comunione e liberazione

Il crac del Nerviano Medical Sciences. L’ultima illusione dell’eccellenza formigoniana

di Alessandra Corica da la Repubblica

IL PECCATO originale di Nerviano risale al 2011. Quando l’allora governatore Formigoni salvò il centro dal crac con un’operazione, sulla carta, «a costo zero». Che invece finora è costata alla Regione un centinaio di milioni. Almeno. Con il futuro che, oggi, è più che mai un punto interrogativo. Sono due le ipotesi che, in queste ore, si rincorrono per il futuro di Nerviano. Da un lato c’è lo scenario del Tribunale e del fallimento. Scenario che in tanti al Centro, soprattutto i più vicini all’attuale management, danno ormai per inevitabile. Dall’altro lato c’è l’ipotesi del mercato. E di una possibile alienazione: un’opzione, questa, che vedrebbe la Regione pronta a sfilarsi dalla partita, mantenendo solo una partecipazione minima nella compagine azionaria.

Una matassa difficile da sbrogliare. E impossibile da portare a termine senza l’appoggio delle banche. Che, nei fatti, sono ormai l’azionista di riferimento di Nerviano, con i loro oltre 190 milioni di crediti. In teoria, da restituire entro il 2023. Ma sul cui ripiano i dubbi sono tanti: l’ultima rata di fine dicembre — 13,2 milioni — non è stata pagata per mancanza di liquidità, e da allora i vertici di Nerviano e le banche sono in trattativa per ristrutturare, di nuovo, l’esposizione. Certo è che lo spettro dei libri in Tribunale è solo l’ultimo, grande, smacco che i 575 ricercatori di Nerviano devono subire. Dopo gli anni in cui, a mesi alterni, hanno dovuto rinunciare a stipendi o tredicesima. E il taglio del 22 per cento delle buste paga a cui hanno dovuto dire sì nel 2012, per evitare che si arrivasse al punto di non ritorno. Tanti sacrifici, nonostante i quali però il loro lavoro è andato avanti: il Centro in questi anni ha firmato accordi internazionali e lavorato in prima fila nella ricerca farmaceutica in campo oncologico. Una struttura all’avanguardia che, al tempo stesso, si è rivelata un pozzo senza fondo: secondo i calcoli fatti nei mesi scorsi dalla commissione dei Saggi (che hanno denunciato le troppe risorse bruciate) alla struttura sarebbero andati in questi anni un centinaio di milioni. Di provenienza regionale, ma difficili da ricostruire, tra anticipazioni finanziarie date tramite Finlombarda, finanziamenti in arrivo per il mezzo della Fondazione, soldi per progetti da sviluppare ad hoc per gli ospedali lombardi.

Una situazione economica, quella del Centro, più che mai complessa. E accompagnata da una configurazione giuridica a dir poco audace, visto che si tratta di un’azienda privata che però è finanziata con fondi pubblici al 100 per cento. Passati dal 2011 a oggi dalle casse di Palazzo Lombardia a quelle della Fondazione, fino a quelle del Centro. L’anomalia risale a quattro anni fa. Quando Roberto Formigoni, in nome dell’eccellenza lombarda, salva il centro sull’orlo del crac. Per evitare che la Regione ne sia l’azionista principale viene creata la Fondazione regionale per la ricerca biomedica. Sulla carta, un ente promotore della sperimentazione in Lombardia. Nei fatti, una fondazione di diritto privato partecipata al 100 per cento da un ente pubblico (la Regione, appunto). E, al tempo stesso, una scatola vuota, con in capo un solo dipendente, zero computer e solo uffici di rappresentanza. Sempre vuoti, poiché l’ente è nei fatti tutt’uno con l’azienda privata (Nerviano) di cui è socio unico.

Un intrico di cariche, soldi e potere difficile da districare. E legato a doppio filo al mondo di Comunione e Liberazione di cui Formigoni e il numero uno designato per l’accoppiata Fondazione- Nerviano, l’ormai dimissionario Alberto Sciumè, sono campioni in Lombardia. Il cambio delle carte in tavola risale all’anno scorso. Quando, dopo l’avvicendamento Formigoni-Maroni, la Regione sostituisce i vertici della Fondazione e li sdoppia rispetto a quelli di Nerviano, nominando due scienziati — Alberto Lanzavecchia e Aldo Tagliabue — a presidente e direttore generale di Frrb. Una decisione che, in parte, ha cambiato lo status economico della Fondazione — prima con costi irrisori per le casse regionali, adesso con una previsione di spesa per il 2015 di circa 700mila euro — ma che soprattutto ha cambiato i rapporti tra il Centro e il suo azionista. Dando inizio a una guerra prima sotterranea, ora esplicita e senza quartiere, tra i vertici di Nerviano e i neo nominati leader della Fondazione. Una lotta rinfocolata negli ultimi mesi sul piano politico, con Forza Italia (e in primis l’assessore alla Salute Mario Mantovani, che ieri ne avrebbe discusso al telefono anche con Maroni) che a tutti i costi vorrebbe un cambio di marcia. E i ciellini di Ncd (in prima linea l’assessore alla Ricerca Mario Melazzini) che tanto propensi al cambiamento invece non sono, visto che dal 2011 a oggi quello di Nerviano è stato un vero e proprio fortino di Cl.

La Lega per settimane è stata alla finestra. Fino a ieri, quando è arrivata la presa di posizione netta contro gli attuali vertici del centro di Fabio Rizzi, numero uno della commissione Sanità: un sonoro «fuori dalla balle» rivolto a Sciumè e Baielli. Due le strade possibili: azzerare solo i vertici di Nerviano (come vorrebbero i forzisti) e nominarne di nuovi in accordo con le banche, salvaguardando quelli, neo nominati, della Fondazione. Oppure fare un repulisti generale in entrambi gli enti: un’ipotesi per la quale potrebbero battersi i ciellini. Della serie: muoia Sansone con tutti i filistei.

Inchiesta Grandi Opere - Interessi e risate «Quelli di Cl sono roba Doc»

di Andrea Galli da il Corriere della sera del 19/03

A parlare al telefono, intercettato, è Giulio Burchi, indagato e già presidente di Metropolitana milanese: «C’ho una notizia che se la vuoi dare al tuo presidente forse gli interessa… hanno arrestato Rognoni, quello di Infrastrutture lombarde... sicuramente freddo ai piedi... freddo ai piedi l’avrà il ministro perché era un uomo di stretta osservanza di Lupi... è Comunione e liberazione... proprio Doc». Sanno in tempo reale le novità (delle altre indagini, come quella su Rognoni); si conoscono perché si frequentano loro, le loro mogli, i loro figli; e tutti sono figure di peso di Cl, movimento al quale l’inchiesta di Firenze dedica grande spazio, delineando una rete di legami e agevolazioni.

Ciellino è Francesco Cavallo, arrestato, 54 anni, consigliere di Metropolitana milanese sotto la giunta Moratti e per anni amministratore delegato della società editrice del settimanale «Tempi», di Comunione e liberazione. Ciellino è il ministro Maurizio Lupi, legato da antica, profonda amicizia col clan Perotti, affondato dalle indagini: in manette il capofamiglia Stefano, ai vertici del colosso Spm consulting (attivo nelle infrastrutture) e indagati sia la moglie 56enne Christine Mor che il figlio Philippe detto Philo, 26 anni. Ciellino è Giacomo Beretta, 52 anni, ex assessore comunale al Bilancio (sempre con la Moratti). Il primo cui Stefano Perotti telefona per comunicare novità sulla gara d’appalto pilotata del Padiglione Italia di Expo è proprio Beretta. Che risponde incantato: «Lo so che avete vinto... lo so... lo so che avete vinto...». I carabinieri all’ascolto annotano un atteggiamento di Beretta: «Ride».

Lombardia - Pagate da Ferrovie Nord multe per 120mila euro ai familiari dei dirigenti

di Emilio Randacio da la Repubblica

UN PARCO macchine sconfinato. Solo quattro, di rappresentanza — si dice tutte berline tedesche ottenute con un contratto di leasing da una società finita nei mesi scorsi in un’altra inchiesta della procura, e legata a Comunione e liberazione — , nella esclusiva disponibilità dell’ufficio di presidenza di Ferrovie Nord Milano (Fnm). Ma anche autisti, svariate segretarie a disposizione di alcuni rappresentanti del consiglio dei sindaci e del consiglio di amministrazione. Più ci si addentra tra le uscite della società che gestisce il sistema ferroviario lombardo e più i dubbi su sprechi e scarsa trasparenza si materializzano.

