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Chiuso lo stabilimento di Limbiate, Intercos tenta la quotazione in Borsa ma non trova acquirenti

di k.ts.

Niente quotazione in Borsa per Intercos, la società che nel maggio dell’anno scorso ha chiuso lo stabilmento di Limbiate dove lavoravano 146 dipendenti.

L’avventura borsistica per la multinazionale milanese della cosmesi, è terminata alle 15,30 di ieri. In serata la società guidata da Dario Ferrari ha diramato una nota in cui spiega il ritiro dell’offerta pubblica di acquisto (Ipo), apertasi il 29 settembre e conclusasi il 9 ottobre e che in caso di successo avrebbe visto la società quotata al mercato Star della Borsa di Milano dal 14 ottobre.

Si legge nella nota : "Nonostante l'ampio interesse e l'apprezzamento manifestato dagli investitori istituzionali italiani ed esteri nel corso del roadshow e pur considerando la qualita' ed il numero delle adesioni ricevute (corrispondenti ad una richiesta di azioni di poco inferiore al quantitativo massimo offerto), la societa' ha ritenuto che le condizioni dei mercati finanziari, deterioratesi repentinamente nel corso degli ultimi giorni, non consentano di ottenere una valutazione che rifletta fedelmente il reale valore intrinseco e le potenzialita' della societa”.

Che la società non ce l’avrebbe fatta a trovare gli investitori istituzionali per collocare il 44,18% del suo capitale sociale lo si era capito intorno a mezzogiorno di ieri, quando la Reuters ha battuto un’agenzia in cui spiegava che, a poche ore dalla chiusura dell'Ipo, solo tre quarti delle azioni erano state prenotate e al valore più basso della forchetta di prezzo ipotizzata. Forchetta fissata tra i 3,5 e i 4,5 euro (vedi Intercos, book coperto oltre tre quarti, atteso prezzo a minimo ).

La quotazione in Borsa, Intercos l’aveva tentata già nel luglio 2006, ma anche allora la società aveva ritirato l’Ipo e rinunciato al progetto di quotazione “ a causa delle condizioni dei mercati finanziari”.
In quel frangente advisor dell’operazione erano state Caboto e Jp Morgan.

Nel maggio dello stesso anno era stata quotata in Borsa la Saras della famiglia Moratti con il coinvolgimento sempre di Jp Morgan.
La quotazione di Saras era stata al centro di un’inchiesta giudiziaria, conclusasi nel 2011 con l’archiviazione, perché si sospettava che la società, coperta da debiti, fosse stata quotata a un prezzo molto superiore per consentire alle banche creditrici di rientrare dalla forte esposizione (vedi Il tracollo in Borsa di Saras). Durante l’inchiesta era emersa una mail in cui Federico Imbert, allora numero uno di JP Morgan Italia, scriveva: “Parlato a lungo con Miccichè di Intesa. È contento del lavoro fatto insieme su SARAS e Intercos. È personalmente a disposizione per stimolare forza vendita specialmente su SARAS. Chiede di informarlo se vediamo problemi o sgranature. Tiene ovviamente molto al successo data l'esposizione sua e di Passera con i Moratti. È stato da lui Galeazzo Pecori Giraldi di Morgan Stanley consigliando di non esagerare sul prezzo” (vedi Italian bankster a culo scoperto!”.

In questi giorni del 2014 è stata invece Rothshild l’advisor della quotazione di Intercos, mentre coordinatori dell’offerta: Banca Imi, Merryl Linch e UBS.

Banca Imi è esposta per 38 milioni di euro con Intercos, mentre BNP Paribas, che ha giocato anch’essa un ruolo nella tentata quotazione di Intercos, è esposta per 18 milioni di euro.
Complessivamente Intercos aveva al 30 giugno 2014 debiti finanziari per circa 225 milioni di euro (vedi tabella sotto).

Il debito con le banche in scadenza 2015-2016 è stato in parte rimborsato a fine luglio e poi rinegoziato con scadenze più lunghe. Al momento Intercos ha debiti finanziari per 208milioni di euro.

L’indebitamento è frutto del finanziamento da 250milioni di euro concesso a partire dal 2007 a Intercos dal pool di banche costituito da: Banca Imi (Intesa San Paolo), BNP Paribas, Credit Agricole, Nataxis, Banca Popolare Emilia Romagna, Banco Popolare Lodi, BNL, UBI e Unicredit.
A pegno del finanziamento, le banche detengono tutte le quote azionarie di Intercos oltre alle ipoteche sugli immobili e sui macchinari della società, e negli accordi sono previste diverse limitazioni alla libertà d’azione del management.
I proventi della quotazione sarebbero serviti alla proprietà a pagare i debiti con le banche.

Secondo il prospetto informativo depositato e approvato dalla Consob, unico impianto libero da ipoteche e gravami è quello di Limbiate, chiuso a seguito dell’avvio della procedura di licenziamento collettivo comunicato dall’azienda ai lavoratori nel marzo del 2013.

La vicenda dei 146 lavoratori dello stabilimento di Limbiate (in maggioranza donne), aveva raccolto, lo scorso anno, la solidarietà e l’interesse di diversi esponenti politici (in una foto al presidio al di fuori dell’azienda era comparsa anche la biassonese Alessia Mosca, al tempo onorevole vicina a Enrico Letta, poi diventata europarlamentare del PD, vedi il comunicato stampa: Crisi Interfila, le azioni messe in campo dal PD) e lo stesso PD di Limbiate aveva concesso l’area, dove era solito organizzare la festa del partito, ai dipendenti Interfila che avevano gestito una festa, per l’occasione denominata: La fabbrica della speranza, raccogliendo 20mila euro (vedi sito: Interfila, la fabbrica della speranza). 

Speranza di breve durata perché il 10 luglio 2013, le rappresentanze sindacali della fabbrica, assistite dalle organizzazioni sindacali territoriali firmavano il licenziamento collettivo per i 146 dipendenti dello stabilimento di Limbiate, con il ricorso per due anni alla cassa integrazione guadagni straordinaria, prima della mobilità.
Al momento dei 146 dipendenti: 38 sono stati ricollocati all’interno del gruppo, 14 sono stati licenziati, 93 sono in cassa integrazione e uno risulta dimesso, secondo quanto si legge nelle due pagine che il prospetto informativo di Intercos dedica alla chiusura dello stabilimento di Limbiate e che riportiamo sotto.

Al 30 giugno 2014, il gruppo milanese Intercos, contava 2.834 dipendenti di cui 841 in Italia ( tra i quali i 93 in cassa integrazione di Limbiate) e 1.993 all’estero, in gran parte nei tre stabilimenti cinesi: i due di Suzhou e  quello di Shangai. Un altro stabilimento sempre a Suzhou è in costruzione e diventerà operativo dal febbraio 2015.

 

Intercos_Limbiate

Lombardia - Dalla meccanica all’abbigliamento. I colossi cinesi a caccia di aziende

di Isabella Fantigrossi da il Corriere della sera

MILANO — La Cina è vicina, alla Lombardia soprattutto. Lo shopping orientale a Milano e dintorni, infatti, continua. E sempre più numerosi sono i grandi capitali cinesi interessati a comprare industrie locali. Ultimo affare portato a termine è quello del Pavia calcio, prima e finora unica società di calcio italiana oggi controllata da un gruppo cinese, su cui ha messo le mani la società Agenzia per l’Italia con sede a Milano, controllata dal fondo Pingj Shanghai Investments. Una compravendita che ha consentito al club di iscriversi regolarmente al prossimo campionato di Legapro. E che, secondo molti, consentirà a Pingj di fare nuovi affari nel pavese. «Il gruppo che ha acquistato la squadra — dice Daniele Bosone, presidente della Provincia di Pavia — sembra interessato ad acquisire o a collaborare con imprese locali nell’ambito sanitario, farmaceutico e vitivinicolo. Si dice anche che imprenditori cinesi avrebbero piacere a incontrare gruppi pavesi. Se dovesse succedere, per noi sarà un bene». Ipotesi confermate anche da Thomas Rosenthal, direttore del centro studi della Fondazione Italia Cina: «Quello che interessa all’investitore cinese non è solo la squadra di Pavia ma anche gli asset collegati, per esempio i terreni della vecchia proprietà, ma anche altre società di calcio. E, in generale, non mi sorprenderebbe se, in una città come Pavia, qualche cinese investisse nel business dei servizi sanitari. Del resto in futuro — continua Rosenthal — sempre più orientali in grado di spendere si sposteranno all’estero per farsi curare».

Indiscrezioni a parte, quello che conta finora sono i numeri. Secondo il rapporto annuale della Fondazione, la Lombardia è la prima regione italiana per presenza di capitali orientali: 70, tra acquisizioni e nuove aperture, le imprese cinesi e di Hong Kong (37% del totale), in grado di dare lavoro a 1.983 dipendenti. Tra queste la bergamasca Pinco Pallino (abbigliamento per bambini) con il 20% nelle mani dell’operatore di private equity Lunar Capital. Ma la presenza maggiore è quella del colosso Zoomlion (macchinari per l’edilizia), che dal 2008 ha rastrellato sei aziende lombarde, a cominciare dalla Cifa Pumps. Mentre nelle ultime settimane il gruppo Jihua (abbigliamento professionale), dopo aver issato la bandiera rossa a cinque stelle sulla Tessitura Majocchi di Albavilla (Como), ha inaugurato a Tavernerio, sempre nel comasco, il suo quartier generale internazionale. «Le imprese cinesi acquisiscono società locali per servire meglio il mercato europeo, saltando così le barriere doganali — spiega Rosenthal — ma anche per imparare la nostra tecnologia. Non a caso uno dei settori su cui Pechino ha maggiormente puntato gli occhi in Lombardia è quello della meccanica, in cui noi per tradizione abbiamo dato il meglio. Nei prossimi anni, invece, credo che molti punteranno sull’agroalimentare, il made in italy per eccellenza».

Limbiate - L’Interfila chiude e si sposta in Cina: 90 licenziamenti

di Gabriele Bassanida il Giorno

IN STRADA sotto il diluvio, ieri mattina i circa 150 dipendenti della Interfila, hanno manifestato la loro rabbia e la loro disperazione di fronte all’ennesima azienda brianzola che trasferisce la produzione in Cina. Un copione ormai imparato a memoria: ristrutturazione, taglio dei costi, economie di mercato globale e l’azienda che dal 1962 produce matite in legno per cosmetici lungo la via Dei Mille, la strada affiancata dei binari del tram, a fine anno chiuderà i battenti. Il quadro presentato ai lavoratori è di quelli da non far dormire di notte: per 60 di loro la possibilità di un trasferimento nello stabilimento del gruppo Intercos a Dovera, vicino a Crema, 65 chilometri da Limbiate, per gli altri 90 la mobilità, ovvero la perdita del posto di lavoro.

A FARNE le spese un organico composto per due terzi da donne soprattutto tra i 40 e i 50 anni, in buona parte residenti a Limbiate o nelle immediate vicinanze, con ovvi ed evidenti difficoltà al trasferimento. «È una tragedia annunciata perchè negli ultimi anni l’azienda ha progressivamente diminuito la produzione in questo sito per aumentarla contemporaneamente in Cina», spiegano i delegati delle rappresentanze sindacali unitarie. «Nel 2011 abbiamo prodotto 45 milioni di pezzi, nel 2012 siamo scesi a 25 milioni e le previsioni del 2013 sono di 14 milioni di pezzi», dice Samanta Napoli. «Eravamo in un periodo di cassa integrazione, con il fermo della produzione nella giornata di lunedì, ma da qualche settimana la cassa è stata interrotta e abbiamo ripreso a lavorare anche il primo giorno della settimana per rispondere agli ordinativi in aumento, anche urgenze, ma di fronte a questo annuncio abbiamo deciso un presidio per tutta la giornata fuori dallo stabilimento».

«IL TRASFERIMENTO a Crema - aggiunge Alessandra Malanca - è impossibile per molti di noi, abbiamo chiesto all’azienda di venirci incontro mettendo a disposizione almeno un pullman per ogni turno, ma non c’è disponibilità, neanche per degli incentivi economici all’esodo volontario». «Vogliamo che l’azienda apra un dialogo con i lavoratori coinvolgendo anche le rappresentanze sindacali di categoria ma al momento questa disponibilità non c’è, per questo proseguiremo con le iniziative di protesta», aggiunge Mauro Boniardi. Questa sera una delegazione di lavoratori dell’Interfila interverrà in consiglio comunale a Limbiate: messaggi e presenze di solidarietà sono stati manifestati ieri da diverse forze politiche locali.


