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Seregno - La tragica morte di Calogero Grisafi, dipendente del Comune

di k.ts.

La morte di Calogero Grisafi, il dirigente del comune di Seregno che si è suicidato - le esequie sono state celebrate lunedì 28 settembre nella basilica cittadina - non entrerà nella casistica delle morti sul lavoro, ma avrebbe tutte le caratteristiche per essere considerata tale.

Grisafi non è caduto da un ponteggio, non è stato schiacciato da una pressa, non è stato travolto da un mezzo in movimento: l’architetto Calogero Grisafi si è ucciso con una dose letale di psicofarmaci. Eppure chi conosce la sua vicenda personale non può non pensare che la responsabilità del suo gesto ricada su un assassino silenzioso che Grisafi ha incontrato sul suo luogo di lavoro, negli uffici del comune di Seregno.

Calogero Grisafi è stato vittima di mobbing.
Sui giornali che hanno raccontato in questi settimane la sua morte e la sua vicenda la parola mobbing non è stata mai citata, ma il Tribunale del Lavoro di Monza con sentenza del 26/06/2009 aveva stabilito in modo chiaro che Grisafi era stato vittima non solo di un ingiusto licenziamento, ma, come scrive il giudice Maria Cella, di “un quadro di vessazioni finalizzate alla sua emarginazione ed allontanamento dal posto di lavoro [...] Questo insieme di iniziative si è protratto per un anno circa e ha prostrato Grisafi e la sua famiglia; il soggetto era particolarmente dedito al lavoro, e la repentina situazione di emarginazione, isolamento, attacco a tutti i livelli, in cui si è venuto a trovare, ne ha sconvolto l’equilibrio psicologico”.

E ancora: “La responsabilità del Comune è affermata sotto il profilo contrattuale che impone al datore di lavoro la tutela dell’integrità fisica della personalità morale del lavoratore, si è evidenziato che in questo caso, invece, il datore di lavoro ha posto in essere una serie di iniziative, alcune già di per sé illegittime, altre apparentemente neutre, tutte volte l’emerginazione del lavoratore, culminante col suo licenziamento”.

In Italia non esiste una legge sul mobbing, nonostante esista dal 2001 una risoluzione del Parlamento Europeo ( Risoluzione del Parlamento europeo sul mobbing sul posto di lavoro (2001/2339(INI)) ) che esorta gli stati membri a dotarsi di una legislazione specifica.
Nell’assenza del legislatore italiano si è però sviluppata una giurisprudenza che, sentenza dopo sentenza, ha cercato di definire il fenomeno e dargli un quadro giuridico di riferimento.

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n° 10037/2015) ha stabilito sette parametri per cui una situazione lavorativa vessatoria si possa configurare come mobbing (vedi Conflitti e soprusi, ecco le 7 prove del mobbing decise dalla Cassazione):

(1) I contrasti, le mortificazioni o quant’altro devono durare per un congruo periodo di tempo
(2) ed essere non episodiche ma reiterate e molteplici.
(3) Deve trattarsi di più azioni ostili, almeno due di queste:
(4) attacchi alla possibilità di comunicare, isolamento sistematico, cambiamenti delle mansioni lavorative, attacchi alla reputazione, violenze o minacce.
Occorre il dislivello tra gli antagonisti, con l’inferiorità manifesta del ricorrente.
(5) La vicenda deve procedere per fasi successive come: conflitto mirato, inizio del mobbing , sintomi psicosomatici, errori e abusi, aggravamento della salute, esclusione dal mondo del lavoro.
(6) Oltre a tutto quanto elencato, bisogna che vi sia l’intento persecutorio,
(7) ovvero un disegno premeditato per tormentare il dipendente.

Nella sentenza del Tribunale di Monza sul ricorso presentato da Calogero Grisafi contro l’ingiusto licenziamento tutti questi parametri sono presenti, compresi gli ultimi due, cioè l’”intento persecutorio” e il “disegno premeditato per tormentare il dipendente”.

Scrive infatti la Dott.ssa Cella:
che il peso del Sindaco (Giacinto Mariani - ndr) nel giudizio del Nucleo di Valutazione sia stato decisivo è sostanzialmente confessato dal segretario comunale dell’epoca Stufano, sentito come teste, il quale, chiamato a pronunciarsi circa la contraddittorietà della valutazione del 2005 rispetto a quella degli anni precedenti, nonostante la medesima composizione del nucleo, ha rilevato come fosse stata determinante per il 2005 la presenza del sindaco [...] le dichiarazioni del teste Stufano appaiono allora confessorie di una preordinazione del giudizio negativo, emergente anche dalla singolare coincidenza tra la denuncia penale del sindaco e il contenuto della valutazione del nucleo, il quale descrive addirittura nel dettaglio un colloquio intervenuto tra Grisafi e il sindaco, del cui verbale non risulta nessuna traccia.

Anche l’assoluta infondatezza delle accuse mosse al ricorrente dal nucleo e il palese scostamento di questa valutazione e dagli schemi abituali di valutazione (teste Codurri il quale riferisce che per gli altri dirigenti fu seguito lo schema che imponeva il rispetto dei criteri vigenti, mentre per Grisafi fu creata una sorte di “volume” ad hoc) e dai criteri vigenti conferma l’esistenza di una dolosa preordinazione volta ad espellere Grisafi dal luogo di lavoro: i risultati più che lusinghieri del dirigente per l’anno 2005 vengono totalmente ignorati, della tanto vantata libreria delle capacità non viene fatto alcun cenno. Vengono invece sviscerati comportamenti risalenti ad anni precedenti e frutto di decisioni politiche della giunta precedente (costo di costruzione), vengono censurati orientamenti in realtà confermati anche in seguito (sanzione Global Auto), viene sostanzialmente montato un castello di accuse”.

La dott.ssa Cella quindi non solo scrive chiaramente di una premiditazione, ma mette nero su bianco anche il nome di chi ha avuto un ruolo determinante in tutto questo, cioè l’allora sindaco Giacinto Mariani.
E’ doveroso sottolineare che nonostante la netta censura che il Tribunale di Monza fa dell’operato del Nucleo di Valutazione, lo stesso viene confermato dal comune di Seregno nel suo ruolo negli anni seguenti.
Gilberto Gelosa, uno dei due membri del Nucleo di Valutazione, è il fondatore dello studio Interconsulting di cui è socio anche Maurizio Bottoni (vedi organigramma Interconsulting), che ha ricoperto per lungo tempo, durante i due mandati di Giacinto Mariani, il ruolo di presidente di AEB, l’azienda municipalizzata di Seregno.

Lo studio Interconsulting, direttamente o attraverso i suoi soci, negli anni si é anche aggiudicato (sempre con affidamento diretto) alcuni lavori da parte delle società del gruppo AEB/Gelsia di cui il comune di Seregno è socio di maggioranza.

Sempre nella sentenza scrive il giudice del Tribunale di Monza:

Il datore di lavoro non si limita ad intervenire sul rapporto di lavoro, ma pone in essere altri e concomitanti iniziative pregiudizievoli per il ricorrente, tentando di sollecitarne un’incriminazione penale e una responsabilità contabile.
Il procedimento penale è stato archiviato, ma gli effetti immediati dell’iniziativa penale e i riflessi mediatici della stessa sono stati devastanti per Grisafi e per la sua famiglia (si riportano alcuni brani di quanto da lui dichiarato al consulente: “Nel maggio 2006 fui accusato di tentata concussione..ne venni a conoscenza il 30 settembre allorché arrivarono a casa mia sei carabinieri i quali perquisirono l’abitazione dalle nove del mattino ad oltre le dieci di sera…)”.

Le dichiarazioni di Grisafi sembrano far pensare a un accanimento da parte dei carabinieri. Diventa allora inquietante leggere le intercettazioni di un altro processo, quello a carico di Luca Talice, poi assolto con formula piena, dove Federica Forcolin racconta al telefono di alcune domande che le sono state fatte da un maresciallo dei carabinieri che indagava sulla vicenda del suo presunto stupro e in precedenza aveva lavorato a lungo presso la caserma dei carabinieri di Seregno; il maresciallo, infatti, le chiede informazioni su Grisafi e sull’attività di architetto della moglie.

Siamo nel 2010, l’indagine penale a carico di Grisafi, avviata nel 2006 su esposto del sindaco Giacinto Mariani, é stata archiviata non essendoci i presupposti per un rinvio a giudizio.
Nel 2010 Grisafi ha già vinto la causa davanti al Tribunale del Lavoro ed è stato reintegrato in Comune. C’è da aggiungere che l’indagine che vedeva coinvolta Federica Forcolin era su un presunto stupro e non aveva, apparentemente, nessuna attinenza né con il lavoro di Grisafi né, tantomeno, con quello della moglie.

Al di là degli intrecci investigativi di due vicende che hanno avuto in qualche modo come sfondo la stesura del primo PGT (quello poi cestinato), resta chiara e inequivocabile la sentenza del Tribunale del Lavoro di Monza che pubblichiamo per intero (vedi Sentenza Tribunale di Monza - Sezione Lavoro)

L’unica esistente e che non è superata dalla conciliazione intervenuta successivamente nel 2010 (vedi Verbale di Conciliazione), con la quale, per chiudere la vicenda ed avere un po’ di pace, Grisafi (che intanto dopo il reintegro era tornato a lavorare per il Comune di Seregno) rinunciava a 42mila euro dei 50mila che il Tribunale gli aveva riconosciuto come risarcimento per i comportamenti vessatori a cui era stato sottoposto.

Il comune di Seregno rimane comunque soccombente sia rispetto a Grisafi, sia rispetto all’assicurazione che non copre la cifra liquidata a Grisafi (€ 217.090,44 per il trattamento economico + € 10.000,00 per le spese di lite+€ 8.000 per il danno biologico) e alla previdenza sociale (€ 76.589,06 come oneri previdenziali), come invece era stato richiesto dal Comune.
Con la Conciliazione l’assicurazione chiude la vicenda riconoscendo al Comune solo 8.000 euro, poco o niente rispetto al risarcimento complessivo.

Se si sommano, però, quegli ottomila euro ai 42mila euro che restituisce Grisafi, sempre grazie alla Conciliazione, si ottengono 50mila euro, cioè l’esatto ammontare del danno riconosciuto a Grisafi per le vessazione subite.

Danno biologico che era un danno patrimoniale certo per il comune di Seregno e che un eventuale ricorso alla Corte dei Conti avrebbe con ogni probabilità interamente ascritto a chi si rese responsabile dei comportamenti vessatori e del mobbing.

Se la Conciliazione ha apparentemente messo al riparo da un possibile pronunciamento della Corte dei Conti il portafoglio di quelli che hanno vessato Grisafi, al comune di Seregno la vicenda è costata complessivamente circa 350mila euro.
Se, infatti, ai 375mila euro liquidati con det. 558/2009, dopo la sentenza di primo grado, si sottraggono i 50mila euro ottenuti con la Conciliazione e al totale si sommano gli onorari degli avvocati del Comune non siamo distanti da quella cifra.

Il mobbing subito e l’ingiusto licenziamento hanno “sconvolto l’equilibrio psicologico di Grisafi”, scriveva la Dott.ssa Cella.
Secondo le figlie e la moglie, Grisafi non é mai riuscito a mettersi definitivamente alle spalle quella sofferenza e a recuperare la serenità di un tempo.
In una recente sentenza della corte di Cassazione, la n° 14274/2015 (vedi Il mobbing può essere concausa di suicidio) il nesso tra il mobbing subito da un dipendente e il suo suicidio viene messo nero su bianco.
E’ opinione di chi scrive che anche nel caso di Grisafi il legame tra mobbing e suicidio sia molto stretto.

Il suicidio di Grisafi, allora, non può essere semplicemente considerato come la tragica vicenda personale di un uomo, ma diventa una questione politica.

Politica nel senso alto del termine, è cioè che riguarda un’intera comunità: la salubrità dei suoi luoghi di lavoro - ancor di più visto che il luogo di lavoro è un ente pubblico -, l’arbitrarietà di chi gestisce il potere amministrativo e l’incapacità dei colleghi di lavoro (per paura o altro), dei partiti politici, dell’opinione pubblica di schierarsi dalla parte della vittima.

Scriveva Hanna Arendt:
“Il male non è mai radicale, ma soltanto estremo, e non possiede né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla sua superficie come un fungo. Esso sfida il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua banalità”.

 

Mobbing Grisafi by infonodo

Omicidio Vivacqua - "Cercate altrove i colpevoli". I difensori chiedono l'assoluzione per Barba e Giarrana

di Pier Attilio Trivulzio

Per l'avvocato Angelo Pagliarello che difende Antonino Giarrana la ricostruzione più logica dell'omicidio di Paolo Vivacqua è questa: “L'omicidio è legato ai suoi affari. Quel 14 novembre di quattro anni fa Paolo aveva un appuntamento nell'ufficio dove andava soltanto con persone che conosceva e con cui aveva confidenza per discutere d'affari. Ha il telefono in mano quando scende dalla Bmw, alza la saracinesca ed entra nell'ufficio seguito dalla persona di cui lui non sospetta. Questi spara e se ne va.

La stessa accusa non sa se i colpi sono partiti da un'arma automatica o se se aveva il silenziatore. Alle 15.30 la compagna Lavinia Mihalache entra nell'ufficio la cui porta era aperta, e vede il povero Vivacqua disteso sotto la scrivania. Con lei, alle sue spalle, entra l'OMBRA, definisco così la persona che aveva il compito di controllare se l'omicidio era andato in modo perfetto. Questa persona non è mai stata trovata, non si è mai presentata. E' un'OMBRA. E io non escludo la sua importanza. Quando Paolo Vivacqua entra nell'ufficio con lui entra un killer professionista”.

“Vi lancio una pillolina: giurati, secondo voi la Mafia, la Stidda mandano uno qualsiasi a fare un omicidio? Paolo Vivacqua era un uomo da 21 milioni di euro che, con tutto il rispetto, sapeva farsi la sua pubblicità elargendo biglietti da 500 euro. Un uomo che aveva coinvolgimenti con la Mafia, che non è la Stidda. Un uomo che non aveva orari. Che in quell'ufficio di Desio andava soltanto quando doveva trattare affari. Pensate che le persone che l'hanno ucciso (il killer e l'OMBRA - ndr) l'abbiano pedinato per giorni a Carate e l'abbiamo poi ucciso a Desio perché così fortunati da incrociarlo quella mattina? La Mafia non manda ad uccide due persone che si sono sentite telefonicamente con la vittima.

Come ci ha detto la Mihalache, Paolo era abitudinario e quella mattina però non va al bar di Muggiò di Mario Infantino. Esce di casa e va subito a Desio nell'ufficio perché ha un appuntamento. Quando gli inquirenti a metà pomeriggio arrivano trovano tutto in perfetto ordine: nessun oggetto per terra, Paolo ha ancora la sciarpa al collo, in tasca il portafoglio con i soldi, la cassaforte non è stata aperta, il mazzo di chiavi è sulla scrivania vicino ad un secondo cellulare. Tutto il contrario di quanto trovato nel caso della signora Franca Lojacono (Antonino Giarrana e Antonio Radaelli già condannati a 30 anni – ndr) dove tutto nel garage era stato messo sottosopra, c'era un lago di sangue, una scena assurda... Qui invece, nell'ufficio di Desio, la scena è pulita. Troppo pulita”.

“Tutte le sere vedo in televisione la serie di NCSI dove gli investigatori riescono a scovare un pelo. Questi geni di investigatori, invece, in un ambiente pulito, non trovano una impronta! E anche dentro la Bmw vengono fatti rilievi”.

“Vi lancio una seconda pillola. La gita di Paolo Vivacqua e della compagna Mihalache dell'agosto 2011 a Siracusa. Vi ricordo: tre mesi prima dell'omicidio. A Ravanusa e Campobello di Licata le vacanze sono i quattro giorni di festa della Madonna, a ferragosto. Ebbene, tutte le sere Paolo lasciava in campeggio la compagna e tornava soltanto a notte fonda. Ha discussione con gente di Siracusa, addirittura gli sparano contro l'auto che Mario Infantino, dopo la riparazione, ha poi riportato (?) al nord. In quel periodo Paolo ha paura. La casa in cui convive con la Mihalache doveva essere rogitata a novembre...Cosa ci dice la Mihalache? “Paolo aveva tanta fretta di sistemare le cose. Non le lasciava metà. Mi diceva: se tu dovessi restare sola...”.

“Quest'uomo avvertiva sul collo, forte, la minaccia. La Guardia di finanza ci parla dell'impianto di smaltimento rifiuti che Paolo aveva in animo di realizzare in Sicilia; dei capitali che dal nord portava al sud...affari così grossi non si fanno se dietro non c'è un gruppo di persone che si muove. Sarà questa la pista giusta? Non lo so. Certo è che in quel piccolo posto che è Ravanusa, Paolo intrattiene rapporti con Carmelo D'Angelo, il sindaco, e con altri. D'Angelo è come Marino a Roma. Non è mica un qualunque Pinco Pallino”.

“Dal giorno dopo l'omicidio, il 15 novembre, a marzo 2013 sono state intercettate 117 utenze telefoniche. In nessuna si parla del mio cliente, di Antonino Giarrana. Non sono state intercettate brave persone, avranno anche intercettato persone della mafia; in due anni nessuno fa cenno a Giarrana e in questo particolare c'è qualcosa di stridente. Mi insegnate che se frequentate un certo ambiente, prima o poi se ne parla...
Gli inquirenti hanno intercettato gente che chiamata in quest'aula come teste aveva paura di alzarsi da imputati. Cannarozzo è uno di questi…”

“Abbiamo sentito il colonnello Marco Selmi il quale ci dice che a maggio 2011, due mesi e mezzo prima dei fatti di Siracusa, una fonte confidenziale avvisa che Paolo Vivacqua per dieci giorni ha ospitato persone dalla Sicilia che avrebbero dovuto uccidere qualcuno. Su questa informazione nessuno indaga. In quel contesto Vivacqua è persona importante: la mafia autorizzava a togliere di mezzo il bancomat? Ci sono interessi che passano sopra interessi personali. Il teste maresciallo Scalise ha sottovalutato l'informazione che per dieci giorni personaggi di Ravanusa erano venuti in Brianza chiamati da Vivacqua perché avrebbero dovuto fare qualcosa.
Questo processo – sottolinea il legale - si giustifica per il numero degli informatori. Ogni carabiniere aveva un confidente. A mio avviso le piste alternative non sono state seguite perché non sono state capite. La pista siciliana era troppo incredibile e per questo è stata subito abbandonata”.

“Questo processo si anima dopo l'omicidio di Franca Lojacono, consuocera di Paolo Vivacqua. Quando nel luglio 2012 ho conosciuto Giarrana mi ha raccontato del suo arresto (per l'omicidio della Lojacono - ndr). Mi ha detto: “Sono venuti a prendermi e il maresciallo Azzaro mi ha dato due schiaffoni. Quando mi hanno portato in caserma a Desio il capitano Pantaleo (dallo scorso anno trasferito a Milano – ndr) ha detto: stasera festeggiamo, abbiamo risolto l'uccisione di Vivacqua. Ed è così che Giarrana si ritrova nel fascicolo di questo processo. E' così che inizia questo processo. Ha ragione Giarrana quando dice al fratello Carmelo: “che c'entro io con l'omicidio di Vivacqua?”. Di quello della Lojacono era colpevole tanto che siamo stati costretti a chiedere il rito abbreviato. Ma in questo Giarrana non c'entra. Tanto che addirittura difende Antonio Radaelli, suo acerrimo nemico”.