Da un primo screening sulle carte raccolte dal Nucleo investigativo dei carabinieri, su ordine del pm Giovanni Polizzi, è emerso che solo per le multe stradali degli ultimi anni Fnm avrebbe speso 120mila euro. Il sospetto, circostanziato, è che le contravvenzioni siano state prese anche da familiari dei manager e che nulla abbiano a che fare con gli impegni istituzionali. L’ipotesi d’accusa su cui si sta lavorando è quella di peculato, al momento contro ignoti. La magistratura è stata coinvolta ai primi di febbraio, con un esposto che proviene dall’interno delle stesse Ferrovie nord. E amplia il raggio delle presunte irregolarità anche a tutti i benefit garantiti al management, per finire alle consulenze esterne, e all’uso troppo disinvolto e, apparentemente senza controlli, delle spese di «cassa».

Cosa troveranno di penalmente rilevante gli inquirenti, sarà il tempo a dirlo. Per incrociare i dati, trovare conferme a quelli che oggi sono pesanti sospetti, serviranno ancora alcune settimane. Per adesso, a verbale, sono già state ascoltate come testimoni diverse dipendenti dei vertici della società. Dal canto suo, Fnm Spa conferma con una nota che «si sono svolte nei giorni scorsi presso i suoi uffici attività di indagine delegate dalla procura, allo stato a carico di ignoti. La Società è quotata in Borsa e soggetta perciò al regime privatistico dei controlli ». Fnm tiene anche a sottolineare come «i bilanci, siano in regola e validati secondo legge. Tutte le spese sostenute sono riportate nei documenti sociali secondo i criteri contabili internazionali ai quali la Società è tenuta».

L’azienda, infine, ricorda come «da molti anni i suoi bilanci siano in attivo, grazie a una gestione rigorosa dei conti e a una politica industriale di diversificazione che ha reso possibile sostenere in proprio cospicui investimenti in mezzi di trasporto di cui beneficia il trasporto pubblico locale lombardo. In questo modo Fnm ha preservato il suo patrimonio, tenuto fede alla sua mission, tutelato i suoi azionisti, ivi compreso l’azionista di controllo Regione Lombardia, garantendo negli ultimi due anni anche la remunerazione del capitale investito».

Una nota che, però, non spegne le polemiche. «L’ennesima inchiesta della magistratura — sostiene Dario Balotta, responsabile trasporti di Legambiente Lombardia — , ripropone con forza il tema dell’utilizzo privato delle consistenti risorse pubbliche, trasferite dalla Regione, per i treni pendolari e non per gli stipendi dei manager aziendali tutti dotati di auto personale ». Secondo Balotta, inoltre, «serve un’operazione di trasparenza e verità che il matrimonio consumato quasi tre anni fa con le Fs ha reso più difficile. È anche per questo motivo che Legambiente ha proposto ai pendolari l’acquisto di azioni delle Fnm per poter svolgere, dall’interno, i controlli che né l’azionista Regione Lombardia né le Fs stanno svolgendo».

Sgravi a chi sceglie le scuole paritarie. E' la breccia di CL

di Marco Palombi da il Fatto quotidiano

Suonano, metaforicamente, le campane delle mille chiese di Roma. Dai conventi dentro e fuori le mura salgono al cielo le grate preghiere dei religiosi. Nelle parrocchie d’Italia si benedice San Matteo. Non l’evangelista, ma Renzi, che oggi porta in Consiglio dei ministri - insieme alla titolare dell’Istruzione Stefania Giannini - il decreto che su “la buona scuola”. Perché tanto giubilo cattolico? È semplice. Nella bozza che entra in Consiglio dei ministri c’è un piccolo passaggio che prevede una sorta di nuovo “buono scuola” - sotto forma di detrazione fiscale del 22% fino a un massimo di quattromila euro per alunno - per chi iscrive i suoi figli a una scuola privata. Andasse così, sarebbe un’enorme defiscalizzazione – pagata dalla collettività –a favore delle scuole non statali, che poi sono in larga maggioranza cattoliche. Suonano le campane ma naturalmente non tutti sono d’ac - cordo, cresce la polemica da sinistre (anche Pd), sindacati e associazioni.

LA COSA CURIOSA è che nelle bozze non è indicata la copertura e non si tratta di un particolare: le paritarie –secondo dati del ministero – nel 2013/2014 hanno avuto 993.554 iscritti. Quasi un milione, insomma, e tutti avrebbero diritto allo sconto: al momento non è stato inserito infatti alcun limite di reddito, anche se non tutti avranno diritto all’intera detrazione. Per le spese di iscrizione all’asilo ad esempio –due terzi dei bimbi delle private (621.919) –lo sgravio esiste già e ha un tetto di spesa a 650 euro. Per questo stime governative – se il testo resterà questo –parlano di un costo per l’erario poco sotto il miliardo di euro. Un’enormità di cui – no - nostante le pressioni del mondo cattolico organizzato – al Tesoro non vogliono sentir parlare: “Non ci sono i soldi. Punto”. Sul tema deciderà Renzi, dicono tutti, ma la soglia dei 4 mila euro è solo uno specchietto per le allodole. Gli stessi promotori dell’iniziativa si accontenterebbero di molto meno: pochi soldi magari, ma facendo passare il principio che si lavora su una forma di “buono scuola”. Gabriele Toccafondi, sottosegretario in quota Comunione e Liberazione, ha dichiarato che “scri - vere 4 mila euro è un esercizio di stile: mettiamo che si metta a disposizione un fondo da 20 o 30 milioni. In base a quello verrà ritarato il massimale, che alla fine potrebbe non discostarsi da quello dei nidi”. Insomma, uno sconto fiscale effettivo di circa 120-130 euro a bambino per cui servono poco meno di cinquanta milioni: “In questo caso i soldi potrebbero saltare fuori”, dicono al Tesoro. E il gioco è fatto: alla chetichella si lascia passare il principio che non solo per gli asili –dove i privati suppliscono a una effettiva carenza dello Stato – ma anche per elementari, medie e licei la “libera scelta”confessionale della famiglia deve pagarla la collettività (e senza limiti di reddito). Risultato: decine di milioni che andranno ad aggiungersi ai circa 700 l’anno che già lo Stato spende per le paritarie tra sgravi e finanziamenti diretti. E tanti saluti al “senza oneri per lo Stato” scritto in Costituzione.

LE ASSUNZIONI sono l’altro elemento rilevante del decreto Renzi/Giannini: si tratta della stabilizzazione dei precari della scuola, vale a dire i vincitori e gli idonei del concorso bandito nel 2012 (circa12mila sono senza cattedra) e i nomi presenti nelle Graduatorie provinciali (Gae) chiuse nel lontano 2007. Questi ultimi sono il grosso della truppa: circa 140mila, ventimila dei quali però, secondo un recente censimento del governo, non insegnano da anni. È per queste due categorie, comunque, che viene varato il “piano straordinario di assunzioni a tempo indeterminato” per l’anno scolastico 2015/2016: circa 120 mila cattedre che purtroppo lasceranno senza un posto – oltre ai 20mila ex insegnanti –anche oltre 10 mila docenti in attività. I ricorsi, ovviamente, pioveranno, ma nell’intento del governo il “piano straordinario” chiude un ciclo. D’ora in poi nella scuola si entra per concorso: il bando 2016-2018, per dire, riguarderà 60 mila unità. Altri 15 mila invece – soprattutto tra gli insegnanti di materie scientifiche (che scarseggiano) – saranno presi dalle graduatorie di istituto e “premiati” con un contratto ponte e una corsia preferenziale per il concorso. Il costo di 120 mila assunzioni (tre miliardi a regime) nel 2015 sarà inferiore al miliardo stanziato: 650 milioni secondo la bozza, il resto sarà usato per altri programmi come la formazione obbligatoria o il piano digitale.

Due libri per bambini sulle famiglie omosessuali. E Carate Brianza si divide

di Marcoi Mologni da il Corriere della sera del 23/02

CARATE BRIANZA (MB) Due libri per bambini stanno facendo litigare 18 mila abitanti. Con tanto di interpellanza in consiglio comunale. Il caso, che ha «spaccato» in due Carate Brianza, è scoppiato quando sugli scaffali della biblioteca sono spuntati due nuovi volumi: «Ho due mamme» e «Qual è il segreto di papà». Entrambi i libri affrontano, con parole adatte ai bambini, il tema delle famiglie omosessuali. E tanto è bastato perché nella cittadina si riaprisse una autentica «guerra santa». Da una parte la giunta di centrosinistra e l’assessore alle Politiche giovanili, Beatrice Rigamonti: «In Italia — sottolinea — sono circa 100 mila i minori con almeno un genitore omosessuale, quasi tutti a loro insaputa, perché nati all’interno di una precedente relazione eterosessuale. In un Paese in cui l’omosessualità è ancora un tema eluso, in particolare con i bambini, parlarne mi pare un motivo di crescita».

