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Seregno - 'Ndrangheta. Revocata la licenza a Tripodi, smarrimento tra i tripodisti


Il centrodestra si chiude nel silenzio stampa, qualcuno sostiene che si tratti di omertà

di k.ts.
 

Il comune di Seregno, su invito della Prefettura di Monza, ha emesso  le ordinanze di revoca delle licenze commerciali di due locali di Seregno, "per pericolo di infiltrazione mafiosa".

Si tratta del bar La Torrefazione di Corso del Popolo, rilevato poco più di un anno fa da Maria Marano, moglie di Giuseppe Pensabene, condannato a 15 anni di reclusione, considerato capo reggente della locale di ‘ndrangheta di Desio (dopo l’arresto di Candeloro Pio) e a capo del sodalizio mafioso smantellato dagli inquirenti con l’operazione Tibet in cui si scoprì l’esistenza di una vera e propria banca della ‘ndrangheta a Seveso.

Il secondo locale è il bar panetteria Tripodi Pane & Caffè di piazza Vittorio Veneto, gestito dalla famiglia Tripodi, tra i cui membri c'é anche Antonino Tripodi, arrestato nell’operazione Infinito e condannato per possesso e detenzione di armi.

L’intervento della Prefettura é ascrivibile alle normali procedure di autorizzazione antimafia a cui le nuove attività commerciali sono sottoposte.
Nel caso de La Torrefazione, si tratta appunto della nuova attività della sig.ra Marano che ha acquistato il bar La Torrefazione dal predente proprietario nel dicembre del 2014: per quanto riguarda Tripodi Pane & Caffè, invece, si tratta di un subentro delle licenze commerciali della ditta individuale di Tripodi Giovanni (padre di Antonino), da parte della Tripodi srl che vede come soci lo stesso Giovanni Tripodi, la moglie Teresa Crea, i figli Antonino e Isabella Tripodi, e il nipote Andrea. Il subentro é stato registrato nel gennaio del 2015.

Ad un anno di distanza la Prefettura ha dato il responso e ha chiuso entrambe le attività commerciali ai sensi del Codice delle leggi antimafia approvato nel 2011.

Nulla è stato invece fatto in questi anni da parte degli amministratori del comune di Seregno che non solo hanno continuato a considerare valide le autorizzazioni rilasciate alla panetteria Tripodi - anche dopo l’arresto di Antonino Tripodi e la sua condanna - ma, anzi, hanno frequentato la panetteria, dal settembre 2013 diventata bar panetteria, organizzandovi all’interno anche appuntamenti elettorali.

Nel maggio 2014, l’allora sindaco Giacinto Mariani, impegnato nella campagna elettorale per il parlamento europeo dove era candidato, ha girato parte del suo spot elettorale proprio nella panetteria Tripodi, cosa di cui avevamo scritto in un precedente articolo.
Ai tempi, la questione non é stata, però, ritenuta interessante né dalla stampa locale né dalle forze politiche.

Nel dicembre del 2014, dopo molto ostruzionismo da parte dell’allora sindaco, un redattore di infonodo é riuscito a chiedere a Giacinto Mariani perché avesse deciso di legare la propria immagine elettorale a un locale gestito da un famiglia in odore di mafia.

La risposta dell’amministratore e pubblico ufficiale Giacinto Mariani é stata: “ E’ una panetteria come tutte le altre, è una famiglia come tutte le altre che ha una regolare attività sul territorio”. Vedi video.

Il tutto mentre pezzi dello Stato, Magistratura e forze dell’ordine, scrivevano e scrivono sentenze e ordinanze di tenore completamente diverso.

Basta leggersi la recente ordinanza sugli arresti di Ignazio Marrone e Arturo Sgrò che cita una sentenza della Corte di Cassazione su un troncone del processo Infinito.

La cosca desiana inoltre ha nelle sue disponibilità armi da fuoco pronte all’uso. Le armi costituiscono un aspetto non secondario della potenzialità criminale, in quanto consentono al sodalizio di contare in ogni momento in uno strumento tra i più incisivi per consolidare il proprio prestigio criminale, sia sotto il profilo generale che in concreto per convincere qualche recalcitrante a sottostare ai voleri e agli interessi della cosca stessa. L’attività di indagine ha infatti portato al sequestro di armi esplosivi all’interno del box di TRIPODI Antonino, nipote di PIO Candeloro (ha sposato PIO Francesca, figlia di PIO Alfonso fratello di PIO Candeloro). Intanto il TRIPODI, oltre che legato da vincoli di parentela con appartenenti alla cosca, mantiene contatti con numerosi associati quali lo stesso PIO Candeloro, SGRO’ Giuseppe, uomo di fiducia del PIO, SGRO’ Eduardo Salvatore, fratello di Giuseppe ed i fratelli POLIMENI Giuseppe e Candeloro, quest’ultimo referente e portavoce ufficiale di MOSCATO. Il box in questione si è immediatamente presentato come luogo a disposizione della cosca per occultare armi o droga; le procedure di avvicinamento al box che prevedono un primo contatto telefonico e poi l’apertura “in sicurezza” del cancello, una volta verificata l’assenza di pericolo di intrusione di “estranei” (rectius Forze dell’Ordine); a questa procedura sottostà anche PIO Candeloro il quale si deve recare nel box per visionare qualche cosa ivi ricoverata. La persona del TRIPODI é in possesso di tutte le caratteristiche per svolgere la funzione di custode delle armi della cosca: è soggetto incensurato e fino a quel momento sconosciuto alle forze dell’ordine - é titolare, inoltre, di un panificio quindi con attività del tutto regolare. L’ipotesi investigativa diventa realtà evidente attraverso il sequestro delle armi avvenuto il 23 febbraio del 2009 ad opera dei CC N.O. di Desio”.

Quando i carabinieri intervengono nel box di Antonino Tripodi sequestrano: “Un revolver marca Astra mod."Cadix", calibro 38 Special, avente matricola abrasa; una pistola semi-automatica "Glock" mod."19" calibro 9 X 21 (rubata); una pistola semi-automatica "Colt" modo "Govemment" cal.45 "ACP" (rubata); un fucile sovrapposto da caccia calibro 12 marca "Pietro Beretta" avente canne mozze e calcio tagliato con matricola abrasa; tre saponette di esplosivo TNT, sei micce per accensione a lenta combustione, otto inneschi detonanti a fuoco, un innesco detonante elettrico completo di cavo elettrico, un innesco temporizzato completo di timer”, oltre a munizioni di vario calibro.

Oppure leggere la sentenza di primo grado del Processo Infinito che condanna Antonino Tripodi a 5 anni di carcere: Tripodi Antonino, detto Nino, è un soggetto incensurato, titolare, insieme al padre, di un panificio a Seregno, presso il quale all'epoca dei fatti svolgeva effettivamente attività lavorativa. [...]
La madre di Tripodi, Crea Teresa, è sorella di Crea Paolo, menzionato quale capo locale di Desio, nella sentenza emessa dal Tribunale di Milano in data 21 ottobre 1997 a conclusione del processo denominato "l fiori della notte di San Vito, ed è nipote della moglie di Pio Domenico (condannato a 16 anni di reclusione, locale di Desio - ndr)”.

Sono passaggi dell’attività giudiziaria e investigativa che l’ex sindaco di Seregno e attuale vicesindaco, Giacinto Mariani, ha deliberatamente e colpevolmente ignorato, pur conoscendoli.

L’attuale sindaco ed ex assessore Edoardo Mazza non ha voluto essere da meno e nel maggio del 2015 durante la sua campagna partecipa un aperitivo elettorale di Forza Italia nella panetteria Tripodi in compagnia di Stefano Gatti (consigliere comunale di Forza Italia in carica) e del vicepresidente di Regione Lombardia, Mario Mantovani, poi arrestato per tangenti.

Quando Alessandro Bartolini, giornalista de il Fatto quotidiano, chiede lumi a Mazza, la risposta dell’attuale sindaco è in linea con il suo predecessore: “Vengo spesso qui a prendere il caffè, è proprio dietro il mio studio legale. So che Tripodi è stato coinvolto nell’indagine Infinito ma non mi crea nessun problema politico sapere che nel suo locale è stato organizzato un rinfresco” (vedi Seregno: in Brianza campagna elettorale di Fi nel bar dell’armiere dei boss).

Sempre in campagna elettorale, il 26 maggio 2015 arriva Maroni e Seregno: mezza sezione della Lega Nord lo aspetta prendendo un aperitivo da Tripodi e mettendosi in posa.

Nella foto Alberto Cantù (consigliere comunale), Alberto Peruffo (consigliere comunale), Cristian Missaglia (consigliere di amministrazione di AEB, municipalizzata del comune di Seregno), Maria Cadorin (assessore alle attività produttive e commerciali), Marco Tognini commissario per due anni della sezione, da quando cioè sette consigliere della Lega Nord di Seregno si dimettono a seguito della vicenda +Energy che vedeva coinvolto Giacinto Mariani come socio occulto. +Energy che é bene ricordarlo aveva stretto un rapporto commerciale esclusivo con la Simec, poi sequestrata dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere perché in mano alla criminalità organizzata campana.

Il 15 giugno 2015, alla fine del ballottaggio che ha visto prevalere Mazza sul candidato del Pd William Viganò, Giacinto Mariani si é poi coerentemente lasciato andare a minacce di morte in puro stile mafioso all’indirizzo del nostro collaboratore che qualche mese prima aveva osato porre la domanda sull’opportunità di girare il suo spot elettorale nella panetteria Tripodi.
Vedi video.

Quando, poi, il 2 luglio del 2015, in occasione dell’insediamento del nuovo consiglio comunale, il giovane consigliere del PD, Leonardo Sabia si era permesso di intervenire in questo modo:
Se da una parte ci sono ragioni che riguardano i sospetti mai fugati, mai allontanati da chi aveva questa responsabilità, dall’altra parte c’è un clima generale, c’è un’atmosfera di omertà diffusa, c’è un’atmosfera da, le famiglie sono tutte uguali, le famiglie non sono tutte uguali, le famiglie come chi fa politica, come chiunque, si prendono delle responsabilità e reagiscono in base a quello che fanno, alle responsabilità che hanno e come se le prendono e come le portano avanti, le famiglie, le persone non sono tutte uguali, e questo è ora di iniziare a ricordarlo e a dirlo a voce alta, a partire da questo Consiglio Comunale”.

La pronta risposta dell’ex assessore ed attuale consigliere comunale della Lega Nord, Flavio Sambruni, era stata di questo tenore:
Mi dispiace vedere ancora, per lo meno, che si ricomincia subito a rivangare questi episodi,
guardi io nel bar delle famiglie come le altre, ci sono andato anche io! E allora che faccio? Sono andato anche io e più di una volta in questa campagna elettorale, senza nessunissimo
problema, senza nessunissimo problema, ho preso anche io i pasticcini, sono buoni, questo fa
di me una persona particolare? Ma voglio sperare che lei non voglia dire questo, così come
voglio sperare che lei non pensi questo di tutti i cittadini che vanno in questo bar a prendere i pasticcini a mangiare la focaccina buona”.

Insomma, con varie gradazioni che vanno dalla connivenza alla pura e semplice imbecillità, tra i tripodisti in consiglio comunale possiamo annoverare: il sindaco, il vice sindaco, un assessore e quattro consiglieri comunali, mentre è incerta la collocazione di Francesco Gioffrè, consigliere comunale di Forza Italia, che i Magistrati hanno indicato con un atteggiamento al limite della connivenza con la ‘ndrangheta.
Perché nel suo caso la vicinanza era con il clan Cristello e quindi non sappiamo se si possa inserire tra i tripodisti o tra i cristelliani, e non vorremmo fargli uno sgarbo collocandolo nella corrente sbagliata.

Al momento le uniche reazioni raccolte all’interno del centrodestra sono quelle del sindaco Mazza che quasi a scusarsi ha dichiarato in merito alle ordinanze di chiusura dei bar di Pensabene e Tripodi: “Come Amministrazione comunale non abbiamo potuto far altro che notificare gli atti. Dovevamo fare di conseguenza, ad un atto interdittivo di un ente superiore”.

Desio - Ignazio Marrone, lo sfasciacarrozze siciliano al servizio della 'ndragheta

di Pier Attilio Trivulzio

“La perquisizione a Ignazio Marrone? Credo che nemmeno per Totò Riina ci sia stato un così importante spiegamento di forze!”, racconta Franco Gandolfi (nella foto), legale dell'imputato. “E' durata quattro giorni. Da Roma è arrivata a Desio una squadra speciale, vi hanno preso parte carabinieri, artificieri, pompieri e un'unità cinofila. Hanno rivoltato il capannone della ditta come un calzino e con un buldozer scavato fino in profondità un campo vicino dove Marrone tiene i cavalli. Forse pensavano di trovare un bazooka o un carro armato. Cos'hanno trovato? Soltanto una scacciacani che hanno lasciato nella disponibilità del mio cliente e alcuni proiettili marca Fiocchi”.

L'avvocato definisce “esagerato” sia lo spiegamento di forze sia le 480 pagine dell'ordinanza firmata dal Gip Carlo Ottone De Marchi “che per motivare l'arresto ripercorre – dice - dieci anni di vita del mio assistito (e di Arturo Sgrò, chirurgo plastico impiegato presso l'Ospedale di Niguarda a Milano, cugino di Giuseppe ed Edoardo Salvatore in carcere dal 2010 a cui faceva arrivare aiuti economici – ndr) partendo dall'indagine Infinito già andata a sentenza con una condanna per lui di due anni per il possesso di un'arma. Ha fatto 19 mesi nel carcere di Opera in cella assieme a personaggi di spicco della 'ndrangheta – aggiunge -. Per dieci anni, dal momento che anche quando era in carcere ogni parola veniva registrata, Marrone ha avuto nelle orecchie le microspie della DDA...”.

“Il Gip definisce fortino della n'drangheta la ditta di Ignazio Marrone – argomenta il legale -. Ben lo sanno i carabinieri di Desio che ha subito furti e attentati, gli hanno bruciato i cavalli e fatto scoppiare una bomba che ha causato ingenti danni ed è allora che l'assicurazione gli ha imposto allarmi e videocamere ai suoi 20mila metri quadrati. Per il Gip la ditta si è trasformata in un fortino che custodiva chissà quali segreti. Non siamo andati al riesame e però al processo queste cose le dirò chiaramente. Prima del 2010 a Ignazio Marrone la n'drangheta ha scucito soldi e questo lui, al processo l'ha detto. Che abbia qualcosa da farsi perdonare può anche essere vero, certo, la sua ditta era anche frequentata da balordi, che sia partecipe di un'associazione che lo taglieggia, francamente mi sembra stravagante”.

E però l'ordinanza parla chiaro. “Il 16 aprile 2014 – scrive il Gip - Marrone Ignazio aveva ricevuto una visita di Rugolino Francesco Gaetano figlio non riconosciuto di Iamonte Natale con il quale aveva discusso proprio di vicende legate alla detenzione di Iamonte Remigio detto “u' picciriii” figlio del boss Iamonte Natale classe 1927 detenuto presso la Casa Circondariale di Milano Opera con il quale Marrone Ignazio aveva condiviso un periodo di carcerazione ed al quale è talmente legato da commentare, nel corso di una conversazione con Rugolino Gaetano “...io...io...io non sono nessuno, loro non sono nessuno! Però non ammetto il nome di “Remigio” davanti... e con il nome di “Remigio” davanti ci vogliono persone”.

“Dalla conversazione ambientale si è potuto comprendere in modo chiaro che Rugolino Francesco Gaetano detto “Ciccio” - fratello di Iamonte Carmelo per via della madre Rugolino Maria Adelina che ha avuto una relazione con Iamonte Natale il quale ha riconosciuto come legittimo soltanto il figlio Carmelo – si è recato da Marrone per discutere di importanti “questioni di n'drangheta”, fatto che dev'essere necessariamente letto come un chiaro indice di appartenenza di Marrone Ignazio alla consorteria criminale in esame e nello specifico alla Locale di Desio, legata indissolubilmente alla famiglia Iamonte. Ma l'elemento maggiormente significativo è rappresentato dal fatto che Marrone, per sua stessa ammissione, aveva discusso della questione, prima ancora che con Rugolino direttamente con “Remigio”, ovvero con Iamonte Remigio importante esponente della famiglia Iamonte con il quale aveva espiato un periodo di detenzione a Opera e che aveva fornito in detto periodo a Marrone preziose informazioni relative agli assetti e agli equilibri della n'drangheta in Brianza”.

“Marrone Ignazio è talmente legato a Iamonte Remigio che non ammette che il suo nome venga invocato a sproposito e da persone che non sono all'altezza di spenderlo. E con riferimento all'importanza della famiglia Iamonte, Marrone aveva commentato con Rugolino Francesco Gaetano “il cognome Iamonte è, è reggente!...ha fatto smuovere il cognome vostro troppo!”. Rugolino: “Assai”.

Da quanto affermato in questa conversazione secondo il Gip “appare evidente che Marrone Ignazio era già all'epoca a completa disposizione degli esponenti mafiosi della Locale di Desio al cui vertice erano all'epoca Moscato Annunziato Giuseppe (capo della Locale), Minniti Nicola (contabile della Locale) e Pio Candeloro (vicario del capo della Locale). Per questi ultimi, Minniti e Candeloro, sia era in passato ampiamente impegnato facendo “prendere” a Pio Candeloro la somma di 200mila euro.. “Quando esce l'amico...anche fra cent'anni, quando esce Candeloro pure...poi ci sediamo...la tua famiglia e Candeloro...e poi lui ti...prende duecentomila euro... dalle persone qui, che glieli ho fatti prende io! E li po...e li deve dare tutti sopra il tavolino. Li deve mettere tutti qua, così”.

Insomma, il siciliano di Canicattì Ignazio Marrone aveva partecipato alla raccolta tra i compaesani siciliani di quei 200mila euro che servivano per pagare gli avvocati degli ‘ndranghetisti in galera.

Aveva quindi rivelato a Francesco Gaetano Rugolino della “riunione abusiva” della quale non era stato dato a conto “a quelli di sotto” ove era stato condiviso un “patto” al quale avrebbero dovuto “mangiare” solo quella della Lombardia.
Marrone: “Ti spiego, ti spiego. Quando c'è stata la riunione...inc...hanno fatto una riunione abusiva...fidati di me, compà! Loro hanno fatto tutto in Lombardia, senza dare conto a quelli di là sotto...volevano mangiare solo qua, loro!” Rugolino: “E allora?”. Marrone: “Ah, non lo capisci come...come è stato il patto?”: Commento di Rugolino: “so cazzi suoi quando escono!”
Secondo l'ordinanza Ignazio Marrone aveva frequenti rapporti con il costruttore Natale Moscato al quale dice: “Io a voi vi rispetto...fino alla morte”. Moscato era passato alla “Recupero e Demolizioni srl” di Desio per discutere di due appartamenti acquistati a Moggio in Valsassina dalla “Impresa Moscato sas” poi fallita. Per gli appartamenti Angelo Cattaneo, suocero di Ignazio Marrone, aveva dato un anticipo di 10mila euro e però il rogito non era stato possibile farlo perché nel frattempo essendoci stato il fallimento era intervenuta la banca che aveva pignorato la casa.

A Natale Moscato, Marrone, appena uscito dal carcere aveva dato altri 10mila euro “Ne ha comprate due, una per mia moglie Samantha ...giustamente un po' di soldi li abbiamo dati io e lei. Ha scritto tutto lui (Angelo Cattaneo, suocero di Ignazio Marrone – ndr) – dice a Milena Moscato, figlia di Natale – sai che...che l'anno scorso ho dato diecimila euro a tuo papà...lui non m'ha fatto nessun fogli, eh? ...io non abbiamo fatto né fogli né niente! Papà è vivo lo possiamo chiamare”. Al che Milena Moscato dopo aver ribadito la stima nutrita dal padre nei confronti di Ignazio Marrone, il quale s'era detto comunque disposto ad accollarsi il mutuo al fine di bloccare la vendita all'asta “però...io mi incollo il mutuo... sai che ci sono questi soldi. Bloccalo perché... se lo incolla mia moglie... giusto? Glielo paghiamo ogni mese...inc...l'ho già pagato...non è scritto”.

In realtà gli appartamenti di Moggio erano già stati interamente pagati (“Io glieli ho già tutti pagati così”) eppure, per rispetto nei confronti di Natale Moscato, Marrone
era disposto ad accollarsi il pagamento in 18 mesi versando subito un quinto del valore e trascrivere a favore della moglie Samantha gli immobili.

Era interessato agli affari immobiliari Ignazio Marrone.
Dagli appartamenti di Moggio in Valsassina ai villini di Moneglia nelle Cinque Terre. La conversazione intercettata fa emerge un'altra operazione con un gruppo di palermitani riferibili a Giampiero Pitarresi che, con i soldi del polacco Knopp Krzysztof detto “Cristian”, dopo aver utilizzato con il socio Vincenzo Alfano il denaro di Antonino Mandalà, esponente malavitoso di Villabate per cementificare buoa parte del modenese e della Romagna, aveva messo gli occhi sul paradiso delle Cinque Terre. Pitarresi è certamente personaggio di spessore: gestiva gli affari immobiliari al nord dei corleonesi ed aveva avuto un ruolo primario durante la latitanza di Bernardo Provenzano.

Maggio 2014: Pitarresi incontra all'aeroporto di Berlino Knopp ed assieme, in auto, proseguono per la Polonia, mentre Natale Moscato è in partenza per la Romania. Moscato: “Dopo Pasqua io vado in Romania...”. Marrone: “Parliamone chiaro signor Natale ci sono delle belle operazioni?”. “Moscato: “Sì!!”. Marrone: “Queste si fanno! Loro non si devono inguaiare...”. Moscato: “No..no..no..lo sai”. Marrone: “...questi no, no no sono persone che...l'unico pulito che è rimasto!” Moscato: “Loro si devono fidare di te. ..”. “Marrone: “no, loro di me si fidano...e io mi fido di voi...”. Moscato: “Tu sai com'è la situazione...”. Marrone: “Persone come a voi sono eh!! Con i capelli bianchi...Gente seria... gente come voi c'è... Poi sono gente che ne capiscono come voi...”.

Un mese dopo quella conversazione parlando con tale “Alfonso” Ignazio Marrone s'era detto disposto ad entrare in un affare da 4milioni di euro al 50 per cento. A Moneglia, località delle Cinque Terre dove un vecchio albergo stava per essere trasformato in villini e spazi commerciali. “Un affare, – dice lo sfasciacarrozze di Desio – prima lì costavano 15mila ero al metro quadro, ora ne bastano 8000. In base all'operazione che c'è da fare...questa a me mi viene a costare 2500 euro al metro quadro.... nell'affare ci sono sia i palermitani che i calabresi”.

L'affare di cui Ignazio Marrone parla è la ristrutturazione del “Mondial Hotel” i cui soci sono Lina Meloni e Lauro Lanterna, classe 1970. Numerose cessioni di fabbricato dell'ex hotel erano state registrate da Lauro Lanterna a persone residenti in Lombardia, Liguria e Veneto. E però su ordine del sostituto procuratore Gabriela Dotto, l'autorità giudiziaria aveva posto sotto sequestro l'immobile con vista mare e collina per abusi edilizi. Sette persone residenti nelle province di Milano e Bergamo erano state denunciate.

Ignazio Marrone che come abbiamo detto è interessato a investimenti immobiliari, è però al tempo stesso forzatamente costretto ad assecondare Natale Moscato che gli chiede di accollarsi i mutui se vuole rogitare. E che solo in un secondo momento gli avrebbe restituito le rate corrisposte a titolo di mutuo.
“Ho un'altra casa che ho dentro tutti i suoi compari (di Natale Moscato – ndr) in affitto che domani... ah, mio marito gli ha dato 300mila euro di questa casa che ha su l'affitto, e si ma ho dentro un nostro amico...”, si lamenta la moglie di Ignazio Marrone, Samantha Cattaneo, con il costruttore Natale Doardo che lavora per l'Impresa Moscato sas.
“Nonostante l'evidente ingiustizia della proposta di Natale Moscato – sottolinea il Gip – Ignazio Marrone non si era in alcun modo posto in contrasto con il medesimo, ma aveva tenuto un atteggiamento di deferenza e ossequio nei suoi confronti, così dimostrando di rispettare i meccanismi e le cariche della n'drangheta, anche a discapito dei suoi interessi personali”.

Era in possesso, Ignazio Marrone, di diversi assegni in bianco di Saverio Moscato che non aveva mai presentato all'incasso. “...ho un assegno in bianco, io poi ve lo do un giorno...si, firmato da Saverio (fratello di Annunziato Giuseppe, deceduto – ndr)...ma poi ne ho più di trenta assegno...di Saverio. Questi soldi li avevamo presi...lascia stare...non mi devi dare soldi..lo avevamo cambiato a uno con quello storto di Polimeni”.

A Ignazio Marrone piacciono gli immobili e le armi. Considera la Beretta 7,65 un must. Assolutamente da possedere.
Di armi ne parla col cugino Gioacchino detto “Lillo” che gliene mostra una e dice di possederne “Ventidue sono, vero?”. “Sai che Natale (il fratello titolare di una rivendita auto – ndr) ne ha una?”, domanda Ignazio Marrone. Il cugino: “Lo so che Natale ha una pistola”. Natale: “Tre
ne avevamo! Non ce n'erano più. Una io, una lui, una se l'è...se l'è fatta fottere dai calabresi! La mia? sta minchia..E una non l'ha portata più...son riuscito a...a...a..entrarla in carcere capito!. Ci dissi quasndo la smonti..la puoi mettere in bocca. Tu la mia la mettevo in bocca! Sei colpi, cinque colpi. Ma quella è ventidue eh..TAM, TAM, TAM! Te la ricordi tu?”. Fanno riferimento ad una penna-pistola. Goiacchino: “Quella è bellina...la metti ovunque. I tuoi figli san sparare con quella?..” Ignazio: “Mia figlia sì, è brava...Mattia l'aveva...La vendevano a 350 euro, vero? Trecento?”.

Dice al cugino di averne 40 di pistole. “Io ne ho quaranta...Allora non m'hai capito...io ne ho quaranta! Col silenziatore solo una, la sette e sessantacinque, bella! Non la vendo io quella...neanche se uno mi dice ti do 15mila euro...non gliela do. E' la più bella di tutto il mondo...i veri killer hanno la sette e sessantacinque...quindici colpi bi-filare. Le vere...le vere persone giuste, i veri cristiani giusti. Perchè diventa tanto, diventa.. E ogni 15 colpi gli devi cambiare l'anima di vetro...fatta da inc...da professionisti. Io ce l'ho la Beretta ma non la uso mai. Questa quando proprio deve andare a fare danno! Ne avevo due, una l'ho data a Lorenzo...Me la tiene Lorenzo...una la tengo ai cavalli”.
Per gli investigatori si tratta di Lorenzo Spinella.

Gioacchino: “Ci sono anche i candelotti di dinamite...”. Ignazio: “Sii...Gente fidata, non parla? Sicuro?”. Gioacchino: “Non parlano. Gente fidata. Si fanno ammazzare ma non parlano!”. Ignazio: “Non sono di qua?”. Gioacchino: “Sono di qua”. Ignazio: “Eh, noo! Non va bene, lì. Calabresi ci sono di mezzo?”. Gioacchino: “Ti dico... chi è Gio...Giovanni. Uno serio...quello che è venuto qui. Vogliono 300 euro al pezzo. A noi ce ne bastano...ne bastano...anche quattro secondo me. Sai come li fanno (i candelotti – ndr). Col tubo
Innocenti”.