“Alla prima udienza ho esternato dubbi e ancora ne ho, relativamente alle intercettazioni in carcere. Quelle intercettazioni fatte sul nulla. Si fanno intercettazioni, relative all'uccisione di Vivacqua, quando ancora non c'è la fonte confidenziale e Giarrana non è ancora iscritto nel registro degli indagati. L'omicidio Lojacono e quello Vivacqua sono quadri di due pittori diversi. Di spinte separate.
In questo processo si è cominciato ad indagare da fonti confidenziali senza iscrivere il nome degli indagati nel registro. Non si possono fare indagini su informatori che non possono testimoniare. Non c'è prova alcuna che il mio cliente Antonino Giarrana abbia preso parte all'omicidio Vivacqua e per questo chiedo l'assoluzione perché non è colpevole. O in subordine per non aver commesso il fatto”.

“Questo è un processo difficile e complicato e come ha detto la pubblica accusa, indiziario. Non ci sono intercettazioni compromettenti né esiste la pistola fumante”, esordisce Gianluca Orlando difensore di Diego Barba.

“Nel corso della mia arringa mi occuperò delle chiamate di correità di Gino Guttuso e Luigi Miniemi, delle piste alternative a nostro giudizio non esplorate. Ciò che in noi sollevano dubbi sono le fonti confidenziali talmente inattendibili che compaiono in questo processo. La fonte Robertone, ad esempio. Fa il nome di Quartararo e ci vengono a dire che quello che Robertone, legato alla n'drangheta, ha detto ai carabinieri di Lissone non ha trovato riscontro, perché?”.

“Non c'erano riscontri relativamente alle dichiarazioni di Gino Guttuso fino a quando nel luglio 2012 viene fatta una semplice indagine catastale e si riscontra che il box di cui parla dov'era custodito uno scooter che, a suo dire, sarebbe stato usato per l'omicidio Vivacqua, è di proprietà della sua famiglia. Interrogato in carcere il 15 marzo 2013 dal sostituto procuratore Donata Costa presente il maresciallo Azzaro, Guttuso firma il verbale dove non dice niente. Dice sì, conosceva Paolo Vivacqua ma non aveva intrattenuto rapporti con lui. Non dice nulla dell'omicidio. “Non avevamo elementi per contrastare”, si giustifica il maresciallo dell'Arma”.

“Successivamente viene fatta una serie investigativa importante e il 27 gennaio 2014 Gino Guttuso modifica le sue dichiarazioni, tre giorni dopo il pm Donata Costa firma l'ordinanza di custodia cautelare per la Biondo, Barba, La Rocca, Giarrana e Radaelli”.

“Primo problema: come doveva essere sentito Guttuso non il 15 marzo ma successivamente quando viene svolta l'attività investigativa? Abbiamo i tabulati di tutti e 5 gli imputati: i contatti di Giarrana con Radaelli, di Guttuso e La Rocca, di Barba e La Rocca. Ci è stato detto che si trattava di attività investigativa. Ma a tutela di Gino Guttuso è stato commesso un grave errore: da indagato, per aver prestato il motorino a Giarrana, avrebbe dovuto farsi assistere da un legale e dire se intendeva essere interrogato oppure no. Ammesso e non concesso e fatto salvo il primo verbale dove Guttuso dice di non sapere nulla sull'omicidio Vivacqua e poi però nel secondo va a modificare le dichiarazioni, Guttuso aveva diritto ad essere assistito. E questo problema ce lo eravamo già posti nel corso dell'incidente probatorio. Vorrei sapere – chiede il legale – come è stato possibile che Gino Guttuso abbia riferito, ammesso sia credibile, d'aver prestato il suo scooter per l'omicidio senza essere iscritto come indagato”.

“Le dichiarazioni dei testimoni sono diverse da quelle di un eventuale indagato tant'è che Guttuso, costretto, in incidente probatorio è uscito senza l'accusa di falsa testimonianza. Ciò comporta che io contesto l'utilizzabilità del verbale di Gino Guttuso nel corso dell'incidente probatorio. Se così fosse ci sarebbe l'inutilizzabilità di tale atto”.

“Collaboratore è chi ha commesso reati e vuole pentirsi. Nessuno qui dice che chi collabora non dica la verità. Non dico che tutto sia inutilizzabile però un teste che è tossicodipendente, e quindi soggetto facilmente ricattabile, uscito da poco da una clinica psichiatrica, è lui, Guttuso, a dircelo nel corso dell'incidente probatorio, messo alle strette dal maresciallo di Desio che lo convoca può non aver fatto dichiarazioni spontanee. In due passaggi la Corte relativamente alla credibilità di Guttuso precisa che lo stesso è stato minacciato la notte del 18 aprile; e poi richiamato a Desio dai carabinieri il 6-7 giugno non intende fare dichiarazioni. A nostro giudizio tutto quanto afferma Guttuso è inutilizzabile. Nel corso del primo interrogatorio, su precisa domanda, dice d'aver avuto in uso da un anno un numero telefonico, cosa impossibile essendo lui in quel periodo detenuto in carcere dov'è rimasto fino a luglio 2013”.
“Avrei preferito sentire la registrazione di come è avvenuto quell'interrogatorio – dice l'avvocato Orlando – per capire come si era arrivati a farlo parlare di quella riunione preparatoria, un mese prima dell'omicidio di Vivacqua, a casa di Giarrana. Per la prima volta si fa il nome di Barba che, secondo il Guttuso, aveva incaricato La Rocca di fargli da portavoce per commettere una rapina.
Al contrario di Salvino La Rocca, Barba non ha parenti nella Stidda - che comunque, secondo quanto riportato in due sentenze del marzo 2014 del Tribunale di Sorveglianza di Perugia “da quanto riferito dalla DDA di Palermo con nota del 5.2.2013 l'organizzazione criminale di appartenenza dei La Rocca Salvatore, padre di Salvino e Calogero, fratello di Salvino intesa come Stidda “non è più operativa essendo stata decimata dagli arresti e dagli omicidi”.

“Comunque Salvino a suo tempo indagato è stato poi completamente scagionato dalle accuse di fare parte dell'organizzazione che si contrapponeva a Cosa Nostra e addirittura risarcito dallo Stato”.

“E poi i rapporti (intercettazioni) tra Barba e la Biondo, stando agli atti potrebbero esserci nel 2013. Solo nel 2013. Ci è stato detto: avevamo il sospetto. Il sospetto non è certezza e voi in Camera di Consiglio siete tenuti a ben soppesare questo particolare. Così come dovrete valutare quali elementi probatori ci sono per dire che due soggetti sono andati ad uccidere Vivacqua. Dello scooter che potrebbe essere stato utilizzato ci parla Guttuso. E' un po' poco. Il possibile non può fare ingresso in un processo per omicidio. Dico di più. Sul ruolo di Barba ho perplessità relativamente alle dichiarazioni di Guttuso che ne parla in maniera sfumata: avrebbe parlato con La Rocca. Di li a costruire qualcosa che lo fa rendere partecipe di un omicidio ce ne passa. Senza dimenticare che nel corso della riunione a casa di Giarrana si parlò di rapina, non di omicidio”.

“E comunque non mi pare siano stati fatti riscontri alle dichiarazioni di Guttuso. “Ci dedicammo solo sulla pista familiare che era la più plausibile”, ha testimoniato il maresciallo Azzaro.
La mia valutazione è che, assolutamente, quella riunione non può essere prova a carico di Diego Barba.
Veniamo a Luigi Miniemi. Riferisce quello che gli avrebbe detto Giarrana. Io non so se è la verità. Lo dice lui. A questo proposito la Cassazione, anche recentemente, in caso di teste di riferimento ha sentenziato che non è possibile escuterlo”.

“Ho trovato Miniemi soggetto molto inquietante. L'ho trovato preparato. A differenza di Guttuso. E' venuto, un anno dopo, in quest'aula quasi preparato sulle domande che gli sarebbero state fatte. Aveva interesse a confermare quanto dichiarato. In carcere a Monza arriva il 15 agosto 2013 e ci resta fino al 12 aprile 2014. Due giorni dopo aver reso le dichiarazioni al pubblico ministero Donata Costa. Per capire chi è Miniemi siamo andati a ritroso”.

“Lo ritroviamo nell'inchiesta “I fiori di San Vito” dove ha un certo peso: è soggetto accusatore. Ha collegamenti con la 'ndrina dei Mazzaferro. Rileggendo le motivazioni delle sentenze che lo riguardano “si da atto che è un confidente. Si rivolge ai carabinieri dicendo che voleva fare confidenze su una rapina. Faceva da 'ndranghetista confidente”. Ancora: “Ha debiti di gioco ed è collaboratore che frequenta ambienti malavitosi”. E' la Corte che può dirci se e quanto è credibile Miniemi”.

“Nel processo “Isola Felice 2” è stato invece considerato attendibile e la Corte gli ha dato le attenuanti. Per una tentata rapina Miniemi fa dichiarazioni al processo e dice di non essere stato confidente. In una successiva udienza si contraddice e la Corte gli crede. Nel corso dell'ultima deposizione del 2003 a Como ammette che sbagliare è umano, perseverare è diabolico. Dieci anni dopo nel 2013, fulminato sulla via di Damasco, con otto procedimenti a carico di cui quattro per ricettazione e poi falso, furti di carte di credito e altro, prende spunto da una notizia appresa in carcere, senza specificare quale si offre per collaborare”.

“Dirà poi che ha preso la decisione perchè “Ho avuto confidenze da Giarrana che non voleva tenersele dentro. L'ho aiutato a sputare il rospo”. E infatti attraverso l'ufficio matricola del penitenziario fa sapere alla Procura di Monza che ha importanti dichiarazioni da fare e chiede di parlare col magistrato. Tutto ciò – si badi bene - successivamente alla notifica, a Giarrana, dell'ordinanza di custodia cautelare per l'omicidio Vivacqua”.

“Se Miniemi avesse fatto le dichiarazioni alla dottoressa Costa il 10 marzo e non il 10 aprile avrei alzato le mani - dice il legale torinese -. Visto che la Procura di Monza non si muove, Miniemi manda avanti il suo legale che con una lettera fa sapere che il suo cliente è intenzionato a fare rivelazioni in merito “all'omicidio Bevacqua, il Berlusconi della Brianza” (dice proprio Bevacqua – ndr)”.

“La circostanza temporale della mossa di Minieni è importante: il caso Vivacqua in quel periodo occupava intere pagine di giornali che in carcere venivano lette e scambiate in ogni cella. E' lo stesso Miniemi che viene a dirci che radio carcere diffonde notizie. Ed è così che viene a sapere degli arresti, di cui due notificati in carcere a Giarrana e Radaelli. Riferisce al magistrato, tutto quanto scritto nell'ordinanza. Non è Giarrana che gli parla del bar di Muggiò, eppure lui è a conoscenza del particolare e neppure gli dice che il bar di Desio accanto all'ufficio di Vivacqua era chiuso per turno il lunedì. Giarrana ammette d'avergli mostrato l'ordinanza. Miniemi riferisce anche cose vere? In questo caso anche la fonte va indagata”.

“Interessante circostanza quella del biglietto dove Giarrana dice a Rulli di far venire un elicottero per farlo evadere dal carcere. E' l'indice di attendibilità o inattendibilità di Miniemi: quel bigliettino viene scritto il primo giorno che Giarrana conosca Miniemi. Quest'ultimo in aula giustifica la richiesta dell'elicottero “perché ne passavano tanti quel giorno sopra il carcere”. Peccato che non fosse settembre giorno di Gran Premio all'Autodromo di Monza. A giudizio del legale l'episodio è illuminante per valutare l'attendibilità del Miniemi, teste che mi ha fatto paura ricordando quanto dice la Cassazione:“nei processi fanno irruzione soggetti che hanno necessità di farsi sentire”.

Quindi l'avvocato Orlando si sofferma sulla pista dei fratelli Mihalache già affrontata da Angelo Pagliarello difensore di Giarrana. “Il telefono di Carmi Mihalache che Lavinia chiama la notte del 14 novembre non agganciava celle italiane – aveva precisato Pagliarello -. Siete davvero sicuri che era proprio Carmi al telefono? Avessimo avuto tutte le telefonate fatte da quei signori (Carmi e Leonard – ndr)”.

” Sappiamo che non sono state fatte indagini all'estero sui tabulati telefonici. Abbiamo dichiarazioni di Elena Pricop, domestica a casa Vivacqua, che ha testimoniato d'aver visto quattro o cinque volte i fratelli (e amici) di Lavinia a Carate. Ci ha detto: “Me ne sono andata il sabato sera e le valigie erano lì. Non le ho viste quando sono arrivata il lunedì mattina, giorno dell'omicidio”. Che motivo avrebbe avuto la Pricop di mentire? Forse perché accusata da Lavinia di essersi impossessata di gioielli poi ritrovati nella cassetta della posta?”.

“I Mihalache avrebbero potuto benissimo essere in Italia e non c'entrarci nulla con l'omicidio. E però Livinia, excusatio non petita (accusatio manifesta - ndr), ci riferisce che Paolo le aveva detto “nel caso mi succedesse qualcosa”. Ed a questo proposito aveva lasciato un assegno di 300mila euro affinché la compagna potesse goderne”.

“Questo particolare fa pensare”, commenta il difensore di Barba che passa poi a dare una valutazione sui depistaggi che – secondo la pubblica accusa – avrebbe operato.

“Depistare attraverso l'investigatore Attilio Cascardo? Non lo so. Potrebbe anche essere. Verifiche non ce ne sono. Non ci sono intercettazioni tra Cascardo e il colonnello Selmi, tra Barba e Selmi. Quest'ultimo ben sapeva che Barba era in carcere”.

“Le dichiarazioni del “pentito” Giuseppe Nappa? Il solo pensare che Barba possa avere una mente raffinatissima, come potevano averla i giudici Borsellino o Falcone, d'avere architettato una tesi così suggestiva come suggerito dalla parte civile fa sorridere. E da ultimo: sentito dal Gip in merito al viaggio del 9-10 novembre 2011 in Germania con Salvino La Rocca, Diego Barba risponde che erano andati per acquistare una Mercedes. Da un privato. Non da un concessionario. Non è certo andato per chiedere l'autorizzazione della Stidda (ipotesi fatta della pubblica accusa nel corso della requisitoria – ndr). Che, detto per inciso, neppure esiste più. Avere un avallo dalla Germania? In questo caso non si parla di riscontri bensì solo di fantascienza”.

“E' un processo indiziario e la Cassazione è chiara in proposito: ci vogliono indizi gravi e precisi escludendo quelli non provabili. Occorre vedere che gli indizi siano concordi ed abbiano logica per condannare oltre ogni ragionevole dubbio. Se Diego Barba chiama Salvino La Rocca il giorno dell'omicidio per sapere quanto era successo a Paolo Vivacqua è cadere su una buccia di banana. Per uno come lui che per evitare d'essere intercettato, ci dicono i carabinieri avesse sistemato nella plafoniera dell'auto di Germania Biondo un pacchetto di fazzoletti piegati in modo che, cadendo, gli avrebbero dato subito la prova dell'occultamento di una cimice?”.

“Chiedo l'assoluzione per gli imputati per non aver commesso il fatto e in subordine, richiesta in base all'articolo 530. Leggendo gli atti mi sono reso conto che non c'è nulla di concreto che possa accusarli”.

 

Processo Vivacqua - Le parti civili: Chi studiò l'omicidio pensò poi a depistare gli inquirenti

di Pier Attilio Trivulzio

“Ci troviamo di fronte a un omicidio studiato. Chi ha brutalmente giustiziato Paolo Vivacqua, ha poi pensato a depistare gli inquirenti”, rivolgendosi in modo specifico ai giurati popolari che fanno parte della Corte d'Assise, Franco Gandolfi, avvocato di parte civile per Lavinia Mihalache, compagna del rotamat di Ravanusa, sintetizza così quel che dirà “per la miglior tutela della signora Mihalache e del figlio Nicolas e quella deontologica correttezza formale e sostanziale dell'accusa cercando di armonizzare affinchè voi, in Camera di Consiglio, possiate valutare se esiste una ragionevole alternativa all'ipotesi accusatoria”.

Aggiunge subito: “La requisitoria della pubblica accusa, fatta in quest'aula due mesi fa, vi sarà sembrata sovrabbondante, noiosa e anche inutile. E' stata comunque il resoconto di una indagine a 360 gradi portata avanti in piena libertà; durata tre anni e conclusasi con la richiesta di cinque condanne proposte prima che dal codice penale dalla coscienza del pubblico ministero che ha fatto indagini anche a favore degli imputati”.

“Il primo movente ipotizzato è stato quello dell'interesse economico dal momento che Paolo Vivacqua muoveva tantissimo denaro contante. C'era stata, il 12 settembre 2011 (due mesi prima dell'uccisione – ndr) la conclusione a rogito dei terreni di Carate ceduti a Bricoman Italia; ma Vivacqua vantava moltissimi crediti: 300 mila euro da Zema, 200mila da Monzani ed altrettanti da Figliuzzi, decine di mila euro dall'avvocato Savarino e anche, perchè no? da Carmi Mihalache (fratello di Lavinia - ndr) a cui aveva concesso un prestito di 100mila euro per comperare un escavatore. E poi tanti altri, gente che usava Vivacqua come un bancomat.

Una delle ipotesi investigativa è stata quella che da qualcuno di loro era stato ucciso per non restituire la somma ricevuta. Da cinque mesi e mezzo Vivacqua era intercettato anche quando si trovava sulla sua Bmw, non c'è una sola frase registrata che possa far pensare ad una sua arrabbiatura verso coloro a cui i soldi li aveva prestati e ne aveva richiesto la restituzione. Tenete conto in Camera di Consiglio. Nessuno di loro pensò di spegnere il bancomat.

“E allora, qual'è il movente del delitto? Ce lo forniscono Germania Biondo e Diego Barba. Hanno una relazione sentimentale almeno da prima dell'estate 2010.
Barba è il catalizzatore che accelera il procedimento chimico. L'incontro delle due volontà diventa deflagrante. Il movente della Biondo è l'interesse economico miscelato ad un cocktail: desidera la rivalsa verso il marito con cui da due anni non stava più assieme. Ebbene, Paolo non faceva sapere i suoi interessi a Germania eppure che succede il 14, il 23 e il 27 settembre 2011?
Il 12 Paolo conclude l'affare Bricoman, il 14 l'ex moglie, intercettata, chiama la sorella e le dice: “Ha venduto i terreni, adesso gli posso levare 5 milioni”. Tre giorni dopo parla con l'amico Salvatore Grasta: “Ha fatto gli atti dei terreni e ora ha in tasca 5 milioni. Caino era e Caino rimane. Ora vediamo se posso levargliene almeno la metà”.

Il 27, nel corso di una lunghissima conversazione con uno straniero che la corteggia e tra l'altro le dice d'averla vista “col reggiseno blu”, Germania si lascia andare: “Tu mi fai star bene”. E poi però aggiunge: “Fino a quando c'è lui ci sono solo problemi”. Refren che ripete in altre conversazioni agli atti. La rabbia di Germania? Ce lo dice la Lavinia: con i figli le danneggiano l'auto.

Ricordiamo però la drammatica udienza del 2 gennaio. Depone il figlio minore e non la chiama mamma. La chiama signora. “Perché non è considerata mamma. La persona che ti toglie il padre non è più la tua mamma”, risponde Davide ad una domanda del presidente.