Il colosso mondiale dei cosmetici che ama sempre meno la Brianza
di Antonio Caccamo da il Giorno

PIÙ DI TREMILA dipendenti sparsi nel mondo, tre stabilimenti in Italia e altri otto all’estero in Svizzera, Stati Uniti, Cina, Malesia. Circa 300 milioni di fatturato nel 2012, più di 600 milioni di pezzi prodotti tra rossetti, ombretti, mascara, fondotinta, ciprie, matite per occhi e per labbra ogni anno ed esportati in ogni parte della terra e commercializzati dai principali marchi del settore. Questa è la realtà del gruppo Intercos, colosso internazionale del make up con sede ad Agrate in via Marconi. Interessato nell’autunno 2009 a una riorganizzazione che ha coinvolto 90 dei 466 dipendenti. L’avventura industriale è cominciata nel 1972 quando Dario Ferrari decise di fondare la Intercos Bbc srl. Il gruppo è diventato uno dei colossi mondiali per la creazione e sviluppo di cosmetici per conto terzi. La sede cinese, oprativa dal 2004, è all’interno del Suzhou Industrial Park (a circa un’ora di guida da Shangai), in prossimità dei maggiori produttori di packaging locali. A Suzhou, come si legge sul sito internet aziendale, sono realizzate le fasi di conversione del bulk e del confezionamento; in particolare sono realizzate: la compattatura polveri, il colaggio rossetti, il colaggio e riempimento emulsioni, il confezionamento e l’assemblaggio finali. Riguardo all’attuale riorganizzazione l’azienda non ha voluto rilasciare dichiarazioni.

Cinesi in Brianza a caccia d’affari. L’interscambio vale 850 milioni

di Fabio Lombardi da il Giorno del 20/04

LA CINA da spauracchio sta diventando sempre più un’opportunità. Un’economia in forte espansione, un mercato immenso (1,4 miliardi di abitanti) una ricchezza che va aumentando e con essa le possibilità di spesa. E se fino a qualche anno fa, in qualsiasi convegno di imprenditori, la Cina veniva vista, ad eccezione di qualche industriale lungimirante, come la «peggior sciagura che ci potesse capitare» oggi la valuta è completamente cambiata. E basta guardare alcuni numeri.

SECONDO un’elaborazione dell’Ufficio studi della Camera di commercio territoriale il rapporto commerciale tra la Brianza e la Cina ha avuto un valore di 850 milioni di euro nel 2012 ed è cresciuto nell’arco di un anno (tra 2011 e 2012) del 19,3 per cento. Si tratta principalmente di attività del settore manifatturiero. E di questi 850 milioni il 30 per cento è costituito da esportazioni dalla Brianza alla Cina (se si torna indietro di qualche anno questa percentuale non raggiungeva la doppia cifra) pari a circa 225 milioni.
E una delegazione di imprenditori della Shenzhen Enterprise Confederation è stata ricevuta dalla Camera di commercio di Monza e Brianza e dalle principali associazioni di categoria del territorio. Fondata nel 1985, la Shenzhen Enterprise Confederation è la più grande associazione imprenditoriale della città di Shenzhen, nella Cina meridionale, uno dei centri industriali più avanzati del Paese. Raccoglie oltre 3.000 imprese appartenenti alla maggior parte dei settori industriali del Paese, e comprende la maggior parte delle associazioni di categoria e istituti di ricerca in tutta la città (Shenzen ha 13,5 milioni di abitanti).

«SAPPIAMO – ha detto Carlo Edoardo Valli, presidente della Camera di commercio di Monza e Brianza - che il futuro delle nostre imprese è all’estero e quindi con Promos siamo impegnati in un programma di apertura e rafforzamento della presenza delle nostre imprese sui mercati internazionali».
fabio.lombardi@ilgiorno.net

Giussano - La green economy della Brianza conquista la Cina. L’azienda Lavo

di Gigi Baj d ail Giorno

PER FRONTEGGIARE la crisi che sta mettendo in ginocchio le imprese brianzole bisogna puntare su innovazione, ricerca e green economy: le uniche armi vincenti per trovare nuovi mercati. Ne sa qualcosa la Lavo srl di Giussano, una tra le più affermate aziende nel settore della meccanica che si occupa di impianti industriali per la depurazione dell’acqua. Pochissime ore di cassa integrazione e soprattutto mantenimento di tutte le maestranze. Nei giorni scorsi l’impresa guidata da Attilio Tagliabue ha progettato e realizzato due nuove apparecchiature che consentono di pulire i pettini dei grandi telai tessili, recuperando i materiali. Un piccolo gioiello della meccanica di precisione realizzato nel laboratorio dell’azienda di via dell’Artigianato. «Con queste apprecchiature - dice Attilio Tagliabue, 63 anni - è possibile recuperare non solo l’acqua, ma anche i costosi detergenti che vengono impiegati al posto della trielina e dei perclori. Le macchine sono state acquistate da due grossi imprenditori tessili cinesi che hanno alcune fabbriche nel contesto produttivo di Shanghai». Il mese prossimo due dipendenti della Lavo srl voleranno in Cina per collaudare gli impianti che saranno poi spediti via mare in appositi container: «Non ci limitiamo alla progettazione e alla realizzazione, ma garantiamo il montaggio istruendo anche il personale al corretto utilizzo delle strutture. Con gli imprenditori cinesi abbiamo da tempo instaurato un ottimo rapporto. Ci hanno anche proposto di aprire una fabbrica in Cina, visto le numerose tessiture presenti sul territorio». Fare ricerca è costoso per una piccola impresa come la Lavo srl: «Collaboriamo con le università di Melbourne, Osaka e Toronto e con la facoltà di chimica industriale dell’Università di Milano. Putroppo la ricerca non viene premiata dalle banche. E dagli enti pubblici non abbiamo mai ricevuto una euro. Per fortuna nessuno in Italia produce impianti di questo tipo. Ci sono un paio di ditte americane che propongono un prodotto simile al nostro, ma con costi dieci volte superiori».

LO SCORSO ANNO l’azienda brianzola aveva messo a punto anche un innovativo sistema per il lavaggio delle schede elettroniche con il recupero dei metalli pesanti utilizzando dei filtri sottili, gli stessi che vengono impiegati in medicina per le dialisi. Una apparecchiatura che ha riscosso grande successo in Germania e Polonia.


Il laboratorio di ricerca è il fiore all’occhiello della realtà produttiva
di Gigi Baj da il Giorno

UN IMPRENDITORE all’avanguardia, ma anche deciso ecologista con la passione per la politica e il teatro. Attilio Tagliabue ha fondato negli anni Settanta la Lavo srl che oggi dà lavoro a una ventina di dipendenti. Fiore all’occhiello dell’azienda di Birone è l’avanzato laboratorio di ricerca, uno tra i primi in Italia ad avere sperimentato gli ultrasuoni per il trattamento e la pulitura delle superfici metalliche. «Abbiamo lavorato - spiega Attilio Tagliabue - per grosse aziende quali la Beretta e la stessa Alitalia. che utilizza i nostri impianti per la pulizia dei cerchioni delle ruote degli aerei». L’utilizzo degli ultrasuoni è sempre più diffuso nell’industria: «Grazie a queste onde si riesce a mescolare liquidi, a individuare i difetti nelle saldature, a distruggere organismi unicellulari, a tagliare o incollare tessuti in modo perfetto. Si riesce anche a ripulire preziose opere d’arte». Quasi tutti gli utili della azienda vengono reinvestiti per l’acquisto di macchine moderne: «Un altro aspetto a cui teniamo è la nostra presenza alle fiere e alle rassegne di settore più qualificate che si svolgono nelle principali città europee. È in questi contesti che ci si fa conoscere e si ottengono i contratti».

Arrivederci Pechino, le aziende fuggono. Gli imprenditori puntano tutto sul Vietnam e la Cambogia dove un operaio guadagna il 75 per cento in meno

di Roberta Zunini da il Fatto quotidiano

La giovane operaia di Shangai parlava un inglese fluente. Parole ricercate, termini tecnici. Il suo nuovo capo, un italiano, era sorpreso: “Che studi hai fatto?”, le chiese. “Sono laureata in ingegneria, ma ora sono costretta a fare l'operaia, perché l’impresa dove lavoravo se n’è andata. Addio Shangai, ha delocalizzato in Vietnam. Sarei stata disponibile a trasferirmi, ma con quello che mi pagherebbero laggiù, non mi conviene. Guadagno di più qui come operaia”, rispose. Il dirigente italiano era appena arrivato nella metropoli cinese per lanciare una fabbrica per realizzare scudetti in stoffa da applicare alle magliette. Torino era troppo cara. Ci si trasferisce dall’Italia alla Cina. Ma ecco la sorpresa: l’ultima frontiera del lavoro a basso costo si è già spostata altrove.

In Cina, da qualche mese si assiste a un'accelerazione della delocalizzazione, anzi una delocalizzazione al quadrato: gli stranieri spostano la produzione dal proprio Paese, o ne subappaltano un ramo, in Cina dove però non è più conveniente produrre nemmeno per i cinesi. Il costo della manodopera infatti si è alzato dopo le annose battaglie combattute dai lavoratori con l'appoggio di sparute organizzazioni per i diritti del lavoro. I cinesi quindi, dopo aver ottenuto la commessa, a loro volta subappaltano o trasferiscono completamente la produzione in un altro Paese. Proprio quando il messaggio sull'ampliamento dei diritti dei lavoratori sembrava essere stato, almeno in parte, recepito anche dai granitici membri del Pcc, il partito comunista cinese che governa la super potenza, numerosi protagonisti del mercato del lavoro cinese avevano già trasferito i loro stabilimenti nel sud est asiatico per non incappare in regole più severe.

La delocalizzazione che ha fatto la fortuna del Dragone, gli si sta quindi ritorcendo contro? L'effetto boomerang è stato denunciato nei giorni scorsi dal quotidiano China Daily, dopo la nota ufficiale del ministero del Commercio, in cui si legge: “A causa dell'aumento dei salari e della diminuzione delle esportazioni, numerose aziende cinesi si sono trasferite all'estero e molte altre vorrebbero seguirle nel viaggio verso la delocalizzazione. Il fenomeno per ora coinvolgerebbe almeno un terzo delle aziende del settore, che si stanno spostando in Vietnam, Cambogia, Filippine, Bangladesh, Indonesia e Malesia. Il motivo principale per cui anche gli imprenditori cinesi vogliono andarsene, lasciando senza lavoro decine di milioni di connazionali è la crescita del costo del lavoro a ritmi del 15-20% annui. I margini di guadagno per aziende che producono merci di bassa qualità verranno pertanto sempre più erosi fino a costringerle alla chiusura o delocalizzazione.

La conseguenza più grave sarà l'arrestramento di buona parte del ceto medio, allargatosi sensibilmente nell'ultimo lustro, cioè la classe sociale che più aveva contribuito a far correre l'enorme mercato interno cinese, entrando a piedi uniti nel mondo dei consumi. A Shenzen, il nucleo produttivo, il salario minimo è stato portato a 1500 yuan (185 euro). In Vietnam, secondo i dati dello scorso anno, un lavoratore percepiva meno della metà. Anche in Cambogia gli stipendi sono ancora inferiori del 75% rispetto a quelli versati ai cinesi. Il sito online cinese Vancl.com, che vende articoli di abbigliamento, ha appena stretto un accordo per un primo lotto di produzione di 30mila camicie con un produttore della provincia di Jiangsu che ha una fabbrica in Bangladesh dove i costi del lavoro sono fino al 30% più bassi. Le prime prove di delocalizzazione, oltre che di business tout court, il Dragone le aveva già fatte nel decennio scorso in tutto il continente africano.

In Etiopia, per esempio, una azienda cinese produce scarpe da esportare in Europa e Nord America. Fra i vantaggi non c'è solo il basso costo della manovalanza e della materia prima, il cuoio, ma anche benefici fiscali, elettricità gratis e aree edificabili a basso costo. Negli anni Duemila però il costo della manodopera cinese era ancora basso e quindi gli imprenditori portavano con sé anche molti lavoratori cinesi che, non avendo nulla da perdere in patria, non si facevano problemi a trasferirsi in Africa. Ora le cose non stanno più così perché i lavoratori cinesi hanno imparato a rivendicare i propri diritti e l'incubo disoccupazione inizia a preoccupare il nuovo establishment cinese, uscito dal diciottesimo congresso del Partito comunista più capitalista del pianeta.

Cina - La vita secondo Apple. La città-fabbrica di Foxconn dove si produce il 40% dell'elettronica mondiale per il grande pubblico

Primo fornitore mondiale di componenti elettroniche e primo datore di lavoro privato in Cina, al colosso taiwanese Foxconn sta ormai stretto il proprio gigantesco bunker di Shenzhen Longhua. Viaggio in Guangdong e Sichuan, luogo emblematico del suo risveglio industriale.

di Jordan Pouille da Le Monde Diplomatique/ il Manifesto giugno 2012

«È LA PRIMA VOLTA che parlo a uno straniero. Conosci Michael Jackson? Sul mio telefono ho tutte le sue canzoni!». Mezzanotte e mezza, di fronte all’ingresso di Hongfujin, una divisione di Foxconn dedicata all’iPod. Nell’umidità notturna di Longhua, alla periferia di Shenzen, un gruppo di cuochi ambulanti, il fornello a gas fissato al retro del furgoncino, sono venuti a fare concorrenza alla mensa aziendale. Si rivolgono alle migliaia di giovani in giacca rosa o nera che, a pancia vuota, lasciano il proprio posto di lavoro. Alcuni si mostrano incuriositi e ci avvicinano con fare candido e allegro. Per i clienti che mangiano al furgoncino di Bo Zhang, una porzione di spaghetti saltati viene 3 yuan (1).