Una pistola era stata sequestra a Giovanni Middioni, collaboratore di Ignazio Marrone appena uscito dall'officina di via Ferravilla a Desio. Invece la pistola Mauser-Werke modello 90DA con matricola della canna e cestello abrase è stata sequestrata dai carabinieri, otto giorni dopo l'irruzione alla “Car Parts srl” di Muggiò. La società era intestata a Salvatore Tambè e ai fratelli Fulvio e Samantha Cattaneo - quest'ultima però secondo l'avvocato Gandolfi aveva da poco ritirato la sua quota -, rispettivamente cognato e moglie di Ignazio Marrone. Nel capannone venivano cannibalizzate auto e moto rubate.

I carabinieri avevano fatto irruzione il 1. aprile; appena venuto a conoscenza dell'operazione Marrone aveva chiamato Tambè dandogli indicazioni per recuperare l'arma che era dentro un borsello. Le numerose chiamate di Marrone a També, alla moglie e ad uno straniero, presumibilmente socio occulto della “Car Parts srl” avevano allertato i carabinieri che alla fine avevano nuovamente passato al setaccio il capannone trovando e sequestrando il borsello contenente la Mauser. Ignazio Marrone aveva suggerito a Salvatore També di giustificare il possesso dell'arma “acquistata a 250 euro dai marocchini per difesa personale essendo stato vittima in Sicilia di una guerra di faida” nella quale erano deceduti il padre e i fratelli.

Il 28 ottobre 1983 i familiari avevano denunciato la scomparsa di Calogero Tambè di Riesi, classe 1942 . Scomparsa catalogata come “lupara bianca”; ed in quanto ai fratelli Luigi e Giuseppe furono assassinati il 1.agosto 1990 a Mazzarino a seguito di alcuni contrasti intercorsi con le famiglie mafiose di Riesi e Mazzarino.

Nella foto l'avvocato Franco Gandolfi

Il declino dell'industria motoristica in Brianza. Un saper fare ora scomparso

di Pier Attilio Trivulzio

Gilera ad Arcore, Autobianchi a Desio, Carrozzeria Touring a Nova Milanese, Birel a Lissone, Agrati Garelli a Corticella di Monticello Brianza, Fantic Moto a Barzago, Dell'Orto Carburatori a Seregno.
Aziende che dagli Anni Venti ai primi Anni Novanta componevano la Motor Valley della Brianza, con l'Autodromo Nazionale di Monza a fare da catalizzatore.

Già perché proprio l'inaugurazione nel 1922 dell'Autodromo convinse Giuseppe Gellera a trasferire l'officina di corso XXII Marzo da Milano ad Arcore. La F.I.V. Edoardo Bianchi che produceva biciclette, moto e auto a Milano si spostò a Desio dopo i bombardamenti del 1943 proprio per essere vicina alla pista sulla quale il collaudatore Tazio Nuvolari, assunto per sviluppare il modello “Ala Azzurra” 350 per due anni, dal 1923 al 1925, tre volte la settimana si faceva il viaggio da Milano a Monza e ritorno in sella alla bicilindrica per constatare i progressi del modello.

Idem la Garelli di Sesto San Giovanni acquistata nel 1961 dal Gruppo Agrati - che all'Autodromo conquistò record mondiali della classe 125, e sei titoli mondiali tra il 1962 e il 1967. Lo stabilimento degli Agrati forniva i telai alla Garelli anche per le biciclette a cui veniva applicato il celebre motore a rulli Mosquito.

Le moto col marchio Agrati Garelli furono costruire fino al 1968 quando ci fu la fusione con Fantic Motor che dette vita al Gruppo FM. La produzione cessò nel 1993 e 360 lavoratori restarono a spasso. A distanza di anni si è scoperto che la scelta degli Agrati più che la crisi del settore delle due ruote che in effetti era reale, il disimpegno fu motivata dalla decisione di trasferire il denaro guadagnato alla Hsbc di Ginevra. Nella lista di Hervé Falciani compare un conto di 6,8milioni di dollari intestato a Cesare Annibale Agrati; i conti della Agrati International, l'azienda che ora produce bulloni, sono invece finiti nel paradiso offshore di Madeira.

Anno horribilis il 1993. E sì perché da poco erano stati chiusi i cancelli dell'Autobianchi. La Fiat aveva trasferito le linee di montaggio del modelloY10 (che ancora viene prodotto – ndr) all'Alfa Romeo di Arese ricevuta in regalo nel 1987- dopo una lunga battaglia contro la Ford intenzionata ad acquistarla – dall'IRI presieduto da Romano Prodi.
Al passaggio i dipendenti erano 16.000, un anno dopo erano ridotti a 6.000.

E subito dopo la decisione di chiudere Autobianchi la famiglia Agnelli - che dalla Piaggio aveva rilevato nel 1965 lo stabilimento Gilera di Arcore - annunciò la fine alla produzione di moto in Brianza portando tutto a Pontedera con la messa in cassa integrazione di 1.369 dipendenti.

Qualche anno dopo anche la struttura di Velate, dove venivano preparate le Gilera per i grandi raid internazionali come la Dakar e le gare di velocità (classe 250) e un gruppo di qualificati tecnici progettavano nuovi motori, serrò i battenti.

E' vero, come già ricordato, il settore moto era in crisi e il business dell'auto non consentiva di fare grandi utili. La verità è che di fatto la famiglia Agnelli all'epoca aveva in pugno l'intera produzione di auto avendo nel 1969 rilevato da Enzo Ferrari il 90 per cento delle azioni della casa di Maranello; al prezzo simbolico di una lira, la Lancia dal Gruppo Pesenti; due anni più tardi l'Abarth e nel 1993 Innocenti e Maserati, aziende che hanno ricevuto dallo Stato, grazie alla Gepi, finanziamenti per 185miliardi di lire.

La Gepi fu costituita “per il salvataggio, la ristrutturazione e la vendita delle aziende private in difficoltà”. In realtà con la legge 184 si prese in carico dipendenti di grande aziende e tra queste la Fiat i cui lavoratori venivano messi in cassa integrazione. Tra l'80 e l'88 Gepi ne assorbe 25.000 e tra il 1971 (anno in cui la legge diventa operativa) e il 1992 eroga qualcosa come 4mila miliardi di lire per sostenere 108.000 lavoratori.

Sono gli anni delle dure lotte per i licenziamenti in Fiat. Anni in cui l'azienda degli Agnelli è riuscita ad ottenere dallo Stato munifici finanziamenti pubblici e dare vita agli stabilimenti di Termine Imerese, Cassino, Termoli, Bari, Sulmona, Vasto, Lecce, Nardò e Brindisi. Per la prima volta nel 1973 il bilancio del Gruppo Fiat perde 150miliardi, ha debiti per 1.800miliardi, mette i lavoratori in cassa integrazione ed a guidare il Gruppo viene chiamato Cesare Romiti.

Obbiettivo dimezzare entro il 1985 il settore auto. Ifi e Ifil, finanziarie degli Agnelli non vogliono ricapitalizzare. E' allora che il 10 per cento delle azioni passano ai libici della Lafico. Lo shock petrolifero provoca la crisi del settore auto, Fiat si ritrova con 4.800miliadi di lire di indebitamento, cifra pari al fatturato e più del doppio del patrimonio netto. Umberto Agnelli chiede aiuto allo Stato invocando la svalutazione della lira che però non viene concessa. E, soprattutto, libertà di licenziare. Concessa.

Infatti, dimessosi nel luglio 1980 Umberto Agnelli gli subentra Cesare Romiti che a settembre licenzia 14.000 lavoratori e altri 23.000 li mette in cassa integrazione per due anni. In quel periodo sono 33.000 i lavoratori lasciati a casa per sette anni dal Gruppo Fiat. Una parte di loro rientrerà assegnati al “reparto confino”: 150 non ce la fanno e si tolgono la vita.

Gli anni bui della casa torinese sono dovuti si, alla crisi petrolifera, ma soprattutto al fatto che tra il 1988 e il 1993 nessun nuovo modello è stato lanciato o che vengono proposte auto improponibili come la Duna.

A risollevare le vendita arriva la “Uno” voluta dall'ingegner Vittorio Ghidella, lanciata nel 1984 con la presentazione a Cap Canaveral. Quattro anni più tardi è scontro durissimo tra Ghidella e Romiti che preme per trasformare la Fiat in una holding finanziaria. Ghidella se ne va, passa alla Ford ed è artefice del modello Fiesta che tutt'ora, contribuisce ottimamente a generare profitti per la divisione inglese della casa americana.

Lo smantellamento delle barriere doganali dell'Unione Europea nel 1993 rivitalizza il Gruppo Fiat che grazie a Mediobanca, Deutsche Bank, Generali, Alcatel e le finanziarie di casa Agnelli Ifi e Ifil ricapitalizza per 4.285miliardi di lire. Vengono inaugurati gli stabilimenti di Melfi e Pratola Serra. Con la svalutazione della lira nel 1992 Fiat riprende quota.

In dieci anni tra l'80 e il '90 la casa torinese ha fatto investimenti per 4miliardi di dollari contro i 20 di Volkswagen e gli 8 di Bmw, all'epoca più piccola di Fiat. Ed ha ricevuto 11miliardi di lire di sovvenzioni statali.

Per tornare alle vicende della Brianza e alla poco lungimiranza degli Agnelli di decidere la chiusura a Desio dell'Autobianchi ci sembra esemplare ricordare quel che accadde nel febbraio del 1963.
Dante Giacosa, papà della Topolino, della 600 e della Nuova 500 a capo del reparto di ingegneria avanzata di Fiat, da due anni stava lavorando alla progettazione di una piccola vettura a trazione anteriore con motore 1200 derivato dal Fiat 1100 la cui particolarità era quella che motore e cambio avrebbero dovuto essere montati trasversalmente.

Giacosa era rimasto colpito dalla Mini di Alec Issigonis, alcuni esemplari erano stati acquistati e vivisezionati. Giacosa ne aveva riscontrato alcune negatività: motore e cambio contenuti entrambi nel basamento non permettevano di essere smontati e provati separatamente. Il cambio a lato del motore oltre ad un peso maggiore creava rumorosità e difficoltà di montaggio.

Poco dopo il lancio della Mini da parte della British Motor Company nel 1961 Giacosa iniziò il “progetto 109” e nel febbraio 1963 il suo collaboratore Ettore Cordiano annunciò che una soluzione per risolvere il problema del motore-frizione- cambio trasversale era stata trovata: una trasmissione idraulica e un'asticella infilata nell'albero motore avrebbe comandato la frizione.

Al “progetto 109” lavorava anche il Centro Stile dei fratelli Boano che stavano dando vita ad un coupé. La soluzione di Cordiano fu l'uovo di Colombo. L'ingegner Dante Giacosa decretò che il nuovo modello a trazione anteriore si poteva fare, chiese a Boano una versione berlina e quindi ne parlò a Nello Vallecchi, direttore di Autobianchi, che fu subito entusiasta. Al contrario della Fiat che invitò invece Giacosa ad essere prudente e continuare sulla strada del motore posteriore con la “850” derivata dalla 600 e Nuova 500.

L'Autobianchi “progetto 109” superò il test della strada il 1. novembre 1963 ed a metà del 1964 a Desio iniziò la produzione del modello battezzato “Primula”. In sette anni Autobianchi produsse le versioni berlina, la coupé con motore 1.221 di cilindrata fino al 1968 e il 1.438 derivato dalla Fiat 124 dal 1968 al 1970. La positiva esperienza dell' Autobianchi convinse finalmente Fiat ad adottare la soluzione del motore anteriore e cambio trasversale per la “128” uscita nel 1969.
Il “progetto 109” aveva di fatto assegnato all'Autobianchi il titolo di “azienda dell'innovazione”.
Alla Primula seguirono la “111” e la “112” nelle diverse versioni. Un totale di oltre 3milioni di auto sono uscite dagli stabilimenti di Desio e tra queste 320mila “Bianchina” prodotta in 17 diverse versioni tra cui la trasformabile e la cabriolet. E lo spider “Stellina” con carrozzeria in fibra di vetro, prodotto in 502 esemplari. Ma proprio questo modello commercializzato tra il 1963 e il 1965, ispirò Giorgietto Giugiaro per la innovativa “Lucciola” presentata nel 1993 al Salone di Ginevra. E però mai prodotta.
Pianale della Nuova 500 (1957), la “Lucciola” anticipava di vent'anni le attuali auto ibride. Era mossa da due motori elettrici e da un motore diesel bicilindrico, 500 di cilindrata. Così come per il “progetto 109” anche la “Lucciola” avrebbe dovuto uscire dalle catene di montaggio dell'Autobianchi. Mancava soltanto il beneplacito di Fiat che non arrivò per il semplice motivo che venne ritenuta troppo innovativa e costosa. E poi era stata già decisa la chiusura di Desio.

La casa torinese pagò fino all'ultima lira il costoso progetto alla Italdesign di Giorgetto Giugiaro. E non pose veti quando Giugiaro chiese la liberatoria. La “Lucciola” piacque alla Daewoo che con General Motors iniziò a produrla dal 1998 con un motore tradizionale. In cinque anni – battezzata Matiz - furono venduti 500mila esemplari, 150mila di questi in Italia. Ancora una volta il Gruppo Fiat aveva perso un'altra grande occasione e nel frattempo aveva ceduto a Volkswagen la spagnola Seat che per anni aveva assemblato le Panda, ed è uno dei marchi più quotati sul mercato.

La chiusura dello stabilimento di Desio e la riconversione dei 144mila metri quadrati dell'area, rilevata dagli Addamiano, su cui avrebbe dovuto sorgere il Polo Tecnologico della Brianza (Ptb) sono una storia che Infonodo ha già raccontato.

L'11 marzo 2014 Cinzia Fallo, giudice del Tribunale di Monza ha dichiarato il fallimento del Gruppo Addamiano esposto con 16 banche per oltre 100milioni di euro. Il solo Polo Tecnologico della Brianza che si è occupato della riconversione di parte dell'area Autobianchi ha debiti per 4.544.824 euro. L'iniziale progetto non è stato attuato. La torre piezoelettrica con alla sommità il logo Autobianchi, abbattuta nel luglio 2003, è stata sostituita da uno scheletro di grattacielo che ben rappresenta lo stato di salute del Gruppo Addamiano. Undici anni fa Giosuè Addamiano, presidente del Ptb “Polo Tecnologico della Brianza” si sbilanciò assicurando che il Polo avrebbe occupato 2.500 lavoratori: obbiettivo fallito.
Con il Comune di Desio che ancora non sa se basteranno quei 2,5milioni fidejussone della Atradius Insurance per fare valere l'ipoteca che ancora insiste sul Polo Universitario.

Sulle macerie dell'Autobianchi ci ha guadagnato soltanto il Gruppo Fiat che ha monetizzato e parecchio anche sull'area di Arese-Lainate-Garbagnate Milanese ex Alfa ceduta all'americana AIG-Lincoln. Al posto dello stabilimento è in costruzione il supermercato più grande d'Europa. Così come sull'area milanese di Lambrate della Innocenti. A Torino al posto dello stabilimento di Borgo San Paolo dela Lancia è sorto un intero quartiere residenziale mentre l'area del polo produttivo di Chivasso è stata venduta alla Carrozzeria Maggiora.

Per quanto riguarda Maserati, inizialmente ceduta alla Ferrari, è tornata al Gruppo Fiat nel 2005 dopo la ristrutturazione dello storico stabilimento di via Ciro Menotti a Modena.

Per tornare alla Silicon Valley brianzola il complesso della storica Carrozzeria Touring a Nova Milanese, specializzata nella costruzione di scocche in alluminio, costruito nel 1962 grazie ad un accordo col gruppo inglese Rootes per l'assemblaggio di 10.000 esemplari delle Sumbean Alpine e Venezia funzionò a pieno regine soltanto per alcuni anni.

Alla morte di Lord Williams Rootes il Gruppo Rootes venne rilevato nel 1967 dalla Chrysler. A Nova Milanese è stata prodotta l'Aston Martin utilizzata da James Bond nel film “007 Operazione Goldfinger”. E non solo quell'esemplare.

La crisi dell'auto aveva ridotto le commesse, si servirono dello stabilimento di Nova Milanese, Lancia, Maserati e Lamborghini. In amministrazione controllata dal 1964 la Touring sfornò 2.000 esemplari della versione coupè dell'Autobianchi Primula e un migliaio di Alfa Giulia GTC.

Il 31 dicembre di quarant'anni fa, dopo aver terminato lo studio del prototipo C4, versione cabriolet della Fiat 124 (che proprio nei giorni scorsi è stata riproposta al Salone di Detroit dalla FcA – ndr) la Touring chiuse i battenti. Nel 2006 il marchio passò alla olandese Zeta Europe BV. Smantellato lo stabilimento l'area è stata trasformata in residenziale.

Così come residenziale finirà a Seregno lo spazio occupato dal 1933 a 2006 dalla Dell'Orto carburatori acquistato per 4,5 milioni di euro + bonus volumetria PGT (circa un milione) dalla Due G srl di Piergiuseppe Avanzato, socio di Giuseppe Malaspina i varie operazioni immmobiliari .

E' nel 1933 che Gaetano Dell'Orto con i figli Luigi Piero e Giuseppe apre l'azienda di carburatori per motociclette in via Cavour. Il business tira e dopo il 1945 gli affari aumentano e nasce la necessità di allargarsi. I carburatori della Dell'Orto equipaggiano quasi tutte le motociclette e le motoleggere prodotte in Italia. Il modello con corpo in alluminio è invece su tutte le moto che partecipano alle competizini. Lo stabilimento si espande sempre a Seregno lungo le vie San Rocco, D'Azeglio, Matteotti e piazzetta monsignor Ratti. Alla fine degli Anni 60 i Dell'Orto sono montati come primo equipaggiamento sulle Fiat e anche su modelli esteri. La svolta nella costruzione avviene negli Anni 90 quando l'azienda diventata Dell'Orto SpA converte la produzione dai carburatori per moto all' iniezione. A fine 2006 Dell'Orto delocalizza in India e chiude lo stabilimento di Seregno, 500 dipendenti vengono in parte liquidati e in parte messi in cassa integrazione. Le nuove sedi della società, a Mariano Comense e Cabiate.
La società ha infilato una serie di anni negativi con bilanci in rosso per decine di milioni di euro, emoraggia che dopo la ristrutturazione del pesante indebitamento sembra essersi arrestata nel 2014.
La Dell'Orto è stata scelta dalla Federazione Motociclistica Internazionale (Fim) per equipaggiare le Moto3 che prendono parte alle gare del Motomondiale.

Tre anni dopo a Gerno di Lesmo Yamaha Motor Italia, insediatasi da solo un anno dopo aver rilevato dalla Belgarda che dal 1980 importava in Italia le moto dei tre diapason ed aveva dato vita alla Byrd, Belgarda Yamaha Racing Division impegnata nelle gare del Mondiale Superbike e nei grandi raid internazionali, decide di dismettere le catene di montaggio e trasferirle in Spagna. Per diversi mesi i lavoratori licenziati protestano allestendo un sit in sul tetto dell'azienda. Oggi Gerno resta la base europea della squadra corse impegnata con Valentino Rossi e Jorge Lorenzo nel Motomondiale e da quest'anno torna nel Mondiale Superbike dopo una parentesi di sei anni. E' operativo anche il reparto d'eccellenza che studia i modelli di moto da sottoporre all'approvazione della casa madre in Giappone che poi entrano in produzione.

Mondial, marchio storico, che aveva aperto ad Arcore lo stabilimento per l'assemblaggio del modello “Piega” è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Monza il 24 settembre del 2004. Lo svizzero Daniel Alismeno e Roberto Ziletti, ultimo presidente del consiglio della Mondial Moto SpA dal 2003 al 2004 vengono condannati e interdetti per dieci anni da ogni attività. E' un fallimento di 1,7milioni di euro. Moto e ricambi vanno all'asta per 300mila euro. Se li aggiudica la società “Vdue” del medese Piero Caronni che già s'era aggiudicato ad una precedente asta lo stock di Bimota 500. All'ultimo salone del Motociclo a Milano, Caronni ha presentato i nuovi modelli “Vdue” che saranno commercializzati in edizione limitata.

Fortunatamente la Brianza Motor Valley può ora contare su due solide società impegnate nella costruzione di kart, la Birel di Lissone, e di monoposto e biposto da competizione, la Tatuus di Concorezzo. Anche in questo caso aziende cresciute per importanza grazie alla vicinanza dell'Autodromo Nazionale.

La Birel di Lissone costruisce kart dagli anni 50.
Umberto Sala, titolare dell'azienda, è stato primo pilota di Birel. Arrivarono poi i fratelli Tino e Vittorio Brambilla. Tino, chiamato da Enzo Ferrari per correre con la monoposto Dino che portava il nome del figlio morto per distrofia muscolare, fu anche il primo a portare al successo la vettura che proprio nell'officina dei Brambilla, con l'autorizzazione del “Drake”, venne modificata e resa competitiva.

Vittorio invece passò in Formula Uno e con la March-Ford sponsorizzata dalla Beta Utensili di Sovico (nei giorni scorsi la società il cui capitale era diviso tra Roberto Ciceri, tre fratelli e quattro cugini si è associata alla Tip di Giovanni Tamburi. Roberto Ciceri e la società di Tamburi hanno ora il 100 per cento del capitale di Beta Utensili – ndr) nel 1975, vinse sotto il diluvio il Gran premio d'Austria.
Dal 2000 Birel commercializza il modello Easy Kart destinato ai giovanissimi aspiranti campioni che sognano di arrivare in Formula Uno. Kart che ha avuto subito un grande successo.

Dall'officina della Tatuus di Concorezzo escono dal 1980 monoposto da competizione. Gianfranco De Bellis e Artico Sandonà iniziarono progettando la “Tatuus” di Formula Junior.
De Bellis e l'amico Alberto Moioli correndo le gare delle “pettarelle” con motore della Fiat 500 all'Autodromo, non vinsero eppure di questo modello Tatuus ne ha costruite 15.
Ben 930 sono state invece le monoposto motorizzate Renault costruite a partire dal 2000 su precisa richiesta della casa francese.

In tutto da Concorezzo sono partite per il mondo 1.700 Tatuus che hanno raccolto successi su tutti i circuiti. Felice Massa e Kimi Raikkon, tanto per citare due campioni si misero in luce proprio vincendo con la Tatuus-Renault le gare della Formula 2000.

Monza - Processo Vivacqua. Condanna per il 50% della "coppia diabolica", assolta l'ex moglie

di Pier Attilio Trivulzio

Quattro anni di indagini, quattordici mesi di dibattimento, sei ore di Camera di Consiglio e quattro soli minuti bastano al presidente Giuseppe Airò per leggere il dispositivo: “Ergastolo per Antonio Giarrana e Antonino Radaelli; 23 anni per Diego Barba e Salvino La Rocca oltre a tre anni di libertà vigilata, sospensione della paternità genitoriale. Assoluzione per Germania Biondo per non aver commesso il fatto, si dispone la sua rimessa in libertà se non detenuta per altri reati”.

Le motivazioni si conosceranno a marzo del prossimo anno quando verranno depositate, e si capirà perché un processo indiziario in cui almeno il movente appariva ben chiaro nella testa della pubblica accusa - cioè di una coppia di amanti che per vendetta, per interesse e per liberarsi di un ostacolo alla loro unione fa eliminare l’ex marito di lei da due killer assoldati tramite un intermediario - approdi a una sentenza dove i destini della “coppia diabolica” (così come era stata definita dagli stessi investigatori) sono opposti: lui condannato come mandante, lei assolta per non aver commesso il fatto.

Alla lettura della sentenza, Germania Biondo si stringe ancor più nel poncho marrone, quasi sentisse freddo e si lascia andare ad un pianto a dirotto, un singhiozzo continuo.
L'abbraccia Manuela Cacciuttolo, Perry Mason in gonnella cresciuta professionalmente nello studio di due principi del Foro come Corso Bovio e Ivano Chiesa, che l'ha assistita studiando migliaia di documenti di : “Un processo – commenta - difficile e complicato, con molte piste alternative. Ho sempre creduto nella innocenza della mia assistita. La lettura del dispositivo fatta dal presidente Airò mi ha sorpresa per la scelta complessiva fatta. Attendiamo le motivazione che saranno depositate tra novanta giorni e allora capiremo il perché delle decisioni prese in Camera di Consiglio dai giudici Giuseppe Airò, Alessandro Rossato e dai giudici popolari”.

Decisione incomprensibile – per Paolo Sevesi che con il collega Gianluca Orlando difende Diego Barba -. Non si capisce quale sia il percorso logico seguito dai giudici per assolvere la Biondo e condannare gli altri”.

Se il teorema della Procura sul movente dell’omicidio è che due sono i mandanti dov'è l'elemento differenziale per condannare Barba e assolvere la Biondo? - s'interroga Salvatore Manganello legale assieme ad Alessandro Frigerio di Salvino La Rocca – Non riesco a capire questo dispositivo perché in generale indebolisce tutte le posizioni. Credo che neppure la Corte sia contenta. La Costa non ha fatto chiarezza. Se viene meno il mandante viene meno anche il reato. E' illogica”.

E allora andiamo a rileggere i passaggi della requisitoria del pm Donata Costa che riguardano Germania Biondo.
Esordisce rivolgendosi ai sei giudici popolari, tra questi una donna, con questa premessa. “Per me le persone indagate meritano rispetto. Non cerco i colpevoli ad ogni costo e il rispetto diventa esponenziale quando li mando in carcere. E' possibile vi siano venuti dubbi durante il dibattimento, avete sentito dire che non ci sono prove, strade rimaste inesplorate. Nulla di più falso. Non ci sono state strade inesplorate. Abbiamo iniziato ad indagare il 14 novembre 2011 alle 21.50 ed abbiamo terminato ad agosto 2014. Se avessi archiviato il 15 novembre sarei stata più serena e non avrei fatto orari impossibili. Ho sentito Germania Biondo 4 o 5 volte, ho verificato le versioni confrontandole con gli atti probatori. Il Gip ha ritenuto ci fossero le basi per il rinvio e il 25 marzo 2014 emette l'ordinanza di custodia cautelare. Il successivo 28 aprile il Tribunale della libertà conferma integrando con tre ordini di custodia per la Biondo, Barba e La Rocca. Ben sette giudici prima di voi hanno firmato il giudicato cautelare”.

Io, come persona prima che come magistrato, ho certezze. Il dibattimento è servito a verificare che occhi diversi dai miei hanno visto cose diverse da quelle viste da me: erano tutti dubbi che avevo avuto ed avevo già risolto. Io che ho avuto dubbi vi dico: ogni dubbio è ragionevole e allora condannate solo se ritenete gli imputati colpevoli al di la di ogni ragionevole dubbio”.

Per quanto riguarda Germania Biondoprosegue - oggi sappiamo per certo grazie alle intercettazioni telefoniche che viveva in una specie di “libertà condizionata”. Paolo Vivacqua poteva mettersi con la rumena e avere da lei un figlio, la Biondo doveva soltanto fare la nonna”.