Sul fronte opposto l’ala di «Comunione e Liberazione» del Pdl, molto forte a Carate, che nell’interrogazione consiliare ha scritto: «Risulta evidente l’intento di legittimare le famiglie omosessuali, sulla base della constatazione che è sufficiente l’amore per costituire una famiglia. Pensiamo che sia stato violato l’articolo 29 della Costituzione, che definisce la famiglia una società naturale fondata sul matrimonio». Il «verdetto» è rinviato a giovedì sera, in consiglio comunale, dove si deciderà se i libri saranno rimossi o potranno restare al loro posto.

Milano - Prete accusato di pedofilia: era al convegno sulla famiglia

di Andrea Galli e Simona Ravizza da il Corriere della sera

Già sacerdote di riferimento di Comunione e Liberazione. Ex presidente del Banco alimentare. Ma espulso dalla Chiesa con delibera di Papa Francesco inviata al vescovo di Crema per abusi sessuali su minori e sotto indagine dalla Procura di Cremona. Sabato il 64enne don Mauro Inzoli era a Milano. Nel Palazzo della Regione. Al convegno sulla famiglia promosso da Regione Lombardia, Alleanza Cattolica e Fondazione Tempi, e definito omofobo per le tesi sostenute.

Don Inzoli non era nella primissima fila affollata di autorità, tra cui l’ex governatore Roberto Formigoni (del quale si dice sia stato uno dei confessori) e l’attuale presidente Roberto Maroni. Era subito dietro. In seconda fila. E nella stessa aula dove un ragazzo gay veniva allontanato dopo aver preso la parola. Adesso c’è imbarazzo, nelle file di Comunione e Liberazione. Il moderatore del convegno, Luigi Amicone, fondatore di Tempi (rivista vicina a Cl), si limita a dire: «Ci han fatto uno scherzo da preti...». Il convegno non finisce mai di provocare polemiche. Don Inzoli l’ha invitato qualcuno oppure la sua è stata una decisione autonoma? Il professor Stefano Zecchi era il vicino di «posto» del sacerdote. Racconta: «Non c’erano posti pre-assegnati. Quest’uomo non lo conosco. È rimasto zitto tutto il tempo. Applaudiva molto, sì, me lo ricordo. E alla fine mi ha parlato di una storia strana, del fatto che i bimbi down non esistono più in Danimarca perché non li fanno nascere...».

Al convegno non poteva partecipare chiunque. C’era anche il ministro Maurizio Lupi e bisognava vigilare sugli ingressi. Se don Inzoli si è «registrato», possibile che nessuno se ne sia accorto? Un ruolo importante nell’organizzazione l’ha avuto Comunione e Liberazione: all’interno del movimento il sacerdote è figura ben nota. Certamente don Inzoli può andare ovunque, non ha limitazioni alla sua libertà. Però va ricordata la lettera che, dopo il «messaggio » papale del giugno scorso, il vescovo di Cremona, monsignor Oscar Cantoni indirizzò ai fedeli: «In nome della verità, in questi anni sono state eseguite rigorose ricerche che hanno comportato pazienti e sofferti confronti con le persone che hanno riferito i fatti. La Chiesa ha preso atto della situazione, ha condiviso le sofferenze riportate, ha aiutato le vittime a ritrovare serenità e speranza, e ha concluso che don Mauro potesse responsabilmente riparare le ferite causate dal suo comportamento ».

Fonti interne al Pirellone rivelano al Corriere che don Inzoli è stato accreditato dalla segreteria del presidente del Consiglio regionale, Raffaele Cattaneo. Un altro di quei politici nella primissima fila nel convegno di sabato ed esponente di spicco di Cl. Un altro a pochi centimetri di distanza dal sacerdote ribattezzato nel corso dei suoi anni turbolenti «don Mercedes», per la costosa macchina con la quale girava.

I terreni del Policlinico affidati a un ente privato. Scontro con la Regione

di Alessandra Corica da la Repubblica de il 21/11

GIORNATA di tensione tra il Policlinico di Milano e la Regione. Al centro, la questione del patrimonio dell’ente. Che, con i suoi 85 milioni di metri quadrati di terreni agricoli, è il principale proprietario fondiario della Lombardia. La direzione della struttura ha deciso di creare un ente parallelo, la Fondazione sviluppo, con lo stesso cda e lo stesso presidente del Policlinico, ma un altro direttore generale. Obiettivo: far fruttare il patrimonio fondiario e destinare gli utili alla ricerca. Palazzo Lombardia a luglio ha approvato il progetto con una delibera ad hoc, salvo poi negli ultimi giorni frenare sull’ok allo statuto del nuovo ente. Che, pur essendo fondato da un ente pubblico quale il Maggiore, sarà una fondazione di diritto privato. Di qui i dubbi, e lo scontro tra l’ospedale — guidato dal ciellino Giancarlo Cesana — e Palazzo Lombardia. E le modifiche apportate ieri, al termine di un vertice tra i tecnici della direzione generale Salute, gli avvocati della Regione e la direzione del Policlinico, al regolamento del nuovo ente. Il progetto della Fondazione sviluppo è stato elaborato da via Sforza per far fruttare il tesoretto da 800 milioni di euro rappresentato dal patrimonio rurale dell’ospedale.

Un progetto ambizioso, che rientra in quello più ampio di valorizzazione del patrimonio del Policlinico che ha portato nei mesi scorsi anche alla creazione di un fondo immobiliare, il Fondo Ca’ Granda, per gestire le case dell’ospedale: due settimane fa la Cassa depositi e prestiti è entrata ufficialmente nel progetto, versando oltre 100 milioni di euro. Un’operazione apprezzata dalla Lega: «In un periodo di così grave crisi economica il “Fondo Ca’ Granda” interviene sul territorio milanese con un investimento da quasi 350 milioni», ha detto il leghista Massimo Garavaglia, assessore al Bilancio. La creazione della nuova fondazione, che dovrà occuparsi anche del patrimonio artistico (la quadreria del Policlinico conta oltre mille opere), rientra allora in questa operazione.

Ma ha sollevato non pochi dubbi a Palazzo Lombardia. Soprattutto sul fronte della trasparenza della governance della nuova fondazione. La Regione ha chiesto che il nuovo ente, seppur di diritto privato, applichi il codice pubblico degli appalti, e che non acquisti materiali e macchinari all’ospedale, ma si limiti a erogare i fondi necessari (a garanzia che gli utili ricavati dai terreni siano usati solo per la ricerca e l’assistenza). Sul piatto, anche la nomina del direttore del nuovo ente: l’incarico nelle intenzioni del Policlinico dovrebbe essere assegnato ad Achille Lanzarini, uomo vicino a Cesana (è sposato con Paola Navotti, portavoce del presidente del Policlinico) e già al lavoro all’ospedale da alcuni anni, nell’ufficio che gestisce il patrimonio e che ha condotto anche le operazioni di sgombero degli stabili di via Canonica e Montello, per molti anni “in mano” alla ‘ndrangheta. Gli stabili sono stati venduti l’anno scorso alla Cassa depositi e prestiti per 17 milioni di euro.

La nomina di Lanzarini, in quota Comunione e liberazione, non avrebbe convinto appieno i vertici regionali: di qui, la tensione delle ultime ore. Quello del patrimonio del Policlinico è un tema che suscita polemiche da anni. L’ospedale oltre ai terreni agricoli possiede anche 1.390 immobili. Tra questi, molti appartamenti a Milano che, come raccontato da Repubblica, sono in affitto con canoni inferiori a quelli di mercato, seppur situati in zone di pregio. «Non c’è nessuno scandalo — replicano i vertici del Maggiore, il presidente Cesana e il direttore Luigi Macchi — perché il problema della fondazione Irccs è noto da anni. Come da anni è noto che l’attuale cda lo sta affrontando. E anche comunicando: nel 2011 la Fondazione ha avviato la cosiddetta operazione trasparenza, mettendo a disposizione tutti i dati». Anche perché, i canoni di affitto, dicono dall’ospedale, possono essere a canone libero o concordato (con i sindacati), «e il canone dei contratti a canale libero è stato fissato tramite bando pubblico con base d’asta definita dalla valutazione dell’Agenzia delle Entrate.

