far finta di niente. L’avvocato Stefano Alunni Barbarossa, a nome dei soci della cooperativa di Trieste che hanno perso i loro risparmi, ha posto un quesito interpretativo su una circolare Bankitalia sulla raccolta del risparmio tra i soci da parte delle cooperative. Il direttore della sede di Trieste ha così risposto: “Si fa presente che la Banca d'Italia fornisce riscontro diretto alle banche e agli altri soggetti vigilati mentre, di regola, non dà risposta diretta ai quesiti formulati da altri soggetti”. È la linea dura di sempre: finché non arrestano qualcuno alla Banca d'Italia piace far finta di niente. (ha collaborato Ivana Gherbaz)

Stangata alle Fondazioni. L’allarme lanciato dall’Acri: «Imposte raddoppiate in tre anni»

di Rita Querzé da il Corriere della sera del 12/10

«È giusto che le persone sappiano. La tassazione sulle rendite finanziarie delle nostre fondazioni è passata da un’aliquota del 12,50 per cento, in vigore sino al 2011, al 20 per cento a partire dal 2012. E da luglio 2014 è pari al 26 per cento». Anche il non profit combatte con il fisco. A segnalare l’aumento delle tasse per le fondazioni bancarie è stato nei giorni scorsi Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri, l’associazione delle fondazioni bancarie oltre che guida di Fondazione Cariplo, tra le maggiori fondazioni bancarie italiane con un patrimonio di 7,2 miliardi di euro. Le fondazioni bancarie sono note soprattutto per le loro partecipazioni azionarie negli istituti di credito. Meno conosciuta la loro attività a sostegno di non profit e volontariato. Eppure in questi anni di tagli al welfare hanno svolto un ruolo cruciale supportando interventi in settori diversi: dai servizi alla persona all’housing sociale, dalla ricerca scientifica al supporto di arte e cultura. In sostanza le fondazioni hanno come obiettivo la conservazione del patrimonio e il reinvestimento dei rendimenti del patrimonio stesso in attività benefiche. Negli ultimi anni di crisi e rendimenti «magri» anche le erogazioni delle fondazioni sono state limate al ribasso.

Ma il timore è che il peggio debba venire. «L’onere impositivo gravante sulla nostra fondazione ha superato i 42 milioni di euro nel 2013 — spiega Guzzetti —. E, ipotizzando un reddito costante, è possibile prevedere che nel 2014 e negli anni futuri possa attestarsi oltre i 60 milioni di euro annui». Come dire: 18 milioni persi per interventi benefici. L’Acri stima che, nel 2015, nell’ipotesi di rendite finanziarie pari a quelle del 2013, le fondazioni bancarie avranno oneri fiscali superiori per oltre 90 milioni di euro a quelli che avrebbero avuto con una tassazione al 12,5 per cento. Questi 90 milioni rischiano di essere sottratti alle erogazioni. «In Europa siamo l’unico Paese che non prevede benefici fiscali sui rendimenti investiti in filantropia — aggiunge Guzzetti — . E questo è un trattamento ingiusto». Le fondazioni di origine bancaria sono soggetti non profit nati all’inizio degli anni Novanta con la cosiddetta legge Amato.

Le Casse di Risparmio e le Banche del Monte vennero privatizzate. Continuarono a svolgere l’attività creditizia mentre quella filantropica fu riservata alle fondazioni. Ma in cosa consistono le attività benefiche delle fondazioni, giusto per capire quali sono gli interventi a rischio? Anche qui prendiamo il caso di fondazione Cariplo. Nel 2013 l’ente ha erogato circa 145 milioni di euro e ha sostenuto 1.047 progetti. Nell’housing sociale, per esempio (nella foto sopra, il progetto in via Quinto Cenni dietro a via Novara). Nel 2013 sono state ospitate 9 mila persone in difficoltà negli alloggi creati dalla fondazione in giro per la Lombardia. Un esempio: il complesso Pugno Aperto a Treviolo, in provincia di Bergamo, ha messo a disposizione appartamenti a persone in difficoltà che non potevano permettersi una casa, tra loro molti genitori separati con figli a carico. Da non trascurare: la costruzione di quartieri di housing sociale ha contribuito a sostenere un settore come l’edilizia in seria difficoltà.

Nell’ultimo triennio Fondazione Cariplo ha investito circa 80 milioni di euro nella ricerca scientifica. Altri 10,4 milioni di euro nel 2013 sono andati a sostegno del territorio della Lombardia, in senso letterale (percorsi ciclabili, tutela di acqua e suolo, educazione nelle scuole, autostrade «eco» per tutelare le biodiversità). Da notare, per finire, che se un domani le erogazioni dovessero essere tagliate, a venire penalizzato sarà soprattutto il Nord dove oggi si concentra il 74 per cento del patrimonio delle fondazioni.

Chiuso lo stabilimento di Limbiate, Intercos tenta la quotazione in Borsa ma non trova acquirenti

di k.ts.

Niente quotazione in Borsa per Intercos, la società che nel maggio dell’anno scorso ha chiuso lo stabilmento di Limbiate dove lavoravano 146 dipendenti.

L’avventura borsistica per la multinazionale milanese della cosmesi, è terminata alle 15,30 di ieri. In serata la società guidata da Dario Ferrari ha diramato una nota in cui spiega il ritiro dell’offerta pubblica di acquisto (Ipo), apertasi il 29 settembre e conclusasi il 9 ottobre e che in caso di successo avrebbe visto la società quotata al mercato Star della Borsa di Milano dal 14 ottobre.

Si legge nella nota : "Nonostante l'ampio interesse e l'apprezzamento manifestato dagli investitori istituzionali italiani ed esteri nel corso del roadshow e pur considerando la qualita' ed il numero delle adesioni ricevute (corrispondenti ad una richiesta di azioni di poco inferiore al quantitativo massimo offerto), la societa' ha ritenuto che le condizioni dei mercati finanziari, deterioratesi repentinamente nel corso degli ultimi giorni, non consentano di ottenere una valutazione che rifletta fedelmente il reale valore intrinseco e le potenzialita' della societa”.

Che la società non ce l’avrebbe fatta a trovare gli investitori istituzionali per collocare il 44,18% del suo capitale sociale lo si era capito intorno a mezzogiorno di ieri, quando la Reuters ha battuto un’agenzia in cui spiegava che, a poche ore dalla chiusura dell'Ipo, solo tre quarti delle azioni erano state prenotate e al valore più basso della forchetta di prezzo ipotizzata. Forchetta fissata tra i 3,5 e i 4,5 euro (vedi Intercos, book coperto oltre tre quarti, atteso prezzo a minimo ).

La quotazione in Borsa, Intercos l’aveva tentata già nel luglio 2006, ma anche allora la società aveva ritirato l’Ipo e rinunciato al progetto di quotazione “ a causa delle condizioni dei mercati finanziari”.
In quel frangente advisor dell’operazione erano state Caboto e Jp Morgan.

