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Processo Carate Nostra. Mazzetta da 150mila euro a un politico, i contanti consegnati a Massimo Pirovano

di Pier Attilio Trivulzio

Massimo Pirovano aveva chiesto ai soci della Bre srl di sborsare 37.500 euro ciascuno per pagare “ad un politico” una consulenza che avrebbe fatto diventare edificabile il terreno di via Tagliamento a Carate Brianza inserito nel Parco della Valle del Lambro e soggetto a “pesante” vincolo ambientale .

Nel giro un mese i soci, per contanti, avevano versato a Pirovano la loro quota. Quel terreno ed i limitrofi – di proprietà della famiglia Giussani - non erano assolutamente edificabili “senza una modifica della normativa del Piano dello stesso ente”, scrive il consulente al pubblico ministero Donata Costa.

Il preliminare di vendita del terreno di via Tagliamento era stato stipulato nel novembre 2008 con Massimo Pirovano che interviene quale promesso acquirente “non per sé ma per persona o società che si riserva di indicare all'atto notarile. All'epoca quel terreno risultava già inserito in zona residenziale edificabile e parte a prato verde. Doveva però essere approvato il Pgt. Prezzo del terreno calcolato in 200 euro al metro cubo edficabile. Nuova scrittura privata nell'ottobre 2009 “a parziale modifica del preliminare già sottoscritto”.

Viene dato atto dell'intervenuta approvazione del Pgt e tuttavia il rogito è subordinato “all'approvazione della variante del Piano della Valle del Lambro nella quale detta area dovrà risultare edificabile a tutti gli effetti e senza alcun tipo di vincolo”. Prezzo convenuto 1,5 milioni di euro da pagarsi al rogito.

Altra scrittura privata nel maggio 2011 dove i fratelli Giussani conferiscono incarico di mediazione per la vendita immobiliare del terreno a Massimo Pirovano e alla Geos di Altobelli Maurizio e C. Quest'ultimo è consigliere comunale a Carate. Il prezzo lievita e da 1.5 milioni a 1,750milioni di euro con una provvigione del 15% per i mediatori. Viene steso un nuovo contratto preliminare con la Bre srl i cui soci sono Massimo Pirovano, Maurizio Altobelli, Walter Longoni e Giorgio Giussani. Amministratore della società è Modesto Pirovano.
Considerato che saranno necessari due anni per l'approvazione della variante Pirovano propone di vendere il terreno a 1,9milioni di euro di cui 1,650 pagati dall'acquirente ed euro 250mila da pagarsi a Pirovano in due tranche da 100mila e 150mila euro. I 150mila euro sono l'esborso per il “pagamento a un politico per il cambio destinazione del terreno”.

Sulla “mazzetta” al politico c'è disaccordo tra i fratelli Giussani e Pirovano, quest'ultimo con una mail del 14 aprile 2011 scrive “il Parco aspetta una risposta da noi”. Quattro giorni dopo sempre Pirovano dà l'ultimatum a Giorgio Giussani. “Forse è meglio chiarire il concetto, se lo chiudianmo noi il terreno è edificabile, altrimenti devo dare al parco l'ok per farlo restare agricolo anche a fronte del vincolo messo dalla Regione. Se i tuoi fratelli non vogliono prorogare il contratto io lascio perdere ed il terreno resta agricolo e non diventerà mai più edificabile perché c'è un vincolo pesante della Regione Lombardia”.

La mail finisce anche a Maurizio Altobelli. Assieme a quella del 30 maggio successivo: “Se non diamo notizie nelle prossime ore mi sa che lo perdiamo per sempre, soldi compresi”.

Quei 150mila euro sono stati davvero pagati in contanti dai soci in tre tranche in busta bainca chiusa consegnata a Massimo Pirovano (che come Maurizio Altobelli ha patteggiato). La conferma si è avuta in aula nel corso dell'ultima udienza dove gli indagati hanno detto d'aver consegnato i soldi a Pirovano e non aver mai chiesto nulla all'avvocato Antonino Brambilla – che secondo Pirovano avrebbe avuto il potere di far togliere il vincolo.

Avete dato incarico a Brambilla?”, domanda il pm Donata Costa a Giorgio Giussani: “Mai parlato con lui. Solo con Pirovano”.

Avete dato indicazioni per togliere il vincolo?”.
No, noi avremmo costruito vicinissimo a via Tagliamento. Su un terreno di famiglia avremmo costruito 60 appartamenti, c'era in corso una variante...Pirovano millantava, mio fratello Roberto l'ha detto subito anche alla Guardia di finanza”.

Al teste l'avvocato Ivan Colciago che difende l'avvocato Antonino Brambilla chiede se lo conosce. “Da 20 forse 25 anni. Ma non lo vedevo e non ho mai avuto rapporti con lui. I rapporti con Brambilla li aveva Pirovano e li voleva tenere solo lui”.

Maurizio Altobelli è il dominus del piano. Aveva rapporto col sindaco Pipino e con l'assessore all'urbanistica Sisler - . dichiara Antonino Brambilla -. Come consigliere gestiva il Pgt. Era perito agrario, non ingegnere. Era il gestore del piano; poi si è capito l'anomalia: era richiesto nelle società immobiliari. Lo dice lui stesso ammettendo d'aver corrisposto somme di danaro a Sisler”.

Coglie l'occasione l'avvocato Brambilla per togliersi qualche sassolino dalle scarpe, Maurizio Pirovano e l'architetto Giorgio Aldeghi l'hanno fregato due volte.

Aldeghi, che conosco soltanto perchè é mio vicino di casa, ebbe da Bricoman l'incarico di progettzione di 200mila euro e 50mila per la consulenza giuridica. A me anziché 50mila ne ha dati soltanto 20mila che ho regolarmente fatturato”.

Mai avrei accettato di svolgere una consulenza per una cosa impossibile come togliere quel vincolo del Parco per via Tagliamento”, conclude Brambilla.

Il sequestro delle quote della Bre srl, l'indagine della Procura per quel terreno di via Tagliamento, la banca che vuole il rientro immediato di una fidejussione mentre Pirovano e Altobelli sono in cacere , fornitori che si fanno avanti e vogliono essere pagati. Un bruttissimo periodo per l'industriale caratese Walter Longoni titolare della ben avviata Omnia Piega con 20 dipendenti e sviluppo in Francia, Inghilterra ed una società in Cina. Gli dev'essere costato molto dover essere in aula a raccontare quel ciclone che l'ha distrutto tra l'altro in un momento in cui le sue condizioni fisiche erano precarie.

Industriale che ha investito nell'immobiliare 6/700mila euro con un paio di società a Pescara e altrettante in Brianza. Di cui si è sempre occupato Massimo Pirovano. “Con lui ho sviluppato un rapporto fiduciario che risale al 1993-1994. Analizzavamo le proposte e io poi mi disinteressavo. - racconta - Chiedevo soltanto a fine anno: abbiamo guadagnato, perso o pareggiato? Con la Bre srl abbiamo gestito anche una grossa operazione a Seregno. Con Brambilla ci siamo conosciuti in occasione di un terreno che il Comune voleva espopriare ed abbiamo anche fatto grandi litigi. Poi mi ha lasciato una piccola fetta per far entrare i camion in azienda... Dopo i fatti dell'aprile 2012 ho incrociato Altobelli e gli ho chiesto la cortesia di passare: non lo ha mai fatto. Con Brambilla ci vediamo ed ancora adesso se mi chiede soldi glieli do. Mettere in dubbio che quei soldi non erano destinati alla consulenza di Brambilla mi sembrava irrispettoso. Non mi faccio problemi a capire come sono state le cose. Ci ho messo un muro”.

Ripresa del processo il 22 gennaio dalle 10.30. Le discussioni del pubblico ministero il 6 febbraio.

 

Processo Vivacqua. Non c'è l'avvocato, scena muta di Calogero Licata. La testimonianza dei carabinieri di Desio

di Pier Attilio Trivulzio

Dopo trentadue mesi di carcere Calogero Licata Caruso, braccio destro di Paolo Vivacqua, ha deciso di parlare. Con una lettera inviata alla Procura di Monza ha fatto sapere d'essere disposto “a dire delle cose” ed allora Donata Costa, pubblico ministero del processo in Corte d'Assise lo ha fatto accompagnare lunedì in aula.
L'amministratore della Loviro sr che firmò al Comune di Carate la richiesta per la trasformazione dei terreni di via Marengo lungo la statale Valassina per essere, poi, ceduti alla Bricoman Italia per 5,1 milioni di euro s'è accomodato sulla sedia dei testimoni, ha letto la formula di rito ed alla domanda del presidente Giuseppe Airò che gli chiede “Lei si chiama?”.
Licata”, risponde il teste.
Presidente: “Nome?”.
Il teste resta muto.
Presidente: “Neanche il nome? Licata e basta?

Licata: “Do le generalità ma in carcere non è arrivato il sollecito...”.
C'è opposizione dell'avvocato Sala che difendere Antonio Radaelli: “Il teste è attualmente imputato nel processo di Milano per il 416...”.

Pubblico ministero Donata Costa: “Lei, Licata, ha scritto che voleva dire delle cose...”.
Licata Caruso: “Chiedo l'assistenza dell'avvocato”.
Presidente, dopo essersi consultato con i colleghi e i giurati popolari: “La Corte dice che vuole sentire Licata”.
In attesa che arrivi il legale ad assistere il braccio destro di Paolo Vivacqua viene escusso il tenente Luigi Di Puorto dei carabnieri di Desio. Chiamato dall'accusa in sostituzione del capitano Cataldo Pantaleo impossibilitato ad intervenire.
Non rinuncio al teste Pantaleo”, tiene a dire Manuela Cacciuttolo, avvocato che difende Germania Biondo, ex moglie del rotamat di Ravanusa.

Il teste esordisce raccontando brevemente dell'intervento nell'ufficio di Desio il pomeriggio del 14 novembre 2011 e quindi, su domanda della pubblica accusa, passa a descrivere l'intervento del 16 -17 giugno 2012 nel box di via Mariani a Desio “dov'era appena deceduta nel corso di una rapina una persona per arma da taglio”: la consuocera da Paolo Vivacqua, Franca Lo Jacono.

Si è trattato di una rapina degenerata. C'erano numerose tracce di sangue, subito pensammo che uno dei partecipanti alla rapina era rimasto ferito. Contattammo tutti gli ospedali della Lombardia per sapere se qualcuno si era fatto medicare e dal pronto soccorso dell'ospedale di Desio. Abbiamo avuto conferma che tale Radaelli Antonino o Antonio si era presentato. Rintracciamo il Radaelli presso la sua abitazone e lui si giustificò dicendo d'essersi tagliato con un coltello affettando delle cipolle. Però nella cucina non c'era no residui di cipolle... Dalle macchie di sangue lasciate vicino alla sua abitazione deducemmo che non era uscito dalla casa per andare al pronto soccorso ma era rientrato. Ricostruimmo l'accaduto individuando il giorno dopo Antonino Giarrana di cui fu trovata dai Ris una traccia dattiloscopica sul sedile dell'auto della Lo Jacono, e Raffaele Petrullo. Il movente? Una rapina per impossessarsi di una valigia piena di denaro”.

A fine luglio 2012 il maresciallo di stazione Cosentino acquisì notizie che facevano riferimento a Paolo Vivacqua e alla Lo Jacono. L'annotazione ci dava come possibile movente una vicenda intrafamiliare: l'astio tra Paolo Vivacqua e l'ex moglie Germania Biondo. Compimmo accertamenti anagrafici e catastali relativi ad un box per quanto riferito dalla fonte”.

Gli avvocati Monica Sala e Manuela Cacciuttolo si consultano scambiandosi la seconda nota acquisita dai carabinieri di Desio nel marzo 2013 che presenta analogie riguardo al movente; ma differisce in quanto non accenna a dissidi tra Vivacqua e l'ex moglie bensì ad una relazione extraconiugale.

Verificammo con il capitano Pantaleo sia la prima che la seconda notizia e poiché c'erano analogie decidemmo d'informare la Procura di Monza ed ottenuto il benestare acquisimmo i tabulati del traffico telefonico intestati ai due soggetti (Germania Biondo e Diego Barba – ndr). In particolar modo abbiamo controllato le celle che monitorizzano il traffico telefonico relativo a via Bramante d'Urbino a Desio e via Donizetti di Carate, via Marconi di Gessate (sede della FV Metalli – ndr) e le celle poste allo svincolo autostradale di Agrate, alternativa stradale per andare a Gessate. I dati del traffico telefonico li abbiamo analizzati con il programma Sfera che consente di collegare tra soggetti e luoghi. Abbiamo monitorato il traffico telefonico da settembre a novembre 2011”.

Donata Costa: “Quali riscontri avete avuto da questo lavoro?”.
Il dato più interessante? Che l'omicidio di Paolo Vivacqua non è stato improvvisato ma pianificato e organizzato”.

Su domanda dell'avvocato Cacciuttolo il tenente Di Puorto dice: “Relativamente al 14 novembre 2011 (giorno dell'uccisione di Paolo Vivacqua – ndr), i tabulati ci danno un dato da noi percepito anomalo: Giarrana e Radaelli, pur non lavorando, si sentono nelle prime ore del mattino. Poi c'è un lasso di tempo di un paio d'ore senza contatti. Dopo le 11.30 ci sono contatti tra Giarrana, La Rocca e Barba. Il medico intervenuto fa risalire la morte di Vivacqua attorno alle 11-11.30. Mi chiedete se ci sono contatti con Cascardo? (Attilio Cascardo investigatore privato – ndr) Non so, rischierei d'essere impreciso. Sicuramente vi era l'utenza di Barba”.

Il tenente dei carabinieri di Desio, su domanda specifica, aggiunge poi “Dall'esame dei tabulati non emergono contatti tra Biondo Germania e Diego Barba, da intercettazioni ambientali più attente verificammo che non si sentivano direttamente. Dalla verifica dei dati seguiti alla seconda nota informativa e all'autorizzazione della Procura ad intercettazioni ambientali e telefoniche dell'estate 2013, scoprimmo che i contatti telefonici o con sms tra Barba e la Biondo avvenivano tramite Aronica Luisa. Utilizzavano una terza persona per evitare di fare emergere la loro relazione sicuramente di tipo sentimentale. Sicuramente c'era stato tra loro un incontro amoroso, e il fatto che Diego Barba s'interessava all'attività della Biondo a Sovico. Organizzammo anche un'attività di pedinamento dentro un bar... Il tentativo di negare la loro relazione era stato motivo della spedizione punitiva nel 2010 da parte dei figli e di Paolo Vivacqua in Sicilia. Barba era stato aggredito anche fisicamente”.

Alla richiesta dell'avvocato Monica Sala di “riferire le differenze tra le due note informative del 2012 e del 2013 “dal momento che lei ha parlato di analogie” il presidente interviene: “Ora il teste non può riferire!” E però il tenente dice: “C'erano elementi comuni, c'erano i nomi della Biondo. Abbiamo attenzionato oltre alla Biondo, La Corte Giuseppe, Randazzo Angelo...”.

Non riferisca! Non possiamo fargli dire chi erano questi...” - ammonisce il presidente Airò.
Ad altra domanda del legale che chiede quali tabulati sono stati acquisiti nell'estate 2013 il teste precisa: “Ventitre o ventiquattro tabulati intestati a soggetti attenzionati: Biondo, Barba, Radaelli, La Rocca, Guttuso Gino, Giuseppe La Corte, Attilio Cascardo...”.

Insiste l'avvocato Sala chiedendo se, rispetto alla prima informativa le dichiarazioni di Guttuso Gino raccolte anche alla presenza del capitano Pantaleo erano diverse. “Che deve dire?”, domanda il presidente rivolto all'avvocato. “Se si sono arricchite dal momento che Guttuso è stato sentito nel corso dell'incidente probatorio”.

– è la risposta -, io però non ho fatto indagini, se n'è occupato il pool con i marescialli Azzaro, Fornaro e Mosca”.

E' quindi l'avvocato Paolo Sevesi che difende Diego Barba a porre le domande: “La prima informativa faceva riferimento ad un box?”.

Sì, abbiamo fatto indagini anagrafiche e catastali sul box di via Forlanini. Ci siamo limitati a questo. Oltre a qualche accertamento sul posto, rilievi fotografici in via Forlinini e Agnesi. Di fatto in merito al box si poteva desumere ma non è stato chiaramente individuato”.
Lei ha detto che l'omicidio di Vivacqua sarebbe maturato diversi mesi prima, sarebbe stato pianificato. Avete riscontri?”.
Sì, lo dicono gli esami fatti sui tabulati fatto col programma Sfera”.

L'avvocato Frigerio difensore di Salvino La Rocca chiede: “Sono stati fatti accertamenti sulla persona anziana di cui la sera stesa dell'omicidio ha parlato Lavinia Mihalache verbalizzata in sua presenza?”.
Anziano? Dovebbe essere una delle persone che sono state allontanate e poi sentite”.

Il presidente dà notizia che l'avvocato che doveva assistere Calogero Licata Caruso non può venire. “Io rinuncio al teste. Se volete sentirlo senza difensore...”, dice il pm. Viene deciso di convocarlo per un'altra udienza.

Riprende l'escussione del teste Luigi Di Puorto il quale precisa che la Compagnia di Desio si è occupata dei primi due giorni d'indagine sull'uccisione di Paolo Vivacqua per poi passare tutto alla Compagnia di Monza e che soltanto dal 2013 Desio è tornata ad occuparsene.
Avete fatto indagini su Carmelo d'Angelo? (sindaco di Ravanusa - ndr)”, domanda l'avvocato Cacciuttolo.
Non ricordo”.

Avete coltivato la pista degli affari siciliani di Vivacqua?”.
Ribadisco che noi come Compagnia di Desio abbiamo operato soltanto per due giorni nel 2011 quando è stato trovato ucciso Vivacqua quindi tutti gli atti sono passati a Monza e sono tornati a Desio soltanto nel marzo 2013”.

Le risulta l'episodio della testa di agnello lasciata davanti alla casa dei Vivacqua nel 2009?”.
Non ricordo l'episodio”.

Le risulta che c'era un'altra fonte? La nota del colonello Selmi”. “Incidentalmente. L'ho saputo per caso. Non c'è stato mai chiesto nulla sull'omidicio”.

Da intercettazioni ambientali nella caserma di Desio il 14 novembre risulta che Licata Caruso e i figli di Vivacqua parlano del libro paga su cui l'ucciso annotava i prestiti. Avete fatto indagini?”.
Sicuramente loro si ponevano tante domande. Parlavano in dialetto siciliano, io essendo di Agrigento ho trascitto le registrazioni. Per risponderle dovrei leggere il verbale”.

Chi è Gino Guttuso?”.
E' un cittadino di Desio che ha precedenti per reati contro il patrimonio e per stupefacenti. E' sottoposto ad affidamento in prova perché partecipa ad un programma di recupero”.

E' la volta dell'avvocato Sevesi. “Le risulta che nell'ufficio di Vivacqua fosse installata una registrazione audio-video?”.
No, nessuna. Per altre indagini doveva essere installata. Avevamo contattato in merito la Guardia di finanza di Gorgonzola, ci era stato risposto che c'era il decreto, ma che il momento non era propizio”.

Avvocato Sala: “C'erano computer nell'ufficio e se sì sono stati oggetto d'esame?”.
Il primo sequestro è stato fatto da noi e non ne abbiamo sequestrati. Non sono in grado di dire se sono stati esaminati i contenuti”.

“Dal momento che non risultano agli atti documenti che parlano del contenuto dei computer...”, chiosa il legale.

L'ultima domanda al tenente Di Puorto la pone il presidente Airò. “Nel 2013 come avete fatto le indagini?”.
Indagine tecnica con intercettazioni ambientali, colloqui in carcere ed intercettazioni anche sul cellulare della Polizia penitenziaria. Quindi avute altre notizie abbiamo compiuto indagini anagrafiche e catastali”.

