Features

Vivacqua pagava per essere protetto. Aveva detto ai figli: “Dovessi morire rinunciate all'eredità”

di Pier Attilio Trivulzio

Paolo Vivacqua pagava per avere protezione. Negli ultimi mesi, sempre più spesso, sentiva che la sua vita era in pericolo. Diceva ai figli che nel caso gli fosse accaduto qualcosa avrebbero dovuto rinunciare all'eredità. Si preoccupava per Nicolas, il figlio nato dall'unione con la compagna Lavinia Mihalache. E intanto, lasciato ai figli Antonio e Gaetano le attività di rottamazione che servivano per garantire il giro milionario delle false fatturazioni, aveva trasferito i suoi affari in Svizzera dirottando i suoi interessi su società estere e su grandi e costosi impianti di riciclaggio di rifiuti.
Legandosi a dubbi personaggi che avevano ottenuto importanti finanziamenti pubblici e che, inseguiti dalla giustizia, erano riparati all'estero aprendo conti e società nei paradisi fiscali.

Dalle vostre indagini risulta che la mano che ha ucciso Paolo Vivacqua sarebbe venuta da giù?”.
Confermo – è la risposta del tenente Daniele Brasi in servizio nel 2011 presso il comando carabinieri di Monza, dall'agosto dello scorso anno comandante a Seregno. – Le informazioni della stazione carabinieri di Campobello e del nucleo investigativo della Sicilia portavano a Milano. Grazie anche a confidenti italiani e svizzeri avevamo una lista di circa trenta soggetti che dalla Sicilia erano saliti al Nord. Una fonte confidenziale ci disse che Vivacqua pagava per avere protezione”.
Aggiunge che non furono fatte segnalazioni relative all'atto intimidatorio avvenuto nell'agosto 2010 in Sicilia quando contro la sua Bmw furono sparati colpi d'arma da fuoco; mentre conferma che nel maggio-giugno 2009 presso la stazione di Desio sia Paolo che l'allora consorte Germania Biondo presentarono denuncia per quella testa di capretto lasciata davanti alla loro abitazione assieme ad una lettera con la richiesta di un milione di euro.

Il tenente Brasi si occupò delle prime indagini nell'ufficio di via Bramante d'Urbino Desio. “Dentro il locale era in ordine. Ricordo che fu l'appuntato Scandurra ad eseguire i rilievi tecnici fotografando tutto quanto c'era nell'ufficio ma non l'interno della Bmw. Il Ris di Parma non trovò tracce chimiche. Ed in quanto ai cellulari trovati Paolo ne aveva uno sulla persona e uno nell'auto. Utilizzava soltanto due cellulari come risulta dalle conversazioni intercettate dalla Guardia di finanza di Gorgonzola presso il cui comando mi recai il 15 novembre per valutare anche piste investigative. Non aveva in agenda appuntamenti per quella giornata, la cosa strana è che quel giorno era solo. Non erano con lui né Calogero Licata Caruso né Enzo Infantino”.

Su domanda della pubblica accusa che chiede quali indagini sono state fatte, il teste riferisce: “Nell'immediatezza sentimmo parenti e amici e le indicazioni su cui lavorammo riguardarono Domenico Zema che da Vivacqua aveva ricevuto somme di denaro ed era parente dei Moscato, quindi poteva essere plausibile che avesse commissionato l'omicidio di Paolo. L'inchiesta della polizia giudiziaria lo ha però escluso. Così come ha escluso altri soggetti siciliani ed in quanto alla pista legata ad interessi imprenditoriali e immobiliari emerse il nome di Felice Tagliabue che reclamava una certa somma e sollecitava un incontro. Negativi furono anche i riscontri con i Cannarozzo con cui Paolo non aveva più rapporti societari mentre continuavano ad averne i figli”.

E in quanto a Giovanni Turco e Giuseppe Smiraglia?” chiede Donata Costa. “Turco veniva indicato come referente dei siciliani, era intestatario della Jet Metal ed invece Smiraglia che era legato a Cannarozzo e a Gerardo Iannuzzo lasciò Cannarozzo per mettersi con Vivacqua salvo poi tornare a lavorare con Massimiliano Cannarozzo. Fu poi tratto in arresto per ricettazione”.

Altra domanda della pubblica accusa. “Avete indagato sull'ipotesi che mandanti potessero essere i fratelli Mihalache?”.
Sì, fin dal primo momento”.

Presidente Airò: “Perchè escludeste da subìto un coinvolgimento dei fratelli di Lavinia? Perchè a meno che non avessero un elicottero o una Ferrari da 340 all'ora...”.
Teste: “Avevamo la telefonata di Lavinia con il fratello Laurenti che il giorno dell'omicidio si trovava a Portland, negli Stati Uniti a cui Lavinia dice che Paolo è morto e chiede il numero di cellulare di Carmi. Laurenti le dice che sta andando in Ucraina e le dà il numero del cellulare con scheda del gestore ucraino. (ne aveva altre quattro di operatori spagnoli, romeni, moldavi – ndr). E la telefonata della sorella a Carmi alle 4 e 05 del mattino. Il rumore che fa da sfondo alla conversazione ci dice che di sicuro è in auto. Sta andando in Ucraina... Se avesse preso un volo dall'Italia sarebbe arrivato a Kiev attorno alle 7 del mattino. Abbiamo fatto controlli negli aeroporti per capire se Carmi poteva aver preso a noleggio un auto. Elena Pricop ci aveva detto che il fratello era stato ospite di Paolo a Carate nei giorni precedenti e d'aver notato che il lunedì 14 novembre, quando al mattino aveva preso servizio, non aveva più visto la valigia ed aveva quindi ipotizzato che fosse partito”.

Mentre il teste depone l'avvocato di parte civile Franco Gandolfi consulta su Google la distanza che c'è tra Desio e il confine ucraino. “Non so se il tenente ha calcolato la distanza – chiede -. Io l'ho fatto in questo momento e i chilometri sono 2067 (distanza Desio-Kiev- ndr)...”.
Io abito a Taranto, ci metto due giorni”, chiosa il presidente.

Non voglio smentire il collega – interviene l'avvocato Frigerio -, anch'io ho interrogato Google, la distanza è di 1290 chilometri (distanza Desio confine Ucraina - ndr). In undici ore da Desio ci si arriva...”.

Su domanda del difensore di Antonino Giarrana che chiede al teste se è stato fatto un controllo per sapere se una delle utenze di Carmi Mihalache ha agganciato celle di operatori italiani nei giorni precedenti l'omicidio di Paolo Vivacqua la risposta è: “Abbiamo richiesto a Telecom i tabulati, le sue schede non agganciano utenze italiane”.

Depone Paola Taglia, moglie di Salvino La Rocca da cui è separata dal 14 febbraio 2012.
Caratterialmente non andavamo d'accordo e per questo ognuno ha preso la sua strada – esordisce -. Io da settembre-ottobre 2011 portavo avanti una nuova relazione. Sapevo che un paio di volte era andato a chiedere informazioni a una mia ex collega di lavoro”.

Non sono mai andato a trovarlo in carcere – aggiunge - mentre invece ci andavano e ci vanno le mie figlie. E' stata mia suocera a dirmi di lasciarle andare con Giovanna Gammino a trovare il padre”.
Conoscevo Paolo Vivacqua perché tempo fa uscivamo assieme con Salvino e altre persone – continua -. Vivacqua e Salvino si conoscevano, ci si incontrava in piazza a Carate”.
Conosce Antonino Giarrana?” chiede l'avvocato Pagliarello.
Lo conosco perchè mi è stato presentato come cugino di Salvino. Telefonate tra Salvino e Antonino? Mai sentite”.

Viene quindi chiamata a deporre Giovanna Licata Caruso moglie di Diego Barba.
Abitavamo a Campobello di Licata, Diego aveva 17 anni quando ci siamo conosciuti e sposati nell'88 a Canicatti e due anni dopo ci siamo trasferiti in Brianza. Per un paio di mesi ospiti a casa di Paolo Vivacqua – racconta -. Mio marito si occupa di impianti elettrici, abbiamo un tenore di vita normale e a me e alle nostre tre figlie non ha mai fatto mancare nulla. Neanche dal punto di vista morale. E' stato un buon marito”.

Litigi?”, domanda l'avvocato Sevesi.
Come tutte le coppie Mai però un litigio brutto. Mi chiede se sono gelosa? Sì, Gelosissima. Lo sono sempre stata, anche quando eravamo fidanzati”.
Ha il primo momento di commozione, piange.

Mai avuto sospetti di una relazione extra coniugale?”.
No, non ho mai avuto motivo. Sono gelosa perché lo amo. Non ho mai letto sms sul suo cellulare e neppure la sua posta. Litigammo perché voleva prendersi una segretaria. E io dissi: falla fare a nostra figlia”.

Mai avuto sospetti su Germania Biondo?”, insiste l'avvocato Sevesi.
Era come una sorella. Ci conoscevamo da tempo e spesso la sentivamo. Un po' meno dopo la morte di Paolo Vivacqua. Dopo l'arresto di Diego dai giornali ho saputo degli sms che Diego avrebbe mandato a Gemma. Mi sono arrabbiata molto, non ho creduto. E' impossibile pensare che avessero iniziato una relazione. Non è vero!”.

Un altro momento di commozione e qualche lacrima.
Presidente Airò: “Lei non è convinta che la Biondo sia l'amante di suo marito. Non ha avuto la curiosità di chiederglielo?”.
Sì, mi ha risposto che stava dandole una mano”.
Presidente “L'aiutava?”.
Sì, quando lei aveva bisogno le dava un consiglio. Economicamente non l'ha aiutata”.

Sono agli atti intercettazioni della primavera del 2013. Conversazioni tra suo marito e la Biondo..,” domanda il legale del marito.
Non lo sapevo, poi l'ho saputo, erano conversazioni anche un pochino compromettenti. Però, vede presidente, dice a Gemma, amore, tesoro. Da noi giù no ma a Milano si dicono queste parole. Per come conosco io Gemma erano piccole confidenze”.

Avvocato Sevesi: “Parlano di viagra...”.

S'irrigidisce il presidente Airò.
Chiudiamo qui se no, con tutto il rispetto è tutta una sceneggiata”, commenta. Moglie di Barba: “Amore, usiamo il viagra dice Diego a Gemma..”. Presidente: “Si è confrontata con Diego? Che spiegazioni le ha dato?”. Risposta: “Non ho voluto sapere cosa intendeva dire a Gemma”.

Le viene chiesto del perché è residente a Campobello mentre il marito è a Desio.
Per pagare meno tasse ci ha detto”, interviene la pubblica accusa.
A Campobello la casa è di mia suocera che l'ha lasciata a mio marito. Non ci siamo mai separati. In Sicilia vado a Natale e un mese in estate. Sono casalinga”.

Sapeva che suo marito ha aiutato Germania ad aprire un cartoleria e dalle indagini è emerso che suo marito aveva un ufficio nella cartoleria?”, chiede Donata Costa.

Presidente: “Che significa aprire una cartoleria?”.
Viviamo in modo normale. Umile. Sono stanca di tutta questa situazione. Mi state facendo troppe domande...”.

Non si agiti” la invita il presidente. “Mio marito non lavorava nella cartoleria – grida la donna -. No, no. Non mi ricordo..Non sono mai andata là...”.

Donata Costa: “E' emerso dalle indagini dei carabinieri che Barba aveva aperto un conto alla Biondo su cui lei operava abitualmente”.

L'avvocato Sevesi annuncia la produzione di un atto pertinente e si sente dire “non lo può produrre”.

Termina l'udienza con la testimonianza di una delle tre figlie di Diego Barba. Il presidente Airò chiede alla teste: “Per Germania Biondo suo padre era un amico alla siciliana?”.
Sì, un po' è così”.

Spiega di conoscere La Rocca “perché mia sorella era in classe con i figli di Salvino, mio padre conosce Salvino da quando erano in Sicilia e d'essere più informata della madre sulle attività del padre “avendolo qualche volta aiutato nel suo lavoro di investigatore”.

Processo aggiornato al 18 maggio.

 

Processo Vivacqua - Il cellulare di Vivacqua che "cammina" da una cella telefonica all'altra dopo che lui era già morto


di Pier Attilio Trivulzio

Il killer spara sette colpi a Paolo Vivacqua e sparisce. E' un lunedì. Il 14 novembre 2011. Per i medici la morte è avvenuta tra le 10.45 e le 11.30. Era solo nel suo ufficietto di Desio la cui esistenza la Guardia di finanza di Gorgonzola scopre soltanto a luglio. Alla compagna Lavinia Mihalache che aveva salutato poco dopo le 9.30 aveva detto d'avere un appuntamento. Riceve molte chiamate su uno dei tre cellulari che ha con sé: quello con la sim svizzera lo lascia però nel cassetto della Bmw serie 7. A diverse chiamate risponde, poi chi lo cerca trova libero ma non riesce a parlargli.
E' morto. Eppure uno dei cellulari “cammina”.
Tra le 11 e le 13.41 agganciando cinque diverse celle telefoniche: a Seregno, Lissone, Desio. E continua a “camminare” fino ad oltre le 18. Questo perchè quando la compagna di Paolo, Lavinia Mihalache, entra nell'ufficio e lo trova riverso sotto la scrivania, un cellulare squilla, lei risponde alla chiamata e poi con quello chiama il figlio di Paolo, Gaetano. Soltanto la sera quel cellulare viene consegnato ai carabinieri di Desio che gli fanno fare un ultimo viaggio, a Monza.

Gli avvocati Salvatore Manganello e Alessandro Frigerio che assistono Salvino La Rocca vogliono capire com'è possibile che un cellulare “cammini.” “Salvo ipotizzare che qualcuno se lo sia portato in giro. Oppure che Paolo sia stato ucciso in un altro posto e poi lasciato nell'ufficietto”, dice l'avvocato Frigerio.
“Dalle 11 alle 15.57 il telefono, non Paolo Vivacqua è nello stesso posto”, tiene a precisare il luogotenente dei carabinieri Giovanni Azzaro che depone come teste in Corte d'Assise sottolineando però, più volte: “Non sono un tecnico. E la domanda se un cellulare lasciato in un posto può agganciare cinque celle sistemate in posti diversi va fatta al gestore di quel cellulare, è l'unico che può dare una precisa risposta”.
Domanda che però i carabinieri di Desio che hanno costruito la loro indagine sugli agganci telefonici interrogando il sistema Sfera – oltre alle deposizioni di Gino Guttuso e Luigi Mignemi e le intercettazioni in cella - non hanno posto al gestore di telefonia di Paolo Vivacqua. “Abbiamo chiesto a Sfera quale utenza agganciasse il cellulare, la risposta non è stata affermativa che Paolo fosse a Desio”, aggiunge il teste Fornaro.
“Questo è un processo indiziario e quindi complesso”, interviene il presidente Airò il quale, dopo un non ricordo del luogotenente dei carabinieri relativo alla una nota agli atti in cui si dice che la cella (di via San Genesio a Desio) agganciata quel 14 novembre da Vivacqua è la stessa agganciata da Giarrana, chiosa: “Forse se Giarrana era lì, a un metro di distanza dall'ufficio di Vivacqua si faceva l'abbreviato”.

Nel 2011 Marco Caronni è stato datore di lavoro di Salvino La Rocca. “Aveva la necessità di lavorare e per questo l'ho assunto come autista per la mia società di scavi che all'epoca contava 75 dipendenti – dice il teste che esibisce documenti di carico e scarico firmati da La Rocca che però, a domanda del presidente se era al lavoro a novembre 2011 risponde: “Dovrei controllare”. “Dalle buste paga si dovrebbe risalire, no?” “Penso di sì”.

Gli viene chiesto di fare un controllo e far pervenire alla Corte i documenti che provano che Salvino La Rocca era al lavoro il giorno dell'uccisione di Vivacqua.
Entra quindi in aula il gestore del bar tabacchi di Desio frequentato da Antonino Giarrana e Salvino La Rocca . Dichiara: “Giarrana abitava dietro al bar e veniva tutti i giorni, La Rocca lo vedevo di meno: una volta al mese o ogni due. Antonio Radaelli, invece, lo conosco solo di vista: Ciao, ciao”.

“Giarrana scialacquava somme importanti alle macchinette? E La Rocca gli pagava i conti?”, domanda l'avvocato Frigerio. “No. Mai capitato”. “Il giorno dell'uccisione di Vivacqua ricorda la presenza di Giarrana nel suo bar?. “Della morte di Vivacqua l'ho saputo dalla televisione. Giarrana non lavorava e quindi era sempre nel mio bar. Beveva il caffè e basta”.

Testimonia Giovanna Gammino la donna presente a Palazzo di Giustizia di Monza il giorno dell'incidente probatorio con Gino Guttuso. Di lei e di altri soggetti immortalati quel giorno dalle telecamere del Tribunale ha ampiamente parlato l'ispettore capo Michele Maresca della squadra mobile di Milano nel corso dell'udienza del 9 febbraio. Essendo imparentata con Salvino La Rocca le viene ricordato che ha la facoltà di non rispondere. Facoltà di cui però la Gammino non s'avvale.

“Le ricordo che lei deve dire la verità. Soltanto la verità”, l'ammonisce il presidente prima di farle leggere la formula di rito.

“Giovanni, uno dei miei fratelli che abita a Ravenna dove gestisce un ristorante ed ha intenzione di aprirne uno qui in Brianza – esordisce la teste - mi avvisò del suo arrivo a Desio ed avendo io una casa piccola si è trovato un albergo vicino dove è rimasto due giorni. Giovanni mi chiese se potevo accompagnare la signora La Rocca, la mamma di Salvino, in Tribunale e così ho fatto. Siamo arrivati in Tribunale e ci siamo accomodati nel cortile. Ecco il perché della presenza mia e di mio fratello Giovanni a Monza quel giorno”.

Secondo l'accusa la presenza di Giovanni Gammino intrattenutosi a parlare con Antonio, figlio di Gino Guttuso è stata letta come “atto intimidatorio” verso il teste che doveva deporre all'udienza preliminare. Durante la quale, però, Guttuso ritrattò tutto quanto dichiarato ai carabinieri.

“Quando ha incontrato la mamma del La Rocca, Salvino, era libero?”, chiede il pm Donata Costa. “Era stato un altro mio fratello, Angelo, che è molto malato e io mi occupo di lui a dirmi che la televisione aveva dato la notizia dell'arresto di Salvino La Rocca. La signora Rocca, che non vedevo da vent'anni mentre con Salvino ci si vedeva anche se non abbiamo le stesse amicizie, aveva deciso di venire a Monza per dare un conforto morale al figlio. Sperava d'incontrarlo”.

Pubblico ministero: “Lei ha accompagnato la madre del La Rocca in carcere?”. “Tre o quattro volte, ma sempre aspettando fuori. Da quando però la madre è tornata a Campobello di Licata vado io a trovare Salvino”.

Presidente Giuseppe Airò: “Lei ha avuto un processo?”.
“Sì, vent'anni fa. Ma non ha avuto alcun seguito. Tutti e quattro i miei fratelli hanno subìto processi. Nel 2000 uno dei fratelli è stato indagato per associazione mafiosa, arrestato, prosciolto e risarcito. Tutti e quattro processati e assolti...Oltre ad accudire mio fratello Angelo che è molto malato mi occupo delle figlie minorenni di Salvino La Rocca. Sapevo delle loro difficoltà e mi è quindi sembrato giusto far mantenere loro i rapporti col padre”.

Avendo i carabinieri di Desio ipotizzato che Salvino La Rocca avesse pedinato Paolo Vivacqua prima dell'omicidio, i legali hanno portato in aula una teste ex collega di lavoro della moglie del La Rocca da cui si è separato nel 2013. “Ho visto Salvino La Rocca una sola volta nell'estate del 2011. Era una domenica, suonò al citofono della mia abitazione di Carate dicendomi chi era e che voleva parlami. Scesi e lui mi chiese se era vero che io e Tania, sua moglie, uscivamo spesso assieme. Gli ho detto che mai eravamo uscite assieme”.

La casa della teste è a pochi metri dalla cella telefonica collocata sulla piazza della Torre Civica di Carate, spesso agganciata da Paolo Vivacqua. “Con la testimonianza di questa donna volevamo dimostrare che il nostro cliente stava controllando la moglie Tania e non Paolo Vivacqua come asseriscono i carabinieri che hanno interrogato il sistema Sfera”, spiega l'avvocato Alessandro Frigerio.

Di Gino Guttuso, il teste che assieme a Luigi Mignemi accusa i cinque indagati per l'omicidio di Paolo Vivacqua ha parlato Domenico Rignolo.
“Conosce Gino Guttuso e se sì, sa se faceva uso di sostanze stupefacenti?”, chiede l'avvocato Salvatore Manganello.
“Sì. Eravamo assieme nel carcere di Monza ed ho avuto con lui un rapporto d'amicizia. Faceva uso di cocaina e quando è stato arrestato era in cura al Sert di Carate. In quanto al pestaggio subìto è stato per una partita di cocaina non pagata”.
Presidente: “Come è venuto a conoscenza che era stato picchiato?”.
“L'ho saputo in carcere. Non aveva pagato una partita di cocaina”.
Presidente. “A Desio?”.
“Sì, a Desio Guttuso era conosciutissimo per queste cose”.
“Rispetto al fatto che fosse stato picchiato per non aver pagato la cocaina le notizie da chi le ha avute?”.
“Le ho sapute nel carcere di Monza dopo essere stato arrestato nel luglio 2014”.

“Sa se Guttuso è stato picchiato altre volte?”.
“Si. Anche in carcere”.

Avvocato di parte civile Franco Gandolfo: “Da quando Guttuso faceva uso di stupefacenti?”.
“Non lo posso sapere. Può essere più di dieci anni”.

“Quando è stato arrestato nel 2003 già faceva uso di cocaina?”, insiste il legale.
“Non so”.

“Mi scusi, Guttuso non pagava gli stupefacenti eppure gli facevano credito?”. “Cambiava spacciatore. Stranieri, italiani..non ha mai pagato gli stupefacenti”.

Paolo Sevesi, difensore di Diego Barba, presenta alla Corte un'istanza con la quale chiede di poter avere accesso ad atti “per riscontrare l'attendibilità di Luigi Mignemi”. I legali degli altri imputati si dissociano.

Il pm Donata Costa dichiara: “Ho già chiesto quando Mignemi ha mandato alla Procura la lettera in cui chiedeva un incontro avendo importanti particolari da riferire in merito all'uccisione di Paolo Vivacqua ma della lettera non esiste traccia in cancelleria e non risulta iscritta a modello 45”.

Nel merito la Corte emette ordinanza di rigetto “fatta eventuale richiesta secondo art 507 CCP ove venisse ancora richiesto il sequestro di questa documentazione per gli stessi motivi”.

Un altro detenuto, Vincenzo Nappa recluso a Monza nel raggio 7 per rapina ed estorsione ha fatto avere al sostituto procuratore Donata Costa una lettera giudicata dal magistrato “inattendibile” nella quale è detto che ad uccidere Paolo Vivacqua sarebbe stato Diego Barba.

Nota Foto scattata nell'ufficio di Desio dove è stato ucciso Paolo Vivacqua

Lissone - Quella sinistra stupida che vuole riscrivere il significato del 25 aprile

di k.ts.