Nel maggio dello stesso anno era stata quotata in Borsa la Saras della famiglia Moratti con il coinvolgimento sempre di Jp Morgan.
La quotazione di Saras era stata al centro di un’inchiesta giudiziaria, conclusasi nel 2011 con l’archiviazione, perché si sospettava che la società, coperta da debiti, fosse stata quotata a un prezzo molto superiore per consentire alle banche creditrici di rientrare dalla forte esposizione (vedi Il tracollo in Borsa di Saras). Durante l’inchiesta era emersa una mail in cui Federico Imbert, allora numero uno di JP Morgan Italia, scriveva: “Parlato a lungo con Miccichè di Intesa. È contento del lavoro fatto insieme su SARAS e Intercos. È personalmente a disposizione per stimolare forza vendita specialmente su SARAS. Chiede di informarlo se vediamo problemi o sgranature. Tiene ovviamente molto al successo data l'esposizione sua e di Passera con i Moratti. È stato da lui Galeazzo Pecori Giraldi di Morgan Stanley consigliando di non esagerare sul prezzo” (vedi Italian bankster a culo scoperto!”.

In questi giorni del 2014 è stata invece Rothshild l’advisor della quotazione di Intercos, mentre coordinatori dell’offerta: Banca Imi, Merryl Linch e UBS.

Banca Imi è esposta per 38 milioni di euro con Intercos, mentre BNP Paribas, che ha giocato anch’essa un ruolo nella tentata quotazione di Intercos, è esposta per 18 milioni di euro.
Complessivamente Intercos aveva al 30 giugno 2014 debiti finanziari per circa 225 milioni di euro (vedi tabella sotto).

Il debito con le banche in scadenza 2015-2016 è stato in parte rimborsato a fine luglio e poi rinegoziato con scadenze più lunghe. Al momento Intercos ha debiti finanziari per 208milioni di euro.

L’indebitamento è frutto del finanziamento da 250milioni di euro concesso a partire dal 2007 a Intercos dal pool di banche costituito da: Banca Imi (Intesa San Paolo), BNP Paribas, Credit Agricole, Nataxis, Banca Popolare Emilia Romagna, Banco Popolare Lodi, BNL, UBI e Unicredit.
A pegno del finanziamento, le banche detengono tutte le quote azionarie di Intercos oltre alle ipoteche sugli immobili e sui macchinari della società, e negli accordi sono previste diverse limitazioni alla libertà d’azione del management.
I proventi della quotazione sarebbero serviti alla proprietà a pagare i debiti con le banche.

Secondo il prospetto informativo depositato e approvato dalla Consob, unico impianto libero da ipoteche e gravami è quello di Limbiate, chiuso a seguito dell’avvio della procedura di licenziamento collettivo comunicato dall’azienda ai lavoratori nel marzo del 2013.

La vicenda dei 146 lavoratori dello stabilimento di Limbiate (in maggioranza donne), aveva raccolto, lo scorso anno, la solidarietà e l’interesse di diversi esponenti politici (in una foto al presidio al di fuori dell’azienda era comparsa anche la biassonese Alessia Mosca, al tempo onorevole vicina a Enrico Letta, poi diventata europarlamentare del PD, vedi il comunicato stampa: Crisi Interfila, le azioni messe in campo dal PD) e lo stesso PD di Limbiate aveva concesso l’area, dove era solito organizzare la festa del partito, ai dipendenti Interfila che avevano gestito una festa, per l’occasione denominata: La fabbrica della speranza, raccogliendo 20mila euro (vedi sito: Interfila, la fabbrica della speranza). 

Speranza di breve durata perché il 10 luglio 2013, le rappresentanze sindacali della fabbrica, assistite dalle organizzazioni sindacali territoriali firmavano il licenziamento collettivo per i 146 dipendenti dello stabilimento di Limbiate, con il ricorso per due anni alla cassa integrazione guadagni straordinaria, prima della mobilità.
Al momento dei 146 dipendenti: 38 sono stati ricollocati all’interno del gruppo, 14 sono stati licenziati, 93 sono in cassa integrazione e uno risulta dimesso, secondo quanto si legge nelle due pagine che il prospetto informativo di Intercos dedica alla chiusura dello stabilimento di Limbiate e che riportiamo sotto.

Al 30 giugno 2014, il gruppo milanese Intercos, contava 2.834 dipendenti di cui 841 in Italia ( tra i quali i 93 in cassa integrazione di Limbiate) e 1.993 all’estero, in gran parte nei tre stabilimenti cinesi: i due di Suzhou e  quello di Shangai. Un altro stabilimento sempre a Suzhou è in costruzione e diventerà operativo dal febbraio 2015.

 

Intercos_Limbiate

Carate Brianza - C’è la crisi, ma la Bcc cresce. La raccolta globale (2.642 milioni di euro) sale del 6,4%

di Laura Ballabio da il Giorno

LA BCC di Carate Brianza è una delle Bcc della Lombardia che ha fatto registrare il bilancio in attivo. Il 2013 si chiude con un utile netto di esercizio di 4,013 milioni di euro, dopo rettifiche prudenziali sui crediti per 26,6 milioni. Nonostante il perdurare della recessione economica che ha caratterizzato buona parte dell’anno 2013 e che sta di fatto incidendo sulla capacità di risparmio delle famiglie e accrescendo le difficoltà per le imprese, emergono risultati che confermano la sostanziale tenuta sia della solidità della banca che del conto economico.

LA BCC di Carate Brianza si conferma ormai da anni tra le prima banche di credito cooperativo a livello nazionale, per volumi ma anche per dimensioni, potendo contare su una rete che copre l’asse Milano-Lecco; in particolare nel capoluogo milanese risulta la Bcc più presente con all’attivo quattro sportelli. Il patrimonio di vigilanza si attesta a 239,56 milioni di euro (235,8 nel 2012). Nel corso dell’anno la raccolta globale ha raggiunto i 2.642 milioni di euro con una crescita del 6,4% rispetto all’anno precedente. Per quanto riguarda il lato impieghi, si è assistito a una riduzione del credito erogato da parte del sistema bancario italiano motivata da un indebolimento della domanda e da un peggioramento della qualità del credito; per la Bcc di Carate Brianza questi fattori hanno portato a una contrazione del 5,06% dello stock di impieghi rispetto al 2012.
«Anche quest’anno possiamo presentare un bilancio positivo, che testimonia il buon lavoro fatto in questi ultimi anni in cui, nonostante le difficoltà sempre maggiori dovute alla crisi, siamo riusciti a mantenere alta la fiducia da parte delle famiglie e delle imprese del territorio - ha spiegato il presidente della Bcc Annibale Colombo -. Anche nel 2013 infatti la Banca ha confermato il proprio impegno verso il territorio dando vita a oltre 250 interventi tra manifestazioni, sponsorizzazioni, erogazioni liberali e opere di sostegno alla collettività, per circa 2 milioni di euro».

DOMENICA 11 MAGGIO alle 9 al Nuovo Auditorium Bcc in via Garibaldi 37 a Carate Brianza è in programma l’assemblea ordinaria dei soci della Banca. 

