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Seregno - 'Ndrangheta e consenso sociale. Dopo lo striscione è la volta del cittadino "perbene"

di Marco Tagliabue, regista

Egregio direttore, ho letto la lettera non firmata pubblicata martedì su il Giornale di Seregno in difesa della famiglia Tripodi e sono molto preoccupato.

Preoccupato che vengano usate le stesse parole: “perché le colpe dei padri non ricadano sui figli”, si legge nella lettera, utilizzate a luglio in consiglio comunale dal vicesindaco Giacinto Mariani per difendere la famiglia Tripodi e la scelta di organizzare in quel bar il suo spot elettorale.

Preoccupato che nella lettera si parli di una mela marcia, “né tantomeno si può sostenere che se in una famiglia c’è una mela marcia, non si può pensare che le altre mele siano sane”. Giacinto Mariani aveva detto: “per me le famiglie di Seregno sono tutte uguali anche se a casa loro hanno una mela bacata”.

Preoccupato che questo scrittore non sembri uno sprovveduto e sappia benissimo la differenza tra gli strumenti di prevenzione contro le infiltrazione della mafia e una condanna penale, ma ometta (a questo punto non posso pensare altro che lo faccia deliberatamente) altre informazioni, facendo, ad esempio, l’inversione tra padri e figli. Qui al limite le colpe dei figli, le colpe di Antonino, ricadono sul figlio, cioè su di lui e sul suo esercizio commerciale.

Preoccupato che un cittadino di Seregno che si autodefinisce persona perbene, normale, come tanti, abbia come primo e unico pensiero un moto di affetto per Antonino Tripodi.

Preoccupato che il cittadino “perbene” difenda l’indifendibile, come lo striscione “Noi vi vogliamo bene”, appeso nella notte sulla saracinesca di un locale chiuso dalla Prefettura “per pericolo di infiltrazioni mafiose” e che ha suscitato l'indignazione dei quotidiani nazionali.

Preoccupato, perché la parentela del consigliere Sabia (parentela di quinto grado) con Gerardo Gambardella, condannato a dodici anni di reclusione nel processo Infinito, venga messa in piazza da Antonino Tripodi e ripresa dal vicesindaco in consiglio comunale.
A luglio Giacinto Mariani aveva detto a Sabia: “Non so se questo a casa sua non vale e se qualcuno a casa sua ha combinato qualche marachella e allora siete tutti colpevoli”. Lo scrittore omette le condanne passate in giudicato dei familiari dei Tripodi.
Omette che mai in nessuna occasione la famiglia Tripodi abbia condannato l'Ndrangheta.
Omette lui stesso, un cittadino perbene, una condanna ferma della criminalità mafiosa.

E sono molto preoccupato per quel passaggio della lettera quando, raccontando delle frequentazioni del bar Tripodi, la persona “perbene” scrive: “tantissime figure istituzionali, anche alcuni dei politici che oggi si indignano e prendono le distanze sui giornali”. Questo a pochi giorni dall’intervista del sindaco a il Cittadino, in cui per la prima volta e doverosamente Edoardo Mazza ha preso le distanze dalle sue scelte passate e ha dichiarato: “ Ho capito che quell’aperitivo elettorale al Tripodi Caffè è stato inopportuno politicamente”.

Ho sinceramente apprezzato questa dichiarazione anche se tardiva e molto prudente, mi preoccupa che dopo pochi giorni arrivi una lettera del genere ai giornali e che venga pubblicata. Mi preoccupa se, all’interno della Giunta, quella di Mazza è l’unica voce fuori dal coro. Niente ho sentito dagli altri amministratori, niente dal vicesindaco Giacinto Mariani che per primo ha creato con le sue dichiarazioni e le sue frequentazioni consenso sociale e politico attorno a quel bar panetteria ora chiuso: consenso sociale di cui questa lettera, non fosse bastato lo striscione, mi sembra l’immagine più eloquente.

Di seguito la lettera pubblicata su il Giornale di Seregno martedì 22 marzo

"Inevitabile affezionarsi al bar non è una colpa".
Ci scrive un cliente del "Tripodi" a Seregno: "Perché le colpe dei padri non ricadano sui figli..." 

Monza - Sticchi Damiani (ACI): “Sias non ha i 6,5 milioni da dare a Ecclestone...


...e la Brianza non sembra interessata al Gran Premio

di Pier Attilio Trivulzio

A Il Fatto Quotidiano non ho detto che Monza è fuori dai giochi per il Gran premio d'Italia. Ho detto che ci sono obiettivamente difficoltà non indifferenti ed onestamente siamo ad un punto di criticità. Che Monza sia fuori dalla trattativa non l'ho detto, non posso dirlo e spero che questo non accada”. Angelo Sticchi Damiani presidente dell'ACI che il governo ha autorizzato ad usare risorse per 16,5 milioni di dollari (prelievo dai fondi del PRA – ndr) per mantenere nel calendario del Mondiale di Formula 1 il Gran premio d'Italia fa il punto sulla trattativa con Bernie Ecclestone e accetta di parlare di Sias, la società di gestione dell'Autodromo di Monza .

Per chiudere la trattativa con Formula One Management e andare alla firma del contratto con abbiamo molto tempo. Ecclestone non aspetta Monza, occorre chiudere in tempi rapidi”.
- Il problema è che Sias non ha i 6,5 milioni di dollari da aggiungere ai vostri 12,5 per arrivare a quanto chiede la FOM.
Sarebbe bello non fosse così. Purtroppo Sias i soldi non li ha e non può averli. Il Gran premio non è cosa alla portata né di Sias né dell'Automobile Club Milano. Bisogna ripensare completamente all'impegno. Secondo me il problema è stato sottovalutato da Sias. Non posso dire d'essere in sintonia con il management. il fatto è che Dell'Orto deve rendersi conto che sono intervenute situazioni che hanno creato problemi: pensavano di dettare a Bernie le condizioni!
Lo scenario della Formula 1 è totalmente cambiato: bisogna prenderne atto ed organizzarsi. Ci sono regole diverse. Non è più Sias a firmare il contratto. E' l'ACI che entra con le regole dell'ente pubblico, entra mettendoci risorse e deve controllare tutto, avere la gestione di tutto. Non la gestione diretta che resterebbe a Sias con regole dell'ACI. Fino ad ora ACI dava a Sias un contributo annuo più o meno consistente (tra i 200 e i 500 mila euro – ndr) per l'organizzazione del Gran premio d'Italia e non aveva nessuna responsabilità. Adesso dobbiamo essere certi che tutto quanto verrà speso sarà per la Formula 1 e non per altro”.
Lo scorso anno, dopo aver ricevuto Ivan Capelli e Andrea Dell'Orto, sapendo che Monza aveva contattato Dorna ed avviato un progetto di modifica del tracciato per le moto superbike, Ecclestone aveva dato mandato ai suoi legali di studiare con attenzione il contratto in essere e vedere se esisteva un appiglio per annullare il Gran premio d'Italia 2016. Anche perché, tra l'altro, dal 2013 la gara di Monza non aveva più il title sponsor.

- Presidente, non la preoccupa il fatto che da quattro anni gli sponsor non hanno voluto abbinare il loro nome al Gran premio di Monza?
Sì, mi preoccupa. Ed è anche un segnale. Probabilmente in Brianza non c'è grandissimo interesse per questo evento. Questo è il problema. Bisognerebbe rimettere in moto questo tipo di interesse perché altrimenti diventa tutto più complicato e difficile

Indicato da Bernie Ecclestone subito dopo la bufera delle bolle in pista e l'inchiesta della Procura di Monza del maggio 2012, l'avvocato Federico Bendinelli viene nominato procuratore di Sias con un mandato di tre mesi, scadenza 30 settembre 2012, subito dopo il Gran premio.
Seguirono due contratti di consulenza. L'ultimo scaduto al 31 dicembre 2015, ma dall'arrivo di Andrea Dell'Orto alla presidenza e alla carica di amministratore delegato tardivamente rinnovato.
È proprio questo ritardato rinnovo a produrre la prima frizione con Ecclestone e la richiesta fatta ai legali di cercare nel contratto di Sias un appiglio per cancellare la Formula 1 da Monza nel 2016.
La mia conoscenza con Bernie data dal 1978 quando si cominciò a parlare di un Gran premio a Imola che poi si corse effettivamente nel 1980 sottraendolo a Monza – racconta Bendinelli –. Quel primo contratto lo siglai con una stretta di mano a Bernie, poi formalizzato, firmandolo al tavolo dell'hotelMulino Rosso”, quando lui venne per la gara.

Quando in Sias s'insediò il nuovo management con Dell'Orto e Ferri, su richiesta di Bernie il 12 gennaio dello scorso anno andai a Londra a parlargli. Volle sapere chi erano e quale background avevano.
“Il 15 febbraio Ferri presentò al Cda di Sias il piano industriale preparato dalla sua società, la Innext srl. Piano industriale magnifico, peccato che non stava in piedi. Prevedeva la chiusura del primo esercizio con un utile di 500 mila euro e attorno a 1,6 milioni l'anno successivo. Si ipotizzavano utili fino a 2 o 2,2 milioni di euro - continua il legale bolognese- .
Questi dati non erano realizzabili perché introiti e costi organizzativi non erano corretti. Si indicava ad esempio per la gara del WTCC (Mondiale Turismo) un contributo di 150 mila euro. In realtà tale contributo non fu dato e le perdite risultarono attorno ai 400/500 mila euro. E comunque poi l'organizzatore storico Marcello Lotti venne allontanato da Eurosport Events e chi gli successe, Francois Ribeiro ed Eric Neve, disse che non avrebbe dato alcun contributo e che “vista la scarsità di pubblico che Monza richiamava preferivano portare la gara altrove”.

Il piano industriale del procuratore Ferri (oltre 200 mila euro di stipendio più le consulenze di Innext srl e il bonus di una Range Rover da 60mila euro come per il presidente Dell'Orto – ndr) prevedeva almeno 10 mila presenze nel corso di dieci giorni di Biker Fest. In realtà non ne arrivarono nemmeno 3 mila. A confermare la non credibilità di quel piano è stato il primo bilancio che non ha dato l'utile di 500 mila euro previsto e che alla data del 30 settembre 2015 le perdite erano di 1,3 milioni tanto che Sias dovette convocare l'assemblea e dimezzare il capitale sociale portandolo a 550 mila euro”.

CONTRATTO FORMULA 1
Il primo incontro con Ecclestone per discutere del contratto avviene a Monaco. Presenti oltre a me Capelli, Dell'Orto e Ferri – ricorda BendinelliSias voleva prendere in mano la situazione. Ivan Capelli chiese un impegno di sette anni, dal 2017 al 2022 compreso, per arrivare a celebrare i 100 anni dell'Autodromo. Bernie disse, sta bene. Sias però non presentò un piano preciso e concreto.

A giugno una delegazione di Imola con il sindaco e il presidente del Con.Ami (che è azionista di maggioranza della società Formula Imola che gestisce il circuìto – ndr) vanno a Londra da Ecclestone. E danno visibilità alla loro visita. Nello stesso giorno Roberto Maroni è in visita a Monza...
A luglio Capelli, Dell'Orto e Ferri sono a Londra a presentare il piano economico. Bernie li congeda gelidamente dicendo: “lasciatemelo, lo valuterò.
Dopo il Gran premio d'Ungheria alla FOM viene ripresentato lo stesso piano corretto in qualche dettaglio Ecclestone da subito il suo parere: “E' inutile parlarne. La proposta per me è assolutamente inaccettabile. Monza non vuole fare il Gran premio.

Riferii le parole di Ecclestone a Dell'Orto e Capelli. Il presidente di Sias scrisse a Bernie una lettera. Verso il 20 di agosto l'avvocato della FOM Chloe Target mi mandò il contratto a cui era allegato un appunto di Ecclestone. “Questo è il contratto, fammelo rimandare firmato. La mia proposta è uguale a quella di altri Gran premi europei che ho rinnovato lo scorso anno (2014 – ndr)”.

Mandare a me e non alla Sias il contratto da far firmare a Sias era un messaggio preciso...Arriviamo quindi alla vigilia del Gran premio. Nel motorhome sono riuniti da un po' di tempo Maroni, Sala, Dell'Orto e Capelli. Ecclestone esce e mi chiama. Dice: “Le condizioni sono quelle del contratto che ha Bendinelli, firmatelo!”.

E invita il presidente della Regione Lombardia a guardar fuori. “Vede i team che ci sono qui? Non posso pagarli con la storia di Monza. Loro vogliono i dollari”.

Il 5 settembre, Sias manda alla stampa questo comunicato dal titolo: “MONZA – Maroni e vertici Sias da Ecclestone per il rinnovo del contratto”.
Ecco il testo: “L'incontro di ieri con Ecclestone è stato cordiale e positivo. Siamo partiti da una soluzione difficile facendo sforzi importanti e siamo ad un momento cruciale per concretizzare una proposta credibile. Dal canto suo Bernie Ecclestone ha apprezzato i nostri sforzi”.

Il management di Sias non ha proprio capito nulla. Il patron del Circus non vuole più trattare con Dell'Orto e Ferri e delega l'ACI nella persona del presidente Angelo Sticchi Damiani a portare avanti la trattativa per mantenere in calendario il Gran premio d'Italia, che, inevitabilmente, finirà a Imola.
 

Cesano Maderno - 'Ndrangheta. Tra i soci di Marziano della Dilancar c'è anche il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli

di k.ts.

Giovedì scorso su richiesta della Prefettura il comune di Cesano Maderno ha emesso un’ordinanza in cui impone la cessazione di ogni attività alla Dilangroup , società specializzata nella vendita di auto nuove e usate via internet.

L’interdittiva della Prefettura, notificata lunedì al rappresentante legale, Giandomenico Marziano, è stata presa “perché sono stati acquisiti sufficienti elementi per ritenere la sussistenza di possibili tentativi di infiltrazione mafiosa”.
Soci della Dilangroup sono con un 50% ciascuno: lo stesso Giandomenico Marziano, nato a Melito Porto Salvo (RC) nel 1978 e Giuseppe Laganà, anche lui nato a Melito Porto Salvo e residente a Seregno.

Giuseppe Laganà é considerato dalle forze dell’ordine come uomo molto vicino a Pio Candeloro, il capo della locale di Desio condannato a 23 anni di reclusione.
Nell’ordinanza dell’inchiesta Infinito compare in vari passaggi significati, ad esempio in questo:
Pio Candeloro organizza incontri conviviali, come uso negli ambienti della ‘ndrangheta, in cui chiama a raccolta tutti i suoi affiliati e le persone a lui contigue.
Un esempio in tal senso giunge dalsummit” del 07.03.2009, indetto ed organizzato dal Capo Società PIO Candeloro, tenutosi presso il ristorante “Garibaldi 24” di Desio, al quale partecipano, oltre al PIO, PENSABENE Giuseppe, SGRO’ Giuseppe, MANNA Domenico, LAGANA’ Giuseppe, il già citato imprenditore edile ANTONICI Giovanni Paolo unitamente ad altri soggetti”.

L’interdittiva della Prefettura sarebbe stata motivata proprio dagli elementi raccolti nei confronti di Giuseppe Laganà.

Ma se Giandomenico Marziano da un parte nella Dilangroup vanta un socio considerato vicino agli ambienti mafiosi, tanto da meritarsi la chiusura dell’attività per ordine della Prefettura, dall’altra può vantare soci che ricoprono le più alte cariche istituzionali del paese.

E’ il caso della Dilancar Low Cost, capitale sociale 900 euro, costituita il 06/11/2014, cioè tre mesi dopo la costituzione della Dilangroup di Mariziano e Laganà, stessa sede sociale in via Don Vignoli 47 a Cesano Maderno, stessa attività: il commercio all’ingrosso di autoveicoli via internet.

Nella Dilancar Low Cost compaiono come soci con ciascuno il 50% delle quote, lo stesso Giandomenico Marziano e il vicepresidente del Senato l’onorevole Roberto Calderoli della Lega Nord.

La terza società di cui è socio Marziano e la concessionaria Dilancar, stessa sede sociale delle altre due, in cui compaiono come soci sempre con un 50% ciascuno, Giandomenci Marziano e Fallara Luciana, già titolare della Dilancar di Motta San Giovanni, provincia di Reggio Calabria.

A diretta richiesta di spiegare questa strana situazione di trovarsi socio da una parte con un personaggio legato ad ambiente mafiosi e dall’altra con Roberto Calderoli da vent'anni uomo di spicco della Lega Nord, Giandomenico Marziano ha preferito non rispondere alle nostre domande.

Resta il fatto che ci troviamo difronte a una strana triangolazione tra mafia, imprenditoria, politica e istituzioni.

Una triangolazione che ricorda, ma qui il rapporto è ancora più diretto, quella che era venuta alla luce dalla nostra inchiesta giornalistica in collaborazione con Fabrizio Gatti dell’Espresso e che riguardava +Energy.

In quel caso avevamo Mario Barzaghi, vicepresidente di Confindustria Brianza, Giacinto Mariani, sindaco della Lega Nord e Luigi Spenga, capitano dei carabinieri, tutti soci di +Energy che stringevano una collaborazione commerciale con la Simec, sequestrata dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere perché considerata controllata da Pasquale Pirolo legato al clan dei casalesi (vedi Una fiduciaria Aperta per Giacinto Mariani, il sindaco fotovoltaico).

 

Calderoli Roberto

Monza - Dell'Orto pensa solo alla Superbike, ma intasca 110mila euro per la F1...

...che andrà a Imola

di Pier Attilio Trivulzio

Andrea Dell'Orto ha di fatto seguito il cosiddetto “piano B” del suo programma di gestione di Sias , vale a dire riportare a Monza la Superbike a discapito del Gran Premio d'Italia di Formula Uno. Lo scorso anno, ha comunque intascato il bonus straordinario da 55mila euro “per la negoziazione e la firma del contratto della Formula Uno” e quest'anno ha ottenuto dal Consiglio che gli venissero pagati, oltre ai 25mila euro di compenso previsti per la carica di amministratore delegato, 55mila euro “per l'ottenimento del finanziamento di 6,2milioni di dollari per il Gran premio d'Italia di Formula Uno”.

A oggi non soltanto il contratto con la FOM non è stato firmato, ma non c’è traccia neanche del finanziamento da 6,2milioni di dollari, pari a un terzo della cifra richiesta da Bernie Ecclestone per continuare a portare il Gran Premio d’Italia a Monza anche dopo il 2017.
I restanti 12,5 milioni di dollari li garantisce l’ACI.
La firma del presidente di Sias sul contratto della FOM non ci sarà neanche in futuro, ci sarà piuttosto quella di Angelo Sticchi Damiani, presidente dell'Automobile Club d'Italia.