Ogni 25 aprile è sempre la stessa storia, all’interno delle commemorazioni si vuole inserire anche il ricordo dei caduti della Repubblica di Salò o di quei fascisti che furono passati per le armi dai partigiani nei giorni precedenti e successivi il 25 aprile.

Lo hanno fatto o hanno cercato di farlo per anni esponenti politici del centrodestra - non tutti a dire la verità - adesso questa mania sembra essersela presa anche il centrosinistra.

É di questi giorni, infatti, la polemica a Lissone dove la giunta del Pd, nella pagina web dedicata al 70° anniversario della Liberazione e alla mostra dell’ANPI, ha voluto inserire questo testo:
A 70 anni dalla Liberazione dell'Italia dal nazifascismo, la sezione lissonese "Emilio Diligenti" dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia ha realizzato una mostra documentaria dedicata ai 15 martiri lissonesi per la libertà, 8 fucilati dai nazifascisti e 7 deceduti nei campi di internamento tedeschi.
Ne pubblichiamo ogni giorno un pannello su questo sito, a ricordo del loro sacrificio e senza dimenticare i 670 giovani concittadini che furono prigionieri di guerra dell'uno o dell'altro fronte, i 54 scomparsi nella ritirata di Russia e gli altri circa 200 morti e dispersi nella seconda guerra mondiale, nonché le vittime delle leggi razziali (un'ebrea sfollata a Lissone e deportata ad Auschwitz) e i 7 fascisti o presunti tali uccisi sommariamente nella nostra città dopo il 25 aprile.

Un testo che per quel “senza dimenticare [...] i 7 fascisti o presunti tali uccisi sommariamente nella nostra città il 25 aprile” ha lasciato sconcertati alcuni iscritti all’ANPI di Lissone che hanno, giustamente, protestato e scritto una lettera (vedi sotto).

L’assessore Beretta ha spiegato e giustificato la scelta della Giunta lissonese in questo modo:
Fu una guerra fratricida e indipendentemente dalla causa per cui sono morti - il giudizio sulla causa é ovviamente diverso - resta il fatto che anche queste persone hanno perso la vita. Non vogliamo rinnegare l’umanità nel riconoscere che anche colui che sbaglia é morto ed ha pagato con la vita. C’é uno strascico di dolore nei familiari che ha bisogno di essere sanato. Sono molto felice che l’Anpi abbia voluto sostenere questa mia intenzione perché si getta un seme di riconciliazione 70 anni dopo, al di là delle fazioni”.

Le fazioni in lotta di cui parla l’assessore di Lissone, non erano dieci o cento ma due: da una parte l’esercito della Germania nazionalsocialista e i soldati e i miliziani italiani della fascistissima Repubblica Sociale Italiana guidata da Mussolini, dall’altra parte l’esercito alleato (Usa - Impero Britannico - la Francia Libera di De Gaulle, ma anche polacchi e greci), l’esercito italiano che era rimasto fedele alla monarchia e non a Mussolini, e il Comitato di Liberazione Nazionale che rappresentava la resistenza italiana ed era formato principalmente da comunisti e socialisti, ma anche da repubblicani, azionisti, democristiani oppure da partigiani che semplicemente combattevano i nazifascisti (le Brigate autonome o i partigiani badogliani). Quindi per riconciliarsi, come vuole l'assessore Beretta, bisognerebbe riconciliarsi con il nazifascismo.

La festa del 25 aprile è stata istituita come festa nazionale nel 1949, allora al governo c'era il democristiano Alcide De Gasperi.

La definizione esatta che si può trovare anche sul sito del Governo Italiano é: Festa del 25 aprile - Liberazione dal nazifascismo (1945).

Non c’è scritto: festa di commemorazione dei defunti oppure festa dei caduti in guerra, festa di liberazione dall’occupazione tedesca e meno che mai festa di riconciliazione nazionale, ma "Liberazione dal nazifascismo", e con il termine nazifascismo non si indica solo il nazionalsocialismo tedesco ma anche il fascismo italiano (vedi Nazifascismo).

Con il 25 aprile si sancisce il passaggio verso un nuovo capitolo della storia d’Italia che si contrappone nettamente al passato regime fascista.

Il 25 aprile è forse il solo mito fondativo della Repubblica Italiana nata nel dopoguerra.
Come tutti i miti fondativi a volte eccede in retorica, semplifica, é di parte, partigiano, ma questo vale per ogni mito fondativo di tutte le nazioni al mondo.

In Francia il 14 luglio si festeggia la presa della Bastiglia e la Rivoluzione francese, ma nessuno si sognerebbe di inserire nelle commemorazioni ufficiali anche un omaggio a Maria Antonietta e alla Vandea; negli Stati Uniti il 4 luglio non si piangono i coloni che rimasero fedeli alla corona britannica e che per questo pagarono con la vita.

Ogni mito fondativo traccia una linea netta tra chi é stato di qua e chi é stato di là, e non ci può essere riconciliazione, mai, in nessun caso, se non al prezzo di rinunciare alla propria identità che proprio la celebrazione di quel momento fondativo dovrebbe servire a costruire.
Sembra un’ovvietà ma vale la pena dirlo in modo chiaro: il 25 aprile può essere solo antifascista, altrimenti non è più la festa di Liberazione dal nazifascismo, non è più niente.

Chi ha un mito fondativo lo coltiva e se lo tiene caro, chi non ce l’ha se lo inventa spesso arrampicandosi sugli specchi come la Lega Nord con celti, longobardi e con il dio Po, per la Padania.
Solo il Partito Democratico, nato dai resti di due partiti antifascisti, il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Cristiana, è così stupido da svilire e annacquare quello che dovrebbe essere un suo punto di riferimento ben preciso: il 25 aprile 1945, il mito fondativo di questa democrazia italiana.

Oggi su un giornale locale si potevano leggere le parole di Alberto Pilotto, segretario del Pd di Monza:
A settant’anni da quel 25 aprile dobbiamo soprattutto ricordare che ci siamo liberati dalla necessità di avere un nemico tra i nostri fratelli o i nostri concittadini italiani. La scelta dell’Anpi di Lissone credo che vada in questa direzione: non vogliamo e non abbiamo più la necessità di essere nemici tra di noi. Non vuole essere revisionismo. E’ chiaro che chi ha combattuto e dato la vita per gli ideali giusti (e va per questo ringraziato e commemorato) e chi ha fatto la scelta sbagliata, per un’errata posizione politica, per costrizione magari per mancanza di coraggio pagandola comunque con il prezzo più alto

Ci si chiede se dopo la scelta della giunta lissonese di infilare nelle celebrazioni anche i sette fascisti fucilati, il passo successivo sarà mettere nelle commemorazioni anche Benito Mussolini.
Anche lui, infatti, ha pagato la sua “errata posizione politica” con la vita ed è stato fucilato.

Se il Partito Democratico in Brianza non si considera più un partito antifascista, sono affari suoi, ma questa Repubblica Italiana, con la sua Costituzione e la sua festa di Liberazione dal nazifascismo, antifascista lo è ancora, ed é dovere di chi ricopre cariche istituzionali ricordarselo e rispettarlo, almeno fino a che le cose stanno così.

Di seguito la lettera di tre iscritti all’Anpi di Lissone.



Alla CA del direttivo dell’ANPI sezione di Lissone, Lissone, 20 aprile 2015
PC al comitato provinciale dell’ANPI di Monza e Brianza

Come iscritti al circolo dalla sezione lissonese «Emilio Diligenti» dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia siamo rimasti sconcertati nel leggere il comunicato stampa apparso sul sito del comune il 9 aprile 2015, che illustra il calendario delle celebrazioni del settantesimo anniversario della Liberazione. Infatti, accanto alle iniziative che ricordano i martiri antifascisti, la nota riporta letteralmente questa frase: “Meritoriamente l'Anpi unisce infine nel ricordo dell'umana pietà anche i nomi di chi stava «dall'altra parte», ovvero i 7 fascisti - o presunti tali - uccisi sommariamente nella nostra città nei giorni successivi al 25 aprile 1945”.

Al di là dei singoli casi specifici, ci pare assai grave che questo comunicato stampa accomuni nel ricordo –proprio nella ricorrenza del 25 aprile-, chi volontariamente collaborò con i nazisti e chi invece scelse coraggiosamente la via della ribellione a un regime criminale che nel corso di un ventennio si contraddistinse per le leggi razziali e per una brutale guerra d’aggressione che portò a morire migliaia di soldati nel fango dei Balcani, nel deserto africano e nel gelo della steppa sovietica. Assimilare vittime e carnefici, sminuisce le ragioni della lotta che si combatté tra fascisti e partigiani, e apre la strada ad una banalizzazione della storia del nostro paese.

Accostare oppressi e oppressori, favorisce quegli squallidi suonatori che da vent’anni battono la grancassa su una inesistente ferocia partigiana; e spiana la strada a quella vulgata reazionaria che punta a riscrivere la vicenda italiana, riaccreditando la storia del fascismo italiano nell’alveo delle culture politiche legittime e smantellando, nel senso comune del paese, quel che resta della cultura e dei valori della Resistenza.

Mettere sullo stesso piano fascisti e partigiani significa favorire le forme peggiori di revisionismo storico. Uniformando sotto il criterio di una indefinita “violenza” elementi diversi per natura, origine e sviluppo, conduce inevitabilmente alla conclusione che tra vittime e carnefici vi fu lo stesso medesimo grado di crudeltà e che in sostanza fascisti e antifascisti abbiano una uguale moralità e dignità storica. In questo modo le ragioni dei partigiani vengono cancellate favorendo la costruzione di quel senso comune che ha permesso in questi ultimi anni un vero e proprio processo mediatico alla Resistenza.

Un’operazione, questa, che guardando al passato influisce sul presente, e che per questo va respinta senza indugio, a maggior ragione, oggi nel contesto attuale, segnato dal riemergere di preoccupanti rigurgiti neofascisti. Oggi, non c’è pacificazione alcuna con chi ha valori antitetici ad ogni principio di uguaglianza e libertà, non c’è riconciliazione alcuna con chi rivaluta le vestigia del fascismo storico, non c’è concordia alcuna con chi fomenta la caccia xenofoba e organizza il nuovo squadrismo fascista. C’è invece la necessità di rilanciare l’antifascismo, e di riattualizzare i contenuti che furono alla base della lotta di liberazione dal nazifascismo, per far rivivere oggi, nel corpo della società, i valori e i principi della Resistenza.

Per questo chiediamo che il direttivo dell’Anpi annulli le iniziative proposte con un’ amministrazione comunale che surrettiziamente vorrebbe cambiare di segno la celebrazione del 25 aprile.

Valentina Fumagalli
Natale Locati
Filippo Piacere

 

Seregno - Elezioni 2015. Il comune elimina il sondaggio sulle elezioni, i risultati sono manipolabili

di k.ts.

É durato meno di un giorno il sondaggio elettorale promosso dalla testata giornalistica del comune di Seregno, Seregno Informa, dove si potevano votare virtualmente i candidati sindaci alle prossime elezioni amministrative del 31 maggio.

Nella giornata di oggi a seguito di un’ondata di voti finita su un unico candidato il sondaggio è stato rimosso dal sito gestito dall’addetto stampa del comune di Seregno, Walter Todaro.
Sulla pagina facebook di Seregno Informa un post ne dà notizia e ne spiega i motivi però in modo singolare.

Il sondaggio secondo Seregno Informa sarebbe stato, infatti, rimosso a causa, “ dell’uso improprio che ne è stato fatto e la mancanza di correttezza di qualche utente”.

Sarebbe stato più corretto scrivere che la testata giornalistica del comune di Seregno ha promosso un sondaggio che non solo non aveva nessuna base scientifica, ma che era manipolabile dall’esterno (come in effetti é stato dimostrato questa mattina) e allo stesso tempo non dava nessuna garanzia che non fosse manipolabile dall’interno.


La disciplina in termini di pubblicazioni di sondaggi elettorali da parte delle testate giornalistiche è chiara anche per la raccolta di opinioni fatte attraverso i siti internet, in cui non solo deve essere dichiarata la non scientificità della raccolta dati, ma non deve essere usata la parola sondaggio cosa che invece la testata Seregno Informa ha fatto (vedi normativa).

La stessa chiarezza normativa esiste sulla comunicazione delle amministrazione pubbliche regolata dalla legge 28 del 22 febbraio 2000, dove all’articolo 9, comma 1 si legge: “ Dalla data di convocazione dei comizi elettorali e fino alla chiusura delle operazioni di voto è fatto divieto a tutte le amministrazioni pubbliche di svolgere attività di comunicazione ad eccezione di quelle effettuate in forma impersonale ed indispensabili per l'efficace assolvimento delle proprie funzioni”.
Ricordiamo che il 28 marzo il Prefetto ha convocato i comizi elettorali e che il 16 aprile tale comunicazione è stata affissa sull’Albo Pretorio del comune di Seregno.

Non ci sembra che si possa sostenere che indire un sondaggio, che poi non è nemmeno un sondaggio, faccia parte di quelle comunicazioni dell’organo istituzionale “indispensabili per l'efficace assolvimento delle proprie funzioni”.

É una normativa che Walter Todaro, visto che ricopre anche un ruolo all’interno dell’Ordine dei giornalisti, dovrebbe conoscere bene ma che forse si è dimenticato.


D’altronde non è la prima volta che il comune di Seregno si “dimentica” di applicare la normativa in termini di trasparenza e corretta informazione.

La cosa era stata segnalata da infonodo.org in un paio di articoli (vedi Segreti, bugie e violazioni delle norme sulla trasparenza e Trasparenza, il sito del comune ancora fuorilegge).
I due articoli si sono guadagnati tre querele, due da parte del sindaco, Giacinto Mariani e una da parte dell’ex presidente di AEB, Maurizio Bottoni (in un articolo era citato anche il sito di AEB).

La Procura di Milano ha però chiesto l’archiviazione del procedimento penale, archiviazione accolta dal Gip. Ma non solo, nelle motivazioni il sostituto Procuratore è entrato nel merito evidenziando alcune manchevolezze sulle informazioni fornite dal sito del comune (vedi la Richiesta di archiviazione).

Da quel momento sia il sito del comune di Seregno, sia le controllate AEB, Gelsia, Gelsia Ambiente pubblicano le informazioni richieste dalla normativa e si distinguono in positivo anche per una certa facilità con cui gli utenti possono reperirle.

Si potrebbe ancora migliorare, ad esempio, fornendo un bilancio in formato machine readable (excel, csv, ecc..) e introducendo gli open data la cui importanza, anche in termini di contrasto alla corruzione e al conflitto di interessi, è ben illustrata in questo articolo un po’ datato, ma sempre attuale, “Open Data per il monitoraggio di appalti pubblici e conflitti d'interesse “.

Ci auguriamo che questo vento di trasparenza e di correttezza che ha investito a partire dal 2013 i siti del comune di Seregno e delle sue municipalizzate arrivi a soffiare anche all’interno della redazione di Seregno Informa, ancor più in questo momento di campagna elettorale, dove lo ripetiamo “ è fatto divieto a tutte le amministrazioni pubbliche di svolgere attività di comunicazione ad eccezione di quelle effettuate in forma impersonale ed indispensabili per l'efficace assolvimento delle proprie funzioni”.

Insomma, la testata del comune di Seregno si occupi di informare gli elettori: sui programmi depositati dalle varie forze politiche (mettendoli a disposizione), sui nomi dei candidati e delle liste, su come si vota, dove si vota, come funziona il sistema elettorale, come vengono distribuiti i seggi, cosa succede in caso di apparentamento al secondo turno, perché é importante votare, quali sono le funzioni del sindaco, degli assessori, e della giunta, che ruolo hanno i consiglieri comunali, chi è il consigliere anziano, ecc..

Seregno Informa dia tutte quelle informazioni istituzionali utili e che gli competono, ma lasci perdere gli pseudo sondaggi, non si metta a seguire la campagna elettorale di questo o di quel candidato, eviti di dar risalto a notiziole su convegni e iniziative la cui finalità sembra solo quella di pubblicare le foto di assessori in mezzo a bambini, anziani o disabili.

Ilaria Cerqua, assessore ai Servizi sociali - a lungo sostenuta da Giacinto Mariani per diventare il candidato sindaco del centrodestra - nell'ultimo mese ne ha già collezionati cinque di questi articoli con foto ricordo su Seregno Informa (vedi sotto).

Noi vigileremo, durante il periodo elettorale, sul comportamento del sito del comune di Seregno e della testata Seregno Informa. Invitiamo i cittadini e le forze politiche di qualunque colore a fare altrettanto e a segnalare al Corecom (Comitato regionale per le comunicazioni) eventuali violazioni della normativa sulla Par Condicio.




Processo Vivacqua - Almeno quattro volte la settimana Licata Caruso prenotava la provvista in Posta e prelevava 300-400mila euro

Dichiarazione spontanea di Diego Barba che smentisce Mignemi

di Pier Attilio Trivulzio

Non ce la fa a trattenere le lacrime e scoppia a piangere Diego Barba quando, alla fine della sua dichiarazione spontanea in Corte d'Assise dove si sta celebrando il processo per l'uccisione di Paolo Vivacqua dice: “Da oltre un anno sono stato privato della mia libertà”.
E' in carcere a Monza, accusato di essere assieme alla ex moglie di Vivacqua, Germania Biondo, il mandante dell’omicidio.

Nel processo indiziario l’accusa si avvale della testimonianza resa ai carabinieri di Desio dal pregiudicato Gino Guttuso e ritrattata durante l'incidente probatorio, ma soprattutto della testimonianza del 50enne Luigi Mignemi. L’enigmatico e ambiguo personaggio che é stato condannato a fine anni ‘90 a 6 anni e 4 mesi per traffico di sostanze stupefacenti nel processo “La notte dei fiori di San Vito” sulla presenza della 'ndrangheta nelle province di Como, Lecco e Varese.

Mignemi detenuto a Bergamo per stalking e circonvenzione d'incapace, viene trasferito, a ferragosto del 2013, a Monza e rinchiuso nella cella 2 del raggio 7, il raggio di massima sicurezza.
E' qui che incontra Antonio Giarrana, condannato per l’omicidio di Franca Lojacono - consuocera di Paolo Vivacqua - e a processo per l’omicidio dello stesso Vivacqua.

Secondo Mignemi, Giarrana, entrando in confidenza, si apre come un libro con arrivando a confidargli che a decidere l'uccisione del rotamat di Ravanusa sarebbe stato Diego Barba e che a sparare nel novembre 2011 con la calibro 7,65 fornita a Giarrana dal Barba sarebbe stato Antonino Radaelli.

Le dichiarazioni fatte sotto giuramento in quest'aula da Luigi Mignemi sono completamente false – esordisce Diego Barba -. Di tutte le falsità la prima è che io, Mignemi, non l'ho mai conosciuto. L'ho visto per la prima volta qui. ( a domanda specifica della Corte, Mignemi non era riuscito a riconoscere Barba in aula – ndr). Non ho mai avuto da questa persona il biglietto di Giarrana e a Giarrana non ho fornito alcuna arma.
Falso è il particolare che a casa mia le luci s'accendono battendo le mani. Si accendono con un normale impianto.
Falso è che la mia casa è arredata con mobili costosi: li ho acquistati per 10mila euro in un centro commerciale.
Come falsa è l'affermazione d'aver saputo in carcere due o tre giorni prima del mio arrivo che sarei stato incarcerato. Sono stato arrestato alle 4 del mattino e alle 10 ero all'ufficio matricola. Sono stanco di queste bugie. Da oltre un anno sono stato privato della libertà personale”.

I legali degli imputati si chiedono chi è davvero Luigi Mignemi. Chi lo ha spinto a inviare una lettera alla Procura di Monza dicendo di avere importanti rivelazioni sull'omicidio di Paolo Vivacqua e di volerle fare per fini di giustizia salvo poi, quando è stato interrogato dal sostituto procuratore Donata Costa, chiedere per la collaborazione uno sconto di pena.

In aula, chiamati dai difensori degli imputati per il contro interrogatorio, ci sono l'avvocato Loreno Magni e i tre figli di Paolo Vivacqua: Antonio, Gaetano e Davide. Antonio e Gaetano sono tuttora detenuti ad Opera ma durante il giorno escono per lavorare. Antonio come meccanico e Gaetano come impiegato in un ufficio di Agrate Brianza. Davide invece è ai domiciliari.

Si torna a parlare del taccuino ritrovato con sette pagine strappate e delle annotazioni. Quelle del 2008 e 2009 relative all'affitto per 19.250 euro del capannone in Valtellina per la società “cartiera” oltre a stipendi vari. L'elenco dettagliato degli investimenti e dei prestiti personali fatti il 12 luglio 2008 a Louis Paul Nguini, defunto marito dell'avvocato seregnese Antonella Savarino, per la creazione di una società in Camerun compresi 37.500 euro della fidejussione e 12mila per la commissione oltre ai 15mila euro sborsati per pagare l'ospedale parigino alla sorella di Nguini e 3600 euro dati “per rimanenza terreno a Mimmo Savarino”.
Ed ancora il prestito di 36mila euro a tale Pirillo; 21mila a Giovanni Pellenera; 15mila a Lillo Casale, 500+500 a Candido e “L'uscita di 500 + 500 per terreno Carate a Felice”. Di sicuro Felice Tagliabue. Cifre, quelle di Felice, da leggersi con i tre zeri mancanti. E forse anche quelle del misterioso Candido.

L'avvocato Loreno Magni e i figli di Paolo hanno riconosciuta come sua la scrittura, fatta eccezione per due numeri di cellulare ed il codice d'avviamento postale di Carate.
Quasi sicuramente scritti dalla giovane donna che aveva appena avuto un figlio che faceva le pulizie nell'ufficietto di via Bramante d'Urbino.
Nessuno faceva le pulizie in quell'ufficio”, dice sotto giuramento l'avvocato Loreno Magni.
Peccato che a mentre fresca, all'indomani dell'omicidio al sostituto procuratore Donata Costa dichiarò: “Più di una volta ho visto negli uffici di Paolo una signorina giovane che si occupava del riordino della documentazione di Paolo. Non ricordo il nome ma ricordo che aveva un bambino di pochi mesi”.
In quell'occasione gli vennero esibite alcune cartelline trovate nell'ufficietto e lui dichiarò: “La scrittura sul frontispizio delle cartelline non è quella di Paolo e quindi presumo che sia della signorina di cui ho appena parlato. Ricordo che era una ragazza precisa”.

Di “amnesie” l'avvocato bolognese, ne ha avute parecchie nel frattempo. Così come i figli Vivacqua. E' vero che dal giorno dell'omicidio sono passati tre anni e quattro mesi, però molti “non ricordo” sono apparsi poco credibili.

Verbalizzato a Palazzo di Giustizia di Monza all'indomani dell'omicidio Magni dichiara “che Paolo Vivacqua gli è stato presentato nel 2009 nell'ufficio di Paolo Castoldi a Villasanta, persona che si occupa di intermediazioni finanziarie. Subito si è palesato a me come persona dalle notevoli capacità economiche essendo arrivato in Porsche ed avendomi parlato delle sue attività nel settore della compravendita di materiale ferroso”.

Durante il contro interrogatorio il difensore gli chiede:
Conosce la società svizzera Blackstone Merchant Investiment SA?Gianandrea Tavecchia? E Roberta Bombelli?”.
“No”.