Dopo un'ora e mezza di escussione, il militare dell'Arma viene licenziato ed a deporre viene chiamato il brigadiere Pasquale Arciglione, carabiniere in servizio di Desio.
Dovendo parlare con un funzionario, il 10 giugno 2013 ero andato in Comune a Desio e ho visto nel bar di fronte Germania Biondo con un uomo dalla barba molto curata. Anche se personalmente non lo conosco ho riconosciuto Diego Barba. La Biondo è uscita per prima dal bar e poco dopo Barba che era andato alla cassa a pagare. Rientrato al comando ho riferito quanto avevo visto. Ed ho notificato alla Biondo di presentarsi. Precedentemente, nell'aprile 2013 avevo svolto un controllo per la verifica su un auto di Salvino La Rocca, Germania Biondo e Diego Barba”.

Tocca quindi al maresciallo in congedo Giuseppe Mosca che relativamente all'omicidio Vivacqua tornò all'indomani in via Bramante d'Urbino per sentire gli abitanti del civico 15. “Avevo un elenco di persone, persone tranquille che non avevano sentito i colpi. Alcune non c'erano o non avevano nulla da riferire”, dice. Anche a lui viene chiesto se intende riferire il nome della fonte relativa alla nota del marzo 2013. “No – è la scontata risposta -. Ho fatto accertamenti e riscontri sul box indicato dove compariva un cartello affittasi”.

Gli viene chiesto se conosceva Germania Biondo e Diego Barba. “Sì, la Bondo dal 2002 o 2003, mia moglie gestiva un esercizio e lei era cliente. La conoscevo ma non avevo mai svolto indagini su di lei. Conoscevo anche la moglie di Barba perché anch'essa frequentava l'esercizio di mia moglie. Di Barba sapevo che nel 2004-2005 era in rapporti d'affari con Paolo Vivacqua a Lissone”.

L'avvocato Angelo Pagliarello difensore di Giarrana domanda se può riferire delle abitudini di vita di Giarrana e Radaelli. “Sa come questi soggetti passavano la vita?”.
Si, stavano assieme a Desio, al bar di via Roma. Oltre a questo bar? Non stavamo dietro a Radaelli e Giarrana...”.
Giarrana frequentava una donna?
Non so”.

Avvocato Sevesi: “ Il 15 marzo 2013 la fonte confidenziale fu contattata da lei o dal maresciallo Azzaro?”.
Entrambi eravamo presenti”.
Le ricordo che lei era in carcere quel giorno. Era libero da servizio o in borghese a Desio?”.
Non è tenuto a rispondere”, interviene il presidente.
Se non vuole dire la fonte, ricorda invece d'essere stato in carcere quel giorno?”. Altro intervento del presidente.

Il difensore domanda se conosce Diego Barba.
Ci conosciamo da dieci anni. Ci siamo visti ma non frequentati. Faceva l'elettricista, nel 2010 ha aperto un'agenzia investigativa. Chiese se potevamo intercedere con i colleghi di polizia avendo presentato richiesta per ottenere il porto d'armi”.

Per la sua agenzia investigativa, Barba si è mai rivolto a lei? Ha mai collaborato, fornito delazioni?”.
Una sera mi chiamò dicendomi che era scattato l'allarme nel suo deposito che era a fianco di un deposito di Vivacqua. Era aprile o maggio. Mi disse che i figli di Vivacqua stavano spaccando il muro di un locale che era stato appena perquisito dalla Guardia di finanza”.

L'avvocato Frigeri pone domande sul sistema Sfera in grado di localizzare il luogo da dove parte una telefonata. “Può succedere che una cella abbia un margine di errore?”.
Può agganciare una cella vicina?”, interviene il presidente Airò.
Sì, può essere”, risponde il teste.
Per dimostrare in concreto che l'errore è possibile, il difensore di Salvino La Rocca prende i documenti 324 e 326 agli atti e argomenta: “Quel giorno, il 3 novembre 2011 alle 15.20, il documento 324 indica La Rocca al passaggio a livello di via Sabatelli a Seregno; secondo il documento 326 alle 15.26 è in piazza Battisti alla Torre civica di Carate. Dunque 6 minuti tra i due posti. Produco un elaborato Michelin che parla di 12 minuti per compiere il tragitto. E' un caso? Visto che conosco la zona escludo ci si possa mettere 6 minuti per fare quel percorso. Sempre dai tabulati di Sfera è stato riscontrato che l'omicidio è stato organizzato e pensato a lungo?

Teste: “Si, dai tabulati!”.

Alla richiesta se oltre ai tabulati sono state fatte altre indagini la risposta è “No”.

Altra domanda: “Sa che la moglie di Salvino La Rocca lavora a Carate?”.
No!”.

Dal momento che lei all'indomani dell'omicidio ha sentito gli abitanti del palazzo di via Bramante, sa se è stata identificata la persona anziana che Lavinia Mihalache ha visto nell'ufficio di Vivacqua?”.
Non è stato identificato”.

Non può dare risposta all'avvocato Cacciuttolo che chiede conto del telefono DGL Mobil 2TE con sim dell'operatore svizzero di Paolo Vivacqua perchè “è stato consegnato alla Compagnia carabinieri di Monza”.

La Corte non ha l'elenco, avete fatto controlli negli alberghi e se sì quali sono stati i nomi controllati?”.
Sì a Desio, Muggiò, Lissone. Nessun nominativo sospetto”.

E Gangarossa Diego?”.
Abbiamo fatto servizio appostamento al funerale e visionato le registrazioni delle telecamere del Comune di Desio. Le registrazioni non sono state consegnate al pubblico ministero”.

Quali persone avete individuato al funerale?”.
Sossio Moccia, Marrone, Maro Infantino, Zema, Cannarozzo, ce n'erano molti...”.

Quante volte avete raccolto le dichiarazioni di Guttuso Gino?”.
Alla risposta tutt'altro che convincente del teste, l'avvocato mostra il verbale del 15 marzo 2013 - agli atti - riguardante l'incidente probatorio alla presenza del pm Donata Costa nella casa circonadariale di Monza su cui è scritto “presente il brigadiere Mosca”.

Avete sentito Carmelo D'Angelo e Bottaro Angelo?”.
No”.

Anche a lui il legale chiede della testa d'agnello lasciata a Desio davanti alla casa dei Vivacqua nel 2009.
La risposta è: “Mi sembra di sì, c'era in corso un'indagine ma e non è normale che io non ne sappia nulla dato che in quel periodo stavo facendo indagini per “Infinito” . Forse la testa d'agnello l'hanno lasciata davanti ad una casa in un altro Comune”.

Un'ultima domanda: “Le risulta che un cellulare intestato a Ilona Vasapolli era stato dato da Mario infantino in uso a Paolo Vivacqua?”.
Le indagini sono state fatte dalla Compagnia di Monza. Non posso rispondere”.

Tocca all'ultimo teste: Valentina Commaudo, moglie di Antonio Vivacqua che in Tribunale è stata accompagnata dal padre e da Davide Vivacqua, il minore dei figli da un paio di settimane rimesso in libertà. E' la figlia di Franca Lo Jacono uccisa nel giugno 2012 da Giarrana e Radaelli.
Ho conosciuto Antonio nel 1999, ci siamo sposati nel 2004. Nel 2011 ho iniziato ad occuparmi della Royal Aste con sede a Sesto San Giovanni, l'immobile era di Germania Biondo”.

Racconta: “Nei giorni precedenti l'uccisione, mio suocero portò tre persone a vedere il capannone. Mi disse che uno era calabrese e me lo indicò. Chiesi se intendevano rilevare l'attività. Poi ti spiego, fu la risposta. Di quelle persone avevamo una casella di posta spagnola”.

Pm: “Conosceva i fratelli di Lavinia Mihalache?”.
Forse li ho visti dopo la morte di mio suocero a casa di Lavinia. Non corrispondono alle persone venute a Sesto San Giovanni”.

Conosceva Diego Barba?”.
Anni prima, quando il mio primo figlio aveva due anni Barba era rimasto per un certo periodo, un mese o due, a casa dei miei suoceri. Aveva installato un allarme in casa nostra, poi mio padre aveva fatto eseguire i lavori da altra persona”.

Le viene chiesto dell'episodio accaduto in Sicilia nel 2010.
Eravamo in vacanza. Davide e Antonio sospettavano una relazione della loro madre col Barba. Chiedono alla madre e lei non dà risposte e allora vanno a casa del Barba e l'aggrediscono. Paolo, che era in Spagna con Lavinia, torna in Sicilia e dice a Davide e Antonio che vuole scoprire se Germania e Barba si scambiavano messaggi e chiederà a Barba il permesso di controllare il cellulare. Se la cosa è vera e hanno una relazione non finisce qui, dice ai figli. Altrimenti mi metto in ginocchio e gli chiedo scusa. Due giorni dopo i carabnieri vennero a casa, a Ravanusa, per una perquisizione: cercavano una pistola che non è stata trovata. Di quell'episodio Barba ha fatto una denuncia che è poi stata ritirata”.

Dopo questa situazione c'è stata riappacificazione?”, chiede Donata Costa.
No, non ha avuto esito”.

E tra Paolo Vivacqua e i figli?”.
Piano piano si sono rassegnati. Parlava con Davide e Gaetano, non con Antonio che ha incontrato il padre alla Fiera di Rimini tre giorni prima d'essere ucciso”.

L'avvocato di parte civile Daria Pesce domanda: “Valentina, nel corso del tempo in che rapporti era con sua suocera?”.
Dopo il 20 aprile 2012 io e mia suocera parlavamo, poi via via i rapporti si sono raffreddati fino alla morte di mia mamma”.

E' stata minacciata?”.
Mia suocera (Germania Biondo – ndr) mi prese per un braccio dicendomi: devi dire ad Antonio, stai attento a quello che fai! Dopo questo episodio ho visto mia suocera al funerale e ai colloqui in carcere”.

Su domanda specifica, la Commaudo dichiara: “Nel 2003 Antonio mi disse: mia madre vuole andarsene via. Un giorno del settembre 2013 ho visto l'auto della Biondo e quella di Barba davanti ad una cartoleria. C'era il forte sospetto ci fosse un legame tra i due”.

Le viene chiesto se conosceva Antonino Giarrana e Salvino La Rocca.
Giarrana no, Salvino sì. Per lavoro. Diego Barba e Salvino la Rocca erano presenti al mio matrimonio”.

Rivela che il giorno prima del funerale del padre “Antonio mi disse di sospettare di tutti”.

Ha mai contestato fatti specifici?”, interviene il legale di parte civile per Lavinia Mihalache, Franco Gandolfi.
No, aveva fiducia nelle indagini”.

E su questa ipotesi della relazione contestata?”.
Mai”.

Sa se suo suocero registrava su un libro le somme prestate?”.
Tante volte Antonio glielo chiedeva e Paolo rispondeva: sono fatti miei!”.

Aveva rapporti con Lavinia Mihalache?”.
Prima i rapporti erano a zero. Quando nacque Nicolas la Biondo mi disse, oggi è un brutto giorno: è nato il bastardo. Fino alla morte di Paolo con lei non abbiamo avuto rapporti. Paolo, col telefonino, ci aveva mandato la foto del figlio Nicolas”.

Valentina Commaudo tornerà a deporre alla ripresa del processo, il 12 gennaio 2015.

 

Seregno - Barazaghi dopo aver minacciato di morte Fabrizio Gatti chiede 27 milioni di risarcimento

di Fabrizio Gatti, articolo originale da blog Espresso 
Vicepresidente di Confindustria minacciò di morte giornalista dell’Espresso. Ora gli chiede 27 milioni di risarcimento

La reazione di Mario Barzaghi, allora vicepresidente di Confindustria della provincia di Monza e Brianza, intervistato sui suoi affari con una società poi sequestrata perché paravento del clan dei Casalesi. Anche un sindaco della Lega e un ufficiale dei carabinieri, soci di Barzaghi, hanno avviato cause civili: «Siamo stati danneggiati dall’inchiesta».

Scusate se devo scrivere di me stesso. Ma quel giornalista sono io.Minacciato di morte e bloccato per un’ora nell’ufficio di Mario Barzaghi, imprenditore e cavaliere del lavoro, allora vicepresidente di Confindustria della provincia di Monza e Brianza. Era successo mercoledì 10 aprile 2013. E qui sotto potete vedere quell’intervista e come è finita.
GUARDA Le minacce riprese dalla telecamera
 

Qualche giorno fa ho saputo, dal suo atto di citazione, che Mario Barzaghi ora mi chiede 27 milioni. Per l’esattezza, 26 milioni e 900 mila euro: «Condannare… al pagamento in favore del cav. Mario Barzaghi dell’importo di euro 15.000.000,00, di Effebiquattro spa (una sua società) della somma di euro 10.000.000,00, di Immobiliare Stefania (un’altra sua società) della somma di euro 1.000.000,00 a titolo di risarcimento del danno», è scritto nell’atto di citazione. Segue la richiesta di altri 900 mila euro a carico del «Gruppo Editoriale l’Espresso».
La storia in breve: l’allora vicepresidente di Confindustria di Monza, attraverso l’Immobiliare Stefania, il sindaco leghista di Seregno, Giacinto Mariani, e il capitano dei carabinieri, Luigi Spenga, loro attraverso due stretti familiari e un’anonima fiduciaria, aprono una società per importare pannelli fotovoltaici dalla Cina. E per la loro installazione, stringono un accordo con un’altra società. Agli industriali della zona si presentano con la stessa carta intestata: la «+Energy», la sigla che unisce Barzaghi, sindaco e capitano, e la «Simec». Alcuni mesi dopo, l’11 ottobre 2012, la «Simec» viene messa sotto sequestro dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere perché accusata di appartenere da lungo tempo alla costellazione di imprese dei boss dei Casalesi.

GUARDA L’ex amministratore unico della società di Barzaghi-Mariani-Spenga rivela a «Seregno Tv» il ruolo del sindaco della Lega e del capitano dei carabinieri.

Dopo la pubblicazione dell’inchiesta dell’Espresso, l‘Arma dei carabinieri, totalmente estranea, ha immediatamente trasferito il capitano di Seregno. Mario Barzaghi si è dimesso dalla carica di vicepresidente provinciale di Confindustria. Matteo Salvini, futuro leader nazionale della Lega, ha invece tenuto in piedi il suo sindaco nonostante le dimissioni in blocco, per protesta contro lo scandalo, di tutti i consiglieri comunali leghisti.
Ora Barzaghi, dopo le minacce nei miei confronti ripetute anche davanti ai carabinieri, invece di prendersela con se stesso o con i suoi ex soci, il sindaco e il capitano, o il prestanome dei Casalesi con cui hanno firmato accordi, se la prende con me. E chiede un risarcimento tale che, se il giudice del Tribunale di Monza dovesse dargli ragione, impegnerebbe me, la mia famiglia e i miei nipoti per non so quante generazioni a lavorare per lui.

Anche il sindaco della Lega, Giacinto Mariani, chiede soldi. Nella sua causa civile la richiesta è di 400 mila euro: «Consumata la fase acuta dell’epidemia virale scatenata dai veleni messi in circolo da L’Espresso», è scritto nell’atto di citazione, «cosa è emerso dai gravi e fantasiosiaccostamenti del Sindaco Mariani alla malavita propugnati nell’articolo? Nulla. Nulla, e ancora nulla. Non solo Giacinto Mariani all’epoca dei fatti non era nemmeno iscritto al registro degli indagati ma, ad oggi, non è neppure destinatario di alcuna accusa di alcun tipo». Come se l’etica di un buon amministratore pubblico fosse dettata solo dal codice penale.

E pure il capitano Luigi Spenga chiede soldi: 500 mila euro di risarcimento più gli interessi. Certo, se perfino il comandante di una compagnia dell’Arma entra in società attraverso i familiari con il sindaco della città e si mette nelle condizioni di non accorgersi delle infiltrazioni della criminalità, potremmo alzare tutti bandiera bianca. Ma va aggiunto che l’Arma in questo pasticcio in salsa brianzola non c’entra nulla.
Barzaghi, Mariani, Spenga sostengono che non potevano conoscere le attività passate e future di Ugo Cincotto, l’amministratore della Simec. Ma infatti nessuno ha accusato i tre di essere consapevoli di cosa esistesse dietro la Simec. Ovviamente qualunque cittadino ha il diritto di ricorrere all’autorità giudiziaria. E anche il diritto di critica, che il sindaco della Lega ha così esercitato in una conferenza stampa poche ore dopo la pubblicazione dell’inchiesta dell’Espresso: «Dietro sicuramente c’è una scelta strategica di massacrare la mia persona, l’amministrazione e tutte le cose che ho fatto e sto facendo contro la mafia. Stranamente più alzo l’attenzione nei confronti della lotta alla mafia e più… cercano di denigrare la mia persona». Come se chi scrive fosse al servizio dei mafiosi.

Viviamo in un «Paese che ha certamente bisogno di cambiamenti, ivi compresi quelli di cultura e di coscienza», sostiene l’ex vicepresidente provinciale di Confindustria nel suo atto con cui chiede i 27 milioni. Ha ragione. Ma ancora una volta si tenta di colpire chi racconta la realtà. Anche quando dà fastidio.

LEGGI La storia integrale è raccontata nell’inchiesta: «IN BRIANZA TRA LEGA E CLAN. Il sindaco, il numero due della Confindustria locale, il capitano dell’Arma. In affari con i Casalesi. I segreti del modello Seregno».

 

Processo per le tangenti di “Carate Nostra”. Via Tagliamento area a coltivo. Poteva costruire solo un imprenditore agricolo

di Pier Attilio Trivulzio

E' durata soltanto 40 minuti, giovedì, l'udienza in Tribunale davanti al Collegio 3 (giudici Pansini, Centonze, Colella) per il processo “Carate Nostra” che vede imputati l'avvocato Antonino Brambilla, unico presente in aula, Giorgio Giussani, Angelo e Calogero Miceli e Walter Longoni.

Non si è parlato delle tangenti pagate dal rotamat Paolo Vivacqua a politici e professionisti locali per rendere edificabili con il Pgt del 2009 i terreni agricoli a ridosso della Valassina, ma di quelli di via Tagliamento che fanno parte del Parco della Valle del Lambro - per il cui cambio di destinazione sarebbe stata pagata una tangente di 150mila euro - e del ruolo di Walter Longoni nella società 3I srl, interessata all'area di via Tagliamento e che ha edificato una palazzina in via Padova.

Erano stati chiamati a testimoniare l'architetto Fabio Conca che non si è presentato, e il professor Paolillo del Politecnico di Milano che su incarico dalla Regione Lombardia si era occupato del Parco Valle Lambro che però risulta ricoverato. Il pubblico ministero Donata Costa ha detto “se sarà possibile sentirlo in modo diverso dal codice lo farò, altrimenti rinuncio alla sua testimonianza”.

Su domanda dell'avvocato Alessandro D'Addea il commercialista Modesto Pirola ha spiegato il suo rapporto professionale con Walter Longoni. “Lo conosco dal 2008 - ha esordito il teste -. Aveva abbandonato il suo commercialista e si era rivolto a me per una consulenza fiscale. Ha un'azienda, la Omnia Piega di Carate che occupa 25 persone ed ha un fatturato variabile dai 2,5 ai 4milioni di euro. L'attività tessile è principale per Longoni, come complemento ha società immobiliari, ne ha 7 o 8 ed io ne seguo 3 o 4”.
Può quantificare l'investimento di Longoni nel settore immobiliare?”, chiede il legale.
E' un investimento a rotazione variante tra i 500 e gli 800 mila euro. Non sono a conoscenza per quanto riguarda le altre società immobiliari, quelle che curo io dal punto di vista fiscale e contabile so che utilizzava Massimo Pirovano persona che conosce da 20 anni e che gli seguiva il lato tecnico. Longoni investiva e alla fine chiedeva se l'investimento era andato bene o male”.