“Troppi favori al Nerviano Medical Science”. Incassa 97 milioni dei 98,8 stanziati dalla Regione per la ricerca

di Alessandra Corica da la Repubblica del 24/10

L’AUSPICIO è chiaro. «Deve essere chiarito il ruolo del Nerviano Medical Science, cui è stata destinata la maggior parte delle risorse regionali, penalizzando la restante ricerca fatta in Lombardia, e le sue relazioni con le altre strutture di ricerca lombarde». La commissione dei Saggi guidata da Umberto Veronesi, e incaricata dal governatore Maroni di studiare la riforma della sanità, mette sotto osservazione la ricerca scientifica in Lombardia. E lo fa partendo dai numeri: tra il 2011 e il 2013 le risorse destinate dal Pirellone alla ricerca sono state 98,8 milioni di euro, di cui 1,8 destinati per 35 progetti di ricerca negli ospedali del Servizio sanitario regionale, «e 97 milioni alla Fondazione regionale per la ricerca biomedica per il Nerviano Medical Science», scrivono i saggi in un documento inviato ai vertici regionali.

Di qui, l’appello: destinare, con la riforma, alla ricerca il 3 per cento del Fondo sanitario, pari a 500 milioni di euro. E, poi, chiarire il ruolo di Nerviano, avviando «un lavoro di approfondimento» sul centro e sul «ruolo che tale istituto ha nell’ambito della ricerca biomedica in Lombardia». La storia di Nerviano si lega a quella della Regione nel 2011. Quando l’allora governatore Formigoni salva il polo di ricerca sull’orlo del crac, creando la Fondazione regionale per la ricerca biomedica (un ente di diritto privato, di cui il Pirellone è socio fondatore, e che oggi possiede il 100 per cento di Nerviano). Obiettivo, creare una piattaforma tutta lombarda per la ricerca, tramite le collaborazioni con gli Irccs e la Rol (Rete oncologica lombarda): un progetto ambizioso, che i Saggi stessi propongono di portare avanti trasformando la Fondazione in un’agenzia che si occupi di tutta la ricerca regionale, distribuendo i progetti (e i relativi fondi) in modo trasparente e tenendo una “banca dati” del comparto.

Punto di partenza, però, secondo i Saggi deve essere il chiarimento della situazione di Nerviano. Che, nonostante il salvataggio regionale, negli ultimi anni ha dovuto affrontare non pochi problemi. A partire dai debiti con le banche, pari a 190 milioni, che sono stati rinegoziati nel 2013 e prevedono una restituzione completa entro il 2022. Senza contare, poi, i contrasti con i 575 ricercatori, a causa dei diversi ritardi nel pagamento degli stipendi. «Nerviano è una piattaforma regionale, i cui laboratori vengono utilizzati per 54 progetti proposti da ospedali regionali, e altri otto scelti dall’Accademia lombarda: i contributi della Regione, allora, sono per finanziare queste ricerche — chiarisce Luciano Baielli, ad di Nerviano group, la holding controllata dalla Fondazione regionale cui fa capo il centro — . In più, a dimostrazione dell’alto livello del nostro lavoro, negli ultimi anni abbiamo stipulato quattro importanti collaborazioni con multinazionali per sviluppare altrettanti progetti».

Un centro di eccellenza, insomma. Di qui, le (finora) continue iniezioni di liquidità del Pirellone, fatte tramite la Fondazione e su cui la commissione vuole fare approfondimenti, soprattutto alla luce della disparità di finanziamento nei confronti degli altri enti. E delle due anticipazioni finanziarie erogate da Finlombarda al centro: se la prima da 8,8 milioni è stato restituita, la seconda, da 10 milioni, è stato fatta solo nel febbraio scorso, con scadenza dopo 18 mesi.

Lombardia - Inchiesta assunzioni. Si dimette il direttore della società Eupolis

di Andrea Senesi da il Corriere della sera

Dimissioni irrevocabili e immediate. Alberto Brugnoli, direttore generale di Eupolis, indagato nella vicenda delle presunte raccomandazioni che vede coinvolto anche Roberto Maroni, ha scritto ai consiglieri d’amministrazione e ai dipendenti per comunicare il suo addio alla guida della società che per conto della Regione si occupa di ricerca, statistica e formazione. Nessuna spiegazione, nessuna motivazione ufficiale nella lettera. Ma in Eupolis tutti mettono in strettissima relazione le dimissioni con l’inchiesta giudiziaria che coinvolge il manager, il governatore Maroni e il segretario regionale di Palazzo Lombardia Andrea Gibelli. Un passo indietro. Secondo la procura milanese, Brugnoli avrebbe turbato il procedimento amministrativo di un bando d’assunzione per condizionare le modalità di scelta e favorire così Mara Carluccio, preferita ad altri candidati per lo stesso ruolo. A premere per l’assunzione di Carluccio, sempre secondo i pm milanesi, sarebbe stato, in via indiretta, Roberto Maroni. Brugnoli, assicurano fonti interne alle società, si sarebbe dimesso dalla carica di direttore generale per mettersi al riparo da ogni condizionamento politico e per assicurarsi le migliori condizioni di difesa possibili in fase di eventuale processo.

Manager di area Cl, 49 anni, professore di Economia all’Università degli Studi di Bergamo, Brugnoli era stato nominato da Roberto Formigoni al vertice di Irer, l’antenata dell’attuale Eupolis. Pochi giorni fa era stato convocato in procura per essere interrogato in merito all’inchiesta. Le sue dimissioni arrivano peraltro alla vigilia del convegno annuale organizzato dall’istituto di ricerca a Palazzo Lombardia. «Regioni e macroregioni. Per quale Italia e per quale Europa», il titolo del seminario in calendario per domani e che ora sarà con ogni probabilità rinviato. Tra i relatori attesi, anche il presidente Maroni e quello piemontese Sergio Chiamparino. In Eupolis si rischia la paralisi. Il bilancio va chiuso entro fine mese e il direttore generale ha da statuto la rappresentanza legale della società, un particolare che rende l’individuazione del successore particolarmente urgente. Il cda tornerà a riunirsi settimana prossima per la nomina del nuovo direttore generale. L’assunzione di Carluccio, risalente al dicembre del 2013, era finita sotto la lente di ingrandimento della procura di Busto Arsizio nell’ambito dello stralcio sull’indagine relativa alle tangenti di Finmeccanica, giunta ormai alla conclusione. Gli investigatori del Noe dei carabinieri avevano puntato i fari su due incarichi riguardanti due collaboratrici storiche di Maroni: Mara Carluccio, appunto, assunta ad Eupolis e Maria Grazia Paturzo che aveva ottenuto un contratto di collaborazione nella società Expo. Per l’eventuale richiesta di giudizio immediato della Procura c’è tempo fino alla fine del mese.

Lombardia - Sanità. Carugo: «Spese alte perché non si usano i farmaci generici»

di Sabrina Cottone da il Giornale

«Non è colpa della Regione se il cittadino paga di più». Stefano Carugo, esponente di Ncd esperto di sanità, entra nella polemica lanciata dal Pdsulle spese sanitarie a carico dei cittadini che sono cresciute.
I dati Federfarma 2013 da gennaio ad agosto dicono che la Regione ha incassato 2,4 milioni in più.

Perché accade? Non volevate azzerare i ticket?
«Noi stiamo facendo l’operazione zero ticket e quindi i ticket non sono aumentati. È aumentata la spesa farmaceutica a carico dei cittadini perché le persone comprano i farmaci di marca invece che i generici».

E perché le persone preferiscono pagare somme più alte del ticket?
«Perché se compro il farmaco di marca, devo compartecipare. E questo vale sia con la ricetta rossa regionale,con il ticket, che con la ricetta bianca, la fascia C, dove il cittadino paga tutto. Se prendi il farmac ogriffato invece del generico, paghi la differenza ed è questo che fa aumentare la spesa».

Che cosa può fare la Regione per contenere la spesa a carico dei cittadini?
«Dobbiamo informare le persone. Chi produce i farmaci generici per legge non può fare pubblicità e i farmacisti non sono incentivati a fare informazione, anche perché a loro non conviene. Tocca alla Regione fare in formazione e dire ai cittadini di ricorrere con frequenza ai farmaci generici».

Ma siamo sicuri che siano proprio equivalenti? Molti pazienti sono perplessi.
«Ormai i generici esistono da tanti anni e la loro composizione è totalmente controllata. Per questo propongo una campagna sulla possibilità di utilizzare di più i generici. Un esempio: tra il brand Acetilcisteina e il suo equivalente generico, c’è una differenza di 4,70 euro. Così come per gli antidolorifci: il gap tra il generico e il brand va da un minimo di 10% a un massimo del 75%del costo».