Eppure Paolo Castoldi era nella Blackstone che ha ceduto a Tavecchia che dopo essere stata di Paolo Vivacqua torna alla sorella di Tavecchia, Pamela, che a sua volta cede il totale delle quote della società il 21 gennaio 2011 alla PT Saraceno AG.

L'ultimo anno di vita, Paolo Vivacqua lo ha speso per cercare di concretizzare l'operazione della svizzera PT Saraceno AG che attraverso la bresciana Jet Web e grazie ad un prestito infruttifero di 200mila euro ottenuto attraverso la Loviro srl (società che possedeva i terreni di Carate ceduti a Bricoman -ndr) aveva acquistato dalla Corti Immobiliare i terreni agricoli di Gessate confinanti con FV Metal.

Questa operazione aveva come obiettivo l'insediamento di un modernissimo macchinario da 70milioni di euro per il riciclo dei rifiuti realizzato dalla “Piromax” di Montichiari (BS) presieduta da Domenico Tanfoglio che in Romania possiede la “Italstore srl”.

Mentre il figlio di Paolo, Antonio Vivacqua, con la società bergamasca Lithos stava portando avanti le pratiche per ottenere i permessi presso l'amministrazione di Gessate. Come già avvenuto a Carate Brianza con l'operazione Bricoman, anche i terreni agricoli di Gessate avrebbero dovuto avere una diversa destinazione d'uso.

Perché l'avvocato Magni ha “rimosso” l'ultima incompiuta operazione di Paolo Vivacqua di cui era legale sì, ma anche confidente?
Uno dei pochi ad essere ammesso nell'ufficietto di via Bramante d'Urbino a Desio.

Quale persona di fiducia Loreno Magni suggeriva operazioni finanziarie e contabili illegali in modo da rappresentare un'operatività diversa da quella reale curando sia la gestione delle società che commerciavano metalli sia quelle immobiliari, suggerendo operazioni finalizzate al reimpiego di capitali illecitamente costituiti nonché gestendo l'attività di “prestito” che dal 2004 ad oggi Vivacqua Paolo faceva in maniera cospicua a oggetti terzi senza alcuna giustificazione”, ha scritto Raffaele Martorelli, presidente del riesame.

Magni ammette che l'ultima operazione che stava facendo Vivacqua riguardava un impianto di rifiuti ma che per avere particolari precisi su quell'operazione la persona più indicata è un legale di Bologna, l'avvocato Giovanni Roberti.

A Davide viene chiesto di spiegare la intercettazione del 29 luglio 2011 nella quale parlando col padre questi gli chiede: “Ti ricordi quanti quintali?” Risposta: “Quaranta quintali. Prima 20 e poi 20 e sono tutti i 40”. E poi però aggiunge che “i quintali sono 43,5”. “Li hai consegnati al fabbro?”. “Sì, per il ferro nuovo”. E quindi aggiunge che “i quintali sono 43 e 5 spicci”. Nel corso della conversazione uno dei due domanda: “Dove sono, nel frigorifero?”. Risposta:“No, dietro”.

Davide spiega: “Il fabbro si chiama Ferraro ed è di Lissone. Non si parla di soldi ma di quintali”.

Il sospetto è che la famiglia adottasse un codice cifrato quando parlava al telefono. Codice che Paolo Vivacqua – presumibilmente - usava anche con l'avvocato Loreno Magni e che rimanda a quella telefonata che programmava il viaggio nel Bresciano per vedere quell'impianto che riciclava i rifiuti nel quale si parla di una “operazione pesante 80 chili”, infatti il costo di quel macchinario era tra i 70 e gli 80milioni di euro.

Impianto che Paolo Vivacqua voleva sicuramente realizzare a Gessate e in Romania.

Aveva invece scartato la Sicilia – pur avendo dato vita alla società Ecoplasma amministrata da una insegnante - in quanto qualcosa non era andata per il verso giusto ed i finanziamenti non erano stati approvati. Salvo poi scoprire che un finanziamento di poco superiore al milione di euro è stato dato ad una società che ha iniziato ad operare a Ravanusa.

Anche i progetti di Antonio Vivacqua di ottenere fondi pubblici per le società nel settore delle energie rinnovabili Kore Energy (sede a Rogeno, in Lombardia) costituita con un capitale di 100mila euro all'80% della D&D di Agrigento, ed il restante 40% suddiviso tra lui e Giovanni Mogicato; e Kore Engineering con sede a Campobello di Licata sono abortiti.

Interrogati sul possibile movente del delitto, Magni e i tre figli hanno riferito di avere fatto tante ipotesi. Arrivando a censire chi, tra gli amici o frequentatori del padre non si era fatto vedere al funerale, oppure avendo ricevuto prestiti, non si era sentito in dovere di contattare i figli e accordarsi per la restituzione di quanto avuto.

Solo l'ex calciatore Francesco Figliuzzi - ha precisato Antonio - è andato a Gessate dicendo di voler rendere i soldi ricevuti, in effetti consegnò un assegno di 250mila euro emesso dall'Immobiliare Montello sequestrato a casa di Germania Biondo dalla Guardia di finanza.

Non abbiamo volutamente preso contatti con quanti sapevamo nostro padre avessero prestato denaro - dicono concordi -. L'avvocato Ignazio Valenza ci aveva detto che il debito di Zema era di circa un milione di euro. Gente della Sicilia chiedeva continuamente soldi a nostro padre, magari di importi piccoli, 1000 o anche 500 euro”.
Io mi arrabbiavo e lui mi rispondeva: pensa a quando io non avevo neppure soldi per il latte”, testimonia Antonio.

L'unico dei figli che racconta dei litigi tra i due genitori é Davide, che ora si trova agli arresti domiciliari. “Da quando dopo l'arresto (deciso dalla Procura di Brescia) mio padre era stato messo ai domiciliari con mia madre non si sopportavano. Per una minima cosa discutevano. Quando sono stato messo io ai domiciliari obbligato ad alloggiare nella casa che condividevo con mia madre nel frattempo finita in carcere, mi sono ritrovato a dover pagare 4000 euro di mutuo oltre alle bollette. Non potendo dare i 4000 euro sto cercando un accordo con l'amministratore”.

Non è vero che mio padre mi diceva che prestava denaro perché altrimenti per invidia la gente poteva farci del male. Non ci aveva detto di guardarci alle spalle. É che da quando a giugno era nato Nicolas, il figlio di Lavinia Mihalache ci raccomandava che a lui non doveva mancare nulla”.

Sprizza poi veleno affermando, in riferimento alla uccisione del padre “in questo caso è stato un familiare”.
E' una sua valutazione”, gli ribatte il legale. Risposta: “Anche gli amici possono tradire”.

Una lunghissima telefonata tra Antonio Vivacqua e Davide tabaccaio di Ravanusa lascia spazio a molti interrogativi relativi ad una vincita a “10 e lotto” da 140mila euro pagati a Lavinia Mihalache e subito dopo posti sotto sequestro dalla Procura di Milano, assieme all'assegno che Paolo Vivacqua aveva lasciato per rogitare l'appartamento di Carate dove tutt'ora la Mihalache vive con i due figli.
I tagliandi per i concorsi del 30 ottobre e 2 novembre 2011 sono state presentate da Lavinia, accompagnata da Paolo, una settimana prima che Vivacqua venisse ucciso alla Banca Intesa di Biassono.

Quello stresso giorno il rotamat versa 30mila euro sul conto aperto quattro giorni prima presso la Banca Popolare di Sondrio di Chiasso.

Nell'intercettazione in cui Antonio Vivacqua più volte dice al tabaccaio di Ravanusa che della vicenda delle tagliandi della lotteria vincenti non vuole parlarne al telefono. “...io quando ti spiego quello che c'è sotto – dice - ...Posso salire e spiegare.... “ (in realtà scendere a Ravanusa ndr).

“I soldi (della vincita – ndr) erano conservati anche se salivo. Anche se non succedeva niente, erano soldi miei...Non ci posso fare niente se (gli scontrini – ndr) gli sono arrivati gratuiti....Se mi esce la signorina esce la caserma...Siccome siete della famiglia posso restare anche sei mesi senza salire perché i soldi erano conservati. Neanche sapevano, c'erano le ricevute”.

Quindi questa frase assai chiara: “...Mi vengono a pigliare e mi trovano dentro un alberello. Mi mettono appeso...Se non esce tutta la verità vado alla Guardia di finanza e tutto esce a galla...Certe risposte non me le aspettavo.”. Davide il tabaccaio: “...Ma quelli come me volevano regalarne una alla signorina, farla stare bene”.

“Dalla signorina – risponde Antonio – ci vado io.... Se c'è un conto aperto dovevano essere consegnati. Io salgo e ne parliamo, venerdì al massimo sabato ci vediamo e vediamo chi era la signorina”.

Antonio Vivacqua spiega in aula il senso della telefonata: “La signorina è Lavinia Mihalache. Mio padre a Davide il tabaccaio dava soldi contanti e in cambio aveva le schedine vincenti che portava in banca. Perché faceva questa operazione? Come faceva per le fatture false, forse per non pagare le tasse. Mio padre è andato a Palermo e mi ha portato le schede che poi Lavinia ha depositato in banca. Dopo quella telefonata Davide il tabaccaio, età circa 40 anni, voleva andare da Lavinia. Invece è venuto a Muggiò al bar “La Piazzetta” e ci siamo messi d'accordo. Avevo 20mila euro in tasca e glieli ho dati dicendogli che gli altri glieli avrei dati poco per volta. Dopo l'uccisione di mio padre sono andato a Palermo dal tabaccaio, poi però mi hanno arrestato”.

Nelle tasche di Paolo Vivacqua finivano montagne di soldi. Due giorni dopo che lui viene ucciso Licata Caruso ed Enzo Infantino fanno l'ultimo prelievo di 300mila euro. Dal 18 novembre più nessuna operazione viene fatta sul conto delle poste di Lissone intestato alla LV Rottami che a Lissone aveva la sede e che però – particolare non di poco conto - aveva cessato l'attività un anno e mezzo prima!

Viene chiamata a testimoniare Rita Angela Faieta dal 1. settembre 2005 al 30 giugno 2012 direttrice di quell'ufficio postale e testimonia che “il conto della LV Rottami acceso a fine novembre 2009 era molto attivo. Per almeno quattro volte la settimana Licata Caruso che era amministratore della società prenotava la provvista di contanti. Nel 2009 le cifre quotidianamente prelevate erano inferiori, nell'ultimo periodo il prelievo era di 300-400mila euro al giorno”.

Su quel conto la provvista era sempre molto alta – aggiunge -. Sempre Licata Caruso e sempre con Enzo Infantino venivano due o tre giorni prima a compilare la lista di prelievo. Paolo Vivacqua? Sì, è venuto qualche volta ma per altri motivi (accensione di una polizza vita – ndr). Su questa provvista di contanti, che sistematicamente ritiravano personalmente, ho fatto diverse segnalazioni alla direzione compartimentale di Monza. La prima il 10 dicembre 2009, un mese dopo che LV Rottami aveva aperto il conto”.

La teste non ricorda il prelievo del 15 novembre 2011, all'indomani dell'uccisione di Vivacqua, di cui però risulta la documentazione agli atti. Ricorda però che su quel conto il saldo attivo al 16 novembre era di 398mila euro.

Dalla verifica della Guardia di finanza di Gorgonzola risulta che sul conto della LV Rottani il giorno dell'uccisione di Vivacqua furono accreditato un assegno di 247.300 euro e tre bonifici di 74.022, 40.278 e 43.103 euro tutti della Terzi Metal. Nella sua relazione Andrea Perini, consulente della Procura di Milano scrive che in tre anni, dal 2009 al 2011, la società ha avuto un giro d'affari di 94milioni304mila373 euro di cui 50milioni soltanto nel 2011. Con soli 754.582 euro giustificati dall'acquisto di rottami di ferro.

E LV Rottami non era che una delle numerose società “cartiere” di Paolo Vivacqua.

Dalla Giada srl, sul conto bancario presso l'agenzia 141 nel 2006 – con 219 prelievi - è stata fatta una movimentazione di 20milioni566mila557 euro. E nel 2007 in 235 volte, Enzo Infantino e Calogero Licata Caruso hanno prelevato 35milioni431mila554 euro. Mentre sul conto della stessa società, ma acceso su una banca di Ravanusa, il figlio di Paolo, Antonio, ha prelevato allo sportello 12milioni836mila euro.
Lo stesso consulente ha quantificato in 103milioni822mila434 euro i soldi incassati con le false fatturazioni della LV Rottami, Fer&Inox, Ferrinoxx e D&G Trasporti.
Quale sia stata la destinazione finale di tanto denaro né la Procura di Brescia né quella di Milano che hanno indagato Paolo Vivacqua per le false fatturazioni non hanno saputo dirlo. Mentre quella di Monza ha fatto indagini soltanto sulla sua uccisione.

E' certo – lo dicono gli atti della Procura di Milano – che molti soldi sono finiti su conti all'estero.

Di sicuro oltre 3milioni su uno dei due conti accesi all'Agricultural Bank of Cina di Beijing., trasferiti attraverso la Deutsche Bank AG di Francoforte. E proprio il giorno dell'uccisione di Vivacqua alle 10.30 – più o meno nell'ora in cui a Desio il killer spara a Paolo - la Ful Metal del figlio Gaetano trasferisce in Cina i 250.518 euro del bonifico della Happy Team Trading Ing Ltd.
Altre operazioni d'accredito sui conti dell'Agricultur Bank of Cina, e sempre attraverso la Deutsche Bnk AG di Francoforte, con bonifici della Happy Team Trading Ing Ltd vengono fatte nel 2012: 300mila il 9 gennaio ; 170mila il 16 gennaio; 300mila il 20 gennaio. Mentre il 7 marzo 2012 è il bonifico come sempre “acconto fattura” dei 187.170 euro di un'altra società, la Fortune Rich Trading Ltd a finire sul conto della banca cinese.

Marzari (Sias): potrebbe essere rivista la convezione tra l’Autodromo e i comuni di Monza e Milano

di Pier Attilio Trivulzio

Laurea 110 e lode in medicina e chirurgia, specializzazione in chirurgia d'urgenza e pronto soccorso, Alessandra Marzari lavora all'Ospedale Ca' Granda di Niguarda. Presidente del Consorzio Vero Volley, a metà febbraio è stata scelta dai Comuni di Monza e Milano quale quota rosa per entrare nel Consiglio d'Amministrazione della Società Incremento Automobilismo e Sport (Sias) che da sempre gestisce l'Autodromo Nazionale di Monza.
Nel 1980 suo marito Aldo Fumagalli decise di sponsorizzare col marchio Candy le Tyrrell di Formula Uno, ottenendo una grande e inaspettata pubblicità con quella foto al Gran premio di Montecarlo dell’auto di Derek Daly in volo sopra la Mc Laren di Alain Prost, l'Alfa di Bruno Giacomelli e la Tyrrell del compagno di squadra Jean Pierre Jarier .

Ora che la stagione motoristica in Autodromo è iniziata con le gare del Blancapain GT Endurance Series e del Lamborghini Super Trofeo abbiamo posto alcune domande alla consigliera di Sias.

Nell'ultimo Consiglio di Sias avete confermato il ruolo di consulente all'avvocato Federico Bendinelli?
L'avvocato Federico Bendinelli è un consulente che viene considerato anche perché ho capito che ha una serie di competenze nei rapporti con Bernie Ecclestone. In realtà, confermarlo, non è competenza stretta del Consiglio, è competenza dell'amministratore delegato. Però ne abbiamo parlato ed abbiamo dato parere favorevole. Capisco anche che chi organizza il Gran premio di Formula Uno abbia bisogno di un riferimento organizzativo e per questo mi sembra siano tutti orientati a mantenerlo. Non è stata però una cosa votata”.
Perché a Francesco Ferri è stata data una procura e non è stato nominato direttore?
Credo sia un problema di assetto della società. Penso che proprio dal punto di vista della gestione sia più facile lavorare in questo modo per un periodo limitato perché il contratto scade tra poco, alla fine di quest'anno. E' un tecnicismo però abbiamo preferito così. Perché alla fine cosa è successo? L'attività della nuova gestione é iniziata poi da metà marzo si è formato il cda e questo è ancora un periodo di assestamento delle cariche. Abbiamo quindi scelto un po' delle cose più di facile gestione“.

Si parla di 16 consulenti, non è un numero eccessivo?
E' come la questione delle cariche, siamo in fase di rivalutazione, adesso, con lo studio dell'organigramma troveremo la quadra. Detto sinceramente, non siamo ancora entrati nello specifico perché abbiamo parlato di piano industriale e di strategie, occorrerà vedere quale programma prenderà il cda.
Finora è stato un cda interlocutorio e quindi non è un argomento che abbiamo ancora toccato. L'organigramma sarà il tema dei prossimi Cda tutti già calendarizzati con scadenza bimensile.
Da questo punto di vista c'è molta attenzione, alla fine mi sembra che questo Cda, non so se lo posso dire, vada a due velocità: una parte istituzionale che ha le sue tematiche e invece una parte manageriale che è Massimo Ciceri e Andrea Dell'Orto ...e poi c'è Ferri come procuratore....
Secondo me l'importante sarà far dialogare queste due entità. Entrambe hanno delle valenze, entrambe hanno positività ed entrambe hanno pecche che vanno sistemate per gestire una società a capitale pubblico. Quindi la bravura sarà unire queste due anime perché una va a 100 all'ora e l'altra no”.

A noi risulta che lo scontro in atto tra AC Milano e Sias partirebbe dal contratto siglato con la Innext (società di consulenza aziendale) di Francesco Ferri
Sono sincera, le giuro non lo so. Sicuramente loro ne parlano, sicuramente se ne parla ma appartiene ad una di quelle questioni più operative che non abbiamo ancora affrontato”.

Si dice che la ruggine deriverebbe dal fatto che ACM si sarebbe ritrovata con un un contratto blindato di Innext
Queste cose deve capire che a noi arrivano indirettamente. Il Cda alla fine, rispetto a queste cose operative, ne viene a conoscenza se viene fatta una specifica richiesta e se poi il presidente decide di metterla all'ordine del giorno. Ovviamente ci sono dettagli che noi sappiamo, però diciamo che questa cosa la deve gestire l'amministratore (Andrea Dell'Orto -ndr) . A noi del Cda arriva un po' il prodotto finito. Ovvio che adesso abbiamo duecentomila cose da fare tra cui i contratti che non so se l'amministratore delegato vorrà condividere con noi, col Cda o meno. Anche se lui su alcune questioni è obbligato, su altre questioni ha libertà.. Sulla questione contratti sicuramente occorrerà che tutto diventi molto chiaro; in merito alle domande che lei mi ha fatto ci dovranno essere dei comunicati. Tutte queste cose che appartengono alla schiera delle questioni non limpidissime, non necessariamente che ci sia del male, però bisogna che loro le affrontino. E' un Cda veramente eterogeneo che quindi da garanzie per tutta una serie di cose. Bisogna poi vedere anche sul pregresso avendo ereditato pesanti situazioni. Non mi sembra comunque un Cda di persone che hanno cose personali, non so come dire... Almeno io non ho avuto questa impressione”.

Qual è il ruolo dell'ex amministratore di Sias Fabrizio Turci?
Fabrizio Turci ha il ruolo di uditore, si è reso disponibile nel passaggio delle consegne. Con lui non è stato rinnovato alcun contratto. Turci si è dimostrato persona garbata in grado di collaborare benissimo per rendere questo passaggio di Cda più veloce e corposo possibile”.

Si parla del possibile investimento di Assolombarda in Autodromo (vedi Assalombarda entrerà nel capitale dell’Autodromo con dieci milioni di euro), legato al passaggio di Confindustria MB, il cui presidente é sempre Andrea Dell’Orto, nella stessa Assalombarda. Che ne pensa?
Quando mi dice una cosa così a me diciamo non suona strana nel senso che tutto l'impegno di Confindustria MB per Sias è chiarissimo. Dalle elezioni dell'Automobile Club di Milano Confindustria MB si è impegnata e credo che se non ci fosse stato questo impegno di Confindustria MB per il rinnovamento non so se si riusciva a fare questa operazione. Anche lì però c'è un Cda, un'assemblea, quella di Monza la vedo dura..Non mi suonerebbe strano se gli iscritti a Monza e Brianza facessero la scelta di mantenere la propria identità perché loro a questa tengono tantissimo ed hanno ragione. Ovvio che però Confindustria MB non possa chiedere ai disastrati comuni di Monza e Milano di metterci soldi e neanche di ridurre la convenzione. Non sarebbe una cosa accettabile. Anche se penso che questa convenzione dell’Autodromo potrebbe essere materia di rivisitazione“.

Con un comunicato Sias precisa che “non ci saranno cessioni di quote e non sono fondate le notizie di un interesse di Assolombarda e nemmeno di un possibile investimento di Cariparma o dell'entrata di non ben specificati Fondi arabi”.

Con questo comunicato, di fatto, la società ufficializza anche una “rottura” con l'Automobile Club d'Italia che con una delibera da tempo aveva dato disponibilità ad entrare nell'azionariato.
Una rottura forse dovuta alla decisione presa dall'ACI che ha costruito una pista per i corsi di guida federali – che sarà operativa da domani - ad Arese nell'area ex Alfa Romeo che dista pochi chilometri da Monza. L’ACI ha anche trasferito in toto ad Arese la struttura che operava all'autodromo di Vallelunga e che sovvenzionava annualmente con un contributo di 600mila euro.

In ogni caso ad una attenta lettura – e senza fare dietrologie - il comunicato risulta chiarissimo: a gestire l'impianto sarà soltanto Sias che è sì una società le cui azioni sono possedute al 70 per cento dall'Automobile Club di Milano e il restante 30 dall'Immobiliare ACM ma d'ora in poi a prendere le decisioni importanti saranno unicamente gli uomini in grisaglia, cravatta azzurra e scarpe nere lucidissime: i Dall'Orto friends.

Quelli che appoggeranno la sua idea di far confluire “entro maggio” Confindustria MB in Assolombarda.

 

Processo Autodromo. Si parla di usura. A risponderne è l'ex direttore Enrico Ferrari

di Pier Attilio Trivulzio

Giovedì scorso in Tribunale si è parlato di usura. Reato per il quale la Procura di Monza ha rinviato a giudizio l'ex direttore dell'Autodromo Nazionale, Enrico Ferrari.

Ad assistere all'udienza c'erano anche tre studenti dell'Istituto “Versari” di Cesano Maderno impegnati in Tribunale per uno stage di due settimane. “Abbiamo seguito diversi processi: l'omicidio di Paolo Vivacqua, processi per stupro, rapina e usura”, precisano Simone Pozzoli, Lorenzo Fresca e Simone Brignani.

L'imputato Enrico Ferrari non era in aula. A sostenere l'accusa il pubblico ministero Walter Mapelli. Sul banco dei testimoni Alessandra Bennati.
Signora Bennati, conosce Enrico Ferrari?”, chiede Mapelli. “Sì, da anni. Quando ne avevo 17 siamo stati fidanzatini, adesso ne ho 62...”.
Ha ricevuto soldi da Ferrari?”.
Erano per un'attività nuova, un'impresa commerciale da vendere. Si, mi ha dato soldi”.
Quando e quanti?”.
Nel 2006, non ricordo la cifra”.
Duecentomila euro? E come glieli ha dati? Contanti o assegno?”.
Contanti. Ho ricevuto contanti in due o tre tranche”.