Ricorda il legale che nel marzo 2012 una fonte confidenziale soffia ai carabinieri di Desio che “la Biondo ha assoldato un investigatore, tale Cascardo. Vuole faccia indagini sul marito”. Attilio Cascardo viene sentito il 3 maggio ed in quel momento i carabinieri scoprono che ha un socio: Diego Barba. E quando il pubblico ministero Donata Costa chiama a testimoniare Cascardo apprende dal teste, sicuramente reticente, che l'investigatore “è stato ingaggiato dalla Bondo nel gennaio-febbraio 2011 per capire se il marito le fa le corna”.

L'indagine dura un paio di mesi. Mi chiedo: c'era bisogno d'ingaggiare un investigatore per sapere se Paolo le faceva le corna dal momento che in quel periodo lui aveva già acquistato casa a Carate e stava da tempo con la Mihalache? Il 18 giugno la Mihalache dà alla luce Nicolas. In quest'aula, il 1. dicembre Cascardo dice cose compromettenti: la verità è che l'incarico ricevuto dalla Biondo era di tutt'altra natura. Ci siamo dimenticati del pestaggio di Barba nell'agosto 2010 in Sicilia da parte dei figli Vivacqua? E' clamorosamente falso che la Biondo abbia dato incarico a Cascardo per una indagine sulla infedeltà coniugale del marito. La ragione vera? Incarico inconfessabile. Il teste Vincenzo Battistello (ex impiegato presso la Procura di Monza – ndr) ci dice: “Germania Biondo aveva dato incarico a Cascardo per far nascere una indagine a carico di Paolo Vivacqua e dei figli”. Se ne sarebbe occupata la Guardia di finanza. “Sono le Fiamme gialle a fare le indagini”, dice Cascardo a Battistello, aggiungendo “d'aver parlato con un colonnello di Lodi”. L'indagine avrebbe dovuto portare in carcere Paolo Vivacqua e i figli.

Il colonnello di Lodi e Marco Selmi che subito informa la Procura di Monza e quando viene chiamato a testimoniare non rivela il nome dell'informatore (Attilio Cascardo – ndr)- Riferendosi all'omicidio di Paolo Vivacqua, consultando il suo tablet, precisa “che l'omicidio sarebbe stato commesso da un cittadino rumeno, Carmi Mihalache, fratello di Lavinia. Fa il nome di Elena Pricop, domestica di Vivacqua, che andava dicendo in giro che Nicolas, il figlio della Mihalache, non era figlio di Paolo Vivacqua ma di un infermiere di Desio”.

Informatore credibile il Cascardo perché fornisce particolari che reggono al controllo: il capannone di Piantedo (Sondrio), la cassetta di sicurezza contenente denaro sequestrata, le auto, fermate e sequestrate, con doppio fondo per occultare i soldi.

Uno sviamento, quello relativo al ruolo dei rumeni nell'omicidio, per depistare le indagini. Depistaggio pensato da Diego Barba che usa il socio Attilio Cascardo il quale informa il colonnello Selmi della Guardia di finanza sui conti, sulle società e le disponibilità di Paolo Vivacqua: obiettivo far arrestare Paolo Vivacqua e i figli.

Cascardo viene a sapere con anticipo che all'indomani sarebbero stati arrestati i tre figli di Vivacqua: Antonio, Gaetano e Davide. “Avevamo cercato di suggerire al brigadiere Mosca dei carabinieri che probabilmente ad uccidere Paolo sarebbero stati i fratelli Mihalache”, dice Barba nel corso di una conversazione.

Diego Barba non si muove bene solo con le forze dell'ordine, è a suo agio anche tra i malavitosi e i mafiosi: dopo il pestaggio dell'estate 2010 in Sicilia manda i carabinieri a casa di Paolo Vivacqua e fa pressione con i malavitosi affinchè dicano a Paolo di lasciarlo tranquillo.

Definisce, il legale della Mihalache, inquietante, l'episodio accaduto pochi giorni dopo l'arresto su ordine della Procura di Milano (20 aprile 2012 – ndr) dei figli di Vivacqua, di Calogero Licata Caruso, dei fratelli Enzo e Mario Infantino ed di altri con l'accusa di associazione a delinquere e false fatturazioni.

Il 24 aprile Diego Barba viene sorpreso da moglie e fidanzate dei tre fratelli Vivacqua nello studio dell'avvocato Daria Pesce. E' con l'avvocato Ignazio Valenza (legale di Paolo Vivacqua che ha Attilio Cascardo come autista – ndr) intento a consultare gli atti del processo. C'è anche Germania Biondo. Barba sa che il colonnello Selmi è stato informato (da Cascardo – ndr) e vuole sapere se tra gli atti ci sono riferimenti che riguardano lui o il suo socio Cascardo.
Quell'episodio fa arrabbiare i figli Vivacqua che vengono informati in carcere durante i colloqui. Gaetano, intercettato, “Questa qua (Germania Biondo – ndr) ci vuole far fare la galera”.

Altra conversazione del 25 maggio tra Davide e la fidanzata Lucia. “Barba continua a passare sotto casa, ci segue. Io l'ho visto, con la sua Vespa mi ha tagliato la strada”.
L'avvocato Valenza viene minacciato. C'è la telefonata: “Valenza me lo sarei mangiato vivo...incominciano a volare schiaffoni per te e per Diego. Mio fratello prima ha pestato Diego che poi è andato dai mafiosi”.

Un altro tentativo di depistaggio messo in atto – secondo il legale di parte civile della Mihalache - da Diego Barba riguardante “due personaggi da tempo residenti a Desio” che, scrivono i carabinieri di Campobello di Licata in una nota indirizzata ai colleghi brianzoli “risulterebbero implicati nell'omicidio di Paolo Vivaqua”. Sappiamo i nomi ma non li facciamo. Il pubblico ministero non ha trascurato nulla ed ha fatto mettere sotto controllo i telefoni dei due personaggi. Risultato negativo.

Rivolgo una domanda: “Perchè Diego Barba si è impegnato con il maresciallo Mosca dei carabinieri di Desio poi con il maresciallo Longo dei carabinieri di Campobello e poi, attraverso Cascardo, a suggerire al colonnello della Guardia di finanza piste false, subdolamente artificiose che ora mi sembrano odiose, addirittura vigliacche quando si sa che una persona non c'entra?”.

Definisce la deposizione di Giovanna Licata Caruso, moglie di Barba e sorella del braccio destro di Paolo Vivacqua, “Lillo” Licata Caruso intestatario di tutte le società del rotanat, “penosa, angosciante, faticosa, illogica e per lei imbarazzante. Patetica perché si è messa a piangere. Rispettiamo il suo dolore. ma qui discutiamo di omicidio ed invece i testimoni che devono portare acqua stanno in silenzio”.

Leggendo questo processo dico che gli imputati si annusano, sono in definitiva arbitri della propria sorte.
Per l'avvocato Gandolfi le dichiarazioni dei testi Gino Guttuso e Luigi Miniemi si collocano in perfetta armonia con i dati raccolti dagli investigatori.

Poco dopo l'arresto per l'omicidio di Franca Lojacomo consuocera di Paolo Vivacqua, Antonino Giarrana, intercettato, chiede aiuto al cugino Salvino La Rocca ma lo chiede anche all'investigatore Diego Barba. Conversazione registrata: “Gli avvocati? Loro li devono pagare”, dice Giarrana. “Loro chi?”. “Salvino e...”. “Allora è vero che c'entrano Salvino e l'altro, è inutile che fa l'indiano”. Carmelo fratello di Giarrana: “Papà ha detto che se scende lui non so che succede”. Giarrana: “Loro, Salvino e l'investigatore mi vogliono imputare anche l'altro omicidio”. E ancora: “Io sono qui e loro sono fuori a godersi la vita”. “Io non parlo perchè sono un uomo”.
Per l'avvocato Gandolfi, “Non so se è uomo d'onore Antonino Giarrana; uno è uomo se sa assumersi le sue responsabilità”.

Il legale conclude dopo quattro ore il suo intervento focalizzandosi sul misterioso viaggio-lampo in Germania compiuto da Diego Barba e Salvino La Rocca il 9 novembre 2011 (cinque giorni prima dell'uccisione di Vivacqua – ndr). A detta di Barba per acquistare una Mercedes “classe A” in cambio della sua Renault Scenic. I due si fanno 595 km da Desio a Saarbrucken. Partenza da Desio attorno alle 22, sei ore di viaggio e quindi arrivo a Sarbrucken attorno alle 4 del mattino. C'è qualche concessionaria aperta a quell'ora? All'indomani, 10 novembre, attorno alle 10,30-11 sono alla frontiera tra Francia e Germania. Vengono controllati dai gendarmi. Alle 14 – dice Barba – sono di ritorno a Desio, sempre con la fedele Renault Scenic. Domanda: allora cosa davvero sono andati a fare in Germania?

E sull'ultimo indizio depistante: la testimonianza del detenuto (a Monza) Giuseppe Nappa il quale arriva in aula e racconta che ad uccidere Paolo Vivacqua sarebbero stati Diego Barba e Germania Biondo d'accordo con Lavinia Mihalache e i suoi fratelli.

“Non credo che Nappa si sia inventato tutto – spiega Gandolfi – Non sono cervellotico ma Nappi è venuto qui perché qualcuno gli ha suggerito di dire quelle cose che ci ha raccontato. Barba ha grande capacità intuitiva, è più furbo di tutti, più furbo dei giudici e del pubblico ministero. E' stato un ulteriore tentativo per sviare le indagini. In carcere Barba ha fatto il triplo salto mortale: con le dichiarazioni di Nappi intendeva demolire e screditare Guttuso e Miniemi. Non si e inventato nulla Nappi condannato a 5 anni per estorsione, tre già fatti, sarebbe presto uscito dal carcere. Non è tanto sveglio. E' stato un ulteriore tentativo di depistare le indagini”.

La lunga e articolata arringa dell'avvocato Franco Gandolfi costringe Daria Pesce parte civile dei tre fratelli Vivacqua e Valentina Commaudo figlia di Franca Lojacono (uccisa a Desio nel giugno 2012 – ndr) a sintetizzare il suo intervento. Risponde ai colleghi che ritengono incompatibile il suo ruolo di parte civile. “Difendo i Vivacqua da anni ed ho difeso la Biondo per un anno e mezzo. Non mi ritengo incompatibile dal momento che questo processo riguarda un omicidio”.

Anche lei dà atto al pubblico ministero d'aver esplorato in modo diligentissimo tante piste: il rapporto di Paolo Vivacqua con i Cannarozzo e con Zema che “non ho mai incontrato”, l'ipotesi mafia e l'omicidio legato al settore rifiuti. “La pista della corruzione? Sappiamo che Paolo aveva corrotto funzionari per trasformare terreni agricoli. Al processo di Milano (per le false fatturazioni con la Biondo che ha patteggiato -ndr) sono emersi i conti di Germania Biondo presso banche di San Marino ma non in Svizzera. Sembra che la Biondo voglia sbarazzarsi del marito. Dalle carte del processo sembra che gli imputati siano tutti amici. Salvino La Rocca? È vero, non è mafioso ma il suo comportamento è psicologicamente mafioso. Barba e la Biondo non si parlano al telefono: tengono un comportamento omertoso. La Biondo aveva mille motivi per tenere un comportamento omertoso: sono tutti siciliani. Solo i tre figli di Paolo parlano. Sanno della relazione tra Barba e la madre, le nuore scoprono che la Biondo – che al telefono si lamenta del suo stato di indigenza in cui Paolo l'ha lasciata - ha aperto con Barba una cartoleria. Che succede? Il sospetto delle nuore è che lei abbia qualcosa a che fare con l'omicidio. Si disinteressa dei nipoti. I figli, a cui è stato insegnato soltanto a fare fatture false, non la vogliono vedere in carcere. Quando Barba viene nel mio studio e dice d'essere un collaboratore dell'avvocato Valenza difensore di Paolo i figli revocano a Valenza il mandato e quindi pensano che la Biondo e Barba abbiamo davvero a che fare con l'omicidio. Il movente? Nella loro mentalità siciliana è la ricerca dei soldi: impossessarsi dei 5 milioni che Bricoman ha pagato per i terreni di Carate
La pista non sarà mafiosa ma da tutti gli atti del processo – che è più che indiziario – pare un po' che gli imputati chiedano giustizia alla criminalità organizzata. Le mie conclusioni sono queste: mi associo alle richieste di pena della pubblica accusa”.
Per quanto riguarda le costituzioni di parte civile, l'avvocato Franco Gandolfi ha quantificato in 800mila euro il danno patrimoniale per la sua assistita Lavinia Mihalache e per il figlio Nicolas; mentre l'avvocato Daria Pesce ha presentato richiesta per Antonio, Gaetano e Davide Vivacqua della condanna in solido degli imputati per danno patrimoniale e non di 500mila euro con una provvisionale immediatamente esecutiva di 300mila euro. Per Valentina Commaudo richiesta di 150mila euro, provvisionale di 50mila euro.

Prossima udienza il 5 ottobre. Parleranno gli avvocati Paolo Sevesi e Gianluca Orlando difensori di Diego Barba.

Monza - Autodromo. ACI entrerà in Sias con una quota importante, benservito in arrivo per Dell'Orto e Ferri

di Pier Attilio Trivulzio

Sull'Autodromo di Monza sta per abbattersi un tornado che ne modificherà gli assetti proprietari e la gestione del presidente e amministratore delegato Andrea Dell'Orto e del procuratore Francesco Ferri.
Ieri movimentata riunione del Consiglio dell'Automobile Club di Milano che, dopo aver valutato i risultati del Gran premio d'Italia, avrebbe dovuto decidere l'azzeramento del management. Favorevoli all'allontanamento di Francesco Ferri erano i consiglieri Enrico Radaelli e Geronimo La Russa, contrari il presidente Ivan Capelli e il suo vice Marco Coldani, indeciso Pietro Meda. Quindi, per il momento, nulla di fatto.
Oggi Ivan Capelli è a Roma per l'esecutivo dell'Automobile Club d'Italia. Parlerà con il presidente Angelo Sticchi Damiani che domenica ha ottenuto l'investitura da parte di Giovanni Malagò, presidente del Coni, di condurre la trattativa con Bernie Ecclestone per tenere a Monza il Gran premio oltre il 2016. É certo che ACI entrerà in Sias con una quota importante che a breve verrà deliberata.

Andrea Dell'Orto e Francesco Ferri rischiano ora di essere messi alla porta senza tanti complimenti.
Sticchi Damiani rimprovera a Ivan Capelli la mancanza di polso e di aver assecondato, senza intervenire, certe discutibili scelte di Andrea Dell'Orto. Scelte fatte su suggerimento di Francesco Ferri.
“Capelli è stato troppo debole”, si limita a dire il presidente dell'ACI.
Il fatto è che Ivan Capelli ha dovuto giocoforza accettare il pacchetto che Dell'Orto gli aveva confezionato candidandolo alla presidenza del sodalizio milanese.
La vicenda va spiegata dall'inizio. Per essere eletti nel Consiglio dell'Automobile Club è necessario acquistare un numero consistente di tessere. Le tessere vengono regalate con l'impegno che il beneficiario voti i candidati della lista. Di fatto si tratta di voto di scambio che però, per le elezioni dell'ACI, non è reato. E' prassi normale.
Chi ha pagato le tessere che hanno espresso Ivan Capelli presidente? Dell'Orto di tasca propria? La Beta Utensili? La Innext di Francesco Ferri?

Certo è che a elezioni avvenute il Consiglio di AC Milano si è ritrovato a non poter dire di no ad un contratto blindato con Innext. Società che ha subito iniziato ad operare dentro l'Autodromo, avvalendosi di consulenti come Edoardo Di Seri la cui azienda era stata appena ammessa al concordato preventivo e assumendo personale in rapporti con la Beta Utensili.

Ad una società che ha sempre lavorato in stretto contatto con Beta Utensili è stata firmato un lauto contratto, la cosa si è risaputa e forse anche per questo Massimo Ciceri ha deciso di dare le dimissioni dal Consiglio di Sias. Le ha annunciate verbalmente, oggi la formalizzazione.

Da novembre 2014, il procuratore in pectore Francesco Ferri (Innext), ha trasformato Sias in un carrozzone. Da 30 tra impiegati e operai l'Autodromo è passato a oltre 40 a cui s'aggiungono altrettanti consulenti.

Nel frattempo si sono intrecciate con la gestione dell’Autodromo le vicende di Confindustria Monza e Brianza che vede come presidente lo stesso Andrea Dell’Orto.
La sua decisione di “rottamare” anticipatamente l’associazione industriale brianzola e farla confluire in Assolombarda ha visto formarsi una fronda di industriali contrari alla fusione che ha fatto ricorso al Tribunale di Monza. Il 17 settembre ci sarà il pronunciamento.
Tra i “dissidenti” Guido Locati -  sue le consulenze retribuite per la realizzazione del Museo dell’Autodromo e della kinderheim nello spazio della parabolica -  che ha deciso di far sentire la sua voce contro la fusione con Assolombarda firmando una lettera aperta a Il Cittadino. Scelta che ha provocato la stizza del presidente di Sias, nonché di Confindustria di Monza e Brianza, Andrea Dell'Orto. 

All’attuale dirigenza dell’Autodromo sono, inoltre, state sollevate critiche per l'apertura del Museo, dove le show cars di Ferrari e Mercedes sono sparite poco dopo l'inaugurazione così come la Maserati Eldorado prestata dalla Panini di Modena. Museo trasferito poi nello spazio ex ristorante Anzani ed aperto, sempre a pagamento, nei giorni del Gran Premio ai soli possessori dei biglietti di tribuna centrale.
Così come ha lasciato molti dubbi i biglietti messi in vendita a prezzi di saldo e finiti nelle mani dei bagarini. Operazione folle che di certo ha avuto ripercussioni negative sugli incassi finali.

I dati di bilancio della scorso anno per quanto riguarda il Gran premio d'Italia parlano di 21,7milioni di euro di incasso complessivo con costi diretti di 17,3milioni ed un risultato netto di 4,3milioni. Vedremo nel prossimo bilancio se la cifra di 160.000 mila spettatori arrivati quest'anno all'Autodromo nei tre giorni (21.000 venerdì; 43.000 sabato; 86.000 domenica) avrà portato un incremento dell'incasso.

Ecclestone vuole che sia l'ACI e non Sias a portare avanti la trattativa per tenere a Monza la gara

Gp d'Italia: vince Hamilton, Vettel e Massa sul podio

di Pier Attilio Trivulzio

Bernie Ecclestone ha perso la pazienza. Si è stancato degli incontri inconcludenti con i dirigenti dell'Automobile Club di Milano e della Sias, di sentirsi chiedere sconti sulla cifra di 25milioni di euro per rinnovare il contratto con Sias per tenere a Monza il Gran premio d'Italia altri quattro anni dopo il 2016. Di sentirsi dire che andrebbero riviste alcune  clausole del  contratto di 40 pagine che Sias ha in mano da mesi. Di sentirsi ripetere che i problemi finanziari di Sias sono talmente pesanti che la società non può offrire più di 10milioni di dollari.