Spiega che “nel settore tessile Walter Longoni è molto puntiglioso, si occupa dell'azienda a 360° mettendosi anche personalmente a tagliare i tessuti, nel settore immobiliare è invece soltanto un socio finanziatore. Vista l'aria che tirava gli avevo consigliato di uscire dal settore, a ciò vanno aggiunti nel 2009 suoi grossi problemi di salute e problemi nell'Omnia Piega. E' stato per lui un periodo maledetto”.

Nel settore immobiliare ha cercato di fare dismissioni – aggiunge -, si era dato tempo 3-4 anni. In un paio di società si è tolto. Tutto è successo il 12 luglio 2012 quando, colpo di fulmine a ciel sereno, per ordine della Procura quattro società sono state sequestrate. Io e lui soli abbiamo dovuto affrontare la situazione: un socio era sparito in Svizzero, altri erano stati arrestati. Siamo stati assaliti dalle banche che ben sapevano che da lui avrebbero portato a casa qualcosa. Dopo il 12 luglio abbiamo fatto il punto sui fornitori che chiedevano d'essere pagati e non sapevamo se davvero andavano pagati perché di questo problema se ne occupava Pirovano. C'era anche il custode giudiziario, ci siamo interfacciati con lui”.

Avvocato D'Addea: “Ci sono creditori che avanzano pretese?” .
Sì, anche perchè c'era una fidejussione che l'avvocato della controparte ha escusso ed allora le banche si sono fatte avanti”.

Problemi con i soci?”.
No, eravamo troppo presi da questa situazione, abbiamo cercato di preservare le società immobiliari”.
Depone quindi l'architetto Leopoldo Motta all'epoca dei fatti responsabile dell'urbanistica del Parco Valle Lambro. “Ho fatto la verifica dei 35 Comuni che ora sono diventati 36, in base al piano del 1997 e poi del 2000, che è quello attualmente vigente. Un lavoro di setaccio per verificare la disciplina dell'area, ovvero se c'erano incongruenze. Che ho poi indicato al Comune di Carate e alla Polizia Giudiziaria. Ricordo che il piano territoriale approvato dalla Regione Lombardia prevale. Potrebbe però valere quello del Pgt se più restrittivo”.

Non ha dubbi l'architetto Motta quando gli viene chiesto dell'area di via Tagliamento. “E' un'area coltivo”.

Su domanda del pubblico ministero il teste dice che “con l'ingresso del 36° Comune, Cassago si farà un piano unico. Se così non fosse occorrerebbe rifare il piano per tutti i Comuni e l'approvazione finale spetta alla Regione Lombardia”.

Come mai è stato conferito un incarico diciamo privato all'avvocato Brambilla?”, domanda il pm.
L'incarico è stato conferito dal precedente direttore per un affiancamento giuridico”.

Alla richiesta se avesse esaminato l'elaborato dell'avvocato Brambilla il teste risponde “”, aggiunge “Non so” quando gli viene chiesto se il Piano di governo del Territorio del Parco Valle Lambro sarà quello preparato da Antonino Brambilla.
Inevitabile arriva la domanda sull'area di via Tagliamento. “E' zona di coltivo – ribadisce l'architetto -. Stando alle normative vigenti per le area agricole solo un soggetto che ha la qualifica di imprenditore agricolo può costruire lì”.

E' ammissibile la realizzazione sull'area di un'opera di servizi ospedalieri, una casa per anziani?”.
L'ospedale sì. Però dovrei verificare le normative vigenti”.

Alla prossima udienza – l'8/a - del 19 dicembre deporranno l'architetto Giancarlo Parma, responsabile dell'Urbanistica del Comune di Carate e gli architetti Fabio Conca, Giuseppe Calardo, Enrico Mengo, Rosanna Ghiringhelli. Il 9 gennaio 2015 ci sarà l'esame degli imputati e verrà chiamato l'ex Assessore all'urbanistica, Sandro Sisler. Il 22 gennaio le conclusioni.

 

Monza - Processo Vivacqua. La passione di Paolo per il pirodistilgasogeno, un impianto anche in Romania

di Pier Attilio Trivulzio

Con l'aiuto di politici locali Paolo Vivacqua era in procinto di avviare a Ravanusa un modernissimo impianto di riciclaggio di rifiuti in grado di trasformare l'immondizia in elettricità; al tempo stesso pensava di costituire in Romania una società con lo stesso scopo sociale.

A vedere l'impianto “con un geometra e un amico venuti dalla Sicilia”, l'8 ottobre 2011 Vivacqua era andato, non a Orzinuovi come aveva detto in aula l'avvocato Loreno Magni bensì a Montichiari dove ha sede la “Piromak srl”; a fine ottobre (week end dei morti) era stato in Romania con la compagna Lavinia Mihalache ed era andato a vedere un grande immobile vicino a Bucarest che aveva deciso d'acquistare fissando con la proprietà un appuntamento per il 18 novembre. Per il viaggio aveva già acquistato i biglietti aerei.


L'11 novembre, per prendere ulteriori accordi sulla disponibilità dell'impianto di pirodistilgasogeno, era andato a visitare “Ecomondo”, alla Fiera di Rimini. Viaggio fatto in compagnia di Salvatore Grasta, Nicola Licata Caruso e Enzo Infantino sulla Bmw a cui la Guardia di finanza di Gorgonzola aveva piazzato la “cimice”.

E' tanto preso da questo business dell'immondizia, che, il 14 novembre, alle 9.28 e alle 10.34 ne parla con il sindaco di Ravausa Carmelo D'Angelo; alle 10.23 e alle 10.34 con Angelo Bottaro. Alle 10.51 è lui che chiama Domenico Tanfoglio, titolare della “Piromak srl”, dicendogli d'avere fretta di concludere perchè “il 29 scadono i fondi che la Sicilia mette a disposizione e bisogna fare tutto in giornata”. E' l'ultima telefonata del rotamat. Sette colpi di calibro 7,65 lo raggiungono, cade a terra dietro la scrivania nell'ufficietto di via Bramante d'Urbino a Desio, il cellulare ancora in mano, la sciarpa al collo e mille euro nel portafoglio.

Per la Procura di Monza l'omicidio sarebbe stato commissionato dalla ex moglie di Vivacqua, Germania Biondo. Processo in Corte d' Assise.

Il motivo, una presunta relazione con l'elettricista aspirante investigatore Diego Barba che si sarebbe rivolto a Salvino La Rocca il quale avrebbe assoldato come killer Antonino Giarrana e Antonio Redaelli. In diverse telefonate intercettate la Biondo parla delle difficoltà economiche in cui versa da quando Paolo Vivacqua è andato a vivere con la giovane compagna Lavinia Mihalache e non provvede al suo sostentamento.

Ora però emergono nuovi elementi. Raccontati dal colonello Marco Selmi nell'udienza scorsa che combaciano con la deposizione della teste Elena Pricop, in servizio dal 12 settembre al 17 novembre 2011 come domestica e baby sitter nella casa di Carate Brianza dove Paolo Vivacqua viveva con Lavinia Mihalache e il piccolo Nicolas. Ammette la Pricop d'avere avuto un rapporto difficile con Lavinia che però le avrebbe fatto imbarazzanti confidenze come quella di un infermiere dell’ospedale di Desio con cui Lavinia, avrebbe intrecciato una relazione. “Bisogna sempre avere una soluzione di riserva”, le avrebbe detto Lavinia.

Dalla deposizone emerge la fragile personalità della Pricop che dal 2006, lasciata la Romania, viene in Italia e però, continuamente, cambia posto. Ha un figlio 13enne di cui sente la mancanza e allora lo fa venire a Desio.
Piange in aula quando il presidente Giuseppe Airò le chiede “Perché Lavinia non era contenta di lei?”.

Un difensore le ricorda d'avere dichiarato: “Dopo la morte di Paolo Vivacqua Lavinia mi minacciò dicendomi di stare attenta a quello che dicevo”.

Le viene chiesto della presenza in Italia dei fratelli di Lavinia pochi giorni giorni prima della morte di Vivacqua. “– conferma -. Uno dei fratelli sarà venuto cinque o sei volte nei due mesi che sono stata a servizio. Dormiva in casa. Era venuto perché Paolo doveva incontrare un americano e lui avrebbe fatto da traduttore. Ricordo che una sera che stavo preparando la cena ho visto il fratello sul terrazzo in compagnia di due uomini”.

Interviene il pubblico ministero Donata Costa che legge dichiarazioni a verbale. “Dopo il viaggio in Romania i fratelli di Lavinia sono venuti in Italia con un'auto nera con targa rumena. Ho lavorato fino a sabato 12 novembre e in casa c'erano le loro valigie. Il lunedì non ho più visto né i bagagli né loro”.

Dei due uomini e dell'auto nera con targa rumena aveva parlato nella precedente udienza il colonello Marco Selmi della Guardia di finanza facendo riferimento ad una informativa.

Depone Salvatore Longo, carabiniere della stazione di Campobello di Licata, chiamato da Diego Barba il 17 agosto 2010 dopo essere stato aggredito e picchiato da Antonio e Davide Vivacqua. “Avendo trovato la porta di casa aperta avevano aggredito a calci e pugni il Barba, avevano anche un bastone”, riferisce il teste che precisa d'essere stato contattato direttamente dal Barba sul suo cellulare dopo che questi aveva informato dell'aggressione il comando di stazione. “Due giorni dopo Barba mi ritelefonò dicendomi d'avere una forte preoccupazione perchè la ex moglie, Germania Biondo lo aveva avvisato che Paolo stava tornando in Sicilia e che possedeva una pistola”.

La telefonata di Barba la ricevetti alle 16.44, alle 23.02 mi richiamò dicendomi che Paolo Vivacqua, previo avviso, s'era presentato a casa sua accompagnato da Calogero Licata Caruso (cognato di Diego Barba – ndr) minacciando di morte lui e i suoi figli. Non farti trovare in giro, gli aveva detto, mandi i messaggi sul cellulare a mia moglie”.

Su domanda dell'avvocato Paolo Sevesi difensore di Diego Barba l'appuntato riferisce della sua conoscenza con Barba. “Lo conosco dal 1995, frequentava la chiesa Evangelica di cui io sono ministro del culto. Era elettricista e possedeva un'agenzia di assicurazioni. Ha sempre avuto la passione per le indagini”.

Gli affari portavano Paolo Vivacqua ad avere rapporti con personaggi legati alla 'ndrangheta. Come Domenico Zema arrestato nell'ambito dell'inchiesta “Infinito”, riarrestato e indagato 416bis nell'inchiesta “Tibet” assieme al rotamat di Ravanusa Giuseppe Vinciguerra, dal luglio 2011 braccio destro del gruppo 'ndranghetista comandato da Giuseppe Pensabene.

In aula Zema racconta dei suoi rapporti d'affari con Paolo Vivacqua interessato all'acquisto di un immobile a Cesano Maderno e di un terreno a Carugo a cui era interessato anche Giuseppe Vinciguerra. Ammette d'aver ricevuto finanziamenti e di dovere ancora 200mila euro. “Se i figli me li chiederanno...”.

Tocca a Mario Infantino che con Paolo aveva acquistato un bar a Muggiò e viene fuori il nome di Antonio Robertone detto “Ciccio Panza” appartenente al clan 'ndraghetista dei Mancuso, in carcere per droga.

Depone quindi l'investigatore Attilio Cascardo il quale dice d'avere avuto dal socio Diego Barba l'incarico di sorvegliare Paolo Vivacqua. “Sorveglianza e pedinamento che la cliente Germania Biondo aveva chiesto alla fine del 2010 per dimostrare l'infedeltà coniugale del marito che abitava ancora con lei ma la sera non era mai a casa. Una questione di corna”.

Però un vero e proprio mandato dalla cliente dice di non averlo ricevuto, d'aver fatto soltanto un paio di sorveglianze e alla contestazione sulla cifra richiesta il teste dà risposte diverse rispetto a quelle verbalizzate e soprattutto una serie di intercettazioni dimostrano che sta raccontando una diversa verità.

Gli viene chiesto di spiegare i suoi rapporti con il carabiniere Sossio Moccia e di Vincenzo Battistello in servizio alla Polizia giudiziaria di Monza.

Aveva altri rapporti con personale della Guardia di finanza e con Attilio Santoro con il quale ha avuto una conversazione quando Santoro ex onorevole stava a Roma?”, chiede il pm Donata Costa.
Non lo sentivo da diverso tempo...”.
Lei lo sente nel 2012, perchè? Avevate interessi comuni?”, insiste la pubblica accusa. “E' un ex onorevole indagato per il 416 bis...”.

Qual è la rilevanza in questo processo?”, domanda l'avvocato Manganelli, difensore di Salvino La Rocca.
Volevo capire se Attilio Santoro era a conoscenza – legge il pm - Volevo metterlo al corrente di alcune cose, metterli in regola per duemila euro. Era il 2012...”.
Aveva una scuola serale...”, risponde l'investigatore.

E lei organizza una trasferta in Calabria?” chiede il pm.
L'onorevole me lo aveva chiesto, se ci sono persone che vogliono prendere il diploma pagano duemila euro”.
Non demorde la pubblica accusa: “Cosa è andato a fare in Calabria? Chi è Franco Manca e che rapporti aveva con l'onorevole Santoro?”.
Risposta: “Manca è un commercialista calabrese con cui dividevo un ufficio”.
Con questo Franco Manca lei va in Calabria dall'onorevole Santoro per vedere che cosa?”.

L'investigatore perde la sua sicurezza. E' in evidente imbarazzo. Dice soltanto: “Era una cosa in più...”.
Non è convinta Donata Costa, che, probabilmente, chiamerà nuovamente Cascardo sul banco dei testimoni.

Anche Battistello sfila in aula e racconta della sua conoscenza con Cascardo e Barba. “Davanti al palazzo di giustizia di Monza Cascardo mi disse di avere elementi da portare in Procura perché la moglie di Vivacqua voleva fare arrestare Paolo e i figli. Dopo un paio di giorni mi disse: ho già fatto tutto io con un colonnello della Guardia di finanza di Lodi che conosco”.

Subito dopo le deposizioni di Attilio Cascardo e di Vincenzo Battistello, con una dichiarazione spontanea, Diego Barba tiene a precisare di “non aver fatto né indagine e neppure pedinamenti. L'incarico di Germania Biondo alla società di Cascardo era per una consulenza e io non mi sono mai messo in mezzo”. In merito a quanto dichiarato da Battistello dice invece che “fa confusione con altra signora”.

In merito alla fonte confidenziale che indicò la signora Biondo come mandante dell'omicidio ha deposto il maresciallo Giovanni Cosentino. “Mi limitai a fare accertamente anagrafici su Gino Guttuso e sulle sue frequentazioni in un bar di Desio luogo di ritrovo di pregiudicati”.

Elena Pricop sarà nuovamente chiamata a testimoniare. Alla prossima udienza del 15 dicembre sono previsti come testi Calogero Licata Caruso, il capitano Cataldo Pantaleo che coordinò le indagini e Valentina Commaudo, moglie di Antonio Vivacqua e figlia di Franca Lo Jacono uccisa da Antonino Giarrana e Antonio Redaelli nel box di Desio. Per questo fatto Giarrana e Redaelli sono già stati condannati.

 

Seregno - La 'ndrangheta, Giacinto Mariani e le famiglie come le altre

di k.ts.

Martedì, conferenza stampa del sindaco. L’occasione della sua convocazione é stata la sentenza di assoluzione nel processo milanese che ha visto Giacinto Mariani imputato con l'accusa di appropriazione indebita.

La notizia del processo era stata pubblicata da Infonodo.org ed era caduta nella settimana del voto per il rinnovo del Parlamento Europeo, dove Mariani era candidato per la Lega Nord.
Nell’articolo, oltre al rinvio a giudizio, affrontavamo anche la questione della campagna elettorale di Giacinto Mariani e il video del suo spot elettorale girato nella panetteria Tripodi a Seregno (vedi Seregno - Il sindaco a processo per appropriazione indebita).

La conferenza stampa - alla quale non eravamo stati invitati - ci ha dato finalmente la possibilità di chiedere al sindaco sull’opportunità di girare lo spot elettorale proprio nella panetteria della famiglia Tripodi, coinvolta in inchieste di ‘ndrangheta.

Alla nostra domanda Giacinto Mariani ha risposto convinto: “E’ una panetteria come tutte le altre, è una famiglia come tutte le altre di Seregno, ha un’attività legale sul territorio. Lei ce l’ha un’attività sul territorio?” 

Nel processo Infinito, in cui il comune di Seregno si è costituito parte civile, Antonino Tripodi che fa il panettiere è stato accusato di associazione mafiosa e di far parte della locale di ‘ndrangheta di Desio. É stato condannato a cinque anni di reclusione in primo grado con sentenza confermata in appello per detenzione illegale di armi clandestine (alcune con matricola abrasa).

Nella sentenza si legge:

Tripodi Antonino, detto Nino, è un soggetto incensurato, titolare, insieme al padre, di un panificio a Seregno, presso il quale all'epoca dei fatti svolgeva effettivamente attività lavorativa.
E' coniugato con Pio Francesca, nipote di Pio Candeloro (condannato a 21 anni di reclusione e considerato capo della locale di Desio - ndr).
La madre di Tripodi, Crea Teresa, è sorella di Crea Paolo, menzionato quale capo locale di Desio, nella sentenza emessa dal Tribunale di Milano in data 21 ottobre 1997 a conclusione del processo denominato "l fiori della notte di San Vito, ed è nipote della moglie di Pio Domenico (condannato a 16 anni di reclusione, locale di Desio - ndr).
Sono state intercettate una serie di conversazioni telefoniche che documentano i rapporti del Tripodi con Pio Candeloro, con Sgrò Giuseppe (locale di Desio - ndr), con Sgrò Eduardo (locale di Desio - ndr), con Polimeni Candeloro (condannato a 11 anni di reclusione, locale di Desio - ndr).
I dialoghi captati sono neutri quanto alloro contenuto, perché attengono tutti a forniture di pane (che in particolare Pio Candeloro omette di pagare) all' organizzazione di partite di calcetto e ad incontri di carattere conviviale, ma la frequentazione da parte di Tripodi di più soggetti intranei al locale di Desio ha indubbiamente un valore indiziante rispetto alla sua partecipazione al delitto associativo”.

Antonino Tripodi viene assolto dall’accusa di far parte del locale di ‘ndrangheta di Desio perché scrivono i giudici:

Gli elementi indizianti a carico dell'imputato, costituiti dalla frequentazione di soggetti intranei al locale di Desio e dal concorso nella detenzione di armi ed esplosivi quali quelli descritti, pur essendo precisi e concordanti, non raggiungono la rilevanza della prova certa perché non sono tra loro correlati da quell'anello che li avrebbe dotati di univoca significatività, costituito dalla riferibilità delle armi al locale di Desio, i cui esponenti sono gli unici imputati con cui risulta che il Tripodi abbia avuto un rapporto.
Conseguentemente l'imputato deve essere assolto dal delitto ascritto al capo l) per non avere commesso il fatto”.

Ed è giusto che sia così. Siamo in uno stato di diritto e per togliere la libertà a una persona ci vogliono prove certe.

Qui però non stiamo parlando della situazione processuale di Antonino Tripodi, né stiamo parlando di qualcuno che va a comprarsi un chilo di pane in panetteria o a bersi un caffé, qui stiamo parlando del sindaco di Seregno, Giacinto Mariani, che decide in campagna elettorale di legare la sua immagine a quella della famiglia Tripodi, legata a sua volta da vincoli parentali a una serie di soggetti di notevole spessore criminale.

In un nord Italia, visto che Mariani correva alle europee nella circoscrizione Nord Occidentale (Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia), dove varie inchieste hanno dimostrato come il voto mafioso e ‘ndranghetista sia in grado di influenzare le elezioni.

In politica i simboli sono importanti, non soltanto quelli stampati sulle schede elettorali. Per la ‘ndrangheta i simboli sono importanti, basti pensare al valore che danno alle loro iniziazioni.
Un sindaco che fa campagna elettorale nel locale di un pregiudicato* coinvolto in un inchiesta di ‘ndrangheta, imparentato con un boss locale, è un simbolo che in Calabria leggono benissimo.