La pubblica accusa presenta alla Bennati un documento da cui risulta il prestito di 200mila euro e la partecipazione di Enrico Ferrari con 70mila euro a Calciolotto.
Che data ha il documento?”, chiede il presidente Alessandro Rossato. “Maggio 2008”.
I documenti sono due, uno inviato per fax è in bianco senza firme”, s'affretta a precisare Raffaele Delle Valle, legale dell'ex direttore.
Presidente Rossato: “Signora, lei ha visto il documento del 30 maggio con le firme manoscritte di Enrico Ferrari e Massimo Ferranti in cui lei chiede a Ferrari un ulteriore credito? Il documento è dell'agosto 2009”.
Quanto ha ricevuto?”, domanda Mapelli.
Alessandra Bennati: “200mila per Calciolotto che non andava bene...”. Presidente: “Lei dunque ha ricevuto 200mila euro che non ha restituito?”. “No!”.
Pubblico ministero: “A maggio 2006 lei riceve 200mila euro, 195mila euro in biglietti da 500 euro e un assegno di 5000 euro?”.
Sì!”.
Pm: “Dove li ha messi?”.
Presidente: “Signora, che attività ha?”.
Teste: “Compero film e poi ho attività riguardante i giochi. Calciolotto era un nostro brevetto”.
Pm: “C'è un problema. A maggio 2006 chiede il prestito di 200mila euro, a ottobre altri 200mila euro...”.
Mai ricevuti”, è la risposta.
Li ha ricevuti per Calciolotto”, insiste la pubblica accusa.
Bennati: “Per Calciolotto ho restituito 70mila euro. Mai avuti gli altri 200mila euro. Mai avuto da Ferrari alcuna richiesta di usura. Cico era un po' disperato...”.
Presidente: “Qual'era l'accordo base?”.
Prestandomi 200mila euro con il Calciolotto Ferrari ne avrebbe guadagnati 70mila”.
Pm: “Il primo prestito era per Calciolotto, ma il secondo non è partito... Il prestito del 2006 dove sta? Lei prende i soldi per Calciolotto e me li impiega in altre società. Cosa c'entrano quei soldi per le altre società”.
Bennati: “Oltre a Calciolotto 250mila euro. Ma non li ho estorti!”.
Mai nessuno le ha contestato che è stata estorsione”, precisa Mapelli.
Bennati: “Stavo facendo il Calciolotto, una macchinetta dove tu metti la data di nascita ed escono alcuni numeri che puoi giocare. Sa quante persone mi hanno detto d'aver vinto?”
Presidente: “Bastava inserire soltanto la data di nascita per vincere? Era una specie di indovino meccanico!”.
Bennati: “Era una macchinetta pazzesca...”.
Presidente: “Qual'era lo sviluppo potenziale del gioco?”.
Bennati: “L'accordo era con una società tipo la Lottomatica”.
Pubblico ministero: “Enrico Ferrari non compra che la compartecipazione? C'è la telefonata del 10 maggio 2012 in cui lei dice: tu non sei mio socio. E Ferrari: ascolta, mi devi dare 200mila euro più gli interessi”.
Bennati, alterata: “Lei non può dire che è usura!”.
Walter Mapelli, alzando la voce: “Non tocca a lei stabilire se è usura”.
Bennati: “L'intenzione era: io ti coinvolgo e tu mi dai il prestito. Prima o dopo si parla di partecipazione...”.
Pm: “In questo affare Ferrari era un socio. Le conclusioni non spettano a lei ma a noi!”.

Mostra alla teste (che riconosce la grafia) il manoscritto dell'ex direttore dell'Autodromo Nazionale di Monza con il riepilogo alla data del 14 maggio 2009 dove “è scritta la cifra degli interessi che lei deve riconoscergli”.
Pm: “Il documento è un riepilogo. A seguito di finanziamenti per Calciolotto...Non c'è stata partecipazione ma finanziamenti come scrive lo stesso Ferrari”.
Avvocato Della Valle. “La signora ha dato la sua interpretazione, la Gdf parla di fattura...”.
Mapelli: “Nel secondo foglio è scritto ben chiaro: interessi. Prima di rispondere la signora legga bene”.
Bennati: “Mai dato interessi...”.
Insiste Mapelli: “C'è stato un dare e un avere?”.
Risposta: “E' stato un buco pazzesco. Quello di Ferrari è stato un aiuto, Non è interesse...”.

A parte i 200mila euro, Calciolotto ha avuto altri soldi: le risultano 75mila 226 euro dalla società Quintopiano? - chiede la pubblica accusa - A noi non risultano contestati ma incassati. Ci sono insoluti per 54mila euro. Quindi si tratta di prestiti fuori da Calciolotto...”.
Affondo di Mapelli: “Ha rilasciato una procura a vendere?”.
Sì', a Ferrari per garantirlo che primo a poi lo avrei pagato”.
Pm: “Capitale più interessi o soltanto capitale?”.
Solo capitale”.
Pm: “Il problema di fondo è solo il capitale. Perché avete sentito la necessità di dare garanzia?”.
Bennati: “Ci parlavamo spessissimo...”.
Mapelli: “Il 7 maggio 2012 Enrico Ferrari le dice io voglio i miei soldi. Me lo comprate. Io voglio essere liquidato dei miei 300mila euro”.
Bennati: “Era suo interesse...”.
Mapelli: “E' partita come partecipazione alla società, se poi cambia, cambia tutto. Lei scrive: Cico, per tutto quello che hai fatto per noi ti diamo una compartecipazione”.

Avvocato Della Valle: “Da marzo 2006 al 2012, Ferrari vuole 300mila euro. Tutto il resto (riferito alle telefonate intercettate – ndr) è pettegolezzo. Non inventiamoci reati”.
Risposta del pubblico ministero: “Ci sono i documenti”.
Presidente Rossato: “Occhio e croce sono 16mila euro d'interessi all'anno”.

Ad una frase incomprensibile della Bennati che appare evidente su di giri Walter Mapelli risponde: “Che usura non è reato non lo decide né lei né noi. E' il Tribunale. E' vero, signora, che dopo la perquisizione a casa Ferrari lei s'incontra con lui? Qual era il problema?”.
Bennati: “Non me lo ricordo”.
Affondo di Mapelli: “Cosa voleva dire a Ferrari dopo il vostro incontro dell'11 giugno 2012? Vi aspettavate un arrivo della Guardia di finanza?”.
Sì, ce l'aspettavamo”.

Tocca quindi a Massimo Ferranti, marito di Alessandra Bennati testimoniare.
Mapelli: “Conosce Enrico Ferrari? Sa di prestiti ricevuti? Siete stati in partecipazione d'affari?”.
Sì. Mia moglie. Io sono ingegnere, adesso mi occupo di software. So che ha avuto prestiti, un aiuto per fare affari”.
Pubblico ministero: “Un conto è la partecipazione di capitali...”.
Ferranti: “Lei si riferisce al prestito per il quale Ferrari ha chiesto una minima garanzia?”.
Presidente: “Perché richiede la garanzia?”.
Lui la voleva e io ho firmato. Se mia moglie non restituiva, l'avrei fatto io. So che ha restituito poco”.

Si meraviglia il teste quando la pubblica accusa dice quanto ha prestato Enrico Ferrari. “Non immaginavo minimamente cifre simili, credevo si trattasse di piccoli prestiti. Un milione...sì, di lire. Insomma, mille, duemila euro... Non certo quel prestitone...”.
A quando risale il prestitone?”, chiede il presidente Rossato.
Pm: “30 maggio 2008”.
Teste: “In precedenza avevo firmato un altro documento”.
Avvocato Della Valle: “Quello di 200mila euro?”.
Teste: “Un altro documento. Questo che mi viene mostrato è il piano di rientro. Io avevo firmato solo il documento che garantiva la restituzione”.

Vengono fatti vedere al teste altri documenti e lui conferma d'aver firmato un solo documento nel 2006. E ribadisce di non aver mai saputo nulla del cosidetto “prestitone”.

Una volta vicino a Monza Ferrari mi consegnò una busta contenente soldi contanti che ho dato a mia moglie. Che uso ne ha fatto lei? L'affare (Calciolotto – ndr) era sfumato perché la società non aveva firmato il contratto e allora mia moglie li ha investiti in un'altra maniera”.

Presidente: “Agli atti c'è un assegno del Banco di Brescia. Assegno in bianco: è assegno del suo conto?”.
Teste: “No. Ero amministratore unico di Quintopiano. La firma non ci deve essere”.

Gli viene chiesto se conosce la società Giocaonline. “E' di mio figlio Massimo che ha il 92 per cento del capitale, il 5 è di Enrco Ferrari e il restante 3 di altra persona”.

Pm: “E' la società di famiglia? Perchè c'è Enrico Ferrari?”.
Teste: “La società andava bene e però aveva il debito con Ferrari ed io ho trovato giusto che avesse una partecipazione. Però io sapevo soltanto di piccoli prestiti, non di 300mila euro... Sapevo che mia moglie chiedeva a Ferrari prestiti; e penso anche li abbia restituiti, Sempre però cifre piccole”.

L'avvocato Della Valle esibisce lettera del 17 maggio 2006 scritta da Alessandra Bennati a Enrico Ferrari in cui dice che il prestito sarebbe avvenuto ratealmente.

Ti sei reso disponibile ad un nuovo prestito di 200mila euro – è scritto nella lettera – di cui 24mila già in nostre mani per 200mila da consegnare. 163mila in tre tranche... E il 31 giugno 2006: per garanzia dell'impegno poiché abbiamo la certezza della restituzione...”.
Teste: “Io mi fermo al documento del 17 maggio 2006, non riesco ad inquadrare il piano di rientro”.
Presidente: “Quindi il cosidetto prestitone era dato a rate?”.

Avvocato Della Valle: “Nell'intercettazione dell'8 giugno 2012 sua moglie dice che l'accordo per il prestito di 200mila euro prevedeva il guadagno dalla vendita del Calciolotto.. C'è poi la lettera del 20 maggio 2010 a Cico dove lei dice “il tuo impegno è stato generoso e corretto, mi sembrerebbe giusto che Sandra ti cedesse la sua partecipazione”.
Teste: “Lui, Ferrari, non è mai stato pressante”.

Walter Mapelli: “Dal momento che l'avvocato Della Valle ha citato la email del maggio 2010 io aggiungo che Ferrari risponde dicendo. “Voi dovete restituire il prestito...”.
Teste: “Sì, la mia opinione è che Ferrari si è comportato generosamente”.
Pm: “... in realtà d'aver preteso interessi eccessivi...”.
Teste: “Però il prestito ci consentiva di fare l'affare. La sostanza è questa. L'usura a me sembra eccessiva”.

Pm: “Ci sono telefonate imbarazzanti, uno scambio di opinioni imbarazzanti. E poi, mi scusi, può spiegarmi perchè sua moglie non ricorreva al prestito normale delle banche?”.

La domanda resta senza risposta.
Viene quindi chiamato il figlio della Bennati, Tommaso Ferranti, il quale si limita a dire che “Enrico Ferrari è stato coinvolto essendo un amico di famiglia”.
Ha prestato soldi oppure ha finanziato la società Giocaonline?”, domanda la pubblica accusa.
E' stato un investimento di capitale e però non conosco i dettagli”.

A Mapelli che ripropone la domanda: “Perchè sua madre non si rivolgeva alle banche se aveva necessità di prestati?” è l'avvocato Della Valle a rispondere. “Cercava qualcuno che gli desse i soldi gratis”.

Nel corso dell'udienza per chiudere il capitolo relativo a Davide Galbiati, custode dell'ingresso principale dell'Autodromo a Vedano al Lambro sono stati sentiti Luigi Panzera e il figlio Roberto della Royal Service e Claudio D'Ambrosio della società OTS che si occupava di sicurezza.

La mia società che prima era una cooperativa ed ora è una srl, ha iniziato il rapporto con Sias nel 1953. Il nostro compito iniziale era la gestione della biglietteria con la vendita dei biglietti oltre ai servizi di controllo delle aree di ospitalità e del paddock – spiega Luigi Panzera che con un esposto ha dato l'avvio all'inchiesta della Procura -.Tutto è filato liscio fino a quando non ci siamo rivolti alla direzione segnalando la presenza di spettatori in possesso di pass per le manifestazioni senza averne titolo. Risultato? Al secondo reclamo Enrico Ferrari ha deciso di sospenderci dal servizio per qualche mese. Salvo poi richiamarci”.
In occasione della gara superbike del 2008 trovammo spettatori in possesso di biglietti fotocopiati - continua Roberto Panzera -. Spesso durante il controllo all'ingresso del paddock o delle tribune capitava di trovare spettatori in possesso di biglietto ridotto anziché intero, di un solo biglietto per due spettatori o pass di cui non sapevano dare giustificazione credibile. Episodi tutti segnalati a Ferrari o a Daniele Galbiati in direzione gara col risultato che nel 2008, dopo l'episodio della superbike, ci fu riconosciuto un minor introito rispetto alla cifra fatturata”.

Perché le lamentele?”, chiede Walter Mapelli.
Ci fu detto da Enrico Ferrari che eravamo troppo fiscali. Noi però compivamo un servizio di controllo e va ricordato che il biglietto acquistato ha anche il valore di assicurazione. E nel caso fossero sorti problemi, esempio un'auto che investe lo spettatore nel paddock, ne avremmo dovuto rispondere noi”.

Pubblico ministero: “Avete constatato molte anomale situazioni?”. “Praticamente ad ogni manifestazione. Quando c'erano problemi contattavamo Daniele Galbiati in direzione gara e la risposta era sempre la stessa: chiudete un occhio, fateli passare. Più pubblico faceva contenti gli sponsor, il gestore del bar e del ristorante, dei negozi...”.

Il legale di Davide Galbiati chiede a Roberto Panzera di spiegare come è nato l'esposto alla Procura. “Delle problematiche situazioni che c'erano in Autodromo abbiamo parlato col presidente Paolo Guaitamacchi esprimendo a lui le nostre perplessità. Anche quelle relative ai bagarini che stazionavano fuori dagli ingressi e addirittura in occasione di gare importanti come il Gran Premio e la Superbike arrivavano a chiedere il nostro intervento durante la vendita affinchè garantissimo che il biglietto da loro venduto era valido. Ovviamente rifiutandoci e sempre segnalando queste situazioni”.

Conferma la massiccia presenza dei bagarini Claudio D'Ambrosio della OTS che in occasione del Gran premio di Formula 1 metteva a disposizione per la sicurezza fino a 800 uomini. “Si, era nostro compito allontanarli segnalandoli alla Guardia di finanza. Venivano da Napoli, da Bergamo. C'erano molti pugliesi”.

Il processo è stato aggiornato al 21 maggio.
Deporranno come testi l'ex presidente Paolo Guaitamacchi e torneranno per il controinterrogatorio dei legali Pietro Mazzo ed Enrico Radaelli.

A margine dell'udienza l'informazione che l'apertura delle buste relative al bando per la sicurezza indetto da Sias al quale hanno partecipato 5 società avverrà il 7 aprile. Vale a dire tre giorni prima dell'inizio della stagione motoristica previsto il 10 aprile con la gara internazionale del Blancpain GT Endurance Series.
E che a calendario è stata inserita per il 2-3 maggio la seconda prova del Campionato italiano Supermoto, che utilizzerà un tracciato alternativo alla pista stradale che non ha l'omologazione della Federazione Internazionale (FIM) e di quella italiana (FMI).

 

Monza - Ritrovato il libro mastro di Paolo Vivacqua. Ma sette pagine sono state strappate

di Pier Attilio Trivulzio

Copertina viola, un pupazzetto nel mezzo. E' il libro mastro sul quale Paolo Vivacqua annotava somme prestate e affari importanti. E' Donata Costa, pubblica accusa al processo, a consegnarlo al presidente Airò che lo sfoglia e constata che diverse pagine sono state strappate. “Sette pagine, ma non siamo stati noi”, precisa la Costa.
Calogero Licata Caruso che in quel momento sta deponendo sfoglia il libretto e conferma che la grafia è proprio di Paolo Vivacqua.

Quel libretto lo avevano tanto cercato i legali degli imputati.
Ci sono, infatti, intercettazioni ambientali di conversazioni tra i figli Antonio, Gaetano e Davide Vivacqua, con Licata Caruso e Vincenzo Infantino, fatte nella caserma di Desio la sera del 14 novembre 2011, il giorno dell'uccisione del rotamat, dove si parla del taccuino.
E alla fine, quasi con un gioco di prestigio, Donata Costa lo ha sdoganato. “Ci è stato consegnato da uno dei figli, forse da Gaetano”.

Il libretto è stato consegnato da Gaetano Vivacqua il 18 novembre 2011, e le pagine mancanti sarebbero le ultime. Dunque il taccuino viola fa parte, fin dall’inizio, del fascicoli di Donata Costa ma, a quanto sembra, é stato repertato con un nome di non facile individuazione.

Alla prossima udienza di lunedì 30 marzo in aula torneranno a testimoniare i fratelli Vivacqua, assieme all'avvocato Loreno Magni e a Rita Faieta, direttrice dell'ufficio postale di Lissone dove la cricca Vivacqua ritirava quotidianamente denaro contante. Numerose sono state, fin dal febbraio 2010, le segnalazioni della donna al direttore dell'ufficio centrale di Monza su quegli ingenti quantitativi di contante prelevati. Sarà l'occasione per i legali di chiedere a Gaetano Vivacqua quali segreti contenevano le sette pagine strappate del taccuino.

Di sicuro sul libretto c'è il nome di Louis Paul Nguini, industriale del Camerun, marito (defunto) dell'avvocato seregnese Maria Antonella Savarino. Nguimi aveva con Vivacqua un debito di 68.750 euro garantito con 3 assegni di 10mila euro ciascuno sul conto personale della Deutsche Bank ed un quarto assegno di 28.750 euro della Banca di Roma agenzia di Seregno a firma della Savarino trovati e sequestrati dalla Guardia di finanza a casa di Germania Biondo.

Nel 2010, in occasione dei mondiali di calcio in Sud Africa Paolo Vivacqua con Calogero Licata Caruso e Vincenzo Infantino era passato a Edea in Camerum e, grazie alle conoscenze di Nguini, aveva incontrato i politici locali e trattato affari: voleva avviare un'azienda per la rottamazione di vecchie navi. E per ingraziarsi i locali aveva fatto avere loro alcune motociclette che servivano ai giovani per andare a scuola ed a messa.

Veniamo alle testimonianze dell’altro giorno in aula .
Sono da poco passate le 6 del mattino quando Mariana Rusnac alza la serranda del bar “La Piazza” nel centro di Muggiò, bar che Paolo Vivacqua ha acquistato al cinquanta per cento in società con Mario Infantino pensando al futuro della compagna Lavinia Mihalache che a giugno l'ha fatto diventare padre per la quarta volta.

E' il 14 novembre 2011, un lunedì. Cinque ore dopo un killer scarica otto colpi calibro 7,65 contro Vivacqua. Sette vanno a segno. Il rotamat di Ravanusa cade sul pavimento, il killer esce lasciando socchiusa la porta dell'ufficietto di via Bramante d'Urbino a Desio al quale avevano accesso soltanto poche persone che andavano da lui per trattare affari.

Quella mattina di novembre di quattro anni fa, Mariana Rusnac ha già fatto diversi caffè e cappuccini quando dentro al bar arriva Mario Infantino. Al saluto della barista Mario risponde in modo distratto; si beve due caffè e forse anche un terzo. “Mi sembra due o forse di più – risponde la Rusnac all'avvocato Ruggero Manganello difensore di Salvino La Rocca, chiamata a Monza in Corte d'Assise per il controinterrogatorio dei legali di Germania Biondo, Diego Barba, Salvino La Rocca, Antonio Radaelli e Antonino Giarrana accusati dell'omicidio dell'uomo di Ravanusa -. E' rimasto pochissimo e poi se n'è andato, notai che era preoccupato e subito pensai: questo qua ha qualcosa. Non era la solita persona, non rideva. In mattinata è andato via ed è tornato soltanto sul tardi. Di sicuro dopo mezzogiorno, per portare la roba da mangiare. Solitamente la portava prima...Ma anche il giorno prima, la domenica, aveva avuto un comportamento strano. Era nervoso e preoccupato”.

Non era strano che quel giorno assieme a lei dietro al banco ci fosse la moglie di Infantino?”, domanda l'avvocato Manuela Cacciuttolo che difende Germania Biondo.
Sì, era strano perché Paolo non voleva che la moglie di Infantino stesse lì”.

Su domanda dell'avvocato Manganello: “Mai avuto dubbi su Mario Infantino?”
Mariana Rusnac risponde: “Su tutti. Però è strano che Mario quel giorno lì al bar non c'era. Paolo non si fidava troppo di lui. Infatti mi aveva chiesto di controllare ogni giorno i conti e scrivere la cifra di quanto incassavamo”.

Riguardo all'omicidio, avevate dei dubbi su Mario Infantino”, insiste l'avvocato Manganello.
“Lavinia espresse dubbi su molti nomi e quindi anche sui due Infantino. In particolare su Mario per quella sua camminata quando
[scoperto il cadavere di Vivacqua - ndr], rimase pochi istanti e s'allontanò dall'ufficio di Desio”.

Interviene il pubblico ministero Donata Costa. “Sentita a verbale lei parlò dello strano comportamento di Infantino quando arrivò all'ufficio di Desio“.
E' sceso dall'auto, è entrato nell'ufficio ed è subito uscito rimettendosi al volante. Quel giorno era solo, con lui non c'erano né suo fratello Enzo né Calogero Licata Caruso”

Nella seguente deposizione Lavinia Mihalache racconta che con Paolo si sentiva molte volte durante la giornata. “Quel giorno ci siamo lasciati prima delle 10 e l'ho chiamato dopo 50 minuti per sapere se era arrivato al bar di Muggiò dal momento che aveva un appuntamento. Mi ha chiesto: dove sei? Ci arrivo...Gli ho detto: c'è gente che ti aspetta. E lui, lo so”.

La Mihalache rivede Paolo soltanto il pomeriggio attorno alle 15 quando, preoccupata perché non risponde alle sue chiamate, decide di andare all'ufficietto assieme a Mariana Rusnac. Che racconta: “C'era la Bmw parcheggiata, la porta dell'ufficio era aperta e, da dietro ad un palo, un vecchietto guardava fisso l'ufficio. Lavinia è entrata e si è messa a gridare. Io allora sono entrata, il vecchietto era dietro di lei, ho visto i piedi di Paolo ed ho cominciato a piangere. Era come se l'avessero ucciso e messo a terra. Non c'era sangue. Come se l'avessero ucciso da un'altra parte e poi portato lì. Sulla scrivania c'era il cellulare che suonava, Lavinia, che era fuori di testa, lo ha preso ed ha risposto. Era suo fratello dalla Romania”.

Sono entrata dentro l'ufficio e Paolo era per terra. L'ho abbracciato, l'ho girato. Oltre a me e a Mariana c'era un anziano che guardava preoccupato”, dice la compagna di Vivacqua.

L'avvocato Cacciuttolo legge alla donna l'intercettazione della telefonata da lei fatta nella notte tra il 14 e il 15 novembre al fratello Carmi. “Carmi dice: a te quando ti ha chiamato? Ero lì in ufficio. Dopo è arrivato TITU che non aveva il telefono”.