Brianza - Banche e aziende: il credito è garantito

da il Giorno

LE BANCHE (secondo le imprese) prestano i soldi col contagocce. Le imprese, anche a causa della crisi, non danno abbastanza garanzie (secondo le banche) di poter restituire in futuro quanto prestato. Comunque la si veda è «un cane che si morde la coda» ed è una delle situazioni che, volenti o nolenti, hanno determinato l’acuirsi delle difficoltà per migliaia di piccole e medie imprese trovatesi, dall’oggi al domani, senza liquidità. Per favorire l’accesso al credito Confindustria Monza e Brianza ed Euler Hermes, società del gruppo Allianz e leader mondiale dell’assicurazione crediti, hanno siglato un accordo per la tutela e la garanzia del credito a favore delle imprese brianzole. L’intesa è stata sottoscritta nei giorni scorsi nella sede dell’Associazione tra il presidente della piccola industria, Gabriella Meroni e Mario Cinque, head of distribution di Euler Hermes Italia.
«La criticità nei pagamenti e le difficoltà di accesso ai finanziamenti a breve termine sono rischi che le imprese del territorio stanno affrontando nell’attuale congiuntura. L’accordo, nella prima fase, prevede l’erogazione dei servizi di assicurazione del credito a condizioni vantaggiose per gli associati a Confindustria Monza e Brianza a cui farà seguito - in un secondo momento - il coinvolgimento di istituti di credito locali nel processo che permetterà un migliore accesso ai finanziamenti bancari attraverso la garanzia di Euler Hermes. In questo modo gli istituti di credito, saranno in grado di erogare credito a tassi agevolati e inserire linee suppletive per liquidare i crediti commerciali che risulteranno di conseguenza a basso rischio», spiegano da Confindustria Brianza.
«Nell’attuale scenario economico, una delle attività svolte prioritariamente da Euler Hermes è fare sistema per sostenere i fabbisogni di garanzia e tutela del credito delle Pmi - ha detto Mario Cinque - e questo accordo è senz’altro un valido esempio. La gestione del credito, la valutazione dei clienti/fornitori e quella dei settori e dei mercati in cui operare a basso rischio, diventano per le aziende leve strategiche».

CON QUESTO accordo, Confindustria Monza e Brianza offre alle sue imprese uno strumento dedicato all’assicurazione del credito. «Se un’impresa ha un credito assicurato – ha affermato Gabriella Meroni, presidente del Comitato piccola industria di Confindustria Monza e Brianza - e la beneficiaria unica dell’assicurazione è la banca, è chiaro che quest’ultima dovrà riservarle migliori condizioni. Per entrambe le controparti - ha sostenuto Meroni - può essere uno strumento vantaggioso: la linea di credito sarà garantita, pertanto da una parte la banca non sarà esposta al rischio finanziario e dovrà accantonare meno risorse finanziarie per i parametri di Basilea 2 e 3. Dall’altra, l’impresa godrà di condizioni di maggior favore alle quali, senza l’assicurazione, non avrebbe accesso».

Galassia Martinez. Dalle Isole Vergini a Barcellona e Siena

di Massimo Sideri da il Corriere della sera

«Segui i soldi» dice Gola profonda a Robert Redford nel film sul Watergate, Tutti gli uomini del presidente. Il problema con la galassia di David Martinez — il finanziere messicano neo azionista di Monte dei Paschi di Siena e in attesa di prendere il controllo di Telecom Argentina — è che i soldi spariscono presto, già al primo piano delle sue realtà gemelle: Fintech Advisory Inc, la società al 375 di Park Avenue, New York, con domicilio in Delaware, e Fintech Advisory Ltd in Grant Thorton House a Londra.

Della prima si sa solo che è la società usata per le operazioni d’Oltreoceano, che ha 4 dipendenti, 56o mila euro di profitti e zero utili. Leggermente più corposo il bilancio della cugina londinese che Martinez ha usato per acquistare il 5% del Banco Sabadell, la quarta banca privata spagnola, e che probabilmente deterrà anche la quota in Mps. In questo caso il giro d’affari è di 3,59 milioni di dollari e un utile netto di 5 mila euro (sic!). Se poi si sale di un ulteriore livello si finisce nell’isola delle British Virgin Island, Tortola, a Road Town, dove si perde qualunque segnale «gps» e dove diventa impossibile anche dire di chi siano i soldi-che-nonsi- vedono.

Martinez opera da solo o come gestore del fondo? Nell’isola risiedono la Fimex International Ltd, presso la Morgan&Morgan, e la Fintech Investment Ltd. D’altra parte non è certo il primo e non sarà certo l’ultimo ad usare lo schermo dei paradisi fiscali. C’è un motivo se a Tortola ci sono 15 mila abitanti e oltre 400 mila società offshore. E allora, visto che Martinez avrebbe anche pagato una società per «pulire» il web, l’unico modo per procedere è spulciare nei documenti ufficiali (pochi) come quelli della Sec, l’authority Usa che vigila su Wall Street, e quelli dei processi in Argentina.

Nel 2003 la Fintech Advisory Inc. si scontrò con Arun Sarin, allora chief executive officer di Vodafone, e Ricardo Salinas, propietario di Movil, operatore telefonico messicano, per il controllo di Iusacell. Nelle lettere inviate agli azionisti di Iusacell e nei documenti relativi depositati presso la Sec emergono due particolari importanti: il primo è il ruolo di Julio Herrera, messicano con la cittadinanza statunitense, al fianco di Martinez fin dal ‘97. Herrera compare a tutti i livelli della galassia: è sia il procuratore che firma per la Fimex International, sia il presidente di Fintech a New York. Ed è sempre lui che entra nelle società per gestirle come è accaduto con Cablevision, la società argentina che controlla a sua volta il giornale anti-governativo, Clarìn. L’altra cosa che emerge è che, in pratica, tutte le società ai piani inferiori sono solo società di advisoring e scatole di comodo per presentare le offerte.

La Fimex è la cassaforte chiave come si capisce leggendo i documenti Sec di acquisto delle quote di Nortel, la holding che controlla parte del capitale di Telecom Argentina. L’altro indizio importante dei documenti è il modus operandi, sempre lo stesso, del finanziere messicano: acquista con la Fimex debiti deteriorati a basso costo. Poi tenta di acquistare la società stessa forte del controllo sull’indebitamento. Con Iusacell gli andò male e rimase con il cerino in mano. Con Cablevision, la società un tempo di John Malone, il gioco valse la candela: salì al 50% del gruppo contravvenendo alle stesse leggi argentine che limitano al 30% la quota massima di una società media in mano a uno straniero. Nel processo, pur dovendo accettare di scendere al 40%, fu difeso dalla procura per essere stato il «più grande investitore privato in Tango bond». Nella sostanza il più importante creditore singolo dell’Argentina. La cifra? Un miliardo di dollari.

msideri@corriere.it

Monza - Crollo dei presiti. I soldi restano fermi nelle banche

di Martino Agostoni da il Giorno

SEMPRE più denaro entra nelle banche monzesi ma sempre meno ne esce. E il 2013, negli ultimi cinque anni di forte crisi economica, è stato il peggiore per quanto riguarda il settore del credito, con un crollo dei prestiti concessi, mentre hanno chiuso a Monza anche quattro banche.

