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Monza - Autodromo. I 16 consulenti preparano il piano industriale, mentre Ecclestone attende una firma. In Tribunale avanti con il processo

di Pier Attilio Trivulzio

Manca un mese all'inizio della stagione agonistica e due mesi e mezzo a Expo 2015. E, questione vitale, per tenere in vita la convenzione con i Comuni, una manciata di giorni in più per andare a Londra e sottoscrivere l'oneroso impegno con Bernie Ecclestone per confermare a Monza la Formula 1 dal 2017 al 2020. Si badi bene, non per contattare ma per firmare quelle 17 pagine da tempo in evidenza sulla scrivania di Sacha Woodward Hill, legale di fiducia di mister B.
Eppure dentro l'Autodromo di Monza non si muove foglia. E si che essendo l'impianto dentro al Parco di alberi ce ne sono in abbondanza...
Forse non si muove foglia perché ancora non è stato ufficializzato il nuovo Consiglio della società di gestione? O perché qualcuno è convinto che Sias non ce la farà a fare fronte all'impegno da 20milioni di euro e che, tutto sommato, “due ruote sono meglio di quattro”? Insomma, meglio trattare con Dorna per riportare il Mondiale Superbike puntando ad ottenere anche la Motogp che con la FOA?

Forse l'ufficializzazione del Consiglio di Sias avverrà oggi. Il Cda sarà composto da Andrea Dell'Orto, presidente, e dai consiglieri Alessandra Marzari (in rappresentanza dei Comuni di Monza e Milano), Ivan Capelli, Massimo Ciceri ed Enrico Radaelli.

E la conferenza stampa anticipata dal direttore in pectore Francesco Ferri lo scorso 16 gennaio per illustrare nei dettagli il piano industriale A e B (piano B senza il Gran premio d'Italia di Formula 1 dal 2017)? Probabilmente, è ancora nel limbo delle cose da programmare.
Del resto ben comprendiamo che 16 consulenti – sì, proprio 16 (vi sembrano tanti?) - che da novembre lavorano a tempo pieno per preparare nei dettagli il “piano industriale” non hanno tempo da perdere per illustrare alla stampa quel che stanno facendo.
E pensare che per predisporre il “piano industriale” questi cervelli hanno letto e riletto il dossier commissionato quattro anni fa dall'allora presidente dell'Automobile Club di Milano, Carlo Edoardo Valli, ad una società legata all'Università Cattolica. Costato ben 150mila euro e, per volere di Valli, tenuto segregato in un cassetto. Forse fosse stato preparato dalla Bocconi…

Il dossier illustrava quali attività oltre a quelle in pista erano realizzabili per incrementare gli introiti.

Sorge dunque spontanea una domanda: quanto peseranno i 16 consulenti sul bilancio 2015 di Sias? Quanto si mettono in tasca ogni mese, dal momento che è impensabile che lavorino gratis? O forse lo fanno solo per amore dello sport e del circuìto più famoso del mondo dopo Indianapolis?

Veniamo all'udienza del processo alla malagestione dell'Autodromo che si è svolta il 12 marzo scorso ed è stata tutta incentrata sulla turbativa d'asta relativa al bando di gara per la ristorazione con aggiudicazione all’associazione temporanea d'impresa costituita dalla Duepi, amministrata da Federica Evangelista con (il defunto) Emanuele Vialardi nel ruolo di amministratore di fatto, e da AM Servizi.

Duepi srl è nel frattempo fallita, il procedimento è presso il Tribunale di Monza. Per la turbativa devono rispondere Enrico Ferrari, Marco Luca Villa, Federica Evangelista e la dipendente comunale Giuseppina Panuccio, madre della Evangelista.

Fin dal primo esposto, l'allora presidente Paolo Guaitamacchi denunciò alla Procura l'anomalo iter di questo bando e la gestione dei fornitori di Sias – spiega il maresciallo Antonio Carotenuto della Guardia di finanza -. Un rapporto consolidato negli anni, quello con i fornitori e per capire esattamente quel che avveniva portò in Sias un suo consulente”.

Chi era?”, chiede il presidente Alessandro Rossato. “.
Luigi Sangalli”.
Persona inattendibile, giusto per problemi di cronaca”, commenta l'avvocato Maurizio Boifava difensore dell'ex direttore Enrico Ferrari.

La pubblica accusa Caterina Trentini chiede al teste di spiegare perchè alla luce dei rapporti consolidati tra Sias e fornitori, Sias decide di indire una gara d'appalto.
Prima parliamo della gara d'appalto e poi spaziamo”, interviene il presidente il quale sull'affermazione del pm relativa all'indizione di un unico bando per quattro diverse tipologie obietta che “sarebbe stato il caso di specificarlo nel capo d'imputazione poiché il bando oltre alla ristorazione prevedeva anche altro”.