E' poi fortemente irritato per le frasi pronunciate dal Governatore Roberto Maroni in occasione della presentazione del Gran premio d'Italia a Expo 2015. “Maroni – dice - avrebbe molto da imparare dal nostro humor”.
Non ha gradito la raccolta di firme, il modo in cui la Lega ha tentato di entrare a gamba tesa nella trattativa. “Fu Valli a volere che incontrassi Maroni qui a Monza nel settembre di tre anni. E allora ci lasciammo, come ho già ricordato, con una stretta di mano che voleva dire: siamo d'accordo. In quell'occasione dissi chiaro: nuovo contratto da 25milioni di dollari e una serie di richieste che sintetizzo così: dissi, gestirò ogni aspetto Gran premio dal 2017 al 2020.
Le vicende che hanno riguardato la Sias hanno portato alla FOM un notevole danno. Ricordo che tre anni il Gran premio d'Italia non ha il main sponsor e questo ha significato un danno non indifferente”.

Per porre fine a questa situazione ieri mattina nel motorhome della Ferrari c'è stato un summit al quale erano presenti Bernie Ecclestone, Sergio Marchionne, Angelo Sticchi Damiani presidente dell'Automobile Club d'Italia e Giovanni Malagò presidente del Coni. Bernie è stato chiaro: “Non voglio più incontrare né Sias né Ac Milano. Attendo dal presidente dell'ACI (Sticchi Damiani – ndr) entro dicembre una risposta relativa alla firma del contratto così come da copia conforme che Sias ha da mesi in mano e che io ho consegnato a Londra all'avvocato Federico Bendinelli”. Alle 12 è arrivato Matteo Renzi che si è intrattenuto nel motorhome della Ferrari per una decina di minuti e sembra abbia dato la disponibilità a trovare una soluzione al problema in tempi rapidi.
Ci sono rimasti male i consiglieri di Ac Milano presenti nel paddock così come Andrea Dell'Orto che si aspettavano d'essere chiamati a presenziare al summit, ma non è avvenuto.

Roberto Rampi, deputato del Pd , ex vice sindaco di Vimercate era anche lui in attesa nel paddock ha rivelato che fu proprio il presidente del Consiglio a decidere pochi minuti prima della votazione sulla defiscalizzazione chiesta dalla Regione Lombardia Lombardia per i 20milioni da destinare al Parco di Monza e l'Autodromo.
Lasciato il motorhome Ferrari, Matteo Renzi ha visitato il box del Cavallino e quindi ha fatto passerella in griglia.

Quindi via all'86° Gran premio con Lewis Hamilton subito primo e Sebastian Vettel alle sue spalle. Disastrosa invece la partenza di Kimi Raikkonen che da secondo si è ritrovato ultimo!
Gara senza grandi emozioni, un solo piccolo brivido proprio quando Raikkonen, rientrato per il cambio gomme ha rischiato d'essere tamponato all'entrata della corsia box dalla Manor Marussia di Stevens.
Come sempre antisportivi i tifosi ferraristi hanno lanciato grida di gioia quando a pochi giri dal termine è andato in fumo il motore Mercedes di Nico Rosberg, secondo, costretto a fermarsi alla variante della Roggia. Applausi per Felice Massa che ha portato la Williams sul podio. E lì sia Vettel che Massa hanno accontentato i tifosi che li osannavo sotto il podio rivolgendosi loro in italiano.
E mentre tutto ciò avveniva con i tifosi in rosso, una sola bandiera della Lega e una della Regione Lombardia a sventolare, il giallo della decisione degli stewart della gara di convocare i dirigenti della Mercedes per presunta irregolarità della pressione dei pneumatici di Lewis Hamilton misurata in griglia.

L'attesa è durata fino alle 18 quando il comunicato degli stewart ha sentenziato che l'articolo contestato alla Mercedes è che l'irregolarità c'era e però non è punibile essendo l'articolo stesso poco chiaro e quindi da riscrivere. Dunque vittoria confermata e 25 punti all'inglese che ora ne ha 252 contro i 199 di Rosberg e i 178 di Vettel. Con Massa che per 5 punti ha sorpassato Raikkonen.
 

Monza - Autodromo. Dopo l'incontro con Bernie Ecclestone, Maroni da i numeri: "Accordo al 99,9%"

di Pier Attilio Trivulzio

Maroni si presenta a Ecclestone e il patron della Formula Uno gli vede al collo il pass che da accesso al paddock e gli chiede: “Chi glielo ha detto?”. Una battuta.
Maroni i libri, promessi, con le firme per tenere a Monza il Gran premio d'Italia, non li ha portati. “Li ha portati in Tribunale” è la battuta del sindaco di Monza, Roberto Scanagatti.

Sulla vicenda dell'Autodromo di Monza il Governatore della Lombardia apre la bocca e rifila ai giornalisti presenti frasi che dimostrano una certa confusione su quel che Ecclestone può fare per Sias e cosa vuole fare Sias.

Capiamoci. Oggi ha detto: “Mettiamo 35 milioni per cinque anni”. A Expo pochi giorni fa aveva detto “Metteremo 70 milioni per dieci anni”.
Sapete perché? A Expo pensava alla scadenza della convenzione tra Sias e i Comuni che ha data fine 2026. Oggi, davanti al motorhome di Bernie ha dimezzato gli anni cannando ancora una volta: l'eventuale contratto, ammesso che venga firmato, sarà di 4 anni e non 5 perché – come abbiamo già scritto – l'attuale Patto della Concordia tra squadre e FOM (di Bernie) ha scadenza 2020. Dice che al 99,9 per cento la firma ci sarà.

Le ultime novità sono quelle che Ecclestone ha dato ancora pochi mesi di tempo a Sias per decidere. Chiede 25milioni di dollari e l'Autodromo interamente a disposizione. Penserà lui a pubblicità, ospitalità e quant'altro. Sias avanza la proposta di trovare un accordo su alcuni punti della bozza di contratto di 40 pagine che come dice Ivan Capelli presidente dell'Automobile Club di Milano socio di Sias col 70 per cento delle azioni “fitte di paletti e scritto in avvocatese”.

In mattinata è arrivato anche Matteo Salvini con in braccio la figlia. Chissà se ha chiesto al procuratore Francesco Ferri un ticket a prezzo di saldo per la tribuna centrale (ancora con posti liberi!)  per la figlia, i famosi biglietti riservati a ragazzi e ragazze under 12 anni .

Domani arriva Matteo Renzi ed andrà a colloquio.
E' certo però che il Governo non metterà un euro. C'è l'idea che i 15milioni di dollari che mancano li metta una società partecipata che però non potrà farsi pubblicità col Gran premio vista la clausola dell'esclusiva di FOM.

Sicuro è che se davvero i soldi verranno trovati il management di Innext oggi insediato in Sias verrà azzerato.
Dentro ad una società piena di debiti Innext ha creato una struttura elefantiaca: 40 dipendenti e altrettanti consulenti. Che crescono come funghi giorno dopo giorno. L'ultimo arrivato è Mario Didato, trentenne genero del socio di Francesco Ferri nella Innext. Il suo ruolo: ricerca e sviluppo.

Sotto la gestione di Enrico Ferrari e Giorgio Beghella Bartoli l'unica ricerca è stata quella degli amici che intascavano consulenze facendo proposte irrealizzabili e davvero mai realizzate. Sviluppo? Questo sì: i debiti sono davvero lievitati.

 

Monza - Autodromo, i bagarini scatenati fanno incetta dei biglietti destinati ai più giovani

di Pier Attilio Trivulzio

Lewis Hamilton volta in pista a oltre 247 di media con la Mercedes e domina i primi due turni di prove libere della Formula Uno davanti al compagno Nico Rosberg e a Sebastian Vettel con la Ferrari che chiuso con un distacco di 759 millesimi. Mentre Kimi Raikkonen è sesto preceduto dalle due Force India di Sergio Perez e Nico Hulkenberg. Oggi il pubblico poteva andare a sedersi anche in tribuna col semplice biglietto di prato. Applausi alle Rosse da parte dei tifosi, senza però entusiasmi particolari.

C'è stato però chi è andato più forte del leader mondiale Hamilton, non lungo il circuito ma attorno alla mura del parco, i bagarini col loro vociare scatenato: “Compro biglietti. Vendo biglietti”.

Bagarini che quest'anno grazie a Sias, la società che gestisce l'Autodromo, hanno ricevuto con largo anticipo un inaspettato regalo di Natale.
Ci spieghiamo: visto che le casse di Sias sono in grande sofferenza i dirigenti si sono posti il traguardo di battere ogni record di affluenza proponendo biglietti di alcune tribune per sabato e domenica a prezzo ultra scontato, biglietti riservati ai minori di 12 anni.
L’offerta é questa: se il padre decide di portare domenica il figlio nella esclusiva tribuna centrale il biglietto da 630 euro è acquistabile scontato a 545; per la tribuna all'uscita della variante Ascari il costo del biglietto per gli under 12 è di soli 15 euro il sabato (anziché 80) e di 80 euro la domenica (contro i 165 euro del biglietto intero).

Questi ticket riservati ai giovanissimi sono stati, ovviamente, bruciati in particolare per la gradinata n.28 finita subito sold out.
Chi li ha acquistati? O meglio, chi ne ha fatto incetta, così come per le altre tribune poste lungo tutta la pista?
Con tutta probabilità i bagarini che hanno fiutato l'affare anche perché il tagliando non porta la dicitura “valido solo per ragazzi da 0 a 11 anni”, ma c'è soltanto la scritta “differenza tribuna”.

Fatta man bassa, ma per alcune tribune esiste ancora la possibilità d'acquisto attraverso i canali gestiti da Sias, da qualche giorno li stanno proponendo triplicando in alcuni casi il prezzo pagato.

Dall'Autodromo - dopo che il direttore Francesco Ferri e il presidente dell'Automobile Club di Milano, Ivan Capelli prontamente informati sono rimasti basiti - c'è la promessa che oggi e domenica verranno fatti controlli particolari all'ingresso delle tribune baciate dalla drastica riduzione del biglietto. L'Autodromo Nazionale però non è attrezzato come gli stadi, non ci sono tornelli di controllo. Vedremo quello che realmente accadrà.
Se va come lo scorso anno, e Infonodo ne dette notizia, proprio chi doveva controllare gestiva di fatto la vendita in nero del posto in tribuna, in particolare della ambita “prima variante” posta al termine del rettilineo dei box.
Tutto documentato da foto, gli spettatori stavano seduti anche sui gradini.
Per contrastare la vendita illegale dei biglietti, il colonnello Mario Salerno comandante della Guardia di finanza di Monza ha organizzato uno stretto servizio di controllo sguinzagliando tutti gli uomini possibili per cogliere sul fatto i bagarini. L’anno scorso molti di loro sono stati fermati e identificati dai finanzieri.
 

Monza – Ecclestone sul rinnovo del contratto per il GP: Forse certe persone di Sias non sono adatte

Due anni e mezzo fa una stretta di mano aveva suggellato l'accordo raggiunto per Monza. Poi però nessuno è venuto a firmare il contratto

di Pier Attilio Trivulzio

Motorhome di Bernie Ecclestone nel paddock di Monza settembre 2013. Il patron della Formula 1 riceve Carlo Edoardo Valli (presidente dell'Automobile Club di Milano) e il Governatore della Lombardia Roberto Maroni. Soliti convenevoli e quindi, concreto come sempre, detta le sue condizioni: “Volete continuare ad avere il Gran premio qui a Monza per altri quattro anni dopo il 2016? Le condizioni sono queste: firmate un contratto che prevede 25milioni di euro con indicizzazione di anno in anno”.

Carlo Edoardo Valli, che non parla l'inglese e fa commenti in brianzolo, scuote leggermente la testa ed alla fine del breve incontro con un sorriso stringe la mano a Mister B; stessa cosa fa Bobo Maroni mentre l'immancabile segretario di Bernie, Pasquale Lattuneddu, provvede a fornire un paio di ombrelli perché fuori il tempo minaccia pioggia. Quel che non è dato sapere è il commento che l'uomo a cui piace stare seduto su di un mare di poltrone che contano fa dell'incontro. Certo deve aver detto a Maroni: “A me sembrano tanti soldi”.

Lo scorso anno Valli perde la poltrona dell'Automobile Club di Milano e quella di vice presidente dell'Automobile Club d'Italia (che gli versa 305mila euro che lui, munificamente, lascia in gestione al direttore di Acm Fabrizio Turci, nel frattempo anche amministratore di Sias, la società di gestione dell'Autodromo Nazionale) affinché ne faccia un uso appropriato a favore del sodalizio di corso Venezia.

Ivan Capelli prende il suo posto, a presiedere Sias ci va Andrea Dell'Orto, presidente di Confindustria Monza e Brianza e per  gestire la società spolpata dall'ex direttore Enrico Ferrari e da altri nomina Francesco Ferri titolare di Innext specialista nella ristrutturazione di aziende in crisi.

Ferri, il “tagliatore di teste, mette alla porta un dirigente (fa però  firmare la lettera a Turci), approva l'uscita di Daniele Galbiati, figlio dell'ex custode di Vedano che lucrava sui biglietti (processo in corso, si riprende il 1. Ottobre), dopo di che, inspiegabilmente, l'Autodromo Nazionale diventa un porto di mare. Secondo l'ultimo bilancio i dipendenti sono 40 ma un mare di consulenti con contratto a termine dicembre 2015. In totale attorno a Sias con bilancio pesantissimo in rosso, si materializzano oltre 80 persone.

L'obiettivo dell'esercito di consulenti é portare il bilancio in utile a fine anno di almeno 500mila euro.

Il problema più impellente è però quello di andare a rinnovo del contratto con la FOM (Formula one Management) di Bernie Ecclestone. Ivan Capelli e Andrea Dell'Orto vanno a Montecarlo “per aprire una trattativa”. Prima di loro a Londra era andato l'avvocato Federico Bendinelli e Bernie gli aveva ricordato “Se hanno bisogno di una penna per firmare il contratto gliela presto”.
Insomma, nulla di fatto fino a questa sera.

Nessun incontro e però chiare, limpidissime dichiarazioni di Ecclestone alla testata inglese Autosport. “ E' due anni e mezzo che andiamo avanti con questa vicenda del rinnovo, tocca a Sias dire se firmano il contratto oppure no. Noi (FOM)abbiamo qualcosa da vendere e loro (Sias) vogliono comperarlo. Il prezzo è lo stesso degli altri paesi europei: 25milioni di euro. Sias ha avuto per anni l'opportunità di fare un buon affare (quando pagava 10milioni di euro ndr), vorrebbero continuare con lo stesso contratto. Il fatto è che non è più così e poi, forse, certe persone di Sias non sono adatte. Qualcosa di cui hanno goduto in passato (sotto la dirigenza di Enrico Ferrari – ndr) non potranno goderlo in futuro”.
Accordo dunque improbabile?” chiede il giornalista. “Al momento probabilmente direi di sì sulla base del fatto che loro non vogliono pagare”.

Il problema è che due anni e mezzo fa abbiamo preso accordi per un affare conclusosi con la consueta stretta di mano. I contratti avrebbero dovuto essere formalizzati nel giro di un paio di mesi però non è successo niente. Ora dobbiamo aspettare e vedere”.

Oggi subito dopo i primi due turni di prove libere dell'86° Gran premio d'Italia rendez-vous in direzione gara presenti i piloti Alonso, Hamilton, Rosberg, Vettel, tecnici delle squadre, Arrivabene, team principal della Ferrari, Toto Wolff della Mercedes, Niki Lauda, Tronchetti Provera presidente di Pirelli e Paul Hembery responsabile in pista della casa di pneumatici da poco partecipata dai cinesi, e Bernie Ecclestone.

Incontro durato oltre un'ora nel corso del quale Hembery ha spiegato nei dettagli i risultati delle accurate verifiche tecniche sui pneumatici posteriori dechappati della Mercedes di Rosberg e della Ferrari di Vettel a Spa-Francorchamps. Meeting quanto mai utile considerato che  Monza è la pista più veloce del mondiale dove le monoposto raggiungono i 350 all'ora in fondo al rettilineo dei box.

 

Monza - Maroni vorrebbe strappare a Ecclestone un contratto decennale per il Gran premio d'Italia

di Pier Attilio Trivulzio

Settanta milioni di euro in dieci anni per migliorare l'Autodromo di Monza e il Parco a patto però che Bernie Ecclestone garantisca la continuità del Gran premio d'Italia oltre il 2016. Li metterà la Regione Lombardia avallando il progetto da tempo sul tavolo di Roberto Maroni, preparato da tre ingegneri chiamati a redigerlo nel 2013 da Angelo Sticchi Damiani, presidente dell'Automobile Club d'Italia. Progetto di cui Sias ha già onorato la fattura di 19mila euro.
Il progetto di riqualificazione del “Tempio della Velocità” però partirà soltanto – come ha sottolineato Maroni nel corso della conferenza stampa di presentazione del Gran premio d'Italia tenutasi quest'anno nella sede di Expo 2015 - “se il patron della Formula Uno deciderà di firmare un contratto di lunga scadenza con la società di gestione dell'Autodromo Nazionale”.

E se le parole hanno davvero un senso anche se non esplicitamente espresso, Ecclestone dovrebbe sottoscrivere con Sias non un contratto di quattro anni (2017-2020) come da sempre è stato detto, bensì di dieci anni. In scadenza quindi esattamente con la convenzione in atto con i Comuni di Monza e Milano.

Cosa peraltro impossibile dal momento che il Patto della Concordia, l'accordo che regola la partecipazione e il trattamento economico delle Scuderie che prendono parte al campionato mondiale di Formula Uno scadrà nel 2020 e prevede clausole che riguardano il “dopo Ecclestone”. Clausole espressamente volute da Fia e Scuderie per evitare che CVC, la società che possiede i diritti della Formula Uno, decida di nominare al vertice persona a loro non gradita.

E' questa la sola, e però clamorosa novità, uscita dalla conferenza stampa che per la prima volta ha abbandonato la tradizionale sede finendo all'Expo.
Maroni ha assicurato che porterà a Ecclestone i libri con le 40mila firme raccolte. “Monza ha un valore storico, non basterà – ha chiosato -. Certo, come dice lui ci voglio anche i dané però Monza è Monza caro Bernie. Monza è Monza, ricordati”.

Ha ragione il Governatore della Lombardia quando parla di valore storico, si dimentica però di dire che se l'Autodromo è nelle condizioni pietose in cui oggi si ritrova è soltanto colpa dei vent'anni di gestione dell'ex direttore Enrico Ferrari.

Nel 2000, anche la costruzione di un fabbricato box che ha stravolto la fisionomia dell'Autodromo e creato pesante buco finanziario. Sarebbe dovuto costare 30milioni, alla fine è invece costato 64milioni. E per costruirlo sono stati cancellati tutti i caratteristici segni storici: dalle due torri dell'ingresso pista alle torri luminose poste all'inizio e alla fine del rettilineo di partenza che per quarant'anni hanno segnato la posizione dei piloti lungo il tracciato agli spettatori.

A detta dell'ex direttore tecnico Giorgio Beghella Bartoli dopo la ristrutturazione avrebbero dovuto tornare a funzionare. In realtà sono state trasformate in area di ospitalità. E, se verrà firmato il contratto per tenere a Monza il Gran Premio d'Italia oltre il 2016, passeranno sotto la esclusiva gestione di Bernie Ecclestone. Così come la tribuna coperta della parabolica su cui Sias ha fatto l'investimento di 300 sedili. Così, finalmente, gli spettatori che hanno acquistato il biglietto da 633 euro per i tre giorni o da 562 euro per la sola domenica, non appoggeranno più le loro terga sul cemento com'è avvenuto dal 1955 ad oggi.