Dell'Orto, seguendo il suo “Piano B” ha, invece, sottoscritto con Dorna un documento che impegna la società di Carmelo Espeletaa mantenere nel calendario del Mondiale Superbike 2017 la data della gara a Monza, a patto che ottenga i permessi per i lavori di modifica della pista entro il 10 luglio 2016”.
Nel caso Sias non ottenga le autorizzazioni e non avvisi per tempo è previsto il pagamento di una penale da 400mila euro a favore di Dorna.
Quindi entro quattro mesi Sias deve ottenere i permessi necessari.
Peccato che, non ancora fissata la conferenza dei servizi, Sias abbia già incassato dalla Sovrintendenza un no al progetto preparato dalla Dromo srl di Jarno Zaffelli.
Le modifiche alla pista studiate da Zaffelli prevedono la cancellazione della prima variante e il raccordo con il tratto della pista Pirelli, utilizzata dal 1948 al 1954, eliminando la “curva grande” da tutti conosciuta come “curva di Biassono”.
L'ispezione del responsabile sicurezza della Dorna aveva giudicato “pericolosa la pista per le moto superbike” proprio per via della “curva di Biassono” che i piloti affrontano a gas tutto aperto.
Oltre all'ottenimento di tutti i permessi c'è poi il problema della cifra da investire sulla corsa. Investimento che s'aggira tra i 2,5 e i 4 milioni di euro.
Il presidente Dell'Orto e il procuratore Francesco Ferri contano di pagare i lavori per la Superbike utilizzando i fondi che Regione Lombardia ha stanziato per il Consorzio Villa Reale-Parco-Autodromo. Sias avrebbe a disposizione 5,2 milioni di euro “a fronte di specifici progetti” che devono, però, riguardare le strutture e non la pista.
Il progetto preparato da quattro ingegneri scelti dal presidente dell'ACI Angelo Sticchi Damiani e presentato dallo stesso a Roberto Maroni, quando ancora presidente di AC Milano era Carlo Edoardo Valli, prevedeva un investimento di 80 milioni di euro e riguardava sottopassi e ingressi da modificare, tribune da sostituire, parcheggi, fabbricati da riqualificare.

In ogni caso Sias disporrà dei 5,2 milioni di Regione Lombardia solo se verrà firmato con Ecclestone il contratto per la Formula Uno a Monza.
Ad oggi la firma non c'è e Imola – che può mettere sul piatto non 6,2 milioni ma 10 milioni di dollari – sembra la prima candidata ad assicurarsi l'unico evento italiano del Mondiale Piloti negli anni successivi al 2017.
Salvo poi alternarsi con Monza nel caso l'Autodromo Nazionale riuscirà a risolvere i suoi problemi e Sias non sarà costretta a portare i libri in Tribunale per la messa in liquidazione, causa debiti.

Situazione che sta preoccupando, a ragione, i dipendenti di Sias, i quali si interrogano sul perché una società in gravi difficoltà economica metta sotto contratto numerosi consulenti e collaboratori esterni.

Ad esempio, Sias aveva designato ai rapporti con Expo la dipendente Chiara Garanzini, sostituendola, poi, con una collaboratrice esterna, la piscologa Chiara Alessandra Cazzaniga (nelle foto sul suo profilo linkedin e con Andrea Dell’Orto in Autodromo).

Alla Cazzaniga si è poi aggiunto Andrea Vento, ex collaborate della Moratti al Comune di Milano, dove percepiva uno stipendio di 170 mila euro l'anno.
Le sinergie tra Sias e Expo, però, sono state quasi nulle e non sembra abbiano portato introiti nelle casse dell’Autodromo.

C'è poi il problema della comunicazione, dove Andrea Sabatino è stato assunto come responsabile comunicazione e marketing dopo la presentazione alla stampa (31 marzo 2015) del programma di rilancio dell'Autodromo.
Presentazione che è costata a Sias ben 30 mila euro, con l’omaggio ai partecipanti di un taccuino in carta riciclata, matita, tempera matite e gomma da cancellare acquistati da Yes Market con sede a Napoli legata alla società Yes srl di Seregno, che é partner anche per la carburatori Dell'Orto.
Pur avendo un responsabile comunicazione appena assunto, l'Autodromo si serve, però, della Puzzle Comunication di Monza per far avere ai giornali personali dichiarazioni del presidente Dell'Orto.
Puzzle Comunication che gestisce, non in esclusiva, anche l'attività commerciale legata in particolare al Monza Rally Show.

Sabato scorso nella sede milanese dell'ACI, dopo la premiazione dei soci sportivi, Sticchi Damiani e Andrea Dell'Orto hanno avuto un tesissimo faccia a faccia.
Sticchi Damiani é andato direttamente al punto: “Lei e Ferri ve ne dovete andare. I vostri comportamenti minano la credibilità dell'impianto”.

Ovviamente l'ACI e il suo presidente il cui mandato è in scadenza, non si può permettere che la società dell'Autodromo Nazionale, già finita nel ciclone della magistratura per la gestione di Enrico Ferrari, venga messa in liquidazione e dichiarata fallita.
ACI che ha stanziato, tra il 2007 e il 2014, 2,7 milioni di euro a favore di Sias “per fronteggiare il rilevante onere economico ed organizzativo sostenuto per la preparazione e l'organizzazione del Gran premio d'Italia” (vedi delibera sotto).

Ieri a Roma, si sono svolte le riunioni del Consiglio Generale e dell' Esecutivo di Aci, di cui fa parte Ivan Capelli, presidente dell'Automobile Club di Milano.
Una sola formale stretta di mano tra lui e Sticchi-Damiani prima dell'inizio dei lavori.
I rapporti non sono certo idilliaci.
Tornerà il sereno solo quando Capelli riuscirà a convocare un Consiglio di ACM che deliberi il benservito ad Andrea Dell'Orto e al procuratore Francesco Ferri che hanno dato l'ultimo colpo di piccone ad un impianto sportivo, fiore all'occhiello dell'Italia nel mondo, con l'ultima pensata: costruire una ruota panoramica alla curva parabolica.

Delibera CE Del 01-08-13

Seregno - 'Ndrangheta. La caciara di Grimoldi e le bugie di Giacinto Mariani

di k.ts.

E’ stato convocato per stasera, martedì 15, il primo consiglio comunale dopo la chiusura di due esercizi commerciali “per pericolo di infiltrazione mafiosa”.
All’ordine del giorno le opposizioni hanno messo proprio la presenza della ‘ndrangheta sul territorio e le misure per contrastarla.

Sulla vicenda, che ha assunto una valenza nazionale, é intervenuto nei giorni scorsi anche il deputato della Lega Nord Paolo Grimoldi che ha dichiarato: "La senatrice PD, Lucrezia Ricchiuti, ha presentato un’interrogazione parlamentare al ministro degli Interni per sapere se il ministro intenda inviare una commissione d’accesso per accertare collegamenti diretti o indiretti con la mafia? Mah, a questo punto potrei presentare un’interrogazione parlamentare anch’io, ma al ministro della Salute per sapere se intenda sottoporre la senatrice Ricchiuti a un trattamento sanitario obbligatorio".


Immediata la replica della Ricchiuti.
“Il sindaco Mazza ha chiamato i rinforzi ma non è stato fortunato. Gli è venuto in soccorso un esponente della Lega nord che ha la coda di paglia e palesemente un nervo scoperto. Più in particolare un nervo dentale ”, commenta la Senatrice Pd Lucrezia Ricchiuti in risposta agli attacchi del deputato Paolo Grimoldi (Lega Nord) pubblicati su Qui Brianza.

“Grimoldi evidentemente straparla perché si sarà fatto curare da quella Lady Dentiera che è sotto inchiesta insieme al suo collega di partito Rizzi. Quanto a trattamenti sanitari fossi in lui osserverei maggiore cautela.”, conclude la Senatrice.

Il riferimento della senatrice Ricchiuti è al recente arresto di Fabio Rizzi , coinvolto insieme a Maria Paola Canegrati e ad altre venti persone nell’inchiesta Smile sulla corruzione nell’assegnazione degli appalti per i servizi dentistici in diverse aziende ospedaliere di Regione Lombardia.
Nell’inchiesta compare anche il nome di Pietrogino Pezzano, ex direttore sanitario dell’Asl di Desio, indagato per due anni dalla Direzione Distrettuale Antimafia per i suoi rapporti con noti esponenti della ‘ndrangheta (Pezzano per questi fatti non è mai stato rinviato a giudizio).

La vicinanza di Paolo Grimoldi a Fabio Rizzi è cosa nota, tanto che nel 2015, quando Grimoldi è stato eletto alla segreteria della Lega Lombarda, ha voluto e nominato come suo vicepresidente proprio Fabio Rizzi.

Nell’articolo di Qui Brianza, già citato, é tornato a far sentire la sua voce anche Giacinto Mariani, rompendo l’afasia che sembrava aver attanagliato la Giunta di Seregno che sulla vicenda dei bar chiusi non ha accettato di rispondere alle domande di testate nazionali quali l’Espresso, Repubblica e il Fatto quotidiano.

Oltre a una sommaria ricostruzione della vicenda (vedi Qui Brianza), nella quale Giacinto Mariani si è ben guardato dallo spiegare perché in uno di quei bar ci avesse girato lo spot elettorale per le europee, il vicesindaco di Seregno ha attaccato con la solita musica:
In questi anni abbiamo lavorato costantemente per il nostro territorio e per la nostra gente e i fatti lo dimostrano. Abbiamo avuto una collaborazione costante e concreta con la Prefettura e le forze dell’ordine che ha portato a risultati effettivi, basti ricordare che l’operazione contro l’Ndrangheta denominata ‘Star Wars’ è partita da una segnalazione del 2009 della nostra Polizia Locale e che ci siamo costituiti parte civile in 6 processi scaturiti dall’operazione Infinito".
Solita musica che non solo risulta stonata, ma in alcuni passaggi é anche falsa.

L’operazione Star Wars nasce da una segnalazione di una Gev, Guardia ecologica volontaria, e dal lavoro di indagine della Polizia Provinciale di Milano, guidata dal Comandante Flavio Zanardo.
Da parte sua il comune di Seregno, avvertito della presenza di abusi edilizi sul terreno di Fortunato Stellitano usato anche come discarica abusiva, mandò due sopralluoghi: il 9 marzo e il 31 marzo 2006, un altro nel febbraio 2007, ma aspettò il maggio 2008 per ordinare a Stellitano l’abbattimento degli abusi edilizi, quando cioè l’inchiesta Star Wars era avviata da mesi e il magistrato titolare dell’inchiesta, Giordano Baggio, aveva già sequestrato il terreno di Desio il 21 marzo 2008.

Una lentezza nell’agire contro gli abusi edilizi che venne riscontrata anche nel caso dell’Autodemolizione Alabiso, tanto che un funzionario dell’ufficio tecnico del comune di Seregno si é guadagnato un rinvio a giudizio al Tribunale di Monza da cui é stato poi assolto nel luglio del 2013.
L’inchiesta su Alabiso é stata inizialmente condotta da Giordano Baggio, prima del suo trasferimento alla Procura di Milano nel settembre 2011.

Lentezza dell’amministrazione Mariani ad agire contro questi due abusi edilizi, ma anche lentezza nel costituirsi parte civile nel processo Infinito che inizia l’11 maggio 2011.

Si legge su il Corriere della sera dell’11 maggio 2011 (vedi Operazione «Infinito», al via il maxi processo contro la 'ndrangheta): “La Regione Calabria ha intenzione di costituirsi parte civile nel processo, come ha dichiarato l’avvocato della Calabria, Luigi Gullo, che si è stupito con i cronisti per l’assenza della Regione Lombardia  [...]. Si sono presentati come «persone offese» che intendono costituirsi parti civili gli avvocati di due soli Comuni lombardi, quello di Bollate, nel Milanese, e quello di Pavia”.

Il 15 e 16 maggio 2011 si svolge a Desio il ballottaggio per le elezioni del sindaco, lo vince Roberto Corti che già in campagna elettorale aveva espresso l’intenzione di costituirsi parte civile nei processi Infinito.
Il 16 maggio la Giunta di Giussano (Pdl-Lega Nord) si riunisce e dà mandato per la costituzione di parte civile del comune contro la locale di ‘ndrangheta di Seregno-Giussano.
A Seregno, invece, l’amministrazione non prende ancora nessuna decisione nel merito.

Il 13 giugno 2011 il sindaco di Desio Roberto Corti (ancora pro tempore, verrà infatti proclamato nel consiglio comunale del 18 giugno) convoca la Giunta - vicesindaco Lucrezia Ricchiuti - e come primo atto dà mandato all’avvocato Giarda, nei giorni precedenti messo in preallarme, per la costituzione del comune come parte civile nei processi Infinito.

Nello stesso giorno, 13 giugno 2011, esce dal torpore anche il sindaco Giacinto Mariani e, non essendoci più tempo per convocare la Giunta e deliberare in proposito, presenta al protocollo la disposizione per la costituzione di parte civile del comune di Seregno contro la locale di Seregno-Giussano nel processo Infinito.
Come si può leggere nella det. 390/2011.

Il ritardo con cui i comuni di Giussano e Seregno hanno presentato la costituzione di parte civile contro la locale di Seregno-Giussano viene notato e raccontato da Federica Vernò su il Cittadino Mb (vedi Giussano-Seregno, 'ndrangheta. Infinito, i due Comuni parte civile) che scrive:
L'avvocato incaricato dai due Comuni, Gianpiero Fagnani di Monza, ha presentato l'atto di costituzione [...] la mattina stessa (16 giugno 2011 - ndr) nonostante, per Giussano, sia di metà maggio la delibera con cui la giunta, su proposta del sindaco, aveva deciso di costituirsi parte civile innanzitutto per tutelare l'immagine della città”.

Come mai, ci si chiede, l’amministrazione di Seregno ha atteso fino agli sgoccioli per prendere la decisione di costituirsi parte civile nel processo Infinito ed è stata l’ultima tra i paesi brianzoli a muoversi in tal senso?
Giacinto Mariani aveva iniziato il suo secondo mandato un anno prima, nell’aprile del 2010, e aveva quindi tutto il tempo per convocare una Giunta e decidere, ma non lo fa e si muove solo alla fine con una disposizione dell’ultimo minuto, mettendosi in coda alle amministrazioni di Giussano e Desio.
Mariani, ultimo a costituirsi parte civile, è però il primo a rivendicarlo, come se questo atto costituisse una specie di salvacondotto che gli permetterebbe tutto, anche di frequentare ambienti in odore di ‘ndrangheta.

PS
“Nel programma televisivo Italian job del 2007, l’attore Paolo Calabresi (ex Jene), si finge Michele Bellidora, rettore di una piccola università privata di Lugano, che offre ad un anonimo deputato del Carroccio, la possibilità “di fregiarsi di una laurea in cambio di qualche favore.
Bellidora ottiene dal parlamentare (con il viso oscurato) la promessa, poi mantenuta, di un’intervista a Telepadania, con tanto di anticipazione pubblicitaria su La Padania (vedi La guerra leghista delle lauree false)”.
All’interno della stessa Lega Nord, in molti individuano Paolo Grimoldi nel deputato in cerca di lauree facili .
Nell’articolo non si dice, però, se la laurea venduta da Bellidora fosse in odontoiatria o psicologia.

 

Seregno - Ricchiuti (PD): "Mazza ha taciuto e prende la parola solo per replicare a un legittimo atto parlamentare"


di k.ts.

“Se non fossero preoccupanti sarebbero solo penose le considerazioni del sindaco Mazza”. Lo afferma la senatrice Ricchiuti replicando al primo cittadino di Seregno che l’ha accusata di scarsa onestà intellettuale.

“Il sindaco accusa me e il Partito democratico di Seregno di fraintendere o di modificare la realtà quando lui vive una separazione dai fatti e dai cittadini. Era presente quando l’ex sindaco e suo sodale Giacinto Mariani ha augurato la morte ai giornalisti di infonodo.it e ha taciuto; Mariani vive nello stesso palazzo e frequenta il bar chiuso per ‘ndrangheta e Mazza ha taciuto; Mariani ha più volte affermato che i Tripodi sono una famiglia di Seregno come tutte le altre e Mazza ha taciuto; è stato calato un lenzuolo di solidarietà ai Tripodi (e non alle vittime delle mafie) e Mazza ha taciuto.

Prende la parola solo per replicare a un legittimo atto parlamentare e per mostrare al mondo che non conosce la grammatica amministrativa e procedurale. Chiama collaborazione con le autorità quello che nella procedura penale si chiama ordine di esibizione (come ha ben chiarito la procura della Repubblica di Monza che sta indagando su Seregno). E chiama “antimafia delle parole” quelli che a tutti sembrano concreti fatti che per l’art. 143 del testo unico sugli enti locali del 2000 potrebbero ben rivelarsi collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata”.

“Forse era meglio che Mazza continuasse a tacere. Domenica 13 marzo parleranno in piazza i cittadini”, conclude Ricchiuti.

La dura replica della senatrice del Pd al comunicato stampa diramato questa mattina dal sindaco di Seregno, Edoardo Mazza, é arrivata in serata.

La senatrice il 9 marzo ha presentato richiesta al Ministero degli Interni di valutare se esistano le condizioni per lo scioglimento per mafia del comune di Seregno (vedi video).

In settimana era anche intervenuta sui social network contestando le dichiarazioni di Mazza che aveva tentato di far passare le indagini che la polizia giudiziaria sta conducendo anche presso l’ufficio tecnico di Seregno, come una specie di visita di cortesia.

Cosa poi smentita anche dal sostituo procuratore Salvatore Bellomo che guida le indagini : «Non faccio visite di cortesie nei Comuni e tantomeno a Seregno – ha precisato il magistrato al quale è stato chiesto un chiarimento – mi sono recato in forze in quel municipio per ottemperare al mio lavoro di inquirente penale, ma sull'indagine ovviamente non posso dire nulla; tantomeno ho fatto i complimenti sulla chiusura del bar che è stata decisa dalla Prefettura, sono andato per notificare un decreto di acquisizione di atti e documenti utili all'inchiesta» (vedi articolo).

 

Monza - AC Milano rinvia il cambio ai vertici di Sias. Dell'Orto non molla la poltrona


di Pier Attilio Trivulzio

Nel luglio del 2012, ci mise pochi minuti il Consiglio dell'Automobile Club di Milano, presieduto dall'immobile collezionista di poltrone Carlo Edoardo Valli, a dare il benservito a Paolo Guaitamacchi, reo di voler guardare troppo a fondo nei conti della società di gestione dell'Autodromo di Monza.
Tentenna invece, oggi, Ivan Franco Capelli a sfiduciare l'attuale presidente di Sias, Andrea Dell'Orto e a rispedire alla Innext srl il procuratore Francesco Ferri.

Ieri in corso Venezia, sede storica dell'Automobile Club di Milano, era in programma un Cda che avrebbe dovuto azzerare il Consiglio di Sias facendo decadere Andrea Dell'Orto, invece è stata fumata nera.

Anche se per andare incontro a Ecclestone è tornata prepotente la candidatura di Federico Bendinelli, Dell'Orto avrebbe fatto pressione su Ivan Capelli chiedendogli di non essere sfiduciato in questo momento, così da consentirgli di presentarsi a giugno al Consiglio di Confindustria e tentare la carta della elezione nel Consiglio Nazionale.
Invece Francesco Ferri dovrebbe andarsene da subito.
I due manager di Sias sono stati bollati da Bernie Ecclestone come “inadeguati” ed è stato pesantemente criticato il loro operato. Ecclestone non ha neanche gradito la messa all'angolo di Bendinelli, da lui designato come suo punto di riferimento in Autodromo, all'indomani del blitz della Guardia di finanza di Monza di quattro anni fa.