In una Brianza che ha una presenza ‘ndranghetista radicata sarebbe ora che si imparasse anche qui a leggere certi segnali.

Nell’ordinanza dell’inchiesta Insubria, ultima operazione contro la ‘ndrangheta in Lombardia di qualche settimana fa, il Giudice per le Indagini Preliminari, Simone Luerti, scrive nel paragrafo Linee di tendenze dell'operatività del sodalizio criminale in Lombardia:

“La 'ndrangheta è radicata nel territorio lombardo, cioè ne costituisce una presenza stabile e costante. Ciò ovviamente ne determina una forma di visibilità e riconoscimento”.

“Si è pertanto superata la logica della infiltrazione, intesa come sporadico inserimento dei mafiosi in traffici illeciti e ad essa è subentrato il radicamento. Alla logica degli affari è stata affiancata la logica della appartenenza; al modello di azione tendente al profitto si è unita una modalità operativa finalizzata all'esercizio del potere; agli interessi individuali delle singole "locali" e dei singoli appartenenti si sono affiancati gli interessi collettivi dell' organizzazione criminosa”.

“Il radicamento della 'ndrangheta in Lombardia determina la presenza di una condizione di assoggettamento e omertà diffusa, frutto della forza di intimidazione che promana dall'associazione mafiosa armata e radicata sul territorio lombardo”.

“L'associazione ha per scopo la commissione di reati (estorsioni, usure, delitti contro il patrimonio in generale, omicidi, altri delitti contro la persona, traffico di rifiuti, favoreggiamento di latitanti, incendi, recupero crediti con modalità intimidatorie), l'acquisizione di attività economiche, l'inserimento in competizioni elettorali al fine di procurare voti a soggetti poi disponibili ad esaudire i desiderata del sodalizio mafioso nonché il conseguimento di vantaggi ingiusti”.

“Tra le condizioni di contesto che hanno consentito il radicamento della 'ndrangheta in Lombardia vi è la disponibilità del mondo imprenditoriale, politico e delle professioni (cioè il cosiddetto capitale sociale della 'ndrangheta) ad entrare in rapporti di reciproca convenienza con il sodalizio mafioso”.

In modo coinciso si può dire che la ‘ndrangheta in Lombardia si va ormai costituendo come vero centro di potere che attrae verso sé settori borghesi.
I centri di potere, anche se criminali, non si possono affrontare solo con le armi del codice penale. La Brianza ha bisogno di una classe politica che consideri la presenza della 'ndrangheta nel territorio come una vera e propria emergenza sociale ed economica, un nemico per la democrazia.

In Brianza di politici "capitale sociale della ‘ndrangheta" se ne sono visti troppi.

Quando Giacinto Mariani parla a sproposito di killer e di bombe relativamente ad articoli sul nostro sito, si dovrebbe ricordare che le armi e gli esplosivi - quelli veri - stavano nel box di Antonino Tripodi che per quelle armi e quell’esplosivo è stato condannato, vedi sotto.
 

Tripodi Antonino


 ** Nell’ordinanza di custodia cautelare dell’inchiesta Tibet di quest’anno che ha individuato in Giuseppe Pensabene il nuovo reggente della locale di Desio, i nomi della famiglia Tripodi, di Antonino Tripodi e della sorella Isabella compaiono in un passaggio significativo.

Scrivono gli inquirenti:
“Ulteriori elementi rivelatori dello “spessore” criminale di GIORDANO Fausto derivano dai suoi contatti con alcuni altri pregiudicati calabresi già emersi nell’ambito dell’indagine “Infinito”, e ritenuti vicini alle locali della ‘ndrangheta di Seveso e di Desio (MB), quali ALAMPI Giuseppe e TRIPODI Antonino .

Con riferimento a TRIPODI Antonino alias “Nino”, detenuto in forza del provvedimento restrittivo emesso nel procedimento penale “Infinito”, alle ore 15.45 del 22.07.2011, GIORDANO Fausto veniva chiamato da TRIPODI Isabella alias “Isa”, sorella di TRIPODI Antonino, che utilizzava la scheda cellulare n. xxx, che gli faceva gli auguri di compleanno. GIORDANO manifestava il suo “rispetto” verso la famiglia TRIPODI, chiedendole informazioni sullo stato giudiziario del fratello TRIPODI Antonino”.

Isabella Tripodi (una delle danzatrice dello spot elettorale del sindaco di Seregno) compare anche nel consiglio di amministrazione dell’immobiliare Metro Quadro srl.
Secondo gli inquirenti la società era di fatto riconducibile a Fausto Giordano e da questi messa a disposizione di Giuseppe Pensabene.
Giuseppe Pensabene e Fausto Giordano sono stati arrestati a marzo di quest’anno. Sono imputati ai sensi dell’art. 416-bis di associazione mafiosa oltre ad altri reati tra cui usura e riciclaggio.

Monza - L'ex sindaco di Roncello doveva 700mila euro a Paolo Vivacqua. Quarta udienza del processo per l'omicidio del rotamat

di Pier Attilio Trivulzio

Non è stata un'udienza tranquilla quella del 24 novembre scorso. In aula non sono mancati i momenti di tensione.
C'è stato anche un momento in cui il presidente Giuseppe Airò, ha dovuto fare la voce grossa e “rimproverare” i legali, nel rispondere alla richiesta dell'avvocato Cacciuttolo, difensore di Germania Biondo, che chiedeva di rinviare alla prossima udienza l'escussione del teste Martella, acquisendo però la relazione redatta dallo stesso maresciallo della GdF di Gorgonzola.

La pubblica accusa aveva invece espresso la volontà di sentire il teste “che era teste principale al processo di Milano e riferisce sull'attività di Vivacqua un anno prima dell'uccisione. Chiedo quindi, non essendone a conoscenza, di sentire cosa dice”.

Il presidente decide: “Anch'io non ho la relazione tra gli atti, sentiamolo e scopriremo in diretta. Se ci sono problemi si può rinviare il controesame”.
Il teste Martella riferisce di crediti che Paolo Vivacqua vantava: 46mila euro prestati al camerunense Louis Paul Anguini, defunto marito dell'avvocato Antonella Savarino, dei 700mila euro che gli doveva Stefano Monzani, sindaco di Roncello dal 1999 al 2009, il quale voleva fare il compromesso per due immobili a Trezzano Rosa. “Da intercettazioni e da un documento sequestrato nell'ufficio bolognese dell'avvocato Loreno Magni – riferisce il maresciallo della Gdf - per garantirsi il credito dalle banche Stefano Monzani voleva costituire e farsi nominare amministratore di società estere
A domanda aggiunge “che Monzani è riferibile a Erica Group immobiliare”, società cancellata di cui l'avvocato Magni si occupava, tanto che – come aveva riferito il legale in una precedente udienza - alla chiusura dell'attività aveva convinto i Vivacqua ad assumere alla FV Metalli con funzioni di segretaria la signora Belotti.
In questo momento voglio contanti, no immobili”, dice Vivacqua in una intercettazione.
Durante le indagini, precisa Martella, abbiamo scoperto che “Monzani , con la moglie, aveva quote in società inglesi”.

Processo difficile quello dell'uccisione di Paolo Vivacqua.

Dei cinque imputati, in quattro udienze, abbiamo sentito soltanto la voce di Diego Barba, l'aspirante investigatore privato che per la Procura avrebbe allacciato una liaison con Germania Biondo ex moglie del rotamat siciliano salito al nord e stabilitosi in Brianza.

Dal gabbio Diego Barba ha chiesto la parola per precisare che lui della società Vibi srl, nel 2003, era sì uno dei soci con capitale di 12.500 euro “soltanto perché il signor Paolo Vivacqua, di cui ero amico d'infanzia, mi aveva chiesto la cortesia di mettermi nella società visto che necessitavano nove soci e ne mancava uno. Io allora ho detto: costituisco la società e mi fai socio, dopo un paio di mesi mi tolgo. E così è stato. Per i Vivacqua mi sono soltanto occupato dell’installazione nei loro immobili di impianti elettrici e telecamere”.

Dagli atti dei processi, quello di Milano per le società cartiere e le false fatturazioni e questo di Monza sull'omicidio, emerge un Paolo Vivacqua non in attrito con i figli Antonio e Gaetano, bensì un padre ben contento di vedere che il primogenito, Antonio, aveva deciso di seguire le sue orme (vedi Il sogno spezzato di Paolo Vivacqua: un impianto in Sicilia per trasformare in oro i rifiuti) costruendo sui terreni agricoli seminativi alle spalle del capannone della FV Metalli di Gessate acquistati dalla Gestim srl un impianto tecnologicamente all'avanguardia in grado di sfornare energie alternative: il pirodistilgasogeno invenzione dell'ingegnere Domenico Tanfoglio titolare della bresciana Piromak srl.

Padre e figlio s'erano infatti ritrovati alla Fiera di Rimini per “Ecomondo” l'11 novembre 2011, tre giorni prima che Paolo venisse ucciso.

Per trasferire i terreni agricoli seminativi di Gessate Antonio Vivacqua aveva costituito in Svizzera la Jet Web che doveva poi, in un secondo momento, cedere capitale e immobili ad una società ad hoc negli Stati Uniti.

Si torna anche a parlare dei debiti di Domenico Zema – il 1. dicembre sarà teste in aula – che ammonano a 250mila euro; alle telefonate di corteggiamento di uno spasimante, cinese, di Germania Biondo che chiama usando però usando un cellulare con carta sim intestata ad un pachistano.
E poi, quando un carabiniere in servizio al Comando di Monza sfila come ultimo teste s'assiste ad una girandola di sim estere infilate e sfilate nei cellulari in uso alla intera famiglia Mihalache.

Sim di operatori spagnoli, moldavi, rumeni, svizzeri, ukraini.

Usate da Lavinia, da Carmi, da Eduard.
Spunta tal Roberto Santambrogio, amante o ex di Lavinia.

L'uomo dell'Arma, sollecitato dai legali degli impurati, riferisce “non si sa dov'erano i Mihalache nei giorni prima e dopo l'uccisione di Paolo Vivacqua”. Ci sono i tabulati ma è come leggere un libro in cirillico senza conoscere la lingua. Il teste è bersagliato da domande che però non hanno risposte esaurienti. Il militare dell'Arma sciorina una sequenza di fatti riferiti da fonti confidenziali, ovviamente anonime, che tali restano.

Subito dopo l'omicidio, dice, sono stati “attenzionati” Salvatore Quartararo, Domenico Zema, Robertone (a processo a Milano con Giuseppe Pensabene ed altre 40 persone per la banca fantasma di Seveso– ndr).
Subito dopo l'omicidio di Vivacqua viene intercettato Diego Barba in quanto “aveva contattato i figli di Vivacqua per poter partecipare al funerale”.

Sostanzialmente – racconta il carabiniere – al Barba, che in estate a Campobello era stato picchiato da Antonio e Gaetano, era stato concesso il benestare alla patecipazione ai funerali di Paolo”.
..Motivo di questa richiesta del Barba sembrerebbe....”.

L'avvocato Cacciuttolo lo stoppa. Il presidente dice: “Opponetevi”.

Il teste continua: “Barba non aveva fatto denuncia per l'aggressione subìta dai fratelli Vivacqua e per questo aveva chiesto di poter partecipare ai funerali”.

Perquisizioni dei carabinieri a Campobello?”, chiede l'accusa.
L'avvocato Paolo Sevesi difensore di Diego Barba si oppone. Il presidente Rossato, spazientito: “Opponetevi e basta, non può essere un processo cumulativo!”. E subito aggiunge: “Scusate lo sfogo”.

Otto ore d'udienza filate. Pesantissima. La prossima il 1. dicembre. In aula dalle ore 9.

 

Monza - Paolo Vivacqua mandante di un omicidio? La testimonianza del colonello della Gdf Marco Selmi

di Pier Attilio Trivulzio

Paolo Vivacqua era soggetto in contatto con gruppi malavitosi della Stidda. E nei primi dieci giorni di maggio del 2011 aveva ospitato un intermediario che avrebbe dovuto uccidere qualcuno”, racconta il colonello Marco Selmi comandante della Guardia di finanza a Sondrio dal marzo 2008 al luglio 2011 deponendo in qualità di teste al processo in Corte d'Assise di Monza per l'omicidio di Paolo Vivacqua, il rotamat ucciso a Desio il 14 novembre di tre anni fa.

Non sapevamo dove abitava l'obiettivo, sapevamo però che Vivacqua stava ospitando questo intermediario e il luogo dove custodiva la documentazione della sua attività criminale. La nostra fonte non escludeva che fosse un collaboratore dello stesso Vivacqua. Questa persona, uomo d'onore del clan mafioso, era poi tornato in Sicilia per uccidere qualcuno”.


Nel 2010 avevamo avviato un'attività di indagine territoriale nella provincia di Sondrio su alcune società impegnate nel commercio di metalli ferrosi – spiega -. Da un soggetto che qualche anno prima aveva fatto parte del gruppo di Franco Coco Trovato (condannato dal Tribunale di Lecco all'ergastolo nel 1992 - ndr) venimmo a sapere di gruppi criminali che operavano nel settore dei metalli ferrosi. L'attività informativa ci portò ad individuare un capannone di Piantedo della famiglia Vivacqua, punto di riferimento di Paolo, dei figli Gaetano e Antonio Vivacqua e di Vincenzo Infantino. Da intercettazioni risultò che i contatti criminali erano anche con Massimo Ciancimino, con soggetti in Svizzera e in Slovenia”. Aggiunge: “Risalimmo al prestanome dei Vivacqua a cui era intestato il conto in una banca Svizzera, ad una cassetta di sicurezza che avrebbe dovuto contenere 80mila euro e chi ne possedeva la chiave; ad auto con doppio fondo che servivano per trasportare il denaro contante, alle false fatturazione, agli appoggi che il gruppo aveva in uffici postali, del ruolo di società come la FV Metalli e la D&G Trasporti, nominativi di società clienti che emettevano false fatturazioni; del luogo in cui era custodita la documentazione dell'illecita attività dei Vivacqua. Per non disperdere i dati raccolti informammo la Guardia di finanza di Milano e di Monza”.

Premetto – dice - che l'attività informativa è diversa dall'attività d'indagine. E' come un cane da caccia che fiuta la preda che poi il padrone raccoglie. Cominciammo a capire che la rete stava dando buone informazioni ed infatti trovammo una cassetta di sicurezza con 75mila euro, le auto a doppio fondo, i movimenti di denaro e così segnalammo i risultati ai reparti competenti della Procura di Milano anche perchè avemmo contezza che il gruppo dei Vivacqua portava notevoli somme in contanti in Sicilia”.

Sollecitato dal pubblico ministero Donata Costa che chiede: “Non ha fatto attività delegata in questa inchiesta, può rivelarci le sue fonti?”, il colonello Selmi risponde: “Negativo. Io ho passato le informazioni, ho trasmesso quanto da me raccolto agli organi operativi e alla dottoressa Albertini della Procura di Milano che mi chiamò. Mi chiesero quali erano le mie fonti. Non successe niente. Poi Paolo Vivacqua venne ucciso. La dottoressa Albertini, dopo aver verificato, mi chiese espressamente di fare attività delegata. Dissi, va bene. Nel frattempo però altri reparti della Guardia di finanza e dei carabinieri stavano lavorando in quanto alla mia prima informativa ne avevo aggiunte altre sulle tangenti plurime relative a terreni agricoli (a Carate Brianza – ndr) che avrebbero dovuto diventare edificabili. E quindi non accettai”.

Con una informativa datata 22 giugno 2012 mi viene detta una certa situazione che per quanto riguarda l'omicidio di Paolo Vivacqua ha questa sequenza – continua il colonello Selmi all'epoca trasferito dal comando di Sondrio a quello di Lodi, che chiede al presidente Alessandro Rossato di poter consultare gli appunti sul suo tablet -: Carmi Mihalache, fratello di Lavinia convivente di Vivacqua, è andato nell'ufficio, ha ucciso Paolo e si è poi allontanato con un altro uomo di età compresa tra i 20 e i 40 anni, in Italia da due settimane. Carmi era venuto dalla Romania e, l'altro dalla Spagna in macchina che era stata messa (rispetto all'ufficio di via Bramante d'Urbino a Desio – ndr) in un luogo appartato. I due erano arrivati su richiesta di Lavinia che aveva problemi con Paolo in quanto il figlio non sarebbe stato figlio di Paolo ma di un'altra persona”.

Avevamo appreso che Elena Pricop era una vecchia amica di Paolo e che l'aveva conosciuta in un ristorante. La Pricop avrebbe fatto da baby sitter al figlio della Lavinia e minacciato lei di dire a Paolo che il figlio Nicolas non era figlio suo. Proprio per effetto di questa minaccia Lavinia avrebbe tentato di investire la Pricop per cui Lavinia aveva anticipato a Paolo qualcosa di edulcorato per rabbonirlo. Paolo sarebbe andato dalla Pricop dando a lei dei soldi. E però apprese che Nicolas non era suo figlio. A questo punto nasce il desiderio dei fratelli di Lavinia di entrare in possesso dei soldi che erano nel box”.

A domanda del presidente se era lui l'estensore della notizia la risposta è: “Io non ho fatto questa notizia, vedete voi”.

Domanda del pubblico ministero: “Visto che non ha fatto attività delegata, ci può dire in quale ambito è stata preparata?”. “Negativo. Io ho passato l'informazione al colonnello ....(incomprensibile -ndr)”.

L'avvocato Monica Sala, difensore di Antonio Radaelli, domanda se nelle informative compariva il nome del presunto killer siciliano che Paolo Vivacqua voleva assoldare.

Risposta: “L'ho detto al magistrato. Andate a fare indagini”.

Paolo Vivacqua voleva assoldare il killer in Sicilia?”, insiste il legale.
E' evidente come le cose sono state trattate. C'era una indagine della Procura Generale di Milano, io potevo informare, le informazioni sono arrivate. Bisogna vedere nel fascicolo della Procura di Milano”.

Il teste colonello Marco Selmi viene congedato, saluta ed esce dall'aula. Anche Daria Pesce, avvocato di parte civile per i fratelli Antonio, Gaetano e Davide Vivacqua che ha seguito il processo relativo alle false fatturazioni, si scusa e chiede di uscire.
Di quanto ha appena raccontato il teste Selmi – commenta - non c'è traccia nei fascicoli del processo che si è celebrato a Milano”.

 

Fusione "interrotta" fra Acsm-Agam e Gelsia. Cambia la strategia?

di k.ts.

Niente aggregazione fra Acsm-Agam e Gelsia. Lo ha annunciato con uno stringato comunicato la stessa municipalizzata di Monza e Como.

Scrive Acsm-Agam: “Le attività aventi ad oggetto l’operazione di aggregazione industriale e societaria con il Gruppo AEB – Gelsia, allo stato ancora in fase valutativa, sono state interrotte.
Non è possibile, allo stato, esprimere alcuna valutazione in ordine ad una eventuale loro ripresa”.

Sembra quindi fallito il tentativo del sindaco di Seregno, Giacinto Mariani, di chiudere la trattativa prima della fine del suo secondo mandato, a marzo dell’anno prossimo.

Sarebbe la terza volta che la prospettata fusione per far nascere la municipalizzata brianzola sull’asse Monza-Seregno naufraga in mezzo al guado.
Era già successo nel 2001 quando Monza aveva "voltato le spalle" a Seregno  e aveva ceduto il 25% di Agam ad AEM di Milano (in seguito diventata A2A).
É già successo tra il 2007 e il 2008 quando sono nate: Gelsia, da una parte, che partendo da Seregno ha aggregato varie municipalizzate della Brianza occidentale (Lissone, Desio, Cesano Maderno, Bovisio Masciago, ecc..), e Acsm-Agam dall’altra, con l’aggregazione fra Agam Monza e Acsm Como.