LA SITUAZIONE può apparire contraddittoria quando si assiste da anni alla crescita costante della quantità di soldi depositati nei 101 sportelli bancari aperti a Monza l’anno scorso, un fenomeno che negli ultimi 15 anni non ha avuto pressoché mai battute d’arresto neppure nell’ultimo periodo più nero per i portafogli di tutti. Dal 1998 al 2013 il denaro accumulato dai monzesi è più che raddoppiato, passando da 1,6 miliardi di euro complessivi depositati nelle banche cittadine ai 3,8 miliardi di euro calcolati l’anno scorso che, a loro volta, sono cresciuti di quasi lo 0,3% rispetto al 2012, quando invece aumentarono del 2,4% sul 2011, e via così con quasi ogni anno che ha segnato un record nuovo sul precedente.
È una realtà, quella della città di Teodolinda, fiutata da chi lavora coi soldi tanto che, di pari passo, hanno aperto sportelli bancari uno dopo l’altro fino all’anno scorso: ce n’erano 63 nel 1998, hanno continuato ad aprirne di nuovi arrivando a 105 sportelli nel 2010, fino al 2012 sono rimasti uguali, poi nel 2013, per la prima volta a Monza, si sono registrate le prime 4 chiusure. Poco, ma è un segnale della situazione dove è vero che i 122.966 residenti a Monza hanno notevoli accumuli di denaro, come se ognuno avesse un conto corrente personale con un saldo in attivo di 30.954 euro, ma la filiera economica non va oltre a quello.
In pratica i soldi sono fermi ed è un segnale di calo dei consumi e di recessione degli investimenti. C’è timore a spendere e quello che si ha, si preferisce tenerlo infruttifero in banca piuttosto che usarlo, oppure rischiarlo, in un periodo di forte incertezza. Ma questo non lo stanno facendo solo i consumatori, è una strategia di difesa che hanno messo in atto anche le banche. I dati sui depositi bancari del 2013 sono stati divulgati mercoledì dalla Banca d’Italia, e l’ufficio statistica del Comune ha subito estratto i valori relativi alla situazione cittadina, ma assieme alle entrate, c’erano anche i valori delle uscite dagli istituti di credito.
I cosiddetti «impieghi», ovvero il denaro prestato dalle banche a Monza, sono in calo dall’inizio della crisi. Dal 2009 a oggi si è passati da 9 miliardi erogati in mutui e prestiti a 8,2 miliardi, con un calo solo nell’ultimo anno del 6,4%, pari a oltre mezzo miliardo di euro in meno concesso dagli sportelli cittadini. Le banche hanno quindi chiuso i rubinetti, ma l’indebitamento storico in città resta alto: i monzesi avranno pure tanti soldi accumulati, ma ne hanno ancora di più di debiti, ben 8,2 miliardi complessivi, pari a 67mila euro che ciascuno in media deve restituire. 

L’Ue verso la linea dura con le banche svizzere

di Ivo Caizzi da il Corriere Economia

La linea dura degli Stati Uniti contro le banche svizzere, accusate di aiutare gli evasori stranieri a non pagare le tasse, ha messo nel mirino anche il Credit Suisse. In precedenza era toccato all’altro colosso elvetico Ubs, che aveva dovuto pagare un mega-risarcimento e rivelare migliaia di proprietari Usa di conti segreti. Ormai appare chiaro che la strategia aggressiva e punitiva lanciata dal presidente Usa Barack Obama, nell’ambito del programma anti- evasori fiscali Fatca, risulta l’unica davvero efficace per contrastare le banche svizzere impegnate ad aiutare chi non vuole pagare le tasse. Al punto che l’Unione europea inizia a prenderne atto.

Un segnale è stata la minaccia di bloccare la libera circolazione dei capitali europei diretti nelle banche svizzere. In questo caso Bruxelles ha reagito all’esito del referendum anti-immigrati stranieri nella Confederazione elvetica, che – se portasse a quote negli ingressi — violerebbe l’accordo Ue/Svizzera sulla libera circolazione dei cittadini europei e uno dei principi fondamentali comunitari. Ma, dopo che il presidente di turno del Consiglio Affari generali dell’Ue, il ministro greco Evangelos Venizelou, ha ventilato la fine del flusso di capitali europei diretti nelle banche svizzere, a Bruxelles si sta diffondendo la convinzione di una possibile estensione della stessa ritorsione alla materia fiscale. L’obiettivo è ottenere lo scambio automatico di informazioni sugli evasori nascosti in Svizzera dietro conti segreti, società anonime e veicoli formalmente domiciliati nelle piazze offshore. L’effetto successivo sarebbe la fine delle resistenze di due Paesi Ue (Austria e Lussemburgo), che mantengono il segreto bancario appellandosi a motivi di concorrenzialità con gli istituti elvetici e degli altri paradisi fiscali.

icaizzi@corriere.it

Bad Bank. La via italiana passa (solo) dai privati

di Stefano Righi da il Corriere Economia

Ma quale Badbank ? Quei tempi sono passati mentre in Italia eravamo distratti da altri pensieri. La Spagna ha portato a casa 40 miliardi dall’Unione europea nell’ambito del piano Salva-stati. Noi, al solito, siamo rimasti a guardare e adesso la Bad bank dobbiamo farcela da soli, privatamente. Unicredit e Intesa hanno già iniziato i lavori». Il banchiere che si confida con Corriere Economia non usa mezzi termini. Ma il suo sfogo non è solo una difesa della categoria («in Italia le banche non sono state aiutate dalla politica e i Monti bond di Mps pagano allo Stato il 9 per cento di interesse annuo»), serve anche a focalizzare il problema di maggiore attualità nel mondo creditizio: come liberare capitale e risorse (anche umane) a favore dei nuovi investimenti. Insomma, chiudere le partite che si stanno perdendo e iniziarne rapidamente delle altre. Magari da giocare con maggiore attenzione. Per farlo però servono capitali, perché le perdite a bilancio sono concrete e tangibili per tutti, 155 miliardi di crediti in sofferenza e qui arriva il difficile: non ci sono soldi.

Le scelte degli altri
La Bad bank è un’altra cosa rispetto a quello che sta avvenendo in Italia in queste settimane. Gli esempi più chiari sono riportati a fianco. Negli Stati Uniti la Federal Reserve intervenne subito, nel 2008, per porre argine al disastro di Lehman Brothers. L’istituto centrale americano comperò a prezzo stracciato i titoli tossici in portafoglio alle banche e si mise alla finestra ad aspettare. Le banche contabilizzarono subito una perdita secca e ripresero a fare il loro lavoro. Dopo un paio d’anni, cambiato il clima, la Fed ha rivenduto sul mercato le sue attività ex-tossiche, ricavando una discreta plusvalenza. Operazioni simili si sono realizzate con soldi pubblici a Madrid come a Londra. In Italia partiamo adesso e disponibilità pubbliche non ce ne sono. Il ribaltamento di governo in corso non depone poi a favore di una immediata sensibilità nei confronti di un problema così tecnico e impopolare, benché fondante. Così le banche si stanno attrezzando a fare da sole, o in gruppo.

Pochi e subito
Federico Ghizzoni, ceo di Unicredit, ha detto che le mosse del suo gruppo saranno pubbliche a giugno. Avvallando così l’ipotesi di gestione aggregata, con il fondo Kkr e l’altra grande banca italiana, Intesa Sanpaolo, per creare un contenitore a cui apportare parte dei crediti inesigibili che gravano sui due istituti. Un veicolo terzo, esterno alle banche, dove porre i Non performing loan, i prestiti inesigibili, in modo da alleggerire i bilanci degli istituti. Parallelamente Unicredit ha già iniziato a cedere sul mercato parte di questi prestiti e al problema sta lavorando anche Carlo Messina, ceo di Intesa Sanpaolo, nell’ambito dell’elabora zione del piano industriale del gruppo. Per ora si procede con le cartolarizzazioni. Ovvero si cedono, a frazioni del nominale, crediti in sofferenza a società terze. Si incassa poco, ma ci si libera subito del problema, lasciando ad altri il tentativo di recuperare quanto possibile. Allineati all’antico adagio: pochi, maledetti e subito.