Resta in ogni caso l'interrogativo più importate: Sias riuscirà a garantire al patron della Formula Uno i 25milioni di euro (oltre alle indicizzazioni annuali) richiesti? C'è chi parla di un intervento governativo visto che Matteo Renzi sarà a Monza domenica. Abbiamo qualche dubbio sull'intervento. Non ci sono soldi per i trasporti, scuole, sanità e quant'altro, perché il governo dovrebbe finanziare coi nostri soldi un avvenimento di Formula Uno?
Allora non resta che aspettare domani. Quando Berni Ecclestone arriverà in Autodromo conosceremo la fine di questa storia infinita.

Intanto sul fronte della vendita biglietti dal sito dell'Autodromo si evince che sono ancora disponibili posti pressoché in tutte le tribune compresa quella centrale da 630 euro. Così alla Roggia (Seconda Variante) e all'Ascari storicamente sold out pochi giorni dopo l'inizio della vendita. E ciò nonostante il massiccio taglio dei prezzi con la proposta di posti in alcune tribune per ragazzi da 0 a 11 anni (così scrive Sias) a 15 euro!

 

Monza - L'Autodromo ha i debiti e vuole firmare un contratto con Ecclestone da 25 milioni di dollari

di Pier Attilio Trivulzio

E' tempo di Gran Premio a Monza. Sebastian Vettel e la Ferrari con una vittoria autoritaria in Ungheria, hanno mosso la caccia al biglietto per l'evento della prossima settimana. Anche se poi la doccia fredda di Spa-Francorchamps ha notevolmente raffreddato i tifosi, a cui non resta che incrociare le dita e sperare nel nuovo supermotore del Cavallino preparato per il tracciato brianzolo.
Solo nell'ipotetico caso che Vettel o Raikkonen dovessero fare meglio delle Mercedes e conquistare la pole straordinaria come accadde nel 1994 a Jean Alesi, allora sì che Monza, durante la notte, tornerebbe ad essere inondata di tifosi provenienti da tutta Italia. Con gran sollievo per la società di gestione dell'Autodromo Nazionale che ne ha davvero un gran bisogno.
Soltanto con il record di 150mila spettatori paganti nei tre giorni riuscirebbe a guadagnare qualcosa dall'evento.

Con 13,5milioni di euro di debiti da pagare entro fine anno di cui 8,4milioni verso i fornitori, e l'inderogabile impegno di 7milioni di euro per migliorie al circuito, l'Autodromo Nazionale di Monza si presenta a Bernie Ecclestone per ottenere da Formula One World Championship Ltd il rinnovo del contratto per tenere a Monza il Gran premio d'Italia fino al 2020.

Contratto da 25milioni di dollari (100milioni nei quattro anni dal 2017 al 2020) senza più alcuna fattura di ritorno da 8milioni di dollari come da contratto in scadenza per compensare pubblicità e ospitalità.

Mister B impone, inoltre, a Sias l'esclusiva gestione del Paddock Club, vale a dire la fruizione della intera terrazza sopra il fabbricato box e della salette di ospitalità poste al primo piano. Con gli spazi in esclusiva a Ecclestone l'Autodromo perderà 3milioni di euro.

Lo scorso anno la vendita dei biglietti ha portato nelle casse dell'Autodromo 21,7milioni di euro contro i 23,6 del 2013. Ed i costi diretti per l'organizzazione sono passati dai 16,7milioni del 2013 a 17,3. Con un risultato positivo di 4,3milioni, nettamente inferiore ai 6,9 dell'anno precedente.

Alla luce di questi numeri ufficiali con l'Autodromo Nazionale che ha visto calare il valore della produzione da 32,4milioni di euro a 28,5milioni e tre sole manifestazioni motoristiche che nel 2014 hanno portato utili: 352,6mila euro il Monza Rally Show, 59,1mila il Ferrari Challenge e 96,4mila il Blancpain, viene spontaneo chiedersi come farà Sias a rinnovare il contratto con Bernie Ecclestone?

S'indebiterà ulteriormente con le banche a cui deve 2.268.409 euro di cui 994.371 euro entro quest'anno e 1.214.038 oltre il 2016?
A maggio Sias ha ottenuto 1milione di euro come finanziamento e la disponibilità di 2milioni per smobilizzi di contratti e fatture estere.
Va anche tenuto conto che per le note vicende giudiziarie del 2012 che hanno coinvolto l'ex direttore Enrico Ferrari per il giro di biglietti del Gran Premio d'Italia stampati a go go, oltre il limite consentito degli omaggi, l'Agenzia delle Entrate ha già presentato un primo conto relativo agli anni dal 2007 al 2009 di 2.493.246 euro.

Sias ha concordato la rateizzazione di 1.023.000 euro e attende la definizione per gli anni 2010-2011.

Inoltre pure il Comune di Monza si è fatto avanti chiedendo 893.687 euro per IMU e ICI relativamente agli anni dal 2009 al 2013, nonché 50mila euro di multa per il ritardo dei lavori sulla pista sopraelevata. Che l'Autodromo contesta anche se la multa di euro 1.000 per ogni giorno di ritardo nell'inizio dei lavori era stato accettato nella convenzione in atto valida fino al 2026.

Nel merito va ricordato che l'ex presidente Paolo Guaitamacchi aveva destinato l'accantonamento di 700mila euro per i lavori di restauro conservativo del “catino di velocità” nel primo bilancio firmato relativo al 2010.
Dunque, se i soldi erano stati accantonati perché si è lasciata scadere la data fissata in convenzione iniziando i lavori – costati 498.151 euro - soltanto nel luglio dello scorso anno?

E parlando di soldi veniamo a parlare di quei 20milioni di euro defiscalizzati che il Parlamento ha approvato. C'è chi ha fatto confusione scrivendo che la somma era destinata a rinnovare il contratto con Ecclestone. Nient'affatto, la cifra servirà a Regione Lombardia per entrare dentro al Consorzio dei Comuni di Monza e Milano che oltre alla Villa Reale e al Parco aggiungerà l'Autodromo. Il quale riceverà soltanto un terzo dei 20milioni, quindi poco più di 6,5milioni che dovranno servire esclusivamente per lavori di rinnovamento dell'impianto.

Secondo il piano industriale approvato nel marzo scorso Sias riqualificherà alcune strutture. Già eseguiti dalla ditta Locati di Monza quelli sull'immobile la cui destinazione originale negli Anni Sessanta (fu costruito con il contributo di Quattroruote) era Museo con costi nell'ordine di 300mila euro.

Appena ultimati i lavori, eseguiti in previsione della cessione della struttura come ospitalità alla Pirelli in occasione del prossimo Gran Premio d'Italia, qualche dirigente con tanto di martellante battage sui mass media, conferenza stampa presenti Angelo Sticchi Damiani presidente dell'Automobile Club d'Italia, il 15 volte campione del mondo Giacomo Agostini e, ovviamente il Cda di Ac Milano, spacciò come Museo (a pagamento, 10 euro) la collocazione di due showcar Mercedes e Ferrari e della Maserati Eldorado che partecipò nel 1958 alla 500 Miglia chiesta in prestito al Museo Panini di Modena; qualche tuta di piloti recuperata all'ultimo minuto, la MV Agusta di Giacomo Agostini - subito scomparsa così come Maserati, Ferrari e Mercedes – occhiali video che indossati accompagnavano il visitatore ad un giro di pista virtuale sulla moto guidata da Fabrizio Pirovano nonché un pannello con modellini di Formula uno di nessun valore.
Senza dimenticare il totem con l'elenco dei giochi motoristici da acquistare con carta di credito. E questo sarebbe il Museo del Tempio della Velocità? “Ma mi faccia il piacere” direbbe Totò.

Irriferibili i commenti dei visitatori, in gran numero usciti imbufaliti chiedendo il rimborso del biglietto.

Oltre al museo, con i soldi defiscalizzati della Regione Lombardia si dovranno fare i lavori in tribuna centrale e sulla parabolica. Al momento Sias ha comunque già pagato la fattura di 19mila euro del progetto di riqualificazione dell'Autodromo con opere per 70milioni di euro approvato dalla Regione Lombardia.

I soldi regionali serviranno anche per le modifiche alla pista stradale affinché Monza possa tornare a riavere, dalla Federazione Motociclistica Internazionale, l'omologazione “B” del circuito e la gara del Mondiale Superbike.

Il progetto del differente tracciato stradale che prevede un cospicuo numero di alberi da abbattere è già sul tavolo della Sovrintendenza e del Parco della Valle del Lambro che dovranno dare il loro parere.

In caso di assenso al progetto, l'ultimo ostacolo sarà il Consiglio comunale monzese. E' certo comunque che, al di la dei troppi annunci del presidente ed amministratore delegato Andrea Dell'Orto, la Superbike non tonerà a Monza l'anno prossimo.

A sette mesi dall'arrivo della nuova gestione col piano industriale di Sias predisposto dalla Innext di Francesco Ferri, nominato direttore a 20mila euro al mese, si può dire che davvero pochi euro sono entrati in cassa dalle manifestazioni motoristiche: solo 1500 paganti per vedere transitare la Mille Miglia; pressoché andate deserte gare ed esibizioni delle moto con una perdita di 50mila euro, poco pubblico anche in occasione dell'Historic Monza. A dispetto delle vetture storiche di alto lignaggio portate dall'organizzatore francese.

Il concerto di Manu Chao che ha richiamato 45mila spettatori, è stata la manifestazione di maggior successo all'Autodromo.

Flop, invece, di visitatori provenienti da Expo 2015. Gli stranieri hanno snobbato il Tempio della Velocità.
In compenso s'ingrossa sempre di più il numero di quanti lavorano per rilanciare l'impianto. Oltre alle 40 persone regolarmente assunte ce ne sono altrettante con contratto di consulenza in scadenza a fine anno.
Sias è diventata un porto di mare, e forse dovremo abituarci a vedere in un prossimo futuro ai posti di comando persone vicine ai politici di Regione Lombardia.

Una Sias destinata a diventare un'altra (inutile) società partecipata, con minor un peso dell'Automobile Club di Milano?

Omicidio Vivacqua. La condanna a morte arrivò dalla Stidda. L'accusa ha chiesto 4 ergastoli; 23 anni e 6 mesi per l'ex moglie


di Pier Attilio Trivulzio

Potete uccidere Paolo Vivacqua.
La decisione di dare il via libera all’eliminazione del rotamat di Ravanusa venne presa in Germania da elementi di spicco della “Stidda” e comunicata a Diego Barba e Salvino La Rocca, appositamente recatesi in terra tedesca, il 9 novembre 2011.

Ceduti i terreni di Carate Brianza a Bricoman per 5,1 milioni di euro, trasferita la residenza in Svizzera e in procinto di spostare i suoi affari in Romania, Vivacqua aveva deciso di tagliare i ponti col passato, tanto da non riconoscere neppure un euro di quanto ricavato con l'operazione di Carate al gruppo che fino ad allora lo aveva sostenuto. Bollato come “taccagno” arrivò l'autorizzazione alla sua eliminazione fisica.

Molto di più del “noir che assume le tinte fosche di un vero e proprio romanzo popolare nel cuore dell'operosa Brianza”, come spiegarono i carabinieri di Desio annunciando, dopo oltre due anni di indagini, gli arresti di Germania Biondo, Diego Barba, Salvino La Rocca, Antonino Giarrana e Antonio Radaelli.
In realtà il viaggio-lampo in Germania di Diego Barba e Salvino La Rocca, cinque giorni prima dell'omicidio fu compiuto per avere il benestare all'operazione.

Quella di Donata Costa, sostituto procuratore a Monza, pubblica accusa al processo in Corte d'Assise per l'uccisione di Paolo Vivacqua è stata una vera maratona oratoria. Sei ore e mezza di requisitoria per spiegare con chiarezza alla Corte e, soprattutto ai sei giudici popolari, la sequenza degli atti che l'hanno portata a chiedere l'ergastolo per Diego Barba, Salvino La Rocca, Antonio Giarrana e Antonino Radaelli; e per tutti e quattro un anno di isolamento diurno. Per Germania Biondo – da maggio ai domiciliari per motivi di salute – la richiesta è stata di 23 anni e 6 mesi e la concessione delle attenuanti generiche. Come donna inserita in un certo contesto culturale, ha spiegato il Pubblico Ministero, si trovava in una situazione di libertà limitata. Se dopo la separazione, Paolo Vivacqua poteva rifarsi una famiglia con la giovane Lavinia, a lei non era concesso e poteva fare solo la nonna.

Per Donata Costa ad uccidere con 7 colpi di pistola calibro 7,65 sparati tutti da dietro, a distanza ravvicinata, il 14 novembre alle 10,43 appena il rotamat di Ravanusa è entrato nell'ufficio di Desio, “tanto è vero che aveva ancora la sciarpa e il cellulare in mano” è stato Antonino Radaelli, recatosi sul posto con lo scooter guidato da Giarrana avuto in prestito da Gino Guttuso.

Delitto eseguito su ordine di Diego Barba e Salvino La Rocca che cinque giorni prima, il 9 novembre, fanno un misterioso viaggio in Germania. A dire di Barba per acquistare una Mercedes, rientrano, però, il giorno dopo senza aver acquistato nulla.
Il 10 mattina – precisa Barba - siamo stati lungamente fermati per un controllo dalle autorità tedesche”.

Quel viaggio – dice la Costa – aveva un'altra motivazione: informare qualcuno della decisione presa di uccidere Paolo Vivacqua”.

All'indomani, l'11 novembre alle 11.04 Barba chiama il cognato Calogero Licata Caruso, inseparabile braccio destro di Vivacqua, fissando con lui un appuntamento. Interrogato in merito a quell'appuntamento che coinvolgeva il parente, Licata Caruso si avvale della facoltà di non rispondere. Indizio che Donata Costa aggiunge a molti altri già acquisiti in questo processo che – è lei stessa a ricordarlo ai giudici popolari - “è indiziario. Non abbiamo la pistola fumante e per questo arduo e difficile sarà il vostro compito”.

Ricorda l'intercettazione dell'ottobre 2011. Paolo Vivacqua accompagna l'amico Salvatore Grasta a vedere i terreni appena ceduti a Bricoman, che gli hanno fruttato 5,1 milioni di euro, e questi gli chiede se nell'operazione c'entra Diego Barba. “No – risponde Paolo – c'entra Lillo (Calogero Licata Caruso - ndr) che ha il cento per cento delle mie società”. Grasta lo avverte: “Guardati da Lillo, ne parlano male”. E Paolo, di rimando: “Se parlano male di Lillo è solo per invidia. E comunque se Lillo fa girare 100mila euro, io ne faccio 100 di milioni”.
Quella conversazione insospettisce il finanziere Martella della tenenza di Gorgonzola che, consultando l'archivio informatico risale alla quota posseduta nel 2004 da Barba nella società Vibi. E' lo stesso Barba, nel corso di una dichiarazione spontanea in udienza a dire “che quella quota fu un favore chiestomi da Paolo Vivacqua”.

Indizi, una montagna di indizi messi in fila per comporre il puzzle dell'omicidio. Quell' un cento della Loviro che senza avvertire l'ex moglie, Paolo Vivacqua fa trasferire a Mario Infantino alla vigilia dell'operazione Bricoman; ed in ordine di tempo, un paio di settimane prima dell'uccisione, la visita di possibili acquirenti – calabresi - del capannone di Sesto San Giovanni della Royal Aste che Vivacqua ha deciso di mettere in vendita senza dire niente a nessuno. E sollecita il figlio Davide affinchè chieda alla madre Germania Biondo i documenti della proprietà.

E poi le dichiarazioni del palermitano Gino Guttuso che dice d'aver prestato il suo scooter a Giarrana e quelle del supertestimonio Luigi Miniemiche ha voluto metterci la faccia – dice la pubblica accusa – ed è venuto qui a spiegarci con dovizia di particolari quanto gli aveva raccontato Giarrana in carcere”.

Ma c'è di più: le ambientali nel carcere di Monza tra Antonio Giarrana, arrestato per l’omicidio di Franca Lojacono, consuocera di Vivacqua, e il fratello Carmelo che appare indispettito per il comportamento reticente di Antonio. “Salvino che ti ha detto?”, chiede Antonio a Carmelo, e Carmelo “ma che c’entra Salvino?” e poiché il fratello tace aggiunge: “Papà ha intenzioni brutte con Salvino”. E insiste: “Se devi dirmi qualcosa...Dimmi tu che Salvino non dice nulla...”. Antonino al fratello Carmelo: “Vai dall'investigatore privato (Diego Barba - ndr) amico di Salvino, così se tu ci vai io so cos'hanno in mano perché l'investigatore conosce tutti alla Procura di Monza”.

E ancora le dichiarazioni di Lavinia Mihalache che trovato Paolo sotto la scrivania dell'ufficietto di Desio, si rende conto che – a differenza di tutti gli altri giorni, Licata Caruso, Enzo e Mario Infantino, i tre fedelissimi del rotamat, sono lontani. E lo dice con forza al magistrato e ai carabinieri.

Ma c'è di più: i numerosi depistaggi alle indagini che a detta di Donata Costa, sono stati messi in atto da Diego Barba servendosi dell'ex investigatore monzese Attilio Cascardo.

E' a lui che – su suggerimento dell'amante Diego Barba – alla fine del 2010, inizio 2011 Germania Biondo, umiliata in Sicilia nell'agosto dai figli Antonio e Davide che vanno a Campobello di Licata e picchiano Barba, si rivolge per raccogliere informazioni sugli affari del marito e raccontando quanto sa sui traffici del marito e dei figli con l'intenzione di farli arrestare.

E Cascardo- secondo il PM - gira l'informativa al Colonello della Guardia di finanza Marco Selmi comandante a Sondrio.

Le verifiche delle Fiamme Gialle sui traffici valtellinesi di Paolo Vivacqua e soci portano alla scoperta di una cassetta di sicurezza che contiene 75mila euro in contanti nonché auto col doppio fondo dove occultare il denaro. Lo riferisce in aula il colonello Selmi che però non fa il nome dell'informatore.

Ed è sempre Diego Barba, secondo la pubblica accusa, che depista le indagini. “Era informatore delle forze di polizia ed aveva numerosi contatti con l'appuntato Colombo dei carabinieri in Sicilia e dunque gli appunti di fonte confidenziale che pervengono ai carabinieri di Monza dai colleghi di Campobello di Licata nei quale si dice relativamente all'omicidio di indagare la pista mafiosa e si fanno i nomi di Giuseppe Smiraglia, Giovanni Turco e Massimiliano Cannarozzo potrebbero essere opera di Diego Barba”.

L’omicidio era maturato dal fatto che “Paolo Vivacqua era stato sostituito da Giuseppe Smiraglia come nuovo reggente dei siciliani in Brianza”, scrivono i carabinieri siciliani. E del resto è proprio Smiraglia che il 19 agosto 2010, dopo che i figli di Vivacqua hanno picchiato Barba, va da Paolo a dirgli “Barba non si tocca”.

L'informativa di Campobello di Licata ci sembrava meritevole di approfondimento – aggiunge Donata Costa – anche perchè Cannarozzo aveva ceduto un terreno di Desio a Turco per la società che si occupava di rottami ed era sorto un contenzioso con due dipendenti di Paolo Vivacqua che avevano lavorato per Turco sottraendolo a Vivacqua. Nel corso delle intercettazioni Smiraglia e Turco sono stati arrestati per false fatturazioni mentre Cannarozzo, sentito e poi invitato a comparire, ha chiarito e quindi anche questa falsa pista è stata abbandonata”.