La possibilità di una conclusione negativa della trattativa fra le due mucipalizzate brianzole era stata anticipata giovedì scorso da Fabio Massa su Affari Italiani (vedi La fusione tra Acsm-Agam e Gelsia non si farà. Ecco perché). Nell’articolo Massa aveva scritto che erano sorte delle divergenze in merito alla valutazione di alcuni asset, ad esempio “ pare che Gelsia Ambiente abbia tutta una serie di affidamenti diretti che tuttavia, in base alle nuove normative, dovranno essere messi in discussione (e magari riassegnati, ma ovviamente a questo punto non se ne può essere certi) da bandi ad evidenza pubblica “.

Lettura che sembra essere suffragata dal comunicato di Acsm-Agam che scrive: “Pur confermando il proprio giudizio positivo circa la valenza industriale dell’operazione, Acsm Agam S.p.A. comunica che non sono state raggiunte valutazioni condivise tra i due Gruppi per la definizione dell’operazione stessa”.

Anche se sembra improbabile che l’operazione sia saltata per la non condivisa valutazione sugli affidamenti a Gelsia Ambiente, visto che l’intera società pesa solo per circa il 10% sui ricavi e sugli utili del gruppo Gelsia.
Gelsia Ambiente, comunque, aveva avviato un percorso per cercare un partner privato attraverso la gara a doppia oggetto, una delle possibilità previste dalla normativa per gli affidamenti diretti (quest’ultimo percorso non é stato condiviso da importanti comuni soci come: Limbiate, Lissone, Cesano Maderno e Desio, nel complesso 120mila abitanti serviti da Gelsia Ambiente).

Sul fronte igiene ambientale é di questi giorni la proposta di SEL Brianza di creare “un’unica nuova società interamente pubblica in house [...] tale progetto deve necessariamente coinvolgere BEA, Gelsia Ambiente e CEM Ambiente”. Insomma, sulla scorta dello scambio azionario (vedi comunicato) tra BEA (inceneritore di Desio controllato dai comuni della Brianza occidentale) e Cem Ambiente (raccolta e smaltimento rifiuti dei comuni della Brianza orientale-vimercatese), la proposta di SEL è di portare dentro il perimetro dell’aggregazione anche Gelsia Ambiente, controllata da diversi comuni già presenti in BEA.

Un’operazione che toglierebbe a Gelsia la parte ambientale lasciandogli il core business del gas e dell’energia elettrica su cui concentrarsi anche in vista di possibili future aggregazioni, fallita la trattativa con Acsm-Agam.

Il motivo del mancato accordo con Acsm-Agam risiederebbe, piuttosto, in alcune valutazioni non concordanti su alcuni asset strategici, in particolare: il numero effettivo di pdr (punti di riconsegna, clienti serviti), l’indebitamento delle rispettive società, i debiti scaricati dai comuni su Acsm-Agam, la perdita da parte di Acsm-Agam - sancita dalla sentenza del Consiglio di Stato -  della gara per la distribuzione del gas a Como.
Ragioni che avrebbero fatto pendere la bilancia troppo a favore di Gelsia al momento di fissare il concambio.

In settimana è atteso un comunicato stampa di Gelsia che chiarirà il suo punto di vista sui motivi dell’interruzione della trattativa.

Dato per congelato questo capitolo le due società dovranno cambiare strategia, così come dovrà cambiare strategia A2A che se vuole diventare l’aggregatore delle municipalizzate lombarde come sembra sia sua ambizione - avanzate le trattative con LGH - dovrà procedere in prima persona e non per interposta come ha fatto attraverso Acsm-Agam, il 22% di quest’ultima è infatti controllato da A2A.
 

Arresti 'ndrangheta - Coinvolto nell'indagine anche Massimo Guffanti, presidente della Pezzoli Petroli socio di Acsm-Agam in Comocalor

di k.ts.

Nell’indagine della DDA di Milano che ha portato oggi agli arresti di 40 ‘ndranghetisti affiliati alle locali di Fino Mornasco, Calolziocorte e Cermenate compaiono anche alcuni imprenditori, tra questi, quello di maggior spicco è senz’altro Massimo Guffanti, presidente e proprietario della Pezzoli Petroli.

L’azienda di Bregnano, in Provincia di Como, operante nel settore della distribuzione dei carburanti partecipa con il 49% delle azioni in Comocalor, il restante 51% è in mano a Acsm-Agam la municipalizzata di Monza e Como.

A Comocalor si affidano il comune di Como e l’Ospedale Sant’anna di Como per il servizio di teleriscaldamento. La sorgente di calore è l’inceneritore di Como.

Massimo Guffanti che non appare nella lista dei 40 arrestati si sarebbe rivolto alla ‘ndrangheta, in particolare a Michelangelo Chindamo, Domenico Maio e Alfredo Rullo, tutti e tre arrestati, per riscuotere un credito da un’imprenditore elettrotecnico di Lomazzo.


Scrive il Gip Simone Luerti nell’ordinanza di arresto:

Nell'ambito della vicenda relativa al recupero crediti nei confronti Figini Augusto emerge che il 19/02/2014, Chindamo Michelangelo e Maio Domenico si sono recati a Guanzate (CO), presso l'abitazione di Figini per esigere l'asserito credito. Nella circostanza Chindamo è armato. In particolare l'arma è portata al seguito anche per contrastare eventuali reazioni del debitore”.

Michelangelo Chindamo a capo della locale di Fino Mornasco era stato arrestato nell’operazione I Fiori della notte di San Vito del 1994 e condannato a 19 anni di reclusione.
Nella sentenze della corte d’Appello del 1999 era, già, stato indicato come capo della locale di Fino Mornasco.

Il rapporto tra imprenditori e ‘ndranghetisti, tra cui quello citato, viene spiegato dal giudice Luerti con parole molto chiare.

Tra le condizioni di contesto che hanno consentito il radicamento della 'ndrangheta in Lombardia vi è la disponibilità del mondo imprenditoriale, politico e delle professioni (cioè il cosiddetto capitale sociale della 'ndrangheta) ad entrare in rapporti di reciproca convenienza con il sodalizio mafioso”.

“[..] l'imprenditoria non si limita a subire la 'ndrangheta, ma fa affari con la stessa, spesso prendendo l'iniziativa per il contatto con la criminalità organizzata e ricavandone (momentanei) vantaggi”.

“ [...] sarebbe necessario abbandonare il termine infiltrazione per evitare di consolidare una sorta di presunzione dello status di vittima dell' imprenditore che entra in rapporti con la 'ndrangheta.
A dire il vero nelle vicende indagate da questo ufficio, certamente emerge lo squilibrio di forze in campo tra 'ndrangheta e imprenditoria, ma ciò avviene quando l'imprenditore non soddisfa i desiderata dei mafiosi e questi svelano il loro vero volto”.

Anche la presente indagine ci presenta figure di imprenditori che entrano in rapporti con la 'ndrangheta”.

E poi inizia a citare questi imprenditori.

GUFFANTI Massimo (Como, 29/03/1959), imprenditore nel ramo dei carburanti, ha affidato l'incarico di riscuotere un credito pari a € 300.000 a CHINDAMO Michelangelo, MAIO Domenico e RULLO Alfredo, credito vantato nei confronti ecc.”.

 

Gelsia e Acsm-Agam. Questo matrimonio s'ha da fare? Socializzare le perdite dei take-or-pay e ottimizzare il costo del lavoro

di k.ts.

Sono attesi in questi giorni i dati e le relazione degli advisor sulla preventivata fusione tra Gelsia e Acsm-Agam.

Qualche giorno di ritardo rispetto ai tempi prospettati dal presidente di AEB, Alessandro Boneschi, durante la relazione al consiglio comunale di Seregno il 14 ottobre.
Le due società avrebbero infatti richiesto ulteriori approfondimenti per limare le differenze che sarebbero emerse nel valutare le prospettive di alcune attività.
Lette le relazioni ed esaminati tutti i dati, i consigli di amministrazione si dovranno esprimere per approvare o respingere la fusione.

Poiché non ci sono ancora i numeri, non si sa quale sarà il concambio fissato dai vari advisor e quindi non si può ancora dire quale sarà il peso che i vari comuni avranno nella nuova società (newco) che nascerà dalla fusione.
Secondo indiscrezioni non confermate il peso di Gelsia nella newco potrebbe essere anche superiore a quel 60% che era stato inizialmente preventivato.

Visto che adesso il comune di Seregno detiene il 72% di Gelsia, se il peso di Gelsia nella newco venisse fissato attorno al 60%, il comune di Seregno avrebbe in partenza circa il 43% delle azioni della newco. Questo 43% si dovrà ridurre per la ricostituzione del flottante (le azioni liberamente scambiabili in Borsa) che per regolamento Consob non può scendere sotto il 25% - salvo deroghe -, pena la cancellazione dal listino di Borsa.

Sul tavolo rimane però la richiesta di riallineamento avanzata da A2A che vorrebbe salire al 20% della newco partendo da quel 9% che il concambio ipotizzato le assegnerebbe (adesso ha il 22% delle azioni di Acsm-Agam).

Chi scende, vendendo le sue quote, per far spazio ad A2A?

L’ipotesi più accreditata è il comune di Seregno.
Ipotesi respinta dal PD locale il quale vorrebbe che la fotografia attuale del controllo delle quote societarie venisse trasferita alla newco, fissati dagli advisor i valori delle due aziende di partenza: Gelsia e Acsm-Agam.

Diversa la visione prospettata, ad esempio, da Francesco Giordano, presidente di Gelsia, che vede piuttosto una newco con un partner industriale forte come A2A che controlla il 20% del pacchetto azionario. Presenza forte di A2A controbilanciata da una serie di soci pubblici a partire dal comune di Seregno e dagli altri già presenti in Gelsia a cui si aggiungerebbero i comuni di Monza e Como, adesso in Acsm-Agam.

Dalla fusione, secondo quanto riferito da Boneschi, nascerebbero una holding e tre società: una per la distribuzione dell’energia (gas ed elettricità), una per la vendita e una per l’ambiente ( sei membri per ogni consiglio di amministrazione secondo la richiesta avanzata da Seregno).

Sentenze sfavorevoli e utili dimezzati per per Acsm-Agam

In attesa delle relazioni degli advisor e del piano di governance sono cadute due tegole in testa ad Acsm-Agam.

La prima è la sentenza del Consiglio di Stato del 4 novembre che ha assegnato in maniera definitiva a 2i Rete Gas la gestione della distribuzione a Como e a San Fermo della Battaglia, storiche “roccaforti” per Acsm-Agam, mentre l’assegnazione definitiva della distribuzione del gas nel triangolo lariano, bando vinto da Acsm-Agam, è ancora sub judice.

La seconda é la decisione del TAR del Lazio che ha respinto il ricorso contro il diniego del Gestore dei Servizi Energetici di riconoscere buona parte dei certificati verdi all’impianto di cogenerazione Monza Nord, per gli anni 2010-2012. In previsione di questa decisione la società aveva già effettuato un accantonamento nel fondo rischi.

Due tegole che diventano tre, se si conta il resoconto di gestione al 30 settembre, approvato dal cda di Acsm-Agam in settimana, che ha visto una diminuzione dei ricavi passati dai 183,9 milioni di euro dell’anno scorso ai 151 milioni di euro di quest’anno, con gli utili che si sono dimezzati passando da 5,2 milioni del 2013 ai 2,7 del 2014 (il periodo di riferimento è sempre 1 gennaio 30 settembre). Mentre l’indebitamento si è ridotto di 13,5 milioni rispetto a quello di fine 2013, arrivando a quota 124,5 milioni.

Numeri non confortanti che danno argomenti importanti a chi dal lato Gelsia ha sollevato dubbi sull’operazione.

Dubbi non condivisi dai vertici che stanno portando avanti la fusione: il sindaco di Seregno, Giacinto Mariani, il presidente di AEB, Alessandro Boneschi e il presidente di Gelsia, Francesco Giordano che il 14 ottobre, hanno illustrato in consiglio comunale a Seregno i motivi e i vantaggi della fusione con Acsm-Agam.

Le gare Atem e la prevista esposizione finanziaria

In particolare nella sua relazione Giordano ha toccato due aspetti importanti, le gare Atem che i vari territori sono per legge obbligati a indire e la questione dell’approvvigionamento di gas sul mercato nazionale e internazionale.

Giordano ha infatti sottolineato: “ Il legislatore ha individuato gli Atem (Ambiti territoriali minimi - ndr). Non più quindi gare comunali, ma gare di ambito. Solo l’ambito nostro, l’Atem Monza Brianza 2 , dove la nostra azienda, Gelsia Reti, è presente con circa l’80% del valore della concessione, la gara ha un valore di 200 milioni. Quindi per aggiudicarsi l’intero ambito si prevede un’esposizione finanziaria molto rilevante di 50 milioni. Ma non è sufficiente perché per una gestione ottimale è necessario raggiungere i 500mila PDR ( punti di riconsegna, clienti - ndr) e questo vuol dire un impegno finanziario fino a 250 milioni di euro. Se l’azienda, se la proprietà, cioè tutti voi, ritenete utile ancora presidiare questo territorio attraverso la distribuzione del gas occorre mettere in previsione un’esposizione finanziaria così importante. E questa è una delle ragioni che portano l’azienda alla ricerca di un partner per poter gestire con maggiore razionalità, gli interventi e le scelte su quali ambiti intervenire e con quali risorse”.

Argomento che però non risulta del tutto convincente se il partner è Acsm-Agam, visto che la municipalizzata di Monza-Como è primo operatore nell’Atem Monza Brianza 1 (122mila Pdr, punti di riconsegna) che copre Monza e la Brianza orientale con poco più del 40% della rete (vedi tabella), risultando l’Atem Monza e Brianza 1 uno degli ambiti più contendibili di quelli del primo lotto che dovrebbero andare a gara nel 2015.
Se Acsm-Agam vorrà aggiudicarsi la gara dovrà “comprare” più del 50% della rete, al momento in mano ad altri operatori.
Gelsia, invece, che copre l’80% dell’Atem Monza Brianza2 (227mila Pdr) per completare il controllo sull’ambito dovrà “acquistare” il rimanente 20% della rete del suo ambito.

La bassa contendibilità della gara sull’Atem Monza Brianza2, dove Gelsia è presente, l’ha spiegata l’ex presidente di AEB Maurizio Bottoni nel consiglio comunale del 4 marzo:
Gelsia Reti ha un patrimonio, oggi, stimabile in circa 130 milioni di euro, quindi vuol dire che sull' Atem di riferimento di Gelsia Reti, chiunque volesse un domani partecipare alla gara per l'assegnazione del nostro Atem di riferimento, dovrà evidentemente pagare un indennità stimabile in circa 130.000.000 €” (vedi verbale). 

Visto che le gare saranno combattute negli Atem più contendibili, e che per le gare del primo lotto, in media, il primo operatore controlla il 69% del rispettivo Atem; potrebbe essere gara vera in quegli Atem in cui la quota del primo operatore è attorno al 40%, cioè: Pavia 1, Perugia 2, Alessandria 1, Macerata 2 e appunto l’Atem Monza 1.
Acsm-Agam sarà, quindi, costretta a difendere con i denti l’ambito di Monza, pena vedere ridursi in modo drastico il suo ramo reti.

Su un’altro degli Atem ad alta contendibilità, Alessandria 1 (51mila Pdr), c’era stato l’interesse da parte di Gelsia che aveva sottoscritto un accordo per costituire un Ati (associazione temporanea di impresa - ndr) con la municipalizzate di Casale Monferrato (Amc) e partecipare alla gara.
Accordo preliminare - mai diventato definitivo - firmato nel febbraio dell’anno scorso (vedi Amc e Gelsia per vincere insieme il servizio del gas) dall’ex presidente di AEB, Maurizio Bottoni e da Francesco Giordano, al tempo presidente di Gelsia Reti.

La trattativa e la sua conclusione negativa si trova nella nota integrativa del bilancio di Amc (vedi Fatti di rilievo nel corso dell’esercizio) ma non nei bilanci di AEB e Gelsia.

Approvvigionamento gas

C’è poi la questione dell’approvvigionamento del gas.
Francesco Giordano, sempre nel consiglio comunale del 14 ottobre, l’ha spiegata in questo modo:
Ultimo aspetto importante la partecipazione nel capitale di Acsm-Agam di A2A. Aver la possibilità di aver un partner di dimensioni nazionali, la prima multiutility italiana per fatturato, come A2A sarà sicuramente importante nell’approvvigionamento dell’energia. Un mercato dell’energia sovvertito dallo shale gas nordamericano, la nuova tecnica di frantumazione idraulica delle rocce che ha creato quella che gli esperti chiamano una bolla energetica, cioè la previsione che nei prossimi anni il mercato sarà invaso da una grossa quantità di gas a basso prezzo creando una grossa instabilità del mercato. Ad esempio ha reso antieconomici tutti i contratti a lunga scadenza. L’insieme di questi elementi ha indebolito le piccole aziende che non hanno nessuna flessibilità sul mercato dell’approvvigionamento”.

Nei bilanci di AEB e Gelsia non è specificato come Gelsia si approvvigioni del gas che poi rivende ai suoi clienti finali.

Si sa che AEB ha partecipato all’avventura Sinergie Italiane che ha chiuso il bilancio 2011 con una perdita di circa 90 milioni di euro - di cui 6,5 milioni in capo ad AEB.

Sinergie, messa in liquidazione nei primi mesi del 2012 é stata costituita nel luglio del 2008 da un gruppo di società (Ascopiave, Iren e Blugas con il 27,6% ciascuna, AEB Seregno con il 7,18%, Aemme Distribuzione Legnano con il 6,9% ed Utilità progetti con il 3,1%) per importare il gas russo direttamente da Gazprom.
I contratti sottoscritti di tipo take-or-pay (compri o paghi una penale) prevedevano inizialmente l’importazione di 1 miliardo di metri cubi di gas per i primi tre anni a partire dal 2009 e poi di 500 milioni di mc di gas per i successivi 7 anni. In seguito il contratto è stato rivisto al rialzo nell’estate del 2010 con accordi per l’importazione di 1,5 miliardi di metri cubi all'anno per 11 anni a partire da ottobre 2010.

Negli anni sul mercato si è reso disponibile gas a un prezzo inferiore a quello fissato nei contratti take-or-pay a lunga scadenza. Questo a causa della caduta dei consumi dovuta alla crisi economica (iniziata nel 2008), alle nuove tecniche estrattive di fratturazione idraulica che permettono lo sfruttamento dello shale gas americano (la tecnica è in uso da più di 10 anni, infatti, già nel 2008 il giornalismo americano non di settore si occupava delle ricadute ambientali del fracking o fratturazione idraulica, vedi Propubblica) e mettiamoci pure gli ultimi inverni miti.
Il fallimento dell’operazione Sinergie è arrivato di conseguenza. Forse era evitabile, o almeno, si potevano limitare i volumi di gas importato.

Le quattro società che sono rimaste in Sinergie: AEB con il 7,18%, Ascopiave 30,94%, Iren Mercato 30,94% e Blugas 30,94% (questa quota è stato successivamente divisa tra i vari azionisti di Blugas: Lgh 14,92%, TEA Mantova 4,97%, Estra 11,05% ) ritirano, pro quota, il gas importato da Sinergie e lo faranno fino al 2021.

Sinergie Italiane in liquidazione ha dismesso la sua attività di trading dell’energia elettrica e,anche se rimane iscritta all’elenco degli operatori del mercato del gas alla borsa energetica italiana (Gme), non fa più trading sul gas e gestisce solo il contratto take-or-pay con Gazprom, sia in termini di rinegoziazione dello stesso sia nel ritiro e vendita ai soci del gas russo.

I contratti take-or-pay finiscono in bolletta

Sinergie Italiane ha anche aderito al meccanismo per la rinegoziazione dei contratti a lungo termine. Un meccanismo regolato dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas che socializza le perdite degli operatori invischiati con contratti a lungo termine o take-or-pay (vedi anche ultima delibera del 7 novembre 549/2014/RGS) .