Da solo, Bo ne prepara almeno mille al giorno. «I capi di Foxconn preferiscono tenere i lavoratori in fabbrica durante la pausa per il pasto. Così, appena arriviamo noi, questi bastardi fanno scendere il prezzo di una portata alla mensa a 1,50 yuan, invece dei soliti 4!» Bo Zhang è a sua volta un ex operaio di Foxconn, addetto all’officina di laminazione delle scocche metalliche dei MacBook. Si ricorda di una sala poco ventilata e rumorosa, del caldo soffocante, della polvere d’alluminio che ricopriva la pelle e i capelli. All’epoca, non soltanto gli operai ma perfino i quadri aziendali non avevano alcun contatto con la gerarchia taiwanese, che pure prendeva le decisioni. Le sue richieste di trasferimento, cosa poco sorprendente, venivano tutte rifiutate. Ha lasciato la fabbrica nel giro di un anno, nel maggio 2010. Per poterci meglio tornare. «Adesso, sono gli operai a darmi da vivere», dice divertito. E poco male se tra i suoi sgabelli in plastica si aggirano i ratti e il fumo della fabbrica si mescola all’odore sottile della salsa di soia.

Attorno al suo ristorante improvvisato non c’è alcuna guardia: solo una folla di giovani stanchi, che preferisce la convivialità di Bo alla stretta disciplina che regna all’interno di Foxconn, al di là delle porte di sicurezza. A quel che dicono, le umiliazioni e le punizioni da parte dei capireparto sono finite dopo lo scandalo dei suicidi in serie, nel corso del primo semestre del 2010 (2). «I dirigenti sono molto più discreti. In effetti, nemmeno si sentono più. Se uno ha la mente salda, questa vita è gestibile. Io lavoro in piedi, ma ho una pausa di dieci minuti ogni due ore», ci racconta Yang (3), 21 anni e secco come il tralcio di un vitigno. Il suo compagno Cao Di si ricorda delle vessazioni del passato: «Se gli obiettivi di produzione non venivano raggiunti, dovevamo rimanere in piedi davanti a un muro per sei ore a riflettere sui nostri errori». Il regolamento resta comunque severo: «Naturalmente, dobbiamo lasciare sempre i telefoni cellulari all’ingresso, e non possiamo né andare in bagno né bere un sorso d’acqua durante il lavoro». Bisogna aspettare le pause. Tra tutti e due, riescono a imballare ottomila iPad al giorno, lavorando dalle 8 alle 19. «A partire – precisa uno con fierezza – da quelli della prima generazione, nel 2010».

Risse tra guardie e lavoratori

È QUI, A LONGHUA, che il fondatore taiwanese di Foxconn, Terry Tai-ming Gou, ha costruito la sua prima fabbrica in Cina, nel 1988. Avviluppati in un bunker di tre chilometri quadrati circondato dai dormitori, 350.000 operai vi lavorano giorno e notte per fabbricare stampanti e cartucce Hewlett Packard (Hp), computer Dell o Acer, lettori Kindle di Amazon, Playstation di Sony e tutti i prodotti della gamma Apple; ed è proprio per far fronte all’insaziabile domanda mondiale di questi ultimi che Foxconn ha realizzato due impianti supplementari, ancora più grandi: uno nel Sichuan, per l’iPad, e l’altro, nell’Henan, per gli iPhone. Nel primo caso, la produzione è stata avviata il 30 settembre del 2010, nel secondo ad agosto 2011. I nuovi stabilimenti danno lavoro a circa 200.000 operai ciascuno.

Da stamattina, a Shenzhen, un gruppo di uomini in abito scuro, si sfida, imperturbabile, a carte, in una sala piena di fumo. Di tanto in tanto, i giocatori buttano un occhio distratto in direzione dello schermo che ritrasmette le immagini della telesorveglianza. Gestiscono una decina di dormitori dalle facciate piastrellate, come ce ne sono dappertutto in città. I loro sono separati dall’officina B4 della fabbrica Foxconn da due strade a quattro corsie, percorse a qualunque ora dai camion. Dall’ultimo piano, attraverso le inferriate delle finestre, si possono scorgere alcuni giovani nell’atto di impilare dei cartoni di colore nero e verde – i colori della marca Acer.

Questi amministratori sono incaricati di raccogliere, per conto di un ricco proprietario, gli affitti di dodicimila operai ammassati in millecinquecento camere. Lavatrici e distributori d’acqua potabile sono installati fuori, fra i sacchi dei rifiuti domestici, gettati dalle finestre e subito sventrati dai cani randagi. Le saracinesche del pianterreno nascondono una miriade di internet café illegali e sale per il gioco online a 1 yuan l’ora, aperti ventiquattr’ore su ventiquattro, dove i giovani operai possono venire a svagarsi.

Poiché, mancando lo spazio, Foxconn non ospita che un quarto della propria manodopera – in un «campus con piscina olimpica, palestre e ospedali», dichiarano i comunicati stampa –, la stragrande maggioranza del personale è costretta a occupare dei dormitori privati costruiti in fretta e furia, appiccicati gli uni agli altri, su lotti senza nemmeno i nomi delle strade. Gli operai si trovano così alla mercé di commercianti di ogni genere e di albergatori avidi, sui quali l’azienda taiwanese non esercita alcun controllo. Grazie alla telesorveglianza, i gestori privati sono riusciti a sorprendere qualcuno nell’atto di gettare un mozzicone per le scale e a inviargli subito una guardia per coglierlo sul fatto. Sulla base del regolamento affisso in tutti i corridoi, il malcapitato è passibile di un’ammenda non trattabile di 20 yuan. A Longhua, il mantenimento dell’ordine è prerogativa delle società di sicurezza private: dei bellimbusti in uniforme di polizia, ma senza armi né distintivo. Come coloro che sono deputati a sorvegliare, sono immigrati, reclutati davanti alla fabbrica. Anche la paga è la stessa; a separarli c’è solo un berretto.

All’entrata di officine, magazzini e dormitori, sono pronti a infliggere multe da tutte le parti, controllare badge e frugare negli zaini. Una chiamata d’emergenza alla polizia, e sono loro i primi ad arrivare. La maggior parte si pavoneggia a bordo di biciclette mountain bike, dalle sirene rosse e blu fissate al posto del portabagagli. La sera, si piazzano alle estremità di ogni strada, con tutte le luci accese, simulando dei blocchi di polizia per poter meglio controllare i flussi. A volte, fra operai e guardiani scoppiano delle risse, e in questi casi spetta alla polizia intervenire. «Le forze dell’ordine, quelle vere, si muovono solo se viene loro segnalato un assembramento anomalo. In tal caso, si mettono a filmare uno per uno i capi, e questi ragazzini finiscono per disperdersi», racconta un commerciante. Dai loro sofisticati pick-up, i poliziotti di Longhua azionano una telecamera girevole.

La loro ossessione sono i tentativi, ricorrenti nella provincia, di manifestazioni; mentre, in compenso, sono molto più tolleranti rispetto agli innumerevoli bordelli camuffati da karaoke o in centri per massaggi. Altrettanto falsi sono i diplomi, le patenti e le carte d’identità proposti da diverse pubblicità. Un vero flagello, a detta di Foxconn: «Non siamo voluti mai ricorrere al lavoro dei minori. Se alcuni casi si sono verificati, è perché dei lavoratori hanno utilizzato documenti falsi e si dicevano più vecchi dell’età che avevano», ha già detto l’azienda. Delle verifiche condotte da Apple nel 2011 hanno evidenziato la presenza di bambini presso cinque dei suoi fornitori (4).

In questa città-fabbrica, a sedurre gli operai che aspirano a una riqualificazione, ecco strambe scuole di «formazione continua». È il caso di Guo Tan, 25 anni, da due anni addetto alla verniciatura delle scocche dei telefonini Nokia. Suo fratello lavora in una fabbrica di accendini del Zhejiang; sua sorella a Dongguan (Guangdong), in una fabbrica di pantofole.

Dopo il Capodanno cinese, ha seguito un corso di «marketing online» in un istituto che a Longhua ha un’attività ben avviata, che gli prometteva una nuova carriera e un nuovo inizio: «Mi sono voluto riqualificare perché passo dagli orari notturni a quelli di giorno ogni mese, talvolta ogni due settimane, senza preavviso, cosa che mi impedisce di dormire correttamente». Guo lavora dodici ore al giorno, sei giorni su sette. Per l’esorbitante cifra di 4.000 yuan, ossia più del doppio del suo salario di base, ma «pagabili a rate», si è regalato tre ore di corso al giorno, quattro giorni alla settimana, per due mesi, con il premio finale di un bel certificato. Il documento però non è un diploma e la formazione acquisita non è riconosciuta da nessuna delle imprese cinesi in cui vorrebbe essere assunto. Originario del Guizhou, una delle province più povere del paese, Guo ha un obiettivo: «Vorrei tornare a casa con una compagna e abbastanza soldi per mettere su la mia piccola attività ed essere l’unico amministratore di me stesso. Questo rassicurerebbe i miei genitori». Costretto a rimettere in sesto i suoi conti, dovrà restare alla Foxconn ancora per un po’.

Bibite energetiche, peluche giganti e bigiotteria

A LONGHUA, l’ingenuità della manodopera è pari solo al suo appetito consumista. Fin dall’uscita dalla fabbrica, gli operai sono immersi in un universo di tentazioni a buon mercato. I dormitori più vicini alle uscite della fabbrica (Nord, Sud, Est, Ovest) sono tappezzati di pubblicità luminose e sonore di telefonini e bevande energetiche. Per la strada, i ragazzi sono adescati da voci al megafono: offrono loro peluche giganti, gioielli di bigiotteria... perfino giacche aziendali Foxconn contraffatte, a 35 yuan cadauna, «se gli capita di perdere quella fornita dalla direzione il giorno dell’assunzione e che devono obbligatoriamente portare sei giorni su sette», dice la venditrice. Più lontano, su Minging Lu, un tatuatore ha installato la sua apparecchiatura elettrica vicino a un lampione. Nemmeno i nuvoloni di polvere sollevati dal continuo passaggio dei camion riescono a distrarlo. Per 300 yuan, è pronto a tatuare temibili dragoni sul torso o la schiena degli operai. Quando viene il loro giorno di riposo settimanale o mensile, se hanno totalizzato abbastanza ore di straordinario, i lavoratori fanno la fila davanti al parrucchiere o affittano dei pattini per andare a scaricare la fatica accumulata nella piazza principale. Nascosti sotto gli striscioni che vantano l’«armonioso sviluppo» di Longhua, degli altoparlanti diffondono la loro musica preferita.

Lontano dal baccano, sopra un magazzino di coperte, risuonano gli inni di un chiesa evangelica, sfuggita forse all’ufficio per gli affari religiosi di Shenzhen. «Dio vi chiama», si può perfino leggere a caratteri verdi e rossi sulla finestra del primo piano. Da quando ha aperto, cinque anni fa, alcuni operai di Foxconn vi vengono a pregare, piangere e cantare, giorno e notte. Le loro donazioni hanno permesso già di acquistare un piccolo pianoforte e finanziare gli spostamenti di un pastore di base a Dongguan. Niente che possa turbare le autorità per il momento.

Poi, nell’aprile 2011, miracolo! La metropolitana è finalmente arrivata a Longhua. Ogni otto minuti, un convoglio climatizzato si ferma alla stazione di Qinghu, in corso Heping Lu, e porta i giovani operai fino a Lohuo, il quartiere animato di Shenzhen, al confine con Hongkong. «Ci sono sempre più traffico, tentazioni e insicurezza», riassume Sunny Yang, un ingegnere di ritorno da una serata di badminton tra amici. Vive a Longhua con sua moglie e sua figlia di due anni e sopporta sempre di meno la confusione della città-fabbrica. «Anche se – si sente in dovere di aggiungere – resta una città ricca di opportunità per i laureati».

Confortante, agli occhi di Yang, è invece l’apparizione nei dormitori di una popolazione più pacifica: gli anziani, che passano le loro giornate tranquillamente seduti attorno ai radi campi da gioco, servendosi delle reti metalliche come stenditoi per abiti... da bambini.

Questi sessantenni non hanno traslocato in mezzo alle fabbriche per piacere, ma perché i loro «lavoratori ragazzini», operai di Foxconn, li hanno dovuti chiamare a prendersi cura dei propri figli. Questa è, ad esempio, l’idea di Lei, 23 anni, originaria dell’Hunan e madre di un bambino di due anni e mezzo: «Anche i miei genitori erano operai immigrati nella regione, e il loro hukou rurale [passaporto interno] non mi permetteva di essere iscritta a scuola lì [gli immigrati non hanno gli stessi diritti dei residenti, specie per quanto riguarda l’accesso ai servizi pubblici]. Allora mi hanno lasciato al villaggio. Per tutta la mia infanzia, non li ho visti che una volta all’anno, per il Capodanno cinese. Non voglio che mio figlio viva la stessa solitudine. Voglio fargli avere un’istruzione sul posto, anche a costo di pagarne il prezzo», afferma la giovane donna, che ci fa visitare la sua modesta dimora.

