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Seregno - La senatrice Ricchiuti chiede al Ministro dell'Interno se esistano le condizioni per lo scioglimento del comune per infiltrazione mafiosa

di mc costa

Il Ministro dell’Interno, Angelino Alfano, dovrà dare una risposta scritta sulle minacce e auguri di morte da parte del sindaco uscente Giacinto Mariani di cui sono stati fatti oggetto Infonodo e chi scrive.
L’interrogazione parlamentare è stata presentata dalla senatrice del Partito Democratico Lucrezia Ricchiuti e contiene anche la richiesta al Ministro di valutare se, per il comune di Seregno, ci siano gli estremi per attivare i meccanismi di cui all'art. 143 del testo unico sugli enti locali di cui al decreto legislativo n. 267 del 2000.

L’art. 143 prevede che “I consigli comunali sono sciolti [...] quando emergono elementi su
collegamenti diretti o indiretti degli amministratori con la criminalita' organizzata”.

Nell’interrogazione, oltre alle parole pronunciate da Giacinto Mariani dopo lo spoglio del ballottaggio (vedi video), vengono anche ricordati i rapporti d’affari tra la società +Energy in cui comparivano come soci Mario Barzaghi, proprietario della Effebiquattro, Giacinto Mariani e il capitano dei carabinieri Luigi Spenga, coperti da una società fiduciaria, e la Simec, società sequestrata dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, perché considerata di fatto controllata da clan camorristici.

Durante l’inchiesta, condotta da Fabrizio Gatti dell’Espresso con la collaborazione di Infonodo, si era verificata anche l'aggressione ai danni dello stesso giornalista dell’Espresso. A Gatti, recatosi presso la sede dell’Effebiquattro per un’intervista a Mario Barzaghi, era stato impedito di allontanarsi dall'azienda per più di un’ora ed era stato fatto oggetto di pesanti minacce (vedi video Giornalista io ti ammazzo)

A scatenare l’ira di Barzaghi e della figlia proprio le domande di Gatti sui soci occulti di +Energy e sui rapporti con Simec.

Nell’interrogazione parlamentare Lucrezia Ricchiuti, oltre a stigmatizzare le parole di Giacinto Mariani “la nuova compagine comunale ha adottato come sistema l'intimidazione mafiosa”, ha anche duramente criticato il comportamento tenuto dal neo sindaco Edoardo Mazza “che applaude il suo predecessore che minaccia di morte i giornalisti”.

A quanto riportato dalla stampa locale, Mariani “ha ribadito che le sue parole non erano rivolte alla categoria dei giornalisti”.

Il concetto è stato reso esplicito da Edoardo Mazza su il Giorno di mercoledì dove ha dichiarato: “La campagna elettorale ha avuto dei toni aspri: la reazione di Giacinto Mariani è dettata dagli articoli pubblicati alle 3 di notte dopo uno spoglio elettorale estenuante dove si cercava di screditare me e la coalizione che mi ha sostenuto. Vorrei comunque ribadire che non ci sono minacce verso la stampa. Mariani fa dei distinguo e dice testualmente a chi sono indirizzate le parole: ad un sito anonimo e non a giornalisti che ci mettono la faccia e soprattutto la firma”.

L’articolo a cui si riferisce Edoardo Mazza è stato pubblicato su il Fatto quotidiano online ed è a firma di Alessandro Bartolini vedi Elezioni comunali 2015, Seregno: in Brianza campagna elettorale di Fi nel bar dell’armiere dei boss. Fra l’altro vi sono riportate dichiarazioni dello stesso Mazza che quindi era avvertito dell’imminente pubblicazione.

E allora perché un articolo pubblicato su il Fatto quotidiano giustifica, secondo Mazza, le minacce verso Infonodo e la mia persona?

Perché, anche se non detto esplicitamente, Mazza e Mariani presumono che io o qualcuno di Infonodo abbiamo passato a il Fatto quotidiano la foto dell’aperitivo elettorale nella panetteria di Tripodi.
Quindi è vero quello che dice Mazza, che le minacce non sono rivolte a un giornalista iscritto all’ordine, perché io non lo sono, ma, certamente, sono rivolte a quella che è ritenuta la fonte del giornalista de il Fatto quotidiano.

Analogo distinguo e attacco alle fonti lo ha fatto Giacinto Mariani, quando l’Espresso ha pubblicato l’inchiesta su +Energy.

Il comunicato stampa diramato dall’organo di informazione del comune di Seregno recita così: «L’inchiesta di Fabrizio Gatti mette insieme cose vere, verosimili e false per costruire un teorema. Questa non è informazione. È lo “stile” di Infonodo che, come scritto nell’articolo di Gatti, ha passato le informazioni al settimanale » (vedi “Una strategia per farmi fuori”).
Anche lì la “colpa” di Infonodo è stata quella di aver passato informazioni.

Informazioni che un giornalista come Gatti - che ha ricevuto negli anni premi e riconoscimenti nazionali e internazionali, tra cui il Journalism Award della Comunità Europea (vedi lista riconoscimenti e premi a Fabrizio Gatti) - ha approfondito e verificato, costruendo la propria inchiesta giornalistica.

Se da una parte la strategia adottata da Mariani e applaudita da Mazza serve a spostare l’attenzione dalle cose che vengono scritte, alle persone che le scrivono e alla fine alle loro vere o presunte fonti che vengono sistematicamente screditate, dall’altra l’attacco è ancora più grave, perché non é più solo un attacco al diritto di informazione, ma é un'intimidazione nei confronti di tutti i cittadini possibili testimoni degli eventi.

Aleggia una subcultura analoga a quella mafiosa per cui chi interloquisce con la stampa, in particolare con certa stampa è “un infame”, un nemico da colpire.

Quando poi un retroscena della vita amministrativa cittadina viene svelato e raccontato direttamente da Infonodo, allora la caccia al traditore, alla “spia”, alla “gola profonda” diventa ossessiva.

A seguire il testo dell’Interrogazione Parlamentare a risposta presentata dalla Senatrice Ricchiuti.

Atto n. 4-04150
Pubblicato il 18 giugno 2015, nella seduta n. 468
RICCHIUTI - Al Ministro dell'interno. -
Premesso che:
da notizie giornalistiche si apprende che durante i festeggiamenti per la vittoria del centro-destra alle elezioni comunali a Seregno (Monza e Brianza) il sindaco uscente Giacinto Mariani, fedelissimo di Matteo Salvini, ha pronunciato le seguenti parole di minaccia nei confronti del giornalista Michele Costa e della redazione di "Infonodo" di Seregno: "La città di Seregno non ha bisogno di falsità e di cattiverie, di atti anonimi. Che le opposizioni la smettano di rifarsi a siti anonimi gestiti da animali, da ladri e da schifosi. Perché queste persone devono morire";
le gravissime parole di minaccia pronunciate da Mariani sono state condivise anche dal suo successore, Edoardo Mazza, di Forza Italia, vincitore al ballottaggio di domenica 14 giugno 2015, che non ha esitato a manifestare il suo apprezzamento applaudendo;
considerato che a quanto risulta all'interrogante:
la minaccia rivolta da Mariani al giornalista Michele Costa e alla redazione di "Infonodo" preoccupa profondamente e non può essere sottovalutata ancor più se si considera che proviene da un soggetto come Giacinto Mariani che con Mario Barzaghi e un ufficiale dei Carabinieri sarebbero in affari con organizzazioni criminali;
è opportuno ricordare, infatti, che per Mario Barzaghi, già vicepresidente di Confindustria di Monza e Brianza, è stato richiesto il rinvio a giudizio dalla Procura di Monza per avere sequestrato e minacciato di morte nel 2013 il giornalista de "L'Espresso" Fabrizio Gatti durante un'intervista in cui lo stesso Gatti chiedeva informazioni proprio sulla società nella cui compagine erano presenti i predetti soggetti;
considerato, inoltre, che:
dai fatti esposi risulta dunque evidente che anche la nuova compagine comunale ha adottato come sistema l'intimidazione mafiosa contro quei giornalisti impegnati nella lotta alle organizzazioni criminali;
preoccupa profondamente e non lascia ben sperare l'atteggiamento adottato dal nuovo sindaco di Seregno, Edoardo Mazza, che applaude il suo predecessore che minaccia di morte giornalisti che svolgono il loro dovere; ciò è gravissimo e dimostra quanto si sia abbassato il livello di guardia nella città di Seregno;
non vi è dubbio che la giustizia farà il suo corso ma c'è bisogno di una mobilitazione generale di tutti coloro, che di sicuro sono la maggioranza dei cittadini seregnesi, che ritengono la libertà di stampa e il diritto di essere informati una colonna portante della nostra democrazia;
tra i compiti fondamentali dello Stato vi è quello di assicurare un alto livello di vigilanza al fine di mantenere la legalità, ovvero ripristinarla quando risulti violata, garantendo così il corretto svolgimento della vita democratica locale,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei gravi fatti riportati e quale sia la sua valutazione in merito;
se non ritenga necessario attivare i meccanismi di cui all'art. 143 del testo unico sugli enti locali di cui al decreto legislativo n. 267 del 2000 per il Comune di Seregno.

 

Seregno - Perché continueremo a scrivere nonostante le minacce di morte di Giacinto Mariani

Ferruccio De Bortoli ha scritto nel suo editoriale di saluto ai lettori, dopo aver lasciato la direzione de il Corriere della sera:

Con il tempo, cari lettori, ho imparato che i giornali devono essere scomodi e temuti per poter svolgere un’utile funzione civile. Scomodi anche quando sono moderati ed equilibrati come il Corriere. La verità è che i bravi giornalisti spesso ne sanno di più di coloro che vorrebbero zittirli.
In questo Paese, di modesta cultura delle regole, l’informazione è considerata da gran parte della classe dirigente un male necessario. Uno dei tanti segni di arretratezza. Piaccia o no, le notizie sono notizie. I fatti sono i fatti, anche quando smentiscono le opinioni di chi scrive. E le inchieste sono un dovere civile, oltre che professionale. Perché le democrazie si nutrono di trasparenza e confronto, di attenzione e rispetto. Dove c’è trasparenza c’è riconoscimento del merito, concorrenza e crescita. Nell’opacità si regredisce. 

Una società democratica non deperisce solo se ha un’opinione pubblica avvertita e responsabile, alla quale - come diceva Luigi Einaudi, collaboratore del Corriere e presidente della Repubblica - devono essere forniti gli ingredienti utili per scegliere. Non solo nelle urne ma nella vita di ogni giorno. Conoscere per deliberare. L’opinione pubblica, architrave di una democrazia evoluta, è composta da cittadini con spirito critico non da sudditi che se le bevono tutte”.

Fatte le debite proporzioni, infonodo.org ha cercato di fare lo stesso a Seregno e in Brianza.

In questa campagna elettorale abbiamo irritato il Pd, offeso per il contenuto di un articolo che raccontava quelle che secondo noi erano le debolezze del Partito Democratico e del suo candidato sindaco (vedi a Seregno - Elezioni comunali. Il Pd rischia di sbatterci la faccia..un'altra volta); abbiamo scatenato le ire di alcuni dipendenti del comune di Seregno, perché li abbiamo richiamati al rispetto delle normativa vigente in materia di comunicazione istituzionale durante la campagna elettorale (vedi Seregno - Elezioni 2015. Il comune elimina il sondaggio sulle elezioni, i risultati sono manipolabili) e ovviamente abbiamo alimentato la rabbia scomposta della destra che ci vede, ormai da anni, come il fumo negli occhi.

Insomma, siamo stati scomodi a tutti. Possiamo quindi dire, seguendo il pensiero di De Bortoli, che abbiamo svolto “un’utile funzione civile”.

Nel passato abbiamo pubblicato per primi la notizia del processo a carico di Giacinto Mariani - mentre altre testate che avevano in mano le carte aspettavano a farlo - perché le “notizie sono notizie” (vedi Seregno - Il sindaco Giacinto Mariani a processo per appropriazione indebita).

Abbiamo pubblicato la lettera di incarico a Banca Profilo, advisor della fusione tra il gruppo AEB-Gelsia e Acsm-Agam, per lo stesso motivo (vedi Seregno - Fusione Gelsia, Acsm-Agam. All'advisor Banca Profilo 1 milione di euro con conflitto d'interessi dichiarato).

Abbiamo raccontato dei soci d’affari di Giacinto Mariani e del trattamento di favore che hanno riservato a noti ‘ndranghetisti nei loro locali (vedi Seregno - I verbali di Antonino Belnome: buttafuori e champagne per la 'ndrangheta), perché i “fatti sono fatti”.

Abbiamo scritto di forniture e appalti poco chiari per l’acquisto di banchi scolastici (vedi Seregno – Vicenda Vastarredo: a che punto siamo? La responsabilità politica del Gavazzi), per lo spazzamento neve e il rifacimento delle strade (vedi Seregno - Appalti d'oro per Giussani. In meno di nove anni incassati 4 milioni dal comune), per il trasporto pubblico locale (Seregno - Trasporto pubblico. Come l'amministrazione Mariani é riuscita ha raddoppiare i costi tagliando il servizio), perché “nell’opacità si regredisce”.

Abbiamo collaborato con l’Espresso nell’inchiesta sulla società +Energy che vedeva assieme: Mario Barzaghi, massimo beneficiario del Pgt allora in discussione, Giacinto Mariani e Luigi Spenga, il capitano dei carabinieri, e abbiamo raccontato dei rapporti commerciali tra +Energy e una società controllata dal clan dei casalesi (vedi Seregno – Una fiduciaria aperta per Giacinto Mariani, il sindaco fotovoltaico. La società con Barzaghi sullo sfondo del PGT), perché “le inchieste sono un dovere civile, oltre che professionale”.

Abbiamo scritto sulla trasparenza del sito del comune (vedi Seregno – Segreti, bugie e violazioni delle norme sulla trasparenza), perché “dove c’è trasparenza c’è riconoscimento del merito, concorrenza e crescita”.

Abbiamo pubblicato l’ordinanza in cui si parla dell’atteggiamento del consigliere Francesco Gioffré, al limite della connivenza con la ‘ndrangheta (vedi Seregno - 'Ndrangheta e Politica. Dopo il caso Gioffré il sindaco minaccia le dimissioni), abbiamo pubblicato la relazione della commissione d’indagine sul Cru 16 di piazza Risorgimento ( vedi Seregno - CRU 16. Ecco come sono stati sprecati i soldi pubblici. Tutta la relazione della commissione d’inchiesta. Martedì la discussione in consiglio comunale), perché “una società democratica non deperisce solo se ha un’opinione pubblica avvertita e responsabile” e all’opinione pubblica si devono “fornire gli ingredienti utili per scegliere”.

La lettura dei documenti ufficiali, delle visure, delle ordinanze, delle sentenze, di determine e delibere, sono ingredienti utili per scegliere.
Abbiamo sempre cercato, dove era possibile, di spiegare perché scrivevamo ciò che scrivevamo, usando i link ad articoli e a documenti o pubblicando quelli in nostro possesso, in modo che chi ci leggeva e avesse avuto voglia di approfondire, sarebbe potuto andare alle stesse fonti a cui avevamo attinto noi e si sarebbe potuto fare un’idea, magari anche diversa dalla nostra.

In risposta a questo, chi ha aperto il sito infonodo.org e ne è stato per qualche tempo responsabile si è visto arrivare addosso una montagna di querele da parte di Giacinto Mariani, del suo assessore Formenti e dell’ex presidente di AEB.

Tredici di queste, di cui undici presentate dallo stesso Mariani, sono state archiviate dagli organi giudiziari competenti (vedi sotto).

Ma nonostante questo Giacinto Mariani ha continuato a presentare querele contro infonodo.org.
Una delle ultime è per questo articolo: Seregno - Inchieste, tangenti e aree dismesse. I nove anni di urbanistica di Giacinto Mariani e della sua amministrazione.

Quello che non è andato giù a Mariani nell’articolo che è una semplice cronistoria, è l’accostamento tra la parola tangenti e la sua amministrazione.
Visto che Attilio Gavazzi è stato per sei anni assessore e vicesindaco delle amministrazioni guidate da Giacinto Mariani e che lo stesso Gavazzi, in particolare durante il primo mandato, era un assessore di peso che concentrava su di sé diverse deleghe (Lavori Pubblici, Edilizia Privata e Urbanistica) e adesso Gavazzi è a processo accusato di aver preso tangenti durante il suo mandato di assessore, allora è pura verità scrivere che l’amministrazione Mariani è stata coinvolta in vicende di tangenti.
Perché è vero che la responsabilità penale è personale, ma quella politica non lo è, e un sindaco risponde politicamente dei comportamenti della sua giunta.

Se questo accostamento tra le tangenti e la sua amministrazione gli dava tanto noia, Mariani non avrebbe dovuto querelare infonodo.org, ma piuttosto costituirsi parte civile nel processo che la Procura di Monza ha istituito contro Gavazzi. Questo perché é stato il suo vicesindaco che ha accostato, secondo gli inquirenti, le tangenti alla sua amministrazione, non infonodo.org.
Si è costituito parte civile? E se no, perché non lo ha fatto?

Giacinto Mariani non ha mai chiesto al sito infonodo.org né una rettifica, né una replica, ma ha sempre e solo querelato, per poi agitare davanti ai giornalisti e alle opposizioni le sue querele, e dire: “Vedete, ho querelato, sono tutte falsità!”.
Non è mai voluto entrare nel merito delle cose scritte da infonodo.org. Se fossero state realmente delle falsità, sarebbe stato facile smontarle davanti alla stampa e davanti alla cittadinanza.
E perché non lo ha fatto?

Adesso Mariani dichiara: “Per dieci anni io e la mia compagna abbiamo dovuto subire attacchi”.
Ma noi non abbiamo mai attaccato la signora Mauri e l’abbiamo citata solo in merito alla vicenda +Energy, perché é stata lei che ha firmato, a nome di quote detenute attraverso la Aperta Fiduciaria, il verbale di approvazione del bilancio 2011 di +Energy.

Infonodo ha però scritto chiaramente che il reale socio non era la signora Mauri, ma il suo compagno, Giacinto Mariani.
E’ stato lui che si è nascosto dietro una fiduciaria e dietro alla moglie per fare i suoi affari, non siamo stati noi a puntare il dito o ad attaccare la signora.
Così come altri si sono nascosti dietro alla madre o al fratello.

Quando un nostro redattore è riuscito, finalmente, a fare una domanda a Giacinto Mariani e gli ha chiesto se ritenesse opportuno girare il suo spot elettorale per le elezione Europee nella panetteria di Tripodi (condannato in via definitiva per traffico e detenzione di armi all’interno del processo Infinito contro la ‘ndrangheta in cui lo stesso comune di Seregno si é costituito parte civile), la risposta stizzita e furiosa dell’ex sindaco è stata: “E’ una panetteria come le altre, è una famiglia come le altre di Seregno”.

Sarà anche così, come dice Mariani, però i giudici nella sentenza di primo grado di condanna di Tripodi scrivono: “ Tripodi Antonino, detto Nino, è un soggetto incensurato, titolare, insieme al padre, di un panificio a Seregno, presso il quale all'epoca dei fatti svolgeva effettivamente attività lavorativa.
E' coniugato con Pio Francesca, nipote di Pio Candeloro (condannato a 21 anni di reclusione e considerato capo della locale di Desio - ndr).
La madre di Tripodi, Crea Teresa, è sorella di Crea Paolo, menzionato quale capo locale di Desio, nella sentenza emessa dal Tribunale di Milano in data 21 ottobre 1997 a conclusione del processo denominato "l fiori della notte di San Vito, ed è nipote della moglie di Pio Domenico (condannato a 16 anni di reclusione, locale di Desio - ndr).
Sono state intercettate una serie di conversazioni telefoniche che documentano i rapporti del Tripodi con Pio Candeloro, con Sgrò Giuseppe (locale di Desio - ndr), con Sgrò Eduardo (locale di Desio - ndr), con Polimeni Candeloro (condannato a 11 anni di reclusione, locale di Desio - ndr).
I dialoghi captati sono neutri quanto al loro contenuto, perché attengono tutti a forniture di pane (che in particolare Pio Candeloro omette di pagare) all' organizzazione di partite di calcetto e ad incontri di carattere conviviale, ma la frequentazione da parte di Tripodi di più soggetti intranei al locale di Desio ha indubbiamente un valore indiziante rispetto alla sua partecipazione al delitto associativo”. (vedi Sentenza Tribunale di Milano - VIII Sezione penale)

Quando a questa tornata elettorale, Edoardo Mazza, il nuovo sindaco di Seregno, partecipa a un rinfresco elettorale, presente il vicepresidente di Regione Lombardia Mario Mantovani e l’aperitivo viene organizzato proprio nella panetteria di Tripodi e l'incontro fotografato. Se poi questa foto finisce a il Fatto quotidiano che la ritiene una notizia e ci fa un articolo (vedi Elezioni comunali 2015, Seregno: in Brianza campagna elettorale di Fi nel bar dell’armiere dei boss) che poi viene letto da tanti a Seregno, non si può, come hanno fatto Mazza e Mariani, accusare siti anonimi di cattiverie gratuite. Il Fatto quotidiano non è un sito anonimo e sta ponendo una questione, almeno, di opportunità politica.