Chi è TITU?”.
Risposta: “Il telefono era sulla scrivania e squillava. Io non so...”.

Insiste il legale: “Due volte lo chiama TITU e non sa chi è?”.

Non ottenendo risposta chiede conto di un'altra telefonata fatta una mezz'ora dopo la precedente all’altro fratello, Laurenti, durante la quale il fratello le dice: “Ho fatto un sogno, è stata la mafia a sparare”.
E lei: “Se non sai non parlare di queste cose...se non sai niente...”
Lui: “Qualcuno è stato...quel romeno che lavorava con Paolo?”.
Lei lo invita in modo perentorio: “Non dire niente”.

Lavinia spiega: “Il rumeno ha lavorato per anni con Paolo, custodiva la villa di Desio. Ognuno faceva illazioni e io non avevo voglia di sentirle e di parlare...Con mio fratello Laurenti che dalla Spagna si è trasferito in America ci siamo visti una sola volta in diciassette anni. Laurenti non conosceva Paolo”.

L'avvocato Paolo Sevesi difensore di Diego Barba riferendosi alla telefonata fatta da Lavinia a Carmi che è in viaggio in compagnia di altre persone, all'incirca 15 ore dopo l'uccisione di Paolo Vivacqua, chiede, così come il presidente Giuseppe Airò, lumi sulla destinazione del fratello .
Stava andando in Romania. Va spesso dalla Spagna o dall'Inghilterra in Romania...”.

Ma lei, dopo aver trovato il cadavere di Paolo chiama in America Laurenti per farsi dare il numero del cellulare di Carmi in Ucraina...”.
Ci andava per lavoro. Prima di andare in Romania doveva fermarsi in Ucraina”.
Se lui partiva dalla Spagna come poteva arrivare in Ucraina?” chiede Sevesi.
E' come andare a Roma passando per Bari”, commenta il presidente Airò.
Che lavoro stava facendo suo fratello in Ucraina?”.
Edilizia. Il settore era in crisi..”.

Per questo – domanda la pubblica accusa Donata Costa – suo fratello Carmi chiese soldi a Paolo?”.
Io non volevo che se li facesse prestare”.

Ebbe 100mila euro Carmi Mihalache dal rotamat di Ravanusa. Trentamila euro gli furono accreditati sul Banco Cam SA di Benissa con bonifico ordinato da Vivacqua alla svizzera Banca Julius Bar esattamente un mese prima di essere ucciso.

Affondo della Cacciuttolo: “Può spiegare la telefonata del 2 febbraio 2012 in cui lei, parlando con Carmi gli chiede l'indirizzo della banca svizzera. “Non mi interessa l'appartamento – dice – mi interessa la banca. E suo fratello: mi ricordo il posto ma non l'indirizzo. So che era al secondo piano”.
Risposta di Lavinia: “Non so se Carmi è andato in Svizzera, non lo sapevo, non ricordo”.

E' lei che dice a suo fratello quando con Paolo siete andati due o tre volte in Svizzera, come fa a non ricordarsi?”.

Il legale di Germania Bondo chiede allora conto di una telefonata fatta a Vali.
E' un mio parente”.
Dice: “Voglio comperare una casa. Alla obiezione che la casa ce l'ha già (il riferimento è all'appartamento di Carate Brianza che avrebbe dovuto essere rogitato nove giorni dopo l'uccisione di Paolo – ndr) lei dice: voglio costruire una casa come dico io non un appartamento in cui non riesco a muovermi. L'appartamento (di Carate – ndr) non lo voglio vendere per la seconda volta, facciamo affari insieme, investiamo e facciamo soldi. In un supermercato, un negozio, nell'agricoltura, nell'immobiliare...”.

Lavinia spiega che l'appartamento di Carate è sotto sfratto perché non è stato rogitato. In realtà Vivacqua ha lasciato un assegno con l'importo da corrispondere al venditore, che è stato sequestro dalla Procura di Milano. Oltre a 140mila euro riscossi per due vincite a “10 e Lotto” in una ricevitoria di Palermo (PA 3143) per i pronostici del 30 ottobre e del 2 novembre 2011. Consegnati per il pagamento il 7 novembre all'agenzia di Banca Intesa di Biassono. Una settimana prima dell'uccisione di Paolo Vivacqua.

La prossima udienza è fissata per lunedì 30 marzo.
 

Monza - Assolombarda entrerà nel capitale dell'Autodromo con 10 milioni di euro. Ma il GP d'Italia continua ad essere a rischio

di Pier Attilio Trivulzio

Tutto come previsto. Andrea Dell'Orto, presidente di Confindustria Monza Brianza, offre in dote ad Assolombarda l'invidiabile patrimonio composto da un migliaio di aziende brianzole ed in cambio ottiene 10milioni di euro.

Soldi che serviranno per acquisire, forse, la maggioranza delle quote di Sias SpA, società di gestione dal 1922 dell'Autodromo di Monza. Di cui dal 22 luglio dello scorso anno Andrea Dell'Orto è presidente. E di cui ricoprirà anche la carica di amministratore delegato.

Attualmente il capitale di Sias SpA è detenuto al 70 per cento dall'Automobile Club di Milano, il restante 30 dall'Immobiliare ACM.
Sulla fusione (o per meglio dire sulla rottamazione) di Confindustria Monza Brianza - che per inciso ha una storia lunga 113 anni essendo stata la prima Confindustria d'Italia nata “per difendere gli interessi del territorio” - si esprimerà a maggio l'assemblea generale di Assolombarda.

Il primo passo per la fusione era stato fatto in giunta dove la proposta portata da Dell'Orto aveva ottenuto 28 sì, 13 no e un paio di astenuti.
L'altro giorno, martedì 24 marzo, l'assemblea straordinaria ha approvato la bozza di fusione. “Così potremo far passare le nostre istanze a Roma e pensare a servizi sul territorio”, ha spiegato Dell'Orto. Traduzione. Riusciremo a convincere Matteo Renzi ad appoggiare il nostro progetto di rilancio dell'Autodromo Nazionale.

Di sicuro si sa che nelle casse della società inquisita dalla magistratura monzese – stamattina in udienza (pubblico ministero Walter Mapelli) si è parlato di usura, reato per il quale è a giudizio l'ex direttore Enrico Ferrari che rischia una condanna di 6 anni - e oberata da pesanti debiti entreranno 10milioni di euro. Vera e propria boccata d'ossigeno che tranquillizzerà i molti creditori che da tempo avevano iniziato a mostrare evidenti segni di nervosismo ed erano pronti a varcare il portone del Tribunale di via Vittorio Emanuele.

Dieci milioni però non sono che una goccia nel mare degli impegni finanziari a cui Sias – se vuole mantenere a Monza il Gran premio d'Italia di formula 1- deve far fronte.
I miglioramenti delle strutture comportano investimenti e – se saranno indette serie gare d'appalto non come quelle per Expo o di Sias sotto la gestione Ferrari-Beghella Bartoli – potrebbero bastare una cinquantina di milioni di euro. Non i 70 del progetto chiesto dal presidente dell'Automobile Club d'Italia Angelo Sticchi Damiani a tre ingegneri e depositato in Regione Lombardia.

A cui vanno aggiunti altri 7-8milioni per adeguare la pista (o meglio per modificare) la pista alle esigenze delle gare iridate della superbike. Lavori richiesti dalla Dorna che organizza il mondiale e già notificati a Sias. Lavori necessari per riottenere dalla Federazione Motociclistica Internazionale (FIM) l'omologazione del tracciato.

Per dar corso alle modifiche è necessario il benestare del Comune di Monza e del Parco della Valle del Lambro poiché c'è da disboscare alla prima variante e all'Ascari. E' previsto il sacrificio di circa 160 alberi. Facile pensare quanto sarà dura l'opposizione al progetto. In ogni caso, se passerà lo stretto di piazza Trento e Trieste, i lavori non potranno di certo essere pronti per il 2016. Dunque, eventualmente il Mondiale Superbike non potrà tornare prima del 2017.

Andrea Dell'Orto sponsorizza ad ogni piè sospinto il ritorno delle derivate di serie all'Autodromo. E ben si capisce. La sua azienda, la Dell’Orto Carburatori di Cabiate fornisce alla Dorna le centraline per la Moto3 e per le derivate di serie. Dunque...
E poi sua è anche la Do Design (vedi rettifica, sotto) di Monza che realizza cappellini e gadget legati alle gare motociclistiche.

Vabbè, lui stravede per le due ruote.
Ma la Formula 1 che è il cardine per tenere in vita la concessione con i Comuni di Monza e Milano?
Sias rinnova con Bernie Ecclestone?
Una volta che Assolombarda entra nel capitale sociale di Sias chi mette i 20milioni di dollari che il patron del Mondiale Piloti chiede per il rinnovo quadriennale fino al 2020? Chiedendo anche l'esclusiva dell'intera struttura durante il Gran premio per il suo Paddock Club?

Il voto dell'assemblea generale di Assolombarda si esprimerà sul progetto di inglobamento di Confindustria Monza Brianza a maggio. Ecclestone ha fissato la scadenza per la firma del nuovo contratto prima del Gran premio di Montecarlo. Leggi entro metà maggio. Dunque i tempi sono strettissimi.

Siamo sicuri che Sias andrà per tempo a firmare il contratto con la FOM a Londra? Ad oggi, verbalmente, Andrea Dell'Orto ha confermato la consulenza all'avvocato Federico Bendinelli. E' l'uomo che Bernie ha voluto per interfacciarsi con Sias da quando in pista è entrata la magistratura monzese.
Bendinelli avrà mandato di dare assicurazione a Ecclestone per il rinnovo o avrà il compito di comunicare, come accade dopo ogni disgrazia, che il paziente è defunto?
Speriamo proprio di no. Comunque incrociamo le dita.

Di certo l'ingresso a gamba tesa di Assolombarda in Sias SpA non piacerà all'Automobile Club d'Italia che nel 2012 – dopo lo scandalo - aveva deliberato d'entrare nell'azionariato con un investimento di 300 o 600mila euro. 

Non so se Assalombarda entrerà con questi dieci milioni e non so neanche se lo possono fare” ha dichiarato a infonodo.org il presidente di ACI Sticchi Damiani.

- Questo ingresso le dispiacerrebe?
No, mi  farebbe solo piacere. Bisognerà solo vedere con quale formula entreranno. ACI o non ACI, l’importante è trovare i soldi da dare a Bernie Ecclestone.
Al di là di aspetti tecnici che sono complessi trattandosi di società a capitale pubblico, per Sias  sarebbe un grosso vantaggio, ma dieci milioni non sono sufficienti
”. 

Per la cronaca Sias, dal 2007 al 2013, ha ricevuto dall'ACI sovvenzione per l'organizzazione del Gran premio d'Italia (di cui ha i diritti) per 2milioni 450mila euro così ripartiti: 400mila nel 2007; 500mila nel 2008; 420mila nel 2009; 350mla nel 2010; 280mila nel 2011; 300mila nel 2012; 200mila nel 2013.
Dopo la vicenda delle “bolle” in pista nel 2012, comparse alla curva parabolica in occasione della gara superbike (bolle scoperte soltanto grazie alle intercettazioni telefoniche) l'ammistratore delegato di Sias Fabrizio Turci chiese ad ACI un finanziamento di “almeno 400mila euro per lavori richiesti dalla Fia per il Gran premio d'Italia”.

Nient'affatto: i lavori furono necessari perchè c'erano infiltrazioni d'acqua che uscivano sull'asfalto che la società a cui erano stati appaltati l'anno precedente (la CCC – ndr) non erano stati fatti a dovere. L'ACI comunque deliberò un contribuito di 300mila euro.

Rettifica

Contrariamente a quanto scritto l'ing. Dell'Orto non partecipa direttamente o indirettamente alla Do Design srl di Monza. Ci scusiamo per l'errore con il presidente di Sias e con la Do Design. 
Pubblichiamo di seguito integralmente le richieste di rettifica che ci sono state inviate da parte dello stesso Andrea Dell'Orto (pag.1-2) e della società Do Design (pag.3), nella persona del suo legale rappresentante, Maurizio Mangiarotti.
Nelle due lettere sia Dell'Orto sia Mangiarotti contestano, oltre l'errata attribuzione della proprietà di Do Design, anche altri particolari contenuti nell'articolo.
Rimandiamo per un quadro più esaustivo alla lettura delle due missive e, più sotto, alla risposta dell'estensore dell'articolo, Pier Attilio Trivulzio.

 

Rettifica Dell'Orto-Do Deseign

Risponde l'autore dell'articolo Pier Attilio Trivulzio

Da parte di chi scrive non c'è stata alcuna volontà di ledere l'immagine e la dignità dell'ingegner Andrea Dell'Orto e della società Do Design.
Parlando di Sias, Società Incremento Automobilismo e Sport che gestisce l'Autodromo di Monza di cui Andrea Dell'Orto è presidente dal luglio 2014 non si può prescindere dal ricordare che la passata gestione è attualmente a processo con pesanti accuse penali. E delle udienze in Tribunale Infonodo ne ha dato e continuerà a dare puntuale resoconto.
Una sola doverosa precisazione: l'accordo della Dall'Orto SpA per la fornitura della centralina è soltanto per le Moto3 e non per le derivate di serie. Questione di lana caprina puntualizzare che la Dell'Orto ha partecipato e vinto il bando indetto dalla Federazione Motociclistica Internazionale (FIM) e non della Dorna. Sappiamo benissimo che i regolamenti li fa la FIM e quindi a lei spettano le scelte tecniche e che Dorna è invece l'organizzatore dei campionati: sia Motomondiale che World Superbike (WSBK).
Detto questo puntualizziamo: il marchio De Design è nato all'interno della Dell'Orto SpA, ed è stato registrato come Do Design - Beyond the Race all'Ufficio Italiano Marchi  e Brevetti il 16 luglio 2010 e a livello internazionale il 16 settembre 2010 (vedi link), cioé anni prima che Maurizio Mangiarotti desse vita alla società Do Design.

Secondo quanto si legge dalla visura camerale della Do Design il marchio é stato acquistato dalla Do Design dello stesso Mangiarotti - in rapporto d'affari con la Dell'Orto SpA – per 48mila euro. Questa cifra figura tra le immobilizzazioni della società iscritte a bilancio, oltre a 4mila euro serviti per dare vita al sito www.do-design.it. Nelle banche dati italiane e internazionali, il marchio Do Design, nella stessa grafia usata dal sito Do Design, risulta però ancora di proprietà della Dell'Orto spa, mentre rappresentante (representetive) é l'azienda di abbigliamento Abit srl di Sommariva del Bosco (Cuneo). Non sappiamo se questo è dovuto a un ritardo nelle comunicazioni agli uffici brevetti oppure se il contratto intercorso tra la Dell'Orto spa e la Do Design non sia stato di cessione del marchio ma un contratto di licenza del marchio.

Dalla visura camerale risulta che la società Do Design srl, che ha un capitale di 15mila euro - equamente suddiviso al 50 % tra Maurizio Mangiarotti ed Energy RE srl - è stata iscritta alla Camera di Commercio di Monza e Brianza il 24 gennaio 2013 ed ha iniziato ad operare dal 20 febbraio successivo.

Mi chiedo come mai nel sito ufficiale della Dellorto Motosport (vedi link)  è presente la pagina DoDesign, e sul sito della Do Design é scritto nella pagina About us adesso rimossa (vedi sotto) che “Per il quarto anno consecutivo TM Racing si affida a DoDesign per la realizzazione del Team wear e della collezione replica dei colori tipici dell'azienda pesarese”?
E ancora: “DoDesign progetta e realizza merchandising ufficiale dei piloti del WSBK”. Ed infatti il marchio DoDesign ha iniziato a circolare nel 2010 con i capi d'abbigliamento di Max Biaggi, tornato a correre le gare del Mondiale Superbike in sella all'Aprilia.
Ed ancora: “DoDesign attraverso la rete Dellorto distribuisce la linea MA-FRA Bike line”.
Due indizi fanno una prova. Andrea Dell'Orto non è titolare della DoDesign, e di ciò chiediamo venia per quanto scritto, però è sicuramente vicino alla società che realizza utili con abbigliamento, cappellini e altro merchandising  di team e  piloti che corrono le varie specialità delle due ruote. Motociclismo che Dell'Orto - nel ruolo di presidente di Sias - sponsorizza ad ogni pié sospinto. Com'è avvenuto nel corso della recente presentazione alla stampa del piano industriale per rilanciare l'Autodromo Nazionale di Monza. Vedi la dieci giorni di Moto dal 1. al 10 maggio organizzata nel paddock.

Dopo Hockenheim Ecclestone é pronto a cancellare Monza. Processo alla cricca dell'autodromo: la deposizione di Galbiati

di Pier Attilio Trivulzio

No soldi? No Formula 1. Bernie Ecclestone cancella l'appuntamento mondiale del 19 luglio a Hockenheim, in Germania mandando un inequivocabile messaggio a Monza: niente sconti se volete che il Gran premio d'Italia resti nel calendario mondiale dopo il 2016, e soprattutto firma dell'impegno entro metà maggio.

Su Bernie – che tratta per conto della Cvc che detiene i diritti della Formula 1 - la storia non fa presa, contano soltanto i dollari. Quindi è inutile strillare.
Il primo Gran premio della storia si corse in Francia nel 1906 ed è stato cancellato nel 2009. Il Gran premio di Germania, corso in parte a Hockenheim e in parte al Nürburgring, ha una storia, certo più corta di quella di Monza, è infatti in calendario dal 1951, ma non meno pregnante.

Come non ricordare che tutto cominciò sul celebre tracciato-taboga di quasi 23 chilometri del Nuerburgring che si snodava dentro la foresta nera, e che ad aprire l'albo d'oro fu Alberto Ascari con la Ferrari e che l'anno dopo il pilota milanese ottenne un altro successo che gli valse a fine stagione il titolo di campione del mondo. Il primo della casa di Maranello.

E se Monza resta nella storia per quell'arrivo in volata di cinque monoposto sul filo dei 250 di media racchiuse nello spazio di soli 61 centesimi con Peter Gethin (BRM) vincitore e d'allora il circuìto è stato riconosciuto “Tempio della Velocità”, il Nuerburgring è ricordato per la vittoria conquistata in solitario da Jackie Stewart con la Matra-Ford sul tracciato flagellato dalla pioggia battente, dalla neve e dalla nebbia. Il direttore di gara dovette attendere ben 4 minuti per sbandierare fine gara al secondo classificato, Graham Hill con la Lotus!

Tutto questo per dire che se Sias, in dissesto per la sciagurata gestione dell'ex direttore Enrico Ferrari, non ha i 20milioni di euro da pagare a Ecclestone lo dica ufficialmente e si faccia da parte.
Il Gran premio d'Italia si trasferirà altrove. Al Mugello che è proprietà della Ferrari e che rispetto a Monza offre al pubblico maggior godimento della gara.

Si smetta però di dare dell'esoso al patron della Formula 1 e si ammetta che la situazione in cui versa l'Autodromo Nazionale è frutto di chi per vent'anni ha svuotato la cassa di Sias lucrando non soltanto sui biglietti, le salette, le manifestazioni e l'affitto della pista ma anche (e tanto) sulla costruzione del fabbricato box costato 62.737.700 euro (dato bilancio Sias 2009) “nonostante tre contratti stipulati dopo regolare gara d'appalto assegnati per un importo inferiore ai 20milioni di euro”, ricorda Luigi Peverelli, all'epoca vice presidente dell'Immobiliare ACM, nominato controller dall'allora presidente di Sias Giulio Fumagalli Romario, dopo una riunione d'urgenza tenutasi nella sede di corso Venezia il 13 agosto 2003 presenti oltre a Giulio Fumagalli Romario, Ludovico Grandi, presidente dell'Automobile Club di Milano e, appunto, Luigi Peverelli.

Fummo convocati d'urgenza a Milano per discutere di un problema grave emerso in Sias - ricorda Luigi Peverelli -. A fronte di tre contratti stipulati dopo lo svolgimento di regolari gare d'appalto per la realizzazione del nuovo fabbricato box assegnate per un importo inferiore ai 20milioni di euro, risultava un investimento di 32milioni non avendo Sias sottoposto le varianti in corso d'opera convenute con i fornitori al controllo del socio di maggioranza Automobile Club di Milano”.

Enrico Ferrari e Giorgio Beghella Bartoli furono pesantemente richiamati da Giulio Fumagalli Romario che con una lettera d'incarico del 15 aprile 2004 mi nominò controller – aggiunge -. Il 3 marzo 2008 entrai nel Comitato esecutivo di Sias presieduto da Claudio Viganò. Una telefonata minatoria fattami alla vigilia dell'11 marzo 2009 dal consigliere Michele Nappi (e pesanti lettere anonime arrivate allo stesso Luigi Peverelli e a Giovanni Emanuele Viscovi, consegnate ai carabinieri di Monza – ndr) mi impedì di partecipare al Consiglio d'Amministrazione convocato per approvare il bilancio senza che Claudio Viganò e il presidente Pierlorenzo Zanchi si opponessero. Il bilancio 2008, di cui avevo controllato la gestione, venne approvato con un utile di 340.842 euro e l'avallo di un investimento di 2,4milioni di euro per il rifacimento della fognatura dell'Autodromo facendo gara d'appalto senza investire il controller neppure all'apertura delle buste e assegnando il contratto alla Edilimpianti di Vedano al Lambro”.

Secondo l'inchiesta della Guardia di finanza di Monza il grande saccheggio dell'Autodromo, come già detto, è stata opera di Enrico Ferrari con l'avallo di Claudio Viganò e la collaborazione di Marco Luca Villa titolare di Acp&Partner. Oltre a loro, a lucrare però erano in tanti. Tra questi anche il custode Davide Galbiati che dal 1984, lasciato il lavoro alla Gilera aveva sostituito la moglie Adele Brivio sistemandosi nella garitta, modello casello autostradale, all'ingresso di Vedano al Lambro. Apriva e chiudeva il cancello e per non perdere i 5 euro d'ingresso nei giorni infrasettimanali, quando non c'erano manifestazioni sportive, si faceva portare dalla moglie a mezzogiorno il risotto fumante.

Giovedì l'intera famiglia Galbiati è sfilata in Tribunale.
Davide Galbiati è accusato d'aver effettuato anomali versamenti per 33.750 euro sul conto cointestato a quattro familiari, acceso presso Deutsche Bank di Vedano al Lambro.
Sias gli liquidava le prestazioni con assegno o bonifico, dunque gli è stato chiesto di giustificare questi versamenti coincidenti con eventi sportivi all'Autodromo.

All'accusa che le viene mossa come si dichiara?”, domanda il presidente Alessandro Rossato.
Non è vero. Io ero il custode. Prima era mia moglie”, è la risposta.

Lei faceva soltanto il custode? Non era responsabile della biglietteria?”, chiede il pubblico ministero Walter Mapelli.
Soltanto quando non c'erano manifestazioni”.

Pubblico ministero: “Cosa faceva del ricavato?”.
Lo davo a mio figlio Daniele che era direttore di gara e che a sua volta lo consegnava in ufficio a Franca Vigani e poi a fine mese emetteva la fattura col 3 per cento che mi spettava per contratto”.