Invece di venire a firmare il contratto per la Formula Uno pensano a spendere soldi per riportare a Monza la Superbike, e per riportarla hanno fatto preparare un progetto di ristrutturazione del circuito senza neppure chiedermi un parere – si è sfogato Bernie con i suoi più stretti collaboratori –. E' stato Tilke (Hermann Tilke progettista degli autodromi della Formula Uno – ndr) a dirmelo: “Guarda Bernie che Monza ha indetto un bando perché vogliono rifare la pista per adeguarla alle moto, tu ne sai qualcosa?” Ho risposto che no. Quando Ivan Capelli e Dell'Orto sono venuti a parlarmi non mi hanno detto nulla. Dell'Orto preferisce parlare con la Dorna. Da me volevano soltanto uno sconto sul contratto e insistevano a parlarmi della storia del Gran premio....Non voglio più trattare con loro”.

Ecclestone aspetta soltanto che Angelo Sticchi Damiani (presidente dell'ACI – ndr) venga a Londra e dica: Bernie, abbiamo i soldi, firmiamo il contratto - aggiunge il nostro interlocutatore che preferisce non essere citato -. Ecclestone sa esattamente qual è la situazione economica della Sias, sa che Sias non può fare fronte al contratto con la FOM (Formula One Management Ltd – ndr) e ciò ha messo in crisi anche Sticchi Damiani. Vorrà dire che se Monza non ha i soldi la Formula Uno andrà da un'altra parte. Imola è interessata....”.
E conclude ponendoci una domanda: “Perché Ivan Capelli è così restio a sfiduciare il presidente della Sias?”.

Sulle elezioni vinte da Ivan Capelli, primo degli eletti con 2000 preferenze e leader della lista “Sport e Rinnovamento”, aleggia il mistero mai chiarito dell’acquisto - avvenuto negli ultimi giorni utili prima delle indizioni delle elezioni - di 526 tessere di socio ACI ordinario e 282 di socio ACI speciali.
Prova dell'acquisto massiccio di queste tessere – che lo scorso anno non sono state rinnovate – sono la nota ACI del 14 aprile 2014 (vedi documento a pag.2) che quantifica in 45.629 i soci ammessi al voto di cui 33.392 soci ordinari e 12.237 soci speciali; e quella successiva del 16 aprile (vedi documento) che rettifica i dati.
Il totale degli ammessi al voto sale a 46.437 di cui 33.918 soci ordinari e 12.519 soci speciali. Costo delle tessere acquistate negli ultimi giorni utili, circa 50mila euro.

A quale scopo fare incetta di un così massiccio numero di tessere dell'ACI?
Semplice: l'AC Milano è socio di maggioranza di Sias che da sempre gestisce l'Autodromo di Monza e possiede un cospicuo patrimonio immobiliare grazie alla Immobiliare ACM che è dentro la Sias col 30 per cento del capitale.

I promotori della lista “Sport e Rinnovamento” in un primo tempo avevano pensato di affidare la presidenza di Sias a Dario Allevi (all'epoca ancora presidente della Provincia di Monza e Brianza), salvo poi pensare alla candidatura di Alberto Dossi, presidente del colosso Sapio SpA e ripiegando all'ultimo minuto sul presidente di Confindustria Monza e Brianza, Andrea Dell'Orto.

Aperte le urne il 22 luglio 2014 ed eletto Ivan Capelli alla presidenza dell’Automobile Club di Milano, il 5 settembre Dell'Orto entra nel Consiglio di Sias.
Il 16 marzo 2015 viene nominato presidente e amministratore delegato.
Per le cariche non chiederò alcun compenso”, dichiara nel corso della serata di premiazione dei piloti tesserati con l'Automobile Club Milano distintisi durante la stagione sportiva.

Ed in effetti non avanza richieste per i quattro mesi del 2014.
Lo scorso anno però racconta una attendibile gola profonda vicina all'ACI “incassa i 25mila euro della spending review e si fa assegnare un bonus straordinario di 55mila euro legato alla firma del contratto del Gran premio d'Italia di Formula Uno fino al 2022, anche se il contratto a tutt'oggi non è stato firmato”.

Il programma triennale per il rilancio dell'Autodromo presentato da Francesco Ferri, chiamato in Sias come consulente dallo stesso Dell’Orto, prevedeva un “piano B” senza il Gran premio di Formula Uno e con un contratto con la Dorna per riportare a Monza il Mondiale Superbike.
Con la Dorna c’è anche il ritorno in autodromo della derivate di serie che veniva dato per certo già da quest'anno tanto è vero che la stessa Dorna ha inserito Monza in calendario con la data del 24 luglio. E' su questo piano B e soltanto su questo che Dell0Orto e Ferri si sono concentrati senza nemmeno chiedersi quel che ne pensavano la Fia e la Fom.
Per la verità, Ferri ha pensato anche ad assicurarsi un lauto stipendio nell'ordine dei 200mila euro oltre a collaborazioni pagate alla società di cui è socio, la Innext. Il tutto garantito da un contratto triennale che in caso di licenziamento prevede il pagamento dell'intero importo.

Il Consiglio di Sias di cui fanno parte oltre ad Andrea Dell'Orto, Massimo Ciceri, Alessandra Marzari (in rappresentanza dei Comuni di Monza e Milano), Ivan Capelli ed Enrico Radaelli avrebbe approvato “al buio” il contratto-salvacondotto che garantisce Ferri in caso di licenziamento. Addirittura lasciando che fosse il presidente Dell'Orto a stabilire l'importo da liquidare al procuratore.

Appena insediatosi, il Consiglio dell'Automobile Club di Milano ha chiesto una “due diligence” affidata a Fidal-Studio Pirola per analizzare il valore e le condizioni di Sias.

Dopo un anno di gestione Dell'Orto-Ferri, la situazione finanziaria è critica tanto che si avvicina lo spettro della messa in liquidazione, cosa che genera una giustificata preoccupazione tra i dipendenti.
Ad accrescere le perdite di una società in crisi dopo le malefatte dell'ex direttore Enrico Ferrari – secondo la Procura avallate dall'ex presidente Claudio Viganò, entrambi rinviati a giudizio con il processo in corso - ci sono scelte discutibili, come l'accordo con Puzzle Comunication del trio Stefano Marostica-Pierluigi Berna-Felice Caprotti per gestire in esclusiva il Monza Rally Show (come se mancassero in Sias le risorse umane per organizzare l'evento).
La Puzzle Comunication è da sempre vicina alla Beta Utensili, società della famiglia Ciceri il cui controllo è passato da qualche mese alla Tamburi Investment.

Massimo Ciceri, consigliere di Sias, attraverso Puzzle Comunication, ha da sempre provveduto ad affittare e sponsorizzare le auto partecipanti al Monza Rally Show (in alcune edizioni partecipando lui stesso in veste di “navigatore”).
La Puzzle Comunication gestirà anche il prossimo business dei kart sul tracciato ricavato all'interno della curva parabolica dove, a settembre, in occasione del Gran premio vengono parcheggiate le motrici della Formula Uno.

Un costo che ha inciso non poco sul bilancio deficitario della Sias è poi il contratto con la GI.VI.CO di Gigi Vignando, che ha alleggerito il suo staff “scaricando” su Sias i contratti di due suoi dipendenti e strappato per sé un ricco contratto di collaborazione.
Allo stesso tempo é riuscito a raggiungere un accordo con l’autodromo per la cessione del suo archivio video per una cifra che s'aggira attorno ai 250mila euro, anche se del materiale da consegnare a Sias pare non esista un vero e proprio inventario.
Il ruolo che Vignando si é ritagliato, oltre a quello di fare da cassa di risonanza alle dichiarazioni di Andrea Dell'Orto nella trasmissione del giovedì sera che conduce su Telenova, e di speaker in occasione delle manifestazioni motoristiche in calendario, dove si fa notare gridando a squarciagola “Pooooooole!”.

Sabato, nel salone di corso Venezia a Milano sarà lui a fare da moderatore all'incontro “Lo sport: tenacia, professionalità e valori” a cui interverranno oltre a Ivan Capelli, Giorgio Terruzzi, Giancarlo Bruno, il presidente dell'Automobile Club d'Italia, Angelo Sticchi Damiani, che forse aggiornerà sulla trattativa con Bernie Ecclestone.

Intanto l'Autodromo di Imola ha già pronto il progetto per spostare il centro medico allargando così il paddock ed alzando di un piano l'immobile per la sala stampa, così da essere pronta per la Formula Uno che manca dal circuito intitolato a Enzo e Dino Ferrari da dieci anni, vittoria di Michael Schumacher con la Ferrari.

 

Seregno - 'Ndrangheta. Revocata la licenza a Tripodi, smarrimento tra i tripodisti


Il centrodestra si chiude nel silenzio stampa, qualcuno sostiene che si tratti di omertà

di k.ts.
 

Il comune di Seregno, su invito della Prefettura di Monza, ha emesso  le ordinanze di revoca delle licenze commerciali di due locali di Seregno, "per pericolo di infiltrazione mafiosa".

Si tratta del bar La Torrefazione di Corso del Popolo, rilevato poco più di un anno fa da Maria Marano, moglie di Giuseppe Pensabene, condannato a 15 anni di reclusione, considerato capo reggente della locale di ‘ndrangheta di Desio (dopo l’arresto di Candeloro Pio) e a capo del sodalizio mafioso smantellato dagli inquirenti con l’operazione Tibet in cui si scoprì l’esistenza di una vera e propria banca della ‘ndrangheta a Seveso.

Il secondo locale è il bar panetteria Tripodi Pane & Caffè di piazza Vittorio Veneto, gestito dalla famiglia Tripodi, tra i cui membri c'é anche Antonino Tripodi, arrestato nell’operazione Infinito e condannato per possesso e detenzione di armi.

L’intervento della Prefettura é ascrivibile alle normali procedure di autorizzazione antimafia a cui le nuove attività commerciali sono sottoposte.
Nel caso de La Torrefazione, si tratta appunto della nuova attività della sig.ra Marano che ha acquistato il bar La Torrefazione dal predente proprietario nel dicembre del 2014: per quanto riguarda Tripodi Pane & Caffè, invece, si tratta di un subentro delle licenze commerciali della ditta individuale di Tripodi Giovanni (padre di Antonino), da parte della Tripodi srl che vede come soci lo stesso Giovanni Tripodi, la moglie Teresa Crea, i figli Antonino e Isabella Tripodi, e il nipote Andrea. Il subentro é stato registrato nel gennaio del 2015.

Ad un anno di distanza la Prefettura ha dato il responso e ha chiuso entrambe le attività commerciali ai sensi del Codice delle leggi antimafia approvato nel 2011.

Nulla è stato invece fatto in questi anni da parte degli amministratori del comune di Seregno che non solo hanno continuato a considerare valide le autorizzazioni rilasciate alla panetteria Tripodi - anche dopo l’arresto di Antonino Tripodi e la sua condanna - ma, anzi, hanno frequentato la panetteria, dal settembre 2013 diventata bar panetteria, organizzandovi all’interno anche appuntamenti elettorali.

Nel maggio 2014, l’allora sindaco Giacinto Mariani, impegnato nella campagna elettorale per il parlamento europeo dove era candidato, ha girato parte del suo spot elettorale proprio nella panetteria Tripodi, cosa di cui avevamo scritto in un precedente articolo.
Ai tempi, la questione non é stata, però, ritenuta interessante né dalla stampa locale né dalle forze politiche.

Nel dicembre del 2014, dopo molto ostruzionismo da parte dell’allora sindaco, un redattore di infonodo é riuscito a chiedere a Giacinto Mariani perché avesse deciso di legare la propria immagine elettorale a un locale gestito da un famiglia in odore di mafia.

La risposta dell’amministratore e pubblico ufficiale Giacinto Mariani é stata: “ E’ una panetteria come tutte le altre, è una famiglia come tutte le altre che ha una regolare attività sul territorio”. Vedi video.

Il tutto mentre pezzi dello Stato, Magistratura e forze dell’ordine, scrivevano e scrivono sentenze e ordinanze di tenore completamente diverso.

Basta leggersi la recente ordinanza sugli arresti di Ignazio Marrone e Arturo Sgrò che cita una sentenza della Corte di Cassazione su un troncone del processo Infinito.

La cosca desiana inoltre ha nelle sue disponibilità armi da fuoco pronte all’uso. Le armi costituiscono un aspetto non secondario della potenzialità criminale, in quanto consentono al sodalizio di contare in ogni momento in uno strumento tra i più incisivi per consolidare il proprio prestigio criminale, sia sotto il profilo generale che in concreto per convincere qualche recalcitrante a sottostare ai voleri e agli interessi della cosca stessa. L’attività di indagine ha infatti portato al sequestro di armi esplosivi all’interno del box di TRIPODI Antonino, nipote di PIO Candeloro (ha sposato PIO Francesca, figlia di PIO Alfonso fratello di PIO Candeloro). Intanto il TRIPODI, oltre che legato da vincoli di parentela con appartenenti alla cosca, mantiene contatti con numerosi associati quali lo stesso PIO Candeloro, SGRO’ Giuseppe, uomo di fiducia del PIO, SGRO’ Eduardo Salvatore, fratello di Giuseppe ed i fratelli POLIMENI Giuseppe e Candeloro, quest’ultimo referente e portavoce ufficiale di MOSCATO. Il box in questione si è immediatamente presentato come luogo a disposizione della cosca per occultare armi o droga; le procedure di avvicinamento al box che prevedono un primo contatto telefonico e poi l’apertura “in sicurezza” del cancello, una volta verificata l’assenza di pericolo di intrusione di “estranei” (rectius Forze dell’Ordine); a questa procedura sottostà anche PIO Candeloro il quale si deve recare nel box per visionare qualche cosa ivi ricoverata. La persona del TRIPODI é in possesso di tutte le caratteristiche per svolgere la funzione di custode delle armi della cosca: è soggetto incensurato e fino a quel momento sconosciuto alle forze dell’ordine - é titolare, inoltre, di un panificio quindi con attività del tutto regolare. L’ipotesi investigativa diventa realtà evidente attraverso il sequestro delle armi avvenuto il 23 febbraio del 2009 ad opera dei CC N.O. di Desio”.

Quando i carabinieri intervengono nel box di Antonino Tripodi sequestrano: “Un revolver marca Astra mod."Cadix", calibro 38 Special, avente matricola abrasa; una pistola semi-automatica "Glock" mod."19" calibro 9 X 21 (rubata); una pistola semi-automatica "Colt" modo "Govemment" cal.45 "ACP" (rubata); un fucile sovrapposto da caccia calibro 12 marca "Pietro Beretta" avente canne mozze e calcio tagliato con matricola abrasa; tre saponette di esplosivo TNT, sei micce per accensione a lenta combustione, otto inneschi detonanti a fuoco, un innesco detonante elettrico completo di cavo elettrico, un innesco temporizzato completo di timer”, oltre a munizioni di vario calibro.

Oppure leggere la sentenza di primo grado del Processo Infinito che condanna Antonino Tripodi a 5 anni di carcere: Tripodi Antonino, detto Nino, è un soggetto incensurato, titolare, insieme al padre, di un panificio a Seregno, presso il quale all'epoca dei fatti svolgeva effettivamente attività lavorativa. [...]
La madre di Tripodi, Crea Teresa, è sorella di Crea Paolo, menzionato quale capo locale di Desio, nella sentenza emessa dal Tribunale di Milano in data 21 ottobre 1997 a conclusione del processo denominato "l fiori della notte di San Vito, ed è nipote della moglie di Pio Domenico (condannato a 16 anni di reclusione, locale di Desio - ndr)”.

Sono passaggi dell’attività giudiziaria e investigativa che l’ex sindaco di Seregno e attuale vicesindaco, Giacinto Mariani, ha deliberatamente e colpevolmente ignorato, pur conoscendoli.

L’attuale sindaco ed ex assessore Edoardo Mazza non ha voluto essere da meno e nel maggio del 2015 durante la sua campagna partecipa un aperitivo elettorale di Forza Italia nella panetteria Tripodi in compagnia di Stefano Gatti (consigliere comunale di Forza Italia in carica) e del vicepresidente di Regione Lombardia, Mario Mantovani, poi arrestato per tangenti.

Quando Alessandro Bartolini, giornalista de il Fatto quotidiano, chiede lumi a Mazza, la risposta dell’attuale sindaco è in linea con il suo predecessore: “Vengo spesso qui a prendere il caffè, è proprio dietro il mio studio legale. So che Tripodi è stato coinvolto nell’indagine Infinito ma non mi crea nessun problema politico sapere che nel suo locale è stato organizzato un rinfresco” (vedi Seregno: in Brianza campagna elettorale di Fi nel bar dell’armiere dei boss).

Sempre in campagna elettorale, il 26 maggio 2015 arriva Maroni e Seregno: mezza sezione della Lega Nord lo aspetta prendendo un aperitivo da Tripodi e mettendosi in posa.

Nella foto Alberto Cantù (consigliere comunale), Alberto Peruffo (consigliere comunale), Cristian Missaglia (consigliere di amministrazione di AEB, municipalizzata del comune di Seregno), Maria Cadorin (assessore alle attività produttive e commerciali), Marco Tognini commissario per due anni della sezione, da quando cioè sette consigliere della Lega Nord di Seregno si dimettono a seguito della vicenda +Energy che vedeva coinvolto Giacinto Mariani come socio occulto. +Energy che é bene ricordarlo aveva stretto un rapporto commerciale esclusivo con la Simec, poi sequestrata dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere perché in mano alla criminalità organizzata campana.

Il 15 giugno 2015, alla fine del ballottaggio che ha visto prevalere Mazza sul candidato del Pd William Viganò, Giacinto Mariani si é poi coerentemente lasciato andare a minacce di morte in puro stile mafioso all’indirizzo del nostro collaboratore che qualche mese prima aveva osato porre la domanda sull’opportunità di girare il suo spot elettorale nella panetteria Tripodi.
Vedi video.

Quando, poi, il 2 luglio del 2015, in occasione dell’insediamento del nuovo consiglio comunale, il giovane consigliere del PD, Leonardo Sabia si era permesso di intervenire in questo modo:
Se da una parte ci sono ragioni che riguardano i sospetti mai fugati, mai allontanati da chi aveva questa responsabilità, dall’altra parte c’è un clima generale, c’è un’atmosfera di omertà diffusa, c’è un’atmosfera da, le famiglie sono tutte uguali, le famiglie non sono tutte uguali, le famiglie come chi fa politica, come chiunque, si prendono delle responsabilità e reagiscono in base a quello che fanno, alle responsabilità che hanno e come se le prendono e come le portano avanti, le famiglie, le persone non sono tutte uguali, e questo è ora di iniziare a ricordarlo e a dirlo a voce alta, a partire da questo Consiglio Comunale”.