Per il momento, in famiglia vivono in tre in una stanza di nove metri quadrati, per 350 yuan al mese. Appena lo spazio sufficiente per i materassi, il televisore e il passeggino del piccolo. Il marito di Lei assembla telefoni fissi Cisco, dodici ore al giorno, sei giorni su sette. Guadagna bene: fino a 4.000 yuan al mese. Lei ha smesso di lavorare quando ha avuto il bambino. Adesso è incinta di cinque mesi. Dopo la nascita del secondo figlio, farà venire i suoi genitori pensionati e ricomincerà a lavorare, per raddoppiare le entrate domestiche.

Che ne pensano gli anziani che hanno già lasciato la campagna? «È vero che ci si annoia un po’ qui, l’aria è inquinata, le strade sporche, non c’è spazio per coltivare il proprio orto e ci si sente un po’ sotto sorveglianza con tutte queste guardie», sospira la signora Jiang, 63 anni. Insieme ad altre persone, oggi aspetta un fattorino da Hongkong per del latte maternizzato d’importazione, «garantito senza melammina».

A Longhua, molte madri e future madri sono ben consapevoli del proprio corpo e dei loro diritti, circostanza che ha l’effetto di infastidire i loro superiori in fabbrica. «Quando ho saputo di essere incinta, il mio caporeparto mi ha fatto aspettare dieci giorni prima di esentarmi dal passaggio al metal detector. E, quando ho chiesto di cambiare reparto, ha rifiutato. Ho dovuto convincere un suo superiore», dice divertita una giovane donna. Incinta di otto mesi, Jun Hao è ora addetta all’etichettatura delle scatole per computer: «Attacco autoadesivi per 3.000 yuan al mese. Non è forse giusto?»

Dopo il parto, avrà diritto a un congedo per maternità di tre mesi: «Mia madre non ci ha creduto neanche per un secondo, ma nel contratto c’è». Nella Cina continentale, alle donne si prospettano novanta giorni di maternità al 100% del salario mensile medio dell’anno precedente, vale a dire ventotto giorni in più che a Hongkong. Un obbligo facile da far rispettare nella funzione pubblica e nelle grandi aziende di stato cinese, molto meno nel settore privato, riconosce il quotidiano ufficiale China Daily (5).

Da dove può venire una tale presa di coscienza da parte di Jun? Dalle ore passate sui forum di discussione femminile, attraverso i computer degli innumerevoli internet café? C’è da dubitarne, vista la misura in cui questi luoghi sono di pertinenza esclusiva degli uomini, ossessionati dai giochi in rete. Forse viene piuttosto dalle campagne d’informazione condotte da qualche ospedale, come il centro ginecologico Huaai di Longhua. È qui che, protetti dall’anonimato, le operaie e i loro compagni vengono fino a tarda sera per raccogliere ogni genere d’informazione sulla maternità o la contraccezione.

«Tanto più conosceranno i loro diritti, tanto più facilmente faranno dei progressi, e non solo sui salari (6). Per Shenzhen è una garanzia di stabilità», dicono in ospedale. Una precisazione davvero stupefacente: malgrado la decorazione rosa bonbon, questo istituto di sanità beneficia infatti di un partenariato con l’Esercito popolare di Liberazione (Epl). La maggior parte dei medici sono ufficiali. Si rimane sbalorditi di fronte ai pannelli illustrati di educazione sessuale affissi lungo i marciapiedi, che però un guardiano ci vieterà di fotografare. Vi si legge: «L’omosessualità è un fenomeno culturale come il sadomasochismo. Un fenomeno che non è ancora giunto alla piena maturità in Cina», un modo per dire che la società cinese non sarebbe affatto preparata ad accettare l’omosessualità.

Quando arrivano con il loro fagotto davanti all’imponente centro di reclutamento, vicino alla porta Nord, i giovani migranti scoprono gli slogan di benvenuto: «Realizzare i propri sogni», «Fare fortuna». Possono contemplare le gigantografie in cui operai euforici sono vestiti come studenti di un campus universitario americano, con i cappelli «tocco» sulla testa. Più pragmaticamente, un cartello rosso, ricorda che «non serve né un titolo né soldi per trovare posto in azienda»: ai reclutatori non dispiace. Se rimangono senza incarichi, possono sempre promettere un posto agli scombussolati canditati che scendono dalla metro, mentendo su salari e orari.

Pixian, solo casa e azienda per gli operai 

ORMAI, per conservare la propria manodopera, Foxconn deve vedersela con i padroni delle piccole fabbriche, che non esitano ad affiggere le loro offerte di lavoro fino alle porte dei dormitori, né ad allinearsi ai salari in vigore a Longhua. Approfittando dell’ambiente high-tech dell’area industriale, questi imprenditori vengono per fabbricare i loro telefoni, destinati ai modesti mercati delle piccole città o delle campagne cinesi. «Quello che perdiamo in termini di costo del lavoro, lo recuperiamo sull’unità di prodotto, perché vendiamo direttamente al consumatore», spiega un uomo d’affari incontrato nel magazzino della fabbrica Samzong – naturalmente da non confondere con Samsung. Del resto, anche i telefoni Kpt, ispirati al Blackberry, e gli Ying Haifu, simili ai Nokia, sono prodotti a Longhua. Probabilmente nelle stesse fabbriche «in affitto» pubblicizzate negli annunci dipinti sui muri.

Lasciamo Shenzhen Longhua e il suo universo spietato con il sentimento che, al di là dei loro rigidi orari di lavoro, Foxconn non abbia più molta presa sui suoi soldatini dell’elettronica. Tempo libero, sonno, formazione, spiritualità, alimentazione, potere d’acquisto e spostamenti: sono tutti domini che gli attori esterni sanno sfruttare, spesso in maniera predatoria, a volte benevola.

Raggiunto al telefono, Louis Woo, portavoce dell’azienda, conferma questa tendenza senza condannarla: «Non possiamo più controllare questa nuova generazione di operai che ha scelto di vivere e realizzarsi insieme agli altri ragazzi. Sappiamo ormai che la loro ossessione non è più quella di tornare a casa. Anche se non disdegnano di stare più spesso con le loro famiglie, vogliono vivere, consumare e realizzarsi in mezzo a quelli come loro, fra ragazzi».

Forte di questa lezione, il produttore taiwanese ha scelto di proseguire la sua espansione altrove, verso l’interno del paese, in province sicuramente distanti dai grandi porti mercantili ma anche ricche di territori vergine in cui è possibile ripensare un complesso industriale dalla A alla Z, e dove gli amministratori locali gli stendono tappeti rossi.

Come a Pixian – a più di duemila chilometri da Shenzhen –, alla periferia di Chengdu (provincia del Sichuan), dove Danone imbottiglia la sua acqua Robust e Intel fabbrica i suoi processori. Il 16 ottobre 2009, ossia ancora prima dell’ondata di suicidi del primo semestre 2010, viene siglato con le autorità del Sichuan un impegno d’investimento congiunto. Il cantiere prende avvio il 25 luglio 2010, mentre a produrre si comincia il 30 settembre. Ma, sette mesi più tardi, si verifica un’esplosione mortale, dovuta a un difetto strutturale del sistema di ventilazione, secondo un’inchiesta del New York Times, che descriveva nei particolari le condizioni di lavoro degli operai di Chengdu (7).

Foxconn vi produce ormai dodici milioni di iPad a trimestre, vale a dire i due terzi della sua produzione totale, ripartiti fra tre officine e cinquanta linee di produzione spalmate su un perimetro di quattro chilometri quadrati.

Qui non ci sono né rumorosi bordelli né pacchiani karaoke, né pubblicità luminose né fabbriche di telefonini contraffatti o chiese evangeliche: gli operai si spostano docilmente in una città-fabbrica nuovissima, asettica, di architettura neostaliniana. Strade a doppio senso e tre carreggiate collegano le massicce officine A, B, C alle porte dei dormitori 1, 2 e 3. Il servizio navetta, di giorno come di notte, è garantito dagli autobus articolati della città di Chengdu – a lenta andatura, in modo da sfuggire agli autovelox. Con betoniere, camion di trasporto merci e auto della polizia, sono gli unici veicoli che si vedano circolare a Pixian.

Questo complesso industriale appena nato, costruito in tempi record – settantacinque giorni – da Jiangong, una società controllata dalla città di Chengdu, si colloca in una nuova zona franca, esente dunque dall’imposizione fiscale. Il trasferimento di Foxconn viene descritto nella stampa locale come «il progetto numero 1 del governo del Sichuan». Solo per la bella faccia di Ming Gou, le autorità hanno costruito sei nuove strade, due ponti, 1,12 milioni di metri quadrati di superficie abitabile per gli operai. Hanno speso 2,2 miliardi di yuan in indennità di espropriazione per diecimila famiglie, i cui quattordici villaggi sono stati rasi al suolo nell’agosto 2010 (8).

Le nuove officine Foxconn non sono nient’altro che austere costruzioni bianche perforate da migliaia di piccole finestre oscurate. Si stendono lungo due strade dai nomi evocativi: Tian Sheng lu («Cielo Vittoria») e Tian Run lu («Cielo Profitto»). Attorno alle fabbriche non è stata sistemata alcuna rete antisuicidio, come c’è a Longhua. La manodopera, più giovane, è sicuramente peggio pagata – il salario base è di 1.550 yuan contro i 1.800 di Shenzhen –, ma è in gran parte del posto e può fare visita alla famiglia più facilmente.

«Culturalmente, Chengdu non ha niente a che vedere con Shenzhen, che è una città composta esclusivamente di immigrati. La nostra fabbrica di Longhua conta per esempio un 20% di giovani provenienti dall’Hunan e un 10% dal Sichuan. Ma qui, i lavoratori del Sichuan sono tra loro e sono quindi più rilassati. E poi la gente del Sichuan è nota per il suo calore umano. Ci sono talmente tante sale da tè», si entusiasma Louis Woo, portavoce di Foxconn. Che i suoi operai trovino però il tempo di andare lì a svagarsi non è sicuro.

Secondo le testimonianze raccolte sul posto, le autorità locali si incaricherebbero loro stesse del reclutamento – una prova di quanto a Chengdu abbiano preso sul serio questo progetto. A ciascun villaggio della provincia del Sichuan vengono anzi imposte delle quote di lavoratori da fornire a Foxconn. «Ho accettato l’offerta del capo del partito del paese in cambio di un’agevolazione amministrativa: ha fatto accelerare le mie pratiche di matrimonio con la mia compagna, originaria di una provincia vicina. Ma non si tratta di lavoro forzato. Posso licenziarmi quando voglio, senza che il nostro paese smetta di ricevere le sovvenzioni dal governo della provincia», dice Yang, addetto ai magazzini.

Perfino gli studenti di informatica sono stati mobilitati per fare i loro stage alla Foxconn. «Questi metodi sono provvisori e corrispondono a una fase iniziale dello sviluppo. Gli operai non ci conoscono e non verrebbero da sé a fare la coda al centro di reclutamento. Ecco perché bisogna andarli a cercare», dicono alla Foxconn. Nell’azienda, il turnover è elevato. Ventiquattromila operai (cioè quasi il 7% della manodopera ogni mese) a Shenzhen Longhua, afferma il Daily Telegraph (9). A Chengdu potrebbero essere molti di più: «Quando alcuni amici hanno hanno deciso di andarsene, un direttore della risorse umane ha chiesto loro di aspettare. Doveva gestire già quarantamila lettere di licenziamento», ci confida un lavoratore.

Battezzati «Gioventù gioiosa», ma riempiti di guardie, i dormitori di Pixian hanno fino a diciotto piani. Ragazze e ragazzi sono separati. Queste strutture si trovano ripartite tra i quartieri di Deyuan, Shunjiang e Qingjiang. Ciascun complesso di dormitori è dotato di mensa, un supermercato senza alcolici in vendita, internet café, distributori di biglietti, tavoli da ping-pong e campi da badminton. Ciascuna camerata ospita da sei a otto persone – per un affitto mensile di 110 yuan – e dispone di una sala con cabine doccia e bagni. Per far risparmiare tempo ed energie ai lavoratori, a recuperare il bucato è un’impresa di pulizie.

Apprezzatissimo dai giovani operai di Pixian, l’internet café offre un arredamento curato, aria condizionata e comode poltrone. Gli schermi dei computer ostentano il logo Foxconn. Il prezzo della connessione raddoppia dopo un’ora, inducendo gli operai a non trattenersi troppo a lungo. Ad avere diritto di cittadinanza sono solo negozi in franchising simili a quelli delle grandi città, come Family Mart. «Una volta fuori dalla stanza o dalla fabbrica, la vita diventa piuttosto cara», si duole Cheng, la cui giornata è regolata come uno spartito musicale.

«Mi alzo alle sei, prendo l’autobus alle 6.40 e inizio la mia giornata in fabbrica alle 7.30. Siccome lavoro fino alle 20.30, arrivo a casa solo alle 21.10. Così mi rimane un’ora da sfruttare prima dello spegnimento delle luci». Fuori, i venditori ambulanti di spaghetti e spiedini giocheranno tutta la notte al gatto e al topo con i poliziotti alla guida di macchinine per campi da golf.