Iniziative
Mediobanca sta mettendo a punto un veicolo finanziario per risolvere il problema dei crediti non performanti in seno a molte banche di mediopiccola dimensione. In Piazzetta Cuccia pensano soprattutto alle popolari, quotate e non. Su quello che sta profilandosi come un possibile mercato di una certa rilevanza nei prossimi mesi, si pone anche Fonspa, il vecchio credito Fondiario acquisito nell’ottobre scorso da Tages Holding e Harvest Investment partners, che ha Piero Gnudi come presidente e Guido Lombardo amministratore delegato. Per tutti un problema in comune: quanto valgono 100 euro di crediti in sofferenza? La risposta è legata all’evolversi del ciclo economico, ma stabilire un valore oggi, mediando tra diverse tipologie di valutazione dei crediti, è il problema più urgente e più complesso da risolvere. L’urgenza con cui agì la Fed nel 2008 non si addice al passo felpato degli italiani. Ma la lentezza della ripresa economica (alle spalle abbiamo messo il primo trimestre di crescita dopo nove trimestri di calo consecutivo) lascia poche possibilità alternative.

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Stati Uniti - L’italiano di Citi Holdings siede su una montagna di crediti inesigibili
di Maria Teresa Cometto da il Corriere Economia

Un italiano guida la Bad bank più grande al mondo, l’americana Citi Holdings. È Francesco Vanni d’Archirafi, 53 anni, un veterano di Citigroup, dove lavora dal 1983 dopo il master in Finanza alla Columbia university. Prima di lui questo delicato incarico era nelle mani di Michael Corbat, l’attuale amministratore delegato di Citigroup, a dimostrazione dell’importanza della sua missione: ridurre il rischio delle attività del gruppo e valorizzare quelle profittevoli per venderle al prezzo «giusto» o reintegrarle nella Good bank. Citi Holdings era stata creata all’inizio del 2009 nel pieno della crisi finanziaria per separare da Citicorp – l’istituto con i «business del futuro» – le attività non core cioè non strategiche, oltre al portafoglio di titoli «tossici», quelli basati sui mutui subprime e diventati illiquidi con il crollo del mercato immobiliare. Il momento era drammatico: Citigroup aveva registrato 28 miliardi di perdite nel solo quarto trimestre 2008, quando la bancarotta di Lehman Brothers aveva scatenato il panico fra gli investitori; e dall’inizio del 2008 le sue quotazioni a Wall Street erano crollate dell’87 per cento.

Il governatore della Federal reserve (la banca centrale statunitense) Ben Bernanke, aveva proposto di creare una Bad bank gestita dallo stesso governo per far pulizia dei titoli tossici, ma il salvataggio governativo delle grandi banche si concretizzò nell’acquisto diretto di quei titoli da parte del Tesoro e, nel caso di Citigroup, anche con l’acquisto del 36 per cento delle sue azioni (tutte rivendute entro il 2010). Citi Holdings aveva ereditato 860 miliardi di dollari di attività: in cinque anni sono scese a 117 miliardi, di cui 73 miliardi in mutui nel Nord America (dati di fine 2013). Sono stati venduti circa 60 business fra cui: le società di brokeraggio Smith Barney e Nikko Cordial; l’assicurazione Primerica; una società di prestiti agli studenti. Restano alcune attività bancarie retail in Europa e One Main, società leader negli Usa per l’erogazione di prestiti al consumo. L’obiettivo di Archirafi è arrivare al break even e, se non si contassero le riserve accantonate per pagare le cause legali pendenti, l’avrebbe già raggiunto.

twitter: @mtcometto


Londra «liberista» ha nazionalizzato. Ma resta la spina Rbs

di Fabio Cavalera da il Corriere Economia

Con le Bad bank il Regno Unito ha ormai una consolidata dimestichezza. Allorché nel 2008 fu nazionalizzata Northern Rock, si cominciò a parlare della necessità di trasferire in un «contenitore di spazzatura» le sofferenze degli istituti sull’orlo del crac. Fu così che, due anni dopo, la stessa Northern Rock venne spaccata: Richard Branson, con la Virgin Money, si prese la parte sana per l’equivalente di 1 miliardo di euro, mentre il pacco dei debiti finì nella pancia di Northern Rock Asset Management, costituita sotto la protezione dell’agenzia statale «Uk Financial Investments».

L’operazione costò alle casse pubbliche 28 miliardi di sterline (34 miliardi di euro ai valori odierni). Il primo banco di prova. Il «laboratorio» al quale si guarda adesso con attenz ione è Royal Bank of Scotland (Rbs). Nel momento in cui, all’apice della crisi, lo Stato intervenne iniettando 45 miliardi di sterline e mettendosi in tasca l’82 per cento delle azioni, questo colosso mobilitava nel suo bilancio 1.500 miliardi di sterline (tradotto in euro, più o meno il prodotto interno lordo dell’Italia). Il primo passaggio fu la creazione di una divisione non core, guidata da un team manageriale separato, nella quale furono imbucati 258 miliardi di sterline di attività in perdita e di attività ritenute non strategiche, appoggiata dall’Asset Protection Scheme, la garanzia da 60 miliardi del governo. Il piano quinquennale, 2009-2013, ha marciato con fatica ma il portafoglio sofferenze è sceso da 258 a 40 miliardi (di sterline).

Alla fine del 2013 il nuovo scatto con la creazione della Bad bank interna (la Rbs Capital Resolution), erede della divisione non core, che ha in gestione i debiti (40 miliardi) cosiddetti «radioattivi» e con una struttura indipendente. Essenziale è stata la leva della discontinuità manageriale: da ottobre vertice di Rbs rinnovato per dare un segnale forte ai mercati. Servono cure pesanti. Ma l’obiettivo di ridurre del 70 per cento entro il 2016 la zavorra, in modo da chiudere la Bad bank interna, è ritenuto realistico dagli analisti. Rbs è il «laboratorio finanziario» del governo britannico e non può fallire. Soprattutto ha cominciato a funzionare in tempo per evitare la catastrofe.

twitter: @fcavalera


Spagna - Dall'Ue 41 miliardi. Salvataggio riuscito, ma è esploso il debito
di Andrea Nicastro da il Corriere Economia

«Presidente Rajoy, lo spread è a 500 punti, perché non chiede all’Europa il salvataggio dell’economia spagnola? ». Nella primavera del 2012 il rescate, il salvataggio sì o no della Spagna, era l’argomento principe in Europa. C’era la convinzione che la Spagna sarebbe diventata la quarta economia commissariata dopo Grecia, Irlanda e Portogallo. Invece la montagna alla fine partorì un topolino. Madrid chiese solo un mini-salvataggio: 41 miliardi di euro non per togliere dal mercato i titoli di Stato, ma per sorreggere il sistema finanziario.

A fine 2012 Casse di risparmio e banche iberiche avevano un’esposizione rispetto al mattone e al complesso dell’universo immobiliare di oltre 600 miliardi di euro. Senza più credito, infatti, nessuno comprava. Chi aveva già costruito falliva, i prezzi crollavano e la gente smetteva di pagare mutui per case che non valevano più il prezzo d’acquisto. Una stima prudente dei non performing loans (Npl), ovvero dei prestiti concessi che non venivano restituiti secondo i patti, segnava il livello della febbre a 170 miliardi. Gli aiuti europei non sarebbero bastati.