Visto che in quella piazza dove c’è la panetteria Tripodi di bar ce ne sono tre e in centro a Seregno sono decine, non si capisce perché in campagna elettorale proprio quella panetteria diventi una calamita irresistibile dove organizzare eventi elettorali.

E’ la versione settentrionale di quello che succede in alcuni paesi del sud dove la statua del santo in processione si ferma davanti alla casa del boss e fa l’inchino?
E’ una domanda. Ce lo chiediamo e lo chiediamo.

Perché la ‘ndrangheta e le mafie non sono solo criminalità, ma criminalità organizzata+economia+politica.
Criminalità organizzata che gestisce usura, traffici illegali e racket, economia con il riciclaggio e gli investimenti in attività produttive, politica che offre una copertura nelle istituzioni.

Ma se la politica è rappresentata da Francesco Gioffré , “opaco fratello della vittima e unica voce fuori dal coro il quale sentito il 26/04/2011, pur ammettendo di conoscere i fratelli Rocco e Francesco Cristello (che sostiene di aver aiutato per una pratica presso il comune nel quale egli stesso è consigliere comunale), ha tentato in ogni modo di minimizzare la portata dei fatti giungendo quasi a prendere le difese dei Cristallo, sino al punto di dirsi estremamente stupito nell’apprendere la notizia del loro arresto del luglio 2010”, come scrive il Gip Andrea Ghinetti (vedi Ordinanza di custodia cautelare operazione Ulisse), allora non c’è alcuna speranza per questo territorio.

Nell’ottobre 2012 quando queste parole sono finite sui giornali e le hanno lette tutti, il PDL ha chiesto a Gioffré le dimissioni da consigliere comunale e di fronte al suo rifiuto, Chiara Novara, a nome di tutto il PDL, ha bollato in aula questo atteggiamento, come: “Un atteggiamento che va a minare la tutela dell’immagine e del bene sia della città sia del consiglio comunale. Un atteggiamento poco sensibile del bene di tutti i cittadini e di tutti i componenti di questa assise che consapevoli della gravità e della delicatezza della vicenda hanno auspicato al nostro pari un passo indietro [..] Pertanto alla luce della posizione assunta dal consigliere non riteniamo più possibile considerarlo componente del gruppo consigliare PDL” (ascolta audio).

Parole al vento da dare in pasto a “sudditi che se le bevono tutte”, perché di fatto Gioffré ha continuato ad appoggiare la giunta Mariani e dopo due anni e mezzo é stato ricandidato in Forza Italia come quinto della lista, contando sul fatto che molti elettori hanno dimenticato e né giornali né partiti di opposizione avrebbero scritto o detto una parola. Così come in effetti è avvenuto.

Noi lo abbiamo ricordato, il Fatto quotidiano lo ha ricordato: meritiamo di morire per questo?

A Seregno tutti i politici sono contro la ‘ndrangheta, ma quella teorica che sta in qualche luogo remoto e lontano, più la ‘ndrangheta reale e concreta si avvicina fino ad installarsi e crescere sotto casa, più i proclami diventano borbottii, sussurri e alla fine silenzio e omertà.

Negli anni Giacinto Mariani ci ha accusato di essere al servizio della ‘ndrangheta, dei costruttori, di affaristi, di banditi.
Lo ha dichiarato su giornali e in conferenza stampa (vedi Seregno - Il sindaco Mariani:" Mi attaccano perché sono contro la mafia". Poi scappa e non risponde alle domande). Adesso, non riuscendo a costringerci al silenzio usando i suoi avvocati, ci minaccia fisicamente, ci augura la morte, come molti hanno potuto vedere nel video di Seregno TV.

Non la morte come sito, ma la morte delle persone che scrivono per questo sito.

La gravità di queste affermazioni stanno davanti agli occhi di tutti quelli che vogliono vedere.
E in molti hanno visto, anche tra giornalisti e testate nazionali; a loro, amici o sconosciuti, che ci hanno portato la loro solidarietà pubblicamente o in privato va il nostro ringraziamento. Agli altri, ai cretini che applaudivano la morte fisica di quelli che scrivono, e a quegli altri che hanno iniziato a fare distinguo, possiamo rispondere con certezza che noi continueremo a scrivere in piena libertà e non facendoci condizionare in alcun modo dalle minacce né di Giacinto Mariani, né di nessun altro.

Ringraziamo in particolare, Fabrizio Gatti dell’Espresso "Giornalisti animali, dovete morire": le minacce del sindaco in Brianza” e Alessandro Bartolini de Il Fatto quotidiano “Seregno, l’ex sindaco contro il sito di denuncia: “Animali, ladri, dovete morire” per aver raccontato sulle loro testate le minacce di Giacinto Mariani e il perché.

 

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Seregno - Lega Nord e Forza Italia i partiti delle tasse comunali, lo dicono i numeri

di k.ts.

Ultimi giorni di campagna elettorale a Seregno, domani si vota.
I due candidati hanno affrontato, da ultimo, il tema della riduzione delle tasse e della pressione tributaria.
Edoardo Mazza, candidato sindaco per Forza Italia-Lega Nord, ha promesso la riduzione di Imu e Tari grazie ai dividendi del gruppo AEB-Gelsia, controllato al 70% dal comune di Seregno (vedi struttura societaria di AEB/Gelsia).

Visto che in campagna elettorale si parla finalmente di numeri e di entrate tributarie del comune siamo andati a vedere i dati ufficiali dei bilanci consuntivi che i vari comuni sono tenuti a depositare al Ministero dell’Interno e che poi sono pubblicati in forma chiara (non i pdf illeggibili che pubblica il comune di Seregno) sul sito dello stesso Ministero e visionabili da tutti: politici, giornalisti, semplici cittadini.

Gli ultimi dati presenti sono quelli del 2013 visto che l’amministrazione di Giacinto Mariani ha deciso di posticipare a dopo le elezioni l’approvazione del bilancio consuntivo del 2014.

Il quadro complessivo del bilancio 2013 si può trovare a questo indirizzo (Bilancio consuntivo comune di Seregno).

Le Entrate generali del comune di Seregno sono state nel 2013 di € 45.568.373,57 (vedi Quadro entrate) , in particolare, le Entrate Tributarie sono state di € 20.922.579,58.

Un indicatore utile per capire quanto un comune è affamato di tasse è la Pressione Tributaria che evidenzia il prelievo tributario medio pro capite ed é così indicata: (Entrate tributarie) / (Popolazione). Secondo la sua definizione, più elevato è il valore del rapporto, tanto maggiore è il prelievo fiscale a livello comunale (vedi Guida alla lettura dei bilanci comunali).
Visto che Seregno ha una popolazione residente di 44.272 abitanti (vedi dati) la pressione tributaria a livello comunale per i cittadini di Seregno è stata di € 472,6 per abitante.

Questo in termini assoluti, vediamo adesso in termini relativi, cioé confrontando i dati di Seregno con un comune gemello, Lissone che nel 2013 aveva 44.333 abitanti (vedi dati), cioè 51 abitanti in più di Seregno.

Nel 2013 le Entrate generali del comune di Lissone sono state di € 31.782.558,80 (vedi Quadro Entrate) cioè 13,8 milioni in meno di Seregno.
In particolare le Entrate Tributarie del comune di Lissone sono state di € 17.369.491,38, cioè 3 milioni e 553mila euro inferiori a quelle del comune di Seregno.
In pratica, non solo Seregno ha entrate totali superiori a Lissone, ma nello specifico anche le Entrate Tributarie del comune di Seregno sono superiori rispetto a quelle di Lissone.

Calcoliamo adesso la Pressione Tributaria che grava su ogni cittadino di Lissone secondo la formula (Entrate tributarie) / (Popolazione) e otteniamo: € 391,8 per abitante.

In media un cittadino di Seregno ha pagato 80 euro in più al proprio comune, in tasse e tributi, rispetto a un cittadino di Lissone.

Prima sorpresa. A Seregno l’amministrazione guidata da un sindaco della Lega Nord sui giornali si lamenta della pressione fiscale ma poi bastona i propri cittadini con le tasse.

E’ sempre stato così, i cittadini seregnesi hanno avuto una pressione tributaria sempre superiore agli abitanti di Lissone?
Guardando i dati dei bilanci di Seregno e di Lissone (scaricati attraverso il motore di ricerca del Ministero dell’Interno), e in particolare calcolando la pressione tributaria corretta dall’inflazione, si ha per i due comuni il seguente andamento della Pressione Tributaria per il periodo 2004-2013.

Un grafico analogo lo si può vedere sul sito Open Bilanci al seguente indirizzo dove vengono pubblicati i bilanci di tutti i comuni italiani in forma grafica, ma si possono scaricare anche i file in formato csv, ed è possibile anche fare confronti tra i bilanci di vari comuni.

Come si può vedere a partire dal 2010 la pressione tributaria è aumentata per compensare il taglio dei trasferimenti da parte dello Stato, ma a Seregno è aumentata in modo considerevole nonostante il comune abbia un bilancio nettamente più ricco di quello dei comuni vicini.

Se si prendono i dati delle Entrate complessive del comune di Seregno (44.272 abitanti, Lissone (44.333 abitanti), Desio (41.602 abitanti) e Cesano Maderno (38.126 abitanti) degli ultimi 10 anni, si vede di quanto il comune di Seregno è più ricco.

In dieci anni il comune di Seregno ha avuto entrate maggiori rispetto a Cesano Maderno per 112.7 milioni di euro, 53 milioni di euro in più di Desio, 116,3 milioni di euro in più di Lissone.

Come mai, allora - dopo dieci anni di amministrazione di Giacinto Mariani - a Seregno è diventato un problema anche il taglio dell’erba nei parchi pubblici?

 

Seregno - Trasporto pubblico. Come l'amministrazione Mariani é riuscita ha raddoppiare i costi tagliando il servizio

di k.ts.

Immaginate un dirigente messo alla guida di un’azienda che in meno di dieci anni diminuisce la produzione del 36,4% e allo stesso tempo quasi triplica i costi per unità di prodotto (+ 162 %), scontenta i clienti, perdendone una parte, e a quelli che gli restano fornisce a un prezzo maggiorato del 36,8% un prodotto peggiore.

E’ quello che in sintesi sono riusciti a fare, nella gestione del trasporto pubblico locale, Giacinto Mariani e i suoi assessori ai Trasporti che si sono succeduti dal 2005 a oggi.
Gianmario Alioli, assessore dal 2005 al 2010, premiato con una poltrona da € 16.200 annui in Brianzacque (2010-2013) e adesso consigliere comunale uscente nelle fila di Forza Italia, e l’ assessore Marco Formenti (2010-2015) della Lega Nord, indicato per lungo tempo come possibile candidato sindaco del centrodestra.

Nell’ultimo anno di amministrazione Mariani, il comune di Seregno sta pagando il TPL - servizio di trasporto pubblico locale - € 856.199,88, mentre nel 2005 gli costava € 469.319,73.
Cioè adesso tira fuori quasi il doppio del denaro, però per un servizio peggiore, visto che dopo vari tagli alle corse e alle linee, i chilometri percorsi dai bus “seregnesi” sono scesi dai 265.253 del 2005 ai 168.747 dell’ultimo anno (-36,4%), a fronte di un biglietto per singola corsa che é aumentato del 36,8% passando da € 0,95 nel 2005 a € 1,30 di oggi (e analogo è stato l’aumento per gli abbonamenti).

In pratica, se nel 2005 ogni chilometro percorso da un autobus costava al comune € 1,76 (+iva) e in più il comune aveva 23.000 km-bus gratuiti, oggi lo stesso autobus costa al comune € 4,61 al chilometro +iva ( +162%).

La storia di questa conduzione disastrosa del trasporto pubblico urbano inizia nel 2004, quando l’amministrazione di centrosinistra mette a gara per i successivi sette anni il servizio fino ad allora gestito dalla Amsp, l’azienda municipalizzata di Seregno poi confluita in AEB.
La base d’asta per i 230.000 km annuali del servizio venne fissata a € 449.995,00 (+iva) all’anno per un costo di € 1,9565 (+iva) per autobus-Km.
La gara é vinta dalla società di trasporti Sila spa che se la aggiudica offrendo un ribasso del 10% sul costo chilometrico (che diventa così di 1,76 € /Km), e in più garantisce altri 23.000 km all’anno senza ulteriore aggravio per il comune, in aggiunta ai 230mila previsti dal bando.
La Sila offre anche al comune l’1% degli “degli introiti derivanti dalla valorizzazione commerciale da versare all'Ente affidante”.

A dicembre del 2004 la giunta di centrosinistra approva lo schema di contratto aggiungendo ulteriori 12.253,30 km che al prezzo di 1,76 € /Km portano il costo annuale complessivo a € 469.319,73.

Il servizio inizia il primo marzo del 2005, il 31 marzo, a seguito dei risultati delle elezioni amministrative, la guida della città passa in mano al centrodestra.

Il 17 gennaio 2007 la Giunta Mariani decide un adeguamento delle tariffe, il biglietto ordinario passa da 0.95 centesimi a 1 euro (+5,26%), analoghi aumenti vengono decisi per gli abbonamenti.
In aggiunta a questo aumento tariffario che garantisce più entrate al gestore, il 15 marzo 2007 il comune di Seregno determina un adeguamento annuale del contratto con Sila spa di € 45.825,21.
Negli anni successivi gli aumenti contrattuali si faranno sempre più consistenti.

La progressione della quota annuale per il servizio di trasporto pubblico locale a carico del comune è stata la seguente.

* i dati non sono relativi all’anno solare ma ai dodici mesi compresi tra il 1 marzo di ogni anno e il 28 febbraio dell’anno sucessivo

Una progressione che non ha alcun senso anche considerando gli adeguamenti per l’inflazione che in tutto quel periodo é rimasta molto bassa.

Indice Inflazione

2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011
1,7% 2,0% 1,7% 3,2% 0,7% 1,6% 2,7%

Nell’ottobre del 2010, Sila che aveva in gestione anche la rete di trasporti nella provincia di Lodi, Varese, Nord Milano area Ovest, fallisce e porta i libri in tribunale.
Nell’ultimo bilancio depositato relativo al 2008, a fronte di un fatturato di 27 milioni di euro ha perdite per 33milioni di euro.

Nell’area milanese a Sila subentra la Stie, così come a Seregno, dove porta a scadenza il contratto da metà ottobre 2010 fino al 1 marzo 2012.

Contratto che viene ridefinito con un taglio di 17mila km (i festivi e il servizio per il mercato*) anche se poi il risparmio per il comune è solo di € 15.179,92 + iva, neanche un euro a km a ben guardare.

La quota annuale a carico del comune arriva a € 847.408, 44.

Un mese prima del fallimento della Sila, l’assessorato ai Trasporti del comune di Seregno affida per 10mila euro lo svolgimento di un’indagine sul trasporto pubblico locale alla società milanese Tradelab.
La società non sembra avere molte competenze sul trasporto pubblico però aveva già fornito due consulenze per complessivi 30mila euro per la partecipazione del comune a un bando regionale sui distretti del commercio.
A Seregno, l’assessore al commercio e quello ai trasporti sono la stessa persona, Marco Formenti.

Non si capisce bene che cosa abbia prodotto lo studio della Tradelab, sta di fatto che, andando il contratto a scadenza a marzo del 2012, il comune avrebbe dovuto fare una gara per affidare il servizio per i prossimi anni. Cosa che invece non fa.

L’amministrazione Mariani fa invece un’altra cosa, proroga il servizio di sei mesi, dal 1° marzo al 31 agosto, alla modica cifra di € 423.704,23.

Nel 2013, un’altra proroga, il costo pagato dal comune sale a € 872.825,16, nel 2014 la fattura mensile pagata a Stie arriva nei primi sei mesi a € 74.917,49 (su base annua siamo a € 899.099,88).

L’amministrazione corre, allora, nuovamente ai ripari e ancora una volta lo fa tagliando le percorrenze, eliminando il servizio di trasporto in agosto e aumentando i prezzi di biglietti e abbonamenti (vedi delibera Giunta comunale n°214/2014). In pratica gli utenti pagano di più per avere un servizio peggiore.

L’ultima proroga è stata fatta il 30 giugno dell’anno scorso.

Per il servizio di trasporto pubblico dal 1° luglio 2014 al 31 luglio 2015 (ma ad agosto il servizio è sospeso) il comune di Seregno proroga a Stie il servizio con un impegno di spesa di € 927.549,91 (vedi determina n° 339/2014).
Considerando il taglio drastico della percorrenza complessiva dei bus che viene ridotta a 168.747 Km (vedi det. 510/2014 del 09/10/2014), il costo effetivo del servizio si riduce, considerate le quote mensili da € 71.349.99, a € 856.199,88 all’anno iva compresa.
In pratica siamo a 5,07 euro (iva inclusa) su km percorso dagli autobus ( al netto dell’iva del 10%  la cifra é 4,61€ /km*bus).

Ci si chiede come mai il comune di Saronno, con la medesima società di trasporto - la Stie - riesca invece, nello stesso periodo, ad ottenere condizioni di gran lunga più favorevoli.

Basta leggersi la determina n° 340/2014 del 09/04/2014 del comune di Saronno che “ prevede una percorrenza kilometrica base anno pari a 202.497,12 bus*km a fronte di un corrispettivo annuale pari a € 620.000,00 (oltre iva al 10%) a cui corrisponde un costo unitario di € 3,062 / bus*Km” (vedi determina del comune di Saronno pubblicata sotto).
In pratica, per 34.000 km in più il comune di Saronno paga 174mila euro in meno di quello di Seregno.

Se si considerano però gli stessi km percorsi allora la differenze si fa ancora più grande.

4,61€ /km (costo unitario per il comune di Seregno) - 3,062€ /km (costo unitario per il comune di Saronno)=1,548 € /km (differenza di prezzo applicata da Stie ai due comuni)

1,548 € /km x 168.747 Km (chilometri percorsi dai bus a Seregno in un anno)= € 261.220,356 all’anno + 10% iva= € 287.341,4 iva compresa.

Prevediamo già l’obiezione che gli introiti di Stie derivanti dai biglietti venduti a Seregno e a Saronno sono diversi.

Proprio per questo siamo andati a vedere i diversi incassi (è logico che un servizio peggiore con minori percorrenze avrà meno utenti): dall’ultimo bilancio di Stie depositato, risulta che l’incasso per vendita di biglietti per il trasporto pubblico urbano a Seregno è stato di € 98.129,88, nello stesso periodo a Saronno l’incasso derivante da vendita di biglietti è stato di € 134.495,78.

La differenza c’è effettivamente a favore dei biglietti venduti a Saronno, ma è una differenza di € 36.365,9.

Come si giustificano allora i 250mila euro e passa all’anno di differenza, per lo stesso servizio fornito dalla stessa società, in due comuni che distano 15 km di strada l’uno dall’altro?

Al 31 luglio andrà in scadenza l’ultima proroga e la nuova amministrazione dovrà decidere in breve tempo che cosa fare. Nessun bando è stato preparato e quindi se si vorrà mantenere il servizio si dovrà procedere con una ulteriore proroga.

Eppure Legge regionale 6/2012 ‘Riforma del TPL’ prevede che “i Comuni non Capoluogo (come è ad esempio Seregno - ndr), previo parere dell’Agenzia competente, possono affidare servizi aggiuntivi a quelli programmati dall’Agenzia”.

E se è vero che a causa delle lungaggini di Regione Lombardia e alla trasformazione delle province, a distanza di tre anni l’Agenzia competente sul bacino che comprende Seregno non è ancora operativa, è anche vero che è dovere di un amministratore di Seregno non buttare via i soldi delle tasse dei suoi cittadini.

In aggiunta a questo, meno trasporto pubblico significa più auto in circolazione che sono le principali responsabili dell’inquinamento atmosferico, inquinamento atmosferico che si traduce, lo dicono chiaramente i dati, in una vita più breve per chi é costretto a respirarlo (vedi Pianura Padana. Ogni abitante perde in media 3 anni di vita a causa dello smog).