La pronta risposta dell’ex assessore ed attuale consigliere comunale della Lega Nord, Flavio Sambruni, era stata di questo tenore:
Mi dispiace vedere ancora, per lo meno, che si ricomincia subito a rivangare questi episodi,
guardi io nel bar delle famiglie come le altre, ci sono andato anche io! E allora che faccio? Sono andato anche io e più di una volta in questa campagna elettorale, senza nessunissimo
problema, senza nessunissimo problema, ho preso anche io i pasticcini, sono buoni, questo fa
di me una persona particolare? Ma voglio sperare che lei non voglia dire questo, così come
voglio sperare che lei non pensi questo di tutti i cittadini che vanno in questo bar a prendere i pasticcini a mangiare la focaccina buona”.

Insomma, con varie gradazioni che vanno dalla connivenza alla pura e semplice imbecillità, tra i tripodisti in consiglio comunale possiamo annoverare: il sindaco, il vice sindaco, un assessore e quattro consiglieri comunali, mentre è incerta la collocazione di Francesco Gioffrè, consigliere comunale di Forza Italia, che i Magistrati hanno indicato con un atteggiamento al limite della connivenza con la ‘ndrangheta.
Perché nel suo caso la vicinanza era con il clan Cristello e quindi non sappiamo se si possa inserire tra i tripodisti o tra i cristelliani, e non vorremmo fargli uno sgarbo collocandolo nella corrente sbagliata.

Al momento le uniche reazioni raccolte all’interno del centrodestra sono quelle del sindaco Mazza che quasi a scusarsi ha dichiarato in merito alle ordinanze di chiusura dei bar di Pensabene e Tripodi: “Come Amministrazione comunale non abbiamo potuto far altro che notificare gli atti. Dovevamo fare di conseguenza, ad un atto interdittivo di un ente superiore”.

Desio - Ignazio Marrone, lo sfasciacarrozze siciliano al servizio della 'ndragheta

di Pier Attilio Trivulzio

“La perquisizione a Ignazio Marrone? Credo che nemmeno per Totò Riina ci sia stato un così importante spiegamento di forze!”, racconta Franco Gandolfi (nella foto), legale dell'imputato. “E' durata quattro giorni. Da Roma è arrivata a Desio una squadra speciale, vi hanno preso parte carabinieri, artificieri, pompieri e un'unità cinofila. Hanno rivoltato il capannone della ditta come un calzino e con un buldozer scavato fino in profondità un campo vicino dove Marrone tiene i cavalli. Forse pensavano di trovare un bazooka o un carro armato. Cos'hanno trovato? Soltanto una scacciacani che hanno lasciato nella disponibilità del mio cliente e alcuni proiettili marca Fiocchi”.

L'avvocato definisce “esagerato” sia lo spiegamento di forze sia le 480 pagine dell'ordinanza firmata dal Gip Carlo Ottone De Marchi “che per motivare l'arresto ripercorre – dice - dieci anni di vita del mio assistito (e di Arturo Sgrò, chirurgo plastico impiegato presso l'Ospedale di Niguarda a Milano, cugino di Giuseppe ed Edoardo Salvatore in carcere dal 2010 a cui faceva arrivare aiuti economici – ndr) partendo dall'indagine Infinito già andata a sentenza con una condanna per lui di due anni per il possesso di un'arma. Ha fatto 19 mesi nel carcere di Opera in cella assieme a personaggi di spicco della 'ndrangheta – aggiunge -. Per dieci anni, dal momento che anche quando era in carcere ogni parola veniva registrata, Marrone ha avuto nelle orecchie le microspie della DDA...”.

“Il Gip definisce fortino della n'drangheta la ditta di Ignazio Marrone – argomenta il legale -. Ben lo sanno i carabinieri di Desio che ha subito furti e attentati, gli hanno bruciato i cavalli e fatto scoppiare una bomba che ha causato ingenti danni ed è allora che l'assicurazione gli ha imposto allarmi e videocamere ai suoi 20mila metri quadrati. Per il Gip la ditta si è trasformata in un fortino che custodiva chissà quali segreti. Non siamo andati al riesame e però al processo queste cose le dirò chiaramente. Prima del 2010 a Ignazio Marrone la n'drangheta ha scucito soldi e questo lui, al processo l'ha detto. Che abbia qualcosa da farsi perdonare può anche essere vero, certo, la sua ditta era anche frequentata da balordi, che sia partecipe di un'associazione che lo taglieggia, francamente mi sembra stravagante”.

E però l'ordinanza parla chiaro. “Il 16 aprile 2014 – scrive il Gip - Marrone Ignazio aveva ricevuto una visita di Rugolino Francesco Gaetano figlio non riconosciuto di Iamonte Natale con il quale aveva discusso proprio di vicende legate alla detenzione di Iamonte Remigio detto “u' picciriii” figlio del boss Iamonte Natale classe 1927 detenuto presso la Casa Circondariale di Milano Opera con il quale Marrone Ignazio aveva condiviso un periodo di carcerazione ed al quale è talmente legato da commentare, nel corso di una conversazione con Rugolino Gaetano “...io...io...io non sono nessuno, loro non sono nessuno! Però non ammetto il nome di “Remigio” davanti... e con il nome di “Remigio” davanti ci vogliono persone”.

“Dalla conversazione ambientale si è potuto comprendere in modo chiaro che Rugolino Francesco Gaetano detto “Ciccio” - fratello di Iamonte Carmelo per via della madre Rugolino Maria Adelina che ha avuto una relazione con Iamonte Natale il quale ha riconosciuto come legittimo soltanto il figlio Carmelo – si è recato da Marrone per discutere di importanti “questioni di n'drangheta”, fatto che dev'essere necessariamente letto come un chiaro indice di appartenenza di Marrone Ignazio alla consorteria criminale in esame e nello specifico alla Locale di Desio, legata indissolubilmente alla famiglia Iamonte. Ma l'elemento maggiormente significativo è rappresentato dal fatto che Marrone, per sua stessa ammissione, aveva discusso della questione, prima ancora che con Rugolino direttamente con “Remigio”, ovvero con Iamonte Remigio importante esponente della famiglia Iamonte con il quale aveva espiato un periodo di detenzione a Opera e che aveva fornito in detto periodo a Marrone preziose informazioni relative agli assetti e agli equilibri della n'drangheta in Brianza”.

“Marrone Ignazio è talmente legato a Iamonte Remigio che non ammette che il suo nome venga invocato a sproposito e da persone che non sono all'altezza di spenderlo. E con riferimento all'importanza della famiglia Iamonte, Marrone aveva commentato con Rugolino Francesco Gaetano “il cognome Iamonte è, è reggente!...ha fatto smuovere il cognome vostro troppo!”. Rugolino: “Assai”.

Da quanto affermato in questa conversazione secondo il Gip “appare evidente che Marrone Ignazio era già all'epoca a completa disposizione degli esponenti mafiosi della Locale di Desio al cui vertice erano all'epoca Moscato Annunziato Giuseppe (capo della Locale), Minniti Nicola (contabile della Locale) e Pio Candeloro (vicario del capo della Locale). Per questi ultimi, Minniti e Candeloro, sia era in passato ampiamente impegnato facendo “prendere” a Pio Candeloro la somma di 200mila euro.. “Quando esce l'amico...anche fra cent'anni, quando esce Candeloro pure...poi ci sediamo...la tua famiglia e Candeloro...e poi lui ti...prende duecentomila euro... dalle persone qui, che glieli ho fatti prende io! E li po...e li deve dare tutti sopra il tavolino. Li deve mettere tutti qua, così”.

Insomma, il siciliano di Canicattì Ignazio Marrone aveva partecipato alla raccolta tra i compaesani siciliani di quei 200mila euro che servivano per pagare gli avvocati degli ‘ndranghetisti in galera.

Aveva quindi rivelato a Francesco Gaetano Rugolino della “riunione abusiva” della quale non era stato dato a conto “a quelli di sotto” ove era stato condiviso un “patto” al quale avrebbero dovuto “mangiare” solo quella della Lombardia.
Marrone: “Ti spiego, ti spiego. Quando c'è stata la riunione...inc...hanno fatto una riunione abusiva...fidati di me, compà! Loro hanno fatto tutto in Lombardia, senza dare conto a quelli di là sotto...volevano mangiare solo qua, loro!” Rugolino: “E allora?”. Marrone: “Ah, non lo capisci come...come è stato il patto?”: Commento di Rugolino: “so cazzi suoi quando escono!”
Secondo l'ordinanza Ignazio Marrone aveva frequenti rapporti con il costruttore Natale Moscato al quale dice: “Io a voi vi rispetto...fino alla morte”. Moscato era passato alla “Recupero e Demolizioni srl” di Desio per discutere di due appartamenti acquistati a Moggio in Valsassina dalla “Impresa Moscato sas” poi fallita. Per gli appartamenti Angelo Cattaneo, suocero di Ignazio Marrone, aveva dato un anticipo di 10mila euro e però il rogito non era stato possibile farlo perché nel frattempo essendoci stato il fallimento era intervenuta la banca che aveva pignorato la casa.

A Natale Moscato, Marrone, appena uscito dal carcere aveva dato altri 10mila euro “Ne ha comprate due, una per mia moglie Samantha ...giustamente un po' di soldi li abbiamo dati io e lei. Ha scritto tutto lui (Angelo Cattaneo, suocero di Ignazio Marrone – ndr) – dice a Milena Moscato, figlia di Natale – sai che...che l'anno scorso ho dato diecimila euro a tuo papà...lui non m'ha fatto nessun fogli, eh? ...io non abbiamo fatto né fogli né niente! Papà è vivo lo possiamo chiamare”. Al che Milena Moscato dopo aver ribadito la stima nutrita dal padre nei confronti di Ignazio Marrone, il quale s'era detto comunque disposto ad accollarsi il mutuo al fine di bloccare la vendita all'asta “però...io mi incollo il mutuo... sai che ci sono questi soldi. Bloccalo perché... se lo incolla mia moglie... giusto? Glielo paghiamo ogni mese...inc...l'ho già pagato...non è scritto”.

In realtà gli appartamenti di Moggio erano già stati interamente pagati (“Io glieli ho già tutti pagati così”) eppure, per rispetto nei confronti di Natale Moscato, Marrone
era disposto ad accollarsi il pagamento in 18 mesi versando subito un quinto del valore e trascrivere a favore della moglie Samantha gli immobili.

Era interessato agli affari immobiliari Ignazio Marrone.
Dagli appartamenti di Moggio in Valsassina ai villini di Moneglia nelle Cinque Terre. La conversazione intercettata fa emerge un'altra operazione con un gruppo di palermitani riferibili a Giampiero Pitarresi che, con i soldi del polacco Knopp Krzysztof detto “Cristian”, dopo aver utilizzato con il socio Vincenzo Alfano il denaro di Antonino Mandalà, esponente malavitoso di Villabate per cementificare buoa parte del modenese e della Romagna, aveva messo gli occhi sul paradiso delle Cinque Terre. Pitarresi è certamente personaggio di spessore: gestiva gli affari immobiliari al nord dei corleonesi ed aveva avuto un ruolo primario durante la latitanza di Bernardo Provenzano.

Maggio 2014: Pitarresi incontra all'aeroporto di Berlino Knopp ed assieme, in auto, proseguono per la Polonia, mentre Natale Moscato è in partenza per la Romania. Moscato: “Dopo Pasqua io vado in Romania...”. Marrone: “Parliamone chiaro signor Natale ci sono delle belle operazioni?”. “Moscato: “Sì!!”. Marrone: “Queste si fanno! Loro non si devono inguaiare...”. Moscato: “No..no..no..lo sai”. Marrone: “...questi no, no no sono persone che...l'unico pulito che è rimasto!” Moscato: “Loro si devono fidare di te. ..”. “Marrone: “no, loro di me si fidano...e io mi fido di voi...”. Moscato: “Tu sai com'è la situazione...”. Marrone: “Persone come a voi sono eh!! Con i capelli bianchi...Gente seria... gente come voi c'è... Poi sono gente che ne capiscono come voi...”.

Un mese dopo quella conversazione parlando con tale “Alfonso” Ignazio Marrone s'era detto disposto ad entrare in un affare da 4milioni di euro al 50 per cento. A Moneglia, località delle Cinque Terre dove un vecchio albergo stava per essere trasformato in villini e spazi commerciali. “Un affare, – dice lo sfasciacarrozze di Desio – prima lì costavano 15mila ero al metro quadro, ora ne bastano 8000. In base all'operazione che c'è da fare...questa a me mi viene a costare 2500 euro al metro quadro.... nell'affare ci sono sia i palermitani che i calabresi”.

L'affare di cui Ignazio Marrone parla è la ristrutturazione del “Mondial Hotel” i cui soci sono Lina Meloni e Lauro Lanterna, classe 1970. Numerose cessioni di fabbricato dell'ex hotel erano state registrate da Lauro Lanterna a persone residenti in Lombardia, Liguria e Veneto. E però su ordine del sostituto procuratore Gabriela Dotto, l'autorità giudiziaria aveva posto sotto sequestro l'immobile con vista mare e collina per abusi edilizi. Sette persone residenti nelle province di Milano e Bergamo erano state denunciate.

Ignazio Marrone che come abbiamo detto è interessato a investimenti immobiliari, è però al tempo stesso forzatamente costretto ad assecondare Natale Moscato che gli chiede di accollarsi i mutui se vuole rogitare. E che solo in un secondo momento gli avrebbe restituito le rate corrisposte a titolo di mutuo.
“Ho un'altra casa che ho dentro tutti i suoi compari (di Natale Moscato – ndr) in affitto che domani... ah, mio marito gli ha dato 300mila euro di questa casa che ha su l'affitto, e si ma ho dentro un nostro amico...”, si lamenta la moglie di Ignazio Marrone, Samantha Cattaneo, con il costruttore Natale Doardo che lavora per l'Impresa Moscato sas.
“Nonostante l'evidente ingiustizia della proposta di Natale Moscato – sottolinea il Gip – Ignazio Marrone non si era in alcun modo posto in contrasto con il medesimo, ma aveva tenuto un atteggiamento di deferenza e ossequio nei suoi confronti, così dimostrando di rispettare i meccanismi e le cariche della n'drangheta, anche a discapito dei suoi interessi personali”.

Era in possesso, Ignazio Marrone, di diversi assegni in bianco di Saverio Moscato che non aveva mai presentato all'incasso. “...ho un assegno in bianco, io poi ve lo do un giorno...si, firmato da Saverio (fratello di Annunziato Giuseppe, deceduto – ndr)...ma poi ne ho più di trenta assegno...di Saverio. Questi soldi li avevamo presi...lascia stare...non mi devi dare soldi..lo avevamo cambiato a uno con quello storto di Polimeni”.

A Ignazio Marrone piacciono gli immobili e le armi. Considera la Beretta 7,65 un must. Assolutamente da possedere.
Di armi ne parla col cugino Gioacchino detto “Lillo” che gliene mostra una e dice di possederne “Ventidue sono, vero?”. “Sai che Natale (il fratello titolare di una rivendita auto – ndr) ne ha una?”, domanda Ignazio Marrone. Il cugino: “Lo so che Natale ha una pistola”. Natale: “Tre
ne avevamo! Non ce n'erano più. Una io, una lui, una se l'è...se l'è fatta fottere dai calabresi! La mia? sta minchia..E una non l'ha portata più...son riuscito a...a...a..entrarla in carcere capito!. Ci dissi quasndo la smonti..la puoi mettere in bocca. Tu la mia la mettevo in bocca! Sei colpi, cinque colpi. Ma quella è ventidue eh..TAM, TAM, TAM! Te la ricordi tu?”. Fanno riferimento ad una penna-pistola. Goiacchino: “Quella è bellina...la metti ovunque. I tuoi figli san sparare con quella?..” Ignazio: “Mia figlia sì, è brava...Mattia l'aveva...La vendevano a 350 euro, vero? Trecento?”.

Dice al cugino di averne 40 di pistole. “Io ne ho quaranta...Allora non m'hai capito...io ne ho quaranta! Col silenziatore solo una, la sette e sessantacinque, bella! Non la vendo io quella...neanche se uno mi dice ti do 15mila euro...non gliela do. E' la più bella di tutto il mondo...i veri killer hanno la sette e sessantacinque...quindici colpi bi-filare. Le vere...le vere persone giuste, i veri cristiani giusti. Perchè diventa tanto, diventa.. E ogni 15 colpi gli devi cambiare l'anima di vetro...fatta da inc...da professionisti. Io ce l'ho la Beretta ma non la uso mai. Questa quando proprio deve andare a fare danno! Ne avevo due, una l'ho data a Lorenzo...Me la tiene Lorenzo...una la tengo ai cavalli”.
Per gli investigatori si tratta di Lorenzo Spinella.

Gioacchino: “Ci sono anche i candelotti di dinamite...”. Ignazio: “Sii...Gente fidata, non parla? Sicuro?”. Gioacchino: “Non parlano. Gente fidata. Si fanno ammazzare ma non parlano!”. Ignazio: “Non sono di qua?”. Gioacchino: “Sono di qua”. Ignazio: “Eh, noo! Non va bene, lì. Calabresi ci sono di mezzo?”. Gioacchino: “Ti dico... chi è Gio...Giovanni. Uno serio...quello che è venuto qui. Vogliono 300 euro al pezzo. A noi ce ne bastano...ne bastano...anche quattro secondo me. Sai come li fanno (i candelotti – ndr). Col tubo
Innocenti”.

Una pistola era stata sequestra a Giovanni Middioni, collaboratore di Ignazio Marrone appena uscito dall'officina di via Ferravilla a Desio. Invece la pistola Mauser-Werke modello 90DA con matricola della canna e cestello abrase è stata sequestrata dai carabinieri, otto giorni dopo l'irruzione alla “Car Parts srl” di Muggiò. La società era intestata a Salvatore Tambè e ai fratelli Fulvio e Samantha Cattaneo - quest'ultima però secondo l'avvocato Gandolfi aveva da poco ritirato la sua quota -, rispettivamente cognato e moglie di Ignazio Marrone. Nel capannone venivano cannibalizzate auto e moto rubate.

I carabinieri avevano fatto irruzione il 1. aprile; appena venuto a conoscenza dell'operazione Marrone aveva chiamato Tambè dandogli indicazioni per recuperare l'arma che era dentro un borsello. Le numerose chiamate di Marrone a També, alla moglie e ad uno straniero, presumibilmente socio occulto della “Car Parts srl” avevano allertato i carabinieri che alla fine avevano nuovamente passato al setaccio il capannone trovando e sequestrando il borsello contenente la Mauser. Ignazio Marrone aveva suggerito a Salvatore També di giustificare il possesso dell'arma “acquistata a 250 euro dai marocchini per difesa personale essendo stato vittima in Sicilia di una guerra di faida” nella quale erano deceduti il padre e i fratelli.

Il 28 ottobre 1983 i familiari avevano denunciato la scomparsa di Calogero Tambè di Riesi, classe 1942 . Scomparsa catalogata come “lupara bianca”; ed in quanto ai fratelli Luigi e Giuseppe furono assassinati il 1.agosto 1990 a Mazzarino a seguito di alcuni contrasti intercorsi con le famiglie mafiose di Riesi e Mazzarino.