Così nacque la Sociedad de Gestión de Activos procedentes de la Reestructuración Bancaria (Sareb). Per gli spagnoli il Banco Malo, per tutti gli altri la Bad bank più grande mai sperimentata in Europa. A tempo di record Sareb comprò 200 mila asset di cui volevano disfarsi 8 banche sorrette solo dallo Stato. Gli appartamenti nuovi passarono al Sareb per il 48 per cento del prezzo registrato a bilancio, i terreni venivano valutati al 21 per cento e i mutui al 55 per cento. Totale dell’assegno: 50 miliardi e 653 milioni di euro. Ad integrare i fondi europei furono cooptate 27 tra banche e assicurazioni. Il Banco Malo ha cominciato a smerciare subito i suoi pezzi migliori e nel 2013 ha incassato 2,5 miliardi di euro in cambio di circa 7 mila asset venduti.

Ad acquistare sono stati soprattutto fondi stranieri, visto che in Spagna ancora non ci sono capitali. Non c’è stato alcun riflesso negativo sul mercato immobiliare e quindi i prezzi si sono stabilizzati. Ora le banche, tanto le nazionalizzate quanto le altre sopravvissute, hanno bilanci in ordine. Certificati dagli ispettori dell’Unione europea. Punto nero dell’intera esperienza: il debito pubblico che, anche a causa del mini rescate, corre verso il 100 per cento del Prodotto interno lordo.

Brianza - Accesso al credito. Situazione peggiorata per un’impresa su due

di Fabio Lombardi da il Giorno

SOLO il 4 per cento delle imprese ritiene che le condizioni di accesso al credito siano migliorate dal 2012 ad oggi. Nello stesso arco di tempo per il 47 per cento sono peggiorate e per il 37 per cento sono rimaste uguali.
«La difficoltà di accesso al credito e dei rapporti tra banche e imprese sono note da tempo. Confindustria Monza e Brianza è al fianco delle aziende attraverso un percorso di formazione mirato a rendere più efficace e paritario il dialogo con le banche. Questo significa condividere un percorso comune, teso a ritrovare crescita e sviluppo», ha spiegato Gabriella Meroni, presidente del Comitato piccola industria di Confindustria Brianza. Tra le motivazioni che spingono a fare domanda per ottenere credito c’è la necessità di rinnovare gli impianti (15 risposte) insieme al finanziamento del capitale circolante per attività ordinaria (15 risposte). Bassa invece la propensione a fare domanda per innovare (8 risposte). Infine, Expo 2015 non rappresenta una sfida per gli intervistati (0 risposte).

«IN QUEST’ULTIMO caso può sicuramente incidere l’incertezza delle regole che regna in Italia. Molte imprese su Expo 2015 si muoveranno solo all’ultimo», ha spiegato il professor Di Gregorio. E sebbene 33 imprese su 84 dichiarino di non avere alcun rapporto con le banche, 17 dicono di averne con 3-5 istituti, 12 con 2, 15 con un’unica banca. Solo 7 imprese superano i 7 istituti. Le imprese brianzole tendono ad essere «fedeli» anche se non «monogame»: esse operano in modo stabile con 3-5 banche in quasi la metà dei casi (72 risposte su 158).
E con le difficoltà di accesso al credito le imprese che possono hanno preferito autofinaziare, mettendo mano al proprio portafogli, alcuni investimenti. Ma quali sono per le aziende le principali sfide per il futuro? «Gestire - conclue l’indagine - la comunicazione come strumento strategico e di valorizzazione degli aspetti intangibili dell’offerta e per il brand. Questo soprattutto recependo le peculiarità dei mercati esteri. Rafforzare le competenze per la comprensione dei mercati esteri. Avviare un percorso che porti le aziende alla propria capitalizzazione, per aprirsi al mercato di borsa e al mercato dei capitali (in forma individuale o attraverso reti) in modo da reagire alla progressiva difficoltà delle banche nel concedere credito».

Sofferenze bancarie. Scusate il ritardo, anche a noi serve la «Bad bank»

di Stefano Righi da il Corriere Economia

Con venti mesi di ritardo sulla Spagna, che nel giugno del 2012 portò a casa 40 miliardi dall’Europa impegnata nell’operazione Salva stati, le banche italiane hanno finalmente aperto la pratica dei crediti inesigibili: che fare di quei denari prestati a famiglie e soprattutto a imprese che non torneranno mai indietro? Impegni concreti di finanziamento e sviluppo si sono trasformati a causa della crisi in carta, sempre più spesso carta straccia, che pesa sui bilanci come poste ammalorate e che blocca l’attività. Sono una montagna. Secondo le ultime stime dell’Abi, l’Associazione bancaria, le sofferenze nette hanno superato i 150 miliardi di euro. Di questa una parte è fisiologica, insita nel mestiere stesso dei banchieri. Il problema è quando dalla fisiologia si passa alla patologia, come nel caso italiano. Una massa enorme di denaro che non c’è più, che pesa sui bilanci e toglie operatività alle banche. Se non si sbloccano queste partite di finanziamenti, non si riesce a disporre di finanza fresca per le nuove iniziative imprenditoriali e l’economia si piega su se stessa.

Cinque strade
La chiamano Bad bank. In verità, come si può notare dalla tabella a destra in alto, vi sono almeno cinque modi per uscire dalla crisi dei prestiti. Ma oggi, in mano alle banche italiane, restano sostanzialmente due opzioni: la Bad bank (privata o di sistema, ma in questo ultimo caso i termini sembrano scaduti), oppure le cartolarizzazioni. Hanno il medesimo fine: liberare risorse per nuove attività produttive. Ma arrivano allo scopo per strade diverse. La Bad bank, a grandi linee, si propone di confinare in una determinata e circoscritta area del perimetro bancario tutte le partite a rischio. Lo fece, con successo, la Fed tra il 2008 e il 2009. Compe rò a pre z z i stracciati titoli tossici (Cds e Abs) prelevandoli dai portafogli delle maggiori banche americane. Quando, anni dopo, la crisi scivolò via, i titoli tossici si apprezzarono e, considerati nella loro complessità, permisero alla Federal reserve, che li mise in vendita su un mercato risanato, di realizzare una sostanziosa plusvalenza. È quello che stanno studiando alcune banche italiane: Intesa Sanpaolo e Unicredit sembrano interessate da un progetto realizzato con il fondo americano Kkr per creare una Bad bank italiana. Un modo per guadagnare tempo — i dettagli sono allo studio — in attesa che anche in Italia i segnali si ripresa siano qualcosa più di una speranza. Ma le due maggiori istituzioni creditizie italiane hanno anche altro al fuoco.