Diego Barba nel 2000 è ospite nella casa di Paolo Vivacqua... la relazione avuta con la Biondo a partire dal 2006, sempre negata, é andata avanti fino al momento del loro arresto. Questo fatto può ben essere motivo di omicidio. Della relazione tra i due veniamo a conoscenza grazie ad una nota del brigadiere Mosca che informa che sono amanti e che Barba ha contattato l'amico d'infanzia La Rocca soggetto a cui commissiona il delitto”.

In quanto ai rapporti tra Paolo Vivacqua e l'ex moglie veniamo a sapere che, estromessa dal patrimonio, la Biondo é costretta a chiedere soldi ai figli. La relazione, sempre negata, tra lei e Barba è accertata da un paio di intercettazioni telefoniche. Non ha senso negare, come fanno gli imputati, questa loro relazione ancora nel 2013 a due anni dalla morte di Paolo Vivacqua. Avevano qualcosa da nascondere della loro relazione per via dell’omicidio dell'ex marito su cui noi stavamo ancora indagando”.

Se qualcuno è meritevole delle attenuanti generiche– conclude Donata Costa – questa è Germania Biondo, donna che vive limitazioni alla sua libertà personale e sofferenze morali. Il suo spessore criminale è più sfumato [..] Non avrebbe potuto fare nulla senza Barba e La Rocca ed è per questo che attraverso l'amante Diego Barba contatta Attilio Cascardo (socio di Barba nell'agenzia investigativa - ndr) e gli consegna i documenti che provano gli affari illeciti di Paolo Vivacqua e dei figli. Non è lei che ha le capacità per uccidere...”.

E infatti elencando le pene la Costa, per lei, chiede 23 anni e 6 mesi contro l’ ergastolo per Barba e La Rocca e per i due esecutori.

In Tribunale il 9 novembre, dopo la lettura del dispositivo, frenate a stento le lacrime, Germania Biondo accetta di rispondere ad alcune nostre domande. “In aula c'era Davide, avrei voluto che venisse ad abbracciami. I miei figli mi sono mancati e mi mancano tantissimo. Non mi meritavo i tredici mesi di carcere, ora finalmente sono libera”.

Lascerà Desio e andrà in Sicilia?
Resto a Desio, mi troverò un lavoro.

Quando in vista della cessione dei terreni di Carate alla Bricoman per 5milioni di euro Mario Infantino ha avuto l'intestazione di quel 1% della società Loviro che le apparteneva, si è sentita senza mezzi? É in quel momento che ha provato rabbia e risentimento per Paolo?
“No, era Paolo ad occuparsi di tutti gli affari. Le decisioni le prendeva lui senza neppure consultarmi. Io l'ho amato e lo amo. Come primo atto andrò a portargli due fiori sulla tomba nel cimitero di Desio”.

Già perché occorre ricordare che pur avendo Paolo Vivacqua contribuito a pagare i restauri del cimitero di Ravanusa e fatta realizzare una grande statua del Cristo Redentore, lo hanno sepolto a Desio.

“Decisione presa dai miei figli senza chiedermi un parere”, precisa Germania prima di lasciare il Tribunale mentre ancora una delle figlie di Diego Barba piange in modo straziante e nessuno riesce a calmarla.

Nemmeno i due carabinieri in divisa che invitano il pubblico a lasciare il Palazzo data l'ora tarda. Sono invece già tornati in caserma a Desio e a Monza i militari dell'Arma che negli anni hanno lavorato sul caso Vivacqua e per tutta la giornata sono stati presenti in Tribunale in attesa della decisione dei giudici. Così come ha lasciato il Tribunale Lavinia Mihalache, pantaloni neri, camicia di seta, golfone-giacca pesante anch'esso nero come pure gli stivaletti che ha accennato un sorriso quando il presidente Airò ha letto la sentenza.
 

'Ndrangheta a Seregno. I nomi degli arrestati e delle persone indagate nell'inchiesta della Procura di Milano

Pubblichiamo l'elenco delle persone, considerate o facenti parte o vicine al clan Cristello, per le quali la Procura di Milano ha richiesto l'arresto, concesso dal GIP per nove di questi. Fra parentesi i nomi dele persone effettivamente arrestate dai carabinieri questa mattina.
Fra questi spiccano i nomi di Domenica, Emanuele e Simone Cristello, di Valeriano Siragusa titolare di un bar in Corso del Popolo, davanti alla Basilica e cugino del boss Rocco Cristello, assassinato nel settembre del 2008 a Verano Brianza, del cugino dello stesso Siragusa, Zibra Matteo titolare di una sala giochi a San Carlo, frazione di Seregno.

1. Battipaglia Olga nata  a Maratea l’11/02/1971 residente a Desio

2. Berlingeri Roberto nato a Palmi il 09/10/1972 residente a Seregno

3. Berlingeri Dylan nato a Carate Brianza il 20/07/19995 residente a Desio (ARRESTATO)

4. Brambilla Sara nata a Giussano il 24/02/1995 residente a Seregno

5. Caldirola Igor nato a Giussano il 26/01/1995 residente a Seregno

6. Capasso Generoso detto Genny, nato a Milano il 25/02/1972 residente a Nova Milanese (ARRESTATO)

7. Carbone Andrea nato a Seregno il 03/04/1984 residente a Seregno

8. Cristello Domenica detta MImma, nata a milano il 18/12/1965 residente a Mariano Comense (ARRESTATA)

9. Cristello Emanuele detto Lele o Lello, nato a Giussano il 16/12/1995 residente a Seregno (ARRESTATO)

10. Cristello Simone nato a Giussano il 24/02/1994 residente a Seregno (ARRESTATO)

11. Grassi Marta Giulia, nata a Carate Brianza il 21/06/1991 residente a Mariano Comense

12. Gurnari Daniele Carmelo nato a Milano il 09/05/1978 residente a Cusano Milanino

13. La Vecchia Antonino detto Trivella nato a Mariano Comense  il 30/11/1976 residente a Seregno

14. Lo Maglio Giuseppe nato a Piazza Armerina il 30/09/1960 residente a Seregno

15. Lombardo Cristian nato a Seregno il 22/11/1995 residente a Seregno (ARRESTATO)

16. Nobili Jessica nata a Mariano Comense residente a Cesano Maderno

17. Potenza Maurizio nato a Seregno, residente a Seregno

18. Siragusa Valeriano detto Valerio nato a Seregno, residente a Seregno (cugino di Rocco Cristello assassinato a Verano Brianza il 27/09/2008) (ARRESTATO)

19. Spotti Marco nato a Segrate, residente a Seregno 

20. Touré nato in Senegal residente a Meda

21. Zibra Matteo nato a Seregno e residente a Mariano Comense (cugino di Siragusa Valeriano) (ARRESTATO)

22. Zibra Stefano nato a Giussano residente a Mariano Comense (ARRESTATO)

Seregno - Lealtà Azione e Memento, l'uso delle lapidi per legittimare il nazifascismo

18/11/2015

di k.ts.

C’è anche il nome di un marinaio morto prima del 23 settembre 1943, data ufficiale della costituzione della Repubblica di Salò, sulla lapide posta settimana scorsa dal Comitato nazionale ricerche ed onoranze dei caduti della Repubblica sociale italiana Carlo Borsani, nel cimitero di Seregno.

La lapide, posizionata sul monumento dei caduti delle guerre, reca la scritta: 
Caddero vittima della violenza. Nel nome di una patria straziata. I combattenti seregnesi della Repubblica Sociale Italiana”. Di seguito i nomi di diciotto caduti, tra i quali quello di Carlo Dell’Orto, il cui corpo era già in fondo al mare quando Mussolini nel piccolo paese in riva al Lago di Garda diede vita alla tristemente famosa Repubblica Sociale Italiana o Repubblica di Salò. 

Diventa ancor più assurdo il fatto che i neofascisti di oggi abbiano inserito questo caduto (scomparso in mare il 22 settembre del 1943) tra i morti della Repubblica Sociale Italiana, se si considera che l’esercito della RSI iniziò a formarsi a partire dal novembre-dicembre 1943. L’Esercito Nazionale Repubblicano (ENR) non venne istituito prima del 9 novembre, la Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) fu istituita l’8 dicembre, il Corpo di Polizia Repubblicana il 20 novembre, le Brigate Nere il 30 giugno 1944 e lo stesso Partito Fascista Repubblicano, seppure annunciato da Mussolini a Radio Monaco il 18 settembre, si formò a Verona il 14 novembre 1943.

La vicenda di Carlo Dell’Orto e le evidenti forzature storiche con cui è stata condotta la posa della lapide ai caduti della RSI tolgono la maschera e ogni dubbio sulle reali intenzioni di chi l’ha promossa e anche le responsabilità di chi l’ha avallata: Giacinto Mariani, l’ex sindaco di Seregno e attuale vicesindaco.

Non, dunque, per rispetto dei morti. Perché non si rispetta un uomo se lo si arruola dopo la sua morte tra i repubblichini, come è successo a Carlo Dell’Orto (1917-1943).

Non per la necessità di dare ai famigliari un luogo in cui ricordare il parente scomparso, come ha dichiarato ai giornali il pensionato di Lealtà Azione, Norberto Bergna, pseudo storico di questa operazione (“Era una promessa che avevo fatto, più di 50 anni fa a Livia la mamma di Piero, il più giovane dei nostri caduti, ucciso nel canavese la sera che compiva 17 anni [..] Quei por fioeu non devono essere dimenticati, altrimenti sono morti per niente, avevano una grande fede che si chiamava Italia e quindi devono avere un nome al cimitero, un segno che li faccia ricordare”). Perché Pietro detto “Piero” Vaccina aveva già un nome, un segno, una lapide sul monumento ai caduti del comune di Seregno. 
Una lapide che sta a non più di un metro di distanza da dove il Comitato Carlo Borsani ha posto la sua di lapide.
Qualcuno sulla lapide posta dal comune (vedi foto) ha anche attaccato un adesivo della X° Mas - Briagata Valanga a cui apparteneva. 

Ma evidentemente anche questo non bastava, perché la questione non era dare una lapide a un ragazzo morto a 17 anni, anche se a sostegno di regimi criminali come sono stati il fascismo e il nazismo, ma il ricordarlo proprio perché è morto per il fascismo.

Non inganni la tanto sbandierata pietà per i morti, qui questa pietà non entra nella questione. C'è invece la strumentalizzazione dei vivi sui morti, vivi che per sbandierare il loro di fascismo utilizzano l’adesione al fascismo dei morti, anche quello di un giovane morto più di settanta anni fa ed eternamente cristallizzato nella sua decisione di aderire, diciassettenne, alla Repubblica Sociale Italiana.

Doppia lapide anche per i diciannovenni Bruno Perego (1926-1945) e Luciano Mauri (1925-1944): una posta dal comune e l’altra dai nostalgici della Repubblica Sociale Italiana.

La storia di Carlo Dell’Orto, morto prima che nascesse la Repubblica Sociale Italiana, è ancora più particolare e merita qualche parola in più.

Dell’Orto era imbarcato come marinaio ausiliario sullo Sgarallino, un piroscafo che assicurava il trasporto dei passeggeri tra Piombino e l’isola d’Elba, requisito nel maggio 1943 dalla Marina Italiana e trasformato in unità militare mettendoci sopra due cannoni contraerei da 76 mm e dipingendo lo scafo con livrea mimetica. 

L’8 settembre del 1943 l’armistizio, il 12 settembre i paracadutisti tedeschi liberano Mussolini dal Gran Sasso e lo portano a Monaco di Baviera, intanto occupano il nord e il centro Italia, il 16 settembre bombardano l’Elba dove c’è un comando italiano, ci saranno 100 morti e oltre 200 feriti. 

Racconterà Stefano Campodonico, marinaio dell’equipaggio, sopravvissuto all’affondamento dello Sgarallino: “Io mi trovavo a bordo quando caddero le bombe che colpirono l’orologio in piazza e anche l’ospedale e lo stabilimento, ricordo benissimo che un marinaio cannoniere di sua iniziativa sparò  un colpo di cannone e il fumo del proiettile si vide proprio vicino all’aereo che aveva bombardato”. 
Il 17 settembre i paracadutisti tedeschi occupano l’Isola d’Elba, gli italiani si arrendono. Alcuni dei soldati italiani originari dell’Elba fuggono nelle campagne o si rifugiano presso conoscenti o parenti.

Io e altri eravamo nella campagna nella vicinanza delle grotte, questi paracadutisti rastrellarono la zona. Vennero anche da noi, alzammo le braccia - prosegue Campodonico - . Ricordo che i tedeschi facevano dei bandi per cui tutti dovevamo presentarci ai propri posti e chi non si presentava sarebbe stato fucilato”.

Il 21 settembre il comando tedesco ordina che lo Sgarallino riprenda i collegamenti tra Piombino e l’Elba allo scopo di consentire il trasporto di civili, viveri ed equipaggiamento.

La mattina del 22 settembre alle 9,30 un sottomarino inglese affonda il piroscafo che trasporta molti civili, tra cui donne e bambini. 
Moriranno più di 300 persone, tra questi Carlo Dell’Orto, nato Seregno il 22/04/1917 e disperso in mare il 22 settembre del 1943.

In rete si trovano diversi elenchi dei caduti della RSI fatti da simpatizzanti del fascismo.

L’altra verità, uno di questi siti, ha raccolto un elenco in cui tutti i 35 membri dell’equipaggio dello Sgarallino, fra cui appunto Carlo Dell’Orto, vengono arruolati “da morti” nella Repubblica Sociale Italiana.

Ma se l’operazione relativa alla posa della lapide della RSI sul monumento ai caduti del cimitero di Seregno ha anche molte approssimazioni dal punto di visto storico, diventa più chiaro l’intento di chi l’ha promossa e pagata.

Per capire le loro ragioni bisogna andare a vedere chi sono.

Al di là delle varie sigle e delle facce con cui è stata presentata l’iniziativa, è abbastanza evidente che dietro a tutto questo ci sia Lealtà Azione, organizzazione politica di estrema destra di Monza, il cui presidente Stefano Del Miglio ha un curriculum criminale di tutto rispetto (vedi Curriculum criminale Stefano Del Miglio), fatto di aggressioni e violenze politiche con il gruppo Hammerskin (network internazionale neonazista nato a metà anni Ottanta negli Stati Uniti da una costola del Ku Klux Klan) trasferitosi praticamente in blocco in Lealtà Azione, anche se tutt’ora Del Miglio si divide tra l’una e l’altra organizzazione neofascista.

Norberto Bergna, il rappresentante del Comitato Carlo Borsani, l’associazione che ha posto la lapide al cimitero di Seregno, è di Lealtà Azione.

Una ramo di Lealtà Azione, l’associazione Memento, oltre a collaborare con il gruppo di ricerca storica sui caduti della RSI (che ha creato l’elenco dei caduti da cui ha attinto Bergna), è un’associazione che si occupa di quelli che definisce i campi dell’onore che non sono altro che i luoghi dei cimiteri italiani dove sono sepolti i caduti della Repubblica Sociale Italiana, tra cui il Campo 10 al Cimitero Musocco di Milano e il Campo 62 nel cimitero di Monza. 
Dal 4 novembre di quest’anno Memento si occupa anche di vigilare e tenere pulita la lapide ai caduti di Salò che l’amministrazione comunale di Seregno ha permesso che venisse apposta al cimitero, riuscendo in questi giorni anche “a catturare” e a consegnare ai carabinieri un 73enne antifascista seregnese (vedi Seregno, ha 73 anni l’imbrattatore della stele con i nomi dei caduti di Salò). L’eroica impresa del giovane aderente a una formazione che il giornale la Repubblica definisce come neonazista (vedi Milano, la guglia adottata dai neo-nazisti: ecco gli sponsor impresentabili del Duomo) sarà doverosamente celebrata sul Tg Web, organo ufficiale del comune di Seregno.

Walter Todaro, l’addetto stampa del comune, si è già prontamente aggiudicato lo scoop. 

In alcune ricorrenze Lealtà Azione organizza, sempre nei cimiteri, delle vere e proprie parate in stile militare, la cui simbologia e il cui significato sono evidenti.

Dal canto suo, il Comitato Carlo Borsani (intitolato alla memoria della medaglia d’oro al valore militare Carlo Borsani - 1941, fronte greco. Come amano ricordare i giornali locali e la testata giornalistica del comune di Seregno, vedi link, dimenticandosi però che Carlo Borsani non  è stato solo quello, ma fu gerarca fascista, firmatario del Manifesto sulla purezza della razza del 1938 e collaboratore di Avanguardia- Settimanale della Legione SS italiana) si definisce un comitato apartitico, ma non apolitico. 
Il Comitato invita, però, a partecipare alla fiaccolata che ogni 29 aprile, da qualche anno a questa parte, ricorda oltre allo stesso Carlo Borsani, Sergio Ramelli ed Enrico Pordenovi.

Quale sia il tenore di questa fiaccolata lo documenta bene un video de il Fatto quotidiano, dove si vede un capoccia che grida tre volte “Camerata Carlo Borsani!”, a cui i partecipanti alla manifestazione rispondono “Presente!”, facendo il saluto fascista.

Quando arriva la sera si accendono le fiaccole e si suonano i tamburi in una parata in “stile nazista” (leggi da l’Espresso, Camerati a Milano  e guarda il video della parata).

Norberto Bergna ha dichiarato ai giornali a proposito del posizionamento della lapide della RSI sul monumento ai caduti di Seregno: “ Finalmente ce l’abbiamo fatta! Grazie alla sensibilità dimostrata dall’amministrazione comunale, in particolare nella persona del vicesindaco Giacinto Mariani”.

Fatto confermato da Giacinto Mariani: “L’autorizzazione? É stata mia e gliela darei anche domani”.

Ma i rapporti tra l’amministrazione seregnese e Lealtà Azione non si limitano a questo scambio di riconoscimenti e paternità. 
Marco Tognini, l’ex commissario della Lega Nord di Seregno e molto vicino al sindaco Giacinto Mariani, tiene stretti rapporti con Lealtà Azione di Monza, con cui ha organizzato anche un convegno dal titolo Omofobia o eterofobia?
Tognini era anche presente all’inaugurazione della nuova sede di Lealtà Azione sempre a Monza (vedi Lealtà Azione inaugura la nuova sede).

D’altra parte Fausto Marchetti (di Lealtà Azione) che ama sfilare in formazione militare nei cimiteri lombardi (vedi foto sotto) è socio del pub-ristorante-sala scommesse Clash Stadium di Desio assieme all’ex assessore di Seregno Nicola Viganò (le cui simpatie per il fascismo non sono mai state nascoste), a Valerio Ciafrone (fratello dell’assessore Gianfranco Ciafrone), a un paio di soci dei ristoranti/locali di Giacinto Mariani (Molto e Mucho Mas) e insieme ad altri esponenti di Lealtà Azione quali Walter Di Lillo o vicini a quella organizzazione come Andrea Arbizzoni.

Dopo aver sdoganato le minacce di morte nel discorso politico (vedi "Giornalisti animali, dovete morire": le minacce del sindaco in Brianza ), Giacinto Mariani ha, dunque, fatto un passo ulteriore e ha regalato alla città di Seregno la lapide della RSI, in questo modo dando visibilità e agibilità istituzionale a una formazione politica neonazista (sempre secondo Repubblica).
Il fatto che, come i fascisti, Giacinto Mariani fosse assolutamente intollerante alla critica e alla normale dialettica democratica tra opinione pubblica e classe politica infonodo.org lo aveva capito già da un pezzo.

Per approfondimenti su Lealtà Azione si consiglia la lettura del sito Osservatorio sulle nuove destre.

Sul rapporto tra Hammerskin e ‘ndrangheta calabrese leggere invece l’articolo di Davide Milosa su il Fatto quotidiano Armi, politica, neonazi e strane veline: i vicerè della cocaina a Milano.

 

Monza - Processo Vivacqua. Radaelli: “Odio Giarrana ma non fino al punto di dire che ha ucciso Vivacqua”

di Pier Attilio Trivulzio

“In questa inchiesta ci sono zone d'ombra com'era piena di ombre la vita di Paolo Vivacqua che frequentava persone che lo volevano vivo quante altre che lo volevano morto”.

Nel processo al rotamat di Ravanusa, Monica Sala assiste Antonino Radaelli, l'ex camionista 54enne che, senza giri di parole, nel corso di dichiarazioni spontanee dice: “Odio Antonio Giarrana che ho conosciuto frequentando il bar di Desio dove tutti gli avventori sono di Ravanusa. Lo odio ma sono certo che con l'uccisione di Vivacqua non c'entra. Che è innocente come me”.

Odia Giarrana per averlo convinto ad andare a compiere una rapina nel box di Franca Lo Jacono. Avrebbero dovuto trovare una valigia piena di soldi, però quella sera del giugno di tre anni fa, le urla della vittima scatenarono la furia omicida e la consuocera di Paolo Vivacqua venne sgozzata con un cutter.

Radaelli e Giarrana sono stati condannati in primo grado a 30 anni.
Il 24 marzo 2014 nel carcere di Monza il maresciallo Antonio Fornaro e il brigadiere Pasquale Arciglione notificano a Giarrana e Radaelli l'ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip Alfredo De Lillo che li accusa “d'essere esecutori materiali dell'omicidio di Paolo Vivacqua in concorso con Salvino La Rocca, Diego Barba e Germania Biondo” nella quale è detto che “il 14 novembre 2011 i loro telefoni hanno agganciato celle di Desio e loro non ricordano né l'oggetto della conversazione né le azioni compiute quel giorno”.

“Nell'ordinanza è scritto che Giarrana e Radaelli (che non conosceva Paolo Vivacqua e non sa che la Lo Jacono è la consuocera - ndr), hanno pedinato la vittima e accertato i suoi spostamenti”.

“Ebbene, i tabulati telefonici non riscontrano agganci di celle identiche. In particolare nei dieci giorni prima dell'omicidio – argomenta con piglio deciso Monica Sala -. Ma c'è di più. L'ora dell'omicidio, stabilita inizialmente sulla telefonata di Lavinia Mihalache, era stata fissata alle 11.30. Ma quella chiamata non risulta proprio essere stata fatta. In base ai tabulati, il decesso dev'essere anticipato alle 10.55 perché Paolo risponde all'ultima chiamata alle 10.54. Si sente il rimbombo fisico della telefonata ricevuta quando è dentro l'ufficio. A quell'ora, il mio assistito Antonio Radaelli, dov'é? Il suo cellulare aggancia una cella che nulla ha a che fare con quella compatibile con l'ufficio di via Bramante d'Urbino. E' nella zona opposta, a Desio sud, quando alle 7 del mattino lo chiama Giarrana; alle 10.56 riceve una chiamata e non risponde.

L'aggancio è con una cella di Lissone; alle 11.13 Radaelli richiama il numero e aggancia la cella di via dei Mariani a Desio, vicina a casa sua. Idem alle 11.42.

E Gino Guttuso, fonte confidenziale che ha goduto di un trattamento di favore in questa inchiesta, e non capisco perché, dove si trova quel giorno? In tre mesi ha avuto 88 contatti con La Rocca, 18 con Giarrana e 3 con Barba. Il 14 novembre, alle 8.42 il suo cellulare aggancia la cella di via Bramante d'Urbino così come alle 16.21 e alle 16.22.

Attenzione – tiene a precisare il legale - sia chiaro, non vi sto dicendo che è stato Guttuso ad uccidere Paolo Vivacqua. Sto soltanto riferendo quello che risulta dai tabulati ed allora mi chiedo: perché a Guttuso nessuno chiede conto delle telefonate fatte la mattina dell'omicidio?

Guttuso conosceva Giarrana, ma non Radaelli.
Guttuso che ha un'enciclopedia di processo a Milano e a Monza anche per estorsione, è detenuto in carcere a Monza dal 10 ottobre 2012 fino al 18 ottobre 2013 parla è però esige che non venga fatto il suo nome. Sa perfettamente che se parla dal carcere esce soltanto orizzontale. Risultano 611 telefonate tra Radaelli e Giarrana, a loro viene chiesto di dire dov'erano e cos'hanno fatto il 14 novembre. Rispondono che non lo ricordano. E per questa risposta sono colpevoli? A Guttuso invece nessuno dice che c'è qualcuno che fa il suo nome, che lo coinvolge. Ha più indizi di Radaelli. Credetemi, io sono basita”.

Quaranta giorni dopo l'uccisione di Vivacqua viene arrestato dai carabinieri di Lissone il muggiorese Antonio Robertone, pregiudicato legato al clan Mancuso, che ha tentato un'estorsione a Giuseppe Vinciguerra, compaesano di Vivacqua che dal rotamat aveva rilevato la società Giada che in quattro anni aveva emesso false fatture per 184.858.488 euro. “Se volete sapere dell'omicidio Vivacqua – dice - seguite Quartararo di Muggiò”.

L'11 febbraio Quartararo viene chiamato. Gli dicono che una fonte lo coinvolge e lui risponde: “Io con l'omicidio Vivacqua non c'entro”. Ed esce di scena. Secondo il maresciallo Scalisi “Era una pista che non meritava d'essere seguita”. Vivacqua nel portafogli teneva un biglietto con appuntati i prestiti che faceva.

C'è il nome di Domenico “Mimmo” Zema, imparentato con Annunziato Moscato capo della Locale n'drangheta di Desio, i carabinieri di Monza che hanno la competenza per le indagini neppure lo intercettano.

Dispongono delle informazioni del colonnello della Gdf Marco Selmi che riferiscono della presenza di Carmi Mihalache a Carate nei giorni precedenti l'omicidio, hanno un'intercettazione dell'11 novembre tra Paolo e persona che deve installargli una telecamera nell'ufficietto e con la quale prende appuntamento proprio per il 14. Che indagini fanno i carabinieri?”

“L'informativa confidenziale del 24 luglio 2012 firmata dal maresciallo Cosentino dice che per l'omicidio Vivacqua è stata usata una pistola calibro 7,65 col silenziatore, segnala il box dov'è tenuto lo scooter, dice che i killer sono stati pagati...Eppure l'attività investigativa è limitata all'accertamento dei proprietari del box di via Forlanini a Desio: i genitori di Gino Guttuso. Che però non vengono sentiti, non vengono fatte intercettazioni. Niente per quanto riguarda le frequentazioni del soggetto. Sul fascicolo s'accumula la polvere... Fino al marzo 2013 quando il luogotenente Azzaro e il brigadiere Mosca redigono una loro informativa confidenziale dopo che Guttuso è stato chiamato in caserma a Desio per riferire quale persona informata sui fatti. In quell'occasione Guttuso dice tutto precisando però: “Io in quel periodo (novembre 2011 – ndr) Vivacqua non lo frequentavo”.

“La nota Azzaro-Mosca riporta il particolare della relazione tra Diego Barba e Germania Biondo che peraltro gli uomini dell'Arma di Desio ben conoscevano avendone parlato Gaetano Vivacqua nel corso dell'interrogatorio subito dopo l'uccisione del padre. L'arma non si trova? è stata buttata. E allora – chiede l'avvocato Sala - che motivo avevano i carabinieri di dire che c'era un'altra fonte? Quando poi lo stesso Azzaro ci dice che le fonti si sovrappongono. O meglio: che la fonte confidenziale è la stessa! Semplice: far emigrare a Desio l'inchiesta dei colleghi monzesi! Soltanto due mesi dopo iniziano le intercettazioni a Guttuso, viene fatto un sopralluogo al box ma nessuno si accerta se dentro c'è ancora lo scooter prestato la sera del 13 novembre 2011 e che gli è stato ritornato all'indomani con il nastro isolante sulla targa. Precisa che glielo ha restituito da Giarrana e con lui c'era Radaelli “se ne sono andati con una Panda di cui avevano le chiavi”.