In un periodo di discesa dei prezzi del gas, agli operatori che rispettano determinate caratteristiche verrà restituita, in tre tranche da erogarsi entro dicembre degli anni 2014, 2015 e 2016 , una percentuale pari al 40% del differenziale fra prezzi take-or-pay e prezzi spot, su volumi pari a quelli effettivamente forniti ai clienti in regime di tutela.

Chi paga questi rimborsi?
I clienti in regime di tutela. Cioè i clienti domestici, le cui bollette vengono gravate di una componente di costo aggiuntivo Cpr dell’1,04% (vedi bolletta trasparente).

Francesco Giordano se ne dovrebbe ricordare quando, come ha fatto nel consiglio comunale di martedì 14 ottobre, si è lamentato degli interventi dell’Autorità che ha “ridotto i margini di almeno il 25%, sia relativamente alla distribuzione del gas sia per quanto riguarda la vendita, sul mercato tutelato che incide per circa la metà sui ricavi dell’azienda, e coinvolge i ⅔ dei clienti”.

Sono, infatti, proprio i clienti domestici del mercato tutelato che stanno pagando in bolletta gli errori di valutazione dei manager italiani delle società di gas.
Uno di questi manager é Maurizio Bottoni - presidente di AEB fino al giugno 2014 - che ha voluto l’avventura Sinergie Italiane e che siedeva nel suo consiglio di amministrazione fino alla messa in liquidazione nel 2012.

Di vera e propria valutazione sbagliata si deve parlare se vale quello che riporta l’ultimo bilancio di Ascopiave: “ Anche per l’anno 2013, come per i tre anni precedenti, le società detentrici di contratti Take or Pay (TOP) sono state penalizzate in quanto i livelli di prezzo di questi ultimi hanno registrato prezzi più alti di quelli determinatesi presso gli hub europei per le forniture spot ”.

Il contratto take-or-pay di Gazprom resta in vigore fino al 2021 ed è stato rinegoziato con la società russa a condizioni più favorevoli l’anno scorso per il biennio 2013-2015, dopo si vedrà.
Nell’ultimo bilancio di Iren si legge: “Le attuali quantità massime acquistabili da Iren Mercato tramite il contratto con Sinergie Italiane sono circa 370 Mmc gas”.
Fatte le debite proporzioni la quota in carico ad AEB è approssimativamente di 80-100 milioni di metri cubi di gas all’anno.

Il trading nel mercati energetici

Sempre sul fronte approvvigionamento e sui vantaggi di una fusione con Acsm-Agam partecipata dal colosso A2A, il presidente di Gelsia, Francesco Giordano ha dichiarato al consiglio comunale di Seregno: “Trattare grosse quantità non necessariamente ti consente di ottenere i prezzi migliori ma ti consente di poter differenziare l’approvvigionamento, acquistare in momenti diversi, aspettare che la borse del gas offra prezzi più convenienti, utilizzando ad esempio professionalità che ci sono in A2A ma che l’azienda di vendita del nostro gruppo non ha. Solo pochissime aziende hanno le professionalità adeguate per poter operare sui mercati internazionali, sul TTF olandese o sul Gas Hub Baumgarten austriaco”.

Chiusa l’avventura di Sinergie Italiane che faceva trading e operava sul mercato internazionale del gas, Gelsia si però mossa e ha acquisito, l’anno scorso, una partecipazione in En.Tra di Bologna attraverso Commerciale gas di Gallarate (nel consiglio di amministrazione di quest’ultima siede dal settembre di quest’anno lo stesso Francesco Giordano).

Commerciale gas, partecipata da Gelsia, Acel (gruppo Lario Reti), Agesp di Busto Arsizio e Canarbino (tutte al 25%) controlla, infatti, il 21,29 % di En.Tra, società che opera nell’acquisto e vendita di gas naturale sul GME (la borsa energetica nazionale) e sul CEGH austriaco, il Baumgarten citato da Giordano.

En.Tra, guidata da Massimo Michelini (membro della direzione del PD di Modena, un passato politico nel consiglio comunale di Carpi e in quello provinciale di Modena prima con il PCI e poi con i DS) ha chiuso l’ultimo bilancio con ricavi per 180milioni di euro, erano stati 240milioni nel 2012, scambiando 446milioni di mc di gas.

Gli altri soci di En.Tra sono Aimag (municipalizza di Mirandola e di altri comuni del modenese) con il 36,05% delle azioni detenute attraverso le controllate Sinergas, Agesp e Comiepa, HB Trade (10%), le già citate Acel ( 21,29%) e Canarbino (10%).

Tutti soci pubblici tranne Canarbino la holding di partecipazione controllata al 100% da Ilaria Michelozzi che detiene anche il 51% di HB Trade.
Il restante 49% di HB Trade è invece in mano all’Unogas di Walter Lagorio e Fabio De Martini, indagato nell’inchiesta sulle tangenti pagate a Gianluigi Fornero, sindaco di Arese, attraverso una maggiorazione sulle bollette del gas (vedi Tangenti arrestato il sindaco di Arese).
Fabio De Martini è stato poi assolto da ogni accusa mentre hanno patteggiato l’ex sindaco Fornero e Paolo Costa dirigente di Unogas.

Attraverso Canarbino e HB Trading, l’ingegner Michelozzi detiene partecipazioni in alcune società con partner pubblici come Estra Elettricità del gruppo toscano Estra (presente in Sinergie Italiane), la lucchese Gesam e la già citata Commerciale gas.
Ilaria Michelozzi è anche presente in Spigas clienti, tra i soci di questa società oltre a VNG ( controllata dal gruppo di municipalizzate tedesche EWE AG con una partecipazione del 10% di Gazprom Germania), compare con il 25% anche Aldo Sammartano, ai vertici e socio di Termomeccanica, azienda di La Spezia in orbita Finmeccanica poi privatizzata negli anni ‘90 e attiva anche nell’incenerimento e nella depurazione della acque.
Una sua controllata la Hydrogest è stata protagonista dello scandalo sulla gestione dei depuratori di Napoli che vede coinvolto anche Antonio Bassolino (vedi Danno erariale nella gestione dell’acqua. La Corte dei Conti sequestra il conto di Bassolino).

Nel cda di Termomecanica anche Luigi Grillo, ex senatore del PDL arrestato nell’ambito dell’inchiesta sulla cupola che gestiva gli appalti di Expo (vedi Cupola degli appalti, Luigi Grillo chiede di patteggiare).

Gli operai non servono

HB Trading, società che opera nella compra-vendita di gas e in parte dell’energia elettrica, controllata ad Ilaria Michelozzi tramite Canarbino, nel 2013 ha avuto ricavi per 891milioni di euro contro i 984milioni del 2012 e ha trattato 2,3 miliardi di metri cubi di gas generando utili per 5,2 milioni di euro ( 6,7 milioni sono gli utili del gruppo Canarbino), impiegando 13 dipendenti, tutti impiegati o dirigenti.

Ilaria Michelozzi, Walter Lagorio, Gianni Pilo (l’ex sondaggista di Marcello Dell’Utri), Antonio Gozzi e la sua DuferEnergy Trading SA (svizzera ma di proprietà di italiani) sono i nuovi signori dell’energia (vedi La nuova mappa dei signori del gas), quelli che appaiono come i vincitori della liberalizzazione dei mercati energetici avviata nel 2000 per l’elettricità e nel 2003 per il gas. Aziende che si collocano tutte nel segmento grossisti dei mercati dell’energia.

Un esempio clamoroso é la Gala dell’ingegner Tortoriello che si è aggiudicata quest’anno tutti i dieci lotti Consip (vedi Ecco la regina degli appalti. A Gala 10 lotti su 10) per la fornitura annuale di energia elettrica alle pubbliche amministrazioni italiane. Queste gare per un valore di circa 915,5 milioni di euro totali e una domanda complessiva della Pubblica Amministrazione stimata in 3.400 miliardi di euro annui, Gala le ha vinte offrendo un ribasso sul prezzo d’asta tra il 32,5% e il 21,8% (vedi comunicato Consip)  e battendo colossi come Enel, Edison, A2A.

Il gruppo Gala, 81 dipendenti con solo 1 operaio, l’anno scorso ha avuto ricavi per 1,33 miliardi di euro e nel rendiconto intermedio al 30 settembre 2014 ha registrato un utile prima delle imposte di 73,4 milioni di euro (+74% rispetto al 2013).

I dipendenti di Acsm-Agam

Diverso è invece il discorso per le municipalizzate che occupano quasi tutta la filiera dell’energia: dalla produzione (energia elettrica e calore), alla gestione delle reti gas, alla vendita ai clienti finali, oltre naturalmente ad approvigionarsi sui mercati all’ingrosso.

Il gruppo AEB-Gelsia occupa 566 dipendenti di cui 322 operai (247 in Gelsia Ambiente, dati al 31 dicembre 2013), Acsm-Agam ha invece 463 dipendenti di cui 172 operai.

Sono proprio questi ultimi che hanno espresso i maggiori timori in vista della fusione quando abbiamo incontrato una loro delegazione guidata da Fabrizio Rigoldi, segretario regionale dell’Ugl-Chimici Lombardia.

Ex lavoratori di Agam Monza, hanno visto nel 2009 la loro azienda che produceva utili e aveva un basso indebitamento (4 milioni nel 2008) aggregarsi con Acsm Como che invece aveva chiuso il bilancio 2008 con una perdita d’esercizio di 1,1 milioni di euro e un indebitamento finanziario di 63milioni di euro.

Dopo cinque anni questo indebitamento finanziario di partenza è raddoppiato.

Secondo i lavoratori, Acsm-Agam non investe in formazione e appalta all’esterno diversi lavori, ad esempio, la posa delle condutture o l’installazione dei contatori, non utilizzando e disperdendo quel patrimonio di conoscenze e di saper fare che all’interno dell’azienda c’erano e ci sono ancora.
Persa la distribuzione del gas e il calore a Como, Acsm-Agam ha in parte compensato con la distribuzione del gas nel Triangolo Lariano, però meno redditizia perché la rete é più estesa e, quindi, é gravata da costi maggiori.
La società gestisce anche la rete idrica a Monza a Como, rete idrica che su Monza dovrà cedere a Brianzacque individuato dall’Ato provinciale come gestore unico del ciclo dell’acqua.

In attesa che questo avvenga, a quanto ci hanno raccontato i lavoratori, Acsm-Agam investe sempre meno in manutenzione e ci sarebbero diversi pozzi con i desabbiatori in cattivo stato di funzionamento.

Ottimizzare i costi

Nel consiglio comunale del 14 ottobre, il sindaco di Seregno ha garantito che dalla fusione di Gelsia e Acsm-Agam non si perderà un solo posto di lavoro.

Il problema è che queste fusioni tra municipalizzate su cui spingono governo e operatori finanziari, sembrano incentrate sull’ottimizzazione dei costi. E i costi su cui poi i manager potranno intervenire sono di due tipi: costi gestionali e costo del lavoro.

Si legge su il Sole24ore del 07/10: “ la razionalizzazione del settore, infatti, non potrà lasciare intatti gli attuali (ampi) bacini occupazionali” (vedi Utility, piano da un miliardo per favorire le aggregazioni).

Per partecipare a una gara per aggiudicarsi un Atem si può costituire un’associazione temporanea di impresa, per approvvigionarsi sul mercato del gas si possono costituire società di scopo come Sinergie Italiane o partecipare a società già presenti nel trading come En.Tra, ma se si vogliono ottimizzare i costi del lavoro la strada delle fusioni è obbligata.
Inoltre diluendo il controllo si diluisce anche la responsabilità politica dei soci pubblci in vista di eventuali esuberi.

L’altro giorno su Quotidiano Energia è apparso un articolo Standard&Poor’s: "Utility, per combattere crisi servono fusioni" , all’interno si poteva leggere: “il report dell’agenzia di rating vede prospettive piuttosto fosche per il settore [...] In particolare per quanta riguarda i produttori termoelettrici, la cui profittabilità “toccherà il livello più basso nei 2015/2016", dicono gli analisti. Come reagire? Partendo dai presupposto che il capacity payment potrà dare una ''compensazione molto limitata", la vera chiave è il consolidamento, soprattutto in un settore delle utility ''molto frammentato" come quello italiano. S&P's vede però un grosso ostacolo in questa direzione: la volontà dei soci pubblici locali di mantenere il controllo sulle rispettive società dei servizi pubblici”.

Soci pubblici locali che però strangolati dalla Spending Review e allettati dagli incentivi governativi potrebbero facilmente essere convinti a cedere il controllo delle loro municipalizzate: quelle sane, perché quelle gravate di debiti e in perdita naturalmente nessuno le vorrà.

A qualche amministratore locale, per vendere, potrebbe bastare anche meno: una poltrona nella newco con relativo ricco stipendio.

 

Carate Nostra. L'ex sindaco Pipino sugli incarichi dei privati a Brambilla: "Non ritenni fondate le voci né fosse quello il momento d'approfondirle"

di Pier Attilio Trivulzio

Monza – Processo Carate Nostra.
Per trasformare da agricoli in edificabili i terreni di via Marengo a Carate su cui è stato costruito il centro commerciale di Bricoman Italia, Paolo Vivacqua aveva previsto un costo di 870mila euro versandone 291.500 in contanti, come anticipo, alla “cooperativa”.

Partendo dai documenti trovati nell'ufficio di via Bramante d'Urbino dove il 14 novembre di tre anni fa Vivacqua è stato ucciso, la Guardia di finanza di Seregno ha interamente ricostruito le date di prelievo in banca. E in base alle testimonianze rese in istruttoria da Felice Tagliabue, socio di Vivacqua, 291.500 euro furono consegnati all'architetto Giorgio Aldeghi affinchè li distribuisse agli altri soci di quella che il rotamat di Ravanusa ucciso indicava come “la cooperativa”: composta di politici e immobiliaristi.

Tagliabue si è presentato in aula lo scorso venerdì accompagnato dal suo legale, l'avvocato Danilo Delia, ed è rimasto sul banco dei testimoni per soli cinque minuti. Chiede alla presidente del Collegio3: “Ho la facoltà di non rispondere?”.
No, non ne ha facoltà, deve rispondere”.

Si, ho avuto a che fare con Vivacqua nella compravendita di terreni a Carate e Seregno” dice rispondendo alla domanda del sostituto procuratore Donata Costa che fa riferimento ai verbali firmati da Tagliabue.

L'avvocato Ivan Colciago, difensore di Antonino Brambilla dice che non c'è consenso e s'oppone all'acquisizione; l'avvocato D'Addea per l'imputato Walter Longoni e la società Bre srl si associa.
Il pm decide allora che faranno testo le sommarie informazioni rese da Tagliabue il 17 e 18 novembre, l'interrogatorio del 20 dicembre 2011 e quello del 14 settembre 2012. E la presidente lo congeda.

Nulla di nuovo racconta Bernardino Farchi direttore del Parco Valle Lambro dal gennaio 2009 il quale spiega “d'aver prorogato il rapporto con Antonino Brambilla perchè il lavoro della variante in corso di cui Brambilla si stava occupando doveva essere completato. Il rapporto cessò per la sua elezione alla Provincia di Monza e Brianza”.

Alla richiesta del pm sull'area di via Tagliamento risponde che “l'architetto Motta aveva evidenziato scostamenti tra il Pgt e la pianificazione del Parco Valle Lambro. Per noi quell'area era agricola, nel Pgt era invece destinata a residenza”.

Tocca quindi all'ex sindaco Marco Pipino che esordisce ricordando che il suo “primo mandato é del maggio 2002 e finì il 25 luglio 2003; venni rieletto nel 2004 fino al 2009 e quindi eletto per la terza volta nel 2009 fino alle mie dimissioni date a novembre 2012 per la situazione che si era creata(vale a dire l'arresto del consigliere Altobelli e il malaffare sul Pgt - ndr)”.

Ricorda d'aver incontrato una sola volta Paolo Vivacqua.
Si presentò assieme ad un altra persona dicendosi titolare della società Giada e d'essere intenzionato a dare vita ad un impianto di recupero e smaltimento di rifiuti su di un terreno di sua proprietà e d'aver già presentato un'istanza.
Gli feci presente che non bastava il parere del Comune, era necessario anche quello della Provincia di Milano. Vivacqua mi disse che aveva la sensazione che il parere gli sarebbe stato negato e che, in questo caso, avrebbe riempito il comune di Rom.
La Provincia, in effetti, rigettò l'istanza dando parere negativo in quanto non c'era compatibilità di destinazione dell'area. L'imprenditore ricorse al Tar, perse il ricorso, s'appellò al Consiglio di Stato e alla fine vinse per un provvedimento procedurale.
Il Consiglio di Stato disse che un'istanza presentata dalla Giada doveva essere considerata nuova e quindi si doveva rivalutare nel merito”.

Gli viene chiesto di spiegare chi erano i componenti della Commissione urbanistica all'epoca del Pgt. “Per il mio ex partito, Alleanza Nazionale, c’era Maurizio Altobelli. Prese il posto di Antonino Brambilla come capogruppo quando Forza Italia e AN si fusero nel Pdl. Al tempo nel mio primo mandato e fino al 2009, Brambilla era all'opposizione. Nel 2002 la maggioranza era composta da quattro partiti: Casa delle Libertà, Forza Italia, Udc e Lega e nel Consiglio c'era Altobelli ma non Brambilla. Nel 2004 Forza Italia decise la fine anticipata della legislatura e fummo tre candidati sindaci: oltre a me l'architetto Massimo Pirovano, Fumagalli e io sostenuto dal mio ex partito AN e da liste civiche. Vinsi, Forza Italia era all'opposizione”.

Scusi, cosa c'entra questo particolare?”, chiede la pubblica accusa.
Nel corso della legislatura – spiega Pipino – si verificò un riavvicinamento tra partiti a livello nazionale che portò poi al Pdl e quindi l'area politica tra il 2004 e il 2009 si riavvicinòSostenuto dal Pdl ebbi il terzo mandato nel 2009, in Consiglio c'erano Altobelli e Brambilla, fino a quando quest'ultimo dette le dimissioni”.

Chi curava le trattative con Bricoman?”, domanda il pm.
Il piano attuativo l'ho seguito io personalmente dal gennaio 2012 quando l'assessore all'urbanistica Sandro Sisler dette le dimissioni”.

Perchè era indagato?”; chiede Donata Costa.
Non mi risulta fosse indagato. Diede le dimissioni perché era stato nominato coordinatore del Pdl Lombardia e l'impegno per lui era diventato gravoso”.

Pm: “Lei, quando intervenne, il piano di lottizzazione non era ancora approvato?”.
C'erano lavori in corso, forse avanzati. Restavano questioni esecutive”.

Antonino Brambilla era consulente?”.
Mi erano arrivate voci all'orecchio ma non ho mai avuto riscontro diretto. Allusioni”.

Le risulta che Brambilla fosse presente e votò il Pgt?”.
Non ho idea”.

Parlo del 2011”, lo incalza il pm.
Risposta: “Brambilla era nel Pdl ed era sicuramente presente. Se risulta il suo voto non so dire”.

Ha verificato se Brambilla svolse incarichi per il privato, vale a dire per Bricoman?”. “No, non ritenni fondate le voci né fosse quello il momento d' approfondirle. Ho sempre avuto stima per lui, figura di grande esperienza professionale”.

Insiste il pm e l'ex sindaco: “Ovvio che se una voce, una illazione, mi fosse venuta all'orecchio ed avrebbe riguardato un giovane senza esperienza lo avrei ammonito. Nel caso di Brambilla con cui ho avuto momenti di attrito non me la sono sentita”.

Viene chiesto al teste se sapeva che quei 291mila euro pagati da Vivacqua per trasformare i terreni erano tangenti. “La notizia l'ho appresa dalla stampa. No, non abbiamo fatto approfondimenti. Ho illustrato in Consiglio, in seduta pubblica, i passaggi dei piani attuativi del Pgt ed in particolare quello di Bricoman che era passato col voto di tutti”.
Altra domanda dei Donata Costa: “Sapeva che l'area di via Tagliamento era di proprietà di società riconducibili ad Altobelli e Pirovano?”.
No”.