Incassava contante, versava contante ed emetteva fattura? - insiste il pm - Ha visto le anomalie dei contratti che lei aveva con Sias? Nel 1999 le veniva riconosciuta una cifra in euro ma c'era ancora la lira..”.
C'era scritto 3 per cento, non so se era un errore...”.

Come mai in banca versava contanti dal momento che Sias la retribuiva con bonifico o assegno?”, domanda la pubblica accusa.
Erano i soldi di mia suocera Stella Brivio che è morta nel 2008 a 104 anni”. “La signora Stella Brivio è morta nel 2008, lei i contanti ha continuato a versarli anche nel 2010”, affonda il pm.
Aveva 104 anni, sa, mangiava un po' di pastina e basta...”

Presidente: “Fino al 2008 c'era sua suocera, non però nel 2009. Da dove venivano quei contanti?”.
Come da dove venivano?”.

Può essere più preciso relativamente alle contestazioni che le vengono mosse?”. Risposta: “Stella Brivio è morta a fine agosto 2008...”.

Presidente: “Non riesco a capire, ci sono tre versamenti per 7mila euro in tre mesi. Versamenti a cavallo del Gran premio...Questi versamenti come si giustificano”.
Teste: “Non so. Erano soldi di mia suocera”.

Non si trattiene Walter Mapelli: “Se lei continua a dirci che sono soldi di sua suocera sorge il sospetto che abbiate continuato a incassare la pensione anche quando la nonna era morta!”. Un attimo di pausa e poi l'affondo: “Se i soldi li guadagno so come spenderli, se li ho rubati....”.
L'avvocato Massimo Dell'Oca legale di Davide Galbiati contesta l'affermazione del pm. “Era per sollecitare la risposta”, tiene a precisare il presidente Alessandro Rossato.

Walter Mapelli: “Vado in banca ritiro contante e verso contante. Non c'è corrispondenza, mi vuole spiegare?”.
Teste Galbiati: “Erano soldi della nonna”.

Mapelli fa l'elenco dei numerosi conti in banca e in posta intestati ai Galbiati. “Sua suocera non aveva un suo conto, un libretto?”, domanda il presidente.
Era inabile e a loro carico” precisa l'avvocato Dell'Oca.

Pm: “La suocera viveva con voi?”.
Sì. Viveva con noi. Mangiava la pastina...”.

Quali lavori facevano gli altri familiari che venivano pagati per contanti?”. La domanda resta senza risposta.

Presidente: “Alcuni testi e anche la Guardia di finanza ha detto che qualche volta al posto del biglietto d'ingresso veniva consegnato all'ingresso un depliant pubblicitario”.
Non è vero – è la risposta -. Il depliant lo dovevo dare sempre. Per disposizione del presidente Guaitamacchi”.

Lei però a tre finanzieri ha dato un solo biglietto”.
Non ho dato il biglietto alla Guardia di finanza?”.

Non erano in divisa, si suppone che tenesse per lei i soldi”, dice il presidente Rossato.
Mi sono sbagliato ed ho fatto pure lo sconto”, è la sua giustificazione.

La pubblica accusa produce il Cud della nonna morta a 104 anni da cui risulta che percepiva annualmente la cifra di 8.486 euro lordi.
Il giudice Susanna Lomazzi pone la domanda ad Adele Brivio: Ricorda da quando iniziaste a versare soldi contanti sul conto? Da quando era in vita sua madre?”. “Non ricordo. Versavamo quello che mia mamma avanzava...”.

Li ha tenuti lì un anno i soldi avanzati e poi li ha versati due volte?”, interviene il pm.
Può darsi...”, è la evasiva risposta.

Non è che lei ha tenuto in casa i soldi in lire e li ha versati in banca anni dopo?”, chiosa il per nulla convinto Walter Mapelli.

La testimonianza di Laura Galbiati figlia di Davide e Adele Brivio (“Ogni volta che avanzavano soldi della nonna mio padre andava a versarli”) e di Barbara Staropoli ex convivente di Daniele Galbiati, non aggiungono nulla di interessante.

Va dato atto che la Procura ha archiviato la posizione di Daniele Galbiati che nel frattempo ha lasciato l'impiego in Sias. Come il ministro ormai ex Maurizio Lupi anche Galbiati junior esce a testa alta. Ma restano grandi ombre su quelle telefonate intercettate nei giorni della superbike 2012 con Gerardo Beretta “Avrei 100 robi da darti” e Gian Battista De Stefani “...I tuoi quanti sono ?”, chiede Beretta. Risposta di Daniele “Due e cinque”. Altra telefonata “...Me ne ha dati solo 4000, io ne ho fatti cambiare con 25 euro di differenza”. “Si, va bene”.

Ma soprattutto quell'intercettazione dove lo zio Umberto parlando con Laura Galbiati dice: “Ho trovato un posto che possono buttare all'aria tutta la casa che...”. “Sì, ascolta ne parliamo domani”, dice la nipote che ben sapeva d'essere intercettata. E lui insiste: “Si, ma...ma il posto è sicuro, sicuro al cento per cento”.

Sul banco dei testimoni anche l'ex consigliere di Sias Pietro Mazzo e di Enrico Radaelli, ex presidente degli Amici dell'Autodromo nonché consigliere dell'Automobile Club di Milano sia sotto la presidenza di Carlo Edoardo Valli sia sotto l'attuale di Ivan Capelli che firmarono distinti esposti. Mazzo ha dichiarato che chiese conto a Enrico Ferrari dell'anomalia di Davide Galbiati che in qualità di custode era dedito alla vendita dei biglietti ottenendo la risposta. “Sto valutando, quando scade il contratto non gli verrà rinnovato”. Cosa poi non avvenuta.

E' compito dell'Automobile Club di Milano occuparsi dei prezzi dei biglietti delle gare minori e del Gran premio – spiega Radaelli – ed è per questo che durante un Consiglio di fine 2011 un consigliere notò anomalie nei contratti con Davide Galbiati. Cifre in euro nel 1999 quando ancora c'era la lira e capitale di Sias in lire quando era in vigore l'euro...”.

Come mai soltanto dopo molti anni sono state evidenziate queste grossolane anomalie contabili della governance di Sias?”, chiede Walter Mapelli.
Il nostro Consiglio è nato nel 2010 per la trasparenza. E per questo volevamo la documentazione. Abbiamo chiesto spiegazione a Enrico Ferrari che al successivo Consiglio ha portato altra documentazione ed anche questa non era giusta”.

Sorride il pm: “Mi pare di capire avesse preso contratti sbagliati....”.
– ammette il consigliere di Acmerano due contratti del 1999 uno riguardante i biglietti d'ingresso e l'altro per i biglietti del Gran premio dove su uno compariva il capitale di Sias di 1.110mila euro, sull'altro il riconoscimento a Galbiati pure in euro. E allora era ancora in vigore la lira. Abbiamo richiesto al direttore Ferrari una lettera di chiarimento”.

Sollecitato da Walter Mapelli che gli legge quanto dichiarato a verbale il 24 febbraio 2012, Enrico Radaelli, improvvisamente, ricorda d'avere acquistato un biglietto da 10 euro da un bagarino fuori dal cancello dell'Autodromo per la gara del Wtcc. Però, a precisa domanda, su chi in Sias oltre a Galbiati vendeva i biglietti del Gran premio risponde: “Non saprei”.

Ma come non sapeva che sua cognata, Franca Vigani era la dipendente deputata a vendere i biglietti per la Formula 1 e tutte le altre gare? Mazzo e Radalli dovranno tornare in aula come testimoni il 21 maggio quando verrà sentito anche l'ex presidente Paolo Guaitamacchi.

Prossima udienza giovedì 26 marzo ore 9. Poi il processo slitterà al 21 maggio.

 

Monza - Autodromo. I 16 consulenti preparano il piano industriale, mentre Ecclestone attende una firma. In Tribunale avanti con il processo

di Pier Attilio Trivulzio

Manca un mese all'inizio della stagione agonistica e due mesi e mezzo a Expo 2015. E, questione vitale, per tenere in vita la convenzione con i Comuni, una manciata di giorni in più per andare a Londra e sottoscrivere l'oneroso impegno con Bernie Ecclestone per confermare a Monza la Formula 1 dal 2017 al 2020. Si badi bene, non per contattare ma per firmare quelle 17 pagine da tempo in evidenza sulla scrivania di Sacha Woodward Hill, legale di fiducia di mister B.
Eppure dentro l'Autodromo di Monza non si muove foglia. E si che essendo l'impianto dentro al Parco di alberi ce ne sono in abbondanza...
Forse non si muove foglia perché ancora non è stato ufficializzato il nuovo Consiglio della società di gestione? O perché qualcuno è convinto che Sias non ce la farà a fare fronte all'impegno da 20milioni di euro e che, tutto sommato, “due ruote sono meglio di quattro”? Insomma, meglio trattare con Dorna per riportare il Mondiale Superbike puntando ad ottenere anche la Motogp che con la FOA?

Forse l'ufficializzazione del Consiglio di Sias avverrà oggi. Il Cda sarà composto da Andrea Dell'Orto, presidente, e dai consiglieri Alessandra Marzari (in rappresentanza dei Comuni di Monza e Milano), Ivan Capelli, Massimo Ciceri ed Enrico Radaelli.

E la conferenza stampa anticipata dal direttore in pectore Francesco Ferri lo scorso 16 gennaio per illustrare nei dettagli il piano industriale A e B (piano B senza il Gran premio d'Italia di Formula 1 dal 2017)? Probabilmente, è ancora nel limbo delle cose da programmare.
Del resto ben comprendiamo che 16 consulenti – sì, proprio 16 (vi sembrano tanti?) - che da novembre lavorano a tempo pieno per preparare nei dettagli il “piano industriale” non hanno tempo da perdere per illustrare alla stampa quel che stanno facendo.
E pensare che per predisporre il “piano industriale” questi cervelli hanno letto e riletto il dossier commissionato quattro anni fa dall'allora presidente dell'Automobile Club di Milano, Carlo Edoardo Valli, ad una società legata all'Università Cattolica. Costato ben 150mila euro e, per volere di Valli, tenuto segregato in un cassetto. Forse fosse stato preparato dalla Bocconi…

Il dossier illustrava quali attività oltre a quelle in pista erano realizzabili per incrementare gli introiti.

Sorge dunque spontanea una domanda: quanto peseranno i 16 consulenti sul bilancio 2015 di Sias? Quanto si mettono in tasca ogni mese, dal momento che è impensabile che lavorino gratis? O forse lo fanno solo per amore dello sport e del circuìto più famoso del mondo dopo Indianapolis?

Veniamo all'udienza del processo alla malagestione dell'Autodromo che si è svolta il 12 marzo scorso ed è stata tutta incentrata sulla turbativa d'asta relativa al bando di gara per la ristorazione con aggiudicazione all’associazione temporanea d'impresa costituita dalla Duepi, amministrata da Federica Evangelista con (il defunto) Emanuele Vialardi nel ruolo di amministratore di fatto, e da AM Servizi.

Duepi srl è nel frattempo fallita, il procedimento è presso il Tribunale di Monza. Per la turbativa devono rispondere Enrico Ferrari, Marco Luca Villa, Federica Evangelista e la dipendente comunale Giuseppina Panuccio, madre della Evangelista.

Fin dal primo esposto, l'allora presidente Paolo Guaitamacchi denunciò alla Procura l'anomalo iter di questo bando e la gestione dei fornitori di Sias – spiega il maresciallo Antonio Carotenuto della Guardia di finanza -. Un rapporto consolidato negli anni, quello con i fornitori e per capire esattamente quel che avveniva portò in Sias un suo consulente”.

Chi era?”, chiede il presidente Alessandro Rossato. “.
Luigi Sangalli”.
Persona inattendibile, giusto per problemi di cronaca”, commenta l'avvocato Maurizio Boifava difensore dell'ex direttore Enrico Ferrari.

La pubblica accusa Caterina Trentini chiede al teste di spiegare perchè alla luce dei rapporti consolidati tra Sias e fornitori, Sias decide di indire una gara d'appalto.
Prima parliamo della gara d'appalto e poi spaziamo”, interviene il presidente il quale sull'affermazione del pm relativa all'indizione di un unico bando per quattro diverse tipologie obietta che “sarebbe stato il caso di specificarlo nel capo d'imputazione poiché il bando oltre alla ristorazione prevedeva anche altro”.

AI teste Carotenuto viene chiesto di specificare il rapporto con gli ambulanti. “Non abbiamo trovato contratti, venivano gestiti direttamente da Stella Anzani (per 50 anni gestore del ristoranzte della Tribuna – ndr) per conto di Acp&Partner di Marco Villa. In occasione del Gran premio venivano allestite 25 piazzole, qualcuno in meno per la Superbike; e gli affitti pagati venivano divisi tra Anzani, Acp e Sias.
In occasione di questi eventi clou girava molto nero. La signora Anzani predisponeva delle buste per Villa e Ferrari che Roberto Bianchi (impiegato di Acp& Partner – ndr) si occupava di distribuire” .

Somme dunque non pagate a Sias bensì a persone fisiche trattandosi di soldi in nero?”, chiede conferma il presidente.
Sì, dalle telefonate tra Ferrari e Grugni (di AM Servizi – ndr) si capisce che il bando di gara (confezionato nello studio dell'avvocato Boifava) evidenzia diverse problematiche - dichiara il maresciallo della Guardia di finanza - Proprio dalle telefonate si evince che c'era il confronto con il legale avvocato Boifava”.
Il quale nel corso del controesame del teste chiede perchè non è stata acquisita la convenzione tra l'Automobile Club di Milano e la Sias. “Non avendola acquisita non sapete che é l'Automobile Club di Milano che detiene i titoli per le gare”.

Il difensore di Enrico Ferrari si guarda bene però dallo specificare che si tratta di gare motoristiche e non gare d'appalto per la ristorazione....

Ricorda il legale che il bando è stato sottoposto al Consiglio di Sias che fin dal 30 novembre 2011 ha preso atto del documento indirizzato dallo studio Boifava per email a Enrico Ferrari ed Emanuele Vialardi e discusso dal Cda il 21 dicembre. In quella occasione su richiesta del consigliere Luca Ronzoni viene presa la decisione di togliere dal bando il passaggio relativo alla “evidenza pubblica in quanto ultronea”.

Il testo del bando così modificato – aggiunge l'avvocato Boifava - doveva essere pubblicato sui quotidiani il 27 e 28 dicembre”.

Noi abbiamo il disciplinare e l'avviso di pubblicazione del bando sembra un testo precedente – fa presente il presidente -. In nostro possesso abbiamo l'avviso relativo alla manifestazione d'interesse..”.

Quello pubblicato sui quotidiani e sul sito di Sias non è uguale a quello deciso dal Consiglio”, è costretto ad ammettere il legale il quale poi, nel tentativo di smontare le accuse contro il suo cliente, domanda perché non è stato sequestrato il documento della Commissione interna nominata appositamente per valutare il bando.
Commissione composta da Guaitamacchi, Giuliani, Ronzoni, Ferrari e Beghella Bartoli che decide di non concedere proroghe di bando”.

Un bando che prevedeva un guadagno di 205mila euro l'anno per 5 anni ed una percentuale del 10 % sugli incassi. Era anche richiesta una fidejussione di 400mila euro per i lavori di sistemazione del ristorante della Tribuna. Duepi presentò la fidejussione accesa con Confidi; un controllo fatto fare dal presidente Paolo Guaitamacchi dette esisto positivo. Poi però la fidejussione è stranamente sparita. E nessuno in Sias ha provveduto a denunciare la sparizione. Perché?

Si torna in aula giovedì 19 marzo, udienza tutta dedicata alle accuse contro l'ex custode Davide Galbiati.

 

Processo Autodromo - L’ex direttore Enrico Ferrari prestava a usura e minacciava per riavere il denaro

di Pier Attilio Trivulzio

La busta formato A4 intestata “Cico” Enrico Ferrari la custodiva assieme ad altri documenti nella valigetta che portava sempre con sé. A trovarla, alle 7 del mattino del 22 maggio di tre anni fa, durante la perquisizione nella villetta dentro al Parco con prato all'inglese e vista sulla variante Ascari, era stato il maresciallo della Guardia di finanza Antonio Carotenuto che giovedì ha ricordato in aula l'episodio.

Quando mi ha visto che avevo la busta in mano Ferrari si è un po' alterato – ricorda il finanziere -. Mi chiese per quale motivo avevo preso quel plico. Non c'entra è cosa personale, mi disse. Risposi: la sequestriamo. Chiaro che a lui non dissi che da tempo stavamo intercettando e che le telefonate ci avevano stupito e anche messo in allarme perché in alcune esplicitamente si parlava di minacce”.

La busta “Cico” conteneva in originale la procura speciale irrevocabile che il 4 agosto 2009 Tommaso Ferranti, figlio di Alessandra Bennati, aveva rilasciato alla madre per vendere il 42,5 % delle quote (valore 4.250 euro) da lui possedute nella società Giocaonline srl, e la scrittura privata datata 27 ottobre 2009 che in forza della procura speciale autorizzava Enrico Ferrari ad alienare la quota fino alla concorrenza di 300mila euro ed una bozza in bianco dello stesso documento. Quella bozza in bianco la sventola in aria il presidente Alessandro Rossato mostrandola al gruppo dei legali in aula dicendo: “E' proprio in bianco!”.

Con il ritrovamento di quei documenti prendono corpo le telefonate intercettate – continua il teste Carotenuto -. Inizialmente la Giocaonline srl doveva decollare con i 200mila euro prestati da Enrico Ferrari ad Alessandra Bennati oltre a 100 euro di interessi...In una lettera la Bennati scrive a Ferrari d'aver ricevuto 260mila euro non ancora restituiti e che verrà fatto un piano di rientro con assegni della società, mentre 200mila euro li restituiamo per contanti. E poi gli interessi te li diamo. La lettera viene mandata per fax dalla società Quinto Piano alla Sias”.

Il giorno dopo la perquisizione a Ferrari intercettiamo la telefonata fatta da lui alla Bennati in cui le dice che vuole vederla urgentemente perchè al telefono non può parlare, e fissa appuntamento a Milano. L'incontro c'è stato e quando, appena dopo quell'incontro convochiamo la Bennati, ci accorgiamo che rilascia dichiarazioni in parte addomesticate”.

Il pubblico ministero Caterina Trentini chiede al teste: “Può riferire quale spiegazione dà la Bennati alla lettera che inizia con Caro Cico del 19 ottobre 2006?”.
Chiede: riesci a concedermi un altro prestito di 400mila euro? Ti restituiamo 240mila euro con assegno del Banco di Brescia. Un successivo fax mandato a Sias il 15 novembre lo conferma. Accluso l'assegno del Banco di Brescia".

Assegno senza alcuna intestazione. Senza nessuna scritta!”, fa presente il presidente.

Il maresciallo della Gdf spiega quindi i riscontri bancari effettuati presso la Banca d'Italiaper capire come Enrico Ferrari, il cui primo bonifico mensile di Sias del 2006 era di 7mila euro, poteva permettersi di fare un prestito di 200mila. L'indagine incrociata tra i conti di Ferrari e della Bennati, compresi quelli del marito e del figlio, ci portano a scoprire che nel 2008 Enrico Ferrari fa versamenti per 360mila euro e la moglie Cristina Cavalli (casalinga – ndr) 37mila euro “.

Scopriamo che Ferrari è detentore di un conto presso la HSBC di Ginevra (nominativo nella lista Falciani) per 2.477.240 euro. Ha scudato e pagato 50mila euro d'ammenda”.
Dal 2006 sui suoi conti transitano moltissimi assegni incassati delle società della Bennati: 275.226 euro, e 39.000 euro della società Quinto Piano finiscono sul conto di Cristina Cavalli.
In contanti – dal conto Banco Posta della Bennati - sono stati accreditati a Ferrari dopo il 16 novembre 2006, 50mila euro; 82mila nel 2008; 44mila, 9.189 euro ed altri 99.300 nel 2009. Sulla Banca Popolare di Sondrio nel 2010 euro 49.500; sul Banco Brescia 70.000 e 3.600 euro nel 2007. Contanti ed assegni per un totale di oltre 350mila euro. Abbiamo preparato anche una lista degli insoluti dal momento che alcuni assegni non avevano copertura...”.
Le Fiamme Gialle di Monza hanno approntato anche un prospetto che aiuta a capire che Enrico Ferrari applicava il tasso del 25 per cento. E quindi usuraio.

Nell'ambito di questo processo l'ex direttore del circuìto deve rispondere anche di altri quattro reati.

Segue la testimonianza dell'ex iridato Marco Melandri dove viene affrontato il problema delle bolle in pista taciute all'organizzazione, reato di cui sono accusati Enrico Ferrari, Giorgio Beghella Bartoli e Stefano Tremolada, “bolle” nell'asfalto della curva parabolica che hanno causato le cadute durante l'ultima gara Mondiale della Superbike del 2012 dei piloti David Salom e John Hopkins

Era il secondo giro di gara1 della superbike, la pista era quasi asciutta ma non completamente asciutta, non stavo spingendo. In parabolica, curva da 150 all'ora sull'asciutto che in quelle condizioni fai a 90, ho aperto il gas e di colpo sono caduto”, esordisce Melandri.

L'ex iridato nel maggio 2012 a Monza in sella ad una Bmw superbike, è uno dei piloti caduti durante quell'ultima edizione della gara mondiale. A seguito degli incidenti e della notizia delle “bolle” in pista taciute dai dirigenti della Sias – e scoperte soltanto grazie alle intercettazioni autorizzate dalla Procura di Monza -, la Federazione Motociclistica Internazionale (FIM) ha tolto l'omologazione al circuìto. Per riottenerla, Sias, dovrà eseguire importanti lavori alla prima variante, alla variante Ascari, e alla parabolica. Lavori che richiederanno il taglio di circa 160 alberi e una spesa prevista di circa 5-6milioni di euro.
Sono caduto ma non so se per una chiazza d'umido o delle bolle. So che l'acqua tendeva a salire da sotto l'asfalto”, aggiunge Melandri.

Lei quando venne sentito all'epoca dichiarò d'essere rimasto sorpreso”, gli ricorda la pubblica accusa.
Forse perché ero dietro a qualcuno e quindi un po' spostato rispetto alla traiettoria ideale...”

C'è stata discussione tra voi piloti sull'origine di quella cadute?”, chiede il presidente Rossato.
Non è che tra piloti abbiamo affrontato il problema”.
E se l'aveste saputo prima?”.
Certo ne avremmo discusso con la direzione di gara. Sappiamo che il nostro è uno sport pericoloso e quindi..”.
A domanda dell'avvocato Raffaele Della Valle che difende l'ex direttore Enrico Ferrari e l'ex responsabile tecnico Giorgio Beghella Bartoli, Melandri precisa: “Quando sono caduto ero circa al centro della curva parabolica. Ero piegato (verso destra – ndr) e stavo dando gas, la moto è scivolata più del normale ed è andata verso l'esterno della curva (a sinistra - ndr) e mi ha disarcionato. Una caduta anomala considerata l'elettronica di cui disponeva la mia Bmw”.