NOTA

I contratti di servizio per i trasporto pubblico si dividono in due categorie: contratto net cost e contratto gross cost.

Nel contratto net cost sia il rischio industriale (legato ai costi di esercizio ed all’attività di impresa) che in rischio commerciale – legato all’attività di vendita, cioè al livello di ricavi ottenibile – sono a carico del gestore, che ottiene un corrispettivo pattuito in anticipo e calcolato come differenza tra costi di esercizio e ricavi da traffico preventivati. In tale tipologia l'ente affidante conosce a priori l’onere netto che dovrà sostenere. Questo contratto è ritenuto fortemente incentivante perché spinge sia a contenere i costi che ad attuare strategie a sostegno della domanda.

Nel contratto gross cost, il rischio industriale è a carico dell’operatore mentre il rischio commerciale è a carico dell’ente concedente. Il gestore cioè riceve un corrispettivo basato sui solo costi, concordato in anticipo e pagato per la produzione di un ammontare prestabilito di servizio. In tale tipologia il gestore non deve fare previsioni sulle entrate del servizio offerto. L’impresa è incentivata solo a contenere i costi, mentre i ricavi sono gestiti ed incassati esclusivamente dall’ente affidante.

Il contratto firmato dal comune di Seregno con Sila nel 2004 è un contratto di tipo net cost, in cui Sila si sarebbe dovuta accollare il rischio industriale e il rischio commerciale della variazione del venduto dei biglietti.

Per come è andata, invece, il comune si é di fatto assunto il rischio industriale e il rischio commerciale al posto dell’azienda.

Saronno determina 2014 Trasporto Pubblico Locale

Seregno - Elezioni 2015, verso il ballottaggio. Il sindaco che non c'é e il volo delle locuste

di k.ts.

C’erano undici candidati in lista per aggiudicarsi la poltrona di sindaco di Seregno, ha vinto quello che non c’è. Il candidato di quel 50% e passa dell’elettorato di Seregno che non si é sentito rappresentato dall’offerta messa sul tavolo da partiti e liste civiche e ha deciso di non votare (48,42%) e se è andato ai seggi ha annullato la scheda o l’ha consegnata bianca: complessivamente il 3,39% dei votanti.

Nel 2010 Giacinto Mariani era stato eletto al primo turno con 15.361 voti, a distanza di cinque anni il suo assessore all’Urbanistica, Edoardo Mazza, candidato sindaco per Forza Italia e Lega Nord (con due liste di appoggio, tra cui Amare Seregno che cinque anni fa presentava un proprio candidato sindaco), si ferma a 6.926 voti.
Numeri da disastro, di cui però il Pd non riesce ad approfittare perché non aumenta il consenso, anzi, il suo candidato William Viganò (4.148 voti) prende 900 voti in meno di quello raccolto da Mauro Ballabio cinque anni fa.

Rispetto alle elezioni per il parlamento europeo, in cui il Partito democratico era arrivato a Seregno al 36,3 %, dimezza percentuali e voti: erano stati 7.464 nel 2014, con un affluenza alle urne del 59%.

I numeri del centrodestra sono i numeri della bocciatura di dieci anni di amministrazione. Con Giacinto Mariani, sindaco uscente, che segna il gol della bandiera, diventando il candidato consigliere più eletto, prendendo in queste elezioni 476 voti di preferenza, praticamente la metà dei voti che aveva preso a Seregno nelle europee dell’anno scorso (vedi Il Pd è il primo partito. Giacinto Mariani bocciato nella sua Seregno) che pure erano state vissute da Mariani come una bruciante umiliazione.

Dopo dieci anni da sindaco e avendo esplicitamente richiesto i voti di preferenza in campagna elettorale, quei 476 voti definirli un gol della bandiera forse è troppo; sarebbe più giusto chiamarli la conquista di un calcio d’angolo, da fare, però, pesare poi per diventare vice sindaco e avere la delega all’Urbanistica e voce in capitolo sulle partecipate, settori ai quali Giacinto Mariani é interessato in modo esplicito (il suo socio d’affari Fiorenzo Ballabio è da anni che viene nominato nei collegi sindacali di AEB-Gelsia dallo stesso Mariani).

Nella bocciatura della giunta guidata da Giacinto Mariani ci stanno le esigue preferenze raccolte da Marco Formenti (91 voti) che dopo dieci come assessore al Commercio e dopo una ventilata candidatura a sindaco per la Lega Nord prende le stesse preferenze di Edoardo Trezzi, un semisconosciuto che molti elettori della Lega hanno votato scambiandolo per Roberto Trezzi. Vale a dire il consigliere uscito/espulso dalla Lega, l’anno scorso in disaccordo con la linea dettata da Mariani e dall’eterno commissario Marco Tognini (la sezione della Lega Nord è commissariata ormai da più di due anni).

Unica eccezione alla bocciatura della giunta uscente, le preferenze raccolte da Ilaria Cerqua (472 voti per l’assessore ai Servizi sociali) che si è giovata del suo presenzialismo, delle relazioni intessute al centro anziani dal fedele Vittorio Armenio (premiato con una carica nel consiglio di amministrazione di Gelsia, €12.000 l’anno la sua retribuzione) e della campagna da candidato sindaco che aveva già lanciato ma che le è stata stoppata quando non c’è stata convergenza sul suo nome e il suo partito: Forza Italia, le ha preferito Edoardo Mazza.

La Seregno dei Gioffré, ricandidato dopo che lo stesso suo partito ne aveva chiesto le dimissioni due anni fa per le sue frequentazioni con noti ‘ndranghetisti (da riascoltare la dichiarazione letta in consiglio comunale da Chiara Novara a nome di tutto il Pdl, ascolta audio); dei Ciafrone, intesi come fratelli e loro dipendenti, infilati nei vari cda delle municipalizzate; di Gianfranco Ciafrone, inteso come vicesindaco, che si “dimentica” per anni di pagare la tassa sui rifiuti, dei Tripodi e dei loro aperitivi elettorali (vedi Elezioni comunali 2015, Seregno: in Brianza campagna elettorale di Fi nel bar dell’armiere dei boss); delle fiduciarie del sindaco uscente Giacinto Mariani (vedi Seregno – Una fiduciaria aperta per Giacinto Mariani, il sindaco fotovoltaico. La società con Barzaghi sullo sfondo del PGT); dello champagne agli ‘ndranghetisti e della gestione dei buttafuori in alcuni locali pubblici di Seregno (vedi Seregno - I verbali di Antonino Belnome: buttafuori e champagne per la 'ndrangheta)... questa Seregno è minoranza e raccoglie meno del 20% dei voti degli aventi diritto. E’ una buona notizia.
La cattiva notizia è che questa Seregno minoritaria rischia di continuare a governare, soprattutto per l’insipienza del Pd locale e del suo candidato.

Tre mesi fa scrivevamo:
Scordatevi il voto del maggio dell’anno scorso...Alle prossime elezioni del 31 maggio per il rinnovo dell’amministrazione comunale, sarà un’altra storia.
Nonostante le divisioni nel centrodestra, il Partito Democratico stenta a imporsi come lepre della situazione. Ruolo che il risultato delle elezioni dell’anno scorso, sull’onda del vero e proprio plebiscito per il partito di Renzi, sembrava avergli assegnato, o comunque aver messo le basi per una sua affermazione a Seregno dopo dieci anni di amministrazione di centrodestra (vedi ”Seregno - Elezioni comunali. Il Pd rischia di sbatterci la faccia..un'altra volta)”.

Non avevamo e non abbiamo la sfera di cristallo però il trantran con cui il Pd e il suo candidato William Viganò si apprestavano a iniziare la loro campagna elettorale, era lo stesso con cui avevano condotto in questi anni la loro opposizione.

E se qualcuno lavora poco come consigliere comunale poi non si trasforma in un fulmine di guerra quando arriva il momento delle elezioni.
Perché gli mancano le basi da cui partire, testimone ne sia il programma elettorale del Pd: vuoto, debole e generico, sintomo di chi ha studiato poco e non ha una idea chiara sul che fare (vedi programma Pd).

Nel programma del Pd non c’è nemmeno la revisione del Pgt, idea chiave che pure esiste nel programma delle forze che stanno alla sua destra e hanno appoggiato Pietro Amati e in quello dei partiti che stanno alla sua sinistra e hanno sostenuto Giusy Minotti.

Un Pgt che non é affatto a consumo zero come l’assessore all’Urbanistica Edoardo Mazza ha cercato di raccontare, prova ne sia il Piano Attuativo approvato dalla Giunta uscente alla vigilia del voto ( vedi Delibera di Giunta 104/2015).

In una Provincia di Monza e Brianza che è la più cementificata d’Italia, secondo gli ultimi dati di Ispra (vedi Ogni anno in Italia scompare sotto il cemento una superficie grande come Milano), Seregno è nettamente al di sopra della già alta media provinciale con il 44% del suolo coperto da cemento.
Ma la corsa alla cementificazione non è ancora finita ed è pronta a ripartire con nuovo vigore.
Nel programma di Forza Italia-Lega Nord, infatti, si può leggere: “Individuazione e creazione di un centro direzionale strategico propedeutico allo sviluppo della città economica legato soprattutto al terziario avanzato”.
E’ il vecchio progetto del Pgt Mariani-Gavazzi-Corbetta che individuava nell’area Effebiquattro il “centro direzionale strategico”.
Pgt che è stato poi scartato non dalle opposizioni, che non avevano i numeri per farlo, ma da quella opposizione interna alla maggioranza costituita dal gruppo consigliare della Lega Nord che sull’idea di un vero consumo zero di suolo aveva detto parole chiarissime e fatto battaglia dura.

L’hanno pagata cara quella posizione contro gli interessi dei poteri forti.
Luca Talice che era in un certo senso il leader di quella pattuglia leghista è stato accusato di violenza sessuale.
Basta leggersi le motivazioni dell’assoluzione di Talice per capire quanta parte di quella vicenda sia ascrivibile alla sua opposizione alla cementficazione di Seregno (vedi sotto le motivazioni della sentenza di assoluzione di Luca Talice).

Gli altri o sono stati espulsi dalla sezione della Lega Nord (Roberto Trezzi) o sono stati messi ai margini, alcuni di loro retrocessi disciplinarmente da militanti a semplici simpatizzanti.
Il centrodestra che adesso si raccoglie attorno a Mazza non ha più al suo interno quella componente pronta a frenare gli appetiti dei costruttori, e chi  - come Mazza e Mariani - non si fa scrupoli a mischiarsi con certa gente ( vedi Elezioni comunali 2015, Seregno: in Brianza campagna elettorale di Fi nel bar dell’armiere dei boss), é chiaro che idea di città ha in testa e andrà a sviluppare una volta arrivato al potere, e a questo giro con le mani libere.

Ricordano uno sciame di locuste in volo, guidato da niente altro che la propria voracità.

Per capire il valore degli affari che stanno dietro alle scelte urbanistiche dell’amministrazione comunale basta guardare al bilancio della Dell’Orto del 2009, anno in cui  la società ha ceduto lo stabile di via San Rocco per € 5.016.000 più un differenziale.
Si legge nel bilancio che “Il differenziale da incassare, variabile in funzione delle volumetrie accordate in base al Piano di Governo del Territorio, é variabile da un minimo di 1,5 milioni a un massimo di 4 milioni di euro”.
In pratica il Piano attuativo previsto per quell’area dal vigente Pgt è in grado di raddoppiare il valore fondiario dell’area stessa.

Come funziona il meccanismo tutto interno alla Giunta attraverso il quale verranno approvati i piani attuativi, si é visto in opera alla vigilia del voto con il già citato Piano Attuativo di via dello Stadio.

Lo scenario di una vittoria di Edoardo Mazza è di avere a Seregno, come vicesindaco e assessore all’Urbanistica Giacinto Mariani, il sindaco uscente che mentre veniva scritto il primo Pgt, quello del sacco della città, costituiva attraverso una fiduciaria una società con Mario Barzaghi, massimo beneficiario di quel Piano di Governo del Territorio.

Per vincere al ballottaggio, William Viganò dovrà recuperare una differenza di 2.778 voti, tanta è la distanza che lo separa da Edoardo Mazza.

Gli potrebbe bastare, se si confermerà la tendenza astensionista, prendere al ballottaggio tra i sette e gli ottomila voti.
Lontano da quei 11.188 elettori che nel 1995 diedero fiducia a Gigi Perego che era partito dietro dopo il primo turno, con un patrimonio di 6.452 voti quasi raddoppiati al ballottaggio.

William Viganò dovrebbe cercare di arrrivare ai livelli raggiunti nel 2005 da Pietro Amati, candidato sindaco di quei partiti che poi confluirono nel Pd, che prese al primo turno 7.403 voti.
Da quella elezioni che vide l’affermazione di Giacinto Mariani con 15.417 voti, mentre Giuseppina Minotti di Rifondazione Comunista raccolse 1.912 voti (quest’anno sono stati 697) sono passati solo dieci anni eppure sembra un’era geologica fa, sia per chi ha governato, sia per chi è stato all’opposizione.
 

Sentenza Talice Urbanistica by infonodo

Processo Vivacqua. La Procura chiede i domiciliari per Germania Biondo

Respinta invece la richiesta per Salvino La Rocca

di Pier Attilio Trivulzio

Con una istanza fatta pervenire al presidente Giuseppe Airò Donata Costa, pubblica accusa al processo per l'uccisione di Paolo Vivacqua, ha chiesto i domiciliari per Germania Biondo, moglie separata di Paolo Vivacqua, a giudizio in Corte d'Asssise perché accusata dalla Procura assieme a Diego Barba, Salvino La Rocca, Antonio Radaelli e Antonino Giarrana ddell'uccisione dell'ex coniuge freddato da un killer con 7 colpi di pistola calibro 7,65 nell'ufficio di via Bramante d'Urbino a Desio il 14 novembre 2011.

Nei giorni scorsi Germania Biondo ha lasciato dopo 13 mesi il carcere di Monza per essere ricoverata in ospedale dove è stata sottoposta ad una delicata operazione. L'annuncio del ricovero in ospedale per intervento chirurgico era stato anticipato dal difensore Manuela Cacciuttolo nel corso dell'udienza del 18 maggio scorso.

A breve la Corte d'Assise di Monza deciderà in merito alla concessione dei domiciliari per la Biondo dopo che anche le parti civili (avvocato Daria Pesce per i fratelli Antonio, Gaetano e Davide Vivacqua; Franco Gandolfi per Lavinia Mihalache) avranno dato il loro consenso. In questo caso, lasciato l'ospedale la Biondo non andrà ad abitare nella casa di Desio dividendo l'appartamento con Davide, il più giovane dei figli che già da alcuni mesi ha lasciato il carcere di Opera ed è in soggiorno obbligato. Le sarà trovata una diversa sistemazione, assicura il legale Manuela Cacciuttolo. E ciò perchè stando alle dichiarazioni fatte da Davide Vivacqua nel corso di due udienze del processo, la convivenza tra madre e figlio sarebbe impossibile dal momento Davide ha avuto parole durissime verso la madre di fatto incolpandola dell'omicidio.

E' stata invece respinta la richiesta fatta in aula dai legali Salvatore Manganello e Alessandro Frigerio per il loro assistito Salvino La Rocca. Nell'ultima udienza l'avvocato Salvatore Manganello aveva chiesto “previo parere del pubblico ministero e delle parti offese” gli arrestati domiciliari del La Rocca nella casa della madre, anche con il braccialetto elettronico. La Corte, dopo il parere negativo espresso dalla pubblica accusa Donata Costa, ha respinto la richiesta così motivando: “La pericolosità del La Rocca è concreta ed attuale”.

Il processo, che riprenderà il 15 giugno, è oramai alle battute finali. Salvo imprevisti il 22 giugno il pubblico ministero dovrebbe iniziare la discussione ed il 13 luglio potrebbe essere emessa la sentenza.
Unico elemento di rilievo emerso nel corso della scorsa udienza è stata è stata la dichiarazione del capitano della Guardia di finanza Valentina de Sanctis presso la tenenza di Gorgonzola che coordinò l'indagine milanese relativa alle false fatturazioni. “Cannarozzo era interessato all'acquisto del capannone della Royal Aste di Sesto San Giovanni”, ha dichiarato. Finalmente un po' di luce su una delle ultime operazione che Paolo Vivacqua stava concludendo prima di spostare i suoi interessi in Svizzera e in Romania.

A questo proposito va ricordato che chiamati a testimoniare in aula sia Davide Vivacqua e soprattutto Valentina Commaudo, consorte di Antonio Vivacqua - di fatto era intestataria della Royal Aste - avevano dichiarato d'aver visto le tre persone che alla fine di ottobre furono accolte da Paolo Vivacqua ed accompagnate a visitare il capannone. Una di queste, secondo le ammissioni dei testi era calabrese (“Paolo disse che si trattava di un calabrese, prima di andarsene lasciarono un indirizzo di posta elettronica in Spagna”). Nessun atto è stato compiuto per la individuazione delle tre persone né, chiamato a testimoniare al processo, a Massimiliano Cannarozzo fu posta la domanda di chi l'accompagnavano quel giorno a Sesto San Giovanni.

Sui rapporti tra la famiglia Cannarozzo e Paolo Vivacqua né la Procura di Milano né quella di Monza ha indagato a fondo. Eppure elementi per una indagine c'erano e ben radicati nel tempo. Furono i Cannarozzo a vendere a Vivacqua il complesso di Gessate dopo averlo rilevato dal fallimento.

Per ammissione della stessa Valentina De Sanctis nessuna rogatoria è stata fatta negli Stati Uniti per capire quale attività svolgeva la Ben Merchant Holding Corporation di Albany, chi erano Antonio De Salvo di Canicattì-Ravanusa che firmava i documenti della società e Ignazio Valenza che era procuratore. Oltre ad essere il legale di Paolo Vivacqua.

Inchiesta monca con troppi perché e molte zone d'ombra.

Quel 14 novembre Paolo Vivacqua avrebbe dovuto essere a Lucca alle 14. La Guardia di finanza (di Gorgonzola) che intercettava i telefoni del rotamat lo sa. Sa che l'appuntamento riguardava un impianto di riciclaggio di rifiuti. E però non c'è documento che dice con chi aveva appuntamento nella cittadina toscana. Valentina de Santictis in aula. “Sappiamo che Vivacqua si stava interfacciando con Angelo Giovanni Gallio. Non abbiamo indagato oltre”.

Il killer lo fredda nell'ufficietto attorno alle 10.51. I due cellulari che ha con sé suonano e nessuno risponde. Allarmata Lavinia Mihalache va a Desio e scopre Paolo riverso sul pavimento. Dietro la scrivania.

 

Solo un miracolo può salvare il GP di Monza. L'Autodromo si consola con la Mille Miglia

di Pier Attilio Trivulzio

E' la settimana di Montecarlo. L'ultimo atto per dire addio alla Formula Uno in Autodromo dal 2017. Sias non ha i 22 milioni di dollari da dare a Ecclestone per rinnovare il contratto per altri quattro anni, vale a dire fino al 2020. E Bernie non è disposto a fare sconti in considerazione della storia delll’Autodromo di Monza.

I dirigenti di Sias erano già avvisati. “Il contratto è pronto, è lo stesso che ho fatto per il Gran premio d'Austria, basta soltanto cambiare il nome dl circuìto”, aveva detto due anni fa Ecclestone a Carlo Edoardo Valli, allora presidente dell'Automobile Club di Milano, e al ministro Roberto Maroni.

Qualsiasi cosa si dica la Formula Uno nel parco non è glamour come Montecarlo e la storia di Monza è costruita su tanti trionfi ma anche su altrettante tragedie. Inutile elencarle tutte, la lista sarebbe lunghissima ma limitandoci a quelle che più colpirono si può stilare un ancora notevole elenco.

Inaugurazione nel 1922, in preparazione del Gran premio Monza perde la vita Gregor “Fritz” Kuhn; l'anno dopo, il prova Enrico Giaccone, che è al fianco di Pietro Bordino, resta schiacciato dall'auto che si schianta contro un albero a Lesmo.

La prima, grande tragedia è del 1928 con la vettura di Emilio Materassi che sul rettilineo scarta a sinistra e travolge il pubblico: 22 morti, compreso il figlio minorenne del federale di Biassono. E' lutto cittadino.
Sias non ha i soldi per risarcire gli spettatori morti e allora Acm decide di cambiare nome alla società. Nasce la SAM che sta per Società Autodromo Monza, ma anche, siamo nel periodo fascista, Squadre Azioni Mussolini. Per due anni il Gp viene cancellato.