Nella foto l'avvocato Franco Gandolfi

Il declino dell'industria motoristica in Brianza. Un saper fare ora scomparso

di Pier Attilio Trivulzio

Gilera ad Arcore, Autobianchi a Desio, Carrozzeria Touring a Nova Milanese, Birel a Lissone, Agrati Garelli a Corticella di Monticello Brianza, Fantic Moto a Barzago, Dell'Orto Carburatori a Seregno.
Aziende che dagli Anni Venti ai primi Anni Novanta componevano la Motor Valley della Brianza, con l'Autodromo Nazionale di Monza a fare da catalizzatore.

Già perché proprio l'inaugurazione nel 1922 dell'Autodromo convinse Giuseppe Gellera a trasferire l'officina di corso XXII Marzo da Milano ad Arcore. La F.I.V. Edoardo Bianchi che produceva biciclette, moto e auto a Milano si spostò a Desio dopo i bombardamenti del 1943 proprio per essere vicina alla pista sulla quale il collaudatore Tazio Nuvolari, assunto per sviluppare il modello “Ala Azzurra” 350 per due anni, dal 1923 al 1925, tre volte la settimana si faceva il viaggio da Milano a Monza e ritorno in sella alla bicilindrica per constatare i progressi del modello.

Idem la Garelli di Sesto San Giovanni acquistata nel 1961 dal Gruppo Agrati - che all'Autodromo conquistò record mondiali della classe 125, e sei titoli mondiali tra il 1962 e il 1967. Lo stabilimento degli Agrati forniva i telai alla Garelli anche per le biciclette a cui veniva applicato il celebre motore a rulli Mosquito.

Le moto col marchio Agrati Garelli furono costruire fino al 1968 quando ci fu la fusione con Fantic Motor che dette vita al Gruppo FM. La produzione cessò nel 1993 e 360 lavoratori restarono a spasso. A distanza di anni si è scoperto che la scelta degli Agrati più che la crisi del settore delle due ruote che in effetti era reale, il disimpegno fu motivata dalla decisione di trasferire il denaro guadagnato alla Hsbc di Ginevra. Nella lista di Hervé Falciani compare un conto di 6,8milioni di dollari intestato a Cesare Annibale Agrati; i conti della Agrati International, l'azienda che ora produce bulloni, sono invece finiti nel paradiso offshore di Madeira.

Anno horribilis il 1993. E sì perché da poco erano stati chiusi i cancelli dell'Autobianchi. La Fiat aveva trasferito le linee di montaggio del modelloY10 (che ancora viene prodotto – ndr) all'Alfa Romeo di Arese ricevuta in regalo nel 1987- dopo una lunga battaglia contro la Ford intenzionata ad acquistarla – dall'IRI presieduto da Romano Prodi.
Al passaggio i dipendenti erano 16.000, un anno dopo erano ridotti a 6.000.

E subito dopo la decisione di chiudere Autobianchi la famiglia Agnelli - che dalla Piaggio aveva rilevato nel 1965 lo stabilimento Gilera di Arcore - annunciò la fine alla produzione di moto in Brianza portando tutto a Pontedera con la messa in cassa integrazione di 1.369 dipendenti.

Qualche anno dopo anche la struttura di Velate, dove venivano preparate le Gilera per i grandi raid internazionali come la Dakar e le gare di velocità (classe 250) e un gruppo di qualificati tecnici progettavano nuovi motori, serrò i battenti.

E' vero, come già ricordato, il settore moto era in crisi e il business dell'auto non consentiva di fare grandi utili. La verità è che di fatto la famiglia Agnelli all'epoca aveva in pugno l'intera produzione di auto avendo nel 1969 rilevato da Enzo Ferrari il 90 per cento delle azioni della casa di Maranello; al prezzo simbolico di una lira, la Lancia dal Gruppo Pesenti; due anni più tardi l'Abarth e nel 1993 Innocenti e Maserati, aziende che hanno ricevuto dallo Stato, grazie alla Gepi, finanziamenti per 185miliardi di lire.

La Gepi fu costituita “per il salvataggio, la ristrutturazione e la vendita delle aziende private in difficoltà”. In realtà con la legge 184 si prese in carico dipendenti di grande aziende e tra queste la Fiat i cui lavoratori venivano messi in cassa integrazione. Tra l'80 e l'88 Gepi ne assorbe 25.000 e tra il 1971 (anno in cui la legge diventa operativa) e il 1992 eroga qualcosa come 4mila miliardi di lire per sostenere 108.000 lavoratori.

Sono gli anni delle dure lotte per i licenziamenti in Fiat. Anni in cui l'azienda degli Agnelli è riuscita ad ottenere dallo Stato munifici finanziamenti pubblici e dare vita agli stabilimenti di Termine Imerese, Cassino, Termoli, Bari, Sulmona, Vasto, Lecce, Nardò e Brindisi. Per la prima volta nel 1973 il bilancio del Gruppo Fiat perde 150miliardi, ha debiti per 1.800miliardi, mette i lavoratori in cassa integrazione ed a guidare il Gruppo viene chiamato Cesare Romiti.

Obbiettivo dimezzare entro il 1985 il settore auto. Ifi e Ifil, finanziarie degli Agnelli non vogliono ricapitalizzare. E' allora che il 10 per cento delle azioni passano ai libici della Lafico. Lo shock petrolifero provoca la crisi del settore auto, Fiat si ritrova con 4.800miliadi di lire di indebitamento, cifra pari al fatturato e più del doppio del patrimonio netto. Umberto Agnelli chiede aiuto allo Stato invocando la svalutazione della lira che però non viene concessa. E, soprattutto, libertà di licenziare. Concessa.

Infatti, dimessosi nel luglio 1980 Umberto Agnelli gli subentra Cesare Romiti che a settembre licenzia 14.000 lavoratori e altri 23.000 li mette in cassa integrazione per due anni. In quel periodo sono 33.000 i lavoratori lasciati a casa per sette anni dal Gruppo Fiat. Una parte di loro rientrerà assegnati al “reparto confino”: 150 non ce la fanno e si tolgono la vita.

Gli anni bui della casa torinese sono dovuti si, alla crisi petrolifera, ma soprattutto al fatto che tra il 1988 e il 1993 nessun nuovo modello è stato lanciato o che vengono proposte auto improponibili come la Duna.

A risollevare le vendita arriva la “Uno” voluta dall'ingegner Vittorio Ghidella, lanciata nel 1984 con la presentazione a Cap Canaveral. Quattro anni più tardi è scontro durissimo tra Ghidella e Romiti che preme per trasformare la Fiat in una holding finanziaria. Ghidella se ne va, passa alla Ford ed è artefice del modello Fiesta che tutt'ora, contribuisce ottimamente a generare profitti per la divisione inglese della casa americana.

Lo smantellamento delle barriere doganali dell'Unione Europea nel 1993 rivitalizza il Gruppo Fiat che grazie a Mediobanca, Deutsche Bank, Generali, Alcatel e le finanziarie di casa Agnelli Ifi e Ifil ricapitalizza per 4.285miliardi di lire. Vengono inaugurati gli stabilimenti di Melfi e Pratola Serra. Con la svalutazione della lira nel 1992 Fiat riprende quota.

In dieci anni tra l'80 e il '90 la casa torinese ha fatto investimenti per 4miliardi di dollari contro i 20 di Volkswagen e gli 8 di Bmw, all'epoca più piccola di Fiat. Ed ha ricevuto 11miliardi di lire di sovvenzioni statali.

Per tornare alle vicende della Brianza e alla poco lungimiranza degli Agnelli di decidere la chiusura a Desio dell'Autobianchi ci sembra esemplare ricordare quel che accadde nel febbraio del 1963.
Dante Giacosa, papà della Topolino, della 600 e della Nuova 500 a capo del reparto di ingegneria avanzata di Fiat, da due anni stava lavorando alla progettazione di una piccola vettura a trazione anteriore con motore 1200 derivato dal Fiat 1100 la cui particolarità era quella che motore e cambio avrebbero dovuto essere montati trasversalmente.

Giacosa era rimasto colpito dalla Mini di Alec Issigonis, alcuni esemplari erano stati acquistati e vivisezionati. Giacosa ne aveva riscontrato alcune negatività: motore e cambio contenuti entrambi nel basamento non permettevano di essere smontati e provati separatamente. Il cambio a lato del motore oltre ad un peso maggiore creava rumorosità e difficoltà di montaggio.

Poco dopo il lancio della Mini da parte della British Motor Company nel 1961 Giacosa iniziò il “progetto 109” e nel febbraio 1963 il suo collaboratore Ettore Cordiano annunciò che una soluzione per risolvere il problema del motore-frizione- cambio trasversale era stata trovata: una trasmissione idraulica e un'asticella infilata nell'albero motore avrebbe comandato la frizione.

Al “progetto 109” lavorava anche il Centro Stile dei fratelli Boano che stavano dando vita ad un coupé. La soluzione di Cordiano fu l'uovo di Colombo. L'ingegner Dante Giacosa decretò che il nuovo modello a trazione anteriore si poteva fare, chiese a Boano una versione berlina e quindi ne parlò a Nello Vallecchi, direttore di Autobianchi, che fu subito entusiasta. Al contrario della Fiat che invitò invece Giacosa ad essere prudente e continuare sulla strada del motore posteriore con la “850” derivata dalla 600 e Nuova 500.

L'Autobianchi “progetto 109” superò il test della strada il 1. novembre 1963 ed a metà del 1964 a Desio iniziò la produzione del modello battezzato “Primula”. In sette anni Autobianchi produsse le versioni berlina, la coupé con motore 1.221 di cilindrata fino al 1968 e il 1.438 derivato dalla Fiat 124 dal 1968 al 1970. La positiva esperienza dell' Autobianchi convinse finalmente Fiat ad adottare la soluzione del motore anteriore e cambio trasversale per la “128” uscita nel 1969.
Il “progetto 109” aveva di fatto assegnato all'Autobianchi il titolo di “azienda dell'innovazione”.
Alla Primula seguirono la “111” e la “112” nelle diverse versioni. Un totale di oltre 3milioni di auto sono uscite dagli stabilimenti di Desio e tra queste 320mila “Bianchina” prodotta in 17 diverse versioni tra cui la trasformabile e la cabriolet. E lo spider “Stellina” con carrozzeria in fibra di vetro, prodotto in 502 esemplari. Ma proprio questo modello commercializzato tra il 1963 e il 1965, ispirò Giorgietto Giugiaro per la innovativa “Lucciola” presentata nel 1993 al Salone di Ginevra. E però mai prodotta.
Pianale della Nuova 500 (1957), la “Lucciola” anticipava di vent'anni le attuali auto ibride. Era mossa da due motori elettrici e da un motore diesel bicilindrico, 500 di cilindrata. Così come per il “progetto 109” anche la “Lucciola” avrebbe dovuto uscire dalle catene di montaggio dell'Autobianchi. Mancava soltanto il beneplacito di Fiat che non arrivò per il semplice motivo che venne ritenuta troppo innovativa e costosa. E poi era stata già decisa la chiusura di Desio.

La casa torinese pagò fino all'ultima lira il costoso progetto alla Italdesign di Giorgetto Giugiaro. E non pose veti quando Giugiaro chiese la liberatoria. La “Lucciola” piacque alla Daewoo che con General Motors iniziò a produrla dal 1998 con un motore tradizionale. In cinque anni – battezzata Matiz - furono venduti 500mila esemplari, 150mila di questi in Italia. Ancora una volta il Gruppo Fiat aveva perso un'altra grande occasione e nel frattempo aveva ceduto a Volkswagen la spagnola Seat che per anni aveva assemblato le Panda, ed è uno dei marchi più quotati sul mercato.

La chiusura dello stabilimento di Desio e la riconversione dei 144mila metri quadrati dell'area, rilevata dagli Addamiano, su cui avrebbe dovuto sorgere il Polo Tecnologico della Brianza (Ptb) sono una storia che Infonodo ha già raccontato.

L'11 marzo 2014 Cinzia Fallo, giudice del Tribunale di Monza ha dichiarato il fallimento del Gruppo Addamiano esposto con 16 banche per oltre 100milioni di euro. Il solo Polo Tecnologico della Brianza che si è occupato della riconversione di parte dell'area Autobianchi ha debiti per 4.544.824 euro. L'iniziale progetto non è stato attuato. La torre piezoelettrica con alla sommità il logo Autobianchi, abbattuta nel luglio 2003, è stata sostituita da uno scheletro di grattacielo che ben rappresenta lo stato di salute del Gruppo Addamiano. Undici anni fa Giosuè Addamiano, presidente del Ptb “Polo Tecnologico della Brianza” si sbilanciò assicurando che il Polo avrebbe occupato 2.500 lavoratori: obbiettivo fallito.
Con il Comune di Desio che ancora non sa se basteranno quei 2,5milioni fidejussone della Atradius Insurance per fare valere l'ipoteca che ancora insiste sul Polo Universitario.

Sulle macerie dell'Autobianchi ci ha guadagnato soltanto il Gruppo Fiat che ha monetizzato e parecchio anche sull'area di Arese-Lainate-Garbagnate Milanese ex Alfa ceduta all'americana AIG-Lincoln. Al posto dello stabilimento è in costruzione il supermercato più grande d'Europa. Così come sull'area milanese di Lambrate della Innocenti. A Torino al posto dello stabilimento di Borgo San Paolo dela Lancia è sorto un intero quartiere residenziale mentre l'area del polo produttivo di Chivasso è stata venduta alla Carrozzeria Maggiora.

Per quanto riguarda Maserati, inizialmente ceduta alla Ferrari, è tornata al Gruppo Fiat nel 2005 dopo la ristrutturazione dello storico stabilimento di via Ciro Menotti a Modena.

Per tornare alla Silicon Valley brianzola il complesso della storica Carrozzeria Touring a Nova Milanese, specializzata nella costruzione di scocche in alluminio, costruito nel 1962 grazie ad un accordo col gruppo inglese Rootes per l'assemblaggio di 10.000 esemplari delle Sumbean Alpine e Venezia funzionò a pieno regine soltanto per alcuni anni.

Alla morte di Lord Williams Rootes il Gruppo Rootes venne rilevato nel 1967 dalla Chrysler. A Nova Milanese è stata prodotta l'Aston Martin utilizzata da James Bond nel film “007 Operazione Goldfinger”. E non solo quell'esemplare.

La crisi dell'auto aveva ridotto le commesse, si servirono dello stabilimento di Nova Milanese, Lancia, Maserati e Lamborghini. In amministrazione controllata dal 1964 la Touring sfornò 2.000 esemplari della versione coupè dell'Autobianchi Primula e un migliaio di Alfa Giulia GTC.

Il 31 dicembre di quarant'anni fa, dopo aver terminato lo studio del prototipo C4, versione cabriolet della Fiat 124 (che proprio nei giorni scorsi è stata riproposta al Salone di Detroit dalla FcA – ndr) la Touring chiuse i battenti. Nel 2006 il marchio passò alla olandese Zeta Europe BV. Smantellato lo stabilimento l'area è stata trasformata in residenziale.

Così come residenziale finirà a Seregno lo spazio occupato dal 1933 a 2006 dalla Dell'Orto carburatori acquistato per 4,5 milioni di euro + bonus volumetria PGT (circa un milione) dalla Due G srl di Piergiuseppe Avanzato, socio di Giuseppe Malaspina i varie operazioni immmobiliari .

E' nel 1933 che Gaetano Dell'Orto con i figli Luigi Piero e Giuseppe apre l'azienda di carburatori per motociclette in via Cavour. Il business tira e dopo il 1945 gli affari aumentano e nasce la necessità di allargarsi. I carburatori della Dell'Orto equipaggiano quasi tutte le motociclette e le motoleggere prodotte in Italia. Il modello con corpo in alluminio è invece su tutte le moto che partecipano alle competizini. Lo stabilimento si espande sempre a Seregno lungo le vie San Rocco, D'Azeglio, Matteotti e piazzetta monsignor Ratti. Alla fine degli Anni 60 i Dell'Orto sono montati come primo equipaggiamento sulle Fiat e anche su modelli esteri. La svolta nella costruzione avviene negli Anni 90 quando l'azienda diventata Dell'Orto SpA converte la produzione dai carburatori per moto all' iniezione. A fine 2006 Dell'Orto delocalizza in India e chiude lo stabilimento di Seregno, 500 dipendenti vengono in parte liquidati e in parte messi in cassa integrazione. Le nuove sedi della società, a Mariano Comense e Cabiate.
La società ha infilato una serie di anni negativi con bilanci in rosso per decine di milioni di euro, emoraggia che dopo la ristrutturazione del pesante indebitamento sembra essersi arrestata nel 2014.
La Dell'Orto è stata scelta dalla Federazione Motociclistica Internazionale (Fim) per equipaggiare le Moto3 che prendono parte alle gare del Motomondiale.

Tre anni dopo a Gerno di Lesmo Yamaha Motor Italia, insediatasi da solo un anno dopo aver rilevato dalla Belgarda che dal 1980 importava in Italia le moto dei tre diapason ed aveva dato vita alla Byrd, Belgarda Yamaha Racing Division impegnata nelle gare del Mondiale Superbike e nei grandi raid internazionali, decide di dismettere le catene di montaggio e trasferirle in Spagna. Per diversi mesi i lavoratori licenziati protestano allestendo un sit in sul tetto dell'azienda. Oggi Gerno resta la base europea della squadra corse impegnata con Valentino Rossi e Jorge Lorenzo nel Motomondiale e da quest'anno torna nel Mondiale Superbike dopo una parentesi di sei anni. E' operativo anche il reparto d'eccellenza che studia i modelli di moto da sottoporre all'approvazione della casa madre in Giappone che poi entrano in produzione.

Mondial, marchio storico, che aveva aperto ad Arcore lo stabilimento per l'assemblaggio del modello “Piega” è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Monza il 24 settembre del 2004. Lo svizzero Daniel Alismeno e Roberto Ziletti, ultimo presidente del consiglio della Mondial Moto SpA dal 2003 al 2004 vengono condannati e interdetti per dieci anni da ogni attività. E' un fallimento di 1,7milioni di euro. Moto e ricambi vanno all'asta per 300mila euro. Se li aggiudica la società “Vdue” del medese Piero Caronni che già s'era aggiudicato ad una precedente asta lo stock di Bimota 500. All'ultimo salone del Motociclo a Milano, Caronni ha presentato i nuovi modelli “Vdue” che saranno commercializzati in edizione limitata.

Fortunatamente la Brianza Motor Valley può ora contare su due solide società impegnate nella costruzione di kart, la Birel di Lissone, e di monoposto e biposto da competizione, la Tatuus di Concorezzo. Anche in questo caso aziende cresciute per importanza grazie alla vicinanza dell'Autodromo Nazionale.

La Birel di Lissone costruisce kart dagli anni 50.
Umberto Sala, titolare dell'azienda, è stato primo pilota di Birel. Arrivarono poi i fratelli Tino e Vittorio Brambilla. Tino, chiamato da Enzo Ferrari per correre con la monoposto Dino che portava il nome del figlio morto per distrofia muscolare, fu anche il primo a portare al successo la vettura che proprio nell'officina dei Brambilla, con l'autorizzazione del “Drake”, venne modificata e resa competitiva.