È lo stesso genere di paesaggio che hanno realizzato nella periferia di Chongqing, a trecento metri da Chengdu. Foxconn trasferisce qui una parte del suo reparto stampanti Hp di Shenzhen. La produzione stenta a mettersi in moto, e già le navette dell’università di Chongqing conducono la marea di studenti requisiti per uno stage obbligatorio in fabbrica. Probabilmente si uniranno ai diecimila operai del reparto Hp di Shenzhen che hanno accettato di tornare nella loro provincia natale, come Pan Fang, 22 anni, e i suoi amici. La loro nuova stanza conta otto letti numerati e otto sgabelli. La prima impressione è positiva: «Qui l’aria è meno inquinata, e Foxconn ci ha fatto installare l’acqua calda, il climatizzatore e anche un televisore». Sanno già che il loro lavoro sarà lo stesso: assembleranno seicento stampanti al giorno ciascuno. E sperano che anche il loro salario seguirà...

* Giornalista, Pechino.
(1) 1 yuan = circa 0,12 euro.
(2) Tra gennaio e maggio 2010, tredici giovani operai hanno tentato di mettere fine alla propria vita; ci sono riusciti in dieci. Si legga Isabelle Thireau, «I “cahiers de doléances” del popolo cinese», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2010.
(3) Alcune tra le persone incontrate non hanno voluto dare il loro nome, spesso per timore di rappresaglie.
(4) «Apple Supplier Responsibility Report. 2012 progress report», Apple.com
(5) «“Soft welfare” needs supervision», China Daily, Pechino, 26 aprile 2012.
(6) Dal 2009, il salario base dei 350.000 operai di Longhua – esclusi premi e straordinari – è raddoppiato, passando da 900 a 1.800 yuan.
(7) «In China, human costs are built into an iPad», The New York Times, 26 gennaio 2012. L’inchiesta ha indotto la Apple ad aderire all’organizzazione non governativa Fair Labor Association.
(8) Nanfang Zhoumo, Canton, 10 dicembre 2010.
(9) «“Mass suicide” protest at Apple manufacturer Foxconn company», The Daily Telegraph, Londra, 11 gennaio 2012.
(Traduzione di Fran. Bra.)

 

L’impero venuto da Taiwan

WUHAN, Chegdu, Zhengzhou, Chongqing, Shanghai, Ningbo e Tientsin: in tutto, Foxconn possiede una ventina di fabbriche cinesi di ogni dimensione. Dalla console per i videogiochi allo Smartphone 4 G, il 40% dell’elettronica mondiale destinata al grande pubblico è prodotta in Cina dall’industria taiwanese, che dà lavoro a più di un milione di operai, la cui media d’età è di 27 anni, secondo le verifiche di Fair Labor Association (1). Questi lavoratori passano in fabbrica dalle cinquantasei alle sessantuno ore alla settimana. La loro paga può arrivare fino a 4000 yuan al mese (poco meno di 500 euro). Ma Foxconn è presente anche fuori dalla Cina, con una fabbrica di assemblaggio di televisori Sony anche in Slovacchia. Oggi, la multinazionale dà ormai il via alle sue produzioni in India, Malesia e Brasile. A 61 anni, Terry Tai-ming Gou, il suo fondatore, detiene il 30% delle quote e figura al centottantaquattresimo posto nella classifica 2012 dei grandi patrimoni stilata dalla rivista Forbes. Poiché Foxconn non fa altro che assemblare i componenti acquistati dai suoi clienti, per poi controllare la qualità del prodotto finale, la manodopera, e non il materiale, rimane la sua prima fonte di spesa... così come la sua principale forza. Di qui l’importanza di una integrazione verticale, nella quale dei bisogni dei lavoratori si fa carico il datore di lavoro. Tuttavia, il recente annuncio di un massiccio arrivo di robot lascia presagire un cambiamento di tattica, almeno a Shenzhen. E’ quanto conferma Louis Woo, portavoce della società: «Non possiamo abbandonare Shenzhen perché, anche se là i salari sono più elevati che altrove in Cina, questa città ha finito per diventare una vera calamita per talenti, soprattutto grazie alle università. Condizioni nelle quali possiamo pensare di fare ricerca e sviluppo per conto nostro. Attività che richiedono macchinari sofisticati».  

(1) «Foxconn investigation report», Washington, DC, 29 marzo 2012

Cina - La frenesia da grattacielo: «È il sintomo del crac in arrivo»

di Marco Del Corona da corriere della sera

Studio inglese: le bancarotte precedute dai boom edilizi La Repubblica popolare ospita da sola più di metà dei palazzi più alti in costruzione nel mondo. L’ultima inaugurazione: il cantiere per il China Zun

PECHINO — Le inaugurazioni sono faccende gioiose. I funzionari, i drappi rossi, i fiori, molte parole pompose. Il 19 settembre scorso, a Pechino, c’era pure una schiera di scavatrici ingentilite per l’occasione da delle specie di fiocchi, rigorosamente rossi. A due passi incombeva la sghemba sede della Cctv di Rem Koolhaas, che i pechinesi irridono come «i mutandoni»: lì, nel cuore del Central business district, si inaugurava la costruzione del grattacielo più alto di Pechino, il China Zun, 510 metri e 108 piani, che il gruppo Citic annuncia come un gioiello dell’ecologicamente corretto.

Sull’inaugurazione non si allungava ancora l’ombra delle fosche previsioni degli analisti di Barclays Capital: ogni boom di grattacieli precede un tonfo dell’economia, e dunque se la Cina (ma il discorso vale anche per l’India) vive questo gigantismo edificatorio, si prepari «entro 5 anni» a un altro boom, quello della bolla che scoppia. Parla la storia. La New York che aveva innalzato l’Empire State Building e il Chrysler sprofondò nella Grande depressione. Il collasso finanziario di Dubai, due anni fa, ha inghiottito l’euforia che aveva accompagnato la costruzione del Burj Khalifa, appena sotto gli 830 metri. Si possono aggiungere la Chicago del ’74 e la Malaysia del ’97. Se la lettura di Barclays Capital è corretta, la Cina — che da sola ospita più di metà dei grattacieli in costruzione nel mondo — si prepara allo scossone. La miscela tra prezzi dei terreni alti e accesso facile al credito, in un clima generale di ottimismo, secondo gli analisti è la premessa di un crollo: «I boom edilizi sono un segno di un eccesso di credito », ha sintetizzato Andrew Lawrence, l’analista che nel ’99 ha formulato l’«indice dei grattacieli » che mette in relazione torri e crisi economiche. Il China Zun prende nome da un antico contenitore per bevande alcoliche, di cui evoca la forma. Quasi un monumento all’ubriacatura immobiliare di un Paese. Sarà in 5 anni il più alto edificio di Pechino (ora lo è la terza fase del China World, non distante, 330 metri) ma non della Cina: se già adesso lo Shanghai World Financial Center raggiunge i 492 metri, cinque delle torri ora in costruzione supereranno il China Zun, con il Pingan International Finance Center di Shenzhen che toccherà i 660. L’India, che arrancava con solo due grattacieli esistenti, accelera con 14 in costruzione: la Tower of India di Mumbai sarà seconda solo al mostro di Dubai. In realtà, il 2011 della Cina racconta un’atmosfera mista.

Di gru scatenate ma anche di consapevolezza. E di preoccupazione. Grattacieli a parte, dopo che l’edilizia ha sostenuto per anni un Pil a due cifre, si è assistito a un arroventarsi del mercato che ha reso i prezzi delle abitazioni irragionevolmente alti. Dalla stretta al credito delle banche a limiti all’acquisto di terze e seconde case fino agli stanziamenti per alloggi di Stato e dunque accessibili, le autorità centrali hanno cercato di tamponare la bolla. E il congresso del Partito comunista che in autunno rinnoverà la leadership non consente sbagli. Ma quando i prezzi hanno preso a calare di pochi punti, e soprattutto i palazzinari hanno lanciato sconti per riempire appartamenti invenduti, chi si era svenato anche solo una settimana prima ha protestato. E non è finita. Il calo dell’inflazione (4,1% a dicembre, dato di ieri, ma era a 6,5% in luglio) porterà a qualche ammorbidimento sul credito. Pechino è attesa da esercizi di equilibrismo acrobatico. Che solo sulla cima di un grattacielo si possono comprendere appieno.

Cina - Gli scioperi operai che piegano Deng

È la regione cinese più industrializzata. Oltre l’80% sono operai-migranti, lavorano nel tessile, nei giocattoli, nell’elettronica, settori in crisi.

Chiedono più salario, ma anche delegati autonomi dal Pcc e contrattazione collettiva

di michelangelo cocco da il Manifesto

Settima strada dell’innovazione, seconda via della scienza, viale della tecnologia... Hanno nomi che rimandano a un orizzonte di progresso i percorsi del Parco industriale dell’alta tecnologia di Shenzhen, l’ex villaggio di pescatori che nel 1980 Deng Xiaoping trasformò nella prima zona economica speciale della Repubblica popolare, oggi scossa da una profonda trasformazione e dagli scioperi che attraversano l’intera regione del Guangdong. È nel distretto dove si progettano software, circuiti elettronici e biotecnologie che, alla fine della prima giornata in fabbrica dopo una protesta che li ha portati a incrociare le braccia contro i padroni della Hitachi dal 4 al 25 dicembre, incontriamo uno dei 23 «delegati» protagonisti di questa nuova stagione di lotte operaie in Cina.

Il rappresentante dei lavoratori - che ci chiede di rimanere anonimo - mostra il documento sul quale l’azienda si è infine dichiarata disponibile a trattare: aumenti salariali fino al 30%, prestiti agevolati per l’acquisto della casa, reintroduzione dei bonus cancellati dopo la crisi finanziaria del 2008. L’uomo, che come tutti i suoi compagni non è iscritto al Partito comunista (Pcc), racconta come è stata portata avanti la vertenza: «Una trentina di noi, i più anziani, hanno fatto volantinaggio, poi ci siamo riuniti in assemblea e alla fine ci siamo tirati dietro 3.500 dei 4.600 dipendenti » della Hailiang, che nelmarzo prossimopasserà dalmarchio hi-tech giapponese agli americani della Western digital. Le autorità - l’Assemblea dei lavoratori (l’organo del Pcc in fabbrica) e i funzionari provinciali - hanno svolto un ruolo di mediazione tra proprietà e maestranze. Questametropoli giovane (oltre 10 milioni di abitanti, età media 28 anni) e competitiva (i sondaggi le attribuiscono il primato di città più stressata della Cina) sul delta del Fiume delle Perle e a due passi da Hong Kong, per centinaia di aziende sembra aver perso il fascino delle origini. «Trent’anni fa il Paese aveva un’economia totalmente pianificata - spiega Yuan Yiming, vice direttore del Centro studi sulla zona economica speciale - e Shenzhen rappresentava un esperimento: manodopera e terre a basso costo più capitali stranieri contribuirono al decollo della fine degli anni ’80». «Ora però - continua il docente dell’Università di Shenzhen - quel modello di produzione a basso valore aggiunto e alta intensità di lavoro è entrato in crisi, a causa degli aumenti salariali e dei costi ambientali insostenibili».

L’incremento medio (nelle diverse province) delle retribuzioni rientra nei piani del governo, ed è stato fissato al 13%. Troppo per molte corporation, che si stanno già trasferendo in Bangladesh, Cambogia, Vietnam. Dall’altro lato decine di migliaia di migranti rimasti disoccupati vengono spinti a tornare a casa: il Sichuan - la provincia da cui proviene parte della forza lavoro del Guangdong - ha appena annunciato per il 2012 aumenti in busta paga del 23,4%. Un processo inaugurato per «mantenere la stabilità» dopo la catena di suicidi di dipendenti della Foxconn di Shenzhen nel 2010, e accelerato dalla necessità di «riequilibrare » un sistema che delega al Guangdong un quarto del commercio dell’intera Cina. Di un «cambiamento strutturale e non congiunturale » parla Yu Bin, direttore generale del Dipartimento di ricerche macroeconomiche del Centro studi sullo sviluppo del Consiglio di Stato. Il decennio 2001-2010, col suo prodotto interno lordo (Pil) al +10,5%, è definitivamente archiviato.

Ma è sull’industria che si continua a puntare, «perché - sostiene l’esponente del governo - solo il 49,95% della popolazione è urbanizzata, quindi ci sono ancora grandi possibilità di sviluppo nel centro e nell’ovest del Paese ». Gli stipendi in ascesa, i progetti di edilizia popolare e il ventilato miglioramento dei servizi sanitari e pensionistici dovrebbero favorire i consumi interni e puntellare una struttura finora tutta basata sull’export. A Dongguan - a metà strada tra Shenzhen e il capoluogo provinciale Guangzhou - il mese scorso è entrata in sciopero la taiwanese Pou Chen che produce, tra gli altri marchi, per Nike e Adidas.Circa duemila operai hanno manifestato contro l’intenzione dell’azienda di spostare l’impianto nella provincia del Jiangxi e la riduzione delle ore di straordinario. La protesta è stata stroncata daimanganelli della polizia e alcuni lavoratori sono stati fermati. «Che convenienza ha un operaio a venire qui, se nel Sichuan, nello Hunan, nello Hubei o nel Guizhou può guadagnare quasi altrettanto?» lamenta un imprenditore taiwanese che ci chiede di non rivelare il suo nome. Anche lui sta pensando di portare la sua azienda tessile via dalla Cina.