Nel 1933 tre morti: Giuseppe Campari, Mario Umberto Borzacchini e Stanislao Czaykowski. Incidente sul tracciato sopraelevato che per ordine della Procura viene abbattuto. Sarà ricostruito, con ben altra pendenza, l'attuale, per raggiungere i 300 orari soltanto nel 1955.

Nel 1961 la Ferrari di Von Trips tampona la Lotus di Jim Clark sulla frenata della parabolica e vola in mezzo il pubblico. Quindici i morti, compreso il pilota tedesco. Per diversi mesi una mano gentile lascerà una rosa rossa sul luogo dell'incidente.

“Mille Chilometri” 1965: lo svizzero Tommy Spychiger, probabilmente per un problema ai freni schianta la sua Ferrari sport contro il terrapieno della curva parabolica. Il pilota viene sbalzato contro il minuscolo parabrezza in plexiglas e subisce l'amputazione della testa: troncata di netto.
Il giorno quella foto orrenda compare, stampata a cinque colonne in prima pagina sul Corriere della Sera.

Il sabato, durante le qualifiche del Gran premio d'Italia 1970, nello stesso punto dell'incidente di Von Trips trova la morte Jochen Rindt. Bernie Ecclestone piange per il giovane e promettente pilota di cui era manager.
Nel 1978 carambola alla partenza che costa la vita a Ronnie Peterson. Mentre Vittorio Brambilla, colpito in testa da un pneumatico, finisce all'ospedale, ci rimarrà diversi mesi.

E' fatale invece il pneumatico della Jordan di Heinz Harald Frentzen che colpisce in pieno volto il trentino Paolo Gislimberti, volontario della Cea alla variante della Roggia. Stava a bordo pista col casco non allacciato. Ed infatti viene recuperato lontano, in pista. L'Autodromo lancia una sottoscrizione che raccoglie 5milioni di lire per la vedova che sta per partorire.
E i morti in moto? Apocalisse nel 1973: Gp delle Nazioni.
Al curvone, 14 piloti coinvolti, 6 rimangono feriti, muoiono Renzo Pasolini e Jarno Saarinen.

Due mesi dopo altri tre morti nello stesso punto, il velocissimo curvone che le superbike, fino a tre anni, ultima edizione del Mondiale affrontavano ad oltre 280 orari. Qualcuno, nell'ottica di riportare a Monza dal 2017 la Superbike, “scippandola” a Imola ha in mente di cancellare la (sbagliata) prima variante - opera malriuscita di Giorgio Beghella Bartoli - rendendo da brivido il curvone di Biassono.

La storia dell'Autodromo e del Gran premio d'Italia non è stata scritta soltanto – come molti pensano – solo dalle 18 vittorie del Cavallino Rampante, la prima di Ascari nel '49, l'ultima nel 2010 di Alonso oltre alle cinque di Michael Schumacher.

Lo scandalo del 2012 con le bolle in pista durante la superbike e l'inchiesta della Guardia di finanza hanno azzoppato l'Autodromo. L'arrivo di Andrea dell'Orto (moto dipendente) alla presidenza di Sias ed il nuovo consiglio dovrebbero far ripartire attività e guadagni.

Qualche idea l'hanno avuta. Esempio, l'arrivo della Mille Miglia e la esposizione “Eleganza dinamica” - in sala Regione fino al 21 giugno - con 9 splendide fuoriserie della collezione Lopreso.

Da questa settimana è operativo anche il responsabile marketing Andrea Sabatino.
E' lui, Sabatino, il personaggio sorridente che sul podio rotondo del Gran premio d'Italia dello scorso anno alza il pollice della mano destra in segno di vittoria e nella sinistra stringe il magnum di champagne. Non ha vinto né il Gran premio e neppure una delle gare di contorno. Esperienze in LG e Carlsberg è arrivato in Sias dopo che la sua candidatura era passata al vaglio dei consiglieri.
Venerdì, mentre la “Mille Miglia”, il museo viaggiante più bello del mondo, transitava sulle strade che da Rimini portano a Roma, il procuratore di Sias, Francesco Ferri, presentava ufficialmente – senza darne comunicazione al Consiglio - Andrea Sabatino ai dipendenti dell'Autodromo.
Va da sé che qualche consigliere non l'ha proprio presa bene. Nessuno aveva detto loro che era stato raggiunto l'accordo per un anno. Come avviene per tutte le nuove figure che approdano in Sias. Se poi i conti torneranno il contratto verrà rinnovati, altrimenti…

Soprattutto non l'ha presa bene Ivan Capelli, il presidente dell'Automobile Club di Milano che detiene il 70 per cento delle azioni di Sias (il restante 30 è dell'Immobiliare ACM).
L'ex pilota di Formula Uno e telecronista Rai avrebbe dovuto quanto meno essere avvisato. Anche perché lui aveva speso più di una parola con Luca Mantovano ed avrebbe avuto piacere di affidargli il marketing.

Domenica lo “sgarbo” ha reso gelidi i rapporti Acm-Sias.
Andrea Dell'Orto e Ivan Capelli si sforzavano di fare buon viso a cattivo gioco abbozzando sorrisi poco convincenti. E mentre Capelli, a noi che chiedevamo della trasferta di Montecarlo ripeteva “con Ecclestone ci sono margini di trattativa”, Dell'Orto rispondeva “qualche soldo l'abbiamo ma non abbiamo quelli che Bernie chiede”.

Insomma, soltanto un miracolo dell'ultima ora, consentirà a Sias di tenere a Monza il Gran premio d'Italia.
E' bene dirlo per l'ennesima volta: se l'Autodromo lo perde, la Formula Uno finisce al Mugello. Il Gran premio d'Italia non sparirà dal calendario mondiale nel 2017.

In attesa di conoscere come finirà la partita con Bernie Ecclestone i tifosi si sono goduti, domenica in mattinata, l'arrivo della “Mille Miglia” e al pomeriggio giri in pista sul “catino”. Era la prima volta che questo tratto di pista, gioiello di architettura Anni Cinquanta, era accessibile al pubblico per giri turistici. E' stato un vero e proprio successo. L'ultima vera “Mille Miglia” del 1957 vinta da Piero Taruffi con la Ferrari segnò la fine della “Freccia Rossa” di velocità. I morti di Guidizzolo (Mantova), falciati dalla Ferrari di Alfonso de Portago sul lungo rettilineo cronometrato che assegnava il trofeo speciale dedicato a Tazio Nuvolari a chi raggiungeva la media più alta in quel tratto del percorso, imposero lo stop alla corsa. 

Poche settimane dopo, quando ancora la stampa chiedeva l'abolizione delle competizioni motoristiche, all'Autodromo di Monza si corse sul “catino d'alta velocità” la prima delle due edizioni della “500 Miglia” con gli americani a farla da padroni sulla pista d'alta velocità percorsa in senso antiorario. A medie pazzesche sul giro: 258 km/orari.

Quest'anno, per rendere omaggio all'Expo, la “Mille Miglia” è passata da Monza.
Timbro orario per i concorrenti alla Villa Reale e poi, attraversando il parco e passando sotto il “catino d'alta velocità” nel paddock e quindi in pista per un giro completo. Pista stradale e “catino”, poco più di 10 chilometri percorsi a velocità ridottissima. Le auto storiche della “Mille Miglia” la sopraelevata – che ha subìto un restauro conservativo dopo anni d'abbandono, una spesa di 700mila euro messi a bilancio sotto la presidenza di Paolo Guaitamacchi e una penale di 50mila euro che Sias dovrà pagare al Comune di Monza per aver ritardato oltre misura il restauro – erano obbligati a passare sulla parte bassa della pista, quella che appoggia sul terreno. Non potevano spingersi in alto: c'è il pericolo di crollo. Lo dice la perizia dell'ingegner Bruno Zanini che, chissà perché, qualcuno tiene blindata in qualche cassetto.
Ad avere l'idea di chiedere all'Automobile Club di Brescia di dirottare a Monza la “Freccia rossa” è stato Geronimo La Russa, consigliere dell'Automobile Club di Milano e membro della commissione auto d'epoca. E poiché 60 anni fa (26 maggio) all'Autodromo morì Alberto Ascari – provando, il giovedì dopo il tuffò in mare a Montecarlo con la Lancia, la Ferrari sport con la quale Eugenio Castellotti avrebbe dovuto correre il Gran premio Supercortemaggiore – l'Acm ha preparato un trofeo intitolato al pilota che vinse due mondiali e per primo portò il titolo a Maranello.

Morto Ascari, Gianni Lancia decise di porre fine all'attività sportiva, donò le sue monoposto D50 a Enzo Ferrari che ebbe anche un contributo di 50milioni di lire per cinque anni dall'Automobile Club d'Italia. E con quelle vetture che portavano lo scudetto del Cavallino Rampante, l'anno dopo, Juan Manuel Fangio vinse il suo terzo titolo mondiale. Vincendo anche a Monza grazie alla sportività di Luigi Musso che si fermò al box cedendo all'argentino la sua monoposto. Allora il regolamento lo permetteva.

Ad aggiudicarsi il Trofeo Ascari dell'Automobile Club Milano – riservato all'equipaggio vincitore delle prove in Autodromo - consegnato a Brescia dalla nuora di “Ciccio”, Corinna e dalla nipote Veronica - è stato l'equipaggio Ezio Martino Salviato-Maria Caterina Moglia in gara con la Bugatti T40 del 1928 mentre le coppe sono andate a Giovanni Moceri-Lucia Galliani (Chrysler 72 del 1927) e Daniel Andre Erejomovich in coppia con Gustavo Llanos. Mentre la “Mille Miglia” e andata gli argentini Juan Tonconogy-Guillermo Berisso con la Bugatti T 40 del 1927.

Un suggerimento per il prossimo anno: istituire un trofeo alla memoria di Ludovico Scarfiotti che nel 1966 trionfò al Gran premio con la Ferrari, secondo e ultimo italiano ad iscrivere il suo nome nell'albo d'oro di Monza.

 

Seregno - Il presidente di Auto Amica si presenta alle elezioni. L'assessore minaccia di non rinnovare la convenzione...poi ci ripensa

di k.ts.

Proseguirá, in caso di mia vittoria alle elezioni, la convenzione del comune per il trasporto degli anziani e disabili.
A precisa domanda, così ha risposto lunedì scorso, durante l’incontro al Teatro Santa Valeria fra i candidati sindaci, Edoardo Mazza, assessore all’Urbanistica uscente e candidato sindaco per Forza Italia-Lega Nord.

La questione della convenzione del comune con Auto Amica è finita martedì sulla stampa locale, ma é conosciuta nell’ambiente politico da almeno tre settimane; dal momento in cui Ilaria Cerqua (assessore ai servizi sociali del comune di Seregno) telefona a Giancarlo Manzotti (presidente di Auto Amica Seregno-Desio) il quale si presenta alle elezioni nella lista Viva Seregno a sostegno del candidato sindaco del Pd William Viganò.
Proprio questa sua candidatura avrebbe spinto la Cerqua ad attaccarsi al telefono.

L’attuale assessore di Forza Italia ai Servizi sociali, durante la telefonata, avrebbe intimato al presidente di Auto Amica di non utilizzare l’associazione e il servizio di trasporto che svolge in favore di anziani e disabili per la sua campagna elettorale, ventilando - se non un vero e proprio conflitto di interessi - una non opportunità della candidatura alle elezioni di Manzotti, con possibili effetti sul rinnovo della convenzione in scadenza.

La convenzione in questione, di durata triennale, per il trasporto degli anziani e dei disabili é stata stipulata tra il comune di Seregno e l’associazione Auto Amica nel 2011 e ha previsto per il comune un esborso di 180mila euro (60 mila euro all’anno).

Andata in scadenza il 31 dicembre 2014, è stata rinnovata per sei mesi fino al 30 giugno di quest’anno (30mila euro).

Settimana scorsa, martedì 5 maggio, abbiamo inviato un messaggio telefonico attraverso Wathsapp all’assessore Cerqua (che non ci ha risposto), con la richiesta di avere un colloquio telefonico per porre alcune domande su Auto Amica e sulla telefonata con Manzotti.
Proprio quel giorno gli uffici comunali hanno predisposto una determina per un’ulteriore proroga di sei mesi della convenzione fino 31 dicembre 2015.
Senza dover attendere i consueti dieci-quindici tra la predisposizione e la pubblicazione, solo tre giorni dopo, l’8 maggio, la determina è stata pubblicata sull’Albo Pretorio diventando efficace (vedi det. 221 del 05/05/2015).

La nuova proroga prevede una riduzione del costo del servizio a carico del comune di 4.500 euro sui sei mesi (9 mila euro all’anno), in pratica un taglio del 15%, compensato da un aumento delle tariffe.
Aumento a carico degli utenti che va dal 30% fino a sfiorare il 60% per alcune tipologie di trasporto (vedi allegato determina 55/2015), mentre per chi ha un reddito Isee al di sotto dei 5mila euro il servizio resta gratuito.

La convezione stipulata dal comune di Seregno con Auto Amica prevede due tipi di servizi: il trasporto e accompagnamento degli anziani al di sopra dei 60 anni nelle strutture sanitarie della zona (fino a una distanza massima di 40km) e quello dei disabili dalle loro residenze al Centro Diurno Disabili di Seregno.

L’associazione Auto Amica, oltre al lavoro completamente gratuito dei suoi volontari - un centinaio a Seregno e una cinquantina a Desio dove è stata aperta una sede nel 2011 - si finanzia con donazioni, raccolta fondi e grazie ai proventi del 5 per mille dei contribuenti che dispongono in suo favore nella dichiarazione dei redditi.

Nata su ispirazione di Seregno Soccorso, associazione di pronto soccorso con autoambulanza di cui Giancarlo Manzotti è stato a lungo presidente, Auto Amica è stata guidata fino a settimana scorsa dallo stesso Manzotti che ha rassegnato le dimissioni per evitare interferenze tra il suo ruolo e quello di candidato alle elezioni e possibile futuro consigliere comunale.

In questi ultimi anni sia l’assessore Cerqua sia il sindaco Giacinto Mariani non hanno perso occasione di farsi immortalare a fianco dei volontari di Auto Amica e di altre associazioni, eventi con foto ricordo poi debitamente riportati dai quotidiani locali e dal giornaletto comunale (vedi Dieci anni di Auto Amica). Evidentemente non hanno ritenuto che il loro fosse un utilizzo strumentale del mondo del volontariato per farsi propaganda.

Il discorso, a quanto pare, cambia se il mondo del volontariato esprime un suo candidato alle elezioni comunali. Se poi questo candidato si presenta con la parte avversa, allora apriti cielo.

Comunque sia, il dato di fatto è che il servizio è stato prorogato fino al 31 dicembre 2015, poi la nuova Giunta che subentrerà dovrà decidere sul da farsi.

Tutto bene quello che finisce bene?
Sì deve aver pensato il Pd e il suo candidato William Viganò che hanno rinunciato a diramare un comunicato per stigmatizzare la vicenda, comunicato che sembrava già pronto da almeno dieci giorni.

Per noi non è così.
Questa vicenda ci appare come l’ennesima dimostrazione della discrezionalità con cui gli amministratori spendono i soldi pubblici, cercando di coltivare un sistema clientelare e travalicando continuamente le proprie funzioni.
Un assessore ai Servizi sociali dovrebbe decidere se effettuare o meno il servizio di trasporto degli anziani e dei disabili, non decidere chi lo deve effettuare, né tantomeno minacciare di interrompere il servizio, perché il presidente dell’associazione che lo svolge si candida per un partito avverso.
Sta invece alla macchina comunale e non alla sua guida politica individuare il soggetto che può svolgere il servizio nel modo migliore e al costo più basso.

Il consiglio comunale e in particolare le opposizioni dovrebbero, invece, stare col fiato sul collo dell’assessore in modo che il servizio offerto sia veramente utile e predisposto in modo trasparente ed efficace.

In un sistema clientelare, però, tutti i ruoli saltano, gli accordi sono fatti sotto banco e i silenzi incrociati cancellano ogni forma di controllo.

Un sistema clientelare non é il luogo dei diritti e dei doveri, ma quello dei favori.

Ci si augura che la prossima amministrazione in discontinuità con quella uscente sappia ricondurre la macchina comunale a una trasparenza doverosa in tutti i settori ed eliminare la discrezionalità anche nei servizi svolti dal cosiddetto terzo settore: associazioni di volontariato, cooperative sociali e quant’altro.
Senza costringere le associazioni, il volontariato e chi opera nel sociale a presentarsi dall’assessore di turno con il cappello in mano per chiedere un favore, ma che sia in grado di dare un quadro certo in cui l’associazionismo e il volontariato si possano muovere promuovendo le proprie idee e iniziative.

Un'amministrazione che sappia anche Intervenire sugli sprechi e sui non-sense: come quello dei contratti di locazione in capo al comune, circa 80mila euro all’anno più le utenze (Padiglione Colli e Corte del Cotone), a fronte di stabili del comune sottoutilizzati (Museo Vignoli) o inutilmente in vendita ormai da dieci anni (l’ex biblioteca alla Corte del Cotone).
 

Vivacqua pagava per essere protetto. Aveva detto ai figli: “Dovessi morire rinunciate all'eredità”

di Pier Attilio Trivulzio

Paolo Vivacqua pagava per avere protezione. Negli ultimi mesi, sempre più spesso, sentiva che la sua vita era in pericolo. Diceva ai figli che nel caso gli fosse accaduto qualcosa avrebbero dovuto rinunciare all'eredità. Si preoccupava per Nicolas, il figlio nato dall'unione con la compagna Lavinia Mihalache. E intanto, lasciato ai figli Antonio e Gaetano le attività di rottamazione che servivano per garantire il giro milionario delle false fatturazioni, aveva trasferito i suoi affari in Svizzera dirottando i suoi interessi su società estere e su grandi e costosi impianti di riciclaggio di rifiuti.
Legandosi a dubbi personaggi che avevano ottenuto importanti finanziamenti pubblici e che, inseguiti dalla giustizia, erano riparati all'estero aprendo conti e società nei paradisi fiscali.

Dalle vostre indagini risulta che la mano che ha ucciso Paolo Vivacqua sarebbe venuta da giù?”.
Confermo – è la risposta del tenente Daniele Brasi in servizio nel 2011 presso il comando carabinieri di Monza, dall'agosto dello scorso anno comandante a Seregno. – Le informazioni della stazione carabinieri di Campobello e del nucleo investigativo della Sicilia portavano a Milano. Grazie anche a confidenti italiani e svizzeri avevamo una lista di circa trenta soggetti che dalla Sicilia erano saliti al Nord. Una fonte confidenziale ci disse che Vivacqua pagava per avere protezione”.
Aggiunge che non furono fatte segnalazioni relative all'atto intimidatorio avvenuto nell'agosto 2010 in Sicilia quando contro la sua Bmw furono sparati colpi d'arma da fuoco; mentre conferma che nel maggio-giugno 2009 presso la stazione di Desio sia Paolo che l'allora consorte Germania Biondo presentarono denuncia per quella testa di capretto lasciata davanti alla loro abitazione assieme ad una lettera con la richiesta di un milione di euro.

Il tenente Brasi si occupò delle prime indagini nell'ufficio di via Bramante d'Urbino Desio. “Dentro il locale era in ordine. Ricordo che fu l'appuntato Scandurra ad eseguire i rilievi tecnici fotografando tutto quanto c'era nell'ufficio ma non l'interno della Bmw. Il Ris di Parma non trovò tracce chimiche. Ed in quanto ai cellulari trovati Paolo ne aveva uno sulla persona e uno nell'auto. Utilizzava soltanto due cellulari come risulta dalle conversazioni intercettate dalla Guardia di finanza di Gorgonzola presso il cui comando mi recai il 15 novembre per valutare anche piste investigative. Non aveva in agenda appuntamenti per quella giornata, la cosa strana è che quel giorno era solo. Non erano con lui né Calogero Licata Caruso né Enzo Infantino”.

Su domanda della pubblica accusa che chiede quali indagini sono state fatte, il teste riferisce: “Nell'immediatezza sentimmo parenti e amici e le indicazioni su cui lavorammo riguardarono Domenico Zema che da Vivacqua aveva ricevuto somme di denaro ed era parente dei Moscato, quindi poteva essere plausibile che avesse commissionato l'omicidio di Paolo. L'inchiesta della polizia giudiziaria lo ha però escluso. Così come ha escluso altri soggetti siciliani ed in quanto alla pista legata ad interessi imprenditoriali e immobiliari emerse il nome di Felice Tagliabue che reclamava una certa somma e sollecitava un incontro. Negativi furono anche i riscontri con i Cannarozzo con cui Paolo non aveva più rapporti societari mentre continuavano ad averne i figli”.