I costi sono cresciuti solo per questa ragione?
«Bisogna estendere la possibilità di vendere i farmaci di fascia C nelle parafarmacie, perché anche in questo modo il prezzo scende. Infine possiamo favorire la grande distribuzione peri farmaci da banco, i cosiddetti over the counter (tachipirina, ibuprofenr), peri qualii prezzi sono a discrezione del distributore. Negli altri Paesi, dove farmaci di questo tipo sono reperibili anche al supermercato e a prezzi inferiori ».

Ma queste sono competenze della Regione o del Parlamento?
«Se la Regione si impegna per questo, spingendo sul Parlamento, i cittadini possono averne un beneficio».

Lombardia - Inchiesta sulla discarica, i pm cambiano l’accusa a Formigoni

di Luigi Ferrarella da il Corriere della sera

Si complica giuridicamente, e sembra prendere la strada della competenza territoriale di Bergamo, un pezzo del processo a Roberto Formigoni sulle presunte tangenti attorno alla discarica cremonese di Cappella Cantone. Invitati in giugno dal gip Vincenzo Tutinelli a riformulare le imputazioni, i pm Paolo Filippini e Antonio D’Alessio ieri hanno scelto di staccare i filoni milanese e bergamasco, e hanno cambiato l’accusa all’ex presidente della Regione Lombardia: da «corruzione» alla nuova «induzione indebita» sdoppiata dalla vecchia concussione nella legge Severino. Formigoni, in concorso con l’ex assessore all’Ambiente Marcello Raimondi e «per il tramite di Rossano Breno e Luigi Brambilla» (ex vertici della Compagnia delle Opere bergamasca), «abusando delle proprie funzioni e potestà politiche e amministrative» avrebbe «indotto gli imprenditori Pierluca Locatelli, Antonio e Giovanni Testa a dare e a promettere indebitamente» denaro «a vantaggio della CdO di Bergamo e dell’area politica di riferimento (Comunione e Liberazione)», quale «condizione per ottenere l’influenza dei pubblici amministratori a vantaggio degli interessi delle loro imprese».

Denaro tra il «2002 e il 2009» sotto forma di «plurime donazioni alla Fondazione Maddalena di Canossa per interventi edilizi sugli immobili della scuola privata Imiberg di Bergamo» per 781.000 euro, più la promessa di 400mila euro «per ottenere la sponsorizzazione di Formigoni e Raimondi all’istanza di Autorizzazione integrata ambientale» sulla discarica. L’avvocato di Formigoni, Mario Brusa, parlerà il 29 ma anticipa già tutto il proprio sconcerto per una scelta giuridica che gli appare insostenibile. E Formigoni commenta: «I pm si arrampicano sugli specchi cercando di implicarmi in una donazione che privati cittadini, che non conosco e con cui non ho mai avuto rapporti, hanno effettuato ad una privata fondazione, che non conosco e con cui non ho mai avuto rapporti. Chi ragiona vede che la nuova accusa formulata contro di me è surreale».

lferrarella@corriere.it

Lombardia - Tangenti nella sanità conferma in appello per i 9 anni a Daccò

di Sandro De Riccardiis da la Repubblica

ERA stato condannato a dieci anni in primo grado e a nove in appello, poi — lo scorso 7 maggio — la Cassazione aveva annullato la sentenza e rinviato gli atti ai giudici di secondo grado per ridefinire la pena. Sabato il collegio della terza sezione della corte d’Appello, presieduta da Piero Gamacchio, ha confermato la condanna a nove anni per Pierangelo Daccò, definito nelle motivazioni della prima sentenza d’Appello «l’amministratore di fatto » del San Raffaele, perché «in modo stabile e continuativo, per diversi anni, in stretta collaborazione con i vertici dell’ente, ne ha gestito in modo esclusivo ingenti risorse finanziarie, creando fondi neri». Nell’inchiesta — partita dalle indagini dei pm Luigi Orsi, Laura Pedio, Gaetano Ruta — “l’uomo ombra” del San Raffaele doveva rispondere di associazione a delinquere e bancarotta fraudolenta per la distrazione di fondi neri (oltre 35 milioni di euro) dai bilanci dell’ospedale, che provocarono il crac finanziario. La Cassazione ora chiedeva ai giudici dell’appello di ridefinire responsabilità e pena di Daccò — in carcere ormai da due anni e dieci mesi — per due capi d’imputazione, B e F, relativi ad alcuni episodi di distrazione di fondi per un totale di 2,8 milioni, mentre per gli altri la sentenza è passata in giudicato.

Per quelle due contestazioni, i coimputati di Daccò, nel loro processo parallelo (Daccò aveva scelto il rito abbreviato) erano stati assolti, così che gli avvocati del faccendiere, i legali Massimo Krogh e Luigi Panella, avevano chiesto la ridefinizione della pena. Sabato, invece, il loro assistito è stato ritenuto responsabile da una sezione diversa, la terza, da quella (la seconda) che lo aveva condannato nel giugno del 2013, e la pena è rimasta invariata. Rafforzando l’impianto accusatorio della procura. Era Daccò, secondo i giudici, ad avere il «delicato compito di realizzare la complessa struttura societaria necessaria per consentire il trasferimento all’estero degli ingenti fondi neri creati attraverso le sovrafatturazioni ».

Don Verzè, fondatore del San Raffaele, e il suo braccio destro Mario Cal, morto suicida, per i giudici non sarebbero stati in grado di realizzare un simile sistema di distrazione del denaro. Simile è, per la procura, il meccanismo messo in atto con un’altra struttura sanitaria lombarda, la clinica Maugeri, per la quale si ipotizzano fondi neri per oltre 60 milioni in meno di dieci anni, e per la quale sono ora a processo, per associazione a delinquere e corruzione, lo stesso Pierangelo Daccò, l’ex assessore regionale Dc Antonio Simone, l’ex direttore generale dell’assessorato alla sanità Carlo Lucchina, e l’ex governatore Roberto Formigoni. Di quei soldi, per l’accusa, otto milioni sarebbero finiti, attraverso Daccò e Simone, proprio all’ex governatore della Lombardia. Sotto forma di viaggi e vacanze ai Caraibi a bordo di mega-yacht, di una villa in Sardegna acquistata a prezzi di saldo e di contributi per le campagne elettorali.

Utility, scatta la febbre da fusione

di Vittorio Malagutti da l'Espresso 

Gente pratica, i brianzoli. Mentre nel resto d’Italia ci si perde in chiacchiere sulle prossime grandi alleanze tra le aziende locali dei servizi pubblici, nel nord della Lombardia hanno tagliato corto.

La comasca Acsm, quotata in Borsa, e la holding Gelsia con sede a Seregno, nel cuore della Brianza, si sono promesse un futuro in comune. Gas, acqua, elettricità: grazie a un accordo siglato ai primi di settembre nascerà un gruppo con quasi 500 mila clienti e circa 600 milioni di giro d’affari. La rotta è quella segnata dal commissario alla spending review Carlo Cottarelli, che nel suo rapporto presentato in agosto, poche settimane prima di annunciare la propria uscita di scena, ha dedicato un intero capitolo alla «razionalizzazione delle partecipate locali». Con l’economia in recessione e i prezzi dell’energia in caduta libera, le aziende sono alla disperata ricerca di risorse supplementari. Il guaio, però, è che gli enti locali azionisti, a cominciare dai Comuni, hanno le casse più vuote che mai.

Non c’è scampo, allora. Per continuare a investire e migliorare la qualità dei servizi, le vecchie municipalizzate sono costrette a cambiare marcia. Un’alternativa ci sarebbe, almeno in teoria. Le aziende potrebbero far fronte al calo dei ricavi aumentando le tariffe a carico dei clienti. Questa soluzione avrebbe però costi politici altissimi. Diventerebbe una tassa in più sulla testa di cittadini e imprese. Lo sa bene anche il governo di Matteo Renzi, che ha promesso una serie di incentivi per promuovere alleanze tra le società che gestiscono la distribuzione di gas, elettricità e acqua su scala locale.

In sostanza, ai comuni vengono garantiti fondi supplementari, fuori dalle rigide regole del patto di stabilità, in cambio del via libera alle aggregazioni. Resta da vedere se le parole del governo si trasformeranno in atti concreti. Intanto si registra un primo rinvio. Manager e amministratori locali si aspettavano che le novità venissero inserite nel decreto “Sblocca Italia” presentato nei giorni scorsi. Invece non se n’è fatto niente. Tutto rinviato alla prossima legge di stabilità.

Nel frattempo, però, nel mondo della finanza è scoppiata la febbre da fusione. Molti dei prossimi, futuribili accordi riguardano aziende quotate in Borsa come la lombarda A2A, l’Iren di Torino, la bolognese Hera. E allora, dopo mesi di ribassi, anche le quotazioni hanno ripreso a correre.