“Di chi era la Panda? Guttuso é credibile quando dice queste cose? Aggiunge d'aver venduto lo scooter; in realtà il Kymco risulta ancora intestato a lui. Nessuno si è preso la briga di verbalizzare la moglie e i genitori del Guttuso”.

“Tra marzo-aprile 2013 mentre il processo Lo Jacono era in corso la parte civile chiede la sospensione – ricorda il legale -. Il pm Massen però non aveva alcun collegamento che legasse Giarrana e Radaelli all'omicidio Vivacqua e quindi si va dritti a sentenza”.

“Giarrana e Radaelli sono stati intercettati in cella per due mesi. Intercettati anche sul cellulare che li ha portati dal carcere in Procura per essere sentiti dalla pubblica accusa Donata Costa. Perché non portare anche Gino Guttuso che li accusa? Guttuso é il grullo che ha trasformato una tela del Botticelli appena abbozzata in un'accozzaglia di colori..”.
”Lo ha fatta diventare un Picasso”, interviene con una battuta il presidente Giuseppe Airò.

“E veniamo a Luigi Miniemi, teste della carta stampata. Quello che riferisce lo ha letto sui giornali. Unico particolare che non era di pubblico dominio è il colore dello scooter. Dice: è nero. Peccato fosse blu... E' soggetto con otto procedimenti ma lui ci parla soltanto dell'ultimo, quello per stalking. Dopo aver mandato la lettera alla Procura viene sentito dalla Costa per due ore e mezza il 10 aprile, ammette d'aver fatto l'informatore e chiede un aiuto. Due giorni dopo è trasferito, come da sua richiesta, a Pavia. Il 14 manda alla Costa una lettera che, particolare singolare, contiene copia datata 18 aprile “della lettera che – scrive - ho inviato al Santo Padre”.

Al termine dell'arringa di Monica Sala la pubblica accusa ha deciso di replicare.

“La fonte Azzaro non è la fonte Cosentino – precisa il Pm Donata Costa – Chiamai stazione e nucleo operativo di Desio e mi fu detto in modo inequivocabile: é una seconda fonte. Il 22 giugno nel mio fascicolo ho il report del colonnello Selmi. La fonte Selmi dice cose inverosimili sul movente. Preparo delega ai carabinieri chiedendo di approfondire, ho risposta tranchant: nessun riscontro. Primavera 2013, pista Lavinia Mihalache in stallo. Non ho niente se non la fonte dei carabinieri di Monza. A questo punto chiamo a Desio il capitano Pantaleo e dico: voglio approfondire la fonte Guttuso che è in carcere e tra l'altro ha precedenti per traffico di motorini rubati. Chiedo d'essere accompagnata. I confidenti mi piacciono ancor meno di quanto piacciano alle difese. Preparo la richiesta di intercettazioni per Desio chiedendo di mettere sotto controllo anche Gino Guttuso e Attilio Cascardo che era stato ingaggiato dalla Biondo per sorvegliare l'ex marito. Scrivo un secondo decreto affinché mi riferiscano sulla compatibilità del sistema Sfera rispetto alle persone già intercettate, alle ambientali, alle intercettazioni in carcere. Faccio anche riferimento allo scooter avendo già avuto precedente informazioni sul box di via Forlanini. Mi arrivano telefoniche che portavano a Quartararo di cui io non sapevo. Avevo due persone, Giarrana e Radaelli per l'omicidio Lo Jacono e i colloqui in carcere tra Giarrana e il fratello. Il 27 giugno acquisisco dalla collega Massenz (pm del processo Lo Jacono – ndr) una perizia più completa sulle intercettazioni. Metto assieme sospetti e mancate giustificazioni e risento come indagati gli intercettati senza dare elementi. Ecco perché prima li ho intercettati e poi li ho sentiti.
Quando a dicembre 2013 deposito la mia informativa conclusiva mi rendo conto che devo sentire Gino Guttuso. Ciò avviene il 27 gennaio, è tutto verbalizzato. Gli contesto la telefonata del mattino e altre chiamate e lui mi da una sua altra versione che ho ritenuto credibile. E' l'unico che mi ha dato una versione credibile anche per una visione di lettura delle intercettazioni con riferimento alla riunione preparatoria dell'ottobre 2011 a casa di Giarrana. Lo ha fatto rendere credibile sul fatto che i partecipanti alla riunione non avrebbero compiuto una rapina”.

“Non ho parlato di incuria nell'indagine – tiene a precisare l'avvocato Sala - non l'ho detto, così come non ho detto che Guttuso è la fonte Cosentino. E' fonte che non conosco”.

Presidente Airò la rassicura: “In Camera di consiglio la fonte Cosentino proprio non la tratteremo. Anche perché non l'abbiamo”.

“Quello che ho detto nella mia arringa – conclude la Sala, difensore di Radaelli – è perché è stata fatta indagine sui cinque imputati e non su altri”.

Pubblica accusa Donata Costa: “Dovremo fare un rinvio formale per le repliche”.

L’avvocato Alessandro Frigerio difensore di La Rocca: “La telefonata delle 11.30 fatta da Lavinia Mihalache che ci è stata venduta come certezza, è invece una probabilità”.

Salvo imprevisti legati allo sciopero degli avvocati il 3 dicembre altre repliche e quindi Camera di consiglio per la sentenza.
 

Monza - Omicidio Vivacqua. L'avvocato Cacciuttolo: "Il killer ha atteso nascosto nell'ufficio"

di Pier Attilio Trivulzio

“Il killer attendeva Paolo Vivacqua dentro l'ufficio. Lo attendeva nascosto dentro lo sgabuzzino che fungeva da bagno. Ha sparato 7 colpi, l'ottavo bossolo è stato rinvenuto proprio in quel minuscolo locale. Sette colpi di pistola calibro 7,65 sparati orizzontalmente. Dal basso verso l'alto. Ce lo dice la relazione del dottor Zoia: “I colpi hanno un andamento orizzontale, come fossero frecce”. Paolo era alto 1,65, il killer non era più basso di Paolo. Ha sparato dallo sgabuzzino a cui si accede scendendo tre gradini. Si é trattato di una vera e propria esecuzione”.

“Il killer ha sparato a Vivacqua quand'era seduto o in ginocchio – aggiunge Manuela Cacciuttolo, Perry Mason in gonnella che difende Germania Biondo –. Guardando le foto si vede la polvere sui pantaloni all'altezza delle ginocchia. E' stata un'esecuzione a tutti gli effetti. Paolo Vivacqua era diventato ingestibile e per questo andava eliminato”. Alle 18.28 di quel 14 novembre 2011 la compagna di Paolo, Lavinia Mihalache parlando al telefono con Mariana Rusnac dice: “Lo aspettavano lì dentro”.

Già, ma se il killer era dentro l'ufficio, chi gli ha consegnato le chiavi?
Dopo che ad agosto, in vacanza Sicilia con Lavinia qualcuno aveva crivellato di colpi la sua Bmw - forse in risposta al fatto che Vivacqua voleva assoldare un killer per far tacere per sempre un compaesano - il rotamat di Ravanusa aveva cominciato a temere per la sua vita.
Rientrato in Brianza, da operai di una ditta di Domenico Zema aveva fatto murare una cassaforte nell'ufficietto. E ai primi di novembre ad Angelo Bottaro aveva chiesto di cambiargli le serrature. L'8 novembre Paolo comunica infatti il cambio di chiavi dell'ufficietto di Desio all'avvocato Loreno Magni e a Stefano Monzani (ex sindaco di Roncello a cui aveva prestato denaro e con cui Paolo aveva costituito alcune società in Inghilterra- ndr). Il giorno dopo informa anche il suo braccio destro Enzo Infantino. Acquista una sofisticata apparecchiatura che gli consente di registrare le conversazioni che avvengo nell'ufficietto e fuori dallo stesso. Fa le prove di funzionamento il 12 novembre con l'amico Salvatore Grasta che ne parla in aula e dice che davvero funzionava. Peccato però che l'apparecchiatura trovata é mancante della indispensabile sim. E' forse l'unica cosa che il killer si è portato via? “Non la catenina d'oro, l'anello o i soldi – dice la Cacciuttolo -.Il killer uccide e non cerca nulla. La scena del delitto è intonsa”.

E poi si chiede il legale: “Paolo era in piedi o seduto sulla sedia-poltrona? La pubblica accusa ci ha detto che la sedia è stata spostata. Dalle foto si vede che esiste un'unica poltrona ed è dietro l'altra scrivania. Quindi manca la sedia! Forse la sedia mancante è stata utilizzata dal killer per sparare? E poi portata via dello stesso? E' credibile che si sia allontanato in scooter portandosi via la sedia? Questo particolare ci porta a dire che non esiste alcun riscontro rispetto a quanto dice l'accusa, che Giarrana e Radaelli sarebbero arrivati in scooter. Quello scooter che gli operanti neppure sono andati a cercare, limitandosi a fare una ricerca anagrafica sul box appartenente ai genitori di Gino Guttuso.

“La Polizia giudiziaria ha lasciato troppe cose al caso. Non sono state rilevate impronte nell'ufficietto per scoprire se c'erano peli o capelli magari nello sgabuzzino del bagno, caso mai il killer si fosse lavato le mani...Ci hanno detto che in quell'ufficio entrava troppa gente. Sul cellulare di Paolo ci sono macchie bianche e anche una scarpa ha la suola imbiancata. Dell'auto non sono state fatte foto e neppure sono stati fatti rilievi. E' la stessa Bmw contro cui erano stati sparati colpi ad agosto. Ma nessuno degli operanti sapeva di quant'era accaduto in Sicilia. La pubblica accusa ci ha detto che le indagini sono state fatte a 360 gradi. E' un bene che per un anno e mezzo sia stato fatto il dibattimento perchè ci ha fatto capire che i cinque imputati sono innocenti. Sono soltanto le fonti confidenziali a dare la pennellata di colore all'inchiesta. Il pubblico ministero deve sostenere il grande buco dell'inchiesta: quel giorno Vivacqua é stato lasciato solo e quindi Calogero Licata Caruso ed Enzo Infantino andavano indagati in concorso per l'omicidio di Paolo”.

Il legale arringa la Corte chiedendo: “Perché sono saltate le coperture di Paolo? Come faceva la Biondo ad attuare l'omicidio dal momento che non risulta alcun contatto telefonico con gli imputati? L'inchiesta della Procura é non corretta, miope e parzializzata. Le intercettazioni non possono essere considerate prove. In quanto alle conversazioni dei fratelli di Lavinia, Carmi e Laurent sono incomplete. Le fonti Gino Guttuso e Luigi Miniemi non sono né un riscontro né una prova. I due non sono testi dell'omicidio Vivacqua. In quanto a Miniemi dovrete chiedervi perché decide e cosa lo spinge a parlare col magistrato. E' soggetto che sceglie di salire “sul treno che passa”.

Due giorni dopo che la Procura di Sondrio gli commina una condanna per stalking scrive alla Procura di Monza e poi chiede alla dottoressa Donata Costa di avere benefici. E' dopo che il 7 aprile i Tg parlano degli arresti per l'omicidio di Vivacqua, tramite il suo avvocato chiede d'essere sentito: “Sono qui per parlare del Berlusconi di Ravanusa chiedo di poter avere uno sconto di pena”. C'è un unico filo che lega quanto dicono Guttuso, Miniemi e Giuseppe Nappa. Tutti e tre parlano di Paolo Bevilacqua o Bevacqua. Si sono parlati o qualcuno li ha indotti? La prova regina che Antonino Giarrana non c'entra nulla con l'omicidio Vivacqua sono le intercettazioni in cella del 27 giugno e 19 luglio 2013 con Giarrana che dice: “Io con questo omicidio non centro niente”.

Ed anche quelle del successivo 24 luglio con Miniemi che parla con Giarrana e questi gli dice: “Io quel giorno non c'ero proprio”.

Ci prova la pubblica accusa a dire a Giarrana di confessare anche l'omicidio Vivacqua dopo aver ammesso che era con Antonio Radaelli nel box di Franca Lojacono, consuocera di Vivacqua, uccisa con un cutter sette mesi dopo l'omicidio del rotamat. “Confessi – dice la Costa – le danno 17 anni e tra un paio d'anni è fuori”.

Vi invito – continua la Cacciuttolo rivolta alla Corte - a non utilizzare dichiarazioni di Gino Guttuso che, come aveva detto nella sua arringa la parte civile Franco Gandolfi avrebbe dovuto essere indagato come sospetto concorrente del reato o come fiancheggiatore e comunque doveva essere sentito con tutti i crismi: alla presenza del difensore. E sempre relativamente a questa fonte confidenziale le minacce da lui ricevute le notte dell'aprile 2014 sono dovute a droga non pagata. Il fatto che si sia rivolto ai carabinieri denunciando l'aggressione potrebbe anche essere un diversivo per coprire, data l'ora tarda, l'obbligo di residenza impostogli e la paura di finire nuovamente in carcere.
Quella notte Guttuso non sapeva neppure come si chiamasse. Né il Gip né il Pm hanno deciso di accusarlo di falsa testimonianza nonostante il 7 gennaio dice di non saper nulla dell'omicidio Vivacqua, il 27 marzo ribadisce di non sapere nulla e che neppure conosceva Vivacqua e poi dichiara che “a casa di Giarrana la Biondo non c'era e che non ha mai avuto contatti con Giarrana” e però diventa credibile quando rivela della riunione ad ottobre 2011 in casa di Giarrana dove viene discusso il progetto di una rapina a Paolo Vivacqua.

“Donata Costa che in questo processo rappresenta la pubblica accusa il 13 luglio ha detto: “Quanto dichiarato da Lavinia Mihalache è tutto vero”. Cosa sappiamo di quel 14 novembre? “Quella mattina Lavinia voleva andare con Paolo che però non l'ha voluta” apprendiamo da una conversazione del 22 novembre. Lavinia ha detto d'aver chiamato alle 11,30 Paolo e di non aver avuto risposta. Dai tabulati non risulta alcuna chiamata sui due cellulari 372xxx e 356xxxx di Paolo. Anche il tenente Valentina De Sanctis della Guardia di finanza lo conferma. Probabilmente aveva un'altra utenza. Il maresciallo Martella e Antonio Vivacqua ci hanno detto che Paolo spesso cambiava telefono.

Né il maresciallo Azzaro né Fornaro (carabinieri a Desio – ndr) s'accorgono che non ci sono riscontri che confermano la chiamata di Lavinia il mattino dell'omicidio. Aggiungono che per Lavinia non è mai stato fatto un controllo col sistema Sfera sulle celle agganciate.

“Perché Lavinia decide di andare a cercare Paolo a Desio e non alla FV Metalli a Gessate o al capannone della Royal Aste a Sesto San Giovanni? Quella mattina si erano lasciati da appena un'ora e Lavinia lo cerca, perchè? Il sospetto è che sia andata in quell'ufficio per costituirsi un alibi. Pensava di trovare Paolo con una donna. Arriva a Desio con l'amica Mariana Rusnac che lavorava nel bar di Muggiò di Mario Infantino, dopo le 15 ed è molto agitata. Ha cominciato ad agitarsi quattro ore prima, da dopo quella chiamata senza risposta che però non risulta mai fatta. “Sono arrivata al parcheggio, ho visto la Bmw e ho detto a Mariana: è qua. La tapparella dell'ufficio era alzata. Mi sono alzata in punta di piedi per guardare dentro” dice a Genny nel corso di una telefonata del 15 novembre alle 6 del mattino. Sospettava veramente che Paolo fosse in compagnia di una donna o voleva sincerarsi che quello che doveva essere fatto era stato fatto? Lavinia ha mentito sulla telefonata del mattino, mente anche quando dice di non conoscere l'anziano che stava davanti all'ufficietto di Desio.

Lo prova la telefonata alle 4.05 del mattino (15 novembre) col fratello Carmi. “Ero in ufficio, ero con lui (Paolo – ndr) e arrivato TITU, non aveva telefono e allora gli ho prestato il mio, è lui che ha chiamato l'ambulanza”. Mezz'ora prima di questa conversazione Lavinia aveva chiamato il fratello Laurenti negli Stati uniti per chiedergli il numero di cellulare ucraino di Carmi. “E' stata la mafia a sparare a Paolo”, dice Laurenti. “Non parlare, nessuno sa niente, capisci cosa intendo?” lo zittisce brusca Lavinia. Insiste Laurenti: “Quel romeno che lavora...Chi c'era nel cortile...chi c'era nel cortile dell'ufficio?”. Come fa il fratello americano a sapere che una persona era fuori dall'ufficietto di Desio? Anche Salvatore Grasta sospetta di Lavinia: “Come faceva lei a sapere che Paolo era là, a Desio?”.

Giusi, segretaria di un'agenzia di viaggi della Sicilia che conosceva bene Paolo lo chiama tra le 10.15 e le 10.30 del giorno dell’omicidio. “L'ho sentito preoccupato, spaventato. Ti chiamo dopo, ho gente...”racconta. Altre chiamate non hanno avuto risposta.

Se Paolo è stato ucciso attorno alle 10.50 , come è possibile che il cellulare agganciasse cinque celle diverse? Forse ha camminato il cellulare? O forse hanno portato in giro il cadavere?

Dopo la vacanza in Sicilia nell'agosto 2011 e i colpi di pistola contro la Bmw. Confida alla compagna: “Piuttosto che succeda qualcosa ai miei figli preferisco affrontare io le cose”.
Il 16 ottobre, un mese dopo aver incassato i 5,1 milioni di euro da Bricoman, un mese prima dell'omicidio, riferisce a Lavinia: “Mi hanno detto una cosa: qualcuno voleva farmi una rapina”. E quindi pensa ai sistemi di sicurezza per l'ufficio e cambia anche le sue abitudini: quando ci va per appuntamenti sceglie il pomeriggio, non più la tarda mattinata. Eppure il killer lo ha aspettato dentro l'ufficio di lunedì mattina…

Paolo Vivacqua si era stancato di Lavinia. Nel 2010 voleva licenziarla e tornare con Germania Biondo. E' allora che sentendosi crollare il mondo addosso la rumena decide di fare un figlio...Tra luglio e ottobre 2011 i rapporti diventano tesissimi. Le dice: “Ti devi allontanare da Desio prostituta che non sei altro. Non vengo neppure a casa”. E lei: “Allora torna da lei (da Germania – ndr)”. Paolo: “Mi lasci il bambino. Te lo prendo io. Ti tolgo casa, soldi. Ti lascio col culo per terra”.

Lavinia: “Quando ti metterò le mani addosso ti lascerò senza respiro”.

Ha paura di Lavinia anche Elena Pricop, domestica di casa Vivacqua. “Ti ho detto che ho paura di te non della legge” dice alla compagna di Paolo il 20 novembre.

“Io questa (Pricop – ndr) la seguo fuori di casa e l'ammazzo”, sibila al telefono Lavinia a Mariana Rusnac. La Pricop sapeva che il sabato precedente l'omicidio Carmi Mihalache era ospite a Carate ed aveva fissato alcune camere in un costosissimo hotel per alcune persone che venivano dall'America con cui doveva trattare (con Paolo? ) un grosso affare. Paolo aveva costituito alcune società negli Usa: la Ben Merchant Holding Corporation ad Albany che ha il ravanusano Antonio Di Salvo come rappresentante societario.

Conversazione ambientale del 14 ottobre 2011 tra Carmi Mihalache e Paolo Vivacqua.
Carmi: “Se tu rompi (con Lavinia – ndr) non funzionerà“.
Paolo: “Lei vuole l'auto, la casa, 400mila euro..più 430mila euro per il rogito..Le ho lasciato 300mila euro. Be', dovesse succedermi qualcosa....”.

Ultimamente Paolo trascurava Lavinia e lei lo sapeva. Era stata vista in giro a Carate con un occhio nero. L'aveva lasciata anche senza soldi. Salvo prestare 100mila euro al fratello Carmi che voleva comperarsi un escavatore. Agli atti ci sono due telefonate e un sms dove Lavinia chiede a Carmi “le coordinate del conto corrente di Paolo in Svizzera e ragguagli sugli investimenti in Romania”.
Nel corso del dibattimento il teste Martella della Guardia di finanza di Gorgonzola riferisce di una conversazione “tra Carmi e Paolo che gli dice d'aver lasciato 300mila euro a disposizione di Lavinia in Sicilia”.

Vivacqua esibiva rotoli di banconote, occultava i soldi nei posti più impensati. Un sacchetto con 450mila euro è stato visto da Salvatore Grasta nascosto tra la legna della casetta-box di Carate. Lavinia ha dichiarato di non sapere nulla di quei soldi. Di non essere scesa nel box quei giorni e però conferma che spesso Paolo portava a casa somme ingenti.

Il 10 gennaio Mariana Rusnac dice a Lavinia: “Sai, vai giù, magari Paolo ne ha messi tanti: 100, 250mila tra quella legna o anche un milione in casa. Un sacchetto pieno. Sai quello che devi fare se succede qualcosa”.

Paolo Vivacqua ha prestato somme importanti a persona indagate per associazione di stampo mafioso ma gli inquirenti non hanno indagato a fondo. Così come non hanno indagato nel settore dei rifiuti dove Paolo stava per realizzare in Sicilia un ambizioso progetto da 80milioni di euro acquistando nel bresciano un impianto che trasformava in petrolio i rifiuti, o nel settore dell'acqua potabile.

C'è poi una strana analogia tra Paolo Vivacqua che sente d'essere in pericolo e Massimo Pirovano, architetto ed ex consigliere comunale titolare di una società immobiliare in rapporti d'affari con Vivacqua per un terreno di via del Pozzone a Carate accanto alla costruzione di Bricoman.

Su quel terreno Vivacqua vuole costruire appartamenti. Pirovano e i soci vogliono invece realizzare un edificio commerciale. Pirovano ha venduto a Paolo l'appartamento nel condominio “La Favorita” di Carate dove abita con Lavinia.

Il giorno dopo l'omicidio di Vivacqua, Pirovano lascia in cassaforte uno scritto: “Nel caso dovesse succedermi qualcosa..Ho versato 180mila euro in contati ad un politico per la trasformazione di un'area edificabile grazie a un Santo in paradiso.”.
Il documento viene sequestrato dal pm Donata Costa. Pirovano patteggia la pena. Era uno dei soci della “cooperativa” -così la definiva Vivacqua - di Carate Nostra a cui pagava in nero mazzette per trasformare terreni agricoli in edificabili.

Germania Biondo che aveva sposato Paolo Vivacqua dopo la fuitina, quando ancora era minorenne nel corso delle sue spontanee dichiarazioni tra lacrime e singhiozzi ha confessato d'aver messo Paolo alla porta ma d'averlo sempre amato. “L'avrei ripreso se avesse lasciato la compagna di cui si era stancato perché lo amavo e lo amo”.

Ha confessato d'aver avuto una relazione con un pakistano. “Mi faceva star bene”. Con Diego Barba soltanto una bella e lunga amicizia. Ed in quanto ai soldi per aprire la cartoleria li ho avuto da Mimmo Savarino, non da Barba.

Per lunedì 16 novembre, è fissata l’arringa di Monica Sala, avvocato di Antonino Radaelli; il 23 o il 30 novembre la sentenza.

Monza - Autodromo. ACI al lavoro per salvare il GP. In Tribunale Guitamacchi denuncia le pressioni avute dal consiglio di Sias

di Pier Attilio Trivulzio

Chi domenica ha visto il Gran premio del Messico di Formula1 sul circuito interamente ridisegnato dall'architetto Hermann Tilke si è reso conto di come dovranno essere gli autodromi che vorranno accogliere in futuro il Circus della Formula 1. Tribune accoglienti, visibilità totale del tracciato, servizi.

Esattamente il contrario di quanto avviene all'Autodromo Nazionale di Monza. Il circuìto monzese è stato inaugurato nel 1922 ed interamente rifatto nel 1955.
Stravolto nelle strutture, con la totale e vergognosa cancellazione di elementi storici, quindici anni fa, quando ai vertici c'erano il direttore Enrico Ferrari e il responsabile tecnico Giorgio Beghella Bartoli che mai si sono posti il problema delle esigenze del pubblico pagante.

Così – a parte la costosissima tribuna centrale e quella della parabolica – le tribune sono senza riparo in caso di pioggia ed il pubblico è seduto su assi metalliche o cemento. Mancano i servizi igienici ed ogni altro comfort per lo spettatore.

É vero, però, che c'è la Storia. Quella Storia che Sias, la società di gestione dell'impianto, ci ricorda ad ogni volta.
“Storia che non si può cancellare” é il mantra che viene ripetuto mentre si cerca di rinnovare il contratto con la Formula One Management di Bernie Ecclestone per tenere a Monza il Gran premio d'Italia fino al 2020.

Ecclestone però vuole soldi, e ne vuole tanti: 25milioni di dollari con aumento annuo del 5 per cento. Il che significa un totale di 100 milioni di dollari per i quattro anni, a partire dal 2017.
Nei mesi scorsi, il presidente Andrea Dell'Orto, d'accordo con il procuratore Francesco Ferri, aveva risposto picche all'Automobile Club d'Italia – possessore dei diritti del Gran premio d'Italia – disposto ad entrare nel capitale di Sias oppressa dai debiti. Un vero e proprio sgarbo che il presidente Angelo Sticchi Damiani non ha affatto gradito.

A mettere ordine alle cose, in occasione del Gran premio di settembre, ci ha pensato lo stesso Bernie Ecclestone che, dopo Roberto Maroni e Matteo Salvini, incontrando il premier Matteo Renzi, ha senza mezzi termini bollato con un irriferibile epiteto caro ai taxisti londinesi, il management di Sias: “Con quella gente inconcludente non voglio più trattare – ha detto -. D'ora in poi avrò un unico interlocutore: my friend Angelo (Sticchi Damiani – ndr)”.
Un sonoro schiaffo a Dell'Orto & company.

In silenzio il presidente dell'ACI sta lavorando per trovare i soldi che Bernie chiede. “E' vero – ammette al telefono - i termini stanno scadendo, dobbiamo reperire la somma che Bernie chiede e, mi creda, stiamo lavorando tantissimo. Non parto mai per operazioni che hanno poca probabilità di riuscita. Non sono abituato a prendere in giro me stesso né gli altri”.

Il Governo sembra deciso ad accorpare il Pubblico Registro Automobilistico (Pra) alla Motorizzazione e quindi, di fatto, togliendolo all'ACI. In questo caso, obbligati a cedere l'archivio del Pra mettereste in cassa molti soldi. Una parte dei quali potrebbero servire per pagare i 25milioni di euro l'anno a Ecclestone?
Cedere l'archivio del Pra alla Motorizzazione equivarrebbe a cedere il Pra. E che noi dovremmo cedere il Pra per tenere il Gran premio di Formula 1 a Monza? Le smentisco categoricamente che ACI intenda fare una simile operazione. Confermo invece che stiamo lavorando per raggiungere l'accordo con Ecclestone”.

Quali sono i rapporti con Ivan Capelli presidente dell'Automobile Club di Milano?
Ottimi”.

Un'ultima domanda presidente: è sicuro che in Sias vada tutto bene?
Risposta secca: “No!”.