Nella sua fabbrica le retribuzioni dei 150 dipendenti - salite costantemente dal 2006 - variano tra i 2.500 e i 4.700 yuan (300-500 euro circa). Eppure è a corto di manodopera non specializzata. A Dongguan a colpire è un micidiale uno-due: alla decisione politica di eliminare gradualmente le produzioni «vecchie» si sommail crollo (-9% in ottobre per il Guangdong) della domanda – soprattutto nel settore tessili e calzaturiero - dall’Europa in crisi. Lungo Fu Hua Dong Lu donne e uomini lavorano nelle micro aziende familiari a cui le fabbriche subappaltano cucitura e stiratura dei loro capi d’abbigliamento.Mala maggior parte delle saracinesche, ancora incorniciate dai tradizionali festoni rossi con gli ideogrammi dorati di buon augurio, sono abbassate: hanno chiuso in decine di migliaia. E una fila di migranti aspetta l’autobus che li porterà alla stazione, per il viaggio di ritorno verso aree di antica povertà ora scelte per il «nuovo sviluppo».

Zeng Feiyang dirige il Guangdong Panyu migrantworkers service, una ong di supporto ai lavoratori migranti attiva dal 1998: «La prima in Cina» rimarca con orgoglio. «Oltre l’80% degli operai del Guangdong sonomigranti, attivi nell’industria tessile, dei giocattoli, dell’elettronica, tutti profondamente colpiti dalla crisi». «Oltre alle rivendicazioni salariali chiedono di potersi dare una rappresentanza autonoma da quella del Pcc, la contrattazione collettiva - spiega Zeng nel suo ufficio di Guangzhou -. Sempre più spesso, per ora senza collegamenti tra una fabbrica e l’altra, si stanno unendo su singoli obiettivi: associazioni informali che si sciolgono una volta finita la lotta.Ma con la crisi questemanifestazioni e queste rivendicazioni si stanno facendo più pressanti». Il 27 dicembre è toccato a Guangzhou, dove i 1.500 operai della Alei Siti Auto Parts Corporation (pezzi di ricambio per Honda, Toyota, Dongfeng-Nissan e Suzuki) hanno bloccato la produzione: chiedono che gli venga corrisposta per intero la tredicesima che l’azienda vuole ridurre. Se, da un lato, l’ondata di proteste s’inquadra nel piano dello Stato di redistribuire la produzione nel Paese, dall’altro allarma perfino le autorità provinciali, tra le più progressiste della Cina.

«La coscienza dell’opinione pubblica della democrazia, dell’eguaglianza e dei diritti si sta rafforzando costantemente e stanno crescendo le sue rivendicazioni in questa direzione» ha ammesso recentemente Zhu Mingguo, il vice segretario provinciale del Pcc, secondo quanto riportato dal Guangzhou daily. «I mezzi utilizzati per difendere i diritti ed esprimere le proteste stanno cambiando - ha sottolineato Zhu -: siamo di fronte a una tendenza all’intensificazione dei conflitti». «Riconversione? Certo, ma il modello che possa funzionare per noi non l’abbiamo ancora trovato - sospira il professor Yuan -. Le bocche da sfamare sono troppe: dovremmo inventarci un’industria elettronica d’avanguardia, ma ad alta intensità di lavoro». Una via difficile da percorrere perfino per il Pcc, che da trent’anni anni si sforza di tenere insieme il diavolo e l’acqua santa.

(Ha collaborato Alessandra Cappelletti)


 

«Ora lottano per avere diritto a proprie rappresentanze»

di michelangelo cocco

Difficoltà di accesso alle fabbriche. Intreccio di rivendicazioni salariali, difesa del posto e lotte per ottenere rappresentanze sindacali indipendenti. Scioperi operai e politica governativa che fino a un certo punto sembrano andare nella stessa direzione ma poi, inevitabilmente, vengono in conflitto. Per provare a capire più a fondo le dinamichemesse in moto dagli scioperi nel Guangdong abbiamo sentito Li Qiang, direttore di China labour watch (http://www.chinalaborwatch.org), l’organizzazione che dal 2000 si occupa di monitorare le condizioni di lavoro nelle aziende cinesi dove le multinazionali hanno delocalizzato alcuni segmenti della produzione.

Perché la maggior parte degli scioperi si verifica nel Guangdong?

C’è un elemento in comune tra le tante manifestazioni delle ultime settimane? La provincia del Guangdong è il centro dell’industria manifatturiera, dove hanno sede molti stabilimenti di aziende multinazionali. Molte di queste compagnie, a causa dell’aumento dei costi di produzione dovuto principalmente ai rincari delle materie prime, per mantenere i propri margini di profitto hanno deciso di trasferirsi in aree con standard di vita più bassi. Tutto ciò rende i lavoratori disoccupati e, ovviamente, arrabbiati. Un altro elemento, comune a tutti gli scioperi a cui abbiamo assistito ultimamente, è la crescente consapevolezza dei propri diritti da parte degli operai. Anche per questo si mobilitano e si organizzano: per combattere, per ottenere questi diritti.

La risposta delle autorità non è stata quasi mai dura. In molti casi il governo sembra aver mediato tra lavoratori e dirigenti aziendali. Come lo spiega?

Sì, effettivamente sembra proprio che stia andando così. E nei casi in cui il governo locale si è impegnato per risolvere queste controversie, la leadership ha capito quanto è importante difendere i diritti dei lavoratori e ha provato a non porsi dal lato sbagliato, come ha fatto tante volte in passato.

I salari stanno crescendo, nel Guangdong come in tutta la Cina. Ma qual è l’evoluzione delle condizioni di lavoro nelle fabbriche?

Anzitutto va detto che anche se i salari nominali stanno crescendo, al netto dell’inflazione sono rimasti più o meno stabili. E comunque il problema più pressante è quello della posizione debole in cui sono relegati gli operai. Nonostante la legislazione cinese sul lavoro garantisca ai lavoratorimolte protezioni, noi riteniamo che, nella pratica, il sistema sia sbilanciato in favore delle aziende. Ad esempio: per un lavoratore sono necessarie una gran quantità di tempo e denaro per intentare causa a un’azienda. Per questo, nella stragrande maggioranza dei casi, rinuncia. Inoltre i lavoratori non possono costituire sindacati indipendenti. Secondo le nostre indagini, «rappresentanze dei lavoratori» esistono nella maggior parte delle fabbriche, ma gli operai ci raccontano che, quasi sempre, esse difendono non i loro interessi ma quelli della proprietà delle aziende.

La sua organizzazione denuncia pratiche autoritarie da parte delle aziende in Cina. Può spiegarci meglio a cosa fate riferimento?

Prima di tutto vorrei sottolineare che quest’ondata di scioperi sta dimostrando che lo stile di management autoritario sta perdendo presa nei confronti di una forza lavoro più istruita e consapevole dei propri diritti. Le nostre denunce sono relative al fatto che i lavoratori non hanno voce in capitolo sulla gestione degli impianti né sul trattamento o sui bonus che gli sono riservati. I lavoratori vengono tenuti sistematicamente separati dai datori di lavoro. L’approccio di gestione delle fabbriche «dall’alto verso il basso », nel momento in cui ristruttura, si tagliano i bonus, e si annunciano improvvisamente trasferimenti di stabilimenti, diventa il principale fattore di scontento, ancora più degli stessi cambiamenti che promuove. Quando esplodono le proteste, le aziende negoziano soltanto con i dipartimenti del governo locale e con i sindacati governativi, che quasi sempre appoggiano il management. Attraverso queste procedure viene completamente ignorata la volontà dei lavoratori. Questa volta pare che i lavoratori abbiano deciso che se i dirigenti delle aziende non rispettano i loro diritti sanciti dalla legge cinese, allora devono essere loro a difenderli: è questo il significato degli scioperi e delle manifestazioni degli ultimi tempi.

In alcuni casi i lavoratori iniziano a spingere per una reale rappresentanza. Quanto è ancora lunga la strada perché in Cina nascano sindacati indipendenti?

È molto difficile prevederlo, auguriamoci che avvenga il prima possibile. 


 

I SITI - Le lotte filmate direttamente dai giovani operai

Dall’ultima protesta in ordine di tempo, quella degli operai della Aries (che produce pezzi di ricambio per automobili) di Guangzhou, alle assemblee dei lavoratori della Hailiang, azienda che è stata ceduta dalla giapponese Hitachi alla statunitense Western digital. Gli scioperi nel Guangdong vengono filmati direttamente dai loro protagonisti, giovani generazioni di migranti che lottano per i diritti e usano internet per dare voce a manifestazioni, sit-in, proteste che i media cinesi tendono a nascondere il più possibile. Su  you tube  si possono vedere le immagini del corteo dei dipendenti di Aries, mentre per quello che riguarda le discussioni e i dibattiti tra i lavoratori della Hailiang sono visualizzabili all’indirizzo. Infine un servizio di una tv di Hong Kong, con altre immagini riprese dagli operai in lotta.

 

 

Cina - Nella città-fabbrica del Natale low cost

di GIAMPAOLO VISETTI da repubblica

YIWU (CINA) Esiste un luogo dove agli europei stendono ancora il tappeto rosso. Si chiama Yiwu, sorge nello Zhejiang e ha una specialità: Natale. Qui venerano gli occidentali per due ragioni: perché sono in crisi e perché hanno inventato Babbo Natale. C’è un terzo motivo che ci rende i più amati dai due milioni di abitanti- operai dell’ex villaggio contadino diventato in dieci anni la seconda città più ricca della Cina: più siamo in crisi e più loro guadagnano. «Potete rinunciare a tutto — dice Lou Aiju, diventato miliardario in quattro anni esportando in tutto il mondo corna di renna in plastica — ma non alle festività di fine anno. E meno soldi avete da spendere, più venite a cercare noi, i campioni del Natale low cost». Lo avevano intuito durante la crisi del 2008 e ci hanno puntato tutto: creare la più grande industria natalizia del pianeta, trasformarsi in una metropolifabbrica fondata sul Natale e assicurarsi l’esclusiva globale delle feste “made in China”, da Santa Lucia alla Befana passando ovviamente attraverso quell’affare colossale noto come San Silvestro. Il risultato è impressionante.

Yiwu conta 600 aziende che producono 16mila articoli diversi legati alle atmosfere natalizie, può consegnare qualsiasi merce, ovunque ed entro una settimana, garantisce prezzi più bassi dei concorrenti da 50 a 200 volte e ha appena inaugurato un centro espositivo permanente da 5 milioni di metri quadri. Per convincere Santa Claus a lasciare la Lapponia e a emigrare sul delta dello Yangtze, il governo ha investito dieci miliardi di euro. Un’idea d’oro: da Yiwu quest’anno sono partiti il 92% dei regali che il pianeta sta per scambiarsi, il 97% di ciò che si appende per addobbare un abete, il 98% degli alberi sintetici e il 93% delle decorazioni da vetrina che contribuiscono a far bruciare la tredicesima nello shopping. Una volta, quando in Occidente si era dei signori, la bottega unica del Natale era a Canton: roba di lusso, presepi in vero legno, palle colorate di cristallo e Babbi Natale capaci di cantare fino a venti classici. «Tre anni fa — dice Pan Yonggen, magnate dei festoni in finta neve — abbiamo visto che il mondo non aveva più abbastanza soldi per pagare il Natale che pretende. Ci siamo trasferiti qui e abbiamo iniziato a riprodurre tutto ciò che Europa e Usa acquistano tra novembre e gennaio a costi fino a mille volte inferiori». Parlano le cifre della dogana: le esportazioni, rispetto all’anno scorso, sono aumentate del 68% in volume e dell’82% in valore». Giro d’affari ufficiale? Cinquanta miliardi di euro all’anno.

A Canton oggi si riforniscono cinesi, indiani e arabi, che nel frattempo sono diventati gli zii d’America della contemporaneità. Europa e Usa hanno ripiegato sul Natale made in Yiwu e nessuno fa il difficile se imprenditori e grossisti ricevono in pigiama, dentro capannoni gelidi e squallidi, continuando a succhiare tagliolini disidratati mentre reinvestono alla Borsa di Shanghai l’anticipo non ancora incassato. Sputano e non smettono di sgridare i figli che si rincorrono tra gli scatoloni, ma come creatori della sezione consumo del rito natalizio, sono i migliori. Yiwu è l’unico epicentro industriale del mondo dove oggi manca manodopera, gli operai sono pagati il doppio che nel Guangdong e quest’anno gli affari sono andati talmente alla grande che godono di privilegi da malore: due mesi di ferie, Capodanno cinese a casa e rientro ai primi di febbraio, in tempo per dare il via alla produzione del Natale 2012. «Sarà un trionfo — dice Chen Jinlin, segretario generale dall’associazione degli industriali di prodotti natalizi — : gli europei saranno ancora più poveri e i cinesi ancora più ricchi e noi saremo i fornitori unici delle festività di entrambi». Offrire candele alla cannella da due centesimi, ovviamente non basta. Il segreto a Yiwu è innovare, creare il bisogno di una coreografia natalizia sempre nuova e stravolgere l’offerta dei Mercatini dell’Avvento senza che nessuno se ne accorga. Pantofole, tisane, agrifogli, guanti, giocattoli, addobbi, campanelle e pacchi-regalo finti: tutto sempre più hi-tech e sempre più simil-tradizionale, in uno stile adatto sia a Berlino che a Hong Kong.