La vera svolta alle indagini la da una nota del maresciallo Scalisi del 20 marzo 2012. In essa si dice che Germania Biondo ha ingaggiato l'investigatore Cascardo pagato 60mila euro per indagare sul suo ex marito. Si scopre che Diego Barba è socio di Cascardo ed allora torna alla mente l'intercettazione del 16 novembre sul cellulare di Grasta.

Dalle intercettazioni di Cascardo apprendiamo elementi utili per inquadrare il soggetto che ha conoscenze tra le forze dell'ordine e collegamenti con il carabiniere Sossio Moccia che faceva favori all'ex politico Massimo Ponzoni e a Vivacqua, con Vincenzo Battistello che lavorava nel mio ufficio ed avevo appena allontanato poiché forniva notizie relative ad indagini che avevo in corso. Il 3 maggio 2012 sento Cascardo e a me dà false risposte come false sono state le sue dichiarazioni sotto giuramento in quest'aula. Cascardo è teste reticente e falso. Dalle intercettazioni sappiamo per certo che Germania Biondo era in stato di libertà limitata. Paolo Vivacqua ben poteva stare con la rumena e avere da lei un figlio; la Biondo doveva soltanto piegarsi al ruolo di nonna. E ben possibile quindi che il ruolo di Cascardo era quello di portare all'incarcerazione di Paolo Vivaqua. La conferma viene da quanto raccontato da Battistello, in servizio di Polizia giudiziaria presso il mio ufficio e proveniente dalla polizia municipale di Desio che dice di essere stato avvicinato da Cascardo in merito alla possibilità di avere informazioni da una signora. Informazioni in grado di mandare in carcere il marito e i figli”.

Quelle informazioni poi sarebbero state passate, secondo il PM Donata Costa, al colonello Selmi.

Le note confidenziali del colonello – continua la pubblica accusa - finirono a Monza, a Milano e alla dottoressa Albertini che aveva in carico l'istruttoria sulle false fatturazioni delle società che commerciavano rifiuti metallici ed ebbero riscontri positivi. Vivacqua era indicato come persona legata a gruppi siciliani e in particolare alla Stidda”.

Molti siciliani legati alla Stidda si sono trasferiti in Germania. E proprio da una cabina pubblica tedesca non individuata, nel giugno 2013, arriva sul cellulare di Salvino La Rocca, cugino di Antonio Giarrana, la seguente telefonata. “Ciao, pezzo di carabiniere a cavallo. Infame di merda. Vi state divertendo tu e l'amico tuo?”. Il riferimento secondo Donata Costa sarebbe relativo al fatto che mentre Antonio Giarrana marciva in carcere per l’omicidio di Franca Lojacono, La Rocca e Barba ne erano usciti puliti (ma potrebbe esserci dell’altro - ndr).

E' un altro tassello che aggiungiamo all'indagine - spiega Donata Costa sui contatti mafiosi tenuti dagli accusati –. Mai avrei pensato che Salvino avesse un fratello condannato per omicidio con sentenza definitiva al 416 bis che è in carcere a Spoleto”.

Sulla doppia strada tenuta dagli accusati per contrastare Paolo Vivacqua, Donata Costa aggiunge.

Com'è avvenuto nell'agosto 2010 dopo il pestaggio da parte dei figli prima Diego Barba si rivolge ai carabinieri di Campobello di Licata e sporge denuncia, poi, quando viene avvertito che Vivacqua sta rientrando appositamente dalle vacanze in Spagna e sta arrivando in Sicilia e che potrebbe essere armato, chiede l'intervento della mafia, e tre personaggi tra cui Giuseppe Smiraglia incontrano Paolo Vivacqua intimandogli di lasciare stare Barba.
Allo stesso modo, prima si serve di Cascardo per far arrivare informazioni al colonnello Selmi e fare arrestare Paolo Vivacqua, poi persegue la strada mafiosa, e attraverso La Rocca, si rivolge alla Stidda per poterlo eliminare”.
Ecco perchè quel viaggio lampo in Germania il 9 novembre i compagnia di Salvino La Rocca. Chi incontrano non si sa. Di certo hanno avuto il benestare all'uccisione di Paolo Vivacqua.

Il 21 settembre parola alle parti civili a cui faranno seguito il 5, 12 e 19 ottobre gli avvocati degli imputati.

 

Processo Tornado Gest. Bolli e timbri postali falsi su una cambiale da 10 milioni girata due volte da Saverio Lo Mastro

di Pier Attilio Trivulzio

Abbronzato, giacca leggera color panna, pantaloni di gabardine tortora, camicia “botton down” azzurra, Felice Vittorio Zaccaria torna in Tribunale a Monza due anni e mezzo dopo la sentenza che lo ha condannato a 5 anni di carcere.

Pena confermata in Appello il 4 maggio scorso per il fallimento da 52 milioni di euro della sua società, la Tornado Gest, che ha costruito a Muggiò, dentro al parco del Grugnotorto, il multiplex a 15 schermi ora abbandonato e saccheggiato.
L’immobile che nessuno ha acquistato all'asta, ha un valore di 3,2 milioni di euro. Finirà a Mediocredito creditrice nel fallimento dopo aver concesso un mutuo di 17,5 milioni.

In Tribunale c'è anche Saverio Lo Mastro, per l'udienza del processo che deve fare chiarezza sul ruolo giocato dall’ex direttore della filiale di Banca Intesa di Cinisello Balsamo, Giancarlo Garavaglia, e da Angelo Bartone, amministratore della Hipponion.

Lo Mastro, polo azzurra, pantaloni di tela color ghiaccio, barba di alcuni giorni, occhiali, tiene in mano un corposo fascicolo di atti giudiziari. Ha ancora conti aperti con la giustizia. Il 22 luglio tornerà a Palazzo per sapere se i giudici gli concederanno l'indulto.

Tra Lo Mastro e Zaccaria non c'è incrocio di sguardi. Stanno distanti. E del resto è comprensibile se si pensa che Zaccaria, sotto giuramento, al presidente Giuseppe Airò dichiara: “Lo Mastro è venuto a casa mia e mi ha preso a schiaffi. Ho avuto intimidazioni, furti nei cantieri e in ufficio. A mio figlio Andrea Simone (socio con Lo Mastro e Rocco Cristello nella Valedil – ndr) arrivò un sms: “stai attento a tua figlia”. Andrea mi disse: “Dagli tutto perchè altrimenti ci ammazzano”. A quel punto, il 4 maggio 2006, gli ho ceduto la società. In cambio di niente”.

Presidente: “Si rifiuta di dirlo? Lo dica, le hanno fatto un'estorsione!”. Zaccaria: “Ho avuto intimidazioni. Sono andato dal maresciallo dei carabinieri di Muggiò e gli ho detto tutto ma non ho fatto denuncia. Sa, c'era Rocco Cristello (ucciso a Verano nel marzo 2008 – ndr) volevo stare tranquillo. Vent'anni di lavoro e non mi è rimasto nulla”.

Piange miseria il costruttore calabrese Felice Vittorio Zaccaria.
E adesso che fa?”, chiede il presidente.
Pensionato a 1.300 euro. Faccio il nonno. Prendo i nipoti e li porto a scuola. Al mare. Mia moglie (Aldina Stagnati condannata a 4 anni per il fallimento, anche per lei pena confermata in Appello – ndr) è in attesa della pensione, sa, la Fornero... Non ho più niente, gli immobili me li hanno tutti pignorati..”.

Pubblico ministero Donata Costa: “Come ha conosciuto Lo Mastro?”.
Ha rilevato quote della Sef, la società che controllava Tornado Gest. Stefano Firmano aveva proposto a me il 60 per cento, io però non avevo soldi; lui allora ha ceduto il 30 per cento a Lo Mastro che possedeva un società che faceva lavori in subappalto per un'altra società (I.C.I. - ndr) che avevo chiamato per finire i lavori nel cantiere di Muggiò. Secondo Firmano era affidabile, aveva due Ferrari..”.
Presidente: “Lo Mastro girava in Ferrari? Lei ha la Ferrari?”.
Zaccaria, ridendo, smentisce: “No! No!”.

Già non aveva la Ferrari bensì una Lomborghini gialla. E con quella si presentò dal notaio a firmare l'atto di concessione per 99 anni del terreno di Oggiono su cui voleva costruire un'altra multisala. Per il Comune era presente l'avvocato Del Giacomo, ora segretario a Carate Brianza. Fu costretto a rincorrere Zaccaria fino a Muggiò per farsi pagare la parcella notarile!

Presidente: “Zaccaria, lei è calabrese e fa il costruttore, arriva Lo Mastro che gira con la Ferrari, qualche sospetto non le viene?
Era diventato socio di Stefano Firmano nella Sef...”.
Pubblico ministero: “Arrivano Lo Mastro e Rocco Cristello, con quale accento parlavano?”.
Non era compito mio sindacare...Firmano aveva voluto far entrare Lo Mastro ma non è che Tornado Gest non navigasse in buone acque, andava bene...Secondo lui Lo Mastro e Cristello erano operatori affidabili. Da quanto ho letto hanno acquistato il 30 per cento di Sef per 2 milioni di euro. E da quel momento i miei rapporti con Firmano si sono rotti”.

Presidente: “In questo processo valutiamo le posizioni di Giancarlo Garavaglia e Angelo Bertone. Conosceva Garavaglia?”.
L'ho conosciuto all'inizio del 2000. Era direttore di Banca Intesa a Cinisello Balsamo. Ci fu presentato da Giovanni Bono della Coel, società che stava lavorando alla realizzazione del multiplex. Bono ci fece conoscere Maurizio Cerea che incontrai un paio di volte e avviò la pratica per il mutuo di Mediocredito. Vede, presidente, noi a Banca Intesa avevamo chiesto un fido, non un finanziamento!”.

Pubblico ministero: “Lei dice noi, a chi si riferisce?”.
A Stefano Firmano. Noi versammo a Banca Intesa un milione di euro destinato al finanziamento del progetto di Tornado Gest. Avevamo chiesto un fido. Il 50 per cento del capitale era mio, il restante 50 di Firmano il cui fratello era commercialista a Muggiò. La pratica avviata da Cerea a Mediocredito andò a buon fine ed ottenemmo 17,5 milioni di euro. Però con quella cifra non si poteva costruire il multiplex. E poi c'era una condizione: Mediocredito impose che Sef finanziasse il progetto mettendo 10 milioni. Ci furono dati 7 milioni d'anticipo, il restante a stato avanzamento lavori ed una rata finale di 2,5 milioni”.

Donata Costa: “Da dove veniva quel 50 per cento di cui lei, Zaccaria, ci ha parlato?”.
Dalle mie attività. Vendetti la palestra (Biofitnees – ndr), e con bonifici versai 700 mila euro della società A.F. e 300 mila da F.A., ci sono i documenti. Mi insinuai nel fallimento ma né A.F. né F.A. vennero accettate. Alla fine io versai 8,3 milioni di euro, Sef non aveva niente”.

Pubblico ministero: “Lei sa che il maresciallo Carotenuto della Guardia di finanza di Monza in merito ha detto cose diverse da quelle che racconta lei e poi c'è la perizia di Vergallo, consulente della Procura”.
Vergallo non ha contestato che Coel versava soldi alla Sef. Il fatto è che eseguiti i lavori Coel emetteva ricevuta, io non avevo disponibilità finanziarie, e quindi Coel mi dava i soldi per pagare la Riba. Poi emetteva una nuova Riba”.

PM: “Perchè lei non aveva soldi per pagare?”.
Non si poteva costruire con 17,5 milioni e io, oltre alla Coel, dovevo pagare altre società che stavano lavorando al cantiere di Muggiò. Poi quando mi accorsi che alcune sale cinematografiche non erano costruite secondo la certificazione Rei, a giugno 2004, estromisi Coel dal cantiere”.
PM: “Lei dice non ho soldi per pagare la fattura di Coel, perchè
non è Sef che le presta i soldi per pagare la Riba?”.
Se fossero tornati insoluti Banca Intesa chiudeva il conto”.

Ergo, Sef era una scatola vuota!

PM: “Quali erano i suoi rapporti personali con l'imputato Garavaglia?”. “Nessun rapporto personale. Io ero cliente, lui direttore di Banca Intesa. Magari s'andava a prendere un caffè assieme”.
PM: “Sa se qualcuna delle società riconducibili a lei ha fatto lavori alla villetta di Garavaglia?”.
So che stava costruendo la casa, gli ho fornito il nominativo di un fabbricante di serramenti...”.
Presidente: “Sa se poi questa società ha davvero fatto dei lavori a casa di Garavaglia?”.
Sì, mi ha detto che la Briancesco (di Mozzate – ndr) aveva fatto i lavori, non so se sia stata pagata...”.

Prima dell'ingresso in aula di Saverio Lo Mastro viene sentito un ispettore capo della Polizia scientifica di Milano relativamente ad una lettera della Hipponion del 13 agosto 2008 e ad una cambiale di 10 milioni di euro della stessa società firmata da Lo Mastro con seconda girata di Lo Mastro a Sef a suo tempo presentata ai curatori per essere ammessa al fallimento.
Il sigillo posto sul foglio A4, la lettera della Hipponion, è risultato contraffatto – spiega l'ispettore capo – così come contraffatte sono le marche da bollo da 15,49 euro apposte sulla cambiale mentre autentiche sono quelle da 0,45. In quanto ai timbri degli uffici postali di Nova MIlanese e Muggiò, quest'ultimo è risultato contraffatto”.

Depone Saverio Lo Mastro. Il presidente fa presente che ha l'obbligo di rispondere.
Pubblico ministero Donata Costa: “Com'è che ad un certo punto diventa amministratore di Tornado Gest?”.
Nel 2005 entro in possesso del 30 per cento di quote Sef che appartenevano alla famiglia Firmano che avevo conosciuto in quanto geometra facevo lavori per conto della I.C.I. di Marco Impari. La I.C.I. era stata chiamata da Zaccaria nel cantiere di Tornado Gest dopo aver estromesso la Coel per completare le opere. Non so come Zaccaria conoscesse Impari. Dopo qualche mese di lavoro ho conosciuto Stefano Firmano. Con lui ho sottoscritto una scrittura privata con la quale mi impegnavo, una volta venduto l'immobile, a riconoscergli 2 milioni di euro. Zaccaria avrebbe dovuto finanziare Sef con 5 milioni. Con lui, prima di prendere le quote, ho parlato e aveva dato il benestare”.

PM: “Perchè Firmano le cede le quote?”.
Perché era depresso. Stava tutto il giorno in ufficio, s'annoiava. Io invece avevo costruito cento appartamenti...Lui era ragioniere, io geometra. Andavo anche a controllare il lavoro degli operai senza farmi vedere...”.

PM: “Quando lei diventa socio di Sef le vengono presentati i bilanci?”.
Sì, c'è anche un allegato: 7 milioni messi di cui 2 da Firmano, i restanti da Zaccaria. Sef aveva finanziato Tornado con più di 9 milioni. C'era poi il finanziamento di Mediocredito attraverso Banca Intesa e un ulteriore finanziamento di 6 milioni e però non ricordo perché”.

Reale vuoto di memoria di Lo Mastro o volontà di cancellare l'operazione della multisala di Oggiono di cui fu eseguito solo lo scavo costato 4 milioni? Zaccaria ebbe da Unicredit di Monza l'anticipo di 1 milione, sui 6 previsti, per quell'operazione. I restanti 5 milioni sarebbero stati pagati soltanto dopo la vendita della multisala di Muggiò. Cosa mai avvenuta.

PM: “Mediocredito chiese ulteriori garanzie?”.
No. Per completare il versamento di 9 milioni Zaccaria versò 500 mila euro e accese un mutuo sugli appartamenti liberi da vendere del Condominio Delle Grazie di Muggiò. Feci io la perizia degli appartamenti”.

Il teste racconta d'aver completato con la forza lavoro della Hipponion le opere affidate da Zaccaria alla I.C.I. , senza un regolare contratto. “La Hipponion lavorava al Condominio Delle Grazie, Valedil entra in un secondo tempo, quando il cinese Song Zhicai ha necessità dei box per i commercianti al piano -5. Della Valedil oltre a me era socio Rocco Cristello, una quota l'abbiamo ceduta ad Andrea Simone Zaccaria”.

PM: “Avete avuto rapporti anche personali con la famiglia Zaccaria?”.
Sì. Oltre all'ingresso del figlio di Zaccaria in Valedil ho compensato con le quote di Delle Grazie. Valedil è poi fallita...”.

PM: “Dopo il fallimento di Tornado Gest, nel 2008, lei, come Hipponion, si insinua nel fallimento con una cambiale di 10 milioni”.

Doveva essere la somma del finanziamento soci. Emessa da Tornado girata a Hipponion e Sef beneficiaria essendo controllante di Tornado Gest”.

PM: “Lei sapeva che Hipponion non aveva dato soldi?”.
Non ci sono state le condizioni”.

E allora perché deposita all'istanza di fallimento la cambiale da 10 milioni che non è stata ammessa? Lei nell'operazione Tornado Gest non ha messo un euro. In quanto ai 500 mila euro è un'altra storia...”.

Ricostruita da una telefonata dell'ottobre 2007 tra Lo Mastro e Giovanni Bono della Coel.
PM: “Bono le chiede: Firmano che fine ha fatto?..Sai che la Guardia di finanza non ha sequestrato il documento? Lo sto cercando anch'io...Non ho problemi. E lei dice: Firmano mi ha venduto quote delle sue società e dei debiti fatti. Gli ho dato 4 assegni di 500 mila euro ciascuno e lui cosa ha dichiarato alla Guardia di finanza? Che li ha smarriti. Poi però li hanno trovati nella sua cassaforte”.
Lo Mastro: “Gli assegni erano dati in garanzia da presentare dopo la vendita dell'immobile. A me la Guardia di finanza ha detto di non aver trovato gli assegni”.

Ammette poi Lo Mastro d'aver firmato lui col nome di Angelo Bartone la lettera di Hipponion inviata ai curatori a cui era allegata la cambiale.
Bartone è un muratore – dice Lo Mastro -, lavorava per la Hipponion. Lo avevo nominato io amministratore della società. Ora si è trasferito in Calabria”.

Si chiude l'udienza con le proteste di Maurizio Cerea convocato come teste e invitato dal presidente Airò a ripresentarsi il 14 luglio. Quando, accompagnato dai carabinieri, sarà in aula anche Stefano Firmano.
 

Omicidio Vivacqua. Chiusa l'istruttoria dibattimentale. Testimonianza inverosimile del detenuto Giuseppe N.

di Pier Attilio Trivulzio

Processo per l'omicidio di Paolo Vivacqua. Si è chiusa l'istruttoria dibattimentale; lunedì prossimo (13 luglio) requisitoria del pubblico ministero Donata Costa che ha già annunciato che parlerà per sei ore e, ovviamente, concluderà la sua esposizione con la richiesta di pene per gli imputati Germania Biondo, Diego Barba, Salvino La Rocca, Antonio Radaelli e Antonino Giarrana. Quindi il processo riprenderà il 21 settembre: parola alle parte civili e quindi ai difensori degli imputati. La chiusura della discussione è prevista per il 12 o il 19 ottobre.

Paolo Vivacqua é stato ucciso il 14 novembre 2011, la sentenza potrebbe arrivare a quattro anni esatti dall’omicidio.

Da un mese Germania Biondo ha ottenuto gli arresti domiciliari. E' uscita dal carcere di Monza per sottoporsi ad intervento presso l'Ospedale San Gerardo e alle ultime due udienze è arrivata in aula accompagnata dal suo difensore, l'avvocato Manuela Cacciuttolo. A salutare l'ex signora Vivacqua erano in aula un'ausiliaria del carcere di Monza ed una suora.