E in quanto a Giovanni Turco e Giuseppe Smiraglia?” chiede Donata Costa. “Turco veniva indicato come referente dei siciliani, era intestatario della Jet Metal ed invece Smiraglia che era legato a Cannarozzo e a Gerardo Iannuzzo lasciò Cannarozzo per mettersi con Vivacqua salvo poi tornare a lavorare con Massimiliano Cannarozzo. Fu poi tratto in arresto per ricettazione”.

Altra domanda della pubblica accusa. “Avete indagato sull'ipotesi che mandanti potessero essere i fratelli Mihalache?”.
Sì, fin dal primo momento”.

Presidente Airò: “Perchè escludeste da subìto un coinvolgimento dei fratelli di Lavinia? Perchè a meno che non avessero un elicottero o una Ferrari da 340 all'ora...”.
Teste: “Avevamo la telefonata di Lavinia con il fratello Laurenti che il giorno dell'omicidio si trovava a Portland, negli Stati Uniti a cui Lavinia dice che Paolo è morto e chiede il numero di cellulare di Carmi. Laurenti le dice che sta andando in Ucraina e le dà il numero del cellulare con scheda del gestore ucraino. (ne aveva altre quattro di operatori spagnoli, romeni, moldavi – ndr). E la telefonata della sorella a Carmi alle 4 e 05 del mattino. Il rumore che fa da sfondo alla conversazione ci dice che di sicuro è in auto. Sta andando in Ucraina... Se avesse preso un volo dall'Italia sarebbe arrivato a Kiev attorno alle 7 del mattino. Abbiamo fatto controlli negli aeroporti per capire se Carmi poteva aver preso a noleggio un auto. Elena Pricop ci aveva detto che il fratello era stato ospite di Paolo a Carate nei giorni precedenti e d'aver notato che il lunedì 14 novembre, quando al mattino aveva preso servizio, non aveva più visto la valigia ed aveva quindi ipotizzato che fosse partito”.

Mentre il teste depone l'avvocato di parte civile Franco Gandolfi consulta su Google la distanza che c'è tra Desio e il confine ucraino. “Non so se il tenente ha calcolato la distanza – chiede -. Io l'ho fatto in questo momento e i chilometri sono 2067 (distanza Desio-Kiev- ndr)...”.
Io abito a Taranto, ci metto due giorni”, chiosa il presidente.

Non voglio smentire il collega – interviene l'avvocato Frigerio -, anch'io ho interrogato Google, la distanza è di 1290 chilometri (distanza Desio confine Ucraina - ndr). In undici ore da Desio ci si arriva...”.

Su domanda del difensore di Antonino Giarrana che chiede al teste se è stato fatto un controllo per sapere se una delle utenze di Carmi Mihalache ha agganciato celle di operatori italiani nei giorni precedenti l'omicidio di Paolo Vivacqua la risposta è: “Abbiamo richiesto a Telecom i tabulati, le sue schede non agganciano utenze italiane”.

Depone Paola Taglia, moglie di Salvino La Rocca da cui è separata dal 14 febbraio 2012.
Caratterialmente non andavamo d'accordo e per questo ognuno ha preso la sua strada – esordisce -. Io da settembre-ottobre 2011 portavo avanti una nuova relazione. Sapevo che un paio di volte era andato a chiedere informazioni a una mia ex collega di lavoro”.

Non sono mai andato a trovarlo in carcere – aggiunge - mentre invece ci andavano e ci vanno le mie figlie. E' stata mia suocera a dirmi di lasciarle andare con Giovanna Gammino a trovare il padre”.
Conoscevo Paolo Vivacqua perché tempo fa uscivamo assieme con Salvino e altre persone – continua -. Vivacqua e Salvino si conoscevano, ci si incontrava in piazza a Carate”.
Conosce Antonino Giarrana?” chiede l'avvocato Pagliarello.
Lo conosco perchè mi è stato presentato come cugino di Salvino. Telefonate tra Salvino e Antonino? Mai sentite”.

Viene quindi chiamata a deporre Giovanna Licata Caruso moglie di Diego Barba.
Abitavamo a Campobello di Licata, Diego aveva 17 anni quando ci siamo conosciuti e sposati nell'88 a Canicatti e due anni dopo ci siamo trasferiti in Brianza. Per un paio di mesi ospiti a casa di Paolo Vivacqua – racconta -. Mio marito si occupa di impianti elettrici, abbiamo un tenore di vita normale e a me e alle nostre tre figlie non ha mai fatto mancare nulla. Neanche dal punto di vista morale. E' stato un buon marito”.

Litigi?”, domanda l'avvocato Sevesi.
Come tutte le coppie Mai però un litigio brutto. Mi chiede se sono gelosa? Sì, Gelosissima. Lo sono sempre stata, anche quando eravamo fidanzati”.
Ha il primo momento di commozione, piange.

Mai avuto sospetti di una relazione extra coniugale?”.
No, non ho mai avuto motivo. Sono gelosa perché lo amo. Non ho mai letto sms sul suo cellulare e neppure la sua posta. Litigammo perché voleva prendersi una segretaria. E io dissi: falla fare a nostra figlia”.

Mai avuto sospetti su Germania Biondo?”, insiste l'avvocato Sevesi.
Era come una sorella. Ci conoscevamo da tempo e spesso la sentivamo. Un po' meno dopo la morte di Paolo Vivacqua. Dopo l'arresto di Diego dai giornali ho saputo degli sms che Diego avrebbe mandato a Gemma. Mi sono arrabbiata molto, non ho creduto. E' impossibile pensare che avessero iniziato una relazione. Non è vero!”.

Un altro momento di commozione e qualche lacrima.
Presidente Airò: “Lei non è convinta che la Biondo sia l'amante di suo marito. Non ha avuto la curiosità di chiederglielo?”.
Sì, mi ha risposto che stava dandole una mano”.
Presidente “L'aiutava?”.
Sì, quando lei aveva bisogno le dava un consiglio. Economicamente non l'ha aiutata”.

Sono agli atti intercettazioni della primavera del 2013. Conversazioni tra suo marito e la Biondo..,” domanda il legale del marito.
Non lo sapevo, poi l'ho saputo, erano conversazioni anche un pochino compromettenti. Però, vede presidente, dice a Gemma, amore, tesoro. Da noi giù no ma a Milano si dicono queste parole. Per come conosco io Gemma erano piccole confidenze”.

Avvocato Sevesi: “Parlano di viagra...”.

S'irrigidisce il presidente Airò.
Chiudiamo qui se no, con tutto il rispetto è tutta una sceneggiata”, commenta. Moglie di Barba: “Amore, usiamo il viagra dice Diego a Gemma..”. Presidente: “Si è confrontata con Diego? Che spiegazioni le ha dato?”. Risposta: “Non ho voluto sapere cosa intendeva dire a Gemma”.

Le viene chiesto del perché è residente a Campobello mentre il marito è a Desio.
Per pagare meno tasse ci ha detto”, interviene la pubblica accusa.
A Campobello la casa è di mia suocera che l'ha lasciata a mio marito. Non ci siamo mai separati. In Sicilia vado a Natale e un mese in estate. Sono casalinga”.

Sapeva che suo marito ha aiutato Germania ad aprire un cartoleria e dalle indagini è emerso che suo marito aveva un ufficio nella cartoleria?”, chiede Donata Costa.

Presidente: “Che significa aprire una cartoleria?”.
Viviamo in modo normale. Umile. Sono stanca di tutta questa situazione. Mi state facendo troppe domande...”.

Non si agiti” la invita il presidente. “Mio marito non lavorava nella cartoleria – grida la donna -. No, no. Non mi ricordo..Non sono mai andata là...”.

Donata Costa: “E' emerso dalle indagini dei carabinieri che Barba aveva aperto un conto alla Biondo su cui lei operava abitualmente”.

L'avvocato Sevesi annuncia la produzione di un atto pertinente e si sente dire “non lo può produrre”.

Termina l'udienza con la testimonianza di una delle tre figlie di Diego Barba. Il presidente Airò chiede alla teste: “Per Germania Biondo suo padre era un amico alla siciliana?”.
Sì, un po' è così”.

Spiega di conoscere La Rocca “perché mia sorella era in classe con i figli di Salvino, mio padre conosce Salvino da quando erano in Sicilia e d'essere più informata della madre sulle attività del padre “avendolo qualche volta aiutato nel suo lavoro di investigatore”.

Processo aggiornato al 18 maggio.

 

Processo Vivacqua - Il cellulare di Vivacqua che "cammina" da una cella telefonica all'altra dopo che lui era già morto


di Pier Attilio Trivulzio

Il killer spara sette colpi a Paolo Vivacqua e sparisce. E' un lunedì. Il 14 novembre 2011. Per i medici la morte è avvenuta tra le 10.45 e le 11.30. Era solo nel suo ufficietto di Desio la cui esistenza la Guardia di finanza di Gorgonzola scopre soltanto a luglio. Alla compagna Lavinia Mihalache che aveva salutato poco dopo le 9.30 aveva detto d'avere un appuntamento. Riceve molte chiamate su uno dei tre cellulari che ha con sé: quello con la sim svizzera lo lascia però nel cassetto della Bmw serie 7. A diverse chiamate risponde, poi chi lo cerca trova libero ma non riesce a parlargli.
E' morto. Eppure uno dei cellulari “cammina”.
Tra le 11 e le 13.41 agganciando cinque diverse celle telefoniche: a Seregno, Lissone, Desio. E continua a “camminare” fino ad oltre le 18. Questo perchè quando la compagna di Paolo, Lavinia Mihalache, entra nell'ufficio e lo trova riverso sotto la scrivania, un cellulare squilla, lei risponde alla chiamata e poi con quello chiama il figlio di Paolo, Gaetano. Soltanto la sera quel cellulare viene consegnato ai carabinieri di Desio che gli fanno fare un ultimo viaggio, a Monza.

Gli avvocati Salvatore Manganello e Alessandro Frigerio che assistono Salvino La Rocca vogliono capire com'è possibile che un cellulare “cammini.” “Salvo ipotizzare che qualcuno se lo sia portato in giro. Oppure che Paolo sia stato ucciso in un altro posto e poi lasciato nell'ufficietto”, dice l'avvocato Frigerio.
“Dalle 11 alle 15.57 il telefono, non Paolo Vivacqua è nello stesso posto”, tiene a precisare il luogotenente dei carabinieri Giovanni Azzaro che depone come teste in Corte d'Assise sottolineando però, più volte: “Non sono un tecnico. E la domanda se un cellulare lasciato in un posto può agganciare cinque celle sistemate in posti diversi va fatta al gestore di quel cellulare, è l'unico che può dare una precisa risposta”.
Domanda che però i carabinieri di Desio che hanno costruito la loro indagine sugli agganci telefonici interrogando il sistema Sfera – oltre alle deposizioni di Gino Guttuso e Luigi Mignemi e le intercettazioni in cella - non hanno posto al gestore di telefonia di Paolo Vivacqua. “Abbiamo chiesto a Sfera quale utenza agganciasse il cellulare, la risposta non è stata affermativa che Paolo fosse a Desio”, aggiunge il teste Fornaro.
“Questo è un processo indiziario e quindi complesso”, interviene il presidente Airò il quale, dopo un non ricordo del luogotenente dei carabinieri relativo alla una nota agli atti in cui si dice che la cella (di via San Genesio a Desio) agganciata quel 14 novembre da Vivacqua è la stessa agganciata da Giarrana, chiosa: “Forse se Giarrana era lì, a un metro di distanza dall'ufficio di Vivacqua si faceva l'abbreviato”.

Nel 2011 Marco Caronni è stato datore di lavoro di Salvino La Rocca. “Aveva la necessità di lavorare e per questo l'ho assunto come autista per la mia società di scavi che all'epoca contava 75 dipendenti – dice il teste che esibisce documenti di carico e scarico firmati da La Rocca che però, a domanda del presidente se era al lavoro a novembre 2011 risponde: “Dovrei controllare”. “Dalle buste paga si dovrebbe risalire, no?” “Penso di sì”.

Gli viene chiesto di fare un controllo e far pervenire alla Corte i documenti che provano che Salvino La Rocca era al lavoro il giorno dell'uccisione di Vivacqua.
Entra quindi in aula il gestore del bar tabacchi di Desio frequentato da Antonino Giarrana e Salvino La Rocca . Dichiara: “Giarrana abitava dietro al bar e veniva tutti i giorni, La Rocca lo vedevo di meno: una volta al mese o ogni due. Antonio Radaelli, invece, lo conosco solo di vista: Ciao, ciao”.

“Giarrana scialacquava somme importanti alle macchinette? E La Rocca gli pagava i conti?”, domanda l'avvocato Frigerio. “No. Mai capitato”. “Il giorno dell'uccisione di Vivacqua ricorda la presenza di Giarrana nel suo bar?. “Della morte di Vivacqua l'ho saputo dalla televisione. Giarrana non lavorava e quindi era sempre nel mio bar. Beveva il caffè e basta”.

Testimonia Giovanna Gammino la donna presente a Palazzo di Giustizia di Monza il giorno dell'incidente probatorio con Gino Guttuso. Di lei e di altri soggetti immortalati quel giorno dalle telecamere del Tribunale ha ampiamente parlato l'ispettore capo Michele Maresca della squadra mobile di Milano nel corso dell'udienza del 9 febbraio. Essendo imparentata con Salvino La Rocca le viene ricordato che ha la facoltà di non rispondere. Facoltà di cui però la Gammino non s'avvale.

“Le ricordo che lei deve dire la verità. Soltanto la verità”, l'ammonisce il presidente prima di farle leggere la formula di rito.

“Giovanni, uno dei miei fratelli che abita a Ravenna dove gestisce un ristorante ed ha intenzione di aprirne uno qui in Brianza – esordisce la teste - mi avvisò del suo arrivo a Desio ed avendo io una casa piccola si è trovato un albergo vicino dove è rimasto due giorni. Giovanni mi chiese se potevo accompagnare la signora La Rocca, la mamma di Salvino, in Tribunale e così ho fatto. Siamo arrivati in Tribunale e ci siamo accomodati nel cortile. Ecco il perché della presenza mia e di mio fratello Giovanni a Monza quel giorno”.

Secondo l'accusa la presenza di Giovanni Gammino intrattenutosi a parlare con Antonio, figlio di Gino Guttuso è stata letta come “atto intimidatorio” verso il teste che doveva deporre all'udienza preliminare. Durante la quale, però, Guttuso ritrattò tutto quanto dichiarato ai carabinieri.

“Quando ha incontrato la mamma del La Rocca, Salvino, era libero?”, chiede il pm Donata Costa. “Era stato un altro mio fratello, Angelo, che è molto malato e io mi occupo di lui a dirmi che la televisione aveva dato la notizia dell'arresto di Salvino La Rocca. La signora Rocca, che non vedevo da vent'anni mentre con Salvino ci si vedeva anche se non abbiamo le stesse amicizie, aveva deciso di venire a Monza per dare un conforto morale al figlio. Sperava d'incontrarlo”.

Pubblico ministero: “Lei ha accompagnato la madre del La Rocca in carcere?”. “Tre o quattro volte, ma sempre aspettando fuori. Da quando però la madre è tornata a Campobello di Licata vado io a trovare Salvino”.

Presidente Giuseppe Airò: “Lei ha avuto un processo?”.
“Sì, vent'anni fa. Ma non ha avuto alcun seguito. Tutti e quattro i miei fratelli hanno subìto processi. Nel 2000 uno dei fratelli è stato indagato per associazione mafiosa, arrestato, prosciolto e risarcito. Tutti e quattro processati e assolti...Oltre ad accudire mio fratello Angelo che è molto malato mi occupo delle figlie minorenni di Salvino La Rocca. Sapevo delle loro difficoltà e mi è quindi sembrato giusto far mantenere loro i rapporti col padre”.

Avendo i carabinieri di Desio ipotizzato che Salvino La Rocca avesse pedinato Paolo Vivacqua prima dell'omicidio, i legali hanno portato in aula una teste ex collega di lavoro della moglie del La Rocca da cui si è separato nel 2013. “Ho visto Salvino La Rocca una sola volta nell'estate del 2011. Era una domenica, suonò al citofono della mia abitazione di Carate dicendomi chi era e che voleva parlami. Scesi e lui mi chiese se era vero che io e Tania, sua moglie, uscivamo spesso assieme. Gli ho detto che mai eravamo uscite assieme”.

La casa della teste è a pochi metri dalla cella telefonica collocata sulla piazza della Torre Civica di Carate, spesso agganciata da Paolo Vivacqua. “Con la testimonianza di questa donna volevamo dimostrare che il nostro cliente stava controllando la moglie Tania e non Paolo Vivacqua come asseriscono i carabinieri che hanno interrogato il sistema Sfera”, spiega l'avvocato Alessandro Frigerio.

Di Gino Guttuso, il teste che assieme a Luigi Mignemi accusa i cinque indagati per l'omicidio di Paolo Vivacqua ha parlato Domenico Rignolo.
“Conosce Gino Guttuso e se sì, sa se faceva uso di sostanze stupefacenti?”, chiede l'avvocato Salvatore Manganello.
“Sì. Eravamo assieme nel carcere di Monza ed ho avuto con lui un rapporto d'amicizia. Faceva uso di cocaina e quando è stato arrestato era in cura al Sert di Carate. In quanto al pestaggio subìto è stato per una partita di cocaina non pagata”.
Presidente: “Come è venuto a conoscenza che era stato picchiato?”.
“L'ho saputo in carcere. Non aveva pagato una partita di cocaina”.
Presidente. “A Desio?”.
“Sì, a Desio Guttuso era conosciutissimo per queste cose”.
“Rispetto al fatto che fosse stato picchiato per non aver pagato la cocaina le notizie da chi le ha avute?”.
“Le ho sapute nel carcere di Monza dopo essere stato arrestato nel luglio 2014”.

“Sa se Guttuso è stato picchiato altre volte?”.
“Si. Anche in carcere”.

Avvocato di parte civile Franco Gandolfo: “Da quando Guttuso faceva uso di stupefacenti?”.
“Non lo posso sapere. Può essere più di dieci anni”.

“Quando è stato arrestato nel 2003 già faceva uso di cocaina?”, insiste il legale.
“Non so”.

“Mi scusi, Guttuso non pagava gli stupefacenti eppure gli facevano credito?”. “Cambiava spacciatore. Stranieri, italiani..non ha mai pagato gli stupefacenti”.

Paolo Sevesi, difensore di Diego Barba, presenta alla Corte un'istanza con la quale chiede di poter avere accesso ad atti “per riscontrare l'attendibilità di Luigi Mignemi”. I legali degli altri imputati si dissociano.

Il pm Donata Costa dichiara: “Ho già chiesto quando Mignemi ha mandato alla Procura la lettera in cui chiedeva un incontro avendo importanti particolari da riferire in merito all'uccisione di Paolo Vivacqua ma della lettera non esiste traccia in cancelleria e non risulta iscritta a modello 45”.

Nel merito la Corte emette ordinanza di rigetto “fatta eventuale richiesta secondo art 507 CCP ove venisse ancora richiesto il sequestro di questa documentazione per gli stessi motivi”.

Un altro detenuto, Vincenzo Nappa recluso a Monza nel raggio 7 per rapina ed estorsione ha fatto avere al sostituto procuratore Donata Costa una lettera giudicata dal magistrato “inattendibile” nella quale è detto che ad uccidere Paolo Vivacqua sarebbe stato Diego Barba.

Nota Foto scattata nell'ufficio di Desio dove è stato ucciso Paolo Vivacqua

Lissone - Quella sinistra stupida che vuole riscrivere il significato del 25 aprile

di k.ts.

Ogni 25 aprile è sempre la stessa storia, all’interno delle commemorazioni si vuole inserire anche il ricordo dei caduti della Repubblica di Salò o di quei fascisti che furono passati per le armi dai partigiani nei giorni precedenti e successivi il 25 aprile.

Lo hanno fatto o hanno cercato di farlo per anni esponenti politici del centrodestra - non tutti a dire la verità - adesso questa mania sembra essersela presa anche il centrosinistra.