AI teste Carotenuto viene chiesto di specificare il rapporto con gli ambulanti. “Non abbiamo trovato contratti, venivano gestiti direttamente da Stella Anzani (per 50 anni gestore del ristoranzte della Tribuna – ndr) per conto di Acp&Partner di Marco Villa. In occasione del Gran premio venivano allestite 25 piazzole, qualcuno in meno per la Superbike; e gli affitti pagati venivano divisi tra Anzani, Acp e Sias.
In occasione di questi eventi clou girava molto nero. La signora Anzani predisponeva delle buste per Villa e Ferrari che Roberto Bianchi (impiegato di Acp& Partner – ndr) si occupava di distribuire” .

Somme dunque non pagate a Sias bensì a persone fisiche trattandosi di soldi in nero?”, chiede conferma il presidente.
Sì, dalle telefonate tra Ferrari e Grugni (di AM Servizi – ndr) si capisce che il bando di gara (confezionato nello studio dell'avvocato Boifava) evidenzia diverse problematiche - dichiara il maresciallo della Guardia di finanza - Proprio dalle telefonate si evince che c'era il confronto con il legale avvocato Boifava”.
Il quale nel corso del controesame del teste chiede perchè non è stata acquisita la convenzione tra l'Automobile Club di Milano e la Sias. “Non avendola acquisita non sapete che é l'Automobile Club di Milano che detiene i titoli per le gare”.

Il difensore di Enrico Ferrari si guarda bene però dallo specificare che si tratta di gare motoristiche e non gare d'appalto per la ristorazione....

Ricorda il legale che il bando è stato sottoposto al Consiglio di Sias che fin dal 30 novembre 2011 ha preso atto del documento indirizzato dallo studio Boifava per email a Enrico Ferrari ed Emanuele Vialardi e discusso dal Cda il 21 dicembre. In quella occasione su richiesta del consigliere Luca Ronzoni viene presa la decisione di togliere dal bando il passaggio relativo alla “evidenza pubblica in quanto ultronea”.

Il testo del bando così modificato – aggiunge l'avvocato Boifava - doveva essere pubblicato sui quotidiani il 27 e 28 dicembre”.

Noi abbiamo il disciplinare e l'avviso di pubblicazione del bando sembra un testo precedente – fa presente il presidente -. In nostro possesso abbiamo l'avviso relativo alla manifestazione d'interesse..”.

Quello pubblicato sui quotidiani e sul sito di Sias non è uguale a quello deciso dal Consiglio”, è costretto ad ammettere il legale il quale poi, nel tentativo di smontare le accuse contro il suo cliente, domanda perché non è stato sequestrato il documento della Commissione interna nominata appositamente per valutare il bando.
Commissione composta da Guaitamacchi, Giuliani, Ronzoni, Ferrari e Beghella Bartoli che decide di non concedere proroghe di bando”.

Un bando che prevedeva un guadagno di 205mila euro l'anno per 5 anni ed una percentuale del 10 % sugli incassi. Era anche richiesta una fidejussione di 400mila euro per i lavori di sistemazione del ristorante della Tribuna. Duepi presentò la fidejussione accesa con Confidi; un controllo fatto fare dal presidente Paolo Guaitamacchi dette esisto positivo. Poi però la fidejussione è stranamente sparita. E nessuno in Sias ha provveduto a denunciare la sparizione. Perché?

Si torna in aula giovedì 19 marzo, udienza tutta dedicata alle accuse contro l'ex custode Davide Galbiati.

 

Processo Autodromo - L’ex direttore Enrico Ferrari prestava a usura e minacciava per riavere il denaro

di Pier Attilio Trivulzio

La busta formato A4 intestata “Cico” Enrico Ferrari la custodiva assieme ad altri documenti nella valigetta che portava sempre con sé. A trovarla, alle 7 del mattino del 22 maggio di tre anni fa, durante la perquisizione nella villetta dentro al Parco con prato all'inglese e vista sulla variante Ascari, era stato il maresciallo della Guardia di finanza Antonio Carotenuto che giovedì ha ricordato in aula l'episodio.

Quando mi ha visto che avevo la busta in mano Ferrari si è un po' alterato – ricorda il finanziere -. Mi chiese per quale motivo avevo preso quel plico. Non c'entra è cosa personale, mi disse. Risposi: la sequestriamo. Chiaro che a lui non dissi che da tempo stavamo intercettando e che le telefonate ci avevano stupito e anche messo in allarme perché in alcune esplicitamente si parlava di minacce”.

La busta “Cico” conteneva in originale la procura speciale irrevocabile che il 4 agosto 2009 Tommaso Ferranti, figlio di Alessandra Bennati, aveva rilasciato alla madre per vendere il 42,5 % delle quote (valore 4.250 euro) da lui possedute nella società Giocaonline srl, e la scrittura privata datata 27 ottobre 2009 che in forza della procura speciale autorizzava Enrico Ferrari ad alienare la quota fino alla concorrenza di 300mila euro ed una bozza in bianco dello stesso documento. Quella bozza in bianco