L'udienza è iniziata con la testimonianza del perito della Procura, esperto nella traduzione di frasi in dialetto siciliano che, esaminate tre telefonate ambientali del luglio 2013 nella cella del carcere di Monza dove è detenuto Giarrana (condannato a 30 anni per l'uccisione di Franca Lojacono, consuocera di Vivacqua) ha confermato la frase dell'imputato che il 9 luglio dice: “Io se dovessi andare in culo alla vita mi troverei una brava ragazza . Mai più omicidio”.

Ambientale del 19 luglio: “Ma vedi come va questo processo, su di me hanno poco...Le impronte sullo scooter non ce l'hanno”. I difensori avevano chiesto fosse risentito il perito perchè a loro avviso la parola pronunciata era “cutter” non “scooter”.
Il perito ha confermato che Giarrana dice “scooter”. Ultima ambientale del 24 luglio. Per il perito nel colloquio si parlava di Barba. “Io ho scritto barba come soggetto, nessun riferimento all'imputato. Trascritto in forma dialettale è “bamba, brucia la bamba” (cocaina – ndr).

La richiesta del legale di La Rocca di sentire la registrazione in aula non viene accolta dal presidente Giuseppe Airò. “La sentiremo in camera di Consiglio”.

Teste Mendolia: “E' un' ambientale, va ascoltata con la cuffia, ci sono molti rumori”.
Insiste l'avvocato Angelo Pagliarello che concentra la sua attenzione sulla conversazione del 19 luglio. “Sono certo della mia prima versione, la parola incriminata è cutter e non scooter. E' fondamentale sentirla”. Presidente: “Il perito dice che l'ambientale è 'sporca' “.
L'avvocato Sevesi, difensore di Barba, chiede al teste: “Lei sa come si scrive la parola scooter?”. “No, per me è sufficiente. Cutter è taglierino. Se fonicamente anziché scuter è cuter...”.

Il presidente informa che – in merito ad alcune ordinanze - è stata decisa l'acquisizione dell'album con le fotografie scattate il 14 novembre 2011 nell'ufficio di Desio; ai fini della credibilità della sorella e all'attendibilità di alcuni dichiaranti viene ammessa la documentazione su Gammino mentre è respinta, in quanto infondata, l'ordinanza relativa a Gino Guttuso.

Annuncia quindi che “ex articolo 507 viene ammessa la testimonianza di Giuseppe N. fatte salve le dichiarazioni rese al pubblico ministero pur in manifesta inattendibilità”. Respinge poi la richiesta di approfondimento – chiesto dal legale della Biondo – sui cellulari di Vivacqua che, dopo l'omicidio, agganciano celle diverse. Nessun accertamento tecnico potrebbe modificare il quadro di Vivacqua ucciso in un altro luogo e portato successivamente nell'ufficio di Desio. O che i cellulari, dopo l'uccisione, fossero in possesso di altre persone e riportati nell'ufficio dove sono stati rinvenuti”.
Certo è che, per quanto le indagini relative al rinvenimento di Paolo Vivacqua in via Bramante d'Urbino, nessuna impronta è stata rilevata nell'ufficio e nessun esame (né fotografia) è stata fatta sulla Bmw del rotamat parcheggiata di fronte all'ufficio. Perchè?

Il presidente avvisa i detenuti nel gabbio che Giuseppe N. sarebbe stato sentito in aula ed avvertito Salvino La Rocca: “Al primo commento la rimando in carcere. Vi butto fuori” e quindi precisa: “ Giuseppe N. è testimone invitato dalla Corte”.

L'avvocato Cacciuttolo dice che non c'è consenso alla testimonianza. “Per quale motivo lo sentiamo?”, chiede. “Perchè lo decide il presidente” è il risposta di Giuseppe Airò.

In aula viene portato un paravento per nascondere l'identità del teste che entra scortato da due agenti penitenziari. Camicia azzurra, jean, scarpe da tennis Giuseppe N. non legge la formula di rito in quanto non sa leggere. Presidente: “Gliela leggo io. Non sa proprio leggere?”. Risposta: “No”. Declina le sue generalità, dice d'essere detenuto dal 2012, attualmente da tre mesi a Bergamo e d'essere stato a San Vittore e a Monza”.
“Lei si è rivolto a Milano al pubblico ministero Renna dicendo di voler parlare dell'omicidio Vivacqua. Il dottor Renna l'ha indirizzato alla dottoressa Costa. Che aveva da dire?”.
Da questo momento inizia la testimonianza.
Il teste storpia tutti i nomi, Vivacqua diventa Bevacqua....ecc.
N.: “Ero tra i comuni a Monza con il nipote di Salvinia La Rocca, suo nipote Antonino (Giarrana -ndr) mi conosce bene...Barbara Diego ha avuto fiducia in me ed ha confessato il delitto. La Rocca non c'entra, dice Barbara...”.
Presidente: “Lei dell'omicidio ne parla incontrando Diego?”.
“Diego dice che il cugino di La Rocca non c'entra. Di omicidio ha parlato solo Barbara Diego. Sai, l'omicidio l'ho fatto io con la mia amante. C'era amicizia tra loro, al mare. Prima d'essere ammazzato...Fatto questo omicidio per divorziare e sapere dei 6 milioni di euro e degli 11 milioni in Romania”.
P: “Quante volte ha visto Diego?”.
“Quando ci si incontrava all'aria. L'ho conosciuto al passeggio mediante Salvinia La Rocca”.
P: “Lei è proprio sicuro?”.
“Al cento per cento”.
P: “Lei da dei flash...”.
“Non do dei flash! Io conosco La Rocca Canina (storpia ancora il nome – ndr). L'ho conosciuto in carcere a Monza. Passeggiando.
P: “Cosa sa?”
“La Rocca Salvinia, Barba e Larella Antonio (Radaelli – ndr)”.
P: “Non faccio altre domande. A me basta”.
Pubblico ministero: “Come ha conosciuto Salvino La Rocca, in che periodo?”.
“No...no...”
PM : “Leggo dal verbale quando è stato sentito da me il 3 marzo scorso dice che dal 24 marzo 2014 era nel carcere di Monza...”
“Quando sono stato trasferito dal carcere di Pavia a quello di Monza, nella cella di fronte al La Rocca”.
PM: “Salvino La Rocca è stato arrestato il 28 marzo e quindi la data torna”.
“Sono stato nel settore dei protetti per 13 mesi. Prima ero tra i comuni. Lavoravo in cucina. La Rocca passeggiava con me, siamo diventati molto amici. Mi diceva: sono innocente. Mi ha parlato del pestaggio di una persona. Diceva: io non c'entro niente. Siamo diventati molto amici, mi chiamava fratello”.
PM: “Poi lei è passato tra i protetti?”-
“Non direttamente. La Rocca che è un bravo ragazzo, affidabile. Più con Giarrana, con Antonino. Con Giarrana ho parlato, ha detto: sono cugino di La Rocca, mi hanno collegato a questo omicidio. Giarrana con questo omicidio, quello di Bevacqua non c'è andato”.
PM: “Le dissero com'era stato commesso l'omicidio Vivacqua?”.
“Diego ha detto La moglie, la rumena aveva la badante. Detto da Diego, il figlio non è figlio del Bevacqua. Poi ha detto che la rumena era d'accordo con l'omicidio...”
PM: “Con quale mezzo le ha detto d'essere andato a commettere l'omicidio?”.
“Barbara Diego l'ha ucciso uscendo dal suo studio, uscendo dal sottopassaggio... Pistola di Barbara Diego”.
PM: “Chi è l'amante di Barba Diego?”.
“E' la moglie del defunto. Anche lei c'era. Sono andati con l'auto, volevano sequestrarlo è però è successa una cosa strana”.
PM: “Volevano fare un sequestro ed è andata male?”.
Presidente: “Lei ha avuto difficoltà a venire, ha voluto che fosse riparato dal paravento...”.
“Può anche toglierlo. Non ho paura. Barbara Diego no solo mi ha confessato l'omicidio ma suo cugino ha portato l'arma. In più mi ha confidato che il figlio del defunto, mi ha detto, che l'ha picchiato Barbara Diego. Andavano in vacanza. Non so se la moglie attuale è al corrente”.
Presidente “Lei ha parlato anche di una rumena”.
“Sì, rumena con due fratelli”.
Presidente: “Era d'accordo con tutte e due le donne? Perchè lei è nei protetti? Perchè ha accusato altri?”.
“Ero in cella con 5 persone che facevano uso di cocaina. Mi sono detto, se vengono a fare una perquisizione... ed allora mi sono confidenziato con un ispettore, una guardia. E loro l'hanno trovata...”. “Nel processo ero imputato con altre persone per estorsione e, prima di questo, a Napoli per rapina”.
Presidente: ”Non ha mai studiato? Non sa leggere?...”.
“Avevo 16 anni, ero minorenne e sono finito in carcere per la prima volta. E d'allora ci sono sempre rimasto”.
Avvocato Cacciuttolo: “Con chi il signor Barba è andato ad uccidere Vivacqua. E' andato con l'amante?”.
Risposta alla Crozza: “Il 31 marzo con la manta e due rumeni fratelli della moglie di Bevacqua, quella del bimbo che non era manco del Bevacqua. Diego, lui Bevacqua, inculato come me. Lo ha detto Barbara Diego”.
P: “Una cosa che non si capisce: c'è stato un accordo tra Diego, l'amante e la donna?”.
“Sì, c'era accordo tra le due donne”.
P: “Secondo me sono inventate. Si sta inventando tutto”.
“Non sono pazzo. Mi ha confidato tutto Barbara Diego, mi ha confidato che è stato pure picchiato dai figli della vittima. Allora è pazzo lui...”.
PM: “Lei è mai stato sotto minacce?”.
“La Rocca Salvinia ha mandato una lettera a Ciro S. al carcere di Bergamo. Tramite un suo compagno di cella ha mandato la lettera a Ciro S. perchè sapeva che ero al patteggiamento. Lui La Rocca ha scritto la lettera che diceva: vai al processo e ritira tutto. Sono andato ai protetti a Bergamo e da tre mesi non vedo mia moglie e i miei figli. Anche mia moglie ha ricevuto minacce. Prima di essere sposato ero detenuto a Rebibbia e a Poggio Reale, e mia moglie non mi ha mai abbandonato, per questo dico che ha avuto minacce. Lo confermo al cento per cento. Ho avuto minacce anche quando ero a Pavia ed ho fatto trovare cinque telefonini. Ho 42 anni, se commetto un altro reato mi tengono in galera. Me ne devo andare da Milano. Ho paura perchè sto facendo queste dichiarazioni. Ero con Ciro S. in carcere a Torre del Greco, lui ha tanti parenti qua (in Lombardia – ndr). Sono stato un mese al passeggio (ora d'aria) con Ciro S. nel carcere d Bergamo: ero 153 kg ora ne peso 90. Mi alleno, faccio ginnastica. Anche La Rocca Salvinia faceva ginnastica...Che pena sto scontando? Cinque anni e due mesi, sentenza del 2012 per estorsione”.

La testimonianza del detenuto Giuseppe N. è durata 45 minuti

Ultime schermaglie dei difensori con la pubblica accusa in merito al deposito, da parte dell'avvocato Cacciuttolo, della sentenza 9 gennaio 2015 contro Luigi Miniemi – superteste in questo processo -, condannato a tre anni, con l'accusa di circonvenzione d'incapace e stalking. Sentenza non impugnata dal difensore e quindi definitiva. Il legale consegna anche una dichiarazione della parte offesa.
Commenta il presidente: “E' fatto storico”. “No, è un falso storico!” ribatte il legale.

Il pubblico ministro Donata Costa si oppone all'acquisizione di articoli di stampa quando servono “per giustificare le dichiarazioni degli imputati. Miniemi è stato assolto dall'accusa di violenza sessuale nei confronti della figlia minorenne della convivente, non per stalking e circonvenzione d'incapace!”. Difensore della Biondo, leggendo il verbale d'interrogatorio di Miniemi: “Poi sono stato assolto per....”.
Presidente: “Non ci sono state offese alla Corte. Basta! Basta!”.

Pubblico ministero Donata Costa: “Io il verbale con le dichiarazioni di Miniemi l'ho letto benissimo. Per me la sentenza (di condanna per stalking e altro – ndr) può essere acquisita”. La Costa provvede poi a consegnare tutti i decreti autorizzativi che hanno consentito le intercettazione – chiesti dall'avvocato Sala difensore di Antonio Radaelli – nonché i tabulati con la localizzazione dei figli di Paolo Vivacqua e di tutti i soggetti intercettati il 14 novembre 2011 dalla Guardia di finanza di Gorgonzola.
Acquisita la documentazione, fatta eccezione per gli articoli di stampa, il presidente dichiara chiusa l'istruttoria dibattimentale e rimanda all'udienza del 13 luglio per la requisitoria del pubblico ministero Donata Costa.

A udienza conclusa la Corte riunita ha respinto la richiesta di scarcerazione per Diego Barba.

 

Muggiò - Fallimento del Magic Movie. Tornano in Tribunale Lo Mastro, Zaccaria e Firmano

di Pier Attilio Trivulzio

Esattamente dieci anni fa di questi tempo il multiplex pomposamente battezzato Magic Movie Park spegneva i 15 schermi e al piano -5 dello “scatolone” costruito dentro al parco del Grugnotorto arrivarono i commercianti cinesi. Portati da Song Zhicai e Patrizio Coppola che nello studio del notaio Luciano Quaggia avevano dato vita alla società “Cinamercato srl”. Song Zhicai possedeva un grande, fatiscente centro commerciale dietro la stazione ferroviaria di Napoli. Voleva affittare il Magic Movie; ma Felice Vittorio Zaccaria – procuratore di Tornado Gest - gli disse che no, l'immobile – inaugurato da soli sei mesi e che mai aveva acceso tutti gli schermi – era in vendita.

Il cinese versò 2,2milioni di euro e da quel momento fu costretto a fare i conti con Saverio Lo Mastro e Rocco Cristello che da un anno con la società Valedil (di Lo Mastro, Cristello e Andrea Simone Zaccaria), erano subentrati alla Coel per completare i lavori del multiplex. Dentro il Magic Movie Park aveva già messo radici la n'drangheta. Il padre di Cristello era andato anche lui dal notaio Quaggia per costituire “Cinamercato a Milano srl”, successivamente trasformata in “New Las Vegas srl”.

Felice Vittorio Zaccaria, padre di Andrea Simone, aveva fissato a 40milioni il prezzo dell'immobile. Prese un pacco di cambiali firmate da Rocco Cristello, girate ai fornitori che avevano lavorato per erigere il multiplex, finite tutte in protesto e per qualche mese gli affitti dei commercianti cinesi. Poi gli schiaffi. Le quote di Tornado Gest in mano alla Sef della famiglia Firmano passarono a Saverio Lo Mastro che nel maggio 2006 ne divenne amministratore.

Gennaio 2007 il Tribunale di Monza dichiara il fallimento di Tornado Gest.

Il processo con Italo Ghitti che legge la sua ultima sentenza prima di lasciare Monza per trasferirsi al Tribunale di Piacenza condanna Felice Vittorio Zaccaria 5 anni e la moglie, Aldina Stagnati, a 4 anni. Davanti al Gip Claudio Tranquillo Saverio Lo Mastro aveva patteggiato 4 anni, Stefano Firmano 3 anni.

Ora, sempre per il fallimento di Tornado Gest il Collegio 2 composto da Airò, Barbara e Sechi sta processando l'ex direttore di Banca Intesa di Cinisello Balsamo Giancarlo Garavaglia (difeso dall'avvocato Giuseppe Pezzotta) e Angelo Bartone, amministratore della società Hipponion (difensori avv.i Valaguzza e Maria Traverso).
Martedì 30 giugno a testimoniare il collegio ha chiamato Saverio Lo Mastro, Felice Vittorio Zaccaria e Stefano Firmano.

Lo Mastro che ha patteggiato 4 anni per Tornado Gest, nell'aprile 2009 ha accumulato un'altra condanna a 4 anni per bancarotta fraudolenta per distrazione della “Lo Mastro Costruzioni” fallita nel 2003, deve rispondere di truffa a società telefoniche ed era stato arrestato nel gennaio 2012 a Vibo Valentia su ordine della Procura di Monza, adessso si trova – incredibile ma vero - ai domiciliari a Nova Milanese presso l'abitazione del fratello e potrà raggiungere il Tribunale di Monza senza l'accompagnamento dei carabinieri!

Nel corso dell'ultima udienza il maresciallo Antonio Carotenuto della Guardia di finanza di Monza, su domande del pubblico ministero Donata Costa ha ricostruito la genesi dell'indagine partita da una ipotesi di bancarotta e sviluppatasi poi nella triangolazione Tornado Gest-Sef-Coel per recuperare quel finanziamento soci, rivelatosi fittizio, che Mediocredito aveva richiesto per erogare 18 milioni di euro (17,5 versati) necessari per la costruzione del multiplex di Muggiò sul terreno acquistato da Zaccaria per 1,6 miliardi di lire.

L'arrivo della Valedil di Lo Mastro Cristello è stata la chiave di volta per gestire il riciclaggio di soldi della n'drangheta”, ha spiegato il teste ricordando il lavoro di monitoraggio effettuato al “Giardino degli Ulivi” di Carate.

Il Giardino era di fatto il centro della n'drina che Rocco Cristello si era creato. E' qui che avvenivano i summit, da noi seguiti grazie all'installazione di telecamere e cimici per captare le conversazioni. Dopo l'arresto l'8 luglio 2006 e alcuni mesi di carcere a Monza, Cristello era stato dimesso in regime di semilibertà e affidato durante il giorno al Giardino degli Ulivi”.

E' al “Giardino degli Ulivi”, gestito da Tommaso Calello, che Lo Mastro, Antonio Stagno, Antonino Belnome, Salvatore Strangio e Andrea Pavone s'incontravano; all'indomani dell'uccisione di Rocco Cristello (27 marzo 2008) davanti alla sua villetta di Verano Brianza la perquisizione del “Giardino” porta a scoprire, sotterrato, un vero e proprio arsenale d'armi.

Riferisce anche dell'attività tecnica svolta nel novembre 2007 nei confronti di Giancarlo Garavaglia . “L'attività è durata poco. Garavaglia non era più dipendente di Banca Intesa, si occupava di tre società, che operavano nel settore immobiliare. Unici elementi di rilievo le conversazioni con Marika Vassalli (vice direttrice ex collega, anch'essa poi dimessasi dalla banca – ndr) durante le quali parlano di Tornado Gest, di Coel e della società Delle Grazie. Garavaglia cercava la documentazione. Che è sta stata da noi trovata ed acquisita presso la sua abitazione e le società che fanno riferimento a lui”.

Donata Costa, che sostiene la pubblica accusa, chiede al maresciallo Carotenuto di spiegare il ruolo di Angelo Bartone. “Era titolare di una società che si occupava di movimento terra, nel 2006 era stato nominato amministratore unico della Hipponion srl, carica passata l'anno dopo a Saverio Lo Mastro nato a Vibo Valentia”. “Hipponion è l'antico nome della località che dal 1932 ha avuto la denominazione latina di Vibo Valentia”, chiosa il presidente Giuseppe Airò.