É di questi giorni, infatti, la polemica a Lissone dove la giunta del Pd, nella pagina web dedicata al 70° anniversario della Liberazione e alla mostra dell’ANPI, ha voluto inserire questo testo:
A 70 anni dalla Liberazione dell'Italia dal nazifascismo, la sezione lissonese "Emilio Diligenti" dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia ha realizzato una mostra documentaria dedicata ai 15 martiri lissonesi per la libertà, 8 fucilati dai nazifascisti e 7 deceduti nei campi di internamento tedeschi.
Ne pubblichiamo ogni giorno un pannello su questo sito, a ricordo del loro sacrificio e senza dimenticare i 670 giovani concittadini che furono prigionieri di guerra dell'uno o dell'altro fronte, i 54 scomparsi nella ritirata di Russia e gli altri circa 200 morti e dispersi nella seconda guerra mondiale, nonché le vittime delle leggi razziali (un'ebrea sfollata a Lissone e deportata ad Auschwitz) e i 7 fascisti o presunti tali uccisi sommariamente nella nostra città dopo il 25 aprile.

Un testo che per quel “senza dimenticare [...] i 7 fascisti o presunti tali uccisi sommariamente nella nostra città il 25 aprile” ha lasciato sconcertati alcuni iscritti all’ANPI di Lissone che hanno, giustamente, protestato e scritto una lettera (vedi sotto).

L’assessore Beretta ha spiegato e giustificato la scelta della Giunta lissonese in questo modo:
Fu una guerra fratricida e indipendentemente dalla causa per cui sono morti - il giudizio sulla causa é ovviamente diverso - resta il fatto che anche queste persone hanno perso la vita. Non vogliamo rinnegare l’umanità nel riconoscere che anche colui che sbaglia é morto ed ha pagato con la vita. C’é uno strascico di dolore nei familiari che ha bisogno di essere sanato. Sono molto felice che l’Anpi abbia voluto sostenere questa mia intenzione perché si getta un seme di riconciliazione 70 anni dopo, al di là delle fazioni”.

Le fazioni in lotta di cui parla l’assessore di Lissone, non erano dieci o cento ma due: da una parte l’esercito della Germania nazionalsocialista e i soldati e i miliziani italiani della fascistissima Repubblica Sociale Italiana guidata da Mussolini, dall’altra parte l’esercito alleato (Usa - Impero Britannico - la Francia Libera di De Gaulle, ma anche polacchi e greci), l’esercito italiano che era rimasto fedele alla monarchia e non a Mussolini, e il Comitato di Liberazione Nazionale che rappresentava la resistenza italiana ed era formato principalmente da comunisti e socialisti, ma anche da repubblicani, azionisti, democristiani oppure da partigiani che semplicemente combattevano i nazifascisti (le Brigate autonome o i partigiani badogliani). Quindi per riconciliarsi, come vuole l'assessore Beretta, bisognerebbe riconciliarsi con il nazifascismo.

La festa del 25 aprile è stata istituita come festa nazionale nel 1949, allora al governo c'era il democristiano Alcide De Gasperi.

La definizione esatta che si può trovare anche sul sito del Governo Italiano é: Festa del 25 aprile - Liberazione dal nazifascismo (1945).

Non c’è scritto: festa di commemorazione dei defunti oppure festa dei caduti in guerra, festa di liberazione dall’occupazione tedesca e meno che mai festa di riconciliazione nazionale, ma "Liberazione dal nazifascismo", e con il termine nazifascismo non si indica solo il nazionalsocialismo tedesco ma anche il fascismo italiano (vedi Nazifascismo).

Con il 25 aprile si sancisce il passaggio verso un nuovo capitolo della storia d’Italia che si contrappone nettamente al passato regime fascista.

Il 25 aprile è forse il solo mito fondativo della Repubblica Italiana nata nel dopoguerra.
Come tutti i miti fondativi a volte eccede in retorica, semplifica, é di parte, partigiano, ma questo vale per ogni mito fondativo di tutte le nazioni al mondo.

In Francia il 14 luglio si festeggia la presa della Bastiglia e la Rivoluzione francese, ma nessuno si sognerebbe di inserire nelle commemorazioni ufficiali anche un omaggio a Maria Antonietta e alla Vandea; negli Stati Uniti il 4 luglio non si piangono i coloni che rimasero fedeli alla corona britannica e che per questo pagarono con la vita.

Ogni mito fondativo traccia una linea netta tra chi é stato di qua e chi é stato di là, e non ci può essere riconciliazione, mai, in nessun caso, se non al prezzo di rinunciare alla propria identità che proprio la celebrazione di quel momento fondativo dovrebbe servire a costruire.
Sembra un’ovvietà ma vale la pena dirlo in modo chiaro: il 25 aprile può essere solo antifascista, altrimenti non è più la festa di Liberazione dal nazifascismo, non è più niente.

Chi ha un mito fondativo lo coltiva e se lo tiene caro, chi non ce l’ha se lo inventa spesso arrampicandosi sugli specchi come la Lega Nord con celti, longobardi e con il dio Po, per la Padania.
Solo il Partito Democratico, nato dai resti di due partiti antifascisti, il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Cristiana, è così stupido da svilire e annacquare quello che dovrebbe essere un suo punto di riferimento ben preciso: il 25 aprile 1945, il mito fondativo di questa democrazia italiana.

Oggi su un giornale locale si potevano leggere le parole di Alberto Pilotto, segretario del Pd di Monza:
A settant’anni da quel 25 aprile dobbiamo soprattutto ricordare che ci siamo liberati dalla necessità di avere un nemico tra i nostri fratelli o i nostri concittadini italiani. La scelta dell’Anpi di Lissone credo che vada in questa direzione: non vogliamo e non abbiamo più la necessità di essere nemici tra di noi. Non vuole essere revisionismo. E’ chiaro che chi ha combattuto e dato la vita per gli ideali giusti (e va per questo ringraziato e commemorato) e chi ha fatto la scelta sbagliata, per un’errata posizione politica, per costrizione magari per mancanza di coraggio pagandola comunque con il prezzo più alto

Ci si chiede se dopo la scelta della giunta lissonese di infilare nelle celebrazioni anche i sette fascisti fucilati, il passo successivo sarà mettere nelle commemorazioni anche Benito Mussolini.
Anche lui, infatti, ha pagato la sua “errata posizione politica” con la vita ed è stato fucilato.

Se il Partito Democratico in Brianza non si considera più un partito antifascista, sono affari suoi, ma questa Repubblica Italiana, con la sua Costituzione e la sua festa di Liberazione dal nazifascismo, antifascista lo è ancora, ed é dovere di chi ricopre cariche istituzionali ricordarselo e rispettarlo, almeno fino a che le cose stanno così.

Di seguito la lettera di tre iscritti all’Anpi di Lissone.



Alla CA del direttivo dell’ANPI sezione di Lissone, Lissone, 20 aprile 2015
PC al comitato provinciale dell’ANPI di Monza e Brianza

Come iscritti al circolo dalla sezione lissonese «Emilio Diligenti» dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia siamo rimasti sconcertati nel leggere il comunicato stampa apparso sul sito del comune il 9 aprile 2015, che illustra il calendario delle celebrazioni del settantesimo anniversario della Liberazione. Infatti, accanto alle iniziative che ricordano i martiri antifascisti, la nota riporta letteralmente questa frase: “Meritoriamente l'Anpi unisce infine nel ricordo dell'umana pietà anche i nomi di chi stava «dall'altra parte», ovvero i 7 fascisti - o presunti tali - uccisi sommariamente nella nostra città nei giorni successivi al 25 aprile 1945”.

Al di là dei singoli casi specifici, ci pare assai grave che questo comunicato stampa accomuni nel ricordo –proprio nella ricorrenza del 25 aprile-, chi volontariamente collaborò con i nazisti e chi invece scelse coraggiosamente la via della ribellione a un regime criminale che nel corso di un ventennio si contraddistinse per le leggi razziali e per una brutale guerra d’aggressione che portò a morire migliaia di soldati nel fango dei Balcani, nel deserto africano e nel gelo della steppa sovietica. Assimilare vittime e carnefici, sminuisce le ragioni della lotta che si combatté tra fascisti e partigiani, e apre la strada ad una banalizzazione della storia del nostro paese.

Accostare oppressi e oppressori, favorisce quegli squallidi suonatori che da vent’anni battono la grancassa su una inesistente ferocia partigiana; e spiana la strada a quella vulgata reazionaria che punta a riscrivere la vicenda italiana, riaccreditando la storia del fascismo italiano nell’alveo delle culture politiche legittime e smantellando, nel senso comune del paese, quel che resta della cultura e dei valori della Resistenza.

Mettere sullo stesso piano fascisti e partigiani significa favorire le forme peggiori di revisionismo storico. Uniformando sotto il criterio di una indefinita “violenza” elementi diversi per natura, origine e sviluppo, conduce inevitabilmente alla conclusione che tra vittime e carnefici vi fu lo stesso medesimo grado di crudeltà e che in sostanza fascisti e antifascisti abbiano una uguale moralità e dignità storica. In questo modo le ragioni dei partigiani vengono cancellate favorendo la costruzione di quel senso comune che ha permesso in questi ultimi anni un vero e proprio processo mediatico alla Resistenza.

Un’operazione, questa, che guardando al passato influisce sul presente, e che per questo va respinta senza indugio, a maggior ragione, oggi nel contesto attuale, segnato dal riemergere di preoccupanti rigurgiti neofascisti. Oggi, non c’è pacificazione alcuna con chi ha valori antitetici ad ogni principio di uguaglianza e libertà, non c’è riconciliazione alcuna con chi rivaluta le vestigia del fascismo storico, non c’è concordia alcuna con chi fomenta la caccia xenofoba e organizza il nuovo squadrismo fascista. C’è invece la necessità di rilanciare l’antifascismo, e di riattualizzare i contenuti che furono alla base della lotta di liberazione dal nazifascismo, per far rivivere oggi, nel corpo della società, i valori e i principi della Resistenza.

Per questo chiediamo che il direttivo dell’Anpi annulli le iniziative proposte con un’ amministrazione comunale che surrettiziamente vorrebbe cambiare di segno la celebrazione del 25 aprile.

Valentina Fumagalli
Natale Locati
Filippo Piacere

 

Seregno - Elezioni 2015. Il comune elimina il sondaggio sulle elezioni, i risultati sono manipolabili

di k.ts.

É durato meno di un giorno il sondaggio elettorale promosso dalla testata giornalistica del comune di Seregno, Seregno Informa, dove si potevano votare virtualmente i candidati sindaci alle prossime elezioni amministrative del 31 maggio.

Nella giornata di oggi a seguito di un’ondata di voti finita su un unico candidato il sondaggio è stato rimosso dal sito gestito dall’addetto stampa del comune di Seregno, Walter Todaro.
Sulla pagina facebook di Seregno Informa un post ne dà notizia e ne spiega i motivi però in modo singolare.

Il sondaggio secondo Seregno Informa sarebbe stato, infatti, rimosso a causa, “ dell’uso improprio che ne è stato fatto e la mancanza di correttezza di qualche utente”.

Sarebbe stato più corretto scrivere che la testata giornalistica del comune di Seregno ha promosso un sondaggio che non solo non aveva nessuna base scientifica, ma che era manipolabile dall’esterno (come in effetti é stato dimostrato questa mattina) e allo stesso tempo non dava nessuna garanzia che non fosse manipolabile dall’interno.


La disciplina in termini di pubblicazioni di sondaggi elettorali da parte delle testate giornalistiche è chiara anche per la raccolta di opinioni fatte attraverso i siti internet, in cui non solo deve essere dichiarata la non scientificità della raccolta dati, ma non deve essere usata la parola sondaggio cosa che invece la testata Seregno Informa ha fatto (vedi normativa).

La stessa chiarezza normativa esiste sulla comunicazione delle amministrazione pubbliche regolata dalla legge 28 del 22 febbraio 2000, dove all’articolo 9, comma 1 si legge: “ Dalla data di convocazione dei comizi elettorali e fino alla chiusura delle operazioni di voto è fatto divieto a tutte le amministrazioni pubbliche di svolgere attività di comunicazione ad eccezione di quelle effettuate in forma impersonale ed indispensabili per l'efficace assolvimento delle proprie funzioni”.
Ricordiamo che il 28 marzo il Prefetto ha convocato i comizi elettorali e che il 16 aprile tale comunicazione è stata affissa sull’Albo Pretorio del comune di Seregno.

Non ci sembra che si possa sostenere che indire un sondaggio, che poi non è nemmeno un sondaggio, faccia parte di quelle comunicazioni dell’organo istituzionale “indispensabili per l'efficace assolvimento delle proprie funzioni”.

É una normativa che Walter Todaro, visto che ricopre anche un ruolo all’interno dell’Ordine dei giornalisti, dovrebbe conoscere bene ma che forse si è dimenticato.


D’altronde non è la prima volta che il comune di Seregno si “dimentica” di applicare la normativa in termini di trasparenza e corretta informazione.

La cosa era stata segnalata da infonodo.org in un paio di articoli (vedi Segreti, bugie e violazioni delle norme sulla trasparenza e Trasparenza, il sito del comune ancora fuorilegge).
I due articoli si sono guadagnati tre querele, due da parte del sindaco, Giacinto Mariani e una da parte dell’ex presidente di AEB, Maurizio Bottoni (in un articolo era citato anche il sito di AEB).

La Procura di Milano ha però chiesto l’archiviazione del procedimento penale, archiviazione accolta dal Gip. Ma non solo, nelle motivazioni il sostituto Procuratore è entrato nel merito evidenziando alcune manchevolezze sulle informazioni fornite dal sito del comune (vedi la Richiesta di archiviazione).

Da quel momento sia il sito del comune di Seregno, sia le controllate AEB, Gelsia, Gelsia Ambiente pubblicano le informazioni richieste dalla normativa e si distinguono in positivo anche per una certa facilità con cui gli utenti possono reperirle.

Si potrebbe ancora migliorare, ad esempio, fornendo un bilancio in formato machine readable (excel, csv, ecc..) e introducendo gli open data la cui importanza, anche in termini di contrasto alla corruzione e al conflitto di interessi, è ben illustrata in questo articolo un po’ datato, ma sempre attuale, “Open Data per il monitoraggio di appalti pubblici e conflitti d'interesse “.

Ci auguriamo che questo vento di trasparenza e di correttezza che ha investito a partire dal 2013 i siti del comune di Seregno e delle sue municipalizzate arrivi a soffiare anche all’interno della redazione di Seregno Informa, ancor più in questo momento di campagna elettorale, dove lo ripetiamo “ è fatto divieto a tutte le amministrazioni pubbliche di svolgere attività di comunicazione ad eccezione di quelle effettuate in forma impersonale ed indispensabili per l'efficace assolvimento delle proprie funzioni”.

Insomma, la testata del comune di Seregno si occupi di informare gli elettori: sui programmi depositati dalle varie forze politiche (mettendoli a disposizione), sui nomi dei candidati e delle liste, su come si vota, dove si vota, come funziona il sistema elettorale, come vengono distribuiti i seggi, cosa succede in caso di apparentamento al secondo turno, perché é importante votare, quali sono le funzioni del sindaco, degli assessori, e della giunta, che ruolo hanno i consiglieri comunali, chi è il consigliere anziano, ecc..

Seregno Informa dia tutte quelle informazioni istituzionali utili e che gli competono, ma lasci perdere gli pseudo sondaggi, non si metta a seguire la campagna elettorale di questo o di quel candidato, eviti di dar risalto a notiziole su convegni e iniziative la cui finalità sembra solo quella di pubblicare le foto di assessori in mezzo a bambini, anziani o disabili.

Ilaria Cerqua, assessore ai Servizi sociali - a lungo sostenuta da Giacinto Mariani per diventare il candidato sindaco del centrodestra - nell'ultimo mese ne ha già collezionati cinque di questi articoli con foto ricordo su Seregno Informa (vedi sotto).

Noi vigileremo, durante il periodo elettorale, sul comportamento del sito del comune di Seregno e della testata Seregno Informa. Invitiamo i cittadini e le forze politiche di qualunque colore a fare altrettanto e a segnalare al Corecom (Comitato regionale per le comunicazioni) eventuali violazioni della normativa sulla Par Condicio.




Processo Vivacqua - Almeno quattro volte la settimana Licata Caruso prenotava la provvista in Posta e prelevava 300-400mila euro

Dichiarazione spontanea di Diego Barba che smentisce Mignemi

di Pier Attilio Trivulzio

Non ce la fa a trattenere le lacrime e scoppia a piangere Diego Barba quando, alla fine della sua dichiarazione spontanea in Corte d'Assise dove si sta celebrando il processo per l'uccisione di Paolo Vivacqua dice: “Da oltre un anno sono stato privato della mia libertà”.
E' in carcere a Monza, accusato di essere assieme alla ex moglie di Vivacqua, Germania Biondo, il mandante dell’omicidio.

Nel processo indiziario l’accusa si avvale della testimonianza resa ai carabinieri di Desio dal pregiudicato Gino Guttuso e ritrattata durante l'incidente probatorio, ma soprattutto della testimonianza del 50enne Luigi Mignemi. L’enigmatico e ambiguo personaggio che é stato condannato a fine anni ‘90 a 6 anni e 4 mesi per traffico di sostanze stupefacenti nel processo “La notte dei fiori di San Vito” sulla presenza della 'ndrangheta nelle province di Como, Lecco e Varese.

Mignemi detenuto a Bergamo per stalking e circonvenzione d'incapace, viene trasferito, a ferragosto del 2013, a Monza e rinchiuso nella cella 2 del raggio 7, il raggio di massima sicurezza.
E' qui che incontra Antonio Giarrana, condannato per l’omicidio di Franca Lojacono - consuocera di Paolo Vivacqua - e a processo per l’omicidio dello stesso Vivacqua.

Secondo Mignemi, Giarrana, entrando in confidenza, si apre come un libro con arrivando a confidargli che a decidere l'uccisione del rotamat di Ravanusa sarebbe stato Diego Barba e che a sparare nel novembre 2011 con la calibro 7,65 fornita a Giarrana dal Barba sarebbe stato Antonino Radaelli.

Le dichiarazioni fatte sotto giuramento in quest'aula da Luigi Mignemi sono completamente false – esordisce Diego Barba -. Di tutte le falsità la prima è che io, Mignemi, non l'ho mai conosciuto. L'ho visto per la prima volta qui. ( a domanda specifica della Corte, Mignemi non era riuscito a riconoscere Barba in aula – ndr). Non ho mai avuto da questa persona il biglietto di Giarrana e a Giarrana non ho fornito alcuna arma.
Falso è il particolare che a casa mia le luci s'accendono battendo le mani. Si accendono con un normale impianto.
Falso è che la mia casa è arredata con mobili costosi: li ho acquistati per 10mila euro in un centro commerciale.
Come falsa è l'affermazione d'aver saputo in carcere due o tre giorni prima del mio arrivo che sarei stato incarcerato. Sono stato arrestato alle 4 del mattino e alle 10 ero all'ufficio matricola. Sono stanco di queste bugie. Da oltre un anno sono stato privato della libertà personale”.

I legali degli imputati si chiedono chi è davvero Luigi Mignemi. Chi lo ha spinto a inviare una lettera alla Procura di Monza dicendo di avere importanti rivelazioni sull'omicidio di Paolo Vivacqua e di volerle fare per fini di giustizia salvo poi, quando è stato interrogato dal sostituto procuratore Donata Costa, chiedere per la collaborazione uno sconto di pena.

In aula, chiamati dai difensori degli imputati per il contro interrogatorio, ci sono l'avvocato Loreno Magni e i tre figli di Paolo Vivacqua: Antonio, Gaetano e Davide. Antonio e Gaetano sono tuttora detenuti ad Opera ma durante il giorno escono per lavorare. Antonio come meccanico e Gaetano come impiegato in un ufficio di Agrate Brianza. Davide invece è ai domiciliari.

Si torna a parlare del taccuino ritrovato con sette pagine strappate e delle annotazioni. Quelle del 2008 e 2009 relative all'affitto per 19.250 euro del capannone in Valtellina per la società “cartiera” oltre a stipendi vari. L'elenco dettagliato degli investimenti e dei prestiti personali fatti il 12 luglio 2008 a Louis Paul Nguini, defunto marito dell'avvocato seregnese Antonella Savarino, per la creazione di una società in Camerun compresi 37.500 euro della fidejussione e 12mila per la commissione oltre ai 15mila euro sborsati per pagare l'ospedale parigino alla sorella di Nguini e 3600 euro dati “per rimanenza terreno a Mimmo Savarino”.
Ed ancora il prestito di 36mila euro a tale Pirillo; 21mila a Giovanni Pellenera; 15mila a Lillo Casale, 500+500 a Candido e “L'uscita di 500 + 500 per terreno Carate a Felice”. Di sicuro Felice Tagliabue. Cifre, quelle di Felice, da leggersi con i tre zeri mancanti. E forse anche quelle del misterioso Candido.