Il bilancio dell’ultimo mese segnala rialzi del 10 per cento circa per le tre società citate, a cui va aggiunta la romana Acea. «Ma non è solo questione di finanza», mette le mani avanti Giovanni Valotti, il presidente di A2A, che siede anche al vertice di Federutility, l’associazione che raggruppa le imprese dei servizi pubblici locali di gas, elettricità e acqua. «I progetti di aggregazione», spiega Valotti, «devono crescere intorno a piani industriali di ampio respiro, costruiti sulla base delle esigenze del territorio». Insomma, non ci sono scorciatoie. E a dispetto dell’euforia di questi giorni non sarà facile conciliare le esigenze dei mercati con quelle della politica, che ha ancora in mano le leve del comando nelle vecchie municipalizzate, trasformate in società per azioni.

Il rapporto presentato da Cottarelli ha censito un esercito di 1.500 aziende locali nei settori gas, elettricità, idrico e rifiuti. Sono realtà piccole, spesso piccolissime: il 62 per cento non arriva a 10 milioni di ricavi annui. Sulla carta, quindi, lo spazio per le aggregazioni è enorme.

Uno studio della fondazione Utilitatis considera possibile una riduzione dell’80-90 per cento del numero delle imprese. L’obiettivo dichiarato è quello di tagliare sprechi e inefficienze grazie alle economie di scala garantite dalle concentrazioni aziendali. Il governo, come detto, spera di mettere in moto la macchina delle fusioni con gli incentivi della prossima legge di stabilità. Sempre sul fronte pubblico anche la Cassa Depositi e Prestiti guidata dall’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini è pronta a mettere in campo 500 milioni per comprare le azioni messe in vendita dai Comuni che sceglieranno l’integrazione tra le rispettive aziende municipali.

Lo stimolo pubblico potrebbe rivelarsi decisivo soprattutto nelle regioni del Sud, dove si concentrano le imprese più piccole e inefficienti. Tra l’altro, il progetto del governo prevede anche penalità per i Comuni che vorranno mantenere il controllo assoluto delle proprie aziende in perdita. Molto diverso è il panorama al Centro-Nord, dove le alleanze, partite anni fa, potrebbero subire un’accelerazione. Decine di operatori locali potrebbero scegliere di unire le forze oppure di confluire sotto l’ombrello di una delle aziende maggiori. Negli anni scorsi, per dire, la bolognese Hera, quotata in Borsa, ha stretto accordi con decine di comuni in Emilia Romagna per poi puntare verso Nordest: Padova, Trieste e infine Udine. La partita però sembra tutt’altro che chiusa. In gioco c’è la veneta Ascopiave, più volte indicata come possibile futuro partner della stessa Hera e della vicentina Aim. Quest’ultima, a sua volta, è da tempo in contatto con l’Agsm di Verona per una possibile integrazione. Verso Milano si muove invece Linea Group holding, che riunisce municipalizzate del sud della Lombardia (Cremona, Pavia, Lodi) e del bresciano (Rovato). Martedì 16 settembre la società si è detta disponibile a un accordo con A2A.

Intanto, anche banchieri e consulenti, a caccia di incarichi con relative commissioni milionarie, fanno del loro meglio per soffiare sul fuoco. Voci e indiscrezioni corrono veloci in particolare sull’asse Milano-Torino. Circola addirittura lo schema di una possibile integrazione tra le due società, con l’azionista pubblico che a giochi fatti dovrebbe scendere sotto la fatidica soglia del 50 per cento.

Di certo non sarà facile mettere d’accordo tutti, se è vero che nei giorni scorsi, poco dopo le aperture dei due sindaci Giuliano Pisapia e Piero Fassino, è arrivata la frenata dell’altro socio forte di A2A, il primo cittadino di Brescia, Emilio Del Bono. Lo stesso Fassino sarà costretto a ottenere il via libera dai colleghi di Genova, Parma e Reggio Emilia, per citare i principali soci pubblici di Iren. A dire il vero, non è la prima volta che il mercato torna a speculare sulla nascita della “Multiutility del Nord”, come è stata ribattezzata l’unione tra Milano e Torino. Un affare che darebbe vita a un colosso con oltre 9 miliardi di ricavi e un valore di Borsa vicino a 4 miliardi. Questa volta, però, anche i bilanci potrebbero spingere politici e manager a stringere i tempi di un accordo.

Il crollo della domanda di energia (meno 20 per cento nell’arco degli ultimi due anni) causato in primo luogo dalla crisi nera del sistema produttivo, ha infatti ridotto (e di molto) i margini di manovra delle due aziende. A2A viene da un calo dei ricavi del 13 per cento registrato nel 2013 e nei primi sei mesi di quest’anno il giro d’affari è diminuito di un altro 9 per cento. I profitti soffrono di conseguenza: l’utile netto del semestre chiuso a giugno è del 27 per cento inferiore a quello registrato nello stesso periodo del 2013.

C’è poco da festeggiare anche in casa Iren. Tra gennaio e giugno l’azienda presieduta dall’ex ministro Francesco Profumo ha perso quasi il 15 per cento del fatturato e il 30 per cento dei profitti rispetto all’anno precedente. Poi c’è il problema dei debiti. Le due società hanno un’esposizione complessiva, al netto dei crediti, pari a circa 5,7 miliardi: 3,5 miliardi carico di A2A e 2,2 miliardi nel bilancio di Iren. Una zavorra eccessiva, secondo gli analisti.

La soluzione? Eccola: un aumento di capitale, almeno un miliardo, al servizio della fusione tra i gruppi, con il possibile ingresso di investitori terzi, per esempio fondi di private equity. Uno scenario tutt’altro che irrealistico. A una condizione: che gli azionisti pubblici si rassegnino a scendere sotto la fatidica quota del 50 per cento, quella che garantisce il controllo assoluto.


Claudio Tedesi, l'intoccabile targato Formigoni
L'ingegnere con diversi incarichi nelle partecipate lombarde è stato arrestato una volta ed è finito al centro di due indagini per danni ambientali. Eppure è riuscito a conservare le sue poltrone
di Vittorio Malagutti da l'Espresso

Ai tempi di Roberto Formigoni era di casa ai piani alti della regione Lombardia. Chiusa l’era del Celeste, Claudio Tedesi, ingegnere esperto di bonifiche e problemi ambientali, ha perso qualche incarico, conservando le poltrone.

Un uomo indispensabile, Tedesi, se è vero che neppure un arresto e due indagini 
a suo carico per reati ambientali gli sono costate il posto di vicepresidente del gruppo Lgh, grande azienda pubblica 
del sud della Lombardia per la gestione 
dei servizi pubblici (gas, elettricità, rifiuti). Al capitale della holding partecipano le municipalizzate di Crema, Cremona, Lodi, Pavia e Rovato, in provincia di Brescia.

A gennaio Tedesi, 54 anni, è finito ai domiciliari su richiesta della Direzione distrettuale antimafia che indagava sugli illeciti nella bonifica dell’area industriale Sisas, a sud est di Milano. Un’inchiesta che ha portato all’arresto di imprenditori, manager e anche di un alto funzionario 
del ministero dell’Ambiente, Luigi Pelaggi, a suo tempo nominato commissario straordinario per la gestione del risanamento. Tempo qualche mese e, 
a maggio, il vicepresidente di Lgh, un gruppo da quasi 700 milioni di ricavi annui, si è visto rinviare a giudizio per un’altra vicenda di bonifiche ambientali. Questa volta il processo riguarda l’area Montecity-Santa Giulia, vecchio sito industriale abbandonato su cui è nato un intero quartiere residenziale a sud di Milano per iniziativa del finanziere Luigi Zunino.

È finita male. Il gruppo di Zunino è stato travolto dai debiti ed è passato sotto 
il controllo delle banche creditrici. Tedesi 
è stato chiamato in causa dai pm come progettista di un intervento che, secondo l’accusa, avrebbe smaltito illegalmente un’enorme quantità di rifiuti tossici. Nell’udienza preliminare sono venute 
a cadere le ipotesi di reato più gravi, 
quelle che riguardavano l’avvelenamento delle falde acquifere.

Il processo, in cui è imputato anche Zunino, comincerà il prossimo 24 settembre. Nel frattempo Tedesi, terminato a giugno il periodo di arresti domiciliari per la vicenda Sisas, è stato anche reintegrato al suo posto di direttore generale dell’Asm, l’azienda di servizi del comune di Pavia. «Le inchieste non hanno nulla che vedere con la nostra attività», 
si sono giustificati i vertici di Asm. Sulla stessa linea anche dagli altri comuni azionisti della Lgh. E così il progettista targato Formigoni ha conservato anche 
la poltrona di vicepresiente della holding. Sulla fiducia.