La nostra conversazione con Angelo Sticchi Damiani è del 19 ottobre, pochi giorni dopo il Cda di Sias nel corso del quale il direttore commerciale Francesco Ippolito ha illustrato i dati semestrali che hanno lasciato freddo i revisori dei conti tanto che hanno chiesto la convocazione dell'Assemblea con il Cda del socio di maggioranza, vale a dire l'Automobile Club di Milano.

I risultati del Gran premio hanno evidenziato una ulteriore perdita che sommata ai tanti flop accumulati – costose consulenze, gare moto mx di maggio, realizzazione di quello che impropriamente viene chiamato Museo – finiranno con l'aggiungere un altro pesante rosso di bilancio. Altro che dollari per rinnovare con Ecclestone!

In sospeso ci sono ancora soldi che l'Agenzia delle Entrate chiede per gli anni pregressi 2010-2011 della gestione di Enrico Ferrari e gli 893.687 euro per IMU e ICI da pagare al Comune di Monza.

Cifre retaggio della malagestione stoppata con il blitz della Guardia di finanza del 22 maggio 2012 dopo l'esposto-denuncia fatto a gennaio del presidente di Sias allora in carica Paolo Guaitacchi.

Guaitamacchi, sentito in Tribunale dove da due anni – stancamente - si sta trascinando il processo, su domanda del pubblico ministero Walter Mapelli ha ricordato quel che avvenne il 7 gennaio 2011 nel corso del Consiglio di Sias. “Nominato il 23 dicembre il presidente dell'Automobile Club di Milano, socio di maggioranza di Sias, mi ha detto vai a vedere un po' e a mettere ordine”. “Mettere ordine perchè?”, chiede Mapelli.
Si parlava di gestione chiaccherata. E come primo atto ho chiesto di vedere le deleghe di Enrico Ferrari scoprendo che poteva firmare spese fino a 200mila euro. Cifra troppo alta per una società a capitale pubblico. Chiesi quindi la firma abbinata. Scoprii anche che Claudio Viganò, presidente che mi aveva preceduto, aveva addirittura la delega di spesa per un milione di euro!”
In Consiglio la questione delle deleghe dette vita ad uno scontro verbale con il consigliere Michele Nappi che mi accusò di offendere l'attività della Sias e la figura del direttore Enrico Ferrari. La conversazione assunse toni antipatici e continuò nel successivo Consiglio”.

Questi eccessivi importi di spesa autorizzati a Viganò e Ferrari erano un bene o un male per la società?”, domanda il pm.
Non posso dire. Sias dichiarava utili tra i 200 e i 400mila euro l'anno. Io cercai di capire qualcosa sulla gestione dei fornitori accorgendomi che non venivano scelti su offerte ma per affidamento diretto. Alcune servizi venivano pagati a consuntivo”.

Pubblica accusa: “Insomma Sias se la suonava e se la cantava?”.
Eh, sì. Aggiornavo della situazione il presidente Valli ma non accadeva nulla e così preparai una relazione con i suggerimenti per determinate procedure che inviai a tutti ad aprile . A quel punto chiamai un mio collaboratore (Luigi Sangalli – ndr) affinché tenesse d'occhio la contabilità ma in sede di Consiglio mi venne detto che non avevo poteri per tenerlo”.

Chi fu a dirglielo, Nappi?”.
– conferma Giatamacchi -. Così chiusi il mandato con Sangalli e decisi le procedure d'acquisto. Era l'aprile 2011, vennero approvate a gennaio 2012. A Ferrari avevo detto di disdire tutti i contratti a far data dal 31 dicembre. C'era sempre qualcuno che remava contro... Per le cose di maggior rilievo decisi l'indizione di gare. Fu così per l'appalto della ristorazione. Con Ferrari e Beghella Bartoli c'incontrammo per i dettagli…. Perchè Beghella? Era direttore tecnico ma si occupava anche dei fornitori...Poichè la situazione della ristorazione in autodromo era fino a quel momento stata gestita da soggetti differenti: Stella Anzani per il ristorante e gli ambulanti, AM per il catering nei giorni di manifestazione, Raveglia per il bar del villaggio decidemmo d'avere un unico gestore. Il bando è poi stato predisposto da Beghella Bartoli, dal consulente di Sias Emanuele Vialardi e dall'avvocato Boifava. Il Vialardi partecipava a tutte le cose che avvenivano in autodromo. Era personaggio chiaccherato, mandato via dalla controllata di Ac Milano. Per la ristorazione le manifestazioni d'interesse furono molte (molte però ritirate - ndr), quella dell'ATI tra AM e Anzani rispondeva a punteggio pieno, ci accingemmo a portare in Consiglio per l'approvazione quando mi accorsi che all'ATI si era aggiunta un'altra società, la Duepi srl, costituita soltanto un mese prima che, se vincitrice del bando avrebbe rilevato il ramo d'azienda di Stella Anzani. La cessione del ramo d'azienda non era compatibile col bando e per questo chiedemmo un parere amministrativo pro veritate all'avvocato Carlo Cerami. Del Consiglio oltre a me erano d'accordo di vederci chiaro i consiglieri Mazzo e Giuliani e la maggioranza degli 11 membri del Consiglio”.

Chi era per lei la persona che rappresentava Duepi? La signora Guseppina Panuccio?”.
Sì. La signora Panuccio dirigente comunale. Era la madre di Federica Evangelista, amministratrice della società”.

Paolo Guaitamacchi non firmò l'autorizzazione a Duepi per la ristorazione in autodromo.
Emanuele Vialardi, deus ex machina dell'operazione ebbe il via libera da Enrico Ferrari.
Il bando prevedeva una fidejussone di 400mila euro per i lavori di ristrutturazione del ristorante della tribuna centrale.
La fidejussone fu consegnata a Sias e fatta controllare da Guaitamacchi, ma non è mai però saltata fuori in seguito. Nessuno l'ha escussa. Questo è un altro dei tanti misteri della gestione di Enrico Ferrari.

L'ex presidente dovrà tornare in Tribunale per riferire in merito alle taciute bolle in pista in occasione della gara Mondiale Superbike del maggio 2012 il cui capo d'accusa è contestato a Enrico Ferrari, Giorgio Beghella Bartoli e al geometra Stefano Tremolada. E per un altro capo d'accusa riguardante il distributore multicarburante dentro al parco. Capo d'accusa a cui oltre a Ferrari e Beghella Bartoli deve rispondere Giuseppina Panuccio.

Nel 2016 sono previsti altri due processi per la magestione dell'Autodromo Nazionale. Il 12 gennaio inizierà l'abbreviato contro Enrico Ferrari, Claudo Viganò ed altri tra cui collaboratori del Moto Club di Biassono oltre al presidente Gabriele Aliprandi che ha subito il sequestro di conti, auto e casa a Sovico; il 15 invece toccherà all'ex direttore della Siae di Monza e Brianza Americo Martino per i rapporti con Sias ma anche per un'arma con matrice abrasa e proiettili trovata nella sua abitazione.

Centemero, sindaco di Gelsia, entra in Cogeme. Lega Nord: multiutility, consulenze e poltrone

di k.ts.

Alla fine Giulio Centemero, membro del collegio sindacale di Gelsia Ambiente, non ce l’ha fatta a diventare presidente di Cogeme, ma é entrato comunque nel cda della municipalizzata di Rovato come consigliere con deleghe. 
Dopo un braccio di ferro durato tre mesi è stato rinnovato la scorsa settimana il consiglio di amministrazione di Cogeme (vedi Eletto il nuovo Cda di Cogeme), società del gruppo LGH che unisce le municipalizzate di Cremona, Crema, Pavia, Lodi e Rovato.

La candidatura di Giulio Centemero alla presidenza è stata bocciata una prima volta a luglio dalla maggioranza dei comuni bresciani soci di Cogeme, perché vissuta come imposizione dei vertici milanesi della Lega Nord - Centemero fa parte del comitato amministrativo del partito - ed estranea alla realtà territoriale.

Sostenuta dal sindaco di Rovato Tiziano Belotti della Lega Nord, la candidatura di Centemero alla presidenza è stata bocciata una seconda volta a metà settembre, sempre per gli stessi motivi. Settimana scorsa i comuni soci di Cogeme sono riusciti alla fine a trovare l’accordo e Giulio Centemero entra in Cogeme come consigliere con deleghe tecniche. La presidenza va invece all’avvocato Giuseppe Mondini, vicino al mondo del volontariato bresciano.

La vicenda del faticoso rinnovo del cda di Cogeme si inserisce nel processo di aggregazione tra il gruppo LGH e A2A, la multiutility controllata dai comuni di Milano e Brescia ( Cogeme controlla il 30,915% delle azioni di LGH, mentre le altre quote sono ripartite tra AEM Cremona 30,915%, ASM Pavia 15,902%, ASTEM Lodi 13,221% e Società Cremasca Servizi di Crema 9.047%).

Sarà un caso, ma é abbastanza singolare il fatto che il sindaco di sinistra di Milano Giuliano Pisapia il 15 ottobre nomini Giulio Centemero, spesso definito dalla stampa come il portaborse di Salvini, nel collegio sindacale della Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano (vedi Atto del comune di Milano). E sarà ancora un caso che, quattro giorni dopo, il 19 ottobre, il sindaco leghista di Rovato Tiziano Belotti, nell’assemblea dei soci di Cogeme, ritiri la candidatura di Centemero alla presidenza, “accontentandosi” di inserirlo nel cda come consigliere con deleghe (una specie di ammistratore delegato - ndr).

Il nuovo cda di Cogeme dovrà decidere sulla proposta di aggregazione che A2A avanzerà ai soci di LGH, proposta che dopo molti rinvii, a causa del mancato rinnovo del cda di Cogeme, verrà resa nota il 6 novembre (vedi A2A, altro rinvio per LGH).

Il portaborse di Salvini

Se non è molto conosciuto nel bresciano (eccetto che per il suo ruolo nella Lega Nord e per essere uno stretto collaboratore di Matteo Salvini al parlamento europeo), Giulio Centemero è più conosciuto in Brianza dove è stato per un anno capogruppo della Lega Nord ad Arcore.
E’ figlio di Alberto Centemero ex assessore per la Lega Nord ad Arcore e cugino di Elena Centemero, parlamentare ed ex coordinatrice provinciale in Brianza di Forza Italia/PDL.
Sempre ad Arcore, Giulio Centemero è stato membro del cda di Metano Arcore, la municipalizzata ceduta l’anno scorso dal comune brianzolo ad Italgas.
Tra il giugno 2012 e l’ottobre 2013 è stato amministratore di Geseco srl, la municipalizzata del comune di Dalmine creata nel 2009 e messa in liquidazione nel gennaio di quest’anno con un buco di diversi milioni di euro.

In Brianza è invece stato nominato nel collegio sindacale di Gelsia Reti (2010-giugno 2013), da lì è passato a Gelsia Ambiente di cui è tuttora sindaco effettivo, nonché membro dell’Organismo di Vigilanza di AEB, probabilmente con il doppio compenso per le due cariche ricoperte all’interno del gruppo AEB-Gelsia.

Per lungo tempo nel collegio sindacale del Consorzio Provinciale della Brianza Milanese per lo smaltimento dei rifiuti, almeno fino al 31 dicembre 2014 quando il consorzio con sede a Seregno (da sempre feudo leghista) viene messo in liquidazione. Giulio Centemero attualmente siede nel consiglio di amministrazione di Saronno Servizi, la municipalizzata del comune di Saronno.

Attivo anche nel mondo della Sanità lombarda, Centemero è stato nominato da Regione Lombardia nel 2012 nel collegio sindacale dell’Asl Milano 1 (ora in scadenza), quella diretta da Giorgio Scivoletto, altro brianzolo, ma di Forza Italia. Nell’ottobre di quest’anno ecco un’altra nomina nella Sanità alla Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano, nomina già ricordata.

La passione per il cinema

Al di fuori dei suoi incarichi nelle municipalizzate, nei consorzi pubblici e nelle aziende sanitarie, Giulio Centemero è presidente della MC srl di Bergamo, società interamente controllata dalla Pontida Fin srl, la finanziaria della Lega Nord dove il partito guidato da Salvini raccoglie gli asset immobiliari.
Amministratore della Pontida Fin Srl é Alberto Di Rubba, recentemente messo dal governatore Maroni a capo della Lombardia Film Commission, l’ente no profit di Regione Lombardia che promuove le produzioni audiovisive (vedi Lega Nord: cinema, mattoni e conti in rosso).

Proprio di produzione cinematografica, televisiva e radiofonica si occupa la MC srl di Bergamo.
Nel consiglio di amministrazione della società, oltre a Centemero, compaiono Alessandro Morelli, consigliere comunale della Lega Nord a Milano, e l’ingegnere marchigiano, ma residente a Macherio, Paolo Alessandroni, socio unico della società di consulenza Alice srl.

Oltre che in MC srl, i destini di Giulio Centemero e Paolo Alessandroni si incrociano anche a Dalmine, dove l’uno diventa amministratore unico di Geseco e nomina il secondo come institore (una specie di dirigente su procura, vedi definizione - ndr) della stessa Geseco; e a Seregno, dove Centemero viene nominato dal sindaco Giacinto Mariani nel collegio sindacale prima di Gelsia Reti e poi di Gelsia Ambiente, mentre il secondo si guadagna a partire dal novembre 2014 una consulenza da € 24.000 per il servizio farmacie da parte di AEB (vedi consulenze AEB).

Alessandroni, il consulente delle farmacie di AEB

Fa un po’ sorridere leggere, nel roboante curriculum vitae di Paolo Alessandroni presentato ad AEB, queste due righe:
Dal 2012 ad oggi ha svolto attività di turnaround per le Farmacie Comunali di Dalmine, dove ha raddoppiato il fatturato e ha riportato la bottom line (linea del bilancio dove sono inscritti i profitti o le perdite - ndr) in ordine” (vedi CV Paolo Alessandroni depositato in AEB).

In realtà le farmacie comunali di Dalmine per cui Alessandroni ha svolto “l’attività di turnaround” é solo una (Geseco aveva due farmacie ma una é stata ceduta con asta pubblica nel luglio 2012).
Nell’anno 2013 con la coppia Centemero-Alessandroni alla guida, Geseco ha realizzato perdite per € 723.252,00, tanto che la società venne messa in liquidazione il 15/10/2013 e al posto di Centemero venne chiamato come liquidatore un altro leghista, Andrea Manzoni (nominato da Regione Lombardia a settembre di quest’anno nel collegio sindacale dell’Asl Valle Camonica e Sebino).

Se ne va Centemero, ma Paolo Alessandroni resta in carico a Geseco.

Nel maggio 2014 il centrosinistra vince le elezioni a Dalmine, nel febbraio di quest’anno Andrea Manzoni viene sostituito come liquidatore da Maurizio Locatelli.

Il neo sindaco di Dalmine del Pd, Lorella Alessio, spiega in consiglio comunale la situazione di Geseco:

“La questione è delicata. Abbiamo cercato di arrivare con qualche dato prima di darvi comunicazione. Il liquidatore precedente ha disatteso il codice civile, non ha fornito le informazioni richieste impedendo al Comune di controllare i conti ed è così venuto meno il rapporto di fiducia. Vogliamo che i servizi tornino ad essere comunali, nel 2014 sono stati poco efficienti, i dipendenti non venivano pagati a data prestabilita, da mesi non ricevono il rimborso del buono pasto. Fra le spese che ci sono giunte da poco abbiamo trovato 200mila euro per consulenze e sono sprechi. Approverò il bilancio 2013 ma tenendo ben conto di preservare il creditore e di tutelare i dipendenti" (vedi Dalmine, ancora Geseco Il sindaco: "Preserveremo creditori e dipendenti").

Nel verbale di assemblea che ha approvato il 10 settembre di quest’anno il bilancio 2014 di Geseco si legge: “ Il Socio (il sindaco di Dalmine, Lorella Alessio - ndr) chiede di conoscere il dettaglio della voce consulenze € 86.750,00.
Il Liquidatore (Maurizio Locatelli - ndr) elenca le consulenze che si riferiscono ai contratti sottoscritti principalmente con Spinelli e Alessandroni.
Il Socio rileva che i contratti sottoscritti, oltre ad essere concordati per lungo periodo, non portano alcun vantaggio alla società, non sono necessari e incidono negativamente sul risultato economico della stessa.
Il Liquidatore riferisce di aver esaminato la questione dei contratti che, se revocati, comporterebbero penalità a carico della società e di aver tentato di raggiungere un accordo con Spinelli volto alla risoluzione anticipata del contratto, ma la stessa ha minacciato di intraprendere azioni legali, mentre nei confronti di Alessandroni comunica di aver proposto una riduzione del compenso a € 500,00 mensili in considerazione della riduzione della sua attività in seguito alla reinternalizzazione delle attività dalla Società al Comune. La proposta però non è stata accettata. Riferisce infine di aver sospeso i pagamenti ad entrambi i professionisti da febbraio (da quando cioè ad Andrea Manzoni subentra come liquidatore Maurizio Locatelli - ndr)”.

Insomma, Alessandroni ha continuato a prendere consulenze da una azienda comunale di fatto fallita che faceva fatica a pagare i suoi dipendenti e anche il liquidatore trova difficoltà a mandarlo via, a causa di un contratto di consulenza “blindato”.

Come l’esperienza disastrosa in Geseco - proprietaria di un’unica farmacia - abbia potuto costituire per Alessandroni un’esperienza sufficiente per fargli ottenere la consulenza in AEB sulle farmacie si fa fatica a capirlo.

Alessandroni è stato fino al giugno di quest’anno anche presidente di Ria spa (compenso annuo € 20.000), società idrica partecipata dalla Provincia di Bergamo e da vari comuni tra cui, con un importante quota societaria, Dalmine; nel collegio sindacale di Ria spa anche Andrea Manzoni.

Tornando a Giulio Centemero, il commercialista di Arcore è anche socio di Peach Tree srl, azienda costituita nel 2013 i cui soci con una quota di un terzo ciascuno sono oltre allo stesso Centemero, un pubblicitario milanese e il commercialista Gilberto Battistini del Movimento 5 Stelle bolognese. La Peach Tree ha come scopo sociale la produzione cinematografica, televisiva, radiofonica e di eventi culturali in genere.

Centemero, infine, è amministratore unico della Growth and Challange srl (stessa sede legale della Pontida Fin srl e della Mc srl) appena costituita nel gennaio di quest’anno e che per statuto ha un oggetto sociale molto ampio che va dalla consulenza aziendale a società, enti e consorzi, alla gestione di outlet e parchi commerciali, fino all’acquisto, ristrutturazione e costruzione di immobili e complessi immobiliari, in particolare commerciali.
Di chi siano le azioni della Growth and Challange non è dato sapere, visto che la proprietà è schermata da una fiduciaria, la Seven Fiduciaria di Bergamo.

 


Riceviamo e pubblichiamo le precisazioni di Paolo Alessandroni.

In merito alle presunte dichiarazioni del liquidatore della società Geseco, il quale avrebbe dovuto chiudere il bilancio con enormi perdite. Le perdite sono composte da ratei di enormi spese generate negli anni precedenti alla mia gestione e da (arbitrarie) anticipazioni e costruzioni di costi presunti per gli anni successivi (il bilancio 2013 è stato volutamente e tardivamente depositato in settembre 2015). Lo stesso Collegio Sindacale si è rifiutato di certificare il bilancio, tant’è che il liquidatore precedente, professionista molto preparato e commercialista di Geseco, lavorava anche ad un’ipotesi di pareggio di bilancio.
Da un esame approfondito  dei bilanci Geseco: la gestione 2013 (come quella del 2014 e del 2015 ) ha migliorato tutti i fondamentali (con me come Direttore Generale).
Geseco nasce con debiti di milioni di Euro, che incrementa negli anni a dismisura e continua con una gestione poco efficiente.
In tre anni, la mia gestione  ha consentito il recupero di oltre un milione di euro di costi operativi, la conseguente riduzione dello stratosferico debito verso le banche e soprattutto con i piccoli fornitori, la messa in ordine dei contratti, l’implementazione di processi trasparenti ed a norma per la selezione delle terze parti e il quasi raddoppio del fatturato della farmacia comunale (da circa 870 mila euro, al netto dei trasferimenti interni) a oltre 1 milione e seicentomila euro, con un più che raddoppio del reddito operativo. In un periodo in cui il mercato delle farmacie comunali era in calo mediamente del 10% annuo.
Da quando io e Spinelli ce ne siamo andati (febbraio 2016), la farmacia ha perso circa il 40% di fatturato e non ha prodotto più utili. Dai primi di aprile 2017 è gestita dai nuovi proprietari privati.
Sarebbe anche interessante osservare che, controllato da un Collegio sindacale di prima classe, in Ria Spa di Lurano (Bg), nel ruolo di Presidente prima (2013) e di Amministratore Unico poi (2014), ho chiuso il bilancio 2014 in utile, recuperando tutte le perdite degli anni precedenti e ho trasformato la Spa in Srl con conseguente ulteriore risparmio di denaro per gli esercizi futuri.
Sventando e opponendomi ad “aggressive” e poco ortodosse pratiche di business.
E questo mio atteggiamento “indipendente e non succube” verso lo strapotere dei partiti, ha preoccupato (ed irritato) molti. Ed anche chi, adesso, si racconta immacolato e tenta di insabbiare gli errori del passato, sulla pelle di chi, forse, ha avuto il difetto di essere troppo idealista e credere che si potesse dare una svolta alle inefficienze ed agli sprechi del sistema pubblico.
Infine, presso AEB Spa di Seregno, l’intervento consulenziale che ho effettuato, coadiuvato da due consulenti esperti (un ex direttore di farmacie e una top consultant in marketing) ha contribuito alla messa in ordine (parziale per motivi sia di tempo che organizzativi) del segmento farmacie, alla introduzione con successo di nuove linee di prodotti ed all’aumento del fatturato.
In fede
Paolo Alessandroni

 

Processo Vivacqua - La difesa: “Paolo è stato ucciso perché non ha più risposto a chi l'aveva incoronato imperatore dei rottami”

di Pier Attilio Trivulzio

Quel lunedì di novembre di quattro anni fa il killer di Paolo Vivacqua era sulla Bmw del rotamat di Ravanusa, con lui è entrato nell'ufficietto di Desio e appena dentro gli ha scaricato in corpo sette colpi di pistola calibro 7,65. E se n'è andato portandosi via una sedia. Forse perchè un ottavo proiettile era rimbalzato indietro e lo aveva colpito finendo conficcato nella sedia che s'era macchiata di sangue.
Dunque Vivacqua conosceva il suo assassino, di lui si fidava. Tanto da farlo salire in auto e farlo entrare dentro quell'ufficio minuscolo nel quale erano ammessi soltanto poche persone e dove trattava i suoi affari più riservati.
I colpi sparati furono otto e non sette? Giallo nel giallo.

All'ultima udienza l'avvocato Salvatore Manganello che con il collega Alessandro Frigerio difende La Rocca inizia la sua arringa dando una inedita ricostruzione dell'omicidio.

“Quella mattina Paolo non è solo. Sulla Bmw, con lui, c'è una persona. Lo si intuisce dall'ultima telefonata intercettata alle 10.49. E' questa persona che gli spara alle spalle. C'è un bossolo che non si trova e dall'ufficio manca anche la sedia che era dietro la scrivania dove è stato trovato il corpo. Chi l'ha ucciso si è portato via la sedia. Forse perchè il bossolo s'era conficcato nella sedia o forse perchè era stata macchiata da schizzi di sangue. E se il killer si porta via la sedia, certamente non se ne è andato via in scooter”.

Il legale agrigentino tiene subito a dire che “molti atti di questa inchiesta sono inutilizzabili. C'è nullità relativamente a quanto dice Gino Guttuso che ha commesso reati gravi e ostativi, un passato degno di lode ed in quanto tossicodipendente doveva essere sentito come confidente. Parla di una riunione a casa di Giarrana per organizzare una rapina non un omicidio. Nel corso dell'incidente probatorio dice di non ricordarsi se ha consegnato lo scooter a Giarrana prima o dopo il 14 novembre né quando gli è stato riconsegnato. Non ha rapporti col mio assistito La Rocca: non esistono telefonate tra loro. La pubblica accusa ha utilizzato Guttuso come Caronte per traghettare l'inchiesta...Le dichiarazioni di Guttuso e di Luigi Miniemi provengono dalla stessa fonte. E voi giudici, in camera di Consiglio dovrete valutare bene questa circostanza”.

Salvatore Manganello descrive poi la storia economica di Paolo Vivacqua.

“Chi era Paolo? Vent'anni fa era un umile operaio che non riusciva a vivere nemmeno alla giornata. Poi diventa imperatore del settore dei rottami. Alla moglie intesta società che sono scatole vuote e servono soltanto a riciclare soldi che non sono stati trovati e qualcuno che di certo sapeva non è nemmeno venuto qui in aula a testimoniare”.

“L'avvocato Loreno Magni (curava gli interessi di Vivacqua – ndr) parlando con la segretaria dopo l'uccisione di Paolo dice: “Chi non ha capito deve capire”. Paolo doveva dimostrare d'essere un benefattore. Aveva donato motorini ai ragazzi di Edea, in Camerun, un organo alla chiesa di Santa Croce e la vetrata della chiesa di San Giuseppe, contribuito a rimettere in sesto il cimitero e pagato 3 chilometri di pali sulla strada dello Stadio affinché la strada fosse illuminata. Non ha invece più risposto a chi l'aveva incoronato imperatore dei rottami”.

“Il 5 ottobre 2008 alle 7,15 aveva inviato questa email ad Anna Maria Audino che si occupava di violenza contro le donne. “Cara Anna, è un po' di tempo che seguo la tua campagna contro la violenza psicologica. Il mio nome è Paolo Vivacqua, sono un imprenditore, anche io vorrei sostenerti”.
Aveva finanziato la Audino e però poco dopo, separatosi da Germania Biondo aveva di fatto esercitato “violenza psicologica” nei suoi confronti togliendole soldi, controllo delle società e lasciandole i debiti col fisco”.

“Le società servivano a veicolare i soldi del riciclaggio sui rottami, soldi che venivano prelevati da poste e banche – ricorda il legale -. La direttrice dell'ufficio postale di Lissone è venuta a testimoniare: “Segnalavo i rilevanti prelievi di denaro ma nessuno ha indagato”. Quei soldi accumulati non li abbiamo ancora trovati. I beni di Paolo erano denaro liquido ancora nascosto che ha fatto gola a qualcuno”.

Per l'avvocato Manganello “la relazione tra la Bondo e Barba non è provata, abbiamo invece il riscontro di alcune telefonate del 2011 che legano la Biondo a un cittadino orientale al quale dice di non avere i soldi per fare la spesa e di non poter uscire di casa” .

Analizzando i rapporti tra il suo assistito e Diego Barba il legale spiega che sono unicamente “per ragioni di lavoro e familiari. Compatibili con le telefonate intercettate. La prova che La Rocca così come tutti gli altri non hanno alcuna responsabilità nell'omicidio viene dalla intercettazione in carcere di Giarrana (per l'uccisione di Franca Lojacono consuocera di Paolo Vivacqua - ndr) che, dopo essere stato interrogato dal pubblico ministero dice al compagno di cella: “Io per l'omicidio Vivacqua non potevo accusare nessuno perché non sono stato”. Il pm Donata Costa gli aveva chiesto di collaborare confessando anche l'omicidio Vivacqua promettendogli uno sconto di pena. Da tutto il materiale introdotto in questo processo non c'è alcun elemento che provi il ruolo di intermediario di Salvino La Rocca. Nell'ordinanza di custodia cautelare si parla di concorso nell'omicidio. Non c'è un solo elemento che lo provi. Non solo il mio assistito La Rocca è innocente, ma anche tutti gli altri lo sono”.