L'avvocato Loreno Magni e i figli di Paolo hanno riconosciuta come sua la scrittura, fatta eccezione per due numeri di cellulare ed il codice d'avviamento postale di Carate.
Quasi sicuramente scritti dalla giovane donna che aveva appena avuto un figlio che faceva le pulizie nell'ufficietto di via Bramante d'Urbino.
Nessuno faceva le pulizie in quell'ufficio”, dice sotto giuramento l'avvocato Loreno Magni.
Peccato che a mentre fresca, all'indomani dell'omicidio al sostituto procuratore Donata Costa dichiarò: “Più di una volta ho visto negli uffici di Paolo una signorina giovane che si occupava del riordino della documentazione di Paolo. Non ricordo il nome ma ricordo che aveva un bambino di pochi mesi”.
In quell'occasione gli vennero esibite alcune cartelline trovate nell'ufficietto e lui dichiarò: “La scrittura sul frontispizio delle cartelline non è quella di Paolo e quindi presumo che sia della signorina di cui ho appena parlato. Ricordo che era una ragazza precisa”.

Di “amnesie” l'avvocato bolognese, ne ha avute parecchie nel frattempo. Così come i figli Vivacqua. E' vero che dal giorno dell'omicidio sono passati tre anni e quattro mesi, però molti “non ricordo” sono apparsi poco credibili.

Verbalizzato a Palazzo di Giustizia di Monza all'indomani dell'omicidio Magni dichiara “che Paolo Vivacqua gli è stato presentato nel 2009 nell'ufficio di Paolo Castoldi a Villasanta, persona che si occupa di intermediazioni finanziarie. Subito si è palesato a me come persona dalle notevoli capacità economiche essendo arrivato in Porsche ed avendomi parlato delle sue attività nel settore della compravendita di materiale ferroso”.

Durante il contro interrogatorio il difensore gli chiede:
Conosce la società svizzera Blackstone Merchant Investiment SA?Gianandrea Tavecchia? E Roberta Bombelli?”.
“No”.

Eppure Paolo Castoldi era nella Blackstone che ha ceduto a Tavecchia che dopo essere stata di Paolo Vivacqua torna alla sorella di Tavecchia, Pamela, che a sua volta cede il totale delle quote della società il 21 gennaio 2011 alla PT Saraceno AG.

L'ultimo anno di vita, Paolo Vivacqua lo ha speso per cercare di concretizzare l'operazione della svizzera PT Saraceno AG che attraverso la bresciana Jet Web e grazie ad un prestito infruttifero di 200mila euro ottenuto attraverso la Loviro srl (società che possedeva i terreni di Carate ceduti a Bricoman -ndr) aveva acquistato dalla Corti Immobiliare i terreni agricoli di Gessate confinanti con FV Metal.

Questa operazione aveva come obiettivo l'insediamento di un modernissimo macchinario da 70milioni di euro per il riciclo dei rifiuti realizzato dalla “Piromax” di Montichiari (BS) presieduta da Domenico Tanfoglio che in Romania possiede la “Italstore srl”.

Mentre il figlio di Paolo, Antonio Vivacqua, con la società bergamasca Lithos stava portando avanti le pratiche per ottenere i permessi presso l'amministrazione di Gessate. Come già avvenuto a Carate Brianza con l'operazione Bricoman, anche i terreni agricoli di Gessate avrebbero dovuto avere una diversa destinazione d'uso.

Perché l'avvocato Magni ha “rimosso” l'ultima incompiuta operazione di Paolo Vivacqua di cui era legale sì, ma anche confidente?
Uno dei pochi ad essere ammesso nell'ufficietto di via Bramante d'Urbino a Desio.

Quale persona di fiducia Loreno Magni suggeriva operazioni finanziarie e contabili illegali in modo da rappresentare un'operatività diversa da quella reale curando sia la gestione delle società che commerciavano metalli sia quelle immobiliari, suggerendo operazioni finalizzate al reimpiego di capitali illecitamente costituiti nonché gestendo l'attività di “prestito” che dal 2004 ad oggi Vivacqua Paolo faceva in maniera cospicua a oggetti terzi senza alcuna giustificazione”, ha scritto Raffaele Martorelli, presidente del riesame.

Magni ammette che l'ultima operazione che stava facendo Vivacqua riguardava un impianto di rifiuti ma che per avere particolari precisi su quell'operazione la persona più indicata è un legale di Bologna, l'avvocato Giovanni Roberti.

A Davide viene chiesto di spiegare la intercettazione del 29 luglio 2011 nella quale parlando col padre questi gli chiede: “Ti ricordi quanti quintali?” Risposta: “Quaranta quintali. Prima 20 e poi 20 e sono tutti i 40”. E poi però aggiunge che “i quintali sono 43,5”. “Li hai consegnati al fabbro?”. “Sì, per il ferro nuovo”. E quindi aggiunge che “i quintali sono 43 e 5 spicci”. Nel corso della conversazione uno dei due domanda: “Dove sono, nel frigorifero?”. Risposta:“No, dietro”.

Davide spiega: “Il fabbro si chiama Ferraro ed è di Lissone. Non si parla di soldi ma di quintali”.

Il sospetto è che la famiglia adottasse un codice cifrato quando parlava al telefono. Codice che Paolo Vivacqua – presumibilmente - usava anche con l'avvocato Loreno Magni e che rimanda a quella telefonata che programmava il viaggio nel Bresciano per vedere quell'impianto che riciclava i rifiuti nel quale si parla di una “operazione pesante 80 chili”, infatti il costo di quel macchinario era tra i 70 e gli 80milioni di euro.

Impianto che Paolo Vivacqua voleva sicuramente realizzare a Gessate e in Romania.

Aveva invece scartato la Sicilia – pur avendo dato vita alla società Ecoplasma amministrata da una insegnante - in quanto qualcosa non era andata per il verso giusto ed i finanziamenti non erano stati approvati. Salvo poi scoprire che un finanziamento di poco superiore al milione di euro è stato dato ad una società che ha iniziato ad operare a Ravanusa.

Anche i progetti di Antonio Vivacqua di ottenere fondi pubblici per le società nel settore delle energie rinnovabili Kore Energy (sede a Rogeno, in Lombardia) costituita con un capitale di 100mila euro all'80% della D&D di Agrigento, ed il restante 40% suddiviso tra lui e Giovanni Mogicato; e Kore Engineering con sede a Campobello di Licata sono abortiti.

Interrogati sul possibile movente del delitto, Magni e i tre figli hanno riferito di avere fatto tante ipotesi. Arrivando a censire chi, tra gli amici o frequentatori del padre non si era fatto vedere al funerale, oppure avendo ricevuto prestiti, non si era sentito in dovere di contattare i figli e accordarsi per la restituzione di quanto avuto.

Solo l'ex calciatore Francesco Figliuzzi - ha precisato Antonio - è andato a Gessate dicendo di voler rendere i soldi ricevuti, in effetti consegnò un assegno di 250mila euro emesso dall'Immobiliare Montello sequestrato a casa di Germania Biondo dalla Guardia di finanza.

Non abbiamo volutamente preso contatti con quanti sapevamo nostro padre avessero prestato denaro - dicono concordi -. L'avvocato Ignazio Valenza ci aveva detto che il debito di Zema era di circa un milione di euro. Gente della Sicilia chiedeva continuamente soldi a nostro padre, magari di importi piccoli, 1000 o anche 500 euro”.
Io mi arrabbiavo e lui mi rispondeva: pensa a quando io non avevo neppure soldi per il latte”, testimonia Antonio.

L'unico dei figli che racconta dei litigi tra i due genitori é Davide, che ora si trova agli arresti domiciliari. “Da quando dopo l'arresto (deciso dalla Procura di Brescia) mio padre era stato messo ai domiciliari con mia madre non si sopportavano. Per una minima cosa discutevano. Quando sono stato messo io ai domiciliari obbligato ad alloggiare nella casa che condividevo con mia madre nel frattempo finita in carcere, mi sono ritrovato a dover pagare 4000 euro di mutuo oltre alle bollette. Non potendo dare i 4000 euro sto cercando un accordo con l'amministratore”.

Non è vero che mio padre mi diceva che prestava denaro perché altrimenti per invidia la gente poteva farci del male. Non ci aveva detto di guardarci alle spalle. É che da quando a giugno era nato Nicolas, il figlio di Lavinia Mihalache ci raccomandava che a lui non doveva mancare nulla”.

Sprizza poi veleno affermando, in riferimento alla uccisione del padre “in questo caso è stato un familiare”.
E' una sua valutazione”, gli ribatte il legale. Risposta: “Anche gli amici possono tradire”.

Una lunghissima telefonata tra Antonio Vivacqua e Davide tabaccaio di Ravanusa lascia spazio a molti interrogativi relativi ad una vincita a “10 e lotto” da 140mila euro pagati a Lavinia Mihalache e subito dopo posti sotto sequestro dalla Procura di Milano, assieme all'assegno che Paolo Vivacqua aveva lasciato per rogitare l'appartamento di Carate dove tutt'ora la Mihalache vive con i due figli.
I tagliandi per i concorsi del 30 ottobre e 2 novembre 2011 sono state presentate da Lavinia, accompagnata da Paolo, una settimana prima che Vivacqua venisse ucciso alla Banca Intesa di Biassono.

Quello stresso giorno il rotamat versa 30mila euro sul conto aperto quattro giorni prima presso la Banca Popolare di Sondrio di Chiasso.

Nell'intercettazione in cui Antonio Vivacqua più volte dice al tabaccaio di Ravanusa che della vicenda delle tagliandi della lotteria vincenti non vuole parlarne al telefono. “...io quando ti spiego quello che c'è sotto – dice - ...Posso salire e spiegare.... “ (in realtà scendere a Ravanusa ndr).

“I soldi (della vincita – ndr) erano conservati anche se salivo. Anche se non succedeva niente, erano soldi miei...Non ci posso fare niente se (gli scontrini – ndr) gli sono arrivati gratuiti....Se mi esce la signorina esce la caserma...Siccome siete della famiglia posso restare anche sei mesi senza salire perché i soldi erano conservati. Neanche sapevano, c'erano le ricevute”.

Quindi questa frase assai chiara: “...Mi vengono a pigliare e mi trovano dentro un alberello. Mi mettono appeso...Se non esce tutta la verità vado alla Guardia di finanza e tutto esce a galla...Certe risposte non me le aspettavo.”. Davide il tabaccaio: “...Ma quelli come me volevano regalarne una alla signorina, farla stare bene”.

“Dalla signorina – risponde Antonio – ci vado io.... Se c'è un conto aperto dovevano essere consegnati. Io salgo e ne parliamo, venerdì al massimo sabato ci vediamo e vediamo chi era la signorina”.

Antonio Vivacqua spiega in aula il senso della telefonata: “La signorina è Lavinia Mihalache. Mio padre a Davide il tabaccaio dava soldi contanti e in cambio aveva le schedine vincenti che portava in banca. Perché faceva questa operazione? Come faceva per le fatture false, forse per non pagare le tasse. Mio padre è andato a Palermo e mi ha portato le schede che poi Lavinia ha depositato in banca. Dopo quella telefonata Davide il tabaccaio, età circa 40 anni, voleva andare da Lavinia. Invece è venuto a Muggiò al bar “La Piazzetta” e ci siamo messi d'accordo. Avevo 20mila euro in tasca e glieli ho dati dicendogli che gli altri glieli avrei dati poco per volta. Dopo l'uccisione di mio padre sono andato a Palermo dal tabaccaio, poi però mi hanno arrestato”.

Nelle tasche di Paolo Vivacqua finivano montagne di soldi. Due giorni dopo che lui viene ucciso Licata Caruso ed Enzo Infantino fanno l'ultimo prelievo di 300mila euro. Dal 18 novembre più nessuna operazione viene fatta sul conto delle poste di Lissone intestato alla LV Rottami che a Lissone aveva la sede e che però – particolare non di poco conto - aveva cessato l'attività un anno e mezzo prima!

Viene chiamata a testimoniare Rita Angela Faieta dal 1. settembre 2005 al 30 giugno 2012 direttrice di quell'ufficio postale e testimonia che “il conto della LV Rottami acceso a fine novembre 2009 era molto attivo. Per almeno quattro volte la settimana Licata Caruso che era amministratore della società prenotava la provvista di contanti. Nel 2009 le cifre quotidianamente prelevate erano inferiori, nell'ultimo periodo il prelievo era di 300-400mila euro al giorno”.

Su quel conto la provvista era sempre molto alta – aggiunge -. Sempre Licata Caruso e sempre con Enzo Infantino venivano due o tre giorni prima a compilare la lista di prelievo. Paolo Vivacqua? Sì, è venuto qualche volta ma per altri motivi (accensione di una polizza vita – ndr). Su questa provvista di contanti, che sistematicamente ritiravano personalmente, ho fatto diverse segnalazioni alla direzione compartimentale di Monza. La prima il 10 dicembre 2009, un mese dopo che LV Rottami aveva aperto il conto”.

La teste non ricorda il prelievo del 15 novembre 2011, all'indomani dell'uccisione di Vivacqua, di cui però risulta la documentazione agli atti. Ricorda però che su quel conto il saldo attivo al 16 novembre era di 398mila euro.

Dalla verifica della Guardia di finanza di Gorgonzola risulta che sul conto della LV Rottani il giorno dell'uccisione di Vivacqua furono accreditato un assegno di 247.300 euro e tre bonifici di 74.022, 40.278 e 43.103 euro tutti della Terzi Metal. Nella sua relazione Andrea Perini, consulente della Procura di Milano scrive che in tre anni, dal 2009 al 2011, la società ha avuto un giro d'affari di 94milioni304mila373 euro di cui 50milioni soltanto nel 2011. Con soli 754.582 euro giustificati dall'acquisto di rottami di ferro.

E LV Rottami non era che una delle numerose società “cartiere” di Paolo Vivacqua.

Dalla Giada srl, sul conto bancario presso l'agenzia 141 nel 2006 – con 219 prelievi - è stata fatta una movimentazione di 20milioni566mila557 euro. E nel 2007 in 235 volte, Enzo Infantino e Calogero Licata Caruso hanno prelevato 35milioni431mila554 euro. Mentre sul conto della stessa società, ma acceso su una banca di Ravanusa, il figlio di Paolo, Antonio, ha prelevato allo sportello 12milioni836mila euro.
Lo stesso consulente ha quantificato in 103milioni822mila434 euro i soldi incassati con le false fatturazioni della LV Rottami, Fer&Inox, Ferrinoxx e D&G Trasporti.
Quale sia stata la destinazione finale di tanto denaro né la Procura di Brescia né quella di Milano che hanno indagato Paolo Vivacqua per le false fatturazioni non hanno saputo dirlo. Mentre quella di Monza ha fatto indagini soltanto sulla sua uccisione.

E' certo – lo dicono gli atti della Procura di Milano – che molti soldi sono finiti su conti all'estero.

Di sicuro oltre 3milioni su uno dei due conti accesi all'Agricultural Bank of Cina di Beijing., trasferiti attraverso la Deutsche Bank AG di Francoforte. E proprio il giorno dell'uccisione di Vivacqua alle 10.30 – più o meno nell'ora in cui a Desio il killer spara a Paolo - la Ful Metal del figlio Gaetano trasferisce in Cina i 250.518 euro del bonifico della Happy Team Trading Ing Ltd.
Altre operazioni d'accredito sui conti dell'Agricultur Bank of Cina, e sempre attraverso la Deutsche Bnk AG di Francoforte, con bonifici della Happy Team Trading Ing Ltd vengono fatte nel 2012: 300mila il 9 gennaio ; 170mila il 16 gennaio; 300mila il 20 gennaio. Mentre il 7 marzo 2012 è il bonifico come sempre “acconto fattura” dei 187.170 euro di un'altra società, la Fortune Rich Trading Ltd a finire sul conto della banca cinese.

Marzari (Sias): potrebbe essere rivista la convezione tra l’Autodromo e i comuni di Monza e Milano

di Pier Attilio Trivulzio

Laurea 110 e lode in medicina e chirurgia, specializzazione in chirurgia d'urgenza e pronto soccorso, Alessandra Marzari lavora all'Ospedale Ca' Granda di Niguarda. Presidente del Consorzio Vero Volley, a metà febbraio è stata scelta dai Comuni di Monza e Milano quale quota rosa per entrare nel Consiglio d'Amministrazione della Società Incremento Automobilismo e Sport (Sias) che da sempre gestisce l'Autodromo Nazionale di Monza.
Nel 1980 suo marito Aldo Fumagalli decise di sponsorizzare col marchio Candy le Tyrrell di Formula Uno, ottenendo una grande e inaspettata pubblicità con quella foto al Gran premio di Montecarlo dell’auto di Derek Daly in volo sopra la Mc Laren di Alain Prost, l'Alfa di Bruno Giacomelli e la Tyrrell del compagno di squadra Jean Pierre Jarier .

Ora che la stagione motoristica in Autodromo è iniziata con le gare del Blancapain GT Endurance Series e del Lamborghini Super Trofeo abbiamo posto alcune domande alla consigliera di Sias.

Nell'ultimo Consiglio di Sias avete confermato il ruolo di consulente all'avvocato Federico Bendinelli?
L'avvocato Federico Bendinelli è un consulente che viene considerato anche perché ho capito che ha una serie di competenze nei rapporti con Bernie Ecclestone. In realtà, confermarlo, non è competenza stretta del Consiglio, è competenza dell'amministratore delegato. Però ne abbiamo parlato ed abbiamo dato parere favorevole. Capisco anche che chi organizza il Gran premio di Formula Uno abbia bisogno di un riferimento organizzativo e per questo mi sembra siano tutti orientati a mantenerlo. Non è stata però una cosa votata”.
Perché a Francesco Ferri è stata data una procura e non è stato nominato direttore?
Credo sia un problema di assetto della società. Penso che proprio dal punto di vista della gestione sia più facile lavorare in questo modo per un periodo limitato perché il contratto scade tra poco, alla fine di quest'anno. E' un tecnicismo però abbiamo preferito così. Perché alla fine cosa è successo? L'attività della nuova gestione é iniziata poi da metà marzo si è formato il cda e questo è ancora un periodo di assestamento delle cariche. Abbiamo quindi scelto un po' delle cose più di facile gestione“.

Si parla di 16 consulenti, non è un numero eccessivo?
E' come la questione delle cariche, siamo in fase di rivalutazione, adesso, con lo studio dell'organigramma troveremo la quadra. Detto sinceramente, non siamo ancora entrati nello specifico perché abbiamo parlato di piano industriale e di strategie, occorrerà vedere quale programma prenderà il cda.
Finora è stato un cda interlocutorio e quindi non è un argomento che abbiamo ancora toccato. L'organigramma sarà il tema dei prossimi Cda tutti già calendarizzati con scadenza bimensile.
Da questo punto di vista c'è molta attenzione, alla fine mi sembra che questo Cda, non so se lo posso dire, vada a due velocità: una parte istituzionale che ha le sue tematiche e invece una parte manageriale che è Massimo Ciceri e Andrea Dell'Orto ...e poi c'è Ferri come procuratore....
Secondo me l'importante sarà far dialogare queste due entità. Entrambe hanno delle valenze, entrambe hanno positività ed entrambe hanno pecche che vanno sistemate per gestire una società a capitale pubblico. Quindi la bravura sarà unire queste due anime perché una va a 100 all'ora e l'altra no”.

A noi risulta che lo scontro in atto tra AC Milano e Sias partirebbe dal contratto siglato con la Innext (società di consulenza aziendale) di Francesco Ferri
Sono sincera, le giuro non lo so. Sicuramente loro ne parlano, sicuramente se ne parla ma appartiene ad una di quelle questioni più operative che non abbiamo ancora affrontato”.