Il pm: “Non sapeva degli interessi comuni di Altobelli e Pirovano?”.
Ho sempre pensato che tra Altobelli e Pirovano non corressero buoni rapporti essendo competitori...Avevo avuto la sensazione che tra loro non corresse buon sangue”.

Pm: “Pirovano era in Consiglio?”.
Non era di Forza Italia, dimessosi subentrò Brambilla, primo dei non eletti”.

La pubblica accusa chiede quindi lumi sui componenti della Commissione urbanistica. “C'è un componente per ogni partito, Altobelli, facendo parte del partito di maggioranza aveva peso politico adeguato”.
Una sola domanda dell'avvocato Colciago a Pipino: “Il piano attuativo è di competenza della Giunta o del Consiglio?”.
Della Giunta”.

Antonino Brambilla chiede di rendere una dichiarazione spontanea in merito al piano attuativo di Bricoman.
Premesso che i piani attuativi sono per lo più approvati dalla Giunta e solo per opportunità dal Consiglio – esordisce - la mia presenza come professionista in relazione a questo piano con era con Bricoman bensì con Giorgio Aldeghi al quale ho girato la fattura di 10mila euro. Quando il piano attuativo non muta nulla è compito della Giunta e quindi, il fatto che io fossi Consigliere comunale è inifluente. Quel piano è stato portato in Consiglio perché sarebbe passato all'unanimità. Ero consigliere all'opposizione appartenendo a Forza Italia-Pdl con Alleanza Nazionale nella maggioranza. In merito al piano Bricoman in qualità di capogruppo feci osservazioni che introducevano alcune misure di carattere restrittivo

In aula s'accomoda il teste Giorgio Aldeghi, architetto. “Relativamente al piano attuativo ho avuto l'incarico da Bricoman. Paolo Vivacqua l'ho conosciuto nello studio dell'avvocato Guastadisegni e dopo l'appovazione del Pgt”.

Donata Costa chiede conto al teste di quella email da lui inviata “in via riservata” all'avvocato Loreno Magni il 23 novembre 2010 in cui si parla di una riunione in Comune presenti sette persone tra cui l'Assessore all'urbanistica Sandro Sisler e per la Commissione urbanistica Maurizio Altobelli.

In via riservata avevo sentito Brambilla, credo il giorno prima, relativamente alla questione dei parcheggi. La riunione era stata indetta per capire se avremmo potuto fare la pista ciclabile. Bricoman chiedeva parcheggi in più. L'architetto Parma, responsabile dell'ufficio urbanistica, era favorevole ai parcheggi e non alla ciclabile”.

L'architetto Aldeghi rivela quindi di aver partecipato ad una seconda riunione - questa volta ristrettissima – “fissata dall'assessore Sandro Sisler in un primo tempo a Carate e poi spostata per decisione di Sisler negli uffici dell'Aler di Monza”.

Oltre a me e mio padre – precisa - erano presenti Tullio Strata della Bricoman e, forse, l'avvocato Magni. Felice Tagliabue non c'era però era nel parcheggio, sotto gli uffici dell'Aler”.

Congedato il teste è la volta di Tullio Strata, direttore sviluppo immobiliare di Bricoman Italia .
Nel 2009, tramite una società di architettura con cui collaboriamo venimmo a sapere dei terreni lungo la Valassina di cui Felice Tagliabue era il mediatore. A noi si è presentato come mediatore”.

Pm: “Sa se era iscritto all'albo dei mediatori?”.
Non so, presumo di sì. I contatti li portammo avanti con la società Loviro e con Paolo Vivacqua. Agli incontri era presente anche Calogero Licata Caruso ma lui non è mai stato controparte. Il primo problema era di riuscire ad avere altri terreni oltre ai 24mila mq della Loviro, di proprietà di tre privati. Ebbi dall'architetto Aldeghi il riferimento dello studio dell'avvocato Brambilla per il proseguio della trattativa che ebbe diversi stop and go. Inizialmente ci venne prospettata la possibilità di una locazione e quindi l'acquisto del terreno. Aldeghi era la nostra persona di fiducia. Nel dicembre 2010 firmammo un preliminare col presupposto che oltre al terreno della Loviro venissero acquisiti quelli di altri tre soggetti entro il 31 dicembre 2011. Normalmente noi diamo la responsabilità al venditore, in questo caso condizionammo la responsabilità al piano attuativo firmando due incarichi allo studio dell'architetto Giorgio Aldeghi. Pagammo 200mila euro per il piano attuativo e 50mila per l'assistenza legale”.

Il pm domanda se è a conoscenza che sono state pagate tangenti.
No. Lei mi chiede se quella cifra di 200mila euro in meno pagata al rogito (5,1milioni euro rispetto ai 5,3 citati nella email inviata dall'avvocato Magni all'avvocato Luigi Corrias il 25 novembre 2010 nel caso fosse stato possibile spuntare una maggiore superficie coperta – ndr) era una tangente? Assolutamente no! Abbiamo pagato soltanto fatture ad Aldeghi”, risponde Strata che così argomenta. “La superficie coperta era al di sotto del piano regolatore. Una criticità era legata al fatto che l'opzione d'acquisto firmata ad agosto indicava 5200 mq coperti. Seppi dall'avvocato Corrias che l'avvocato Magni era seccato perchè pensava di non riuscire a convincere il suo cliente ad avere 300 mq in più di superficie coperta”.

Il teste successivo è Diego Terruzzi, dal 2000 in Regione Lombardia. Gli viene chiesto di chiarire il senso di quella email inviata ad Antonino Brambilla il 24 aprile 2009 “con modifiche concordate evidenziate in rosso” relative all'area di Villa Caproni ad Albiate-Carate e la nuova area ospedaliera di via Mosè Bianchi-Tagliamento.

Trattasi di comparto da tutelare – spiega il teste – C'erano altre aree ben più ampie rispetto a quelle a cui l'assessore aveva chiesto di apporre il vincolo. L'ingegner Nova dei Beni Culturali ci raccomandava di “vestire” tutti gli ambiti. E quella era area di pregio, soggetta a tutela anche per quanto riguardava gli edifici”.

Quindi – chiede Donata Costa – ad aprile 2010 esisteva il vincolo?”.
Tutti i vincoli”.

E l'area di via Tagliamento?”.

Era area di trasformazione urgente. Consegnai la documentazione esistente alla Guardia di finanza che venne a sequestrarli”.

Il 6 aprile si è riunita la Commissione?”.
Sì, vi ho partecipato per delega del dottor Dario Fossati”.

Voi avete acquisito dal Comune di Carate documentazione in cui non compariva l'area di via Tagliamento. Dalla documentazione sequestrata in Comune a Carate non c'era quell'area che pare sia frutto di riflessione successiva alla lettera da lei inviata a Brambilla – argomenta il pm -. La Commissione ha chiuso i lavori indicando le aree acquisite secondo la documentazione di Carate del 6 aprile 2009; il 24 aprile compaiono le modifiche”.

Se l'area di via Tagliamento non c'era – è la risposta – dovevamo prenderne atto”.
Insiste la pubblica accusa: “Perchè ha mandato la email a Brambilla?”.
Scrivo a lui perchè vuole sapere se il 6 aprile c' è stata l'approvazione della tutela”.

Ma il 6 aprile l'area di via Tagliamento non c'era...”.
Non ricordo di preciso se ci fosse quell'area, è stata dunque inserita in una seconda fase dal momento che in Commissione il 6 aprile non se n'era parlato ”.

Chiede l'avvocato Daddea se “l'approvazione del Pgt è direttamente collegata alla riunione della Commissione in Regione?”.
No”.

La delibera – argomenta il legale della società Bre – parla di attività ospedaliera consentita o a supporto dell'attività ospedaliera”.

“Per opportunità ospedaliera il Comune poteva fare ampliamento o altro usando quelle aree”.

Il teste dice di non aver saputo del vincolo del Parco della Valle del Lambro e d'aver approfondito la questione soltanto dopo l'arrivo della Guardia di finanza”.

Avvocato Daddea: “Su quell'area posso costruirci una villetta?”
Teste: “No!”.
Pubblico ministero: “Una residenza per degenti?”.
”.

Ruota ancora attorno al verbale redatto dopo la riunione in Regione della Commissione l'esame di Cristiano Gandola, funzionario regionale che funse da segretario alla riunione del 6 aprile 2009.

Domanda del pm di una email inviata dal Comune di Carate alla Regione “chiedendo l'inserimento di altre tre aree soggette a vincolo”.

Ricordo, arrivò di sera all'architetto Amorotti e a Terruzzi. “Per me – risponde il teste – queste aree erano già comprese”.

E allora come mai il 24 aprile Terruzzi manda una nuova bozza?”.

La email con le modifiche segnate in rosso l'ho inviata io girandola anche all'avvocato Brambilla. Però l'indirizzo era errato e così chiesi al Comune di Carate di poter avere l'esatto indirizzo di posta dell'avvocato”.

In quale veste lei la mandò a Brambilla?”.
Me lo aveva chiesto il mio dirigente in quanto Brambilla faceva parte dell'amministrazione di Carate”.

Su domanda della presidente che gli chiede della riunione in Regione a ridosso del Pgt
Gandola risponde “è casuale”.

Insiste la presidente: “Lei conferma le dichiarazioni?”.
Sì. Non era una mia decisione...”.

Sfila l'ultimo teste, dipendente del Comune di Carate nell'ufficio edilizia privata.
Responsabile del mio reparto era Innocente Rigamonti”.

Pm: “Si è occupato del vincolo paesaggistico?”.
Sì. Delegato dal Comune alla riunione in Regione dell'aprile 2009 in cui si discusse delle aree soggette a vincolo e quindi definitivamente approvate”.

Le mostro il promemoria da lei redatto. Come mai, successivamente, ha interloquito con la Commissione?“.
Rigamonti aveva scritto una email di dettaglio delle aree su cui comparivano distributori di benzina E dalle tavole ne sono emerse altre di aree..”.
Che il Comune ha fatto diventare edificabile, le altre aree?”.
Andavano escluse perchè altrimenti non si poteva edificare. C'era l'area di via Tagliamento. E lo stesso Rigamonti che se n'è accorto”.

E quindi le ha chiesto di mandare una email alla Regione integrando?”.
Non so chi ha scritto e mandato quella email”.

Ed avete avuto l'ok dalla Regione? “.
Dopo diverso tempo quando c'è stata la pubblicazione sul Burl”.

L'esame del teste si conclude con una negazione: “No, l'avvocato Brambilla non ha interloquito” e una conferma.
Donata Costa mostra al teste la cartella da lui consegnata alla Guardia di finanza di Seregno. “Sì, era tutta la documentazione che avevamo in Comune. Non c'era altro”.

Il Pm Donata Costa ha chiesto la trasmissione del verbale della testimonianza resa  in aula al suo ufficio.

 

Il sogno spezzato di Paolo Vivacqua: un impianto in Sicilia per trasformare in oro i rifiuti

di Pier Attilio Trivulzio

Ci aveva provato nel 2006 e avrebbe voluto riprovarci.
Paolo Vivacqua voleva iscriversi all'albo nazionale dei gestori ambientali, attraverso la società Giada.
Aveva un terreno al confine tra Carate e Seregno e aveva chiesto al Comune l'autorizzazione ad aprire un sito di stoccaggio di rifiuti speciali non pericolosi.

L'allora sindaco Pipino l'autorizzazione gliel'aveva negata e anche la Provincia di Milano aveva detto no. Così si era messo il cuore in pace ed aveva ingrandito il suo giro di società “cartiere”: oltre alla Giada (domiciliata a Ravanusa), la Ramit a Lissone, la Ital Metal di Sesto San Giovanni che dopo due anni, nel 2007, aveva trasferito a Ravanusa lasciando però a Lissone l'unità locale.

I soldi illecitamente guadagnati con le false fatture li ha investiti nell'acquisto di terreni, ville e appartamenti, auto di lusso, cavalli, persino un elicottero.

Per rilevare società e terreni di Carate della Loviro ed Edil VLB – ceduti a settembre del 2011 a Bricoman Italia – aveva chiesto finanziamenti a Meliorbanca che glieli aveva concessi accendendo ipoteche “con un tasso d'interesse del 23 per cento, tasso da usurai tanto è vero che con i dirigenti io, Vivacqua e Licata Caruso abbiamo avuto una ventina d'incontri – testimonia in aula l'avvocato Loreno Magni – avevamo fatto atti formali ed eravamo pronti ad un 'azione contro la banca. Per fortuna abbiamo venduto i terreni a Bricoman ed allora abbiamo chiuso la posizione debitoria. Secondo Paolo la vendita a Bricoman non gli aveva lasciato molto guadagno dopo aver pagato quanto c'era da pagare. Compresa l'iva allo Stato. Questa operazione è stata fatta tutta in regola”.

In aula per la terza udienza del processo per l’omicidio di Paolo Vivacqua, l’avvocato Loreno Magni racconta della trattativa sfumata con Mc Donald’s, delle insistenti pressioni del socio Felice Tagliabue “che reclamava soldi e invece Paolo, dicendo che l'affare Bricoman non aveva portato un grande guadagno, voleva cedergli solo un pezzo di terra.”
Interviene il legale Salvatore Manganello che, assistito dal praticante di studio Luigi Di Natali, difende uno dei cinque imputati, Salvino La Rocca, chiede: “Lei, avvocato Magni in questo o in altri processi è imputato?”.
- risponde il teste- di associazione a delinquere con altri 50 imputati per riciclaggio nel processo di Milano con Vivacqua e Licata Caruso”.

Potrebbe avvalersi della facoltà di non rispondere – come ha poi fatto Felice Tagliabue che è stato subito mandato a casa - o di farsi assistere da un difensore. Rinuncia e continua a rendersi disponibile alle domande della corte e dei difensori degli imputati. Non ha tentennamenti nel rispondere di una conversazione intercettata mentre parla con Paolo Vivacqua pronunciando il cognome Airoldi. “...E' una pratica pesante 80 chili. Lo sai che andiamo il giorno 8 anche con te? Loro vengono con l'aereo, possono atterrare...E' impressionante, impressionante, meno male”.

Risposta: “E' andato a vedere vicino a Brescia un macchinario per lo smaltimento dei rifiuti. Andò da Airoldi con persone che venivano dalla Sicilia. C'era il geometra Gaglio... Vivacqua avrebbe voluto costruire questo impianto in Sicilia...Bruciando rifiuti si produce energia elettrica, dalle gomme si ricava il gasolio”-

Era l'8 ottobre 2011?”chiede il pm Donata Costa
Sì, vicino a Brescia”.
Se le dico Orzinuovi?”,interviene l'avvocato Manuela Cacciuttolo difensore di Germania Biondo. Il teste conferma.

A Orzinuovi ha sede la AB Energy Spa che quel macchinario lo produce e lì lavora l'ingegner Gianluca Airoldi che però, ad una nostra telefonata, nega d'aver mai conosciuto Paolo Vivacqua e di non sapere nulla circa un impianto da installare in Sicilia.

Sempre da intercettazioni della Gdf di Gorgonzola si evince che per quella “pratica da 80 chili” che “...dev'essere chiusa il 16 o il 17...O si toglie dai coglioni...Sì, se ce lo togliamo” era interessato un politico, Carmelo D'Angelo, allora presidente della Commissione lavori pubblici della Provincia di Agrigento, dal giugno 2013 sindaco di Ravanusa.

A richiesta di chiarimenti, l'avvocato Magni, in modo per la verità poco convincente, risponde che trattasi di un'altra pratica riguardante Elena Fiorito, commercialista di Piacenza che con Vivacqua aveva un debito di 500mila euro ed è stata denunciata all'Ordine. “Era intestataria con altri di due società a Brescia di cui abbiamo pignorato le quote”, spiega. E sempre in riferimento ai brogliacci delle intercettazioni, viene chiesto di spiegare di quella frase: “...Poi il Pgt è finito?..Entro dicembre è collegato...no, entro novembre dev'essere approvato il Pgt della Pedemontana...”.

Era riferito all'esproprio della casa di Vivacqua a Desio. E' stato trovato un accordo e restituiti 260 o 270mila euro”.

Con chi è stato fatto l'accordo?”, domanda il presidente.
Con l'ingegnere capo”.

Domanda dell'avvocato Paolo Sevesi, difensore di Diego Barba, relativa ad una telefonata con l'impiegata Cinzia Bellotti in cui si parla dell'uccisione di Paolo Vivacqua “Lei dice, chi doveva capire ha capito. E la Bellotti: non è fatto per capire ma per avere consenso”.
Secondo Loreno Magni la Bellotti si riferiva a riflessioni di Antonio figlio di Paolo Vivacqua,

Gli viene ancora chiesto di quell'assegno di 130mila euro consegnato a Paolo Vivacqua dall'avvocato desiano Antonella Savarino e mai incassato. “Un prestito fatto al marito. Con lei non ho mai trattato, però l'ho vista a Desio il 13 novembre (giorno prima dell'uccisione di Vivacqua – ndr) verso le 14”.

Sollecitato riferisce del rapporto tra Paolo e Sara Corvino.
A Desio aveva una cooperativa di forza lavoro ed ha fatto bonifici a gente che non ha mia lavorato. Paolo se n'era accorto, aveva rimandato indietro i bonifici e voleva denunciarla”.

Le viene chiesto dei rapporti del rotamat ucciso con Licata Caruso, Mario Infantino e altri prestanomi. Persone che lo avevano deluso, di cui non si fidava più come Mario Infantino che gestiva il bar di Muggiò “La Piazza”. “I conti erano in rosso”, dice.
E che non si fidasse più di nessuno dei collaboratori lo si evince da una telefonata, l'11 novembre, in auto con l'amico Grassa sta andando alla Fiera di Rimini per vedere quella macchina che trasforma in oro i rifiuti.

Il momento più sconcertante dell'udienza è stato quando Loreno Magni riferisce della telefonata che gli fa Gaetano Vivacqua il 14 novembre. “All'alba delle 15.15 (dice proprio così) mi chiama, doveva consegnarmi i documenti per la piscina che avevano fatto costruire. Mi chiede se ero con suo padre e se sto bene. Il tono di voce era normale. Non mi disse nulla dell'uccisione di Paolo, disse che i dipendenti della società, erano già tutti usciti. Attorno alle 15,30, ero a Milano in banca, ricevo la telefonata di Cinzia Bellotti, impiegata alla FV Metalli di Gessate, mi dice di un incidente occorso a Paolo. Mai saputo nulla della morte fino alla sera quando mi ha chiamato Lavinia Mihalache”.

Che Paolo è stato ucciso gli uomini delle Fiamme gialle di Gorgonzola addetti alle intercettazioni lo appendono soltanto attorno alle 16. “Alle 15,28 – riferisce il maresciallo Pietro Bandini della Gdf di Gorgonzola – ascoltiamo Lavinia Mihalache che disperata risponde ad una chiamata di Gaetano Vivacqua. Si sentiva l'ambulanza poi cade la conversazione. Un paio di minuti e torna la comunicazione, Lavinia dice a Gaetano: tuo padre è morto. Ci siamo allertati soltanto alla successiva chiamata fatta da Antonio Vivacqua alle 16 e qualcosa. Chiama la madre, Germania Biondo alla FV Metalli di Gessate dicendo: papà è morto per arma da fuoco. Più tardi dalla Procura di Milano abbiamo avuto conferme dell'omicidio”.

La Gdf intercettava anche Germania Biondo, ma la delega d'ascolto per quanto la riguardava scadeva proprio il 14 novembre alle ore 15. Non è mai stata sottoposta ad operazioni di Ocp, a differenza di Licata Caruso, Mario e Vincenzo Infantino ed altri che sono stati seguiti e fotografati mentre nell'ufficio postale di Lissone e alla Banca Popolare di Milano, agenzia di Seregno, si recavano per incassare per contanti gli assegni emessi da Bricoman. Ritiri di 500mila euro al giorno. Un solo assegno di 250mila euro emesso da Bricoman è stato recuperato nell'abitazione di Calogero Licata Caruso.
Si torna in aula lunedi 24 novembre alle 9.