Babbo Natale vestito da mercante Ming, angioletti con gli occhi a mandorla e abete decorabile sia con i regali che con le gabbie per uccelli: consumi universali da ricchi a prezzi da poveri, scontando a uno ciò che prima di Monti costava cento, per venderne così mille volte di più. Nell’ultimo luogo del mondo dove agli occidentali stendono ancora il tappeto rosso si annuncia il Natale migliore della storia: la nave affonda, ma il brindisi non si nega a nessuno e non è detto che anche quello, decorosamente low cost, sia made in China.

Cina - Dieci anni vissuti da dragone

di Michelangelo Cocco da il manifesto

L’11 dicembre 2001 Pechino faceva il suo ingresso nell’Organizzazione mondiale per il commercio. Oggi sembra allontanarsene: l’imperativo è sviluppare il consumo interno

«Dieci anni dopo, sembra che la Cina si stia allontanando dall’Organizzazione mondiale per il commercio». Questa sorprendente affermazione è arrivata qualche giorno fa – durante un congresso per ricordare l’evento - da Long Yongtu, uno dei negoziatori dello storico ingresso, l’11 dicembre 2001, di Pechino nella Wto. Un abbraccio che contribuì a rivitalizzare il capitalismo ferito dall’11 settembre e aprì ufficialmente quello che secondo molti analisti sarà «il secolo cinese». Long esprime la delusione di chi sperava in un’apertura rapida e completa al mercato e constata invece che terre, banche e grandi industrie sono ancora nelle mani dello Stato. E teme che, per effetto di un’eventuale seconda ondata di recessione negli Stati Uniti e della crisi dell’euro, le tensioni degli ultimi tempi possano sfociare in vere e proprie guerre commerciali. Chin Leng Lim, docente di diritto all’Università di Hong Kong, ha riassunto così alla Reuters il percorso accidentato della Wto: «Come la si potrebbe definire Organizzazione mondiale del commercio senza la Cina? E allora, dobbiamo cambiare le regole della Cina o piuttosto modificare le regole globali per adattarci alla Cina?».

Contrordine compagni L’investimento previsto è di quelli colossali: 1.700 miliardi di dollari, due volte emezzo lo "stimolo" varato per uscire dalla crisi del 2008. Una montagna di denaro che, in linea con il piano quinquennale 2011-2016, dovrebbe archiviare il decennio in cui la Repubblica popolare ha rifornito il resto delmondo di prodotti a basso costo e far decollare nuovi settori definiti "strategici": l’economia verde e l’industria hi-tech. Che non si tratti di un semplice annuncio è stato confermato dal Segretario per il commercio John Bryson, che in un recente incontro con la controparte cinese ha rivendicato una fetta della torta per le aziende Usa. Propriomentre l’Amministrazione Obama indagava per dumping i marchi cinesi che vendono "sottocosto" pannelli solari negli Usa e Pechino replicava accusando Washington di protezionismo. Dai manufatti low cost alle auto verdi, alle biotecnologie, alle energie alternative: quanto questa trasformazione riuscirà a essere "indolore"? Nei giorni scorsi gli operai di un’azienda che a Shanghai produce per Apple, Motorola eHp hanno scioperato contro l’aut aut dei padroni: essere trasferiti assieme allo stabilimento o licenziati senza indennizzi. A Shenzhen e Dongguan, nel Sud di più antica industrializzazione, migliaia di lavoratori stanno protestando per la diminuzione delle ore di straordinario, conseguenza del rallentamento della produzione. L’imperativo è: riequilibrare il sistema. La Cina cresce ininterrottamente da trent’anni, dalle riforme di Deng Xiaoping. Col 9,6% del totale è il primo esportatore del Pianeta, ha accumulato 3.200 miliardi di dollari di riserve in valuta estera ma anche grossi squilibri sociali: il reddito medio è di 4.400 dollari annui pro capite e l’indice Gini sulla diseguaglianza allo 0.41. Con la flessione della domanda dall’estero, per mantenere alta la crescita il Partito comunista (Pcc) punta a sviluppare i consumi interni.

Censura, battaglia continua La Repubblica popolare è arrivata in ritardo all’appuntamento con internet, alla quale - 77mo paese in ordine cronologico - si è agganciata nell’aprile del 1994.Ma ha recuperato in fretta e, con 485 milioni di utenti, è oggi lo Stato col maggior numero di cittadini connessi. Tra questi, 300milioni hanno attivato un weibo. Nati un paio d’anni fa, sono la versione cinese di Twitter (oscurato, come gli altri social network stranieri) e rappresentano una delle forme di comunicazione preferite dai netizen. Se ne sono accorte anche le autorità e le corporation, che nelle ultime settimane hanno messo i weibo al centro di un’offensiva a base di censura e pubblicità. Bill Gates, Coca Cola, Unilever e Louis Vuitton sono stati i primi a lanciarsi in una vetrina virtuale osservata da una classe media in ascesa che il Pcc sollecita a consumare di più. I controllori sono costretti a inseguire un wangmin (popolo della rete) sempre più audace e a bilanciare gli obiettivi della censura e le esigenze del mercato. Le autorità hanno dichiarato guerra ai rumor, balle del web come quella di Guo Meimei, giovane disoccupata che sul suo weibo si mostrava, borsa di Hermes in spalla, alla guida di una Maserati e sosteneva di essere un’impiegata della Croce Rossa (al centro di un grosso scandalo); o quella su 20 mila fantomatici terroristi uiguri sieropositivi, sguinzagliati per il Paese a diffondere l’Aids. Per stroncare i rumor, la polizia mette a tacere le discussioni online sui temi più scottanti e rimuove pagine scomode.

La maturità dello yuan Gli Stati Uniti lo considerano tuttora artificialmente sottovalutato, almeno del 20% e tra i congressmen c’è chi sullo yuan è pronto a impostare la prossima campagna elettorale in difesa delmade in Usa. Intanto la valuta - che negli ultimi anni si è apprezzata lentamente ma costantemente rispetto al dollaro – continua a rimanere debole favorendo le esportazioni, ma si prepara alla «maturità». Secondo l’ultimo rapporto della Commissione parlamentare per le relazioni Usa-Cina, Pechino negli ultimi anni ha allentato i controlli sull’utilizzo dello yuan nelle transazioni internazionali, utilizzando Hong Kong per la “sperimentazione”: nel giro di cinque- dieci anni le banconote col ritratto di Mao inizieranno aminacciare il dominio del dollaro sui mercati internazionali.

Fate scoppiare quella bolla Pechino: da 4.557 yuan al metro quadro a 17.782 yuan (circa 2.000 euro), negli ultimi dieci anni. Shanghai: nello stesso periodo, da 3.326 a 14.400 yuan. Nella provincia di Zhejiang, da 1.758 a 9.249. Con l’accelerazione dell’industrializzazione e delle infrastrutture, la bolla immobiliare ha avvolto le megalopoli e le aree costiere più sviluppate, dove per le giovani coppie della classe media è ormai impossibile acquistare casa e milioni di lavoratori migranti sono costretti a vivere in baracche e alloggi di fortuna. Quello del mattone è uno dei settori trainanti l’economia (circa il 13% del prodotto interno lordo) anche perché il controllo governativo sui capitali ha spinto a investire in patria.Un affare per tutti tranne che per i cittadini: i palazzinari hanno fatto il loro ingresso tra gli uomini più ricchi della Repubblica popolare, i governi locali – tra non pochi casi di corruzione – hanno beneficiato delle vendite delle terre, lo Stato delle tasse. Da oltre un anno il governo ha messo in atto una serie di misure per frenare i rialzi. Lo scorso aprile, la Commissione di controllo (Cbrc) ha avvisato gli istituti di credito di effettuare stress test per un ipotetico crollo del 50% dei prezzi e del 30% del volume delle compravendite. Secondo i catastrofisti (e i developer, che chiedono di continuare a gonfiare la bolla) le restrizioni e la riduzione dei finanziamenti provocheranno fallimenti a catena di società e banche, aumento della disoccupazione, instabilità. Per molti analisti la bolla sarà al contrario l’ennesimo banco di prova delle capacità di gestione dell’economia da parte del Partito e dello Stato, che sarebbe in grado di riassorbire gli esuberi, ricapitalizzare le banche e alla fine otterrebbe una redistribuzione della ricchezza dagli speculatori alle famiglie, con la possibilità di aumentare i consumi interni.

Amici-nemici, vicini e lontani Sono passati due anni da quando a Tokyo, il 14 novembre 2009, Barack Obama si autoproclamò «primo presidente pacifico» degli Stati Uniti. Pechino stava studiando già da tempo le mosse dell’avversario sullo scacchiere Asia-Pacifico e, mentre prepara il prossimo viaggio a Washington del presidente designato Xi Jinping (in programma dopo l’insediamento di quest’ultimo nell’autunno prossimo) risponde agli Usa con un’escalation retorica. Ieri il capo dello Stato, Hu Jintao, ha dichiarato che la marina, rimasta indietro nel complesso di forze armate tradizionalmente imperniate sull’esercito, «deve accelerare la sua modernizzazione e prepararsi alla guerra». Qualche giorno fa Obama aveva annunciato la nascita di una base permanente di 2.500 marine a Darwin, il porto nel nord dell’Australia che, a 820 km dall’Indonesia, è considerato una via d’accesso al Sud-Est asiatico. Rispetto a Giappone e Corea del Sud (i due alleati degli Usa più forti nell’area), Darwin è più vicina alMar cinese meridionale, epicentro di un annoso contenzioso territoriale (sugli arcipelaghi delle Spratly e delle Paracel) tra la Cina, da una parte, e le Filippine e il Vietnam, dall’altra. Nei fondali delle Spratly e delle Paracel ci sono giacimenti di petrolio stimati intorno ai 150 miliardi di barili e di gas, per 3,4 trilioni di metri cubi. E nei mari del Pacifico, come nelle acque agitate dei mercati, a dieci anni dal suo ingresso nella Wto, la presenza della Cina è sempre più ingombrante.

Cina - Allarme a Pechino: «Non siamo in grado di gestire disordini»

di Marco Del Corona da corriere della sera

150 mila «incidenti di massa» l’anno

Uno dopo l’altro, un giorno dopo l’altro, hanno detto la stessa cosa davanti a platee diverse e con parole calibrate caso per caso. Che la crisi dell’euro e, comunque, gli affanni globali non mancheranno di fare sentire i loro nefasti effetti sulla Cina, e dunque occorre prepararsi. I leader di Pechino si espongono perché a essere esposta, ormai, è la Cina, che ode scricchiolii che la turbano. La Repubblica Popolare, tuttavia, dev’essere pronta a «imporre il suo discorso al mondo» e a un Occidente quattro volte debole, come sanciva ieri un editoriale. Il più crudo è stato venerdì Zhou Yongkang, uno dei nove membri del comitato permanente del Politburo. A un consesso di dirigenti provinciali, ha esortato a «pensare a come mettere in piedi un sistema di gestione sociale con caratteristiche cinesi che s’intoni con la nostra economia socialista di mercato». I l vicepremier Wang Qishan ha parlato invece nel weekend in Manciuria: «La situazione grave e complessa dell’economia globale si tradurrà inevitabilmente in una domanda mondiale insufficiente » a sostenere ancora un export cinese spinto: dunque, «va ristrutturato il commercio ». Il ministro competente proprio per il Commercio, Chen Deming, ha infine facilmente predetto che, «a causa della contrazione dell’economiamondiale, la crescita della Cina potrà rallentare». Cosa che sta già facendo, se il Pil, da più 10,4% nel 2010 è progressivamente sceso al 9,1% del terzo trimestre di quest’anno. Zhou alludeva a una recente serie di «incidenti di massa » quando avvertiva che a fronte degli «effetti negativi dell’economia di mercato, non abbiamo ancora messo a punto unmaturo sistema per la gestione sociale».