Si dice che la ruggine deriverebbe dal fatto che ACM si sarebbe ritrovata con un un contratto blindato di Innext
Queste cose deve capire che a noi arrivano indirettamente. Il Cda alla fine, rispetto a queste cose operative, ne viene a conoscenza se viene fatta una specifica richiesta e se poi il presidente decide di metterla all'ordine del giorno. Ovviamente ci sono dettagli che noi sappiamo, però diciamo che questa cosa la deve gestire l'amministratore (Andrea Dell'Orto -ndr) . A noi del Cda arriva un po' il prodotto finito. Ovvio che adesso abbiamo duecentomila cose da fare tra cui i contratti che non so se l'amministratore delegato vorrà condividere con noi, col Cda o meno. Anche se lui su alcune questioni è obbligato, su altre questioni ha libertà.. Sulla questione contratti sicuramente occorrerà che tutto diventi molto chiaro; in merito alle domande che lei mi ha fatto ci dovranno essere dei comunicati. Tutte queste cose che appartengono alla schiera delle questioni non limpidissime, non necessariamente che ci sia del male, però bisogna che loro le affrontino. E' un Cda veramente eterogeneo che quindi da garanzie per tutta una serie di cose. Bisogna poi vedere anche sul pregresso avendo ereditato pesanti situazioni. Non mi sembra comunque un Cda di persone che hanno cose personali, non so come dire... Almeno io non ho avuto questa impressione”.

Qual è il ruolo dell'ex amministratore di Sias Fabrizio Turci?
Fabrizio Turci ha il ruolo di uditore, si è reso disponibile nel passaggio delle consegne. Con lui non è stato rinnovato alcun contratto. Turci si è dimostrato persona garbata in grado di collaborare benissimo per rendere questo passaggio di Cda più veloce e corposo possibile”.

Si parla del possibile investimento di Assolombarda in Autodromo (vedi Assalombarda entrerà nel capitale dell’Autodromo con dieci milioni di euro), legato al passaggio di Confindustria MB, il cui presidente é sempre Andrea Dell’Orto, nella stessa Assalombarda. Che ne pensa?
Quando mi dice una cosa così a me diciamo non suona strana nel senso che tutto l'impegno di Confindustria MB per Sias è chiarissimo. Dalle elezioni dell'Automobile Club di Milano Confindustria MB si è impegnata e credo che se non ci fosse stato questo impegno di Confindustria MB per il rinnovamento non so se si riusciva a fare questa operazione. Anche lì però c'è un Cda, un'assemblea, quella di Monza la vedo dura..Non mi suonerebbe strano se gli iscritti a Monza e Brianza facessero la scelta di mantenere la propria identità perché loro a questa tengono tantissimo ed hanno ragione. Ovvio che però Confindustria MB non possa chiedere ai disastrati comuni di Monza e Milano di metterci soldi e neanche di ridurre la convenzione. Non sarebbe una cosa accettabile. Anche se penso che questa convenzione dell’Autodromo potrebbe essere materia di rivisitazione“.

Con un comunicato Sias precisa che “non ci saranno cessioni di quote e non sono fondate le notizie di un interesse di Assolombarda e nemmeno di un possibile investimento di Cariparma o dell'entrata di non ben specificati Fondi arabi”.

Con questo comunicato, di fatto, la società ufficializza anche una “rottura” con l'Automobile Club d'Italia che con una delibera da tempo aveva dato disponibilità ad entrare nell'azionariato.
Una rottura forse dovuta alla decisione presa dall'ACI che ha costruito una pista per i corsi di guida federali – che sarà operativa da domani - ad Arese nell'area ex Alfa Romeo che dista pochi chilometri da Monza. L’ACI ha anche trasferito in toto ad Arese la struttura che operava all'autodromo di Vallelunga e che sovvenzionava annualmente con un contributo di 600mila euro.

In ogni caso ad una attenta lettura – e senza fare dietrologie - il comunicato risulta chiarissimo: a gestire l'impianto sarà soltanto Sias che è sì una società le cui azioni sono possedute al 70 per cento dall'Automobile Club di Milano e il restante 30 dall'Immobiliare ACM ma d'ora in poi a prendere le decisioni importanti saranno unicamente gli uomini in grisaglia, cravatta azzurra e scarpe nere lucidissime: i Dall'Orto friends.

Quelli che appoggeranno la sua idea di far confluire “entro maggio” Confindustria MB in Assolombarda.

 

Processo Autodromo. Si parla di usura. A risponderne è l'ex direttore Enrico Ferrari

di Pier Attilio Trivulzio

Giovedì scorso in Tribunale si è parlato di usura. Reato per il quale la Procura di Monza ha rinviato a giudizio l'ex direttore dell'Autodromo Nazionale, Enrico Ferrari.

Ad assistere all'udienza c'erano anche tre studenti dell'Istituto “Versari” di Cesano Maderno impegnati in Tribunale per uno stage di due settimane. “Abbiamo seguito diversi processi: l'omicidio di Paolo Vivacqua, processi per stupro, rapina e usura”, precisano Simone Pozzoli, Lorenzo Fresca e Simone Brignani.

L'imputato Enrico Ferrari non era in aula. A sostenere l'accusa il pubblico ministero Walter Mapelli. Sul banco dei testimoni Alessandra Bennati.
Signora Bennati, conosce Enrico Ferrari?”, chiede Mapelli. “Sì, da anni. Quando ne avevo 17 siamo stati fidanzatini, adesso ne ho 62...”.
Ha ricevuto soldi da Ferrari?”.
Erano per un'attività nuova, un'impresa commerciale da vendere. Si, mi ha dato soldi”.
Quando e quanti?”.
Nel 2006, non ricordo la cifra”.
Duecentomila euro? E come glieli ha dati? Contanti o assegno?”.
Contanti. Ho ricevuto contanti in due o tre tranche”.

La pubblica accusa presenta alla Bennati un documento da cui risulta il prestito di 200mila euro e la partecipazione di Enrico Ferrari con 70mila euro a Calciolotto.
Che data ha il documento?”, chiede il presidente Alessandro Rossato. “Maggio 2008”.
I documenti sono due, uno inviato per fax è in bianco senza firme”, s'affretta a precisare Raffaele Delle Valle, legale dell'ex direttore.
Presidente Rossato: “Signora, lei ha visto il documento del 30 maggio con le firme manoscritte di Enrico Ferrari e Massimo Ferranti in cui lei chiede a Ferrari un ulteriore credito? Il documento è dell'agosto 2009”.
Quanto ha ricevuto?”, domanda Mapelli.
Alessandra Bennati: “200mila per Calciolotto che non andava bene...”. Presidente: “Lei dunque ha ricevuto 200mila euro che non ha restituito?”. “No!”.
Pubblico ministero: “A maggio 2006 lei riceve 200mila euro, 195mila euro in biglietti da 500 euro e un assegno di 5000 euro?”.
Sì!”.
Pm: “Dove li ha messi?”.
Presidente: “Signora, che attività ha?”.
Teste: “Compero film e poi ho attività riguardante i giochi. Calciolotto era un nostro brevetto”.
Pm: “C'è un problema. A maggio 2006 chiede il prestito di 200mila euro, a ottobre altri 200mila euro...”.
Mai ricevuti”, è la risposta.
Li ha ricevuti per Calciolotto”, insiste la pubblica accusa.
Bennati: “Per Calciolotto ho restituito 70mila euro. Mai avuti gli altri 200mila euro. Mai avuto da Ferrari alcuna richiesta di usura. Cico era un po' disperato...”.
Presidente: “Qual'era l'accordo base?”.
Prestandomi 200mila euro con il Calciolotto Ferrari ne avrebbe guadagnati 70mila”.
Pm: “Il primo prestito era per Calciolotto, ma il secondo non è partito... Il prestito del 2006 dove sta? Lei prende i soldi per Calciolotto e me li impiega in altre società. Cosa c'entrano quei soldi per le altre società”.
Bennati: “Oltre a Calciolotto 250mila euro. Ma non li ho estorti!”.
Mai nessuno le ha contestato che è stata estorsione”, precisa Mapelli.
Bennati: “Stavo facendo il Calciolotto, una macchinetta dove tu metti la data di nascita ed escono alcuni numeri che puoi giocare. Sa quante persone mi hanno detto d'aver vinto?”
Presidente: “Bastava inserire soltanto la data di nascita per vincere? Era una specie di indovino meccanico!”.
Bennati: “Era una macchinetta pazzesca...”.
Presidente: “Qual'era lo sviluppo potenziale del gioco?”.
Bennati: “L'accordo era con una società tipo la Lottomatica”.
Pubblico ministero: “Enrico Ferrari non compra che la compartecipazione? C'è la telefonata del 10 maggio 2012 in cui lei dice: tu non sei mio socio. E Ferrari: ascolta, mi devi dare 200mila euro più gli interessi”.
Bennati, alterata: “Lei non può dire che è usura!”.
Walter Mapelli, alzando la voce: “Non tocca a lei stabilire se è usura”.
Bennati: “L'intenzione era: io ti coinvolgo e tu mi dai il prestito. Prima o dopo si parla di partecipazione...”.
Pm: “In questo affare Ferrari era un socio. Le conclusioni non spettano a lei ma a noi!”.

Mostra alla teste (che riconosce la grafia) il manoscritto dell'ex direttore dell'Autodromo Nazionale di Monza con il riepilogo alla data del 14 maggio 2009 dove “è scritta la cifra degli interessi che lei deve riconoscergli”.
Pm: “Il documento è un riepilogo. A seguito di finanziamenti per Calciolotto...Non c'è stata partecipazione ma finanziamenti come scrive lo stesso Ferrari”.
Avvocato Della Valle. “La signora ha dato la sua interpretazione, la Gdf parla di fattura...”.
Mapelli: “Nel secondo foglio è scritto ben chiaro: interessi. Prima di rispondere la signora legga bene”.
Bennati: “Mai dato interessi...”.
Insiste Mapelli: “C'è stato un dare e un avere?”.
Risposta: “E' stato un buco pazzesco. Quello di Ferrari è stato un aiuto, Non è interesse...”.

A parte i 200mila euro, Calciolotto ha avuto altri soldi: le risultano 75mila 226 euro dalla società Quintopiano? - chiede la pubblica accusa - A noi non risultano contestati ma incassati. Ci sono insoluti per 54mila euro. Quindi si tratta di prestiti fuori da Calciolotto...”.
Affondo di Mapelli: “Ha rilasciato una procura a vendere?”.
Sì', a Ferrari per garantirlo che primo a poi lo avrei pagato”.
Pm: “Capitale più interessi o soltanto capitale?”.
Solo capitale”.
Pm: “Il problema di fondo è solo il capitale. Perché avete sentito la necessità di dare garanzia?”.
Bennati: “Ci parlavamo spessissimo...”.
Mapelli: “Il 7 maggio 2012 Enrico Ferrari le dice io voglio i miei soldi. Me lo comprate. Io voglio essere liquidato dei miei 300mila euro”.
Bennati: “Era suo interesse...”.
Mapelli: “E' partita come partecipazione alla società, se poi cambia, cambia tutto. Lei scrive: Cico, per tutto quello che hai fatto per noi ti diamo una compartecipazione”.

Avvocato Della Valle: “Da marzo 2006 al 2012, Ferrari vuole 300mila euro. Tutto il resto (riferito alle telefonate intercettate – ndr) è pettegolezzo. Non inventiamoci reati”.
Risposta del pubblico ministero: “Ci sono i documenti”.
Presidente Rossato: “Occhio e croce sono 16mila euro d'interessi all'anno”.

Ad una frase incomprensibile della Bennati che appare evidente su di giri Walter Mapelli risponde: “Che usura non è reato non lo decide né lei né noi. E' il Tribunale. E' vero, signora, che dopo la perquisizione a casa Ferrari lei s'incontra con lui? Qual era il problema?”.
Bennati: “Non me lo ricordo”.
Affondo di Mapelli: “Cosa voleva dire a Ferrari dopo il vostro incontro dell'11 giugno 2012? Vi aspettavate un arrivo della Guardia di finanza?”.
Sì, ce l'aspettavamo”.

Tocca quindi a Massimo Ferranti, marito di Alessandra Bennati testimoniare.
Mapelli: “Conosce Enrico Ferrari? Sa di prestiti ricevuti? Siete stati in partecipazione d'affari?”.
Sì. Mia moglie. Io sono ingegnere, adesso mi occupo di software. So che ha avuto prestiti, un aiuto per fare affari”.
Pubblico ministero: “Un conto è la partecipazione di capitali...”.
Ferranti: “Lei si riferisce al prestito per il quale Ferrari ha chiesto una minima garanzia?”.
Presidente: “Perché richiede la garanzia?”.
Lui la voleva e io ho firmato. Se mia moglie non restituiva, l'avrei fatto io. So che ha restituito poco”.

Si meraviglia il teste quando la pubblica accusa dice quanto ha prestato Enrico Ferrari. “Non immaginavo minimamente cifre simili, credevo si trattasse di piccoli prestiti. Un milione...sì, di lire. Insomma, mille, duemila euro... Non certo quel prestitone...”.
A quando risale il prestitone?”, chiede il presidente Rossato.
Pm: “30 maggio 2008”.
Teste: “In precedenza avevo firmato un altro documento”.
Avvocato Della Valle: “Quello di 200mila euro?”.
Teste: “Un altro documento. Questo che mi viene mostrato è il piano di rientro. Io avevo firmato solo il documento che garantiva la restituzione”.

Vengono fatti vedere al teste altri documenti e lui conferma d'aver firmato un solo documento nel 2006. E ribadisce di non aver mai saputo nulla del cosidetto “prestitone”.

Una volta vicino a Monza Ferrari mi consegnò una busta contenente soldi contanti che ho dato a mia moglie. Che uso ne ha fatto lei? L'affare (Calciolotto – ndr) era sfumato perché la società non aveva firmato il contratto e allora mia moglie li ha investiti in un'altra maniera”.

Presidente: “Agli atti c'è un assegno del Banco di Brescia. Assegno in bianco: è assegno del suo conto?”.
Teste: “No. Ero amministratore unico di Quintopiano. La firma non ci deve essere”.

Gli viene chiesto se conosce la società Giocaonline. “E' di mio figlio Massimo che ha il 92 per cento del capitale, il 5 è di Enrco Ferrari e il restante 3 di altra persona”.

Pm: “E' la società di famiglia? Perchè c'è Enrico Ferrari?”.
Teste: “La società andava bene e però aveva il debito con Ferrari ed io ho trovato giusto che avesse una partecipazione. Però io sapevo soltanto di piccoli prestiti, non di 300mila euro... Sapevo che mia moglie chiedeva a Ferrari prestiti; e penso anche li abbia restituiti, Sempre però cifre piccole”.

L'avvocato Della Valle esibisce lettera del 17 maggio 2006 scritta da Alessandra Bennati a Enrico Ferrari in cui dice che il prestito sarebbe avvenuto ratealmente.

Ti sei reso disponibile ad un nuovo prestito di 200mila euro – è scritto nella lettera – di cui 24mila già in nostre mani per 200mila da consegnare. 163mila in tre tranche... E il 31 giugno 2006: per garanzia dell'impegno poiché abbiamo la certezza della restituzione...”.
Teste: “Io mi fermo al documento del 17 maggio 2006, non riesco ad inquadrare il piano di rientro”.
Presidente: “Quindi il cosidetto prestitone era dato a rate?”.

Avvocato Della Valle: “Nell'intercettazione dell'8 giugno 2012 sua moglie dice che l'accordo per il prestito di 200mila euro prevedeva il guadagno dalla vendita del Calciolotto.. C'è poi la lettera del 20 maggio 2010 a Cico dove lei dice “il tuo impegno è stato generoso e corretto, mi sembrerebbe giusto che Sandra ti cedesse la sua partecipazione”.
Teste: “Lui, Ferrari, non è mai stato pressante”.

Walter Mapelli: “Dal momento che l'avvocato Della Valle ha citato la email del maggio 2010 io aggiungo che Ferrari risponde dicendo. “Voi dovete restituire il prestito...”.
Teste: “Sì, la mia opinione è che Ferrari si è comportato generosamente”.
Pm: “... in realtà d'aver preteso interessi eccessivi...”.
Teste: “Però il prestito ci consentiva di fare l'affare. La sostanza è questa. L'usura a me sembra eccessiva”.

Pm: “Ci sono telefonate imbarazzanti, uno scambio di opinioni imbarazzanti. E poi, mi scusi, può spiegarmi perchè sua moglie non ricorreva al prestito normale delle banche?”.

La domanda resta senza risposta.
Viene quindi chiamato il figlio della Bennati, Tommaso Ferranti, il quale si limita a dire che “Enrico Ferrari è stato coinvolto essendo un amico di famiglia”.
Ha prestato soldi oppure ha finanziato la società Giocaonline?”, domanda la pubblica accusa.
E' stato un investimento di capitale e però non conosco i dettagli”.

A Mapelli che ripropone la domanda: “Perchè sua madre non si rivolgeva alle banche se aveva necessità di prestati?” è l'avvocato Della Valle a rispondere. “Cercava qualcuno che gli desse i soldi gratis”.

Nel corso dell'udienza per chiudere il capitolo relativo a Davide Galbiati, custode dell'ingresso principale dell'Autodromo a Vedano al Lambro sono stati sentiti Luigi Panzera e il figlio Roberto della Royal Service e Claudio D'Ambrosio della società OTS che si occupava di sicurezza.

La mia società che prima era una cooperativa ed ora è una srl, ha iniziato il rapporto con Sias nel 1953. Il nostro compito iniziale era la gestione della biglietteria con la vendita dei biglietti oltre ai servizi di controllo delle aree di ospitalità e del paddock – spiega Luigi Panzera che con un esposto ha dato l'avvio all'inchiesta della Procura -.Tutto è filato liscio fino a quando non ci siamo rivolti alla direzione segnalando la presenza di spettatori in possesso di pass per le manifestazioni senza averne titolo. Risultato? Al secondo reclamo Enrico Ferrari ha deciso di sospenderci dal servizio per qualche mese. Salvo poi richiamarci”.
In occasione della gara superbike del 2008 trovammo spettatori in possesso di biglietti fotocopiati - continua Roberto Panzera -. Spesso durante il controllo all'ingresso del paddock o delle tribune capitava di trovare spettatori in possesso di biglietto ridotto anziché intero, di un solo biglietto per due spettatori o pass di cui non sapevano dare giustificazione credibile. Episodi tutti segnalati a Ferrari o a Daniele Galbiati in direzione gara col risultato che nel 2008, dopo l'episodio della superbike, ci fu riconosciuto un minor introito rispetto alla cifra fatturata”.

Perché le lamentele?”, chiede Walter Mapelli.
Ci fu detto da Enrico Ferrari che eravamo troppo fiscali. Noi però compivamo un servizio di controllo e va ricordato che il biglietto acquistato ha anche il valore di assicurazione. E nel caso fossero sorti problemi, esempio un'auto che investe lo spettatore nel paddock, ne avremmo dovuto rispondere noi”.

Pubblico ministero: “Avete constatato molte anomale situazioni?”. “Praticamente ad ogni manifestazione. Quando c'erano problemi contattavamo Daniele Galbiati in direzione gara e la risposta era sempre la stessa: chiudete un occhio, fateli passare. Più pubblico faceva contenti gli sponsor, il gestore del bar e del ristorante, dei negozi...”.

Il legale di Davide Galbiati chiede a Roberto Panzera di spiegare come è nato l'esposto alla Procura. “Delle problematiche situazioni che c'erano in Autodromo abbiamo parlato col presidente Paolo Guaitamacchi esprimendo a lui le nostre perplessità. Anche quelle relative ai bagarini che stazionavano fuori dagli ingressi e addirittura in occasione di gare importanti come il Gran Premio e la Superbike arrivavano a chiedere il nostro intervento durante la vendita affinchè garantissimo che il biglietto da loro venduto era valido. Ovviamente rifiutandoci e sempre segnalando queste situazioni”.

Conferma la massiccia presenza dei bagarini Claudio D'Ambrosio della OTS che in occasione del Gran premio di Formula 1 metteva a disposizione per la sicurezza fino a 800 uomini. “Si, era nostro compito allontanarli segnalandoli alla Guardia di finanza. Venivano da Napoli, da Bergamo. C'erano molti pugliesi”.

Il processo è stato aggiornato al 21 maggio.
Deporranno come testi l'ex presidente Paolo Guaitamacchi e torneranno per il controinterrogatorio dei legali Pietro Mazzo ed Enrico Radaelli.

A margine dell'udienza l'informazione che l'apertura delle buste relative al bando per la sicurezza indetto da Sias al quale hanno partecipato 5 società avverrà il 7 aprile. Vale a dire tre giorni prima dell'inizio della stagione motoristica previsto il 10 aprile con la gara internazionale del Blancpain GT Endurance Series.
E che a calendario è stata inserita per il 2-3 maggio la seconda prova del Campionato italiano Supermoto, che utilizzerà un tracciato alternativo alla pista stradale che non ha l'omologazione della Federazione Internazionale (FIM) e di quella italiana (FMI).

 

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