“Il pubblico ministero non ci ha detto come gli indagati avrebbero fatto a sapere che quel giorno Paolo Vivacqua era nell'ufficio di Desio – esordisce Alessandro Frigerio co-difensore di Salvino La Rocca -. Ci è stato detto che Vivacqua era stato pedinato per tre mesi e che il killer avrebbe deciso di ucciderlo quel lunedì perché il bar e il parrucchiere vicini erano chiusi. Quattro testi : l'avvocato Magni, il barista, Davide Vivacqua e Lavinia Mihalache ci hanno detto che Paolo in quell'ufficio non si vedeva da molti giorni. Da settimane. Passava anche un mese senza andarci. Il 30 marzo dello scorso anno Davide testimonia e dice: L'ufficio era sempre chiuso. Apriva solo se aveva appuntamenti. Tutti gli appuntamenti Paolo li dava al mattino o al pomeriggio. Non aveva regole” Allora mi chiedo come facevano gli imputati a sapere che quel mattino Paolo parte da casa alle 10.30 e va in quell'ufficio. I tabulati controllati col servizio Sfera ci dicono che nessun cellulare degli indagati aggancia le cellule di Carate, Seregno e Desio. Anzi, alle 10.42 è il cellulare di Gino Guttuso ad agganciare la cella di Desio…

“La compagna di Paolo, Lavinia Mihalache, è l'unica a dirci che Paolo frequentava quell'ufficio un paio di volte la settimana. Qualcuno degli imputati lo pedinava? Di sicuro non Salvino La Rocca che faceva il camionista e guidava un camion a quattro assi. Ve lo immaginate La Rocca che segue Vivacqua con un simile mezzo? (mostra la fotografia – ndr). C'è stata assenza di riscontro critico dei carabinieri operanti che neppure hanno verificato con il metodo Sfera le abitazioni degli imputati. “Non ci interessava vedere i luoghi” ha risposto a una mia domanda il maresciallo Fornaro. Giarrana abita a Desio vicino all'ufficio di Paolo e il suo cellulare agganciava la cella di via San Genesio. Sfera è stata una bolla di sapone tanto è vero che la pubblica accusa nella sua requisitoria neppure l'ha citato. E poi c'è il dato curioso di uno dei telefoni di Paolo Vivacqua che dalle 11 alle 15 di quel mattino aggancia non una ma cinque celle diverse. Eppure sappiamo che Paolo è stato ucciso poco dopo le 10.51…”.

“Diamo un senso logico alle telefonate fatte quel giorno dagli imputati che si sono chiamati tra di loro e chiedo alla pubblica accusa: come spiega la telefonata delle 18.13 tra Guttuso e Giarrana? Guttuso c'entra oppure no con l'omicidio? Se non c'entra, non c'entrano neppure gli imputati...
Dobbiamo riflettere sulla responsabilità di Gino Guttuso, soggetto non confidente e soggetto direttamente coinvolto nella fase organizzativa dell'omicidio. A differenza degli imputati Guttuso è messo in modo peggiore. Ha cinque contatti antecedenti l'omicidio e quel 14 novembre è l'unico che aggancia la cella di Desio prima del fatto. Attendeva Paolo davanti all'ufficio? Avvisa che Paolo sta arrivando in ufficio? Guttuso è soggetto che sentito il 14 gennaio 2014 avrebbe dovuto essere verbalizzato con tutte le garanzie (assistenza del legale – ndr) Quindi la sua testimonianza non può essere utilizzata. Elemento peggiore per Guttuso, che ha sulle spalle processi per furto, rapina, possesso di armi e insulto a pubblico ufficiale - è che dice d'aver prestato lo scooter...Il pestaggio di cui è stato vittima alla vigilia dell'incidente probatorio? Giustificato dalla sua attività criminale”.

“É errato sostenere che, indirettamente, avrebbe ricevuto minacce da Salvino La Rocca. Quel giorno in Tribunale la madre di Salvino era venuta a Monza con il cugino sperando di vedere il figlio L'accusa sostiene che la presenza di Gammino e dei Guttuso era per minacciare Gino Guttuso che doveva sottoporsi all'incidente probatorio. In realtà tutti i dati forniti in relazione a quel giorno non sono reali: le telecamere del palazzo funzionavano ancora con l'ora legale. Non si poteva dire che Guttuso era stato minacciato dai parenti del La Rocca perché Guttuso era già davanti al Gip”.

“Più che dire che non ci sono prove – continua il legale al suo primo processo in Appello – è che non sono state cercate. Avrebbe dovuto darle la pubblica accusa, non è stato così”.

“Mai una persona che ha parenti condannati per la Stidda avrebbe assoldato due balordi per commettere l'omicidio. Oltretutto neppure conosce Antonio Radaelli e Giarrana è suo cugino. E ancora, relativamente alla riunione preparatoria a casa di Giarrana parlarono di rapina. Poi è stata cambiata la versione.
Il viaggio in Germania di Salvino La Rocca e Diego Barba? La pubblica accusa ha ipotizzato che andarono a chiedere l'autorizzazione alla Stidda per uccidere Paolo Vivacqua. Ma la Stidda non esiste più, lo dicono due sentenze della DDA alla Procura di Palermo. E poi l'omicidio, sempre secondo l'accusa, era già stato preparato e allora perchè andare in Germania e chiedere autorizzazione a chi? Il sistema Sfera ci dice che il 10 novembre, tre giorni prima dell'omicidio, alle 15.10 sul cellulare del La Rocca che in quel momento si trova in Svizzera, riceve la chiamata di Salvatore Cordiano. Quindi Diego Barba si è sbagliato dicendo al magistrato che alle 10.30 stavano tornando in Italia ed erano alla dogana di confine tra la Svizzera e la Francia”.

“Il 15 novembre – insiste l'avvocato Frigerio - la Procura di Monza aveva la certezza che un teste rendeva spontanee dichiarazioni su un fatto fondamentale, il ritrovamento del cadavere di Paolo Vivacqua nell'ufficio di Desio. Il teste è Lavinia Mihalache. Mi ha lasciato molto perplesso la presentazione edulcorata che Donata Costa ci ha dato della Mihalache. Era persona sospettabile avendo rinvenuto il cadavere. Voglio essere oggettivo e vagliare tutte le sue dichiarazioni. Dice che quella mattina Paolo era a casa e attorno alle 10 riceve una telefonata. Fatto riscontrabile perché ce lo dice Elena Pricop, la domestica di casa Vivacqua che riferisce di una chiamata di persona non siciliana. Sul cellulare di Paolo il numero del chiamante non compare. Alle 10.30 Paolo e Lavinia, dopo aver preso un caffè al bar sotto casa, si separano. Lavinia va a Muggiò al bar di Mario Infantino a trovare l'amica Mariana Rusnic. Attorno alle 11.30 chiama Paolo più volte che però non risponde. Si spaventa. E' in agitazione. Contatta Calogero Licata Caruso e Vincenzo Infantino e nessuno dice d'essere con Paolo. Ricordiamo che solo lei testimonia che “Paolo in quell'ufficio andava un paio di volte la settimana”. Ebbene, la prima chiamata che risulta fatta da Lavinia a Paolo quel giorno è delle 13.12. E' agitata, preoccupata e però aspetta che Mariana abbia finito il suo turno per recarsi con lei a Desio dove trova il cadavere. Perché non risulta la telefonata del mattino? Lavinia ha mentito? Magari sapeva che Paolo era già morto?
Durante il controesame le chiedono perchè è andata lì? “Me lo sentivo”.

“Dei fatti dell'agosto 2010 (pestaggio di Barba da parte dei figli – ndr) riferisce che erano in vacanza in Spagna e Paolo “aveva fatto un sogno” ed aveva interrotto la vacanza mandando lei in Romania e precipitandosi a Campobello di Licata. Chissà – chiosa il difensore – forse Lavinia ha doti paranormali. Anche durante la telefonata alle 4 del mattino del 15 novembre con il fratello Carmi suggerisce cose paranormali... Sull'omicidio di Paolo Vivacqua non sono state fatte le opportune verifiche , è un processo ragionato tutto su quanto dicono le fonti confidenziali che non hanno riscontri. Scartare, non considerare altri fatti è pericolo.
Per Salvino La Rocca chiedo l'assoluzione”.

Relativamente a quando detto dall'avvocato Alessandro Frigerio in merito alla inesistente chiamata alle 11.30 fatta dalla Mihalache a Vivacqua abbiamo chiesto un commento a Franco Gandolfo, avvocato di parte civile della compagnia di Paolo Vivacqua. “Le telefonate sono tutte agli atti e io non devo dare un giudizio. Il giudizio lo darà la Corte”.
Tocca quindi all'avvocato Paolo Sevesi concludere l'udienza continuando quell'arringa che aveva iniziato il 21 settembre.

“Dunque Giarrana e Radaelli vanno ad uccidere Vivacqua e poi, sullo scooter che ha la targa camuffata col nastro adesivo, tornano in centro Desio con il rischio di essere fermati da qualche pattuglia. I due sono stati dipinti come deficienti, come incapaci di intendere e volere. E Diego Barba si sarebbe messo con questi due? Barba non è colui che il maresciallo Azzaro ci ha detto essere “persona molto attenta ai trucchi degli investigatori”? Era elettricista e installatore di antifurti, non può non sapere che oggetti elettronici lasciano tracce. Nello studio Barba aveva oscilloscopi, frequenzimetri, rivelatori di cimici. Non si può definirlo ingenuo o stupido. E allora come mai il 14 novembre fa l'errore di chiamare Salvino La Rocca? L'11, appena tornato dalla Germania con La Rocca, gli viene consegnato dalla società Sanitrit un water particolare tipo quelli in uso sugli aerei che sono faticosi da montare. Abbiamo prodotto il Ddt di consegna da parte della Camsa nel pomeriggio di quel venerdì.
Salvino La Rocca è titolare di una ditta individuale che fa lavori di idraulica. Chiama Matteo Quitadamo che fa l'idraulico, la telefonata è delle 9.52. Si parlano per 51 secondi. Chiede se può prestargli alcuni attrezzi. Alle 11.38 chiama La Rocca per 31 secondi. Un'ora dopo, alle 12.16, Barba richiama La Rocca. Durata 34 secondi. La pubblica accusa avanza l'ipotesi che si siano detti “E' andato tutto bene” (in riferimento all'omicidio – ndr). Alle 12.23 Barba chiama Quitadamo e parla per 51 minuti, 258 secondi. Altra telefonata di Barba con La Rocca alle 14.12 e alle 16.13 Matteo Quitadamo chiama Barba per 58 secondi e subito dopo Barba ricontatta La Rocca, evidentemente per dirgli che il lavoro di posa in opera del water si può fare”.

“Quando viene sentito dal Pm e poi dal Gip, Barba non ricorda subito la fattura per quel water e riferisce che probabilmente si è sentito con La Rocca per una questione relativa ai figli da andare a prendere o per qualche lavoro che assieme dovevano fare. Ecco il valore della genuinità dell'alibi di Diego Barba”.

“L'accusa dà come movente il pestaggio a Campobello di Licata. In realtà Paolo Vivacqua ha portato la pace. Ha detto ai figli che avevano picchiato Barba: “Sono fatti che non vi riguardano”. Forse Paolo era connivente, forse sapeva della relazione tra Paolo e Germania Biondo. Barba aveva dato ai Vivacqua tre assegni per 40mila euro che i figli vogliono subito mettere all'incasso, Paolo li dissuade: “Lasciate perdere, me la vedo io con Diego”.

“Valentina Commaudo, moglie di Antonio Vivacqua, è venuta a dirci che nel 2008-2009 Barba, che stava facendo lavori nella casa di Desio, era stato sostituito. I rapporti tra Paolo e Diego erano tesi. Non era proprio una rottura però... Tanto che Barba, che ascoltava le conversazioni delle forze dell'ordine, quando sente che Paolo è stato fermato con una ragazza rumena (la Mihalache – ndr) riferisce il fatto a Germania”.

“Diego Barba non dice parolacce, sulla schiena si è fatto tatuare il motto dei carabinieri: “Nei secoli fedeli” (ride il presidente Giuseppe Airò che lancia la battuta: “Vogliamo vedere la schiena”). Con quel tatuaggio va al mare a Campbello. In quegli ambienti, con quel motto, non vai con i mafiosi o non vai col maresciallo Longo..”.

“E' credibile che Diego Barba per fare contenta Germania avesse deciso di aiutarla ad uccidere l'ex marito? Posso pensare ad un impeto, ma nemmeno la pubblica accusa ha ipotizzato una cosa del genere”.

“Uccidere Vivacqua in un momento di impeto? E poi? Paolo era l'ostacolo ma sarebbe sopravvissuto perchè c'erano i tre figli. Scappare dove, in Brasile con i soldi? Né la pubblica accusa, né la parte civile hanno ipotizzato che Barba si sia intascato i 5 milioni di Bricoman o i 450mila visti due giorni prima dell'omicidio dall'amico di Paolo, Salvatore Grasta e da altri nella casetta-box di Carate. Chi può saperlo con certezza? – si chiede il legale – Forse i figli che sanno quanti soldi Paolo aveva spedito in Cina o in Svizzera, interrati nei giardini di casa... Daria Pesce, avvocato di parte civile dei figli Vivacqua nel corso della sua arringa ci ha ricordato con un certo imbarazzo che “mancano ancora i 5milioni di Bricoman”. Che interesse poteva avere la parte civile a ricordarcelo? Ragionevolmente a lei i figli hanno raccontato qualcosa. Viene da dire: segui i soldi e troverai il killer. La Pesce ci ha lanciato un messaggio. A Desio quei soldi sono in tanti a cercarli. Nei prati della Brianza...
“Il rapporto tra Germania Biondo e Diego Barba? Sospettabile ma non dimostrabile. Almeno non dimostrabile fino al 2013. A maggio del 2010, il colonello Selmi dà indicazione di due conti correnti su banche di Seregno intestati a Barba. Uno di questi, aperto nel 2005, è servito al mio cliente per pagare fatture, ricariche telefoniche e altro. Non per conti al ristorante né acquisto di pellicce e gioielli. Sull'altro conto, di cui la Biondo aveva la delega, risultano depositi di soldi contanti che Vivacqua dava a Germania per i lavori che Barba stava eseguendo nella casa di Desio”.

“Altra questione: Barba nello studio di Daria Pesce assieme all'avvocato Ignazio Valenza. E' possibile che se ha dato una mano a far partire le indagini della Procura di Milano sulle società di Paolo Vivacqua, era animato dal sapere come procedevano le indagini del pm Albertini”.

“Agli atti del processo ci sono tre ambientali in carcere tra Giarrana e il fratello Carmelo. Cosa dice Giarrana? “Vai da Salvino La Rocca e digli di andare dall'avvocato e di pagarlo bene. Poi che vada da Diego Barba a dire che avendo lui molte conoscenze, può darsi da fare per farmi uscire”. Dice anche: “Se parlo io ci sono tre persone che vanno dentro”.

In una intercettazione del 19 settembre Giarrana dice al fratello di rivolgersi a Salvino e questi risponde che l'investigatore è in Sicilia e non è ancora tornato; il 24 ottobre Carmelo dice ad Antonino che “l'investigatore non può fare niente”. Giarrana risponde: “Eh, non può fare niente? Eh, allora lasciamo stare”.

Ci sono giornate di “sfida” tra Antonino Giarrana e il pubblico ministero Donata Costa che durante l'interrogatorio gli fa credere che Antonio Radaelli sarebbe crollato ammettendo due omicidi (Franca Lojacono e Paolo Vivacqua) per ottenere i benefici di legge. “Io non mi trovavo in quel posto” (Desio ufficio Vivacqua – ndr) registra l'ambientale che capta il colloquio di Giarrana con il compagno di cella. Che poi aggiunge: “Ho dato dell'infame a Radaelli perchè i carabinieri lo hanno spaventato e lui ha confessato l'omicidio Lojacono facendo il mio nome, questa volta invece è stato un uomo, non mi ha infamato!”.
“Sì, forse Giarrana conosce Salvino La Rocca e Cannarozzo, era più inserito di me”, afferma Radaelli ad un compagno di cella il quale poi riferisce a Giarrana: “Stai tranquillo perché non ha detto nulla”.

“C'è una spiegazione logica del perché Giarrana e Radaelli non si parlano, Radaelli temeva che Giarrana si vendicasse avendo fatto il suo nome ai carabinieri dopo l'uccisione della Lojacono.

Conclude l'avvocato Paolo Sevesi smontando l'ipotesi di depistaggio delle indagini. “Barba aveva detto a Battistello (che lavorava in Procura nell'ufficio del pm Donata Costa – ndr) che Cascardo aveva avuto soldi da Germania Biondo senza che lei ottenesse la carcerazione dell'ex marito”.

Attilio Cascardo aveva passato documenti e notizie sulle società di Paolo Vivacqua, avuti dalla Biondo, al colonello Marco Selmi della Guardia di finanza che a sua volta li aveva consegnati assieme ad una dettagliata relazione al pm Albertini che stava indagando sulle false fatturazioni nel settore dei rottami.
Relativamente al viaggio in Germania del 9-10 novembre Barba e La Rocca il legale spiega che erano davvero andati a trattare l'acquisto di una Mercedes classe “A” poi acquistato venti giorni dopo.

Ultime arringhe il 9 novembre. Parola a Manuela Cacciuttolo, legale di Germania Biondo e Manuela Sala per Antonio Radaelli.
Il 16 novembre eventuali repliche e camera di Consiglio.

 

Monza - Autodromo. I conti non tornano, il Gran Premio non frena l'emorragia di ricavi

di Pier Attilio Trivulzio

Tessere dell'ACI acquistate per scalare Sias - società di gestione dell'Autodromo di Monza il cui capitale di 1,1milioni di euro al 70 per cento dell'Automobile Club di Milano e il restate 30 per cento dell'Immobiliare ACM - che dopo oltre un anno di gestione Dell'Orto-Ferri è fortemente a rischio svalutazione anche per il peso finanziario di decine di consulenze pagate al “cerchio magico” di Confindustria Monza e Brianza.
A tutto questo si aggiunge il bando di gara – impugnato e quindi ritirato in autotutela – contenente la clausola del possesso di una o più attestazioni rilasciate da ente certificante con esclusione delle Federazioni sportive. Perché?

Quando dentro il Consiglio di Sias c'è chi ammette che “la situazione è poco chiara anche per noi. E molto più complessa di quanto pensavamo”; e che il Gran premio di Formula1, gara portante del bilancio, ha mancato l'obiettivo previsto per 2milioni di euro e che il fondo di riserva di 2.860.765 euro è stato prosciugato c'è davvero di che preoccuparsi.
E allora viene da chiedersi cosa davvero abbia spinto a fine marzo 2014 Andrea Dell'Orto, presidente di Confindustria Monza e Brianza, dopo aver lungamente tentennato e risposto negativamente alle pressanti richieste di Enrico Radaelli - presidente degli Amici dell'Autodromo, e da quattro anni nel Consiglio in scadenza dell'Automobile Club di Milano - a sostenere la lista “Sport e Rinnovamento” che, con Ivan Capelli leader, era stata preparata in vista del rinnovo del Consiglio del club degli automobilisti milanesi in contrapposizione a quella di Valli-Nappi-Ronzoni-Longoni.

Enrico Radaelli aveva preso contatto con il presidente di Confindustria Monza e Brianza chiedendo un intervento per salvare l'Autodromo Nazionale in grave crisi finanziaria dopo la malagestione di Enrico Ferrari e le inchieste della Procura. In un primo tempo Radaelli pensava, che eletto il nuovo Consiglio di ACM, sarebbe stato semplice far convergere la scelta unanime dei consiglieri sul nome di Alberto Dossi – che aveva dato la sua disponibilità - alla presidenza di Sias, sarebbe stato il presidente ideale.
Grande appassionato di motori, Dossi, titolare della monzese Sapio, nel novembre 2006 aveva affittato la pista e per una settimana un veicolo leggero a idrogeno gassoso aveva compiuto test in Autodromo. L'idea di Sapio era di installare entro l'aprile 2007 un piccolo distributore di idrogeno gassoso a 850 bar (di pressione) per rifornire veicoli commerciali sottoposti a prove dinamiche in circuìto. Il progetto – che a chi scrive era stato illustrato da Sergio De Sanctis – non si concretizzò perchè il responsabile tecnico Giorgio Beghella Bartoli ne parlò con Massimo Ponzoni, allora assessore all'ecologia della Regione Lombardia, che promise corposi finanziamenti, poi per la verità mai deliberati, e quindi pensò bene di girare le spalle alla Sapio invitando la concorrente Sol al convegno di “Aria Nuova” del 2009.
Alberto Dossi non prese bene lo sgarbo di Sias ed ancor meno gradì, lo scorso anno, vedere il suo nome “bruciato” quando, sui giornali con l'annunciata rottamazione della Provincia, cominciò a circolare il nome di Dario Allevi candidato alla presidenza dell'Autodromo Nazionale.

Fino ad allora poco disposto ad occuparsi dei problemi di Sias dal momento che l'azienda di famiglia, di cui è vice presidente, era impegnata con lo Studio Pedersoli e Associati alla ristrutturazione dei debiti, Andrea Dell'Orto cambiò improvvisamente idea. Incurante del fatto che Radaelli pensava ad Allevi presidente e per sé alla carica di amministratore delegato, decise – dopo aver parlato con Ivan Capelli e coinvolto Francesco Ferri della Innext - che sarebbe stato lui presidente e amministratore delegato della società di gestione del Tempio della velocità.

Non è un mistero che per accomodarsi nella stanza dei bottoni di corso Venezia 43 a Milano dove dal 1903 ha sede il partito degli automobilisti, vale a dire l'Automobile Club di Milano, occorre investire per l'acquisto di tessere sociali.
Alla data del 14 aprile 2014 (doc1) i soci ACI ufficialmente iscritti a Milano erano 45.629 così ripartiti: 33.392 ordinari (tessere da 75 o 99 euro), 12.237 speciali (tessere da 35 euro).
Tre giorni dopo Carlo Edoardo Valli è costretto a firmare una nuova delibera (doc2) nella quale è detto che “secondo quanto comunicato dall'Automobile Club d'Italia alla data del 16 aprile i soci risultano 46.437 di cui 33.918 soci ordinari e 12.519 soci speciali”.
Dunque, in tre giorni si è scatenata la caccia all'acquisto di 808 nuove tessere ACI: 526 di socio ordinario, 282 di socio speciale?
Chi aveva interesse ad acquistarle?
Semplice: chi voleva garantirsi la vittoria alle elezioni del 22 luglio.
Le tessere potrebbero essere state acquistate per essere regalate a persone che garantivano il voto. Insomma, un vero e proprio voto di scambio.

Impensabile che 800 persone si siano presentate fisicamente agli sportelli delle delegazioni ACI della Brianza anche perché la tessera può essere acquistata on line. A titolo di cronaca ricordiamo che nell'aprile 2014 erano operative a Monza due delegazioni dell'ACI: in via Arosio e via Ugo Foscolo. Quest'ultima, la Monzacar School srl, nella sede della concessionaria multimarche “Monzacar” che poco dopo - in grosse difficoltà economiche tanto da chiedere al Tribunale d'essere ammessa al concordato preventivo - chiudeva lasciando a casa 57 dipendenti. Il titolare, Edoardo Di Seri, grande amico di Andrea Dell'Orto, ha subito ottenuto un contratto di consulenza presso l'ufficio marketing di Sias, che ha lasciato mesi dopo quando Ford gli ha offerto un impiego da direttore.

Chi ha investito 45mila euro per acquistare le oltre 800 tessere?
L'acquisizione dei tabulati renderebbe possibile risalire a chi ha commissionato le tessere e da quali computer è stata fatta la richiesta. Importante sarebbe anche conoscere i nomi dei presentatori della lista “Sport e Rinnovamento” e verificare chi sono i 339 soci che l'hanno sottoscritta. Abbiamo cercato di averli, trovando muri di gomma. Perché?

Certo è che una volta ottenuta dal Consiglio dell'Automobile Club di Milano la carica di presidente della Società Incremento Automobilismo e Sport, Andrea Dell'Orto ha subito piazzato in via Parco 5 il suo uomo, Francesco Ferri il quale ha dato vita a riunioni con i dipendenti di Sias qualificandosi “direttore generale”. Cosa avvenuta anche nel gennaio di quest'anno in occasione della conferenza stampa di presentazione degli eventi Anci legati a Expo 2015. E successivamente, a fine marzo, quando è stato presentato un nebuloso piano industriale.

Piano industriale partito con un un prestito di 2milioni della banca e la previsione di chiudere la stagione 2015 con utili per mezzo milione di euro. Doccia fredda la scorsa settimana quando il direttore amministrativo Francesco Ippolito (un curriculum in Parmalat, AC Parma Calcio, Viaggi del Ventaglio, Aedes SpA) ha presentato al Consiglio i dati della semestrale. E i consiglieri hanno dovuto prendere atto che, rispetto all'obiettivo fissato dal piano industriale elaborato da Ferri, ai conti del Gran premio d'Italia mancano 2milioni di euro. E che le troppe consulenze, una quarantina, incideranno pesantemente in modo negativo sul bilancio.
Sono stati firmati contratti di consulenza a: Riccardo Tagliabue, responsabile Federazione Motociclistica Italiana per le supermoto, Federico Pella project manager di Sering, Chiara Cazzaniga, Mario Di Dato genero del socio di Francesco Ferri alla Innext.

E a Guido Locati che per cinque mesi, fino a giugno, ha dato il suo contributo per la realizzazione del progetto Museo, Infopoint e spazio giovani alla parabolica non ancora realizzato. Già, il Museo. Immobile chiuso da quando, morto l'ex autista di Mussolini che ne garantiva l'apertura, la Scuderia Madunina liberò la struttura ad ali di gabbiano regalata dall'editore di Quattroruote a Sias negli Anni Sessanta. Dell'Orto-Ferri, approfittando del contratto con Pirelli per l'hospitality in occasione del Gran premio hanno pensato bene di riempire il locale con un paio di showcar Ferrari e Mercedes, la Maserati Eldordo (Museo Panini, questo sì davvero un grande museo) che prese parte con Stirling Moss alla 500 Miglia di Monza nel 1958 e la MV Agusta di Giacomo Agostini. Sparite subito dopo l'inaugurazione. Amici sportivi hanno temporaneamente prestato qualche tuta. Tutta questa miseria è stata contrabbandata per Museo con ingresso a 10 euro. A settembre il trasferimento nell'ex veranda del ristorante Anzani. Una vergogna che pesa sul bilancio per circa 500mila euro! Compreso il compenso a Koan Multimedia che ha realizzato il progetto editoriale del pieghevole “Il Tempio della Velocità” e a Puzzle Comunication Srl da sempre molto legata a Beta Utensili dei fratelli Ciceri.
Consigliere di Sias, Massimo Ciceri non era presente mercoledì scorso in Consiglio. Ha verbalmente fatto sapere che si sarebbe dimesso, ma di fatto le dimissioni non le ha finora formalizzate. Beta Utensili ha votato contro il passaggio di Confindustria MB in Assolombarda. E per questo motivo che Ciceri ha deciso di mancare gli appuntamenti?
Relativamente all'ultimo Consiglio – alla luce dei dati negativi della semestrale - sembra che il Collegio sindacale sia intenzionato a chiedere la convocazione dell'Assemblea. In questi caso il Consiglio direttivo dell'Automobile Club di Milano sarebbe chiamato a rispondere di omesso controllo non avendo Sias raggiunto gli obiettivi previsti.