Non esistono statistiche affidabili sugli «incidenti di massa» — ovvero scioperi, proteste contro funzionari corrotti, la requisizione di terre, fabbriche chiuse e/o spostate e così via — anche se circolano stime di 100-150 mila episodi l’anno, di entità variabile. È viva la percezione che gli «incidenti» (mille operai di una ditta di Singapore a Shanghai, centinaia a Taicang nel Jiangsu, gli autisti di bus di Hainan e del Guangxi…, come annota il China Labour Bulletin di Hong Kong) siano un’epidemia. Anche se le autorità (il sindacato ufficiale o il Partito), quando non cavalcano direttamente le rivendicazioni che riguardino società straniere, appaiono spesso omolto spesso in controllo della situazione. A sostenere che il contagio sia un prodotto della fragilità di Europa e Stati Uniti, è intervenuto ieri il Global Times, arrembante quotidiano nella sfera del Partito. Ha aggiornato la fascinazione cinese per gli slogan numerici (dalle Quattro Modernizzazioni di Deng Xiaoping alle Tre Rappresentanze di Jiang Zemin, per dire) lanciando le Quattro Incapacità dell’Occidente. Che è, uno, incapace di spirito pratico ed è anzi ideologico nei rapporti col mondo; due, incapace di scegliersi leader competenti; tre, incapace di avere una buona politica e una buona governance (le beghe tra democratici e repubblicani americani sono citate esplicitamente); quattro, incapace di programmare strategicamente. Morale: l’autorevolezza dell’Occidente è esaurita, tocca alla Cina imporre agenda e principi. Incidenti di massa, turbolenze e ansie varie permettendo.

Scioperi e scontri a Shanghai: il lato oscuro del miracolo cinese

di Gabriel Bertinetto da l'unità

Nella città-simbolo del boom scioperi e incidenti con la polizia. Pochi giorni fa le proteste nel sud-est. Calano le esportazioni nella Repubblica popolare, crescono i fallimenti: anche la Cina comincia ad avere paura.

Nell’atrio sconfinato del lussuoso hotel «Pudong Shangri-la», a Shanghai, lo chef Yusuf Yaran e gli ottanta cuochi dello staff alberghiero esibiscono con orgoglio l’ultima loro creatura culinaria: una torta natalizia lunga un chilometro e 68 metri, subito registrata nel Guinness dei primati come il più grande dolciume mai preparato sulla faccia della terra. Il colosso in vaniglia e cioccolato viene venduto a fette in una sorta di asta benefica, perché il ricavato verrà devoluto alla cura dei bambini malati di cancro. Shanghai, megalopoli ultramoderna, locomotiva del miracolo economico cinese, ostenta la sua opulenza. Peccato che nelle periferie ignorate dai turisti ed evitate dai manager internazionali in queste stesse ore si respiri un clima assai meno festoso. Ai cancelli della Hi-P International, un’azienda elettronica di Singapore che fornisce di componenti a giganti come Apple e Hewlett Packard, ieri l’altro cinquanta irriducibili bloccavano ancora gli ingressi, dopo che il violento intervento della polizia aveva costretto alla fuga o al ricovero in ospedale gran parte dei compagni di lotta. Erano più di mille mercoledì, i dipendenti della Hi-P, decisi a far valere le loro ragioni, dopo avere appreso quale dono natalizio la dirigenza si apprestava a impacchettare per loro: chiusura dello stabilimento - che sarà trasferito altrove - e licenziamento in tronco per la stragrande maggioranza delle maestranze. Nella Cina del boom produttivo accade sempre più spesso che ilboomsi sgonfi d’improvviso. Echi per qualche anno ne habeneficiato, si ritrova a terra. Senza mediazioni. Senza tutele sindacali. Senza quelli che in Occidente chiamiamo ammortizzatori sociali.

CRISI GLOBALE Vertenze come quella soffocata a Shanghai si stanno moltiplicando da quando la crisi globale ha coinvolto la Repubblica popolare.Calano gli acquisti dall’Europa e dagli Usa, alle prese con debiti sovrani fuori controllo e prolungati crolli produttivi, e a Pechino viene meno la principale fonte della formidabile espansione economica degli ultimi anni, cioè l’export. Gli ultimi dati descrivono un’attività manifatturiera precipitata ai suoi livelli più bassi degli ultimi 32 mesi. Qualcuno comincia persino a dubitare che il miracolo cinese sia una favola. Per Larry Lang, che insegna scienza delle finanze a Hong Kong, l’economia nazionale sarebbe addirittura «sull’orlo della bancarotta». Le statistiche ufficiali fornite dalle autorità a suo giudizio sono false. L’inflazione non è al 6,2% ma al 16%.Il tasso di crescita del9%sarebbe invece prossimo allo zero, e questo perché negli ultimi due anni si è assistito ad una impressionante catena di fallimenti fra le compagnie private, che da sole coprono il 70% del Pil. Lo Stato, che viene spesso dipintocome il salvatore del sistema creditizio globale per i continui massicci acquisti di buoni del tesoro americani, è indebitato a sua volta fino al collo per una cifra totale di 5,68 migliaia di miliardi di dollari. Larry Lang teme che «nel momento in cui lo tsunami si metterà in moto, il regime perderà credibilità, e la Cina diventerà il Paese più povero della terra ». Speriamo che i suoi calcoli siano sbagliati.

Lotta di classe in Cina: nel sud-est ondate di proteste e scioperi

di Gabriel Bertinetto da l'unità

Nel sud-est ondate di proteste e scioperi. A Wukan migliaia di persone in piazza contro la corruzione «Abbasso la dittatura»
Pochi giorni fa a Dongguan operai in rivolta, con scontri e feriti. Uno squarcio nel monolite cinese

Il tabù è rotto. A Wukan, nel sudest della Cina, migliaia di persone hanno protestato in piazza contro le requisizioni di terre forzate e la corruzione, indicando nel sistema politico della Repubblica popolare la radice ultima del fenomeno. Le immagini comparse su Weibo, piattaforma Internet per i microblog cinesi (surrogato locale di Twitter) mostrano cartelli con la scritta: «Abbasso la dittatura». Era già accaduto nel recente passato che i dimostranti se la prendessero con i dirigenti comunisti cittadini o distrettuali. Evitando però di chiamare in causa il governo centrale. Il che anzi aveva spesso consentito a Pechino di sostenere, almeno a parole, le ragioni dei promotori di singole contestazioni, visto che la lotta alla corruzione è un obiettivo spesso enunciato dai massimi leader, presidente Hu Jintao incluso.

Il messaggio che arriva da Wukan è inequivocabile: quello che avviene in questo angolo del Paese non è ascrivibile a semplici malfattori periferici, ma la manifestazione del marciume generale. A Wukan è arrivato il contagio della febbre speculativa che da alcuni anni infuria da Pechino a Shanghai a Canton. Case e terreni di singoli cittadini vengono espropriati per fare posto a progetti immobiliari promossi dalle autorità della cittadina: condomini, alberghi, centri commerciali. Nel nome dell’interesse collettivo. Solo che il più delle volte i beni requisiti vengono rivenduti a imprenditori amici dei dirigenti dell’amministrazione pubblica. Un gioco in famiglia all’interno della nomenklatura del posto.

Wukan si trova nel Guangdong, una delle province meridionali che guidano la straordinaria crescita economica nazionale di questi anni. Insieme all’effervescenza produttiva e consumistica il capitalismo comunista ha innescato tensioni sociali esplosive. Solo pochi giorni fa a Dongguan, nella stessa provincia, migliaia di operai sono scesi in sciopero contro licenziamenti e riduzioni di salario. Scontri con la polizia, dieci feriti.
I protagonisti dell’agitazione sono dipendenti della Yu Cheng, un’azienda che riunisce in sé due elementi caratteristici del nuovo corso cinese: i migliorati rapporti con quella che ufficialmente viene ancora talvolta definita «provincia ribelle», cioè Taiwan, e i sempre più stretti legami con l’Occidente. La Yu Cheng ha infatti padroni taiwanesi, e per acquirenti alcuni colossi euro-americani dell’industria calzaturiera: da Nike a Adidas a Balance. A Dongguan la Yu Cheng ha trovato l’Eldorado: inesauribili riserve di manodopera, salari bassi, e inesistenti norme per la tutela dei lavoratori. Ma c’è sempre un Paradiso più dorato di quello in cui si gode. E i proprietari taiwanesi ne hanno scovato uno in una provincia limitrofa, lo Jiangxi, con paghe ancora più striminzite. Da qui la decisione di ridimensionare le attività a Dongguan e trasferirsi altrove.

Dongguan, paradigma delle contraddizioni in cui si dibatte il boom economico cinese. Basta visitare la perla cittadina, il South China Mall. Un complesso commerciale in cui spicca la ricostruzione di un’artificiale Venezia, con tanto di Canal Grande e Basilica di S. Marco in miniatura. Il giro in simil-gondola attrae folle di bambini in gita scolastica. Ma è l’unica spesa che la maggior parte dei visitatori si può permettere, a giudicare dallo squallore desertico che domina nel resto della struttura. Negozi vuoti, alcuni senza merci, altri senza clienti. Ascensori fermi al piano. Pavimenti coperti da immondizia che nessuno raccoglie.

Il miracolo economico della Cina segna il passo. Si profila lo spettro dello stesso fenomeno che ha devastato le economie di alcuni paesi occidentali. La bolla edilizia è prossima a scoppiare. Dall’inizio del 2011 mille agenzie immobiliari hanno chiuso i battenti a Pechino (177 nel solo mese di ottobre). Per fronteggiare la minaccia il governo ha alzato i tassi ipotecari, ma la mossa rischia di rivelarsi tardiva.

Cina - Colletta della libertà per la star dissidente

di GABRIEL BERTINETTO da l'unità

Pechino ha condannato Ai Weiwei per evasione milionaria Ma per la prima volta la solidarietà di massa è scattata Già raccolta quasi metà della somma con piccole donazioni 

Volano leggeri gli aeroplani oltre il cancello di ferro e atterrano in cortile. Sono aerei di carta, anzi di cartamoneta, e a lanciarli non sono mani giocose di bimbi, ma adulti impegnati in una sfida molto seria: sostenere con il loro obolo le ragioni dell’uomo che abita in quella casa, il dissidente Ai Weiwei, pretestuosamente condannato per evasione fiscale da un tribunale che non aveva il coraggio di sostenere fino in fondo l’iniziale accusa di sovversione. Fra tanti oppositori del regime comunista cinese, Ai Weiwei è forse il più noto fuori dai confini patrii, come disegnatore del Nido d’uccello, lo stadio in cui si disputarono le Olimpiadi del 2008 a Pechino. Bloccato dalla polizia in aeroporto mentre si accingeva a lasciare il Paese lo scorso aprile, fu scarcerato dopo 81 giorni, ed ora è agli arresti domiciliari.

Entro il 16 novembre deve pagare una multa di 15milioni di yuan (circa 2,3 milioni di dollari) per le imposte non pagate dalla compagnia che distribuiva le sue opere d’arte. Ai Weiwei respinge ogni accusa, dicendo che se qualcuno ha frodato il fisco non è lui, che di quella azienda era un semplice dipendente enon il «titolare occulto », come dicono le autorità.Non appena si è diffusa la notizia della condanna, è scattata spontanea e irrefrenabile una campagna di simpatia e di sostegno, in forme assolutamente inedite per la Repubblica popolare. Migliaia di cittadini si sono offerti di pagare l’ammenda al posto dell’imputato. Sino a ieri già 22.200 persone avevano aderito alla raccolta di fondi, racimolando in pochi giorni ben 6 milioni di yuan, che equivalgono a due quinti della somma che Ai Weiwei deve versare allo Stato. C’è chi manda denaro con bonifici bancari, chi ricorre a donazioni via internet, chi utilizza Paypal. Chi invece fatica a seguire il ritmo della rapida modernizzazione che sta trasformandounPaese di centinaia di milioni di contadini nella seconda potenza economica mondiale, si arrangia ripescando nella memoria le abilità tecnologiche dell’infanzia. Le banconote prendono il posto dei fogli di quaderno e diventano velivoli capaci di superare i muri dell’oppressione. Perché il significato della colletta è essenzialmente libertario. Ai Weiwei dice che può fare fronte da solo al pagamento, e assicura che restituirà le sommeche considera semplici prestiti. Omeglio, attestati di solidarietà. «La gente mi dice che fa così - fa sapere l’artista - perché vuole dimostrare che sta dalla mia parte, e considerano la condanna inflitta a me, comeun’offesa rivolta a tutti. Affermano che e’ un modo per fare cio che non possono mai fare, cioè esprimere il proprio pensiero». Rischiano, perché attraverso i media fiancheggiatori, il governo fa circolare la notizia che i donatori potrebbero essere incriminati per «raccolta di fondi illegale». E in ogni caso, si espongono a ritorsioni, perché la partecipazione alla colletta equivale a schierarsi nel campo di coloro che invano da anni invocano la libertà e i diritti negati.

Di colpo il movimento per la democrazia in Cina, che sembrava ristretto a un’élite di coraggiosi attivisti, pronti a sfidare il carcere, la perdita del lavoro, e a volte anche la violenza degli sbirri, sfonda gli argini della paura e si avvia forse a diventare nuovamente un movimento di massa. Come fu per una breve stagione felice prima del massacro sulla Tiananmen. Pechino pensava di avere compiuto una mossa intelligente, rinunciando a perseguire Ai Weiwei come oppositore e tramutandolo in un volgare evasore. L’arma che doveva annientare l’onore dell’artista dissidente e cancellarne l’immagine di eroe libertario, si è rivelata un boomerang. Ha generato una colletta per la libertà.

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