Monza - Tempi da Lupi per il Cittadino. Nel gruppo editoriale entrano uomini vicini al Ministro e la Fondazione della rivista ciellina

di k.ts.

Cambia la compagine sociale della Editoriale Il Cittadino srl.  Il gruppo Sesaab dopo sette anni cede il passo ai nuovi arrivati: imprenditori legati al ministro Maurizio Lupi e giornalisti della rivista Tempi, punto di riferimento dell’ala più strettamente politica di Comunione e Liberazione.

Sabato  scorso, il direttore del settimanale il Cittadino, Giorgio Bardaglio, in un editoriale aveva preso congedo dai propri lettori (vedi I direttori passano, il Cittadino (e la passione) resta), l’altro ieri sempre con un editoriale il suo successore - Luigi Losa - ha salutato i lettori ritrovati. 
Losa è stato, infatti, direttore  de il Cittadino dal 1994 al 2011 quando venne sostituito proprio da Bardaglio.

In settimana, l’assemblea dei soci dell’Editoriale il Cittadino ha votato l’aumento di capitale portandolo da 1,5 a 4 milioni di euro con il contestuale ingresso nella società  di Monza Brianza Edizioni srl che acquisisce il 50% delle azioni. Le restanti azioni sono divise fra Sesaab con il 35% e la “Beato Talamoni Luigi: presenza” della Curia di Monza con il 15% (in precedenza: Sesaab al 70% e Beato Talamoni-Curia di Monza al 30%).

L’ingresso dei nuovi soci è servito a immettere nuova linfa finanziaria in un gruppo editoriale - oltre al settimanale il Cittadino c’è anche la rete televisiva Monza e Brianza tv - che nel biennio 2011-2012 ha registrato perdite per più di un milione e mezzo di euro (- € 861.301 nel 2011 e - € 696.906 nel 2012). I dati del  bilancio 2013 non sono ancora stati depositati in Camera di Commercio ma dovrebbero essere in linea con i precedenti esercizi.

La Sesaab (Società editrice SS Alessandro Ambrogio Bassiano spa) é editrice dei quotidiani: Eco di Bergamo, la Provincia di Como, La Provincia di Lecco, la Provincia di Sondrio. Dopo la cessione a dicembre de La Provincia di Varese, perdendo il controllo anche de il Cittadino, ha rotto quell’asse di testate prealpine lombarde da Bergamo a Varese che aveva costruito negli ultimi anni.

La società bergamasca era entrata nel 2006  nella proprietà de il Cittadino con un'operazione di lease-back delle testate, operazione estinta anticipatamente nel 2010.
Negli anni hanno cercato di contenere i costi riducendo anche il personale passato dai 19 dipendenti del 2011 ai 15 del 2013. 
La maggior parte dei giornalisti che lavorano per la testata, infatti, sono collaboratori che vengono pagati di media tra i € 5 e i € 12 in base alla lunghezza degli articoli, € 0,50 per ogni foto, € 12 per le riprese video (la videocamera non gli viene, però, passata dal giornale e devono acquistarla in proprio).

Sotto la direzione di Bardaglio il settimanale ha cercato di alzare il livello dei contenuti considerato dai “bergamaschi” molto al di sotto degli standard della testata di riferimento, l’Eco di Bergamo.  E’ stata anche innovata l’impostazione grafica del settimanale e sono scomparse quelle notizie sul mondo ecclesiastico e sulla vita degli oratori che nella precedente gestione di Luigi Losa erano una presenza fissa del settimanale.

Con il ritorno di Losa alla direzione del giornale non si sa se ci sarà un ritorno al passato, è anche vero che non saranno più lui e la curia di Monza a condurre le danze.

Socio forte della nuova compagine sociale è, infatti, Monza Brianza Edizioni srl
La società costituita il 15 maggio 2014 (amministratore unico Samuele Sanvito),  è controllata al 60% da Alessio Barbazza, amministratore delegato della Magazzini Generali Brianza srl (20.000 mq di magazzini doganali a Concorezzo). 
Barbazza, presidente del Comitato piccola industria di Confindustria Monza e Brianza dal 2011 al 2014, oltre ad amministrare la società  di famiglia è stato presidente per due mandati di Cancro primo aiuto, la onlus creata in memoria di Walter Fontana (lo scomparso senatore della Democrazia Cristiana e patron della Fontana Luigi spa), dove con l'occasione della lotta al cancro si incontra e si riunisce il mondo politico ed economico che in Brianza conta.

Gli stessi che sono ospiti fissi alle cene organizzate a cadenza quasi settimanale nella sua residenza di Renate da Carlo Edoardo Valli,  il gran ciambellano della politica e dell’economia brianzola (Valli era presidente del consiglio di amministrazione de il Cittadino fino al dicembre 2013, ma se ne è andato, a suo dire, in dissidio con la linea editoriale di Giorgio Bardaglio). 

Nell’assetto societario di Monza Brianza Edizioni srl, oltre a Barbazza, compare con il 40% delle azioni l’Editoriale Tempi duri srl (amministratore delegato Samuele Sanvito) a sua volta controllata dalla Fondazione Tempi (57.78%), Editoria e Sviluppo srl (31,11%) e Lomafin spa (11,11%).

La Lomafin è riferibile all’imprenditore Lorenzo Manca proprietario di Sicuritalia, ex Istituto di Vigilanza Lariano, società che opera nel settore sicurezza e vigilanza (guardie armate, videosorveglianza, ecc..), mentre Editoria e sviluppo srl (amministratore unico Samuele Sanvito) vede nella compagine sociale, oltre allo stesso Sanvito, una serie di imprenditori.

- Giuseppe Brivio, proprietario della Pierino Brivio di Besana Brianza, azienda che costruisce spazzatrici e mezzi per la raccolta dei rifiuti. Brivio possiede anche un 2,9% di azioni di Biancamano la holding che controlla Aimeri Ambiente (società con sede a Rozzano operante nella raccolta e smaltimento dei rifiuti) e siede nel consiglio di amministrazione della Fondazione Costruiamo il Futuro di Maurizio Lupi.

- Luciano e Claudio Milanese della Econord, società di raccolta e smaltimento rifiuti che gestisce le due discariche di Mozzate (Como) e Gorla Maggiore (Varese): in pratica un’unica grande discarica visto che a dividerle c’è solo il confine comunale e provinciale. 
Questa straordinaria concentrazione di discariche “di confine” si realizzò mentre dominus della zona era Giancarlo Galli, parlamentare della Dc dal 1986 al 1994 (numerose le sue iniziative legislative in campo ambientale tra cui la famosa legge Galli del 1994).
Galli siede nel consiglio comunale di Mozzate quasi ininterrottamente dal 1988 a oggi, vuoi come sindaco (due volte), vuoi come assessore o come semplice consigliere. 
Il comune di Mozzate, nonostante i soldi della discarica, è in completo dissesto finanziario con un buco da 71 milioni di euro e il patrimonio immobiliare pignorato (vedi Mozzate e il debito record. Vale 7 volte le sue entrate).  Recentemente Econord ha chiesto l’ampiamento delle discarica di Gorla Maggiore/Mozzate. 
Il fondatore della Econord Gianluigi Milanese (fratello di Luciano Milanese), scomparso nel 2005, è stato condannato nel 2002 a cinque anni di reclusione nel processo sulla tangentopoli a Varese.

Gli altri soci di Editoria e sviluppo srl sono il salumificio Baldo di Cantù, un imprenditore tessile comasco e un viticoltore del trevigiano.

La società Editoria e sviluppo srl (costituita nel 2006) ha come oggetto sociale la raccolta di pubblicità per periodici, radio e televisioni, ma non sembra molto attiva se nel 2012 ha registrato un fatturato di € 21.500. In compenso ha una quota di partecipazione nella Fondazione Costruiamo il Futuro Brianza di Maurizio Lupi.

Infine in Edizioni Tempi duri srl con il 57,78%, c’è la Fondazione Tempi - l’unica in questa cordata di nuovi soci entrati ne il Cittadino che si occupi di editoria e giornalismo.
La Fondazione Tempi è stata costituita nel 2013 dal settimanale Tempi.