Carlo Messina disegnerà la sua attesa soluzione al problema nell’ambito del piano industriale che verrà presentato a primavera. Federico Ghizzoni ha invece avviato, con maggiore decisione di altri, un progetto di cessione di partite dubbie, ovvero la cartolarizzazione dei cosiddetti Npl (Non performing loans). Nel dicembre scorso Unicredit ha ceduto al fondo Cerberus il controvalore di nominali 950 milioni di euro di crediti non garantiti, derivanti da contratti di credito al consumo e da prestiti personali, con la forma pro soluto. Del quasi miliardo nominale, a Unicredit sono giunti meno di un centinaio di milioni, ma a fronte di una così netta minusvalenza ora il problema è di altri, sia dal punto di vista finanziario che delle risorse necessarie per arrivare a un rimborso. Sempre a fine 2013, Unicredit ha ceduto un altro portafoglio, stavolta da nominali 700 milioni di Npl al fondo AnaCap. Due mosse importanti, cui ne seguiranno necessariamente altre. La spinta viene dall’Europa. Il percorso verso l’Unione bancaria continentale e l’approssimarsi dell’Asset quality review e degli stress test non concedono più modo di tergiversare alle banche italiane. Che così devono agire. I parametri di Basilea 3 non ammettono distrazioni: urge mettere sotto controllo i nuovi flussi e ricondurre lo stock delle passate sofferenze a livelli storici. Mediobanca, che a bilancio ha crediti dubbi per meno di un miliardo, si propone come aggregatore delle sventure altrui: da qualche mese in Piazzetta Cuccia si sta lavorando a un progetto di fondi cui far conferire gli Npl di altre banche.

Interessi diffusi
Il progetto è stato presentato a più manager: presenta diverse asset class per tipologia di prodotto e dovrebbe decollare a primavera. Due banche stanno già chiudendo l’accordo, tra le possibili partnership diverse popolari, il Credito Valtellinese, la Bper, il Monte dei Paschi di Siena e il Banco Popolare. Il Veneto è al centro di molti interessi: ampie aree della regione si trovano sotto acqua, non solo per le prolungate piogge che hanno causato esondazioni e allagamenti, ma anche per la condizione economica delle imprese. Per questo le tre maggiori banche con sede in regione (Banco Popolare, PopVicenza e Veneto Banca) stanno lavorando per la cessione dei crediti dubbi. La via della cartolarizzazione sempre la preferita, a tutti i livelli. La Finanziaria Internazionale di Andrea De Vido ed Enrico Marchi, vanta una leadership di competenza storica: sono stati i primi a importare questo strumento finanziario in Italia. Lo scorso anno la Finint ha strutturato una decina di operazioni prendendone in gestione 15, per un totale di 500 milioni di euro. Quest’anno conta di raddoppiare.

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Banco Desio- Banca Pop. Spoleto, nozze a perdere: indaga Consob

di Ferruccio Sansa e Davide Vecchi da il Fatto quotidiano del 16/01

Perché dare a Banco Desio Lazio, ancora a processo con i suoi manager (prossima udienza il 24 gennaio) per riciclaggio internazionale, un Istituto come Banca Popolare di Spoleto, commissariato per riciclaggio?”. La partita su Bps non è ancora finita. Dopo il braccio di ferro tra i vecchi soci e lo scontro con il “padre padrone” Giovannino Antonini, che ha portato all’ispezione di Banca d’Italia e al conseguente commissariamento lo scorso febbraio, l’acquisizione- salvataggio della pop Umbra finisce all’attenzione della Consob. Martedì, infatti, è stato presentata una denuncia all’autorità amministrativa per “ipotetica manipolazione del mercato” a seguito della pubblicazione da parte di alcune edizioni locali de Il Corriere della Sera (sul nazionale non vi è traccia) domenica della notizia dell’a vvenuta operazione. Con un articolo decisamente eloquente sin dal titolo: “Pop Spoleto, il salvatore è il Banco Desio”. Alla riapertura dei mercati il titolo brianzolo ha registrato un trend positivo, tornando al valore del maggio 2012, prima che fossero rese note le indagini per riciclaggio a carico dei vertici della controllata Desio Lazio e delle estere Brianfid Lux e Ccp in Svizzera, entrambe in liquidazione.

CHE L'OPERAZIONE fosse andata a buon fine nel weekend appariva a dir poco particolare, considerato che il termine per presentare i documenti all’advisor scadeva lunedì alle 12. Eppure solo alle 18.40 di lunedì la popolare ha smentito che l’operazione fosse andata a buon fine. Con una nota secca: “Non sono veritieri i fatti riportati domenica dal Corriere in quanto le trattative sono ancora in corso”. Banco Desio tace. In silenzio anche l’unico altro pretendente: Clitumnus, della quale fanno parte anche Mps, Coop Centro Italia e Colaiacovo. Quest’ultima, come il Desio, ha presentato l’offerta il 9 dicembre, poi sottoposta a Banca d’Italia e all’advisor Lazard, che ancora devono esprimersi. Entrambi gli istituti, nel piano presentato ai commissari straordinari della popolare guidati da Giovanni Boccolini, hanno previsto sia ricapitalizzazione della Banca, sia il sostegno finanziario alla capogruppo Scs necessario per far fronte all’esposizione nei confronti di Mps che, con il 25,9 per cento, ne era secondo azionista.

L’offerta del Desio punta a una raccolta diretta di 7,5 miliardi di euro e quella indiretta a 10,5. Entro la fine del 2015 la banca brianzola prevede di raggiungere un utile netto di 40 milioni anche attraverso una spending review. Un’offerta ritenuta “valida” anche da Spoleto ma sulla quale potrebbe esprimere dei dubbi Bankitalia. Palazzo Koch, chiamata a verificare e approvare l’acqui - sizione, appena un anno fa ha sanzionato il Desio con una multa da 360 mila euro per irregolarità varie. Senza tener conto, inoltre, del processo ancora in corso. Va detto che i vertici sono stati cambiati a seguito della pesante ispezione di via Nazionale, ma il processo è ancora in corso e i reati sono numerosi: dall’as - sociazione a delinquere al concorso in dichiarazione con l’aggravante della transazionalità.

Il Banco Desio Lazio aveva chiesto il patteggiamento ma il gup di Roma lo scorso giugno lo ha negato. Il Movimento 5 Stelle al Senato ha chiesto una commissione d’inchiesta sul Desio, in particolare “sull’acquisizione di Credito Privato Commerciale (Cpc), già coinvolta in scandali internazionali nella vicina Francia avrebbe dovuto essere esaminata con maggiore attenzione dagli organi deputati alla vigilanza come Banca d’Italia e Consob”. Il nuovo esposto, infine, firmato anche da Enrico Ceci* (vedi nota), l’ex dipendente del Desio che ha denunciato le operazioni illecite ed è stato per questo licenziato dalla banca (martedì è intervenuto a Palazzo Marini con M5S per chiedere di disciplinare il whistleblowing, cioè la segnalazione di illeciti nell’interesse pubblico) mette in fila tutti i punti oscuri dell’istituto brianzolo.

MA GLI ORGANI di vigilanza valuteranno attentamente la possibilità di “dare a Banco Desio Lazio, ancora a processo con i suoi manager per riciclaggio internazionale, un Istituto come Banca Popolare di Spoleto, commissariato per riciclaggio.

Nota 
(su richiesta di Banco di Desio e della Brianza): Il Tribunale di Parma, sezione diritto del Lavoro, con sentenza n° 1/12 del 11 gennaio 2012 e la Corte di Appello di Bologna con sentenza n° 732/14 del 17 giugno 2014, hanno respinto tutte le domande avanzate da Enrico Ceci nei confronti di Banco di Desio e della Brianza S.p.A. per ingiusto licenziamento, giudicando, invece, il licenziamento giusto e fondato su motivi disciplinari e di inadempimento del tutto estranei alle segnalazioni e denunce svolte da Enrico Ceci.

(su richiesta di Enrico Ceci): Contro le sopraccitate sentenze, Enrico Ceci ha presentato ricorso in Cassazione, il relativo procedimento è, al momento, pendente.