Vittorio invece passò in Formula Uno e con la March-Ford sponsorizzata dalla Beta Utensili di Sovico (nei giorni scorsi la società il cui capitale era diviso tra Roberto Ciceri, tre fratelli e quattro cugini si è associata alla Tip di Giovanni Tamburi. Roberto Ciceri e la società di Tamburi hanno ora il 100 per cento del capitale di Beta Utensili – ndr) nel 1975, vinse sotto il diluvio il Gran premio d'Austria.
Dal 2000 Birel commercializza il modello Easy Kart destinato ai giovanissimi aspiranti campioni che sognano di arrivare in Formula Uno. Kart che ha avuto subito un grande successo.

Dall'officina della Tatuus di Concorezzo escono dal 1980 monoposto da competizione. Gianfranco De Bellis e Artico Sandonà iniziarono progettando la “Tatuus” di Formula Junior.
De Bellis e l'amico Alberto Moioli correndo le gare delle “pettarelle” con motore della Fiat 500 all'Autodromo, non vinsero eppure di questo modello Tatuus ne ha costruite 15.
Ben 930 sono state invece le monoposto motorizzate Renault costruite a partire dal 2000 su precisa richiesta della casa francese.

In tutto da Concorezzo sono partite per il mondo 1.700 Tatuus che hanno raccolto successi su tutti i circuiti. Felice Massa e Kimi Raikkon, tanto per citare due campioni si misero in luce proprio vincendo con la Tatuus-Renault le gare della Formula 2000.

Monza - Processo Vivacqua. Condanna per il 50% della "coppia diabolica", assolta l'ex moglie

di Pier Attilio Trivulzio

Quattro anni di indagini, quattordici mesi di dibattimento, sei ore di Camera di Consiglio e quattro soli minuti bastano al presidente Giuseppe Airò per leggere il dispositivo: “Ergastolo per Antonio Giarrana e Antonino Radaelli; 23 anni per Diego Barba e Salvino La Rocca oltre a tre anni di libertà vigilata, sospensione della paternità genitoriale. Assoluzione per Germania Biondo per non aver commesso il fatto, si dispone la sua rimessa in libertà se non detenuta per altri reati”.

Le motivazioni si conosceranno a marzo del prossimo anno quando verranno depositate, e si capirà perché un processo indiziario in cui almeno il movente appariva ben chiaro nella testa della pubblica accusa - cioè di una coppia di amanti che per vendetta, per interesse e per liberarsi di un ostacolo alla loro unione fa eliminare l’ex marito di lei da due killer assoldati tramite un intermediario - approdi a una sentenza dove i destini della “coppia diabolica” (così come era stata definita dagli stessi investigatori) sono opposti: lui condannato come mandante, lei assolta per non aver commesso il fatto.

Alla lettura della sentenza, Germania Biondo si stringe ancor più nel poncho marrone, quasi sentisse freddo e si lascia andare ad un pianto a dirotto, un singhiozzo continuo.
L'abbraccia Manuela Cacciuttolo, Perry Mason in gonnella cresciuta professionalmente nello studio di due principi del Foro come Corso Bovio e Ivano Chiesa, che l'ha assistita studiando migliaia di documenti di : “Un processo – commenta - difficile e complicato, con molte piste alternative. Ho sempre creduto nella innocenza della mia assistita. La lettura del dispositivo fatta dal presidente Airò mi ha sorpresa per la scelta complessiva fatta. Attendiamo le motivazione che saranno depositate tra novanta giorni e allora capiremo il perché delle decisioni prese in Camera di Consiglio dai giudici Giuseppe Airò, Alessandro Rossato e dai giudici popolari”.

Decisione incomprensibile – per Paolo Sevesi che con il collega Gianluca Orlando difende Diego Barba -. Non si capisce quale sia il percorso logico seguito dai giudici per assolvere la Biondo e condannare gli altri”.

Se il teorema della Procura sul movente dell’omicidio è che due sono i mandanti dov'è l'elemento differenziale per condannare Barba e assolvere la Biondo? - s'interroga Salvatore Manganello legale assieme ad Alessandro Frigerio di Salvino La Rocca – Non riesco a capire questo dispositivo perché in generale indebolisce tutte le posizioni. Credo che neppure la Corte sia contenta. La Costa non ha fatto chiarezza. Se viene meno il mandante viene meno anche il reato. E' illogica”.

E allora andiamo a rileggere i passaggi della requisitoria del pm Donata Costa che riguardano Germania Biondo.
Esordisce rivolgendosi ai sei giudici popolari, tra questi una donna, con questa premessa. “Per me le persone indagate meritano rispetto. Non cerco i colpevoli ad ogni costo e il rispetto diventa esponenziale quando li mando in carcere. E' possibile vi siano venuti dubbi durante il dibattimento, avete sentito dire che non ci sono prove, strade rimaste inesplorate. Nulla di più falso. Non ci sono state strade inesplorate. Abbiamo iniziato ad indagare il 14 novembre 2011 alle 21.50 ed abbiamo terminato ad agosto 2014. Se avessi archiviato il 15 novembre sarei stata più serena e non avrei fatto orari impossibili. Ho sentito Germania Biondo 4 o 5 volte, ho verificato le versioni confrontandole con gli atti probatori. Il Gip ha ritenuto ci fossero le basi per il rinvio e il 25 marzo 2014 emette l'ordinanza di custodia cautelare. Il successivo 28 aprile il Tribunale della libertà conferma integrando con tre ordini di custodia per la Biondo, Barba e La Rocca. Ben sette giudici prima di voi hanno firmato il giudicato cautelare”.

Io, come persona prima che come magistrato, ho certezze. Il dibattimento è servito a verificare che occhi diversi dai miei hanno visto cose diverse da quelle viste da me: erano tutti dubbi che avevo avuto ed avevo già risolto. Io che ho avuto dubbi vi dico: ogni dubbio è ragionevole e allora condannate solo se ritenete gli imputati colpevoli al di la di ogni ragionevole dubbio”.

Per quanto riguarda Germania Biondoprosegue - oggi sappiamo per certo grazie alle intercettazioni telefoniche che viveva in una specie di “libertà condizionata”. Paolo Vivacqua poteva mettersi con la rumena e avere da lei un figlio, la Biondo doveva soltanto fare la nonna”.

Diego Barba nel 2000 è ospite nella casa di Paolo Vivacqua... la relazione avuta con la Biondo a partire dal 2006, sempre negata, é andata avanti fino al momento del loro arresto. Questo fatto può ben essere motivo di omicidio. Della relazione tra i due veniamo a conoscenza grazie ad una nota del brigadiere Mosca che informa che sono amanti e che Barba ha contattato l'amico d'infanzia La Rocca soggetto a cui commissiona il delitto”.

In quanto ai rapporti tra Paolo Vivacqua e l'ex moglie veniamo a sapere che, estromessa dal patrimonio, la Biondo é costretta a chiedere soldi ai figli. La relazione, sempre negata, tra lei e Barba è accertata da un paio di intercettazioni telefoniche. Non ha senso negare, come fanno gli imputati, questa loro relazione ancora nel 2013 a due anni dalla morte di Paolo Vivacqua. Avevano qualcosa da nascondere della loro relazione per via dell’omicidio dell'ex marito su cui noi stavamo ancora indagando”.

Se qualcuno è meritevole delle attenuanti generiche– conclude Donata Costa – questa è Germania Biondo, donna che vive limitazioni alla sua libertà personale e sofferenze morali. Il suo spessore criminale è più sfumato [..] Non avrebbe potuto fare nulla senza Barba e La Rocca ed è per questo che attraverso l'amante Diego Barba contatta Attilio Cascardo (socio di Barba nell'agenzia investigativa - ndr) e gli consegna i documenti che provano gli affari illeciti di Paolo Vivacqua e dei figli. Non è lei che ha le capacità per uccidere...”.

E infatti elencando le pene la Costa, per lei, chiede 23 anni e 6 mesi contro l’ ergastolo per Barba e La Rocca e per i due esecutori.

In Tribunale il 9 novembre, dopo la lettura del dispositivo, frenate a stento le lacrime, Germania Biondo accetta di rispondere ad alcune nostre domande. “In aula c'era Davide, avrei voluto che venisse ad abbracciami. I miei figli mi sono mancati e mi mancano tantissimo. Non mi meritavo i tredici mesi di carcere, ora finalmente sono libera”.

Lascerà Desio e andrà in Sicilia?
Resto a Desio, mi troverò un lavoro.

Quando in vista della cessione dei terreni di Carate alla Bricoman per 5milioni di euro Mario Infantino ha avuto l'intestazione di quel 1% della società Loviro che le apparteneva, si è sentita senza mezzi? É in quel momento che ha provato rabbia e risentimento per Paolo?
“No, era Paolo ad occuparsi di tutti gli affari. Le decisioni le prendeva lui senza neppure consultarmi. Io l'ho amato e lo amo. Come primo atto andrò a portargli due fiori sulla tomba nel cimitero di Desio”.

Già perché occorre ricordare che pur avendo Paolo Vivacqua contribuito a pagare i restauri del cimitero di Ravanusa e fatta realizzare una grande statua del Cristo Redentore, lo hanno sepolto a Desio.

“Decisione presa dai miei figli senza chiedermi un parere”, precisa Germania prima di lasciare il Tribunale mentre ancora una delle figlie di Diego Barba piange in modo straziante e nessuno riesce a calmarla.

Nemmeno i due carabinieri in divisa che invitano il pubblico a lasciare il Palazzo data l'ora tarda. Sono invece già tornati in caserma a Desio e a Monza i militari dell'Arma che negli anni hanno lavorato sul caso Vivacqua e per tutta la giornata sono stati presenti in Tribunale in attesa della decisione dei giudici. Così come ha lasciato il Tribunale Lavinia Mihalache, pantaloni neri, camicia di seta, golfone-giacca pesante anch'esso nero come pure gli stivaletti che ha accennato un sorriso quando il presidente Airò ha letto la sentenza.
 

'Ndrangheta a Seregno. I nomi degli arrestati e delle persone indagate nell'inchiesta della Procura di Milano

Pubblichiamo l'elenco delle persone, considerate o facenti parte o vicine al clan Cristello, per le quali la Procura di Milano ha richiesto l'arresto, concesso dal GIP per nove di questi. Fra parentesi i nomi dele persone effettivamente arrestate dai carabinieri questa mattina.
Fra questi spiccano i nomi di Domenica, Emanuele e Simone Cristello, di Valeriano Siragusa titolare di un bar in Corso del Popolo, davanti alla Basilica e cugino del boss Rocco Cristello, assassinato nel settembre del 2008 a Verano Brianza, del cugino dello stesso Siragusa, Zibra Matteo titolare di una sala giochi a San Carlo, frazione di Seregno.

1. Battipaglia Olga nata  a Maratea l’11/02/1971 residente a Desio

2. Berlingeri Roberto nato a Palmi il 09/10/1972 residente a Seregno

3. Berlingeri Dylan nato a Carate Brianza il 20/07/19995 residente a Desio (ARRESTATO)

4. Brambilla Sara nata a Giussano il 24/02/1995 residente a Seregno

5. Caldirola Igor nato a Giussano il 26/01/1995 residente a Seregno

6. Capasso Generoso detto Genny, nato a Milano il 25/02/1972 residente a Nova Milanese (ARRESTATO)

7. Carbone Andrea nato a Seregno il 03/04/1984 residente a Seregno

8. Cristello Domenica detta MImma, nata a milano il 18/12/1965 residente a Mariano Comense (ARRESTATA)

9. Cristello Emanuele detto Lele o Lello, nato a Giussano il 16/12/1995 residente a Seregno (ARRESTATO)

10. Cristello Simone nato a Giussano il 24/02/1994 residente a Seregno (ARRESTATO)

11. Grassi Marta Giulia, nata a Carate Brianza il 21/06/1991 residente a Mariano Comense

12. Gurnari Daniele Carmelo nato a Milano il 09/05/1978 residente a Cusano Milanino

13. La Vecchia Antonino detto Trivella nato a Mariano Comense  il 30/11/1976 residente a Seregno

14. Lo Maglio Giuseppe nato a Piazza Armerina il 30/09/1960 residente a Seregno

15. Lombardo Cristian nato a Seregno il 22/11/1995 residente a Seregno (ARRESTATO)

16. Nobili Jessica nata a Mariano Comense residente a Cesano Maderno

17. Potenza Maurizio nato a Seregno, residente a Seregno

18. Siragusa Valeriano detto Valerio nato a Seregno, residente a Seregno (cugino di Rocco Cristello assassinato a Verano Brianza il 27/09/2008) (ARRESTATO)

19. Spotti Marco nato a Segrate, residente a Seregno 

20. Touré nato in Senegal residente a Meda

21. Zibra Matteo nato a Seregno e residente a Mariano Comense (cugino di Siragusa Valeriano) (ARRESTATO)

22. Zibra Stefano nato a Giussano residente a Mariano Comense (ARRESTATO)

Seregno - Lealtà Azione e Memento, l'uso delle lapidi per legittimare il nazifascismo

18/11/2015

di k.ts.

C’è anche il nome di un marinaio morto prima del 23 settembre 1943, data ufficiale della costituzione della Repubblica di Salò, sulla lapide posta settimana scorsa dal Comitato nazionale ricerche ed onoranze dei caduti della Repubblica sociale italiana Carlo Borsani, nel cimitero di Seregno.

La lapide, posizionata sul monumento dei caduti delle guerre, reca la scritta: 
Caddero vittima della violenza. Nel nome di una patria straziata. I combattenti seregnesi della Repubblica Sociale Italiana”. Di seguito i nomi di diciotto caduti, tra i quali quello di Carlo Dell’Orto, il cui corpo era già in fondo al mare quando Mussolini nel piccolo paese in riva al Lago di Garda diede vita alla tristemente famosa Repubblica Sociale Italiana o Repubblica di Salò. 

Diventa ancor più assurdo il fatto che i neofascisti di oggi abbiano inserito questo caduto (scomparso in mare il 22 settembre del 1943) tra i morti della Repubblica Sociale Italiana, se si considera che l’esercito della RSI iniziò a formarsi a partire dal novembre-dicembre 1943. L’Esercito Nazionale Repubblicano (ENR) non venne istituito prima del 9 novembre, la Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) fu istituita l’8 dicembre, il Corpo di Polizia Repubblicana il 20 novembre, le Brigate Nere il 30 giugno 1944 e lo stesso Partito Fascista Repubblicano, seppure annunciato da Mussolini a Radio Monaco il 18 settembre, si formò a Verona il 14 novembre 1943.

La vicenda di Carlo Dell’Orto e le evidenti forzature storiche con cui è stata condotta la posa della lapide ai caduti della RSI tolgono la maschera e ogni dubbio sulle reali intenzioni di chi l’ha promossa e anche le responsabilità di chi l’ha avallata: Giacinto Mariani, l’ex sindaco di Seregno e attuale vicesindaco.

Non, dunque, per rispetto dei morti. Perché non si rispetta un uomo se lo si arruola dopo la sua morte tra i repubblichini, come è successo a Carlo Dell’Orto (1917-1943).

Non per la necessità di dare ai famigliari un luogo in cui ricordare il parente scomparso, come ha dichiarato ai giornali il pensionato di Lealtà Azione, Norberto Bergna, pseudo storico di questa operazione (“Era una promessa che avevo fatto, più di 50 anni fa a Livia la mamma di Piero, il più giovane dei nostri caduti, ucciso nel canavese la sera che compiva 17 anni [..] Quei por fioeu non devono essere dimenticati, altrimenti sono morti per niente, avevano una grande fede che si chiamava Italia e quindi devono avere un nome al cimitero, un segno che li faccia ricordare”). Perché Pietro detto “Piero” Vaccina aveva già un nome, un segno, una lapide sul monumento ai caduti del comune di Seregno. 
Una lapide che sta a non più di un metro di distanza da dove il Comitato Carlo Borsani ha posto la sua di lapide.
Qualcuno sulla lapide posta dal comune (vedi foto) ha anche attaccato un adesivo della X° Mas - Briagata Valanga a cui apparteneva. 

Ma evidentemente anche questo non bastava, perché la questione non era dare una lapide a un ragazzo morto a 17 anni, anche se a sostegno di regimi criminali come sono stati il fascismo e il nazismo, ma il ricordarlo proprio perché è morto per il fascismo.

Non inganni la tanto sbandierata pietà per i morti, qui questa pietà non entra nella questione. C'è invece la strumentalizzazione dei vivi sui morti, vivi che per sbandierare il loro di fascismo utilizzano l’adesione al fascismo dei morti, anche quello di un giovane morto più di settanta anni fa ed eternamente cristallizzato nella sua decisione di aderire, diciassettenne, alla Repubblica Sociale Italiana.

Doppia lapide anche per i diciannovenni Bruno Perego (1926-1945) e Luciano Mauri (1925-1944): una posta dal comune e l’altra dai nostalgici della Repubblica Sociale Italiana.

La storia di Carlo Dell’Orto, morto prima che nascesse la Repubblica Sociale Italiana, è ancora più particolare e merita qualche parola in più.

Dell’Orto era imbarcato come marinaio ausiliario sullo Sgarallino, un piroscafo che assicurava il trasporto dei passeggeri tra Piombino e l’isola d’Elba, requisito nel maggio 1943 dalla Marina Italiana e trasformato in unità militare mettendoci sopra due cannoni contraerei da 76 mm e dipingendo lo scafo con livrea mimetica. 

L’8 settembre del 1943 l’armistizio, il 12 settembre i paracadutisti tedeschi liberano Mussolini dal Gran Sasso e lo portano a Monaco di Baviera, intanto occupano il nord e il centro Italia, il 16 settembre bombardano l’Elba dove c’è un comando italiano, ci saranno 100 morti e oltre 200 feriti. 

Racconterà Stefano Campodonico, marinaio dell’equipaggio, sopravvissuto all’affondamento dello Sgarallino: “Io mi trovavo a bordo quando caddero le bombe che colpirono l’orologio in piazza e anche l’ospedale e lo stabilimento, ricordo benissimo che un marinaio cannoniere di sua iniziativa sparò  un colpo di cannone e il fumo del proiettile si vide proprio vicino all’aereo che aveva bombardato”. 
Il 17 settembre i paracadutisti tedeschi occupano l’Isola d’Elba, gli italiani si arrendono. Alcuni dei soldati italiani originari dell’Elba fuggono nelle campagne o si rifugiano presso conoscenti o parenti.

Io e altri eravamo nella campagna nella vicinanza delle grotte, questi paracadutisti rastrellarono la zona. Vennero anche da noi, alzammo le braccia - prosegue Campodonico - . Ricordo che i tedeschi facevano dei bandi per cui tutti dovevamo presentarci ai propri posti e chi non si presentava sarebbe stato fucilato”.

Il 21 settembre il comando tedesco ordina che lo Sgarallino riprenda i collegamenti tra Piombino e l’Elba allo scopo di consentire il trasporto di civili, viveri ed equipaggiamento.