Il settimanale viene pubblicato dalla Tempi società cooperativa
Tra i soci giornalisti della cooperativa Tempi si trovano nomi conosciuti: l’onorevole Maurizio Lupi (Ministro delle Infrastrutture degli ultimi due governi: Letta e Renzi), Nicola Bonaduce (consigliere agli affari regionali al Ministero delle Infrastrutture), Claudio Del Bianco (direttore relazione esterne di Sea - Aeroporti di Milano), Antonio Simone ( a processo per lo scandalo Sanità in Lombardia insieme a Pierangelo Daccò e a Roberto Formigoni. Simone, per questa vicenda è stato anche arrestato nel 2012, vedi Sanità, sei arresti in Lombardia c'è anche l'ex assessore Simone), Samuele Sanvito ( ex vicecoordinatore del Pdl in Brianza, ex consigliere comunale del Pdl a Carate Brianza nella Giunta Pipino mandata a casa dall’inchiesta della Procura di Monza, Carate nostra) e  Luigi Amicone (direttore di Tempi, per un periodo consigliere molto ascoltato da Silvio Berlusconi).

La rivista non naviga in buonissime acque, nel 2012 ha avuto un calo di 800mila euro sui 2,8 milioni  di euro di ricavi da vendite e prestazioni del 2011.
Nel triennio 2010-2012 ha ricevuto € 1.135.347,23 come contributo pubblico per l'editoria.

Tempi viene distribuito con il Giornale, il quotidiano di proprietà della famiglia Berlusconi.

L’arrivo di persone molto vicine a Maurizio Lupi  nella proprietà de il Cittadino, viene interpretato da alcuni osservatori come il tentativo di ricostruire il centrodestra(-ciellino) ripartendo dalla Brianza, culla di Comunione e Liberazione, contando sulla diffusione del settimanale di Monza. 

Una Brianza da riprendere dopo che alle ultime europee il Partito Democratico ha conquistato il 41,42% dei consensi.

Dal punto di vista economico, l’ingresso di nuovi soci con una forte presenza di industriali dovrebbe garantire quel flusso di pubblicità fondamentale per tenere in piedi il giornale. Si è parlato anche del fatto che Confindustria Monza e Brianza sarebbe pronta a garantire a Il Cittadino 200mila euro di pubbblicità all’anno, così come la Camera di Commercio e alcune municipalizzate tra cui il gruppo AEB-Gelsia. 

Tra gli industriali che si sono stretti attorno al progetto Lupi-Tempi, non c’è Carlo Edoardo Valli (presidente della Camera di Commercio di Monza e Brianza) smentendo per il momento le voci che lo davano come socio. 

Siedono nel consiglio di amministrazione de il Cittadino: Massimo Manelli, consigliere della Camera di Commercio di Monza e direttore di Confindustria, e Giovanni Barzaghi,  presidente di Apa-Confartigianato ma le due confederazioni di categoria che rappresentano non sono entrate nell’assetto societario come era stato ventilato.

Apa-Confartigianato ha altri problemi. In questi mesi è alle prese con le difficoltà economiche di Sinvest, il consorzio fidi di Apa Confartigianato operante a Monza e Milano, messo in liquidazione il 30 ottobre 2013 dopo che la Banca d’Italia lo ha cancellato dall’elenco speciale degli intermediari finanziari, sembra per problemi patrimoniali. 

Nel bilancio approvato in data 31 marzo 2014, Sinvest ha chiuso il 2013 con una perdita di esercizio di quasi 12milioni di euro, dopo una serie di annate chiuse con perdite milionarie (€ - 1.775.507  nel 2012, € - 1.112.036  nel 2011,  € - 2.024.052  nel 2010, € -1.373.740  nel 2009). 

Sempre nel bilancio 2013 si legge: “ Le attività disponibili e vincolate detenute da Sinvest non sono in grado di coprire interamente le passività al momento in essere. Si renderà pertanto necessario, nell’ottica di assicurare una ordinata liquidazione, procedere prioritariamente alla valutazione della fattibilità di un accordo transattivo con le banche”.
Sinvest ha, però, recentemente ricevuto una boccata d’ossigeno grazie al prestito condizionato da 2milioni di euro di Regione Lombardia.

Delle difficoltà di Sinvest in Brianza non si parla, eppure in un momento in cui gli imprenditori e gli artigiani si lamentano della loro difficoltà ad accedere al credito, la messa in liquidazione del consorzio fidi di Apa-Confartigianto sarebbe dovuta finire sulle prime pagine dei giornali, e invece…

Tra le novità prospettate dall’ingresso della Fondazione Tempi nella proprietà de il Cittadino, ci sarebbe anche l’ipotizzato  trasferimento della redazione del settimanale di CL, dalla sede di Milano in corso Sempione all’edificio che ospita la redazione de il Cittadino a Monza.
 

Lombardia - L’industriale Locatelli:“Le mazzette ai ciellini del Pirellone”

di Emilio Randacio da la Repubblica

«LE MAZZETTE? Andavano in Regione ». È il 27 maggio scorso quando Pier Luca Locatelli, rampante industriale bergamasco con l’ambizione di rilanciarsi con una discarica d’amianto a Cappella Cantone, nel cremonese, fa alzare il livello dell’indagine della procura. Lui, a fine novembre 2011, era finito in manette dopo aver pagato una mazzetta da 100mila euro, destinata all’allora vice presidente della Regione, Franco Nicoli Cristiani. Poi, dal carcere, ha iniziato ad allargare le ombre su altri personaggi di spicco del Pirellone, finendo per coinvolgere il suo presidente, Roberto Formigoni, oggi indagato di concorso in corruzione.

Sono le 15 e 15 di un pomeriggio del maggio scorso. Nella stanza del procuratore aggiunto Alfredo Robledo, davanti ai pm Paolo Filippini e Antonio D’Alessio, Locatelli viene convocato per la terza volta per gli ultimi chiarimenti. Davanti all’indagato vengono messe le trascrizioni di alcune «intercettazioni ambientali e telefoniche», e «come appare evidente», confessa lo stesso imprenditore, ecco svelarsi i dettagli nuovi e decisivi dell’inchiesta. «Quella tangente che ho pattuito con la Compagnia delle opere di Bergamo — confessa Locatelli — , era di 400mila euro in cambio dell’autorizzazione per la discarica di Cappella Cantone».

In realtà, verranno pagati «solo» 200mila euro, il versamento dell’ultima tranche salta proprio per l’arresto dell’imprenditore. Ma queste non sono le sue uniche parole. «L’accordo era che Rossano Breno (altro indagato di corruzione ed ex numero uno della Cdo di Bergamo, ndr), avrebbe influito sugli esponenti politici di Comunione e Liberazione di Regione Lombardia, ovvero Marcello Raimondi (ex assessore, ndr), detto il “nano ghiacciato”, e il presidente Roberto Formigoni ».

Non sono dei semplici sentito dire. Il resto del verbale è ancora più esplicito. «Breno — continua il suo racconto l’indagato — mi ha più volte rassicurato che aveva un rapporto diretto con questi politici, mi rassicurava anche sul fatto che avrebbe rappresentato a Formigoni e a Raimondi la mia disponibilità a offrire contributi, effettuare lavori e sostenere il movimento di Cl».

Locatelli lo ha constatato direttamente. Formigoni e Raimondi sono presenti all’inaugurazione della scuola della Cdo di Bergamo, Imiberg, e allora «erano in stretto contatto con Breno». Parte di quella tangente, dunque, per l’indagato «andava in Regione».

Breno gli ha anche indicato la via per rendersi utile alla causa di Cl, secondo questa versione. Locatelli sottoscrive 50 tessere «che Breno mi ha chiesto di fare per Formigoni, se non ricordo male riguardavano il congresso provinciale del Pdl ed erano in favore di un candidato di area Cl di Bergamo, tale Angelo Capelli (non indagato, ndr)».

Locatelli dice di poter dimostrare di aver fatto tesserare «anche i miei familiari e amici».

Per i magistrati, questa ricostruzione potrebbe non bastare per portare all’iscrizione anche di Formigoni e Raimondi tra gli indagati. Ed ecco, allora, che fanno ascoltare a Locatelli una intercettazione ambientale effettuata sull’autovettura dello stesso imprenditore: «C’è da dare a Formigoni perché è l’unico che ci ha dato una mano fino ad adesso... se abbiamo preso la discarica è per lui».

La cimice della procura capta la conversazione il 27 ottobre 2010. Ed ecco la conferma al sospetto della procura, che viene messa nel resto dell’interrogatorio ora agli atti. «Volevo appunto riferirmi — è la spiegazione a quel dialogo di Locatelli — , al fatto che ho potuto effettivamente verificare che le dazioni di denaro in favore della Cdo hanno consentito che il presidente Formigoni proponesse una delibera che risolveva il problema relativo alla compatibilità del piano cave della Provincia di Cremona con l’autorizzazione da me richiesta».

Agli atti dell’indagine appena conclusa sull’affaire Cappella Cantone, allegata anche la delibera firmata di proprio pugno dall’ex governatore

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