 

Autodromo. Gli affari di Monza Informa: dalle fatture gonfiate ai video per Cast Monaco Production

* il sig. Vignando ha voluto replicare al contenuto dell'articolo, vedi nota

di Pier Attilio Trivulzio

Gigi Vignando, “la Voce dell'Autodromo”, alla fine degli Anni Novanta si dimise da Telecom per dedicarsi, d'accordo col direttore Enrico Ferrari (che deve rispondere di 14 capi d'imputazione tra cui usura, false fatturazioni e turbativa d'asta nel processo che torna in aula giovedì 30 ottobre) al redditizio business di “Monza Informa”.
Un accordo, all'epoca, da 120milioni di lire.

L’accordo prevedeva la produzione di videocassette promozionali che il desiano 50enne Giovanni Giardina - da tutti conosciuto come Nicolas - provvedeva, dietro compenso di 50mila lire, a recapitare alle televisioni private della Lombardia che le mandavano in onda ad orari impossibili: quando l'ascolto era pari a zero.

Giardina che coordinava per il Moto Club Biassono il servizio dei commissari in pista, è ora accusato dalla Procura di Monza d’essersi procurato “un ingiusto profitto di 17mila euro”, in concorso con l'ex presidente del club Gabriele Aliprandi.

L'accordo in nero raggiunto tra Vignando e Ferrari consentiva alla GI.VI. CO srl - col marchio “Monza Informa - l'occupazione degli spazi sopra la direzione dell’autodromo, senza però ci fosse alcuna scrittura a giustificare il comodato d'uso dei locali.

Per la verità alle prime proposte di Vignando, l’allora direttore dell'Autodromo, Enrico Ferrari, aveva risposto picche anche perché Sias, per pubblicizzare l'attività in pista utilizzava l'ufficio stampa del socio di maggioranza, l'Automobile Club di Milano, ed aveva al suo interno un ufficio comunicazione e immagine. Dunque, non serviva un'altra struttura.

Poi però, Enrico Ferrari dette il benestare non senza, prima, accordarsi per utilizzare “Monza Informa” per i suoi scopi personali e per quelli dell'amico Marco Villa di Acp&Partners.

Come nel caso dei filmati delle gare del Ferrari Challenge degli anni dal 2007 al 2009 realizzati dalla GI.VI. CO e ceduti alla Cast Monaco Production per 48mila euro.

“...In relazione alla Cast Monaco ho mediamente registrato una fattura all'anno che veniva pagata a mezzo bonifico estero. Mi sembra di ricordare che le fatture riportavano la dicitura realizzazione di video...”, dichiara alla Guardia di finanza il 23 luglio 2013, Maria Stefani, dipendente di Acp&Partner.

Mentre Giovanni Di Biase, titolare della Cast Monaco Production fino al 2006, detta a verbale: “La mia società non ha mai effettuato riprese video di manifestazioni sportive presso l'Autodromo di Monza né ha mai noleggiato attrezzature video e neppure effettuato servizi video in relazione alla manifestazione indicata in tali fatture...ritengo che la mia ex segretaria Rita Togni abbia compilato le fatture false relative ai servizi video che mi avete esibito e mi ha semplicemente chiesto la cortesia di incassare i relativi bonifici. Io poi provvedevo a rendere alla stessa in contanti il 95 per cento delle somme bonificate...”.
Somme che finivano ad Acp&Partner e Sias.

Sulla vicenda anche Fabrizio Turci, amministratore delegato di Sias, viene sentito dalle fiamme gialle il 20 dicembre dello scorso anno.

In relazione alle fatture della Cast Monaco relative a servizi video produzione delle gare Ferrari Challenge dal 2007 al 2009 – dichiara - da quanto riferitomi dal personale della società, non risulta che in Sias vi siano tali video forniti alla società monegasca”.

Dal verbale si evince che Turci avrebbe chiesto conto di quei filmati ai dipendenti della Sias. Non a Gigi Vignando con cui, proprio in quei giorni, era in corso un durissimo scontro per fargli rilasciare i locali.

Sias, intenzionata a indire una gara d'appalto per i servizi televisivi, aveva dato l'ultimatum a “Monza Informa” e “Race TV”, quest'ultima creata un paio d'anni fa. Venuto a conoscenza del bando, Vignando aveva chiesto 500mila euro per lasciare i locali e consegnare l'archivio, ma poi si era reso irreperibile.

E così gli era stata inviata una diffida.

Ad oggi non avete ottemperato agli accordi di cui alla scrittura privata dell'11 novembre 2013 che prevedevano da parte di GI.VI.CO srl il rilascio degli immobili da questa occupati e la consegna del materiale televisivo entro il termine improrogabile del 31 gennaio 2014 – scrive l'ad Fabrizio Turci -, e pertanto con la presente vi costituiamo in mora e vi diffidiamo all'immediato rilascio dei locali tuttora indebitamente occupati”.

Ricevuta la lettera, Gigi Vignando si è rivolto al suo protettore Enrico Ferrari per poter mantenere la sua società in autodromo.

Ferrari si è sollecitato chiedendo che se ne occupasse Michele Nappi, vicepresidente dell'Automobile Club di Milano, il quale s'era subito mosso facendo pressioni su Fabrizio Turci affinché si raggiungesse un accordo con “Monza Informa” ponendo però la condizione di un controllo sulla linea editoriale in quanto sul sito di “Race Tv” erano postati filmati con commenti che mettevano Sias in cattiva luce.

Quello di Vignando è un caso emblematico. Quando in Autodromo si cerca di sistemare posizioni anomale come quella di “Monza Informa” si scatena l'ira d'iddio – era stato il commento dell'avvocato Federico Bendinelli dopo l'incontro decisivo con Gigi Vignando -. Avevamo formalizzato tutto a novembre con una scrittura privata che Vignando, prendendo tempo, non aveva voluto firmare. Era impossibile continuare ad avere un rapporto iniziato con l'ex direttore Enrico Ferrari che, assolutamente, dovevamo regolarizzare. Anche per evitare di ritrovarci un domani a dover rispondere davanti ad enti istituzionali come l'Inps o la Guardia di finanza che arrivata all'Autodromo su ordine dei magistrati Walter Mapelli e Caterina Trentini ha preteso tutti i documenti relativi alle posizioni in essere di fornitori, consulenti e collaboratori compresa la GI VI CO di Gigi Vignando.

In Sias non c'è alcun documento che giustifichi la presenza della società di Vignando come affittuaria dei locali. E dunque dovevamo assolutamente provvedere. La proposta che gli abbiamo fatta per chiudere il contenzioso e continuare il rapporto fino a dicembre 2014, formalizzata da una scrittura privata, è di speakerare le 11 manifestazioni motoristiche a calendario quest'anno, fornirci un filmato di 60 minuti che sintetizzi la stagione, oltre a 6 brevi filmati da utilizzare per fini istituzionali. Tutto scritto nero su bianco. Nessuno ha mai pensato di licenziarlo. Nè di imporgli la consegna dell'archivio. Purtroppo non abbiamo alcun documento che comprovi che il materiale di “Monza Informa” è di proprietà di Sias ed è stato pagato da Sias. Quello che ci ha però davvero dato fastidio è stato il clamore montato da Vignando”.

Tra i fatti che hanno caratterrizzato la presenza di Vignando in autodromo c’é lo scontro, pesante e plateale, con Giorgio Beghella Bartoli per quella Lamborghini parcheggiata in pista durante un fine settimana di gare, quasi fosse una “pace car” in realtà messa lì in bella mostra per essere ripresa dall'operatore di “Monza Informa” per poi andare a battere cassa alla concessionaria che gliel'aveva prestata.

Vendeva di fatto il marchio autodromo senza averne l’autorizzazione.

E' stato infatti coinvolto in una vicenda di fatture gonfiate rilasciate al “Team A” per la partecipazione al Rally dell'Autodromo.

La Guardia di finanza di Monza, intervenuta a seguito dell’inchiesta condotta dai sostituti procuratore Walter Mapelli e Caterina Trentini, non ha potuto procedere alle contestazioni per estinzione del reato, visti gli anni trascorsi.

Infine Gigi Vignando non ha tenuto fede agli accordi presi con Sias tant'è vero che diversi appuntamenti della stagione sul circuito brianzolo non hanno avuto il suo commento. Anche perché, ottenuti da Sias i nuovi locali al primo piano della tribuna centrale, in contemporanea si è accordato con l'ACI per occuparsi del commento televisivo dei Racing Weekend.

Alla ricerca di protezione, ha fatto campagna elettorale per la lista “Sport& Rinnovamento” che a luglio ha sbancato le elezioni per il Consiglio dell'Automobile Club di Milano esprimendo Ivan Capelli presidente.

Ora vorrebbe essere gratificato con un incarico ufficiale, ben retribuito, nel settore della comunicazione di Sias.

 

Lettera Autodromo Monza a Vignando

Nota

Autodromo. Gli affari di Monza Informa: la verità.

Monzainforma risponde a quanto pubblicato il 29 ottobre 2014 dal sig. Pier Attilio Trivulzio sul portale Infonodo.org.

Si rende doverosa una smentita totale delle accuse e delle insinuazioni, gravi ed infamanti, rivolte a Gigi Vignando, il quale ha sempre agito nella correttezza professionale, con grande passione e senza alcuna “protezione”. L’articolo è manifestamente orientato a gettare discredito e sospetto sull’operato di una persona – forse l’unica – che nel terremoto giudiziario che ha sconvolto l’Autodromo di Monza negli ultimi tre anni, non è mai stata coinvolta dagli inquirenti, neppure sotto forma d’informatore o di testimone.

I rapporti fra la SIAS e Vignando con la sua ditta individuale GI.VI. CO., lungi dall’essere “in nero”, sono sempre stati regolarizzati contrattualmente, con accordi scritti su carta intestata della SIAS.

Monzainforma è il centro di videoproduzione della GI.VI. CO. che in parallelo:
- svolge attività di produzione televisiva,
- gestisce il proprio archivio storico di riprese televisive, con particolare attenzione alla storia dell’Autodromo di Monza e, infine,
- in forza del rapporto contrattuale con SIAS, fa produzione e promozione televisiva dell’attività sportiva in calendario a Monza, in cambio della cessione a titolo gratuito dei locali interni all’autodromo, in cui colloca il suo ufficio operativo.

La promozione video per SIAS è sempre stata effettuata mediante l’invio gratuito dei servizi alle televisioni locali della Lombardia e, negli anni, anche a tutte le TV che ne facevano richiesta sul territorio nazionale, ivi comprese reti con altissimo share quali La7 e Rai. I servizi sono sempre andati in onda in tutte le fasce orarie e comunque nell’ambito di telegiornali e programmi specializzati in motorsport.

GI.VI.CO. e SIAS collaborano dal 1997 e tuttora. Nel corso negli anni, i rinnovi contrattuali possono aver determinato dei momenti di tensione, com’è assolutamente normale e fisiologico nei rapporti commerciali, ma qualsiasi incomprensione ci possa esser stata, però, di certo è sempre stata risolta e chiarita. Così anche nell’ultimo rinnovo (in particolare, è doveroso precisare che non c’è stato mai alcun bando, ma solo fu ventilata alla fine del 2013 l’eventualità di aprirne uno: ipotesi che Vignando accettò senza problema, ma la SIAS stessa lasciò cadere. E tantomeno Gigi Vignando ha ricattato SIAS, come afferma il sig. Trivulzio nel suo scritto).

Monzainforma non ha mai intessuto rapporti commerciali con Acp&Partners, né con Cast Monaco Production (che Vignando neppure conosce!). Certo Gigi Vignando non ha mai consentito che Monzainforma si prestasse a scopi diversi da quelli istituzionali, tantomeno per seguire interessi personali altrui; mai ha venduto, né formalmente né di fatto, il marchio di Monza, avendolo anzi sempre promosso; mai ha emesso “fatture gonfiate” nei confronti di chicchessia, essendo del tutto estraneo alla sua etica.

In ultimo, quanto al sig. Giardina, nell’arco dei 17 anni di vita di Monzainforma, la sua collaborazione si riduce ad un’unica occasione: nei primi anni duemila e per una sola settimana, in prova…

GI.VI.CO e la persona di Gigi Vignando, è bene ribadirlo, non hanno mai avuto bisogno di “protettori”, avendo sempre svolto solo attività lecite e l’ultima battaglia combattuta per il rinnovamento di Monza ne è la prova ad oggi più evidente.


Al Comunicato stampa di “Monza Informa” risponde l'autore dell'articolo

“Nessuna falsità scritta. Non tolgo una virgola, correggo soltanto una imprecisione relativa al passaggio “Per poter mantenere la sua società in autodormo si è rivolto al suo protettore Enrico Ferrari”. Chissà, forse l'ha fatto davvero, di certo – quando già cavalcava la lista “Sport e Rinnovamento” ha chiesto aiuto a Mchele Nappi, vice presidente dell'Automobile Club di Milano (che di Sias ha il 70% delle quote), che stava preparando la lista concorrente con Carlo Edoardo Valli tant'è vero che il suo caso venne portato da Nappi in Consiglio di Acm e passò con voto unanime. Esiste il verbale e in ogni caso è stato lo stesso Nappi a confermarlo al sottoscritto. Ad elezioni concluse con la vittoria della lista “Sport e Rinnovamento” chiesi allo sconfitto dottor Nappi un commento sul comportamento di Vignando relativamente alla richiesta di aiuto. Disse: “La riconoscenza non è di questo mondo”.

Nulla di falso e nulla da smentire neppure relativamente alle videocassette del Challenge Ferrari fatturate alla Cast Monaco Production.
Invito Vignando a leggere bene il testo, non ho scritto che era “Monza Informa” a fatturare a Cast Monaco Production e ad incassare bensì che era la sua società a relizzare i filmati che consegnava al direttore Enrico Ferrari e che poi – l'ha accertato la Guardia di finanza – la società monegasca fatturava ad Acp&Partners e i proventi venivano ritornati ad Acp&Partners di Marco Villa e a Sias decurtati del 5 per cento.

Il signor Gigi Vignando a questo proposito ha la memoria corta. Fu lui stesso a parlarmi – nel 2012 in sala stampa dei filmati “di Ferrari, Maserati e Pirelli che io consegno a lui e poi non so cosa ne fa Enrico Ferrari”.
Vignando smentisce anche ciò che non è smentibile, la lettera che Fabrizio Turci, amministatore di Sias, gli ha mandato (protocollo 6(/2014 del 20 febbraio che Infonodo ha pubblicato sotto l'articolo) “intimandogli l'immediato rilascio dei locali”. Scritta dopo la decisione presa dal Consiglio di Acm di tenere “Monza Informa” frutto del sollecitato interessamento di Michele Nappi.

Ultima doverosa chiosa. I sostituti procuratori Walter Mapelli e Caterina Trentini hanno svolto la loro inchiesta partendo dalla denuncia del presidente di Sias Paolo Guitamacchi, del consigliere Pietro Mazzo e di Enrico Radaelli. Hanno trovato moltissimo altro materiale relativo alle centinaia di società che avevano rapporti con Sias e su cui Enrico Ferrari e forse non soltanto lui, lucrava. Materiale che è ancora al vaglio della Guardia di finanza e potrà aprire nuovi spiragli forse non penali, ma certamente interessanti per l'Agenzia delle Entrate. 

Pier Attilio Trivulzio

Monza - Autodromo. Durante la gara, muore di infarto il patron della scuderia De Martini. E' solo un ciak ma poi si rischia l'incidente vero

di Pier Attilio Trivulzio

É successo di tutto questo fine settimana in Autodromo. Momenti di panico sabato pomeriggio. Mentre in pista si sfidavano le granturismo per l'ultima gara valida per il campionato europeo della GT4 che vedeva tra gli altri impegnato alla guida di una Bmw il principe Bernhard Lucas Emmanuel di Orange-Nassu von Vollenhoven, membro della Real casa olandese, il titolare del team De Martini è improvvisamente sbiancato in volto, ha barcollato ed è stramazzato al suolo in mezzo alla corsia box. Immobile. Soccorso dagli addetti alla sicurezza e all'antincendio; e i meccanici della sua squadra, impietriti, gli si sono stretti attorno. Qualcuno gridava invocando l'arrivo immediato del medico e i fotografi riprendevano la scena.

Tutto mentre le auto sfrecciavano in pista a 167 di media. Panico. “Vai via, scemo. Stiamo girando la scena”, ha detto con un filo di voce l'uomo a terra che, ovviamente, non era stato colto da malore. Semplicemente recitava una scena di “Italian Race” film con Stefano Accorsi e Matilda De Angelis, regista Matteo Rovere che la Fandango manderà nella sale a primavera.

Finzione di impressionante realtà. La scena è stata ripetuta sette volte e davvero si è rischiato il morto. Mentre le granturismo continuavano a girare e Bernhard di Orange-Nassau lottava per il terzo gradino del podio che gli assicurava il titolo europeo, un finale da brivido. All'ultimo ciak un'auto in gara con un pneumatico dechappato ha infilato la corsia box per raggiungere la postazione dove i suoi meccanici erano pronti alla sostituzione. Ed ha rischiato di travolgere la troupe di Fandango. Che è stata poi chiamata in direzione gara e strigliata dal direttore Daniele Galbiati.

Per completezza d'informazione diciamo che “Italian Race” è la storia di una immaginaria squadra, la De Martini, oberata di debiti il cui titolare, colpito da infarto muore, appunto, nella corsia box dell'Autodromo di Monza. Sono i figli Loris (Stefano Accorsi) ex pilota e la sorella Giulia (Matilda De Angelis), pilota, ad ereditare la squadra.
La pellicola è stata girata dal vivo in due mesi riprendendo le gare dei Racing Weekend, negli autodromi di Imola, Mugello e Vallelunga con una scena – che apparirà prima dei titoli di coda - tra le strade dei “sassi” di Matera.

Oggi la troupe ha concluso le riprese a Monza simulando l'uscita di pista di Giulia alla curva parabolica.

Dalla finzione alla realtà. Ieri, al termine di gara2 della GT3 Marco Mapelli e Raffaele Gianmaria sono quasi venuti alle mani. Si giocavano il titolo: un solo punto, a vantaggio di Mapelli, li divideva. Alla variante della Roggia Gianmaria con la Ferrari 458 ha tamponato l'Audi RS LMS del rivale. E' stata subito rissa tra i piloti e i meccanici. “Mi hai tamponato intenzionalmente per soffiarmi il titolo”, ha gridato a muso duro il brianzolo Mapelli al rivale che ha ribattuto: “Sei tu che hai frenato prima sperando che andassi fuori pista”.
La prima classifica riportava la penalizzazione di 1.254 secondi a Mapelli. Dopo il deposito di un reclamo Mapelli dal secondo posto è stato retrocesso al terzo e quindi, per il momento, per un misero punto, ha detto addio al titolo italiano che andrebbe a Gianmaria. La classifica è sub judice. “Se sarà necessario andremo in appello arrivando fino a chiedere il giudizio della Fia a Parigi”, ha annunciato la squadra Audi Sport del monzese Emilio Radaelli.

Nel rombante e strano fine settimana monzese tra un morto che non è morto e lite tra piloti fa tenerezza la presenza del 70enne Jo Castellano che corre nei prototipi e finisce terzo di categoria in gara2. Da giovane si cimentò in gare mondiali come la “1000 km” disputata sul vecchio, storico circuito di 23 km del Nuerburgring con la Lancia Beta.

Il rallista, pluricampione italiano della specialità Piero Longhi ka vinto gara1 dell' F2 Italian Trophy e é finito secondo in gara2. Longhi è stato il maestro e coequipier del neopatentato Valentino Rossi al primo Rally di Monza a cui ha preso parte il 9 volte iridato. Longhi tornerà rallista all'Autodromo facendo come sempre coppia con Capitan Ventosa ed esibendo lo sturacessi sul tetto dell'auto il 28 novembre.

 

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