Tornado Gest ha accumulato un passivo di 52milioni di euro”, esordisce Emanuele Gentili, uno dei curatori nominati dal Tribunale che hanno fatto un lavoro certosino di controllo dei conti, spesso ritrovandosi con documenti mancanti. “Sull'immobile c'è un credito ipotecario di 18 milioni generato da un contratto del 2003 che prevedeva un'ipoteca sul terreno. Il Comune di Muggiò è tra i creditori privilegiati. La Cassazione è stata chiara in merito. Finanziamento soci? Tornado Gest aveva un socio unico: la Sef che non aveva nulla e non era in grado finanziare. Mediocredito però aveva posto una precisa clausola: aveva chiesto ai soci il finanziamento di 10milioni. Dalle verifiche è risultato che esisteva una vera e propria triangolazione: c'era interrelazione tra Tornado Gest, Sef e il fornitore Coel. In più occasioni Tornado Gest faceva affluire risorse proprie come pagamento fatture pagate con Riba e bonifico. Abbiamo scoperto estratti conti non veritieri di Banca Intesa filiale di Cinisello dove direttore era Garavaglia e Tornado Gest, Sef e Coel avevano i loro conti”.

Il pm chiede a quanto ammonti il passivo della Hipponion. La risposta è: “Stranamente Hipponinon non è fallita”, risponde Ester Palermo che con Emanuele Gentili e Maurizio Oggioni ha avuto l'incarico dal Tribunale. E racconta di quell'incredibile falso ordito da Saverio Lo Mastro per entrare nel fallimento con una falsa cambiale da 10milioni di euro.
Avremmo ammesso la Sef al chirografaro per 9.936.535 euro e però non essendoci il documento originale e la fideiussione bancaria l'avevamo ammessa al chirografo postergato per 7.800.000 euro. Il 5 maggio 2008 Hipponion s'insinua nel fallimento vantando un credito di 10 milioni. Abbiamo chiesto la cambiale originale e l'abbiamo chiusa in cassaforte. Emerge che il 18 maggio 2006 Lo Mastro acquista il 100% delle quote Sef e amministra Tornado Gest. Ci siamo rivolti alla Guardia di finanza per capire quale rapporto causale c'era tra Hipponion e Sef. Ci arriva una lettera firmata da Angelo Bartone, non sottoscritta da Saverio Lo Mastro, nella quale si dice “che il titolo cambiario è a totale ristoro delle cifre elargite”e che “Hipponion riceve il titolo cambiario di 10 milioni da Tornado Gest che era presso Sef”.

Ad un attento esame della Gdf la lettera firmata da Bartone presenta il timbro della posta di Muggiò contraffatto. “Per quale motivo Hipponion attende oltre i termini per insinuarsi nel fallimento? Ci siamo posti la domanda ben sapendo che Hipponion non aveva rapporti di lavoro con Tornado Gest e quindi abbiamo interessato il giudice delegato affinché venisse verificato il titolo che, stranamente, non aveva assolta l'imposta di bollo. Il risultato: la cambiale era una fotocopia! In seguito è saltato fuori l'originale che comunque non era titolo esecutivo non essendo stata pagata l'imposta di bollo. Nè Sef né Hipponion sono state poi ammesse al passivo” testimonia Emanuele Gentili.
Guido Zambetti si è occupato del fallimento della società Coel. Depone in aula.
Coel è fallita il 9 novembre 2006, un anno prima di Tornado Gest lasciando un passivo di 38milioni. L'amministratrice Paola Baitieri e Giovanni Bono hanno patteggiato mentre Carlo Alberto Longo ha avuto la pena di 3 anni e 6 mesi (a cui si è aggiunta quella per la vicenda Blu Call -ndr) che la Corte di Cassazione ha confermato. Di fatto Coel grazie al gioco delle doppie Riba ha finanziato il socio Sef Tornado Gest per 10.129.000 euro che in realtà erano 5.022.000. E non ha pagato 2milioni di euro di lavori fatti nel multiplex e con altre società di Felice Vittorio Zaccaria. Acquario Gest, Palazzo dei Conti Taccona e Delle Grazie”.

Chiede Donata Costa se c'erano anomalie nei pagamenti anche in altre società di Zaccaria. Risposta: “Sì, in Acquario Gest. Che aveva un consulente mai identificato”. Il legale di Garavaglia chiede: “Questo consulente poteva essere Gerosa?”. “No. Il soggetto che io ho incontrato appena insediato nel fallimento presente Giuseppe Bono non era Gerosa. Era persona che aveva forti aderenze con le banche ed aveva costruito un complesso immobiliare a San Govanni Bianco mai completato e da anni abbandonato”.

Si scopre poi che questo factotum è Maurizio Cerea, già chiamato a deporre nel fallimento con Tornado Gest dal pubblico ministero Giordano Baggio.

Concordi i curatori e il consulente della Procura col presidente Giuseppe Airò che chiede: “A vostro giudizio questa operazione del multiplex di Muggiò non doveva proprio partire perchè non c'era nulla di imprenditoriale in questa operazione”. “” è la lapidaria risposta.

Tornado Gest non aveva mai costruito prima, non aveva soldi. Zaccaria non aveva ancora firmato la convenzione con il Comune, non c'era la strada per raggiungere l'immobile. Una costruzione nel nulla”.

Nella foto Saverio Lo Mastro

Omicidio di Paolo Vivacqua. Lunedì la requisitoria del pubblico ministero Donata Costa


di Pier Attilio Trivulzio

Siamo alle battute finali del processo Vivacqua – anche se la sentenza non si avrà prima di settembre-ottobre.

Lunedì 29 giugno (dopodomani ndr) Donata Costa, che rappresenta la pubblica accusa, inizierà la sua requisitoria ed ancora si disquisisce sul testo di alcune telefonate in siciliano. Tant'è che in aula sarà sentito il perito – specialista nel dialetto siciliano - relativamente a tre intercettazioni in carcere di Antonino Giarrana di cui i legali degli imputati contestano la trascrizione dopo aver ascoltato l'audio. Così anticipate in aula dalla teste Nava che per il Tribunale esegue le trascrizioni: “Io mi dovessi andare in culo alla vita mai più omicidio. Unico desiderio la famiglia” dice Giarrana il 9 luglio; il 19 la parola contestata è cutter, in realtà è scooter”; ed infine il 24: nella trascrizione consegnata ai legali è scritto Barba, in realtà è bamba, cocaina. “Brucia la bamba”.

Sentiremo il perito e in ogni caso voi (legali -ndr) fate un memoriale che verrà preso in considerazione in camera di Consiglio, noi qui dobbiamo andare avanti”, sollecita il presidente Giuseppe Airò. “Quando il 29 giugno verrà in aula – dice il legale di Giarrana - porremo direttamente a lui la domanda”.

Pubblico ministero: “Ho produzioni documentali, produco ora? Se poi...”.
Presidente: “Se spostiamo al 2 luglio che è un giovedì?”.
Pubblico ministero Donata Costa: “Io dovrei concludere il 29 giugno”.

In aula arriva il teste Pietro Provenzano, convocato dall'avvocato Manuela Cacciuttolo difensore di Germania Biondo che ha lasciato il carcere di Monza e dopo un intervento chirurgico all'Ospedale San Gerardo ha ottenuto gli arresti domiciliari. Sevesi e Orlando, difensori di Barba hanno anche loro presentato istanza per l'arresto ai domiciliari.
Di professione sono investigatore privato, vice presidente di Federpol”.

L'avvocato Cacciuttolo chiede se conosce Germania Biondo. “Conoscerla è una parola grossa – risponde -. Ho fatto una ricerca nei miei archivi ed ho trovato documentazione risalente al 2008: un mandato conferitomi per comportamenti infedeli. Poi però il lavoro non è stato svolto, il mandato è stato infatti revocato, credo perché chiedevo la tariffa di 35 euro l'ora ed il lavoro sarebbe stato svolto da due persona e dunque 70 euro all'ora”. Legale: “Conosce Diego Barba?”. “Sì, ci siamo conosciuti. Venne da me quattro anni fa dicendomi che era socio di un'agenzia privata che aveva chiuso. Lui era in possesso della licenza per detenere l'arma, un mio collega cercava un socio e io lo misi in contatto. Ricordo solo il nome del collega, Marcello. Non il cognome. Aiutai Barba nella pratica autorizzativa con la polizia. Nel frattempo però la legge cambiò essendo richiesta la laurea ad indirizzo giuridico e Diego Barba la laurea non l'aveva”.
Pubblico ministero: “Conosce l'investigatore privato Cascardo?”. “No, me ne parlò Diego, non ricordo”.
Su domanda dell'avvocato Franco Gandolfi di parte civile il teste risponde: “Non ricordo a quanto ammontava il preventivo fatto alla signora Germania Biondo. Preparai il mandato poi revocato e mai firmato. Chi c'era con la Biondo quando venne nel mio studio? Penso che con lei ci fosse una donna”.
Secondo teste della giornata il maresciallo Giovanni Azzaro della compagnia carabinieri di Desio. Presidente Airò: “Risentiamo il maresciallo come testimone. Attraverso di lui cercheremo di individuare gli interlocutori di alcune telefonate. Vediamo se ci può dare riferimenti a dati oggettivi”.
Il maresciallo dell'Arma identifica in Vincenzo Battistelli (all'epoca della telefonata in servizio alla polizia giudiziaria di Monza – ndr) tale Enzo interlocutore di Diego Barba; in Salvatore Longo che chiama Salvo, Salvino La Rocca; Nino in Antonino, figlio di Gino Guttuso chiamato da Barba mentre è in auto. Chiamata di Barba: “Riesco a farti (un bonifico) e quindi un sms col testo “Bonifico che ho fatto a Tonino”. E' il 2 aprile 2013. Quella stessa giornata altra chiamata di Barba al figlio di Guttuso e così l'8 aprile.
Altra conversazione che inizia con “Salve, Michele. Ciao Diego”. Il chiamato è Michele Esposito all'epoca in servizio presso il Commissariato della Polizia di Stato di Monza. Il 9 maggio la conversazione è con Mario Ottello della Guardia di finanza.

Il maresciallo Azzaro identifica altre persone chiamate da Barba: Luisa Aronica; Ignazio Valenza; Giuseppe Asero (“E' il mio commercialista”, fa presente dal gabbio il Barba); chiamata di Salvino La Rocca con Massimiliani Danesi. “La telefonata è del 29 maggio 2013, Danesi nato a Cuggiono e residente a Robecchetto di Induno è stato scarcerato da Monza il 2 maggio. Era in carcere con Giarrana”, precisa il maresciallo Azzaro. Non viene invece identificata la persona che da un telefono pubblico dell'area di Stoccarda in Germania chiama La Rocca e così tale Paolo che è in auto, sulla Toyota Rav 4 della Biondo il 16 giugno 2013. “Sono intercettazioni mancanti fatte su ordine della Procura di Milano”, tiene a precisare Donata Costa.

E' maretta tra la Costa e l'avvocato Cacciuttolo per alcune conversazioni con l'individuazione della mamma della Biondo. “Ha fatto attività di Pg?”, chiede la Cacciuttolo al pm; “E' attività di Pg – conferma la Costa – per capire chi c'era in auto con la Biondo. Chi è Maura? Chiedo al maresciallo se lo sa”.
Entra in aula anche quella conversazione “piccante” tra la Biondo e Barba. “...non quello che sai, cos’hai da fare tu, amore? O, non so, si può fare anche il contrario”. (parlano del viagra – ndr). “Era il 19 giugno, Barba, sotto intercettazione da giorni è in auto”, spiega Azzaro.

Ancora scintille tra il difensore della Biondo e la pubblica accusa che domanda al teste se sa dire dov'era l'auto del Barba che aveva il Gps. “Era attività di Ocp e quindi eravamo in grado di monitorare la vettura. Si trovava nella zona tra Cinisello e Sesto. Altra opposizione della Cacciuttolo che si oppone a che il teste riferisca in merito alla localizzazione di una telefonata dall'auto in movimento del 13 luglio tra Barba e la sua cliente. “...Io la vorrei chiudere...scendete tra cinque minuti e portate il collare”.

Teste: “E' vicino al negozio di cartoleria dove lavora la figlia di Barba”.

Nelle conversazioni si parla anche di uno scooter Vespa di colore nero. Ed a proposito di scooter il finanziere che vendette il suo scooter Kymko a Gino Guttuso, lo scooter che - secondo l'accusa - sarebbe stato usato da Antonino Giarrana e Antonio Radaelli per andare a Desio il 14 novembre 2011 ad uccidere Paolo Vivacqua era di colore blu e non nero.

Il maresciallo dei carabinieri riferisce anche sui compagni di cella di Giarrana e Radaelli a Monza. “Il 27 giugno 2013 nella cella 818 con Radaelli c'era Borgo Paolo e Ledonne; nella 806 con Giarrana fino al 2 maggio c'è Stefano Danesi e Stefano Arienti”. Altri detenuti sono stati ospiti di quella cella: Poletto Tiziano, Vincenzo Trommino detto Enzo e per un certo periodo Musciacchio Sergio. “Per un certo periodo anche Nicola Rulli e, identificato nel limite del possibile con la Polizia penitenziaria Musciacchio Cosimo Raffaele detto Mimmo”, dice Azzaro.

L'avvocato Frigerio, legale di Salvino La Rocca, riferisce della difficoltà a far venire in aula Antonio Lomaggio per riferire sui rapporti tra La Rocca e Giarrana inerenti l'interessamento di Salvino presso l'industriale Lomaggio che avrebbe potuto dare lavoro a Giarrana. E chiede che sia convocato il figlio del Lomaggio. Pubblico ministero: “Diamo per ammesso l'interessamento del Lomaggio per dare lavoro a Giarrana. La testimonianza non è però rilevante”.

Presidente: “Dobbiamo decidere se sui rapporti tra La Rocca e Giarrana potranno riferire direttamente i Lomaggio?”.
Pubblico ministero: “Ci può riferire l'imputato durante l'esame...”. Giarrana: “Per il momento no”.

L'avvocato Cacciuttolo fa presente di non voler rinunciare a sentire Vincenzo Infantino e ne chiede, per l'ennesima volta, l'accompagnamento da Ravanusa con i carabinieri.

Quindi Donata Costa prende la parola per dire che produce le comunicazioni pervenute dal carcere di Pavia relativamente a Luigi Miniemi. “Il 16 settembre 2013 Miniemi chiede di parlare con la sottoscritta. Dalle intercettazioni in carcere si desumono elementi delittuosi, faccio delega ai carabinieri dando atto di reati in riferimento a tre episodi”.

Presidente rivolgendosi ai legali: “Oggi non chiudiamo. Voi fate tutte le vostre richieste, non chiudiamo, ci portiamo avanti e la Corte apre col 507 e 509. e ne discutiamo nell'udienza del 29 giugno”.

In merito agli articoli 507 e 509 il codice di procedura penale dice: “Terminata l'acquisizione delle prove il giudice, se risulta assolutamente necessario, può disporre anche d'ufficio l'assunzione di nuovi mezzi di prova”.
Franco Gandolfi di parte civile consegna documentazione bancaria di Lavinia Mihalache presso la Banca Popolare di Bergamo sede di Desio da cui risolta che sul conto dopo il deposito dei 14 tagliandi vincenti da 10mila euro cadauno con riferimento ad una telefonata col tabaccaio siciliano (totale 140mila euro) giocati in una tabaccheria di Ravanusa alla data del 28 aprile 2012 quando venne sequestrati dalla Procura di Milano il conto presentava un saldo di 131.089 euro.

Angelo Pagliarello difensore di Giarrana produce relazione Ris di Parma e le “tre paginette” di Miniemi sentito in merito all'uccisione di Franca Lojacono e la nota d'accompagnamento presente nel fascicolo del passaggio dal pm Costa alla Massenz.

Monica Sala, difensore di Radaelli produce documentazione in riferimento ai tabulati del 14 novembre 2011 tra Radaelli e Gino Guttuso oltre ad elenco riassuntivo dei tabulati telefonici dall'11 al 20 ottobre relativi all'ipotetico incontro – riferito dal maresciallo Azzaro - di cui parla Miniemi nonché altri immediatamente successivi all'ordinanza di custodia e precedenti le dichiarazioni di Miniemi.

Paolo Sevesi, difensore con Gianluca Orlando di Diego Barba, produce 5 documenti: sentenza Tribunale di Milano “Fiori di San Vito”, sentenza Isola Felice 2 procura di Varese in entrambe si parla del ruolo e della pena inflitta a Luigi Miniemi; email di Francesco Samani della Guardia di finanza, primo possessore dello scooter Kymko venduto a Guttuso. Lo scooter era blu, c'è il riscontro con una foto. La pubblica accusa dice di non opporsi all'acquisizione.
Manuela Cacciuttolo, difesa Germania Biondo. Deposita incarico dato dalla Biondo all'investigatore Provenzano.

Ancora l'avvocato Sevesi. “Produco lettera del 16 dicembre 2013 dell'ufficio matricola del carcere di Pavia relativa a Luigi Miniemi. Viene prodotta oggi come riscontro positivo. Ed in quanto al provvedimento del 28 aprile 2015 mi oppongo alla acquisizione. Trovo sia correttezza procedurale depositare oggi la lettera assieme a quella manoscritta da Miniemi del 4 aprile 2014. Il pubblico ministero dice che la lettera non è pertinente al processo Vivacqua; la lettera dice che Miniemi riferisce alla Costa. La domanda è: Miniemi cosa deve dire alla Costa?”.

Nasce un vivace “scambio d'idee” tra l'avvocato Sevesi e Donata Costa. Presentiamo la lettera come attinente a questo processo. In quanto alla pertinenza deciderà la Corte”.

Il pm si oppone all'acquisizione. Sevesi rivolto alla dottoressa Costa: “Non ce l'ho con lei. Lei il 4 aprile 2014 riceve da Miniemi documento manoscritto che iscrive a modello 45 nel fascicolo 947/14. Documento certo che io identifico!!”.

Monica Sala: “La difesa di Radaelli s'associa. Quella missiva oggi prodotta, rimandata al mittente, è pevenuta alla Procura di Monza il 16 aprile e il documento che la difesa di Barba ha presentato potrebbe essere la risposta della Procura. E' un dubbio che abbiamo. Per serenità di giudizio ritengo debba che essere acquisita col 507 cercando di capire se esiste anche una iscrizione al registro modello 45. Mi oppongo all'acquisizione di verbali, foto e quant'altro se non c'è modello 45”.

Ho dato procura ai carabinieri di Desio perchè dalle intercettazioni in carcere si parla di una rapina e furti di rame – risponde il pm -. La ricerca a modello 44 è stata archiviata per non identificazione di chi ha commesso i reati”.

Alessandro Frigerio difensore di Salvino La Rocca: “Mi associo a quanto ha detto la Sala attinente il primo documento Miniemi del dicembre 2013. Mi oppongono ai colloqui di Miniemi associandomi al collega Pagliarello”.

Avvocato Cacciuttolo: “La lettera del dicembre 2013, allegato 56, è un documento generico perchè Miniemi dice solo d'essere sentito. Per quale motivo, dopo quattro mesi di vuoto, Donata Costa scrive? In questi termini generici decida la Corte per l'acquisizione. I fatti sono che Luigi Miniemi scrive il 4 aprile, quindi dopo gli arresti degli odierni imputati. Se si acquisisce è sul 501. Se le persone hanno commesso delitto, rapina o altro non rilevanti e non si tratta di fatti nuovi mi oppongo alla produzione”.

Donata Costa: “Ribadisco la mia oppongo alla produzione dei documenti del difensore Sevesi. Mi interessa soltanto per il fatto storico: valutare quel che dicono gli imputati in cella”.

 

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