Da ultimo c'è da dire del pasticcio relativo alla gara per il progetto della pista per auto e moto. I problemi finanziari di Sias rischiano di mettere in forse la firma del contratto con Bernie Eccestone per tenere a Monza la Formula1 oltre il 2016. Per questo il piano industriale preparato dal procuratore Francesco Ferri è previsto un “piano B”. Affinchè resti valida la convenzione con i Comuni. Il “piano B” prevede il ritorno del Mondiale Superbike che l'Autodromo ha perso dopo la vicenda delle bolle in pista. Se la Fim, Federazione Motociclistica Internazionale, tornerà a dare il nulla osta. Ma, per riottenerlo, avendo Dorna che organizza il campionato superbike giudicato pericoloso il tracciato monzese risultano necessari lavori. Ecco allora che Andrea Dell'Orto ha chiesto l'intervento di Jarno Zaffelli di Studio Dromo di Reggio Emilia. Visto il tracciato Zaffelli ha schizzato un disegno eliminando la prima variante e spostando il tracciato a destra, dentro la bosco, fino a ricongiungersi con la vecchia pista Pirelli. Verrebbe così eliminato il curvone di Biassono. Col nuovo layout la pista si ricongiunge all'attuale tracciato dalla “variante della Roggia” fino all'uscita della “variante Ascari” per piegare quindi con una “esse” a sinistra nel bosco e quindi sul rettilineo che porta alla parabolica.
In definitiva l'Autodromo verrebbe ad avere due distinte piste: per auto e moto. Per realizzare il progetto della Dromo è però necessario ottenere l'autorizzazione della Soprindendenza, del Parco Valle Lambro e del Comune di Monza per l'abbattimento delle piante. L'iter richiede tempi lunghi. La previsione di Dell'Orto era riportare la Superbike a Monza il prossimo anno. Ad ottobre. I lavori avrebbero dovuto essere completati entro il 25 settembre scorso.
Il bando di gara (doc3) è stato però impugnato dalla Tilke GmbH&Co – società di Hermann Tilke che per Bernie Ecclestone ha realizzato i circuiti della Formula 1 - che lamenta “requisiti di capacità tecnica e professionali non proporzionati ed eccessivamente restrittivi” nonché “l'eccessiva ristrettezza dei termini fissati”.
Una ulteriore grana non da poco per Sias, a cui le voci di corridoio aggiungono un alone di mistero cioè che a Jarno Zaffelli, titolare dello Studio Dromo, società che ha partecipato al bando, sarebbe stata pagata una consulenza da parte dell’Autodromo.

 

Seregno - La tragica morte di Calogero Grisafi, dipendente del Comune

di k.ts.

La morte di Calogero Grisafi, il dirigente del comune di Seregno che si è suicidato - le esequie sono state celebrate lunedì 28 settembre nella basilica cittadina - non entrerà nella casistica delle morti sul lavoro, ma avrebbe tutte le caratteristiche per essere considerata tale.

Grisafi non è caduto da un ponteggio, non è stato schiacciato da una pressa, non è stato travolto da un mezzo in movimento: l’architetto Calogero Grisafi si è ucciso con una dose letale di psicofarmaci. Eppure chi conosce la sua vicenda personale non può non pensare che la responsabilità del suo gesto ricada su un assassino silenzioso che Grisafi ha incontrato sul suo luogo di lavoro, negli uffici del comune di Seregno.

Calogero Grisafi è stato vittima di mobbing.
Sui giornali che hanno raccontato in questi settimane la sua morte e la sua vicenda la parola mobbing non è stata mai citata, ma il Tribunale del Lavoro di Monza con sentenza del 26/06/2009 aveva stabilito in modo chiaro che Grisafi era stato vittima non solo di un ingiusto licenziamento, ma, come scrive il giudice Maria Cella, di “un quadro di vessazioni finalizzate alla sua emarginazione ed allontanamento dal posto di lavoro [...] Questo insieme di iniziative si è protratto per un anno circa e ha prostrato Grisafi e la sua famiglia; il soggetto era particolarmente dedito al lavoro, e la repentina situazione di emarginazione, isolamento, attacco a tutti i livelli, in cui si è venuto a trovare, ne ha sconvolto l’equilibrio psicologico”.

E ancora: “La responsabilità del Comune è affermata sotto il profilo contrattuale che impone al datore di lavoro la tutela dell’integrità fisica della personalità morale del lavoratore, si è evidenziato che in questo caso, invece, il datore di lavoro ha posto in essere una serie di iniziative, alcune già di per sé illegittime, altre apparentemente neutre, tutte volte l’emerginazione del lavoratore, culminante col suo licenziamento”.

In Italia non esiste una legge sul mobbing, nonostante esista dal 2001 una risoluzione del Parlamento Europeo ( Risoluzione del Parlamento europeo sul mobbing sul posto di lavoro (2001/2339(INI)) ) che esorta gli stati membri a dotarsi di una legislazione specifica.
Nell’assenza del legislatore italiano si è però sviluppata una giurisprudenza che, sentenza dopo sentenza, ha cercato di definire il fenomeno e dargli un quadro giuridico di riferimento.

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n° 10037/2015) ha stabilito sette parametri per cui una situazione lavorativa vessatoria si possa configurare come mobbing (vedi Conflitti e soprusi, ecco le 7 prove del mobbing decise dalla Cassazione):

(1) I contrasti, le mortificazioni o quant’altro devono durare per un congruo periodo di tempo
(2) ed essere non episodiche ma reiterate e molteplici.
(3) Deve trattarsi di più azioni ostili, almeno due di queste:
(4) attacchi alla possibilità di comunicare, isolamento sistematico, cambiamenti delle mansioni lavorative, attacchi alla reputazione, violenze o minacce.
Occorre il dislivello tra gli antagonisti, con l’inferiorità manifesta del ricorrente.
(5) La vicenda deve procedere per fasi successive come: conflitto mirato, inizio del mobbing , sintomi psicosomatici, errori e abusi, aggravamento della salute, esclusione dal mondo del lavoro.
(6) Oltre a tutto quanto elencato, bisogna che vi sia l’intento persecutorio,
(7) ovvero un disegno premeditato per tormentare il dipendente.

Nella sentenza del Tribunale di Monza sul ricorso presentato da Calogero Grisafi contro l’ingiusto licenziamento tutti questi parametri sono presenti, compresi gli ultimi due, cioè l’”intento persecutorio” e il “disegno premeditato per tormentare il dipendente”.

Scrive infatti la Dott.ssa Cella:
che il peso del Sindaco (Giacinto Mariani - ndr) nel giudizio del Nucleo di Valutazione sia stato decisivo è sostanzialmente confessato dal segretario comunale dell’epoca Stufano, sentito come teste, il quale, chiamato a pronunciarsi circa la contraddittorietà della valutazione del 2005 rispetto a quella degli anni precedenti, nonostante la medesima composizione del nucleo, ha rilevato come fosse stata determinante per il 2005 la presenza del sindaco [...] le dichiarazioni del teste Stufano appaiono allora confessorie di una preordinazione del giudizio negativo, emergente anche dalla singolare coincidenza tra la denuncia penale del sindaco e il contenuto della valutazione del nucleo, il quale descrive addirittura nel dettaglio un colloquio intervenuto tra Grisafi e il sindaco, del cui verbale non risulta nessuna traccia.

Anche l’assoluta infondatezza delle accuse mosse al ricorrente dal nucleo e il palese scostamento di questa valutazione e dagli schemi abituali di valutazione (teste Codurri il quale riferisce che per gli altri dirigenti fu seguito lo schema che imponeva il rispetto dei criteri vigenti, mentre per Grisafi fu creata una sorte di “volume” ad hoc) e dai criteri vigenti conferma l’esistenza di una dolosa preordinazione volta ad espellere Grisafi dal luogo di lavoro: i risultati più che lusinghieri del dirigente per l’anno 2005 vengono totalmente ignorati, della tanto vantata libreria delle capacità non viene fatto alcun cenno. Vengono invece sviscerati comportamenti risalenti ad anni precedenti e frutto di decisioni politiche della giunta precedente (costo di costruzione), vengono censurati orientamenti in realtà confermati anche in seguito (sanzione Global Auto), viene sostanzialmente montato un castello di accuse”.

La dott.ssa Cella quindi non solo scrive chiaramente di una premiditazione, ma mette nero su bianco anche il nome di chi ha avuto un ruolo determinante in tutto questo, cioè l’allora sindaco Giacinto Mariani.
E’ doveroso sottolineare che nonostante la netta censura che il Tribunale di Monza fa dell’operato del Nucleo di Valutazione, lo stesso viene confermato dal comune di Seregno nel suo ruolo negli anni seguenti.
Gilberto Gelosa, uno dei due membri del Nucleo di Valutazione, è il fondatore dello studio Interconsulting di cui è socio anche Maurizio Bottoni (vedi organigramma Interconsulting), che ha ricoperto per lungo tempo, durante i due mandati di Giacinto Mariani, il ruolo di presidente di AEB, l’azienda municipalizzata di Seregno.

Lo studio Interconsulting, direttamente o attraverso i suoi soci, negli anni si é anche aggiudicato (sempre con affidamento diretto) alcuni lavori da parte delle società del gruppo AEB/Gelsia di cui il comune di Seregno è socio di maggioranza.

Sempre nella sentenza scrive il giudice del Tribunale di Monza:

Il datore di lavoro non si limita ad intervenire sul rapporto di lavoro, ma pone in essere altri e concomitanti iniziative pregiudizievoli per il ricorrente, tentando di sollecitarne un’incriminazione penale e una responsabilità contabile.
Il procedimento penale è stato archiviato, ma gli effetti immediati dell’iniziativa penale e i riflessi mediatici della stessa sono stati devastanti per Grisafi e per la sua famiglia (si riportano alcuni brani di quanto da lui dichiarato al consulente: “Nel maggio 2006 fui accusato di tentata concussione..ne venni a conoscenza il 30 settembre allorché arrivarono a casa mia sei carabinieri i quali perquisirono l’abitazione dalle nove del mattino ad oltre le dieci di sera…)”.

Le dichiarazioni di Grisafi sembrano far pensare a un accanimento da parte dei carabinieri. Diventa allora inquietante leggere le intercettazioni di un altro processo, quello a carico di Luca Talice, poi assolto con formula piena, dove Federica Forcolin racconta al telefono di alcune domande che le sono state fatte da un maresciallo dei carabinieri che indagava sulla vicenda del suo presunto stupro e in precedenza aveva lavorato a lungo presso la caserma dei carabinieri di Seregno; il maresciallo, infatti, le chiede informazioni su Grisafi e sull’attività di architetto della moglie.

Siamo nel 2010, l’indagine penale a carico di Grisafi, avviata nel 2006 su esposto del sindaco Giacinto Mariani, é stata archiviata non essendoci i presupposti per un rinvio a giudizio.
Nel 2010 Grisafi ha già vinto la causa davanti al Tribunale del Lavoro ed è stato reintegrato in Comune. C’è da aggiungere che l’indagine che vedeva coinvolta Federica Forcolin era su un presunto stupro e non aveva, apparentemente, nessuna attinenza né con il lavoro di Grisafi né, tantomeno, con quello della moglie.

Al di là degli intrecci investigativi di due vicende che hanno avuto in qualche modo come sfondo la stesura del primo PGT (quello poi cestinato), resta chiara e inequivocabile la sentenza del Tribunale del Lavoro di Monza che pubblichiamo per intero (vedi Sentenza Tribunale di Monza - Sezione Lavoro)

L’unica esistente e che non è superata dalla conciliazione intervenuta successivamente nel 2010 (vedi Verbale di Conciliazione), con la quale, per chiudere la vicenda ed avere un po’ di pace, Grisafi (che intanto dopo il reintegro era tornato a lavorare per il Comune di Seregno) rinunciava a 42mila euro dei 50mila che il Tribunale gli aveva riconosciuto come risarcimento per i comportamenti vessatori a cui era stato sottoposto.

Il comune di Seregno rimane comunque soccombente sia rispetto a Grisafi, sia rispetto all’assicurazione che non copre la cifra liquidata a Grisafi (€ 217.090,44 per il trattamento economico + € 10.000,00 per le spese di lite+€ 8.000 per il danno biologico) e alla previdenza sociale (€ 76.589,06 come oneri previdenziali), come invece era stato richiesto dal Comune.
Con la Conciliazione l’assicurazione chiude la vicenda riconoscendo al Comune solo 8.000 euro, poco o niente rispetto al risarcimento complessivo.

Se si sommano, però, quegli ottomila euro ai 42mila euro che restituisce Grisafi, sempre grazie alla Conciliazione, si ottengono 50mila euro, cioè l’esatto ammontare del danno riconosciuto a Grisafi per le vessazione subite.

Danno biologico che era un danno patrimoniale certo per il comune di Seregno e che un eventuale ricorso alla Corte dei Conti avrebbe con ogni probabilità interamente ascritto a chi si rese responsabile dei comportamenti vessatori e del mobbing.

Se la Conciliazione ha apparentemente messo al riparo da un possibile pronunciamento della Corte dei Conti il portafoglio di quelli che hanno vessato Grisafi, al comune di Seregno la vicenda è costata complessivamente circa 350mila euro.
Se, infatti, ai 375mila euro liquidati con det. 558/2009, dopo la sentenza di primo grado, si sottraggono i 50mila euro ottenuti con la Conciliazione e al totale si sommano gli onorari degli avvocati del Comune non siamo distanti da quella cifra.

Il mobbing subito e l’ingiusto licenziamento hanno “sconvolto l’equilibrio psicologico di Grisafi”, scriveva la Dott.ssa Cella.
Secondo le figlie e la moglie, Grisafi non é mai riuscito a mettersi definitivamente alle spalle quella sofferenza e a recuperare la serenità di un tempo.
In una recente sentenza della corte di Cassazione, la n° 14274/2015 (vedi Il mobbing può essere concausa di suicidio) il nesso tra il mobbing subito da un dipendente e il suo suicidio viene messo nero su bianco.
E’ opinione di chi scrive che anche nel caso di Grisafi il legame tra mobbing e suicidio sia molto stretto.

Il suicidio di Grisafi, allora, non può essere semplicemente considerato come la tragica vicenda personale di un uomo, ma diventa una questione politica.

Politica nel senso alto del termine, è cioè che riguarda un’intera comunità: la salubrità dei suoi luoghi di lavoro - ancor di più visto che il luogo di lavoro è un ente pubblico -, l’arbitrarietà di chi gestisce il potere amministrativo e l’incapacità dei colleghi di lavoro (per paura o altro), dei partiti politici, dell’opinione pubblica di schierarsi dalla parte della vittima.

Scriveva Hanna Arendt:
“Il male non è mai radicale, ma soltanto estremo, e non possiede né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla sua superficie come un fungo. Esso sfida il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua banalità”.

 

Mobbing Grisafi by infonodo

Omicidio Vivacqua - "Cercate altrove i colpevoli". I difensori chiedono l'assoluzione per Barba e Giarrana

di Pier Attilio Trivulzio

Per l'avvocato Angelo Pagliarello che difende Antonino Giarrana la ricostruzione più logica dell'omicidio di Paolo Vivacqua è questa: “L'omicidio è legato ai suoi affari. Quel 14 novembre di quattro anni fa Paolo aveva un appuntamento nell'ufficio dove andava soltanto con persone che conosceva e con cui aveva confidenza per discutere d'affari. Ha il telefono in mano quando scende dalla Bmw, alza la saracinesca ed entra nell'ufficio seguito dalla persona di cui lui non sospetta. Questi spara e se ne va.

La stessa accusa non sa se i colpi sono partiti da un'arma automatica o se se aveva il silenziatore. Alle 15.30 la compagna Lavinia Mihalache entra nell'ufficio la cui porta era aperta, e vede il povero Vivacqua disteso sotto la scrivania. Con lei, alle sue spalle, entra l'OMBRA, definisco così la persona che aveva il compito di controllare se l'omicidio era andato in modo perfetto. Questa persona non è mai stata trovata, non si è mai presentata. E' un'OMBRA. E io non escludo la sua importanza. Quando Paolo Vivacqua entra nell'ufficio con lui entra un killer professionista”.

“Vi lancio una pillolina: giurati, secondo voi la Mafia, la Stidda mandano uno qualsiasi a fare un omicidio? Paolo Vivacqua era un uomo da 21 milioni di euro che, con tutto il rispetto, sapeva farsi la sua pubblicità elargendo biglietti da 500 euro. Un uomo che aveva coinvolgimenti con la Mafia, che non è la Stidda. Un uomo che non aveva orari. Che in quell'ufficio di Desio andava soltanto quando doveva trattare affari. Pensate che le persone che l'hanno ucciso (il killer e l'OMBRA - ndr) l'abbiano pedinato per giorni a Carate e l'abbiamo poi ucciso a Desio perché così fortunati da incrociarlo quella mattina? La Mafia non manda ad uccide due persone che si sono sentite telefonicamente con la vittima.

Come ci ha detto la Mihalache, Paolo era abitudinario e quella mattina però non va al bar di Muggiò di Mario Infantino. Esce di casa e va subito a Desio nell'ufficio perché ha un appuntamento. Quando gli inquirenti a metà pomeriggio arrivano trovano tutto in perfetto ordine: nessun oggetto per terra, Paolo ha ancora la sciarpa al collo, in tasca il portafoglio con i soldi, la cassaforte non è stata aperta, il mazzo di chiavi è sulla scrivania vicino ad un secondo cellulare. Tutto il contrario di quanto trovato nel caso della signora Franca Lojacono (Antonino Giarrana e Antonio Radaelli già condannati a 30 anni – ndr) dove tutto nel garage era stato messo sottosopra, c'era un lago di sangue, una scena assurda... Qui invece, nell'ufficio di Desio, la scena è pulita. Troppo pulita”.

“Tutte le sere vedo in televisione la serie di NCSI dove gli investigatori riescono a scovare un pelo. Questi geni di investigatori, invece, in un ambiente pulito, non trovano una impronta! E anche dentro la Bmw vengono fatti rilievi”.

“Vi lancio una seconda pillola. La gita di Paolo Vivacqua e della compagna Mihalache dell'agosto 2011 a Siracusa. Vi ricordo: tre mesi prima dell'omicidio. A Ravanusa e Campobello di Licata le vacanze sono i quattro giorni di festa della Madonna, a ferragosto. Ebbene, tutte le sere Paolo lasciava in campeggio la compagna e tornava soltanto a notte fonda. Ha discussione con gente di Siracusa, addirittura gli sparano contro l'auto che Mario Infantino, dopo la riparazione, ha poi riportato (?) al nord. In quel periodo Paolo ha paura. La casa in cui convive con la Mihalache doveva essere rogitata a novembre...Cosa ci dice la Mihalache? “Paolo aveva tanta fretta di sistemare le cose. Non le lasciava metà. Mi diceva: se tu dovessi restare sola...”.

“Quest'uomo avvertiva sul collo, forte, la minaccia. La Guardia di finanza ci parla dell'impianto di smaltimento rifiuti che Paolo aveva in animo di realizzare in Sicilia; dei capitali che dal nord portava al sud...affari così grossi non si fanno se dietro non c'è un gruppo di persone che si muove. Sarà questa la pista giusta? Non lo so. Certo è che in quel piccolo posto che è Ravanusa, Paolo intrattiene rapporti con Carmelo D'Angelo, il sindaco, e con altri. D'Angelo è come Marino a Roma. Non è mica un qualunque Pinco Pallino”.

“Dal giorno dopo l'omicidio, il 15 novembre, a marzo 2013 sono state intercettate 117 utenze telefoniche. In nessuna si parla del mio cliente, di Antonino Giarrana. Non sono state intercettate brave persone, avranno anche intercettato persone della mafia; in due anni nessuno fa cenno a Giarrana e in questo particolare c'è qualcosa di stridente. Mi insegnate che se frequentate un certo ambiente, prima o poi se ne parla...
Gli inquirenti hanno intercettato gente che chiamata in quest'aula come teste aveva paura di alzarsi da imputati. Cannarozzo è uno di questi…”

“Abbiamo sentito il colonnello Marco Selmi il quale ci dice che a maggio 2011, due mesi e mezzo prima dei fatti di Siracusa, una fonte confidenziale avvisa che Paolo Vivacqua per dieci giorni ha ospitato persone dalla Sicilia che avrebbero dovuto uccidere qualcuno. Su questa informazione nessuno indaga. In quel contesto Vivacqua è persona importante: la mafia autorizzava a togliere di mezzo il bancomat? Ci sono interessi che passano sopra interessi personali. Il teste maresciallo Scalise ha sottovalutato l'informazione che per dieci giorni personaggi di Ravanusa erano venuti in Brianza chiamati da Vivacqua perché avrebbero dovuto fare qualcosa.
Questo processo – sottolinea il legale - si giustifica per il numero degli informatori. Ogni carabiniere aveva un confidente. A mio avviso le piste alternative non sono state seguite perché non sono state capite. La pista siciliana era troppo incredibile e per questo è stata subito abbandonata”.

“Questo processo si anima dopo l'omicidio di Franca Lojacono, consuocera di Paolo Vivacqua. Quando nel luglio 2012 ho conosciuto Giarrana mi ha raccontato del suo arresto (per l'omicidio della Lojacono - ndr). Mi ha detto: “Sono venuti a prendermi e il maresciallo Azzaro mi ha dato due schiaffoni. Quando mi hanno portato in caserma a Desio il capitano Pantaleo (dallo scorso anno trasferito a Milano – ndr) ha detto: stasera festeggiamo, abbiamo risolto l'uccisione di Vivacqua. Ed è così che Giarrana si ritrova nel fascicolo di questo processo. E' così che inizia questo processo. Ha ragione Giarrana quando dice al fratello Carmelo: “che c'entro io con l'omicidio di Vivacqua?”. Di quello della Lojacono era colpevole tanto che siamo stati costretti a chiedere il rito abbreviato. Ma in questo Giarrana non c'entra. Tanto che addirittura difende Antonio Radaelli, suo acerrimo nemico”.

“Alla prima udienza ho esternato dubbi e ancora ne ho, relativamente alle intercettazioni in carcere. Quelle intercettazioni fatte sul nulla. Si fanno intercettazioni, relative all'uccisione di Vivacqua, quando ancora non c'è la fonte confidenziale e Giarrana non è ancora iscritto nel registro degli indagati. L'omicidio Lojacono e quello Vivacqua sono quadri di due pittori diversi. Di spinte separate.
In questo processo si è cominciato ad indagare da fonti confidenziali senza iscrivere il nome degli indagati nel registro. Non si possono fare indagini su informatori che non possono testimoniare. Non c'è prova alcuna che il mio cliente Antonino Giarrana abbia preso parte all'omicidio Vivacqua e per questo chiedo l'assoluzione perché non è colpevole. O in subordine per non aver commesso il fatto”.

“Questo è un processo difficile e complicato e come ha detto la pubblica accusa, indiziario. Non ci sono intercettazioni compromettenti né esiste la pistola fumante”, esordisce Gianluca Orlando difensore di Diego Barba.

“Nel corso della mia arringa mi occuperò delle chiamate di correità di Gino Guttuso e Luigi Miniemi, delle piste alternative a nostro giudizio non esplorate. Ciò che in noi sollevano dubbi sono le fonti confidenziali talmente inattendibili che compaiono in questo processo. La fonte Robertone, ad esempio. Fa il nome di Quartararo e ci vengono a dire che quello che Robertone, legato alla n'drangheta, ha detto ai carabinieri di Lissone non ha trovato riscontro, perché?”.

“Non c'erano riscontri relativamente alle dichiarazioni di Gino Guttuso fino a quando nel luglio 2012 viene fatta una semplice indagine catastale e si riscontra che il box di cui parla dov'era custodito uno scooter che, a suo dire, sarebbe stato usato per l'omicidio Vivacqua, è di proprietà della sua famiglia. Interrogato in carcere il 15 marzo 2013 dal sostituto procuratore Donata Costa presente il maresciallo Azzaro, Guttuso firma il verbale dove non dice niente. Dice sì, conosceva Paolo Vivacqua ma non aveva intrattenuto rapporti con lui. Non dice nulla dell'omicidio. “Non avevamo elementi per contrastare”, si giustifica il maresciallo dell'Arma”.

“Successivamente viene fatta una serie investigativa importante e il 27 gennaio 2014 Gino Guttuso modifica le sue dichiarazioni, tre giorni dopo il pm Donata Costa firma l'ordinanza di custodia cautelare per la Biondo, Barba, La Rocca, Giarrana e Radaelli”.

“Primo problema: come doveva essere sentito Guttuso non il 15 marzo ma successivamente quando viene svolta l'attività investigativa? Abbiamo i tabulati di tutti e 5 gli imputati: i contatti di Giarrana con Radaelli, di Guttuso e La Rocca, di Barba e La Rocca. Ci è stato detto che si trattava di attività investigativa. Ma a tutela di Gino Guttuso è stato commesso un grave errore: da indagato, per aver prestato il motorino a Giarrana, avrebbe dovuto farsi assistere da un legale e dire se intendeva essere interrogato oppure no. Ammesso e non concesso e fatto salvo il primo verbale dove Guttuso dice di non sapere nulla sull'omicidio Vivacqua e poi però nel secondo va a modificare le dichiarazioni, Guttuso aveva diritto ad essere assistito. E questo problema ce lo eravamo già posti nel corso dell'incidente probatorio. Vorrei sapere – chiede il legale – come è stato possibile che Gino Guttuso abbia riferito, ammesso sia credibile, d'aver prestato il suo scooter per l'omicidio senza essere iscritto come indagato”.

“Le dichiarazioni dei testimoni sono diverse da quelle di un eventuale indagato tant'è che Guttuso, costretto, in incidente probatorio è uscito senza l'accusa di falsa testimonianza. Ciò comporta che io contesto l'utilizzabilità del verbale di Gino Guttuso nel corso dell'incidente probatorio. Se così fosse ci sarebbe l'inutilizzabilità di tale atto”.

“Collaboratore è chi ha commesso reati e vuole pentirsi. Nessuno qui dice che chi collabora non dica la verità. Non dico che tutto sia inutilizzabile però un teste che è tossicodipendente, e quindi soggetto facilmente ricattabile, uscito da poco da una clinica psichiatrica, è lui, Guttuso, a dircelo nel corso dell'incidente probatorio, messo alle strette dal maresciallo di Desio che lo convoca può non aver fatto dichiarazioni spontanee. In due passaggi la Corte relativamente alla credibilità di Guttuso precisa che lo stesso è stato minacciato la notte del 18 aprile; e poi richiamato a Desio dai carabinieri il 6-7 giugno non intende fare dichiarazioni. A nostro giudizio tutto quanto afferma Guttuso è inutilizzabile. Nel corso del primo interrogatorio, su precisa domanda, dice d'aver avuto in uso da un anno un numero telefonico, cosa impossibile essendo lui in quel periodo detenuto in carcere dov'è rimasto fino a luglio 2013”.
“Avrei preferito sentire la registrazione di come è avvenuto quell'interrogatorio – dice l'avvocato Orlando – per capire come si era arrivati a farlo parlare di quella riunione preparatoria, un mese prima dell'omicidio di Vivacqua, a casa di Giarrana. Per la prima volta si fa il nome di Barba che, secondo il Guttuso, aveva incaricato La Rocca di fargli da portavoce per commettere una rapina.
Al contrario di Salvino La Rocca, Barba non ha parenti nella Stidda - che comunque, secondo quanto riportato in due sentenze del marzo 2014 del Tribunale di Sorveglianza di Perugia “da quanto riferito dalla DDA di Palermo con nota del 5.2.2013 l'organizzazione criminale di appartenenza dei La Rocca Salvatore, padre di Salvino e Calogero, fratello di Salvino intesa come Stidda “non è più operativa essendo stata decimata dagli arresti e dagli omicidi”.