Al direttore di gara è demandata la responsabilità dell'organizzazione dell'evento – dichiara il teste Igor Eskinja, responsabile sicurezza della Federazione internazionale -, se da lui avessimo avuto notizia del problema relativo alle bolle avrei fatto un'ispezione per capire cosa fare”.
Gianfranco Carloia, race director:
Io delle bolle ho saputo soltanto un mese dopo, a giugno, quando sono stato chiamato in Procura e mi sono state fatte sentire le intercettazioni telefoniche. Se avessimo visto le bolle avremmo chiesto conto dell'anomalia ed Eskinja avrebbe valutato se correre o no”.

E' stata infine discussa la posizione dell'ex custode Davide Galbiati che ai visitatori, anziché consegnare il regolare biglietto d'ingresso al circuito forniva il calendario delle gare instascando la cifra di 31.750 euro accertati che dovrà rendere a Sias. Ed in quanto al ruolo del figlio Daniele la sua posizione processuale, ha detto il legale avvocato Massimo Dell'Oca, “é ancora pendente davanti al sostituto procuratore Walter Mapelli”.

Prossima udienza giovedì 12 marzo dalle ore 10. Verrà affrontato il tema della turbativa d'asta per l'assegnazione del servizio di ristorazione dentro all'Autodromo alla società Duepi srl. Ieri in aula, accanto al suo legale, era presente la dipendente del Comune di Monza, Giuseppina Panuccio, rinviata a giudizio assieme alla figlia Federica Evangelista, amministratrice di Duepi srl, a Enrico Ferrari e Marco Luca Villa proprio per quel bando costruito “su misura per l'associazione temporanea d'impresa formale aggiudicataria facente capo a Duepi srl” hanno scritto i magistrati nel rinvio a giudizio.

La prossima settimana verrà formalizzato il nuovo Consiglio di Sias, Società Incremento Automobilismo e Sport così composto: presidente Andrea Dell'Orto, Consiglieri Alessandra Marzari (rappresentanza Comuni Monza e Milano), Ivan Capelli (rapprentanza di ACI), Enrico Radaelli e Massimo Ciceri.
 

Monza - I rapporti tra Fabrizio Sala e Narducci, il costruttore delle false bonifiche

di k.ts.

Ci sono anche i rapporti tra l’ex assessore all’Ambiente della Provincia di Monza e Brianza, Fabrizio Sala, adesso sottosegretario regionale all’ Expo, e il costruttore Angelo Narducci, condannato per le false bonifiche, nell’inchiesta di Fabrizio Gatti pubblicata sull’ultimo numero dell’Espresso in edicola da oggi.

Le bonifiche, per cui Narducci è stato condannato dal tribunale di Monza a un anno e quattro mesi, erano fatte solo sulla carta con la collaborazione di un dirigente dell’Arpa di Monza e Brianza, Sebastiano Pupillo ( condannato a 2 anni e sei mesi) di Desio.
Coinvolto nell’inchiesta e condannato anche l’architetto Gianfranco Tremolada (1 anno e 8 mesi), per lui un passato da tangentista all’epoca di Mani Pulite.


L’inchiesta condotta dagli uomini della Polizia Provinciale di Monza e Brianza aveva accertato che in 120 siti le bonifiche erano state fatte solo sulla carta, mentre su alcuni terreni su cui si era costruito era stata verificata la presenza di inquinanti tra cui metalli pesanti.

A guardarla bene - aveva dichiarato il comandante della Polizia Provinciale, Flavio Zanardo - si può paragonare per area interessata a una Santa Giulia, però non concentrata ma dispersa sul territorio”.

Per le bonifiche mai eseguite di Santa Giulia sui cui terreni inquinati è sorto un intero quartiere è in corso il processo a Milano che corre per evitare l’incombente prescrizione ( vedi Processo Santa Giulia, niente prescizione (per ora) ).
Sul banco degli imputati non salirà il re delle bonifiche, Giuseppe Grossi, nel frattempo deceduto.
Un filo legava Giuseppe Grossi a Massimo Ponzoni, ex assessore regionale all’Ambiente, un filo che passava da Rossana Gariboldi, moglie di Giancarlo Abelli.

Un filo più diretto lega Angelo Narducci e Fabrizio Sala, i due sono in ottimi rapporti come dimostrano le telefonate intercettate nel 2010 e pubblicate sul sito dell’Espresso.
Devo darti un mucchio di soldi per quel conto che mi avevi aperto lì” dice Narducci a Fabrizio Sala nell’intercettazione (vedi Caro assessore c’è un conto per te).
Fabrizio Sala si é giustificato così con l’Espresso: “Svolgo dal 1997 attività da promotore finanziario. Sono tenuto al rispetto del segreto professionale, del segreto bancario e soprattutto della privacy”.

In un’altra è il politico di Forza Italia a chiedere un favore a Narducci, il costruttore, un favore per un amico onorevole (vedi L’onorevole cerca casa).
Nell’intercettazione, Narducci si lamenta anche per avere venduto un appartamento a un “prezzo amico” all’ex consigliere provinciale Federico Romani, figlio di Paolo Romani, capogruppo al Senato di Forza Italia, ma successivamente il padre, incassato l’appartamento scontato per il figlio, non si faceva trovare mentre Narducci aveva l’urgenza di parlargli.

L’appartamento è poi stato messo in vendita, attraverso lo stesso Narducci, nell’agosto del 2014 da Federico Romani, secondo quanto scrive Marco Pirola, il “Mino Pecorelli” della Brianza, il cui giornalismo sembra più interessato a mandare messaggi che devono essere letti da chi di dovere piuttosto che ad informare l’opinione pubblica (vedi Monza, Romani è di nuovo cambio casa).

Ma quella che più colpisce è una terza telefonata, in cui il controllore, l’assessore all’Ambiente Fabrizio Sala, e il controllato, Angelo Narducci, si danno di gomito parlando della bonifica di terreni sui quali Narducci poi andrà a costruire.
E’ Fabrizio Sala ad andare sull’argomento.

Sala: “ Vedo che te costruisci case, ma le costruisci solo su terreni edificabili”.
Narducci: “Non è vero, ho provato anche a costruirle su terreni agricoli”.
Sala: “ Agricoli non interessa ancora me, passi da me se c’è una bonifica
Narducci: “Putroppo ho anche una bonifica da fare, pensa”.
Sala: “E allora sei nelle mie grinfie”.
Narducci: “Quindi mi sa che devo passare da te”.
Sala: “Cazzo, allora sarai tra le mie grinfie, preparati a un carotaggio profondo un chilometro e a uno sbancamento di 50 cm”.
I due ridono.

Si parla di grinfie ma sembrano carezze (vedi Se c’è una bonifica sei nelle mie grinfie) .

D’altronde è questo il leitmotiv delle bonifiche di questi anni in Brianza e in Lombardia.
Cordialità , scambio di favori, affari fatti assieme da politici e costruttori, funzionari comunali e dell’Arpa corrotti: Sebastiano Pupillo a Monza, Paolo Perfumi a Milano nell’inchiesta Santa Giulia, e terreni da bonificare che non vengono bonificati.

Degli inquinanti che rimangono nei terreni con il rischio di finire nella falda a nessuno importa.
O del potenziale rischio alla salute di chi ha comprato quei nuovi appartamenti e si è fidato: del costruttore, della politica, dei controlli dell’amministrazione pubblica che poi si sono rivelati fasulli. E’ vero, interviene la magistratura ma il danno ormai è fatto e le leggi sui reati ambientali restano in questo paese di “manica larga”.

Gente come Angelo Narducci dovrebbe cambiare mestiere e invece scontata la pena irrisoria ce li si ritrova nuovamente attivi sul mercato immobiliare.
Fra un po' un suo avvocato manderà una email alle testate giornalistiche online con la richiesta di rimozione di tutti gli articoli che citano il suo nome legato a questa inchiesta sulle false bonifiche, appellandosi al diritto alla privacy, al diritto all'oblio e minacciando cause legali. Di solito i condannati che possono permettersi buoni avvocati fanno così.

Gente come Fabrizio Sala meriterebbe di essere mandata a casa dagli elettori e invece ce lo ritroviamo a gestire il più importante avvenimento lombardo e italiano del 2015, l’Expo.

L’inchiesta di Fabrizio Gatti, oltre alla Brianza, si allarga a tutta Italia e tocca la questione delle Province e degli sprechi che ancora vi si annidano dopo la loro parziale messa in liquidazione (vedi Province, lo spreco che resiste. Viaggio fra Gattopardi e privilegi).

 

Processo Vivacqua - Testimoni e voci dal carcere. "Mignemi va dove tira il vento"


di Pier Attilio Trivulzio

Lunedì è stata la volta delle deposizione del teste dell’accusa Luigi Mignemi, 50enne residente a Morbegno (Sondrio), condannato a 6 anni e 4 mesi per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti nell'ambito dell'inchiesta del 1994 “ La notte dei Fiori di San Vito”, sulla presenza della 'ndrangheta in Lombardia.
Mignemi, arrestato il 7 marzo 2013 e condannato per stalking e circonvenzione d'incapace, a ferragosto del 2013 viene trasferito dal carcere di Bergamo a quello di Monza; ed è qui che, detenuto nella cella 2 del raggio 7, il settore di massima sicurezza, entra in contatto e riceve confidenze da Antonino Giarrana, coimputato dell’omicidio di Paolo Vivacqua.

Giarrana era ed é detenuto a Monza perché condannato all'ergastolo, pena in seguito ridotta a 30 anni, per l'uccisione nel giugno del 2012 di Franca Lojacono, consuocera di Vivacqua.

Mignemi inizia la deposizione storpiando, forse volutamente, il cognome di Paolo Vivacqua in Bevilacqua, che definisce il “Berlusconi di Ravanusa”.
Riferisce alla Corte di quelle confidenze vis-a-vis che Giarrana gli avrebbe fatto tra il 15 agosto 2013 e l'aprile 2014 durante la sua permanenza nel penitenziario brianzolo. E dice che, sempre secondo le confidenze di Giarrana, ad uccidere il rotamat è stato Antonio Radaelli che con lo scooter nero avuto in prestito da un palermitano, é andato nell'ufficio di via Bramante d'Urbino, assieme ad un calabrese di Lissone, per impossessarsi di una borsa con dentro 5milioni di euro, con una calibro 7,65 vecchio modello con doppia impugnatura datagli da un investigatore, a cui un amico Giarrana aveva fatto il silenziatore.
Antonio Radaelli, ha sparato 3 o 4 colpi, uno dei quali a bruciapelo, tanto che aveva spostato i capelli di Vivacqua. Dopo l'omicidio l'arma è stata buttata in un fiume li vicino.
Giarrana prima mi ha raccontato che lui quella mattina non ha partecipato al delitto, e però d'aver accompagnato Radaelli premurandosi di lasciare a casa il cellulare; poi mi ha detto che era sul posto. E ancora che avevano seguito per diverso tempo l'uomo prima di ucciderlo”.

Spiega d'essere entrato in contatto con Giarrana “facendo socialità durante l'ora d'aria. Per farmelo amico gli ho detto d'essere originario di Cannicattì pur essendo nato a Milano. Poi sono andato a trovarlo nella sua cella e dopo 3 mesi siamo stati messi assieme. Inizialmente lui era impenetrabile, dopo è nata un'amicizia e si è aperto come un libro. Ha raccontato dell'omicidio di una signora commesso assieme ad Antonio Radaelli che io chiamo il camionista, e che con loro c'era anche un carabiniere. Che erano entrati dentro al garage della signora, Giarrana aveva una pistola 7,65, il camionista un cutter. La signora si è spaventata ed ha cominciato a far suonare il clacson; poi ha detto loro dov'era il pulsante per aprire la clèr. In fin della fiera Giarrana teneva la signora, la pistola che impugnava s'era inceppata e allora Radaelli l'aveva colpita con il cutter. L'uccisione della signora era stata conseguenza dell'omicidio di Vivacqua perché la borsa coi soldi non era stata trovata ed allora avevano dedotto che doveva averla la signora e l'hanno sgozzata. Non so se è importante, sempre per quanto da lui riferitomi, Giarrana voleva rompere il collo al camionista facendolo cadere dalle scale. Lo definiva pezzo di merda, infame il suo comportamento perché non aveva raccontato come veramente erano andate le cose”.

Giarrana – aggiunge - diceva d'essere arrabbiato con il cugino che non pensava a mantenerlo in carcere nonostante una volontaria del carcere gli avesse telefonato”.

Sentito da me in carcere il 10 aprile 2014 – chiede la pubblica accusa - lei fece il nome del cugino”.

Sì, Rocca. Salvino La Rocca. Questo cugino aveva parlato con un altro signore che faceva l'investigatore e per 30mila euro ha commissionato l'omicidio. Le armi sono state da questo signore, Barba mi sembra. E' stato lui a commissionargli l'omicidio. Ha una bella casa che batti le mani e si accendono le luci. Ha un'agenzia investigativa. Per l'omicidio gli hanno dato 30mila euro in biglietti da 50 euro e Radaelli se li è sputtanati alle macchinette”.

Un acconto? - domanda il pm Donata Costa – Le contesto, lei mi ha detto 300mila euro”.

Sì, non so se li hanno presi perché, mi disse che a Barba avevano bloccato il conto. Giarrana si lamentava perchè doveva sostenere le spese legali e diceva: mio cugino si deve comportare da cristiano. Io qui dentro vivo con i cento euro che mi manda mia madre dalla Sicilia. Non era nemmeno voluto andare alle udienze del processo (uccisione Franca Lojacono- ndr), e quando gli hanno detto che per lui la pena era l'ergastolo (successivamente ridotta a 30 anni – ndr) era andato nel pallone”.

Donata Costa chiede conto di quei bigliettini consegnati da Mignemi il giorno dell'interrogatorio in carcere. “Sul primo biglietto c'è il numero di telefono del cugino, una volontaria l'aveva chiamato ma il cugino le aveva detto di non avere soldi da dare al Giarrana ed allora, indispettito, mi ha chiesto di scrivere a Nicola Rulli che aveva da poco lasciato il penitenziario ed era tornato in Piemonte; in un altro, invitava Barba a stare zitto”.

Barba – precisa - non lo conoscevo, è stato Giarrana a indicarmelo. Nell'ora d'aria passeggiava da solo tenendo sempre gli occhiali da sole. Mi disse essere compaesano di Ravanusa. Il biglietto Giarrana lo ha dato a me e io l'ho dato a Barba. Sono andato davanti alla sua cella e, fingendo di salutarlo, dalle sbarre, gliel'ho passato e dopo che lui l'ha letto l'ho strappato”.

Strappato perché?”, domanda l'accusa. “Barba l'aveva letto, io l'ho strappato e conservato. Un cimelio”.

Paolo Sevesi, legale di Diego Barba chiede al presidente se autorizza Mignemi ad individuare l'investigatore.

Mignemi s'alza e guarda i due nel gabbio (Salvino La Rocca e Antonino Giarrana – ndr) quindi, attentamente, passa in rassegna più volte i banchi dei difensori, l'intera aula e non riconosce Barba che è seduto proprio accanto all'avvocato Sevesi. Si guardano stupiti i legali, commenti ad alta voce. Il presidente in modo sbrigativo li invita: “State calmi!”. “Io l'ho visto due volte”, si giustifica Mignemi. Presidente: “Si da atto che non lo riconosce. Non lo riconosce – ed aggiunge -, questo processo è molto delicato, questa frenesia fatela al bar, non davanti a me”.

C'è anche un ulteriore biglietto che Mignemi dice d'aver scritto sotto dettatura di Giarrana dopo aver ricevuto l'ordinanza relativa all'omicidio di Paolo Vivacqua. Sul biglietto indirizzato a Nicola Rulli, condannato per appartenenza alla 'ndrangheta e rimesso in libertà il 19 dicembre 2013, “c'è scritto che Giarrana voleva che qualcuno facesse arrivare sopra il cortile del carcere un elicottero per farlo evadere. Diceva, preferisco fare la vita del latitante piuttosto che stare in carcere. Io e Nicola (Rulli – ndr) che Giarrana sapeva far parte della 'ndrangheta, ci scrivevamo. Gli avrei dovuto mandare il biglietto ed invece non l'ho fatto”.

Il presidente commenta: “Faremo fare una prova calligrafica per risalire a chi l'ha scritto”.

A specifica domanda del difensore di Salvino La Rocca, l'avvocato Alessandro Frigerio, Mignemi risponde che “in realtà l'idea dell'elicottero è venuta a me perchè in quei giorni sopra il carcere c'era un continuo via vai di elicotteri”.

Un traffico di elicotteri così c'è soltanto la prima settimana di settembre quando si corre a Monza il Gran premio e Rulli è uscito dal carcere a dicembre”, fa presente il legale.

Che ne so io di quando a Monza si corre il Gran premio?...”, risponde alquanto piccato il teste che all'altro difensore del Giarrana, Angelo Pagliarello dopo averlo descritto “Un megalomane perchè accanto al letto teneva la foto di Messina Denaro e teneva per il partito di Totò Riina e Provenzano…”, “Come le posso dire, avvocato? Non è persona che si fa troppi problemi a parlare dei fatti propri. Poi con me che sono d'origini siciliane e Rulli che è calabrese, è nata un'amicizia di carcere, tra noi è nato un solidarismo. Le prime confidenze me le ha fatte dopo una quindicina di giorni, non so se prima di me ad altri aveva fatto confidenze. In genere si confidava quand'eravamo soli. Una o due volte quando c'era Rulli. Quand'eravamo soli mi ha parlato del camionista (Radaelli – ndr) e raccontato cose della Biondo”.
Grida perché messo sotto pressione dall'avvocato Angelo Pagliarello che domanda: “Sull'omicidio di Vivacqua lei ha dato tre versioni. Come mai Antonino le ha dato tre differenti versioni?”. Risposta: “Io gli dicevo a Giarrana: perché mi racconti e poi dici cose differenti? E lui: ho la testa che non mi funziona... alla fine l'omicidio l'ha fatto Radaelli ed è stato commissionato dalla Biondo”.

Lei ha mai visto materialmente Giarrana scrivere un biglietto?”. “Sì, quello che ho tenuto per me” (è quello relativo all'elicottero – ndr).

L'avvocato Monica Sala che difende Antonio Radaelli chiede al teste: “Chi le ha detto che Paolo Vivacqua aveva l'elicottero?”.

E' stato Giarrana a dirmi che Vivacqua quando andava in Siclia ci andava in elicottero”.

Avvocato Sala: “Le contesto alcune dichiarazioni da lei fatte al pubblico ministero nell'interrogatorio del 10 aprile 2014. Lei dice al magistrato che certe cose vanno dette perché riguardano due delitti gravi e mi sembra giusto aiutare la magistratura e aggiunge: se questo mio comportamento potesse poi aiutarmi nel procedimento per cui attualmente sono in custodia cautelare...”.
Era un mio pensiero ma non intendevo dire...”, s'ingarbuglia il teste.

L'avvocato Sala lo stoppa: “Dica che sull'aiuto ci contava. Dica sì, è basta!”.

Avvocato Guanluca Orlando co-difensore di Diego Barba: “Anch'io ho una contestazione da farle. Lei dichiara: Barba mi disse che non dovevo preoccuparmi delle cose dette al Gip”.
E' Giarrana che mi raccontò che Barba andò dal Gip ma non si è limitato a invocare la facoltà di non rispondere”.

E Giarrana da chi l'avrebbe saputo?”.
Non so”.

Ha dichiarato al pubblico ministero che Barba aveva parlato col Gip, da chi l'ha saputo?”.
Da Giarrana. Non so se è una cosa vera o no”.

Lei però dice che la notizia gli è stata data da una fonte diretta! Tale fonte era forse tale Fondaco?”, insiste il legale.
Mi sembra di sì. A Monza eravamo nella stessa cella”.

E a Fondaco lei ha fatto confidenze?”.
Sì, gli ho raccontato la mia storia, le mie vicissitudini”.

Per quale ragione lei, Mignemi, voleva essere spostato dal carcere di Monza?”.
Secondo me dopo quello che avevo raccontato al procuratore per aiutare Giarrana dovevo temere la reazione degli altri detenuti”.

Su una frase del presidente (poco percepita da chi scrive), l'avvocato Sevesi commenta: “Ricordo che stiamo procedendo per omicidio”. Il teste fa lo strafottente e rivolto al legale: “Non rispondo a lei, avvocato. Mi aizza. Sono in veste di teste spontaneo, non ho motivo di mentire”.

Non sono veritiere le cose raccontate da Giarrana. Come ha consegnato il biglietto destinato a Diego Barba?”.
Per email”.

Interviene il presidente: “Mignemi, la riprendo!
Teste:“Il biglietto me lo ha dato Giarrana perchè lo consegnassi al Barba perché Barba avrebbe dovuto presentarsi davanti al Gip e avvalersi della facoltà di non rispondere. Sono andato davanti alla sua cella e l'ho chiamato dicendogli vis-a-vis: c'è un'ambasciata da parte di un amico. E ho consegnato il biglietto facendolo passare attraverso le sbarre. Lo ha letto davanti a me e non ha fatto nessun commento”.

Ricorda con precisione la data di quella consegna del biglietto a Diego Barba: il 30 marzo. Spiega: “per via di un fornellino che avevo in cella. Ne avevo due e uno dovevo consegnarlo all'assistente”.

All'avvocato Cacciuttolo che gli chiede per quale motivo ha strappato il biglietto che aveva fatto leggere a Diego Barba e poi se l'è tenuto consegnandolo al pubblico ministero, col sorriso beffardo sulle labbra Mignemi risponde: “Perché mi piacciono i cimeli, sono persona da perizia psichiatrica”.

Licenziato Luigi Mignemi entra in aula Nicola Rulli che è venuto dal Piemonte con l'accompagnamento dei carabinieri. “Al carcere di Monza sono arrivato a marzo-aprile 2013 e sono stato scarcerato il 20 dicembre. Il mio compagno di cella era un certo Ivan. Sono persona molto solitaria, in carcere ne ho sentite tante ma non ho ricordi”.

Donata Costa legge il verbale d'interrogatorio davanti ai carabinieri del 5 maggio 2014.
Lei dice, inoltre in cella parlavano dell'uccisione di un uomo”.
Onestamente non ricordo”.
Quando il pm arriva al passaggio “secondo Giarrana è stato Radaelli ad uccidere Vivacqua”, il teste scuote la testa.

Dopo la lettura del verbale, risentendolo, lei ricorda?”, chiede il presidente.
Sinceramente non ricordo”, è la risposta.

Presidente: “Non esclude e non conferma?”.
Sì, non escludo e non confermo. Probabilmente l'ho sentito, ma qui...” .

Anche davanti ai carabinieri doveva dire la verità”, gli ricorda Donata Costa che contesta quanto aveva dichiarato: “...Riteneva fortemente che il Radaelli potesse coinvolgerlo...
Uno può stabilire...” bofonchia il teste.

Presidente: “Ha giurato di dire la verità, però su circostanze specifiche”.
In quella situazione...”.

Presidente: “Quelle cose le ha dette o no?
Rulli: “Non ricordo, non ricordo. Ho il mio vissuto... in carcere se ne sentono tante”.

Avvocato Sevesi: “Sa quando Mignemi l'ha tirato in ballo?
C'era il funerale di mia mamma e sono venuti i carabinieri...Non mi interessava...”.

Avvocato Sala: “Ha mai ricevuto lettere da Mignemi?”.
Sì, richieste di soldi. Diceva d'essere innocente e chiedeva soldi. Era in stato detentivo e d'insofferenza dal punto di vista processuale. Non aveva la casa, assumeva tranquillanti. Mignemi va dove tira il vento. E di Giarrana mi diceva che si lamentava ma non mi raccontava cose in specifico”.