La mattina del 22 settembre alle 9,30 un sottomarino inglese affonda il piroscafo che trasporta molti civili, tra cui donne e bambini. 
Moriranno più di 300 persone, tra questi Carlo Dell’Orto, nato Seregno il 22/04/1917 e disperso in mare il 22 settembre del 1943.

In rete si trovano diversi elenchi dei caduti della RSI fatti da simpatizzanti del fascismo.

L’altra verità, uno di questi siti, ha raccolto un elenco in cui tutti i 35 membri dell’equipaggio dello Sgarallino, fra cui appunto Carlo Dell’Orto, vengono arruolati “da morti” nella Repubblica Sociale Italiana.

Ma se l’operazione relativa alla posa della lapide della RSI sul monumento ai caduti del cimitero di Seregno ha anche molte approssimazioni dal punto di visto storico, diventa più chiaro l’intento di chi l’ha promossa e pagata.

Per capire le loro ragioni bisogna andare a vedere chi sono.

Al di là delle varie sigle e delle facce con cui è stata presentata l’iniziativa, è abbastanza evidente che dietro a tutto questo ci sia Lealtà Azione, organizzazione politica di estrema destra di Monza, il cui presidente Stefano Del Miglio ha un curriculum criminale di tutto rispetto (vedi Curriculum criminale Stefano Del Miglio), fatto di aggressioni e violenze politiche con il gruppo Hammerskin (network internazionale neonazista nato a metà anni Ottanta negli Stati Uniti da una costola del Ku Klux Klan) trasferitosi praticamente in blocco in Lealtà Azione, anche se tutt’ora Del Miglio si divide tra l’una e l’altra organizzazione neofascista.

Norberto Bergna, il rappresentante del Comitato Carlo Borsani, l’associazione che ha posto la lapide al cimitero di Seregno, è di Lealtà Azione.

Una ramo di Lealtà Azione, l’associazione Memento, oltre a collaborare con il gruppo di ricerca storica sui caduti della RSI (che ha creato l’elenco dei caduti da cui ha attinto Bergna), è un’associazione che si occupa di quelli che definisce i campi dell’onore che non sono altro che i luoghi dei cimiteri italiani dove sono sepolti i caduti della Repubblica Sociale Italiana, tra cui il Campo 10 al Cimitero Musocco di Milano e il Campo 62 nel cimitero di Monza. 
Dal 4 novembre di quest’anno Memento si occupa anche di vigilare e tenere pulita la lapide ai caduti di Salò che l’amministrazione comunale di Seregno ha permesso che venisse apposta al cimitero, riuscendo in questi giorni anche “a catturare” e a consegnare ai carabinieri un 73enne antifascista seregnese (vedi Seregno, ha 73 anni l’imbrattatore della stele con i nomi dei caduti di Salò). L’eroica impresa del giovane aderente a una formazione che il giornale la Repubblica definisce come neonazista (vedi Milano, la guglia adottata dai neo-nazisti: ecco gli sponsor impresentabili del Duomo) sarà doverosamente celebrata sul Tg Web, organo ufficiale del comune di Seregno.

Walter Todaro, l’addetto stampa del comune, si è già prontamente aggiudicato lo scoop. 

In alcune ricorrenze Lealtà Azione organizza, sempre nei cimiteri, delle vere e proprie parate in stile militare, la cui simbologia e il cui significato sono evidenti.

Dal canto suo, il Comitato Carlo Borsani (intitolato alla memoria della medaglia d’oro al valore militare Carlo Borsani - 1941, fronte greco. Come amano ricordare i giornali locali e la testata giornalistica del comune di Seregno, vedi link, dimenticandosi però che Carlo Borsani non  è stato solo quello, ma fu gerarca fascista, firmatario del Manifesto sulla purezza della razza del 1938 e collaboratore di Avanguardia- Settimanale della Legione SS italiana) si definisce un comitato apartitico, ma non apolitico. 
Il Comitato invita, però, a partecipare alla fiaccolata che ogni 29 aprile, da qualche anno a questa parte, ricorda oltre allo stesso Carlo Borsani, Sergio Ramelli ed Enrico Pordenovi.

Quale sia il tenore di questa fiaccolata lo documenta bene un video de il Fatto quotidiano, dove si vede un capoccia che grida tre volte “Camerata Carlo Borsani!”, a cui i partecipanti alla manifestazione rispondono “Presente!”, facendo il saluto fascista.

Quando arriva la sera si accendono le fiaccole e si suonano i tamburi in una parata in “stile nazista” (leggi da l’Espresso, Camerati a Milano  e guarda il video della parata).

Norberto Bergna ha dichiarato ai giornali a proposito del posizionamento della lapide della RSI sul monumento ai caduti di Seregno: “ Finalmente ce l’abbiamo fatta! Grazie alla sensibilità dimostrata dall’amministrazione comunale, in particolare nella persona del vicesindaco Giacinto Mariani”.

Fatto confermato da Giacinto Mariani: “L’autorizzazione? É stata mia e gliela darei anche domani”.

Ma i rapporti tra l’amministrazione seregnese e Lealtà Azione non si limitano a questo scambio di riconoscimenti e paternità. 
Marco Tognini, l’ex commissario della Lega Nord di Seregno e molto vicino al sindaco Giacinto Mariani, tiene stretti rapporti con Lealtà Azione di Monza, con cui ha organizzato anche un convegno dal titolo Omofobia o eterofobia?
Tognini era anche presente all’inaugurazione della nuova sede di Lealtà Azione sempre a Monza (vedi Lealtà Azione inaugura la nuova sede).

D’altra parte Fausto Marchetti (di Lealtà Azione) che ama sfilare in formazione militare nei cimiteri lombardi (vedi foto sotto) è socio del pub-ristorante-sala scommesse Clash Stadium di Desio assieme all’ex assessore di Seregno Nicola Viganò (le cui simpatie per il fascismo non sono mai state nascoste), a Valerio Ciafrone (fratello dell’assessore Gianfranco Ciafrone), a un paio di soci dei ristoranti/locali di Giacinto Mariani (Molto e Mucho Mas) e insieme ad altri esponenti di Lealtà Azione quali Walter Di Lillo o vicini a quella organizzazione come Andrea Arbizzoni.

Dopo aver sdoganato le minacce di morte nel discorso politico (vedi "Giornalisti animali, dovete morire": le minacce del sindaco in Brianza ), Giacinto Mariani ha, dunque, fatto un passo ulteriore e ha regalato alla città di Seregno la lapide della RSI, in questo modo dando visibilità e agibilità istituzionale a una formazione politica neonazista (sempre secondo Repubblica).
Il fatto che, come i fascisti, Giacinto Mariani fosse assolutamente intollerante alla critica e alla normale dialettica democratica tra opinione pubblica e classe politica infonodo.org lo aveva capito già da un pezzo.

Per approfondimenti su Lealtà Azione si consiglia la lettura del sito Osservatorio sulle nuove destre.

Sul rapporto tra Hammerskin e ‘ndrangheta calabrese leggere invece l’articolo di Davide Milosa su il Fatto quotidiano Armi, politica, neonazi e strane veline: i vicerè della cocaina a Milano.

 

Monza - Processo Vivacqua. Radaelli: “Odio Giarrana ma non fino al punto di dire che ha ucciso Vivacqua”

di Pier Attilio Trivulzio

“In questa inchiesta ci sono zone d'ombra com'era piena di ombre la vita di Paolo Vivacqua che frequentava persone che lo volevano vivo quante altre che lo volevano morto”.

Nel processo al rotamat di Ravanusa, Monica Sala assiste Antonino Radaelli, l'ex camionista 54enne che, senza giri di parole, nel corso di dichiarazioni spontanee dice: “Odio Antonio Giarrana che ho conosciuto frequentando il bar di Desio dove tutti gli avventori sono di Ravanusa. Lo odio ma sono certo che con l'uccisione di Vivacqua non c'entra. Che è innocente come me”.

Odia Giarrana per averlo convinto ad andare a compiere una rapina nel box di Franca Lo Jacono. Avrebbero dovuto trovare una valigia piena di soldi, però quella sera del giugno di tre anni fa, le urla della vittima scatenarono la furia omicida e la consuocera di Paolo Vivacqua venne sgozzata con un cutter.

Radaelli e Giarrana sono stati condannati in primo grado a 30 anni.
Il 24 marzo 2014 nel carcere di Monza il maresciallo Antonio Fornaro e il brigadiere Pasquale Arciglione notificano a Giarrana e Radaelli l'ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip Alfredo De Lillo che li accusa “d'essere esecutori materiali dell'omicidio di Paolo Vivacqua in concorso con Salvino La Rocca, Diego Barba e Germania Biondo” nella quale è detto che “il 14 novembre 2011 i loro telefoni hanno agganciato celle di Desio e loro non ricordano né l'oggetto della conversazione né le azioni compiute quel giorno”.

“Nell'ordinanza è scritto che Giarrana e Radaelli (che non conosceva Paolo Vivacqua e non sa che la Lo Jacono è la consuocera - ndr), hanno pedinato la vittima e accertato i suoi spostamenti”.

“Ebbene, i tabulati telefonici non riscontrano agganci di celle identiche. In particolare nei dieci giorni prima dell'omicidio – argomenta con piglio deciso Monica Sala -. Ma c'è di più. L'ora dell'omicidio, stabilita inizialmente sulla telefonata di Lavinia Mihalache, era stata fissata alle 11.30. Ma quella chiamata non risulta proprio essere stata fatta. In base ai tabulati, il decesso dev'essere anticipato alle 10.55 perché Paolo risponde all'ultima chiamata alle 10.54. Si sente il rimbombo fisico della telefonata ricevuta quando è dentro l'ufficio. A quell'ora, il mio assistito Antonio Radaelli, dov'é? Il suo cellulare aggancia una cella che nulla ha a che fare con quella compatibile con l'ufficio di via Bramante d'Urbino. E' nella zona opposta, a Desio sud, quando alle 7 del mattino lo chiama Giarrana; alle 10.56 riceve una chiamata e non risponde.

L'aggancio è con una cella di Lissone; alle 11.13 Radaelli richiama il numero e aggancia la cella di via dei Mariani a Desio, vicina a casa sua. Idem alle 11.42.

E Gino Guttuso, fonte confidenziale che ha goduto di un trattamento di favore in questa inchiesta, e non capisco perché, dove si trova quel giorno? In tre mesi ha avuto 88 contatti con La Rocca, 18 con Giarrana e 3 con Barba. Il 14 novembre, alle 8.42 il suo cellulare aggancia la cella di via Bramante d'Urbino così come alle 16.21 e alle 16.22.

Attenzione – tiene a precisare il legale - sia chiaro, non vi sto dicendo che è stato Guttuso ad uccidere Paolo Vivacqua. Sto soltanto riferendo quello che risulta dai tabulati ed allora mi chiedo: perché a Guttuso nessuno chiede conto delle telefonate fatte la mattina dell'omicidio?

Guttuso conosceva Giarrana, ma non Radaelli.
Guttuso che ha un'enciclopedia di processo a Milano e a Monza anche per estorsione, è detenuto in carcere a Monza dal 10 ottobre 2012 fino al 18 ottobre 2013 parla è però esige che non venga fatto il suo nome. Sa perfettamente che se parla dal carcere esce soltanto orizzontale. Risultano 611 telefonate tra Radaelli e Giarrana, a loro viene chiesto di dire dov'erano e cos'hanno fatto il 14 novembre. Rispondono che non lo ricordano. E per questa risposta sono colpevoli? A Guttuso invece nessuno dice che c'è qualcuno che fa il suo nome, che lo coinvolge. Ha più indizi di Radaelli. Credetemi, io sono basita”.

Quaranta giorni dopo l'uccisione di Vivacqua viene arrestato dai carabinieri di Lissone il muggiorese Antonio Robertone, pregiudicato legato al clan Mancuso, che ha tentato un'estorsione a Giuseppe Vinciguerra, compaesano di Vivacqua che dal rotamat aveva rilevato la società Giada che in quattro anni aveva emesso false fatture per 184.858.488 euro. “Se volete sapere dell'omicidio Vivacqua – dice - seguite Quartararo di Muggiò”.

L'11 febbraio Quartararo viene chiamato. Gli dicono che una fonte lo coinvolge e lui risponde: “Io con l'omicidio Vivacqua non c'entro”. Ed esce di scena. Secondo il maresciallo Scalisi “Era una pista che non meritava d'essere seguita”. Vivacqua nel portafogli teneva un biglietto con appuntati i prestiti che faceva.

C'è il nome di Domenico “Mimmo” Zema, imparentato con Annunziato Moscato capo della Locale n'drangheta di Desio, i carabinieri di Monza che hanno la competenza per le indagini neppure lo intercettano.

Dispongono delle informazioni del colonnello della Gdf Marco Selmi che riferiscono della presenza di Carmi Mihalache a Carate nei giorni precedenti l'omicidio, hanno un'intercettazione dell'11 novembre tra Paolo e persona che deve installargli una telecamera nell'ufficietto e con la quale prende appuntamento proprio per il 14. Che indagini fanno i carabinieri?”

“L'informativa confidenziale del 24 luglio 2012 firmata dal maresciallo Cosentino dice che per l'omicidio Vivacqua è stata usata una pistola calibro 7,65 col silenziatore, segnala il box dov'è tenuto lo scooter, dice che i killer sono stati pagati...Eppure l'attività investigativa è limitata all'accertamento dei proprietari del box di via Forlanini a Desio: i genitori di Gino Guttuso. Che però non vengono sentiti, non vengono fatte intercettazioni. Niente per quanto riguarda le frequentazioni del soggetto. Sul fascicolo s'accumula la polvere... Fino al marzo 2013 quando il luogotenente Azzaro e il brigadiere Mosca redigono una loro informativa confidenziale dopo che Guttuso è stato chiamato in caserma a Desio per riferire quale persona informata sui fatti. In quell'occasione Guttuso dice tutto precisando però: “Io in quel periodo (novembre 2011 – ndr) Vivacqua non lo frequentavo”.

“La nota Azzaro-Mosca riporta il particolare della relazione tra Diego Barba e Germania Biondo che peraltro gli uomini dell'Arma di Desio ben conoscevano avendone parlato Gaetano Vivacqua nel corso dell'interrogatorio subito dopo l'uccisione del padre. L'arma non si trova? è stata buttata. E allora – chiede l'avvocato Sala - che motivo avevano i carabinieri di dire che c'era un'altra fonte? Quando poi lo stesso Azzaro ci dice che le fonti si sovrappongono. O meglio: che la fonte confidenziale è la stessa! Semplice: far emigrare a Desio l'inchiesta dei colleghi monzesi! Soltanto due mesi dopo iniziano le intercettazioni a Guttuso, viene fatto un sopralluogo al box ma nessuno si accerta se dentro c'è ancora lo scooter prestato la sera del 13 novembre 2011 e che gli è stato ritornato all'indomani con il nastro isolante sulla targa. Precisa che glielo ha restituito da Giarrana e con lui c'era Radaelli “se ne sono andati con una Panda di cui avevano le chiavi”.

“Di chi era la Panda? Guttuso é credibile quando dice queste cose? Aggiunge d'aver venduto lo scooter; in realtà il Kymco risulta ancora intestato a lui. Nessuno si è preso la briga di verbalizzare la moglie e i genitori del Guttuso”.

“Tra marzo-aprile 2013 mentre il processo Lo Jacono era in corso la parte civile chiede la sospensione – ricorda il legale -. Il pm Massen però non aveva alcun collegamento che legasse Giarrana e Radaelli all'omicidio Vivacqua e quindi si va dritti a sentenza”.

“Giarrana e Radaelli sono stati intercettati in cella per due mesi. Intercettati anche sul cellulare che li ha portati dal carcere in Procura per essere sentiti dalla pubblica accusa Donata Costa. Perché non portare anche Gino Guttuso che li accusa? Guttuso é il grullo che ha trasformato una tela del Botticelli appena abbozzata in un'accozzaglia di colori..”.
”Lo ha fatta diventare un Picasso”, interviene con una battuta il presidente Giuseppe Airò.

“E veniamo a Luigi Miniemi, teste della carta stampata. Quello che riferisce lo ha letto sui giornali. Unico particolare che non era di pubblico dominio è il colore dello scooter. Dice: è nero. Peccato fosse blu... E' soggetto con otto procedimenti ma lui ci parla soltanto dell'ultimo, quello per stalking. Dopo aver mandato la lettera alla Procura viene sentito dalla Costa per due ore e mezza il 10 aprile, ammette d'aver fatto l'informatore e chiede un aiuto. Due giorni dopo è trasferito, come da sua richiesta, a Pavia. Il 14 manda alla Costa una lettera che, particolare singolare, contiene copia datata 18 aprile “della lettera che – scrive - ho inviato al Santo Padre”.

Al termine dell'arringa di Monica Sala la pubblica accusa ha deciso di replicare.

“La fonte Azzaro non è la fonte Cosentino – precisa il Pm Donata Costa – Chiamai stazione e nucleo operativo di Desio e mi fu detto in modo inequivocabile: é una seconda fonte. Il 22 giugno nel mio fascicolo ho il report del colonnello Selmi. La fonte Selmi dice cose inverosimili sul movente. Preparo delega ai carabinieri chiedendo di approfondire, ho risposta tranchant: nessun riscontro. Primavera 2013, pista Lavinia Mihalache in stallo. Non ho niente se non la fonte dei carabinieri di Monza. A questo punto chiamo a Desio il capitano Pantaleo e dico: voglio approfondire la fonte Guttuso che è in carcere e tra l'altro ha precedenti per traffico di motorini rubati. Chiedo d'essere accompagnata. I confidenti mi piacciono ancor meno di quanto piacciano alle difese. Preparo la richiesta di intercettazioni per Desio chiedendo di mettere sotto controllo anche Gino Guttuso e Attilio Cascardo che era stato ingaggiato dalla Biondo per sorvegliare l'ex marito. Scrivo un secondo decreto affinché mi riferiscano sulla compatibilità del sistema Sfera rispetto alle persone già intercettate, alle ambientali, alle intercettazioni in carcere. Faccio anche riferimento allo scooter avendo già avuto precedente informazioni sul box di via Forlanini. Mi arrivano telefoniche che portavano a Quartararo di cui io non sapevo. Avevo due persone, Giarrana e Radaelli per l'omicidio Lo Jacono e i colloqui in carcere tra Giarrana e il fratello. Il 27 giugno acquisisco dalla collega Massenz (pm del processo Lo Jacono – ndr) una perizia più completa sulle intercettazioni. Metto assieme sospetti e mancate giustificazioni e risento come indagati gli intercettati senza dare elementi. Ecco perché prima li ho intercettati e poi li ho sentiti.
Quando a dicembre 2013 deposito la mia informativa conclusiva mi rendo conto che devo sentire Gino Guttuso. Ciò avviene il 27 gennaio, è tutto verbalizzato. Gli contesto la telefonata del mattino e altre chiamate e lui mi da una sua altra versione che ho ritenuto credibile. E' l'unico che mi ha dato una versione credibile anche per una visione di lettura delle intercettazioni con riferimento alla riunione preparatoria dell'ottobre 2011 a casa di Giarrana. Lo ha fatto rendere credibile sul fatto che i partecipanti alla riunione non avrebbero compiuto una rapina”.