Il Banco di Desio vola. E' pronto ad acquisire la Popolare di Spoleto

di Alessandro Crisafulli da il Giorno 

A QUASI un anno dallo scioglimento degli organi con funzioni di amministrazione e controllo, disposto dal Ministero dell’Economia, la Banca Popolare di Spoleto avrebbe trovato la sua ancora di salvataggio. Quasi a 600 km più a Nord, in Brianza, dove il Banco Desio avrebbe fatto l’offerta giusta. Sbaragliando la concorrenza della cordata Clitumnus, della quale fa parte anche Monte dei Paschi di Siena, e della Popolare di Vicenza. Proprio la presenza di MPS nella cordata concorrente avrebbe fatto pendere l’ago della bilancia verso l’istituto brianzolo. Il motivo? Banca d’Italia non gradirebbe correre il rischio di «infiltrazioni» della vecchia gestione, visto che l’istituto senese era secondo azionista della Popolare di Spoleto con il 25,9%, prima che gli accertamenti ispettivi sul gruppo umbro portassero alla decisione del commissariamento. L’ufficialità non c’è ancora (oggi scade il termine per chiudere i pacchetti delle offerte e l’annuncio potrebbe arrivare entro il tramonto di gennaio) ma la partita sembra ormai al triplice fischio.
L’accordo Desio-Spoleto rappresenterebbe un’importante aggregazione tra due banche di medie dimensioni, probabilmente apripista di altre operazioni analoghe, come del resto indicato dalla stessa Banca d’Italia in modo da far crescere le dimensioni e le economie di scala, irrobustendo il sistema bancario tricolore.

SI FORMEREBBE così un player forte nel Centro, con le 100 filiali della Popolare di Spoleto e le circa 20 già aperte dal Banco Desio tra Lazio, Toscana ed Emilia. «Qualora l’offerta venisse accettata - spiegava la banca brianzola in una recente nota - l’eventuale acquisizione andrà a completare il progetto di riqualificazione della rete commerciale del Gruppo, avviato col Piano Industriale 2013-2015, in un’ottica di sviluppo e rilancio dei valori di banca “a presidio del territorio” comuni a Banco Desio e a Banca Popolare di Spoleto nei rispettivi territori d’elezione». «Il Gruppo - proseguiva l’istituto (185 filiali e oltre 1.700 dipendenti) - è caratterizzato da elevata solidità patrimoniale. I relativi coefficienti permarrebbero più che adeguati ai requisiti di vigilanza anche con il perfezionamento dell’operazione e pertanto è esclusa ogni ipotesi di aumento di capitale». Si andrebbe così a concludere una vicenda che fa discutere da un anno.
alessandro.crisafulli@ilgiorno.net 

Carate Brianza - Bcc, quaranta milioni per le imprese. Il target dell’operazione: le piccole e le medie realtà della zona

di Laura Ballabio da il Giorno

QUARANTA MILIONI di euro è il plafond messo a disposizione delle imprese brianzole che hanno la capacità di guardare con spirito costruttivo al futuro e vogliono dare una spinta alla propria azienda investendo in attività strumentali. Sono le piccole e medie Imprese il target dell’operazione in lancio da Banca di Credito Cooperativo di Carate Brianza, una banca che non ha mai mancato il proprio appoggio al tessuto brianzolo e, in un momento così delicato, decide di dare un segnale ancor più importante. «L’iniziativa – ha spiegato Annibale Colombo presidente di Bcc di Carate Brianza - s’inquadra in una presenza costante della banca nel panorama economico del territorio d’azione. Con Bccredito nell’edizione 2013 (ce n’era già stata un‘edizione con ampio successo nel 2009 nei mesi del famoso allora credit crunch) supportiamo, va specificato, l’azienda nell’ambito dei suoi investimenti in impianti macchinari o attrezzature attraverso flussi di entrata concretamente realizzabili dalla gestione d’impresa. Si tratta di un finanziamento chirografario a rimborso rateale, con una durata che va dai 19 ai 60 mesi. Da sottolineare la possibilità di avere alcuni mesi in cui l’azienda si occupa di pagare solo quote di interessi (preammortamento sino a 6 mesi), questo per dare sostanziale appoggio alle minor possibilità finanziarie nelle fasi embrionali dell’investimento. Infine, di non poco conto, la possibilità di finanziare anche eventuali investimenti avvenuti nei sei mesi precedenti la richiesta».
Il finanziamento parte da un minimo di 15 mila euro e può arrivare sino 200mila (per nominativo) e può supportare sino all’80% dell’investimento strumentale (con esclusione dell’iva). L’agevolazione permette anche un esborso all’azienda su livelli contenuti considerando le diverse durate agevolate. Sostanzialmente senza spese accessorie il finanziamento, infatti, a parte l’imposta sostitutiva per legge dello 0,25%, l’imprenditore vede azzerato ogni altro onere.

«Pure a Giussano il Comune apra una banca». La proposta del segretario Udc

di Laura Ballabio da il Giorno del 02/11

GIUSSANO come Giussago, il piccolo comune di 5mila anime del Pavese che negli ultimi giorni è salito agli onori della cronaca per la nascita della Banca comunale.
Una proposta simile arriva dal segretario dell’Udc giussanese Nazzareno Mesiano.
«Riteniamo che l’ente locale dovrebbe per primo far fronte alle esigenze finanziarie dei cittadini e per questo motivo abbiamo pensato alla banca comunale – ha sottolineato Nazzareno Mesiano –.
Il progetto prevede che la banca opererebbe come tutti gli istituti di credito, usufruendo dell’approvvigionamento del denaro necessario direttamente dalla Bce: in pochi infatti sanno che proprio la Banca Centrale Europea può elargire finanziamenti alle amministrazioni comunali con tassi bassissimi». Il segretario dell’Udc giussanese è un esperto del settore bancario perché da oltre 15 anni è membro dell’associazione di consumatori Euroschiavi.

«OGNI ANNO il nostro Comune paga interessi su mutui accesi in passato per 850mila euro – ha poi rincarato la dose il politico locale –. Con 15mila euro si possono finanziare le aziende, le famiglie e far ripartire l’economia locale che è al collasso».
«Faccio riferimento alla mancanza di lavoro, alle difficoltà per le giovani coppie di avere mutui agevolati per l’acquisto della prima casa, alla mancanza di sostegni economici per le famiglie con figli che vanno a scuola, nonché agli aiuti per gli anziani e i giovani che studiano – ha poi continuato il segretario –.
Una piccola banca con soli tre dipendenti genera profitti in soli 12 mesi pari a 5 milioni di euro».

IL PROGETTO della banca comunale è solo il primo tassello di un piano più ampio.
«L’avvio della banca comunale renderebbe possibile la totale eliminazione di imposte e tasse odiate (Imu, Tares e addizionale Irpef).
Ma non solo, perché sarebbe possibile erogare crediti a favore di famiglie, giovani coppie per l’acquisto della prima casa (i tassi sarebbero praticamente azzerati grazie alle garanzie fornite dell’Amministrazione comunale) oltre a finanziare opere comunali senza interessi».

IL PASSAGGIO successivo per il gruppo dell’Udc sarebbe la realizzazione di un centro fotovoltaico: «Non i pannelli che sono stati messi sulle scuole cittadine ma un vero e proprio centro per la produzione di energia, in grado di fornire 3 chilowat ora a tutte le famiglie per i primi quattro anni».

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