Viene chiesto al teste se Mignemi manifestava il desiderio di cambiare carcere.
Risposta: “Secondo me no. Mai detto in via diretta però.. ma lui in carcere a Monza ci stava bene”.

Depone Salvatore Grasta, soprannome Totò. amico storico di Paolo Vivacqua che lo chiamava al telefono ogni giorno. Padrino del figlio Antonio. Ricorda la visita a Ecomondo di Rimini tre giorni prima d'essere ucciso e le telefonate insistenti di Felice Tagliabue ricevute in continuazione durante tutto il viaggio da Muggiò a Rimini e ritorno insieme a Enzo Infantino e Calogero Licata Caruso . “Chiamava continuamente in modo ossessionante, tanto Paolo non voleva più parlarci e minacciava. Delle minacce di quest'uomo ho parlato anche ai carabinieri. A Rimini abbiamo incontrato il figlio Antonio e io l'ho convinto a parlare con Paolo. Che alla fine mi ha ringraziato dicendomi: avermi fatto parlare con Antonio mi hai fatto un grande regalo. Tornati da Rimini, il venerdì sera Paolo mi ha portato a vedere la casa di Carate e lì ho conosciuto la compagna rumena e il bambino. All'indomani Calogero Licata mi ha accompagnato in un'agenzia viaggi per fare il biglietto della Raynair per tornare il lunedì in Sicilia ed è lì che la sera la sorella di Paolo che vive in Germania mi ha telefonato dicendomi che Paolo era morto ed io sono tornato su a Desio”.

Gli viene chiesto di quella “cimice” trovata nell'ufficietto di via Bramante d'Urbino.

Paolo l'aveva comperata e voleva installarla per capire chi parlava male di lui a sua insaputa. L'abbiamo provata. Io dentro l'ufficietto e lui fuori, sì, si sentiva”.

Ricorda quel “consistente rotolo di banconote nascoste da Paolo dietro una cassetta nel garage di Carate” e che i carabinieri non hanno trovato durante la perquisizione la sera di lunedì; le “mediazioni per far tornare Germania Biondo assieme al marito e coi figli che volevano prendere in mano l'attività di Paolo”, delle “tante idee che Paolo aveva ma nessuna durava”. Dei consigli che, continuamente, dava all'amico: non fidarti né di Enzo Infantino né di Calogero Licata Caruso. “Con tutti questi soldi che girano e le proprietà intestate loro ti fottono. E lui: mi fottono 500mila euro ma io ne guadagno un milione e mezzo”.

Gli viene letta dal pubblico ministero la telefonata del 6 febbraio 2011.
Vedi, quello in Sicilia ci ha cose in mano. Detto a Lillo (Licata Caruso – ndr) delle cose della Sicilia Lello le ha dette a me. Niente sai. Cinque o sei mesi di chiacchere. Questo lungo...”. Grasta risponde: “Non ricordo”.

Pm: “Avete fatto ipotesi? Problemi con qualcuno che era lungo?”(alto di statura – ndr). Presidente, leggendo brogliaccio: “Me l'ha detto Lillo, me l'ha detto 4-5 mesi fa quello della Sicilia. C'è stato chiacchere con qualcuno che era calabrese...Lei dice quello lungo..più vecchio di 50 anni. Più assai...Andato a tirarlo per le orecchie”.

Salvatore Grasta sembra non ricordare. O, forse, ricorda benissimo ma non vuole fare il nome del “lungo”.

Ricorda invece “un ragazzo, un giovane che aveva telefonato e voleva sapere delle cose due giorni dopo l'omicidio. Io l'ho visto una volta ed ho detto ad Antonio: questo tipo viene qua per sapere delle cose. Digli che se vuole vedervi vi trovate al bar. E gli avevo dato un consiglio: non fate sapere niente a nessuno. E della gente che si droga non dovete fidarvi mai”.

C'è una intercettazione del 5 febbraio 2012. Grasta parla con Germania Biondo. “Tutte le mattine passa Mario (Infantino – ndr) e lui si pigliava il caffé. L'abituadine, tutte le mattine con questi: Mario, Vincenzo e Lillo. Come mai quel lunedì non c'erano? Non si sono fermati al bar.. Non ti fidare neppure di questi scagnozzi”.

Dice alla Corte di non avere mai parlato con Paolo dei soldi che gli passavano per le mani con i traffici illeciti. Donata Costa legge intercettazioni riguardanti la vicenda Bricoman dove si parla di 3,1milioni di euro, Grasta insiste e conferma che mai lui ha parlato di cifre con Paolo.
Forse hanno fatto confusione quelli che intercettavano...”, commenta.

Di Germania Biondo con cui parlava spesso dice: “Per Paolo non aveva rancore, non è che non lo volesse più vedere, in realtà voleva tornaci assieme”.

Un episodio che Grasta ricorda molto bene avviene davanti al bar di Muggiò due giorni prima della morte di Paolo, sabato 12 novembre 2011 “Il pasticciere, uno di Ravanusa, è venuto lì e lo ha minacciato dicendogli male parole. Mi chiedete come si chiama? Forse Mincuzzo. Era per via di un assegno. Gli ha detto se non me li dai i soldi ti spacco la faccia. Quello della pasticceria era altra persona. Paolo ha parlato (si è litigato) col figlio”.

Per chiudere l'udienza lunga, interminabile, mancano ancora due testi. Giovanni Fondacaro e l'equadoregno Fabien Serrano.

Fondacaro ha conosciuto Mignemi mentre era in detenzione a Monza. “Eravamo in cella assieme. Lui in precedenza stava con un altro detenuto con cui ha avuto discussioni ed allora ha cambiato ed è venuto con me. Dopo una settimana abbiamo fatto socialità e mi ha fatto la confidenza che voleva andarsene dal carcere ed essere messo ai domiciliari. Mi ha detto: puoi aiutarmi ad andarmene? Mi ha proposto di avallare...”.

Presidente Airò al teste: “Dopo aver dato dichiarazioni non vogliamo essere presi in giro”. Pubblico ministero: “Il teste non ha mai detto nulla. Non ci sono dichiarazioni nel fascicolo depositato al Gip. Solo il verbale del 23 settembre”.

Presidente, rivolto all'avvocato Sevesi che difende Diego Barba. “I verbali non sono utilizzabili, faccia la domanda”.

Avvocato: “Mignemi le ha mai chiesto di avallare...”.
Presidente: “No avvocato, non può”.
Teste, rivolto al presidente: “Mi ha chiesto di avallare qualcosa. Se lei non capisce...”.
Presidente: “Capisco ma non posso esprimermi”.
Avvocato Sevesi: “Sono dichiarazioni rese dopo il giudizio immediato”.
Pm: “Io non ho motivo per oppormi”.
Sevesi: “Se non c'è interesse della pubblica accusa alla utilizzazione...
Donata Costa: “Non mi oppongono all'acquisizione di questi atti”.

Presidente rivolgendosi al legale di Barba: “Avvocato, non rischi, faccia la domanda”. C'è opposizione della parte civile.

Fondacaro ha dichiarato: il signor Mignemi voleva coinvolgermi in dichiarazioni false”.

Domandano al teste se Luigi Mignemi aveva problemi di convivenza in cella con un omosessuale.
Risposta: “Lo chieda a lui... E' stata una stupida scusa per cambiare cella”.

Aggiunge poi per rispondere ad un difensore che Mignemi gli aveva “riproposto due volte di avallare le sue dichiarazioni” ed a domanda del presidente risponde: “con Mignemi siamo stati in cella un mese ma non abbiamo mai parlato del processo”.

Ho conosciuto Luigi Mignemi nella sezione protetta del carcere di Monza da cui sono andato via nel novembre dello scorso anno, trasferito a Pavia – ricorda l'equadoregno Fabien Serrano -. Non ero in cella con lui. Mi sono meravigliato di come mi aveva approcciato invitandomi a fare socialità chiedendomi cose personali. Ad esempio rivelargli dove avevo nascosto la pistola per un reato commesso di cui tanto non avevo più nulla da perdere essendo già stato condannato. Mi sono arrabbiato ed allora lui si è fermato. Dopo una settimana mi sono trovato in cella con Diego Barba che mi ha chiesto cos'era successo con Mignemi. E mi ha detto che Mignemi aveva fatto la stessa cosa anche con lui”.

Presidente: “Vogliamo sapere le parole di Barba”.
Barba mi ha raccontato che Mignemi gli aveva fatto un dispetto. Mi ha detto: guarda che questo Mignemi mi ha messo nei casini, con lui non ho neanche parlato. Dopo tre giorni io ho detto a Diego che Mignemi ha tentato anche con me di farsi dire delle cose”.

Finisce così questa udienza fiume durante la quale c'è stata anche la protesta (discreta) della cancelliera per la pausa pranzo alle 14 posticipata di mezz'ora.

Udienza durante la quale il presidente Giuseppe Airò ha dato lettura dell'ordinanza che ammette le dichiarazioni del supertestimonio Gino Guttuso, le immagini fotografiche e il video realizzato con le telecamere del Tribunale che documentano la presenza “non certo casuale” quel giorno in occasione dell'incidente probatorio di Guttuso davanti al Gip, di Gammino venuto da Ravanusa a e del genero Giuseppe La Porta ed anche le dichiarazioni fatte dal maresciallo Azzaro relative all'incendio delle auto di Mariana Rusnac, Lavinia Mihalache, e anche di quella della figlia di Guttuso che non risulta più circolante dall'aprile 2014. Fatti tutti – secondo l'ordinanza - “Convergenti come prova riferibile agli odierni imputati”.

E' chiaro il concetto?” chiede a fine lettura il presidente Airò rivolto ai legali.
 

Processo Vivacqua. Tre killer diversi per lo stesso omicidio? Un'intercettazione aggiunge il superteste alla lista dei sospetti

di Pier Attilio Trivulzio

Tre killer per l'omicidio di Paolo Vivacqua? Sembra di sì. Una intercettazione dei carabinieri che fa parte del fascicolo del sostituto procuratore Donata Costa, indicherebbe come killer del rotamat di Ravanusa non Antonino Giarrana come aveva dichiarato ai carabinieri il palermitano Gino Guttuso (che poi ha ritrattato) e neppure Antonino Radaelli come ha dichiarato Luigi Mignemi al magistrato il 10 aprile dello scorso anno nel carcere di Monza.
Il killer di Paolo Vivacqua sarebbe, invece, proprio il super testimone Gino Guttuso.

Nell’udienza del 9 febbraio, dopo che Donata Costa aveva chiesto alla Corte di acquisire la deposizione fatta da Gino Guttuso nel corso dell'incidente probatorio davanti al Gip Alfredo De Lillo dicendo “che Guttuso aveva ritrattato per le minacce ricevute – probabilmente da due albanesi – tanto da doversi recare all'Ospedale di Desio nella notte del del 19 aprile 2014 dove i medici gli hanno riscontrato un trauma all’emicostato destro alla quinta e sesta costola e al polso destro, ma si era ben guardato dal denunciare il fatto”, l'avvocato Monica Sala che difende Antonio Radaelli, posto alla Corte l'interrogativo “Guttuso aveva mentito durante l'incidente probatorio, perchè continuare a mentire anche davanti ai carabinieri?” motiva così l'atteggiamento del palermitano stabilitosi a Desio nel 2007 dopo essersi subito integrato frequentando ambienti malavitosi: “Guttuso dice perchè mi sono state lette intercettazioni che mi indicano come esecutore materiale dell'omicidio”.

Proprio la lettura delle intercettazioni fattagli nella caserma dei carabinieri di Desio lo avrebbero convinto a ritrattare davanti al Gip Alfredo De Lillo nel corso dell'udienza preliminare, quanto dichiarato prima ai carabinieri di Desio il 15 gennaio 2013 e poi il 27 gennaio dello scorso anno, al sostituto procuratore Donata Costa.

In quanto al pestaggio di cui Guttuso é stato vittima, secondo Manuela Cacciuttolo, legale di Germania Biondo “non sarebbe legato alle dichiarazioni da lui fatte relativamente all'omicidio Vivacqua bensì ad acquisti di droga che non avrebbe pagato”.
Udienza attesissima dal momento che a testimoniare era stato convocato Gino Guttuso, che con le sue dichiarazioni verbalizzate - “Il 13 novembre 2011 ho prestato il mio scooter ad Antonino Giarrana. Me lo ha reso il giorno dopo con dello scotch nero a coprire la targa ed allora io, pensando fosse stato usato per uccidere Paolo Vivacqua, l'ho portato a lavare” - aveva dato una svolta all’inchiesta.

Oltre a lui il sostituto procuratore Donata Costa aveva convocato Luigi Mignemi e Nicola Rulli personaggi a cui, in carcere a Monza, Giarrana, avrebbe fatto confidenze su mandanti ed esecutori dell'omicidio. I due, però, non si sono presentati.

Giaccone nero, jeans, cappello grigio di lana a nascondere e tenere al caldo la pelata, Guttuso arriva un'ora prima che inizi l'udienza accompagnato dal figlio: look da punk, cresta di capelli tenuti su col gel; ed a fargli da scorta discreta un paio di carabinieri in borghese.

Nonostante i carabinieri che lo tengono controllato, Gino Guttuso entra dentro l'aula a processo iniziato nel settore del pubblico – a lui vietato dovendo deporre - e resta ad ascoltare. Fino a quando qualcuno se ne accorge ed allora il presidente Giuseppe Airò lo invita ad uscire.

Chiamato a testimoniare Guttuso, prima di sedersi, manda un saluto ai detenuti nel gabbio che, per cortesia, ricambiano.
Il presidente li riprende: “Non potete! Non potete!”.

Il supertestimone dice d'essere in affidamento ai servizi sociali e che è stato dimesso dalla comunità nella quale é finito per droga.

Il presidente lo informa che in relazione alle dichiarazioni fatte nel corso dell'udienza preliminare davanti al Gip è stato indagato per falsa testimonianza. “Lo sa?”, chiede.
“Non lo sapevo”, è la risposta.
“Ha provveduto a nominarsi un avvocato?”.
“No e Mariani, il mio avvocato, che mi segue per un altro processo non me lo fa fare”.
“Oggi dev'essere sentito come testimone per fatti collegati – gli ricorda il presidente -. Ha diritto ad essere assistito dal legale”.
Gino Guttuso chiede l'avvocato d'ufficio.
La Corte fa arrivare l'avvocato Arianna Merlo.
Udienza temporaneamente sospesa; ma quando il legale arriva Guttuso s'avvale della facoltà di non rispondere. Un giochino già fatto in precedenti udienze da Mario Infantino e Felice Tagliabue.

Non si sono invece presentati Luigi Mignemi e Nicola Rulli. Il primo, contattato, si è giutificato dicendo d'aver sbagliato Palazzo di Giustizia e di essere andato a Milano e poi, richiamato, si è fatto negare al cellulare.
Rulli è risultato irreperibile. La Corte ha deciso di riconvocarli per la prossima udienza del 2 marzo, eventualmente facendoli accompagnare dai carabinieri.

Comunque Gino Guttuso è stato al centro dell'attenzione dei legali con l'avvocato Monica Sala che rivolto alla Corte chiede: “Perchè Gino Guttuso era in aula e nessuno ha detto nulla?” e ricorda “che il teste è stato sentito dai carabinieri di Desio due giorni dopo l'udienza del riesame che doveva pronunciarsi in merito alla posizione di Salvino La Rocca”.

Il legale dell'ex signora Vivacqua fa presente che “Da quanto ha riferito in aula il teste Fornaro che ha esaminato il traffico cellulare, nessun contatto con gli imputati risulta esserci stato con Gino Guttuso e sua moglie. E quando il 16 giugno 2014 i carabinieri convocarono in caserma Guttuso e la moglie dichiarò di “non aver ricevuto alcuna minaccia”. Se fossero state attivate correttamente le fonti confidenziali – aggiunge – si sarebbe scoperto che Guttuso è stato picchiato perché non ha pagato dosi di droga”.

E spiega: “Il 19 aprile a Milano c'era stata l'udienza del riesame per Salvino La Rocca, Guttuso viene picchiato alle due di notte, lo sapete che Gino Guttuso è indagato per estorsione ? Chiedeva soldi per conto di Pio Alfonso e Rosario Marrone imputati nell'inchiesta contro Giuseppe Pensabene ed altri (Ordinanza Tibet ndr)? Occorre la prova concreta che Guttuso è stato picchiato dai familiari del La Rocca o da altri, non basta il fumus di cui ha parlato la pubblica accusa”, conclude la combattiva e preparata avvocatessa.

L'avvocato Paolo Sevesi, legale di Diego Barba relativamente al “pestaggio” propone una diversa lettura: “Perché non ritenere che Guttuso sia stato picchiato per dire la verità e non per quanto dichiarato nel primo interrogatorio, aggiungendo solo in seguito il particolare della riunione a casa di Giarrana?”.

L'udienza era iniziata con l'annuncio della sostituzione di un giudice popolare, assente per malattia, sostituito con un altro che già aveva fatto parte della giuria ed era stato obbligato a disertare qualche udienza per l'identico motivo. Non c'è opposizione dei legali alla nuova composizione e il processo può continuare.

Il pubblico ministero Donata Costa annuncia che Enzo Infantino non testimonierà. “Ha patteggiato per il reato d'associazione a delinquere articolo 416 nel processo di Milano ed ha fatto avere certificato medico”.

Avvocato Cacciuttolo: “E' la seconda volta che sta male e non si presenta. E' un mio teste ed ho necessità di farlo testimoniare. Cosa dice il certificato?”. Pubblico ministero: “Faringite”. Poi però si corregge: “Meniscopatia”. C'è più di un commento fuori microfono. Il presidente comunica che Donata Costa ha deciso di rinunciare al teste.

Torna a testimoniare il luogotenente Giovanni Azzaro della Compagnia carabinieri di Desio che si presenta con una grande mappa stradale con evidenziate le posizioni delle celle telefoniche di tutti gli operatori, le residenze dei 5 imputati, l'ufficio di via Bramante d'Urbino dove Paolo Vivacqua è stato ucciso. A domanda, il militare dell'Arma precisa che “la collocazione delle celle, garantita per iscritto dagli operatori telefonici, è quella relativa al 2011”. I legali si oppongono all'acquisizione; il pm ai legali. “Questa mappa potevate farla anche voi!”.

Presidente Airò: “Mai visto in 40 anni un pubblico ministero che ogni volta si sollecita e ci informa su cosa fare per rendere le cose più chiare. E voi, invece, ogni volta non vi accontentate e vi opponete!”.

C'è ferma opposizione anche alla testimonianza dell'ispettore capo della squadra mobile di Milano Michele Maresca chiamato a spiegare quel servizio di speciale sorveglianza al supertestimone Gino Guttuso a Palazzo di Giustizia il giorno dell'incidente probatorio davanti al Gip Alfredo De Lillo.

Opposizione dei legali negata. Su invito del presidente l'ispettore spiega che nel dossier preparato ci sono fotografie e un video relativo dell'operazione di controllo di quel giorno. Fotografie riprese dalle 12 telecamere (su 16, 4 non funzionavano - ndr) che controllano quotidianamente il Tribunale. Il video è senza audio.

L'ispettore fa i nomi dei vari soggetti ripresi, dice che conosce Giovanni Gammino “perché abbiamo indagato su tutti i parenti dei soggetti intercettati scoprendo che è cugino di secondo grado di Salvino La Rocca”.

I fotogrammi ritraggono Gammino assieme ad Antonino Guttuso, figlio di Gino Guttuso, Gammino con Giuseppe La Costa e una donna in viola che viene riconosciuta da uno dei legali di La Rocca come la sorella di Gammino.

Sfogliando l'album il presidente si sofferma sulla foto che ritrae fuori dal Tribunale una persona “vestita in modo elegante”.

“Sono io presidente” – si riconosce l'avvocato Alessandro Frigerio ripreso accanto a Giusppina La Rocca, mamma di Savino.

Ribattendo alle dichiarazioni della pubblica accusa che aveva definito “atti tipici di criminalità organizzata l'incendio delle auto delle testimoni Lavinia Mihalache e Mariana Rusnac, lo strano caso dell'auto dei Guttuso che non risulta più circolante e però dal pubblico registro non risulta rottamata, la mancata denuncia di Guttuso per il pestaggio subìto e rivelato soltanto ai carabinieri di Desio (che ancora non avevano ricevuto dall'ospedale di Desio il referto medico – ndr) perché chiamato essendo soggetto con obbligo di dimora e soprattutto gli accadimenti del 13 luglio in Tribunale a Monza supportati dai fotogrammi”, l'avvocato Frigerio che con il collega Manganello difende Savino La Rocca, invita Donata Costa “a fare una scelta di campo. In assenza di qualsiasi legame tra Guttuso e gli imputati, per il pubblico ministero basta che ci sia la minaccia o anche soltanto l'incendio di un'auto - e prosegue -. Cosa ne sa Guttuso dell'incendio delle auto della Lavinhia e della Rusnac?
Sono soltanto mere ipotesi.
E alla luce delle fotografie scattate in Tribunale la combutta tra i soggetti vicini a Guttuso sarebbe avvenuta durante l'incidente probatorio. Quindi ci opponiamo all'acquisizione”.

“Non si possono acquisire i fotogrammi – gli fa eco l'avvocato Pagliarello -. Le foto cosa dicono? Che dovreste indagare anche l'avvocato Frigerio e il sottoscritto perchè la mamma di Salvino La Rocca ci ha offerto il caffè?
E poi, suvvia, la Stidda invocata dal pubblico ministero che dopo aver fatto pestare Guttuso manda un suo rappresentante in Tribunale? L'errore è avere indagato Guttuso come falso testimone. Gli hanno fatto rilasciare dichiarazioni al pubblico ministero…. Non parla perché non ha nulla da dire”.

Il co-difensore di Diego Barba, l'avvocato Orlando, definisce “frettolosa l'ordinanza del Gip. Si decise di acquisire la testimonianza di Guttuso per capire la veridicità e poi fare indagini. Il finto incidente probatorio è il momento in cui gli imputati potevano essere assolti. Guttuso che viene accompagnato in Tribunale da pubblici ufficiali eppure nessuno sa dire cosa le persone riprese si sono dette con Guttuso che era già dentro, davanti al Gip, a testimoniare. Chiediamo il rigetto”.

Relativamente ai fotogrammi e al video sorge poi il piccolo “giallo” dell'orario in cui sono avvenute le riprese. A detta del teste, l'ispettore capo Maresca, tra le 8 e le 10.

E però il Tribunale non ammette il pubblico fino alle 8.30; l'avvocato Frigerio dichiara che lui quel giorno non era certo davanti al Tribunale alle 8 del mattino. E alla fine si scopre che nessuno aveva provveduto ad aggiornare il software di registrazione con l'ora legale.
Prossima udienza il 23 febbraio.
 

facebooktwitterScribd

Abbonamento a Scambia informazioni

Semi Kattivi

Costruiamo il network

Hai un blog personale,
gestisci un sito di informazione territoriale?
Contatta la redazione e costruisci con noi
un Network indipendente di informazioni.

Leggi tutto »

Pubblica anche tu su infonodo.org!

Pubblica su Infonodo il tuo articolo.

Scopri come partecipare »