“Non ho parlato di incuria nell'indagine – tiene a precisare l'avvocato Sala - non l'ho detto, così come non ho detto che Guttuso è la fonte Cosentino. E' fonte che non conosco”.

Presidente Airò la rassicura: “In Camera di consiglio la fonte Cosentino proprio non la tratteremo. Anche perché non l'abbiamo”.

“Quello che ho detto nella mia arringa – conclude la Sala, difensore di Radaelli – è perché è stata fatta indagine sui cinque imputati e non su altri”.

Pubblica accusa Donata Costa: “Dovremo fare un rinvio formale per le repliche”.

L’avvocato Alessandro Frigerio difensore di La Rocca: “La telefonata delle 11.30 fatta da Lavinia Mihalache che ci è stata venduta come certezza, è invece una probabilità”.

Salvo imprevisti legati allo sciopero degli avvocati il 3 dicembre altre repliche e quindi Camera di consiglio per la sentenza.
 

Monza - Omicidio Vivacqua. L'avvocato Cacciuttolo: "Il killer ha atteso nascosto nell'ufficio"

di Pier Attilio Trivulzio

“Il killer attendeva Paolo Vivacqua dentro l'ufficio. Lo attendeva nascosto dentro lo sgabuzzino che fungeva da bagno. Ha sparato 7 colpi, l'ottavo bossolo è stato rinvenuto proprio in quel minuscolo locale. Sette colpi di pistola calibro 7,65 sparati orizzontalmente. Dal basso verso l'alto. Ce lo dice la relazione del dottor Zoia: “I colpi hanno un andamento orizzontale, come fossero frecce”. Paolo era alto 1,65, il killer non era più basso di Paolo. Ha sparato dallo sgabuzzino a cui si accede scendendo tre gradini. Si é trattato di una vera e propria esecuzione”.

“Il killer ha sparato a Vivacqua quand'era seduto o in ginocchio – aggiunge Manuela Cacciuttolo, Perry Mason in gonnella che difende Germania Biondo –. Guardando le foto si vede la polvere sui pantaloni all'altezza delle ginocchia. E' stata un'esecuzione a tutti gli effetti. Paolo Vivacqua era diventato ingestibile e per questo andava eliminato”. Alle 18.28 di quel 14 novembre 2011 la compagna di Paolo, Lavinia Mihalache parlando al telefono con Mariana Rusnac dice: “Lo aspettavano lì dentro”.

Già, ma se il killer era dentro l'ufficio, chi gli ha consegnato le chiavi?
Dopo che ad agosto, in vacanza Sicilia con Lavinia qualcuno aveva crivellato di colpi la sua Bmw - forse in risposta al fatto che Vivacqua voleva assoldare un killer per far tacere per sempre un compaesano - il rotamat di Ravanusa aveva cominciato a temere per la sua vita.
Rientrato in Brianza, da operai di una ditta di Domenico Zema aveva fatto murare una cassaforte nell'ufficietto. E ai primi di novembre ad Angelo Bottaro aveva chiesto di cambiargli le serrature. L'8 novembre Paolo comunica infatti il cambio di chiavi dell'ufficietto di Desio all'avvocato Loreno Magni e a Stefano Monzani (ex sindaco di Roncello a cui aveva prestato denaro e con cui Paolo aveva costituito alcune società in Inghilterra- ndr). Il giorno dopo informa anche il suo braccio destro Enzo Infantino. Acquista una sofisticata apparecchiatura che gli consente di registrare le conversazioni che avvengo nell'ufficietto e fuori dallo stesso. Fa le prove di funzionamento il 12 novembre con l'amico Salvatore Grasta che ne parla in aula e dice che davvero funzionava. Peccato però che l'apparecchiatura trovata é mancante della indispensabile sim. E' forse l'unica cosa che il killer si è portato via? “Non la catenina d'oro, l'anello o i soldi – dice la Cacciuttolo -.Il killer uccide e non cerca nulla. La scena del delitto è intonsa”.

E poi si chiede il legale: “Paolo era in piedi o seduto sulla sedia-poltrona? La pubblica accusa ci ha detto che la sedia è stata spostata. Dalle foto si vede che esiste un'unica poltrona ed è dietro l'altra scrivania. Quindi manca la sedia! Forse la sedia mancante è stata utilizzata dal killer per sparare? E poi portata via dello stesso? E' credibile che si sia allontanato in scooter portandosi via la sedia? Questo particolare ci porta a dire che non esiste alcun riscontro rispetto a quanto dice l'accusa, che Giarrana e Radaelli sarebbero arrivati in scooter. Quello scooter che gli operanti neppure sono andati a cercare, limitandosi a fare una ricerca anagrafica sul box appartenente ai genitori di Gino Guttuso.

“La Polizia giudiziaria ha lasciato troppe cose al caso. Non sono state rilevate impronte nell'ufficietto per scoprire se c'erano peli o capelli magari nello sgabuzzino del bagno, caso mai il killer si fosse lavato le mani...Ci hanno detto che in quell'ufficio entrava troppa gente. Sul cellulare di Paolo ci sono macchie bianche e anche una scarpa ha la suola imbiancata. Dell'auto non sono state fatte foto e neppure sono stati fatti rilievi. E' la stessa Bmw contro cui erano stati sparati colpi ad agosto. Ma nessuno degli operanti sapeva di quant'era accaduto in Sicilia. La pubblica accusa ci ha detto che le indagini sono state fatte a 360 gradi. E' un bene che per un anno e mezzo sia stato fatto il dibattimento perchè ci ha fatto capire che i cinque imputati sono innocenti. Sono soltanto le fonti confidenziali a dare la pennellata di colore all'inchiesta. Il pubblico ministero deve sostenere il grande buco dell'inchiesta: quel giorno Vivacqua é stato lasciato solo e quindi Calogero Licata Caruso ed Enzo Infantino andavano indagati in concorso per l'omicidio di Paolo”.

Il legale arringa la Corte chiedendo: “Perché sono saltate le coperture di Paolo? Come faceva la Biondo ad attuare l'omicidio dal momento che non risulta alcun contatto telefonico con gli imputati? L'inchiesta della Procura é non corretta, miope e parzializzata. Le intercettazioni non possono essere considerate prove. In quanto alle conversazioni dei fratelli di Lavinia, Carmi e Laurent sono incomplete. Le fonti Gino Guttuso e Luigi Miniemi non sono né un riscontro né una prova. I due non sono testi dell'omicidio Vivacqua. In quanto a Miniemi dovrete chiedervi perché decide e cosa lo spinge a parlare col magistrato. E' soggetto che sceglie di salire “sul treno che passa”.

Due giorni dopo che la Procura di Sondrio gli commina una condanna per stalking scrive alla Procura di Monza e poi chiede alla dottoressa Donata Costa di avere benefici. E' dopo che il 7 aprile i Tg parlano degli arresti per l'omicidio di Vivacqua, tramite il suo avvocato chiede d'essere sentito: “Sono qui per parlare del Berlusconi di Ravanusa chiedo di poter avere uno sconto di pena”. C'è un unico filo che lega quanto dicono Guttuso, Miniemi e Giuseppe Nappa. Tutti e tre parlano di Paolo Bevilacqua o Bevacqua. Si sono parlati o qualcuno li ha indotti? La prova regina che Antonino Giarrana non c'entra nulla con l'omicidio Vivacqua sono le intercettazioni in cella del 27 giugno e 19 luglio 2013 con Giarrana che dice: “Io con questo omicidio non centro niente”.

Ed anche quelle del successivo 24 luglio con Miniemi che parla con Giarrana e questi gli dice: “Io quel giorno non c'ero proprio”.

Ci prova la pubblica accusa a dire a Giarrana di confessare anche l'omicidio Vivacqua dopo aver ammesso che era con Antonio Radaelli nel box di Franca Lojacono, consuocera di Vivacqua, uccisa con un cutter sette mesi dopo l'omicidio del rotamat. “Confessi – dice la Costa – le danno 17 anni e tra un paio d'anni è fuori”.

Vi invito – continua la Cacciuttolo rivolta alla Corte - a non utilizzare dichiarazioni di Gino Guttuso che, come aveva detto nella sua arringa la parte civile Franco Gandolfi avrebbe dovuto essere indagato come sospetto concorrente del reato o come fiancheggiatore e comunque doveva essere sentito con tutti i crismi: alla presenza del difensore. E sempre relativamente a questa fonte confidenziale le minacce da lui ricevute le notte dell'aprile 2014 sono dovute a droga non pagata. Il fatto che si sia rivolto ai carabinieri denunciando l'aggressione potrebbe anche essere un diversivo per coprire, data l'ora tarda, l'obbligo di residenza impostogli e la paura di finire nuovamente in carcere.
Quella notte Guttuso non sapeva neppure come si chiamasse. Né il Gip né il Pm hanno deciso di accusarlo di falsa testimonianza nonostante il 7 gennaio dice di non saper nulla dell'omicidio Vivacqua, il 27 marzo ribadisce di non sapere nulla e che neppure conosceva Vivacqua e poi dichiara che “a casa di Giarrana la Biondo non c'era e che non ha mai avuto contatti con Giarrana” e però diventa credibile quando rivela della riunione ad ottobre 2011 in casa di Giarrana dove viene discusso il progetto di una rapina a Paolo Vivacqua.

“Donata Costa che in questo processo rappresenta la pubblica accusa il 13 luglio ha detto: “Quanto dichiarato da Lavinia Mihalache è tutto vero”. Cosa sappiamo di quel 14 novembre? “Quella mattina Lavinia voleva andare con Paolo che però non l'ha voluta” apprendiamo da una conversazione del 22 novembre. Lavinia ha detto d'aver chiamato alle 11,30 Paolo e di non aver avuto risposta. Dai tabulati non risulta alcuna chiamata sui due cellulari 372xxx e 356xxxx di Paolo. Anche il tenente Valentina De Sanctis della Guardia di finanza lo conferma. Probabilmente aveva un'altra utenza. Il maresciallo Martella e Antonio Vivacqua ci hanno detto che Paolo spesso cambiava telefono.

Né il maresciallo Azzaro né Fornaro (carabinieri a Desio – ndr) s'accorgono che non ci sono riscontri che confermano la chiamata di Lavinia il mattino dell'omicidio. Aggiungono che per Lavinia non è mai stato fatto un controllo col sistema Sfera sulle celle agganciate.

“Perché Lavinia decide di andare a cercare Paolo a Desio e non alla FV Metalli a Gessate o al capannone della Royal Aste a Sesto San Giovanni? Quella mattina si erano lasciati da appena un'ora e Lavinia lo cerca, perchè? Il sospetto è che sia andata in quell'ufficio per costituirsi un alibi. Pensava di trovare Paolo con una donna. Arriva a Desio con l'amica Mariana Rusnac che lavorava nel bar di Muggiò di Mario Infantino, dopo le 15 ed è molto agitata. Ha cominciato ad agitarsi quattro ore prima, da dopo quella chiamata senza risposta che però non risulta mai fatta. “Sono arrivata al parcheggio, ho visto la Bmw e ho detto a Mariana: è qua. La tapparella dell'ufficio era alzata. Mi sono alzata in punta di piedi per guardare dentro” dice a Genny nel corso di una telefonata del 15 novembre alle 6 del mattino. Sospettava veramente che Paolo fosse in compagnia di una donna o voleva sincerarsi che quello che doveva essere fatto era stato fatto? Lavinia ha mentito sulla telefonata del mattino, mente anche quando dice di non conoscere l'anziano che stava davanti all'ufficietto di Desio.

Lo prova la telefonata alle 4.05 del mattino (15 novembre) col fratello Carmi. “Ero in ufficio, ero con lui (Paolo – ndr) e arrivato TITU, non aveva telefono e allora gli ho prestato il mio, è lui che ha chiamato l'ambulanza”. Mezz'ora prima di questa conversazione Lavinia aveva chiamato il fratello Laurenti negli Stati uniti per chiedergli il numero di cellulare ucraino di Carmi. “E' stata la mafia a sparare a Paolo”, dice Laurenti. “Non parlare, nessuno sa niente, capisci cosa intendo?” lo zittisce brusca Lavinia. Insiste Laurenti: “Quel romeno che lavora...Chi c'era nel cortile...chi c'era nel cortile dell'ufficio?”. Come fa il fratello americano a sapere che una persona era fuori dall'ufficietto di Desio? Anche Salvatore Grasta sospetta di Lavinia: “Come faceva lei a sapere che Paolo era là, a Desio?”.

Giusi, segretaria di un'agenzia di viaggi della Sicilia che conosceva bene Paolo lo chiama tra le 10.15 e le 10.30 del giorno dell’omicidio. “L'ho sentito preoccupato, spaventato. Ti chiamo dopo, ho gente...”racconta. Altre chiamate non hanno avuto risposta.

Se Paolo è stato ucciso attorno alle 10.50 , come è possibile che il cellulare agganciasse cinque celle diverse? Forse ha camminato il cellulare? O forse hanno portato in giro il cadavere?

Dopo la vacanza in Sicilia nell'agosto 2011 e i colpi di pistola contro la Bmw. Confida alla compagna: “Piuttosto che succeda qualcosa ai miei figli preferisco affrontare io le cose”.
Il 16 ottobre, un mese dopo aver incassato i 5,1 milioni di euro da Bricoman, un mese prima dell'omicidio, riferisce a Lavinia: “Mi hanno detto una cosa: qualcuno voleva farmi una rapina”. E quindi pensa ai sistemi di sicurezza per l'ufficio e cambia anche le sue abitudini: quando ci va per appuntamenti sceglie il pomeriggio, non più la tarda mattinata. Eppure il killer lo ha aspettato dentro l'ufficio di lunedì mattina…

Paolo Vivacqua si era stancato di Lavinia. Nel 2010 voleva licenziarla e tornare con Germania Biondo. E' allora che sentendosi crollare il mondo addosso la rumena decide di fare un figlio...Tra luglio e ottobre 2011 i rapporti diventano tesissimi. Le dice: “Ti devi allontanare da Desio prostituta che non sei altro. Non vengo neppure a casa”. E lei: “Allora torna da lei (da Germania – ndr)”. Paolo: “Mi lasci il bambino. Te lo prendo io. Ti tolgo casa, soldi. Ti lascio col culo per terra”.

Lavinia: “Quando ti metterò le mani addosso ti lascerò senza respiro”.

Ha paura di Lavinia anche Elena Pricop, domestica di casa Vivacqua. “Ti ho detto che ho paura di te non della legge” dice alla compagna di Paolo il 20 novembre.

“Io questa (Pricop – ndr) la seguo fuori di casa e l'ammazzo”, sibila al telefono Lavinia a Mariana Rusnac. La Pricop sapeva che il sabato precedente l'omicidio Carmi Mihalache era ospite a Carate ed aveva fissato alcune camere in un costosissimo hotel per alcune persone che venivano dall'America con cui doveva trattare (con Paolo? ) un grosso affare. Paolo aveva costituito alcune società negli Usa: la Ben Merchant Holding Corporation ad Albany che ha il ravanusano Antonio Di Salvo come rappresentante societario.

Conversazione ambientale del 14 ottobre 2011 tra Carmi Mihalache e Paolo Vivacqua.
Carmi: “Se tu rompi (con Lavinia – ndr) non funzionerà“.
Paolo: “Lei vuole l'auto, la casa, 400mila euro..più 430mila euro per il rogito..Le ho lasciato 300mila euro. Be', dovesse succedermi qualcosa....”.

Ultimamente Paolo trascurava Lavinia e lei lo sapeva. Era stata vista in giro a Carate con un occhio nero. L'aveva lasciata anche senza soldi. Salvo prestare 100mila euro al fratello Carmi che voleva comperarsi un escavatore. Agli atti ci sono due telefonate e un sms dove Lavinia chiede a Carmi “le coordinate del conto corrente di Paolo in Svizzera e ragguagli sugli investimenti in Romania”.
Nel corso del dibattimento il teste Martella della Guardia di finanza di Gorgonzola riferisce di una conversazione “tra Carmi e Paolo che gli dice d'aver lasciato 300mila euro a disposizione di Lavinia in Sicilia”.

Vivacqua esibiva rotoli di banconote, occultava i soldi nei posti più impensati. Un sacchetto con 450mila euro è stato visto da Salvatore Grasta nascosto tra la legna della casetta-box di Carate. Lavinia ha dichiarato di non sapere nulla di quei soldi. Di non essere scesa nel box quei giorni e però conferma che spesso Paolo portava a casa somme ingenti.

Il 10 gennaio Mariana Rusnac dice a Lavinia: “Sai, vai giù, magari Paolo ne ha messi tanti: 100, 250mila tra quella legna o anche un milione in casa. Un sacchetto pieno. Sai quello che devi fare se succede qualcosa”.

Paolo Vivacqua ha prestato somme importanti a persona indagate per associazione di stampo mafioso ma gli inquirenti non hanno indagato a fondo. Così come non hanno indagato nel settore dei rifiuti dove Paolo stava per realizzare in Sicilia un ambizioso progetto da 80milioni di euro acquistando nel bresciano un impianto che trasformava in petrolio i rifiuti, o nel settore dell'acqua potabile.

C'è poi una strana analogia tra Paolo Vivacqua che sente d'essere in pericolo e Massimo Pirovano, architetto ed ex consigliere comunale titolare di una società immobiliare in rapporti d'affari con Vivacqua per un terreno di via del Pozzone a Carate accanto alla costruzione di Bricoman.

Su quel terreno Vivacqua vuole costruire appartamenti. Pirovano e i soci vogliono invece realizzare un edificio commerciale. Pirovano ha venduto a Paolo l'appartamento nel condominio “La Favorita” di Carate dove abita con Lavinia.

Il giorno dopo l'omicidio di Vivacqua, Pirovano lascia in cassaforte uno scritto: “Nel caso dovesse succedermi qualcosa..Ho versato 180mila euro in contati ad un politico per la trasformazione di un'area edificabile grazie a un Santo in paradiso.”.
Il documento viene sequestrato dal pm Donata Costa. Pirovano patteggia la pena. Era uno dei soci della “cooperativa” -così la definiva Vivacqua - di Carate Nostra a cui pagava in nero mazzette per trasformare terreni agricoli in edificabili.

Germania Biondo che aveva sposato Paolo Vivacqua dopo la fuitina, quando ancora era minorenne nel corso delle sue spontanee dichiarazioni tra lacrime e singhiozzi ha confessato d'aver messo Paolo alla porta ma d'averlo sempre amato. “L'avrei ripreso se avesse lasciato la compagna di cui si era stancato perché lo amavo e lo amo”.

Ha confessato d'aver avuto una relazione con un pakistano. “Mi faceva star bene”. Con Diego Barba soltanto una bella e lunga amicizia. Ed in quanto ai soldi per aprire la cartoleria li ho avuto da Mimmo Savarino, non da Barba.

Per lunedì 16 novembre, è fissata l’arringa di Monica Sala, avvocato di Antonino Radaelli; il 23 o il 30 novembre la sentenza.

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