“Comunque Salvino a suo tempo indagato è stato poi completamente scagionato dalle accuse di fare parte dell'organizzazione che si contrapponeva a Cosa Nostra e addirittura risarcito dallo Stato”.

“E poi i rapporti (intercettazioni) tra Barba e la Biondo, stando agli atti potrebbero esserci nel 2013. Solo nel 2013. Ci è stato detto: avevamo il sospetto. Il sospetto non è certezza e voi in Camera di Consiglio siete tenuti a ben soppesare questo particolare. Così come dovrete valutare quali elementi probatori ci sono per dire che due soggetti sono andati ad uccidere Vivacqua. Dello scooter che potrebbe essere stato utilizzato ci parla Guttuso. E' un po' poco. Il possibile non può fare ingresso in un processo per omicidio. Dico di più. Sul ruolo di Barba ho perplessità relativamente alle dichiarazioni di Guttuso che ne parla in maniera sfumata: avrebbe parlato con La Rocca. Di li a costruire qualcosa che lo fa rendere partecipe di un omicidio ce ne passa. Senza dimenticare che nel corso della riunione a casa di Giarrana si parlò di rapina, non di omicidio”.

“E comunque non mi pare siano stati fatti riscontri alle dichiarazioni di Guttuso. “Ci dedicammo solo sulla pista familiare che era la più plausibile”, ha testimoniato il maresciallo Azzaro.
La mia valutazione è che, assolutamente, quella riunione non può essere prova a carico di Diego Barba.
Veniamo a Luigi Miniemi. Riferisce quello che gli avrebbe detto Giarrana. Io non so se è la verità. Lo dice lui. A questo proposito la Cassazione, anche recentemente, in caso di teste di riferimento ha sentenziato che non è possibile escuterlo”.

“Ho trovato Miniemi soggetto molto inquietante. L'ho trovato preparato. A differenza di Guttuso. E' venuto, un anno dopo, in quest'aula quasi preparato sulle domande che gli sarebbero state fatte. Aveva interesse a confermare quanto dichiarato. In carcere a Monza arriva il 15 agosto 2013 e ci resta fino al 12 aprile 2014. Due giorni dopo aver reso le dichiarazioni al pubblico ministero Donata Costa. Per capire chi è Miniemi siamo andati a ritroso”.

“Lo ritroviamo nell'inchiesta “I fiori di San Vito” dove ha un certo peso: è soggetto accusatore. Ha collegamenti con la 'ndrina dei Mazzaferro. Rileggendo le motivazioni delle sentenze che lo riguardano “si da atto che è un confidente. Si rivolge ai carabinieri dicendo che voleva fare confidenze su una rapina. Faceva da 'ndranghetista confidente”. Ancora: “Ha debiti di gioco ed è collaboratore che frequenta ambienti malavitosi”. E' la Corte che può dirci se e quanto è credibile Miniemi”.

“Nel processo “Isola Felice 2” è stato invece considerato attendibile e la Corte gli ha dato le attenuanti. Per una tentata rapina Miniemi fa dichiarazioni al processo e dice di non essere stato confidente. In una successiva udienza si contraddice e la Corte gli crede. Nel corso dell'ultima deposizione del 2003 a Como ammette che sbagliare è umano, perseverare è diabolico. Dieci anni dopo nel 2013, fulminato sulla via di Damasco, con otto procedimenti a carico di cui quattro per ricettazione e poi falso, furti di carte di credito e altro, prende spunto da una notizia appresa in carcere, senza specificare quale si offre per collaborare”.

“Dirà poi che ha preso la decisione perchè “Ho avuto confidenze da Giarrana che non voleva tenersele dentro. L'ho aiutato a sputare il rospo”. E infatti attraverso l'ufficio matricola del penitenziario fa sapere alla Procura di Monza che ha importanti dichiarazioni da fare e chiede di parlare col magistrato. Tutto ciò – si badi bene - successivamente alla notifica, a Giarrana, dell'ordinanza di custodia cautelare per l'omicidio Vivacqua”.

“Se Miniemi avesse fatto le dichiarazioni alla dottoressa Costa il 10 marzo e non il 10 aprile avrei alzato le mani - dice il legale torinese -. Visto che la Procura di Monza non si muove, Miniemi manda avanti il suo legale che con una lettera fa sapere che il suo cliente è intenzionato a fare rivelazioni in merito “all'omicidio Bevacqua, il Berlusconi della Brianza” (dice proprio Bevacqua – ndr)”.

“La circostanza temporale della mossa di Minieni è importante: il caso Vivacqua in quel periodo occupava intere pagine di giornali che in carcere venivano lette e scambiate in ogni cella. E' lo stesso Miniemi che viene a dirci che radio carcere diffonde notizie. Ed è così che viene a sapere degli arresti, di cui due notificati in carcere a Giarrana e Radaelli. Riferisce al magistrato, tutto quanto scritto nell'ordinanza. Non è Giarrana che gli parla del bar di Muggiò, eppure lui è a conoscenza del particolare e neppure gli dice che il bar di Desio accanto all'ufficio di Vivacqua era chiuso per turno il lunedì. Giarrana ammette d'avergli mostrato l'ordinanza. Miniemi riferisce anche cose vere? In questo caso anche la fonte va indagata”.

“Interessante circostanza quella del biglietto dove Giarrana dice a Rulli di far venire un elicottero per farlo evadere dal carcere. E' l'indice di attendibilità o inattendibilità di Miniemi: quel bigliettino viene scritto il primo giorno che Giarrana conosca Miniemi. Quest'ultimo in aula giustifica la richiesta dell'elicottero “perché ne passavano tanti quel giorno sopra il carcere”. Peccato che non fosse settembre giorno di Gran Premio all'Autodromo di Monza. A giudizio del legale l'episodio è illuminante per valutare l'attendibilità del Miniemi, teste che mi ha fatto paura ricordando quanto dice la Cassazione:“nei processi fanno irruzione soggetti che hanno necessità di farsi sentire”.

Quindi l'avvocato Orlando si sofferma sulla pista dei fratelli Mihalache già affrontata da Angelo Pagliarello difensore di Giarrana. “Il telefono di Carmi Mihalache che Lavinia chiama la notte del 14 novembre non agganciava celle italiane – aveva precisato Pagliarello -. Siete davvero sicuri che era proprio Carmi al telefono? Avessimo avuto tutte le telefonate fatte da quei signori (Carmi e Leonard – ndr)”.

” Sappiamo che non sono state fatte indagini all'estero sui tabulati telefonici. Abbiamo dichiarazioni di Elena Pricop, domestica a casa Vivacqua, che ha testimoniato d'aver visto quattro o cinque volte i fratelli (e amici) di Lavinia a Carate. Ci ha detto: “Me ne sono andata il sabato sera e le valigie erano lì. Non le ho viste quando sono arrivata il lunedì mattina, giorno dell'omicidio”. Che motivo avrebbe avuto la Pricop di mentire? Forse perché accusata da Lavinia di essersi impossessata di gioielli poi ritrovati nella cassetta della posta?”.

“I Mihalache avrebbero potuto benissimo essere in Italia e non c'entrarci nulla con l'omicidio. E però Livinia, excusatio non petita (accusatio manifesta - ndr), ci riferisce che Paolo le aveva detto “nel caso mi succedesse qualcosa”. Ed a questo proposito aveva lasciato un assegno di 300mila euro affinché la compagna potesse goderne”.

“Questo particolare fa pensare”, commenta il difensore di Barba che passa poi a dare una valutazione sui depistaggi che – secondo la pubblica accusa – avrebbe operato.

“Depistare attraverso l'investigatore Attilio Cascardo? Non lo so. Potrebbe anche essere. Verifiche non ce ne sono. Non ci sono intercettazioni tra Cascardo e il colonnello Selmi, tra Barba e Selmi. Quest'ultimo ben sapeva che Barba era in carcere”.

“Le dichiarazioni del “pentito” Giuseppe Nappa? Il solo pensare che Barba possa avere una mente raffinatissima, come potevano averla i giudici Borsellino o Falcone, d'avere architettato una tesi così suggestiva come suggerito dalla parte civile fa sorridere. E da ultimo: sentito dal Gip in merito al viaggio del 9-10 novembre 2011 in Germania con Salvino La Rocca, Diego Barba risponde che erano andati per acquistare una Mercedes. Da un privato. Non da un concessionario. Non è certo andato per chiedere l'autorizzazione della Stidda (ipotesi fatta della pubblica accusa nel corso della requisitoria – ndr). Che, detto per inciso, neppure esiste più. Avere un avallo dalla Germania? In questo caso non si parla di riscontri bensì solo di fantascienza”.

“E' un processo indiziario e la Cassazione è chiara in proposito: ci vogliono indizi gravi e precisi escludendo quelli non provabili. Occorre vedere che gli indizi siano concordi ed abbiano logica per condannare oltre ogni ragionevole dubbio. Se Diego Barba chiama Salvino La Rocca il giorno dell'omicidio per sapere quanto era successo a Paolo Vivacqua è cadere su una buccia di banana. Per uno come lui che per evitare d'essere intercettato, ci dicono i carabinieri avesse sistemato nella plafoniera dell'auto di Germania Biondo un pacchetto di fazzoletti piegati in modo che, cadendo, gli avrebbero dato subito la prova dell'occultamento di una cimice?”.

“Chiedo l'assoluzione per gli imputati per non aver commesso il fatto e in subordine, richiesta in base all'articolo 530. Leggendo gli atti mi sono reso conto che non c'è nulla di concreto che possa accusarli”.

 

Processo Vivacqua - Le parti civili: Chi studiò l'omicidio pensò poi a depistare gli inquirenti

di Pier Attilio Trivulzio

“Ci troviamo di fronte a un omicidio studiato. Chi ha brutalmente giustiziato Paolo Vivacqua, ha poi pensato a depistare gli inquirenti”, rivolgendosi in modo specifico ai giurati popolari che fanno parte della Corte d'Assise, Franco Gandolfi, avvocato di parte civile per Lavinia Mihalache, compagna del rotamat di Ravanusa, sintetizza così quel che dirà “per la miglior tutela della signora Mihalache e del figlio Nicolas e quella deontologica correttezza formale e sostanziale dell'accusa cercando di armonizzare affinchè voi, in Camera di Consiglio, possiate valutare se esiste una ragionevole alternativa all'ipotesi accusatoria”.

Aggiunge subito: “La requisitoria della pubblica accusa, fatta in quest'aula due mesi fa, vi sarà sembrata sovrabbondante, noiosa e anche inutile. E' stata comunque il resoconto di una indagine a 360 gradi portata avanti in piena libertà; durata tre anni e conclusasi con la richiesta di cinque condanne proposte prima che dal codice penale dalla coscienza del pubblico ministero che ha fatto indagini anche a favore degli imputati”.

“Il primo movente ipotizzato è stato quello dell'interesse economico dal momento che Paolo Vivacqua muoveva tantissimo denaro contante. C'era stata, il 12 settembre 2011 (due mesi prima dell'uccisione – ndr) la conclusione a rogito dei terreni di Carate ceduti a Bricoman Italia; ma Vivacqua vantava moltissimi crediti: 300 mila euro da Zema, 200mila da Monzani ed altrettanti da Figliuzzi, decine di mila euro dall'avvocato Savarino e anche, perchè no? da Carmi Mihalache (fratello di Lavinia - ndr) a cui aveva concesso un prestito di 100mila euro per comperare un escavatore. E poi tanti altri, gente che usava Vivacqua come un bancomat.

Una delle ipotesi investigativa è stata quella che da qualcuno di loro era stato ucciso per non restituire la somma ricevuta. Da cinque mesi e mezzo Vivacqua era intercettato anche quando si trovava sulla sua Bmw, non c'è una sola frase registrata che possa far pensare ad una sua arrabbiatura verso coloro a cui i soldi li aveva prestati e ne aveva richiesto la restituzione. Tenete conto in Camera di Consiglio. Nessuno di loro pensò di spegnere il bancomat.

“E allora, qual'è il movente del delitto? Ce lo forniscono Germania Biondo e Diego Barba. Hanno una relazione sentimentale almeno da prima dell'estate 2010.
Barba è il catalizzatore che accelera il procedimento chimico. L'incontro delle due volontà diventa deflagrante. Il movente della Biondo è l'interesse economico miscelato ad un cocktail: desidera la rivalsa verso il marito con cui da due anni non stava più assieme. Ebbene, Paolo non faceva sapere i suoi interessi a Germania eppure che succede il 14, il 23 e il 27 settembre 2011?
Il 12 Paolo conclude l'affare Bricoman, il 14 l'ex moglie, intercettata, chiama la sorella e le dice: “Ha venduto i terreni, adesso gli posso levare 5 milioni”. Tre giorni dopo parla con l'amico Salvatore Grasta: “Ha fatto gli atti dei terreni e ora ha in tasca 5 milioni. Caino era e Caino rimane. Ora vediamo se posso levargliene almeno la metà”.

Il 27, nel corso di una lunghissima conversazione con uno straniero che la corteggia e tra l'altro le dice d'averla vista “col reggiseno blu”, Germania si lascia andare: “Tu mi fai star bene”. E poi però aggiunge: “Fino a quando c'è lui ci sono solo problemi”. Refren che ripete in altre conversazioni agli atti. La rabbia di Germania? Ce lo dice la Lavinia: con i figli le danneggiano l'auto.

Ricordiamo però la drammatica udienza del 2 gennaio. Depone il figlio minore e non la chiama mamma. La chiama signora. “Perché non è considerata mamma. La persona che ti toglie il padre non è più la tua mamma”, risponde Davide ad una domanda del presidente.

Ricorda il legale che nel marzo 2012 una fonte confidenziale soffia ai carabinieri di Desio che “la Biondo ha assoldato un investigatore, tale Cascardo. Vuole faccia indagini sul marito”. Attilio Cascardo viene sentito il 3 maggio ed in quel momento i carabinieri scoprono che ha un socio: Diego Barba. E quando il pubblico ministero Donata Costa chiama a testimoniare Cascardo apprende dal teste, sicuramente reticente, che l'investigatore “è stato ingaggiato dalla Bondo nel gennaio-febbraio 2011 per capire se il marito le fa le corna”.

L'indagine dura un paio di mesi. Mi chiedo: c'era bisogno d'ingaggiare un investigatore per sapere se Paolo le faceva le corna dal momento che in quel periodo lui aveva già acquistato casa a Carate e stava da tempo con la Mihalache? Il 18 giugno la Mihalache dà alla luce Nicolas. In quest'aula, il 1. dicembre Cascardo dice cose compromettenti: la verità è che l'incarico ricevuto dalla Biondo era di tutt'altra natura. Ci siamo dimenticati del pestaggio di Barba nell'agosto 2010 in Sicilia da parte dei figli Vivacqua? E' clamorosamente falso che la Biondo abbia dato incarico a Cascardo per una indagine sulla infedeltà coniugale del marito. La ragione vera? Incarico inconfessabile. Il teste Vincenzo Battistello (ex impiegato presso la Procura di Monza – ndr) ci dice: “Germania Biondo aveva dato incarico a Cascardo per far nascere una indagine a carico di Paolo Vivacqua e dei figli”. Se ne sarebbe occupata la Guardia di finanza. “Sono le Fiamme gialle a fare le indagini”, dice Cascardo a Battistello, aggiungendo “d'aver parlato con un colonnello di Lodi”. L'indagine avrebbe dovuto portare in carcere Paolo Vivacqua e i figli.

Il colonnello di Lodi e Marco Selmi che subito informa la Procura di Monza e quando viene chiamato a testimoniare non rivela il nome dell'informatore (Attilio Cascardo – ndr)- Riferendosi all'omicidio di Paolo Vivacqua, consultando il suo tablet, precisa “che l'omicidio sarebbe stato commesso da un cittadino rumeno, Carmi Mihalache, fratello di Lavinia. Fa il nome di Elena Pricop, domestica di Vivacqua, che andava dicendo in giro che Nicolas, il figlio della Mihalache, non era figlio di Paolo Vivacqua ma di un infermiere di Desio”.

Informatore credibile il Cascardo perché fornisce particolari che reggono al controllo: il capannone di Piantedo (Sondrio), la cassetta di sicurezza contenente denaro sequestrata, le auto, fermate e sequestrate, con doppio fondo per occultare i soldi.

Uno sviamento, quello relativo al ruolo dei rumeni nell'omicidio, per depistare le indagini. Depistaggio pensato da Diego Barba che usa il socio Attilio Cascardo il quale informa il colonnello Selmi della Guardia di finanza sui conti, sulle società e le disponibilità di Paolo Vivacqua: obiettivo far arrestare Paolo Vivacqua e i figli.

Cascardo viene a sapere con anticipo che all'indomani sarebbero stati arrestati i tre figli di Vivacqua: Antonio, Gaetano e Davide. “Avevamo cercato di suggerire al brigadiere Mosca dei carabinieri che probabilmente ad uccidere Paolo sarebbero stati i fratelli Mihalache”, dice Barba nel corso di una conversazione.

Diego Barba non si muove bene solo con le forze dell'ordine, è a suo agio anche tra i malavitosi e i mafiosi: dopo il pestaggio dell'estate 2010 in Sicilia manda i carabinieri a casa di Paolo Vivacqua e fa pressione con i malavitosi affinchè dicano a Paolo di lasciarlo tranquillo.

Definisce, il legale della Mihalache, inquietante, l'episodio accaduto pochi giorni dopo l'arresto su ordine della Procura di Milano (20 aprile 2012 – ndr) dei figli di Vivacqua, di Calogero Licata Caruso, dei fratelli Enzo e Mario Infantino ed di altri con l'accusa di associazione a delinquere e false fatturazioni.

Il 24 aprile Diego Barba viene sorpreso da moglie e fidanzate dei tre fratelli Vivacqua nello studio dell'avvocato Daria Pesce. E' con l'avvocato Ignazio Valenza (legale di Paolo Vivacqua che ha Attilio Cascardo come autista – ndr) intento a consultare gli atti del processo. C'è anche Germania Biondo. Barba sa che il colonnello Selmi è stato informato (da Cascardo – ndr) e vuole sapere se tra gli atti ci sono riferimenti che riguardano lui o il suo socio Cascardo.
Quell'episodio fa arrabbiare i figli Vivacqua che vengono informati in carcere durante i colloqui. Gaetano, intercettato, “Questa qua (Germania Biondo – ndr) ci vuole far fare la galera”.

Altra conversazione del 25 maggio tra Davide e la fidanzata Lucia. “Barba continua a passare sotto casa, ci segue. Io l'ho visto, con la sua Vespa mi ha tagliato la strada”.
L'avvocato Valenza viene minacciato. C'è la telefonata: “Valenza me lo sarei mangiato vivo...incominciano a volare schiaffoni per te e per Diego. Mio fratello prima ha pestato Diego che poi è andato dai mafiosi”.

Un altro tentativo di depistaggio messo in atto – secondo il legale di parte civile della Mihalache - da Diego Barba riguardante “due personaggi da tempo residenti a Desio” che, scrivono i carabinieri di Campobello di Licata in una nota indirizzata ai colleghi brianzoli “risulterebbero implicati nell'omicidio di Paolo Vivaqua”. Sappiamo i nomi ma non li facciamo. Il pubblico ministero non ha trascurato nulla ed ha fatto mettere sotto controllo i telefoni dei due personaggi. Risultato negativo.

Rivolgo una domanda: “Perchè Diego Barba si è impegnato con il maresciallo Mosca dei carabinieri di Desio poi con il maresciallo Longo dei carabinieri di Campobello e poi, attraverso Cascardo, a suggerire al colonnello della Guardia di finanza piste false, subdolamente artificiose che ora mi sembrano odiose, addirittura vigliacche quando si sa che una persona non c'entra?”.

Definisce la deposizione di Giovanna Licata Caruso, moglie di Barba e sorella del braccio destro di Paolo Vivacqua, “Lillo” Licata Caruso intestatario di tutte le società del rotanat, “penosa, angosciante, faticosa, illogica e per lei imbarazzante. Patetica perché si è messa a piangere. Rispettiamo il suo dolore. ma qui discutiamo di omicidio ed invece i testimoni che devono portare acqua stanno in silenzio”.

Leggendo questo processo dico che gli imputati si annusano, sono in definitiva arbitri della propria sorte.
Per l'avvocato Gandolfi le dichiarazioni dei testi Gino Guttuso e Luigi Miniemi si collocano in perfetta armonia con i dati raccolti dagli investigatori.

Poco dopo l'arresto per l'omicidio di Franca Lojacomo consuocera di Paolo Vivacqua, Antonino Giarrana, intercettato, chiede aiuto al cugino Salvino La Rocca ma lo chiede anche all'investigatore Diego Barba. Conversazione registrata: “Gli avvocati? Loro li devono pagare”, dice Giarrana. “Loro chi?”. “Salvino e...”. “Allora è vero che c'entrano Salvino e l'altro, è inutile che fa l'indiano”. Carmelo fratello di Giarrana: “Papà ha detto che se scende lui non so che succede”. Giarrana: “Loro, Salvino e l'investigatore mi vogliono imputare anche l'altro omicidio”. E ancora: “Io sono qui e loro sono fuori a godersi la vita”. “Io non parlo perchè sono un uomo”.
Per l'avvocato Gandolfi, “Non so se è uomo d'onore Antonino Giarrana; uno è uomo se sa assumersi le sue responsabilità”.

Il legale conclude dopo quattro ore il suo intervento focalizzandosi sul misterioso viaggio-lampo in Germania compiuto da Diego Barba e Salvino La Rocca il 9 novembre 2011 (cinque giorni prima dell'uccisione di Vivacqua – ndr). A detta di Barba per acquistare una Mercedes “classe A” in cambio della sua Renault Scenic. I due si fanno 595 km da Desio a Saarbrucken. Partenza da Desio attorno alle 22, sei ore di viaggio e quindi arrivo a Sarbrucken attorno alle 4 del mattino. C'è qualche concessionaria aperta a quell'ora? All'indomani, 10 novembre, attorno alle 10,30-11 sono alla frontiera tra Francia e Germania. Vengono controllati dai gendarmi. Alle 14 – dice Barba – sono di ritorno a Desio, sempre con la fedele Renault Scenic. Domanda: allora cosa davvero sono andati a fare in Germania?

E sull'ultimo indizio depistante: la testimonianza del detenuto (a Monza) Giuseppe Nappa il quale arriva in aula e racconta che ad uccidere Paolo Vivacqua sarebbero stati Diego Barba e Germania Biondo d'accordo con Lavinia Mihalache e i suoi fratelli.

“Non credo che Nappa si sia inventato tutto – spiega Gandolfi – Non sono cervellotico ma Nappi è venuto qui perché qualcuno gli ha suggerito di dire quelle cose che ci ha raccontato. Barba ha grande capacità intuitiva, è più furbo di tutti, più furbo dei giudici e del pubblico ministero. E' stato un ulteriore tentativo per sviare le indagini. In carcere Barba ha fatto il triplo salto mortale: con le dichiarazioni di Nappi intendeva demolire e screditare Guttuso e Miniemi. Non si e inventato nulla Nappi condannato a 5 anni per estorsione, tre già fatti, sarebbe presto uscito dal carcere. Non è tanto sveglio. E' stato un ulteriore tentativo di depistare le indagini”.

La lunga e articolata arringa dell'avvocato Franco Gandolfi costringe Daria Pesce parte civile dei tre fratelli Vivacqua e Valentina Commaudo figlia di Franca Lojacono (uccisa a Desio nel giugno 2012 – ndr) a sintetizzare il suo intervento. Risponde ai colleghi che ritengono incompatibile il suo ruolo di parte civile. “Difendo i Vivacqua da anni ed ho difeso la Biondo per un anno e mezzo. Non mi ritengo incompatibile dal momento che questo processo riguarda un omicidio”.

Anche lei dà atto al pubblico ministero d'aver esplorato in modo diligentissimo tante piste: il rapporto di Paolo Vivacqua con i Cannarozzo e con Zema che “non ho mai incontrato”, l'ipotesi mafia e l'omicidio legato al settore rifiuti. “La pista della corruzione? Sappiamo che Paolo aveva corrotto funzionari per trasformare terreni agricoli. Al processo di Milano (per le false fatturazioni con la Biondo che ha patteggiato -ndr) sono emersi i conti di Germania Biondo presso banche di San Marino ma non in Svizzera. Sembra che la Biondo voglia sbarazzarsi del marito. Dalle carte del processo sembra che gli imputati siano tutti amici. Salvino La Rocca? È vero, non è mafioso ma il suo comportamento è psicologicamente mafioso. Barba e la Biondo non si parlano al telefono: tengono un comportamento omertoso. La Biondo aveva mille motivi per tenere un comportamento omertoso: sono tutti siciliani. Solo i tre figli di Paolo parlano. Sanno della relazione tra Barba e la madre, le nuore scoprono che la Biondo – che al telefono si lamenta del suo stato di indigenza in cui Paolo l'ha lasciata - ha aperto con Barba una cartoleria. Che succede? Il sospetto delle nuore è che lei abbia qualcosa a che fare con l'omicidio. Si disinteressa dei nipoti. I figli, a cui è stato insegnato soltanto a fare fatture false, non la vogliono vedere in carcere. Quando Barba viene nel mio studio e dice d'essere un collaboratore dell'avvocato Valenza difensore di Paolo i figli revocano a Valenza il mandato e quindi pensano che la Biondo e Barba abbiamo davvero a che fare con l'omicidio. Il movente? Nella loro mentalità siciliana è la ricerca dei soldi: impossessarsi dei 5 milioni che Bricoman ha pagato per i terreni di Carate
La pista non sarà mafiosa ma da tutti gli atti del processo – che è più che indiziario – pare un po' che gli imputati chiedano giustizia alla criminalità organizzata. Le mie conclusioni sono queste: mi associo alle richieste di pena della pubblica accusa”.
Per quanto riguarda le costituzioni di parte civile, l'avvocato Franco Gandolfi ha quantificato in 800mila euro il danno patrimoniale per la sua assistita Lavinia Mihalache e per il figlio Nicolas; mentre l'avvocato Daria Pesce ha presentato richiesta per Antonio, Gaetano e Davide Vivacqua della condanna in solido degli imputati per danno patrimoniale e non di 500mila euro con una provvisionale immediatamente esecutiva di 300mila euro. Per Valentina Commaudo richiesta di 150mila euro, provvisionale di 50mila euro.

Prossima udienza il 5 ottobre. Parleranno gli avvocati Paolo Sevesi e Gianluca Orlando difensori di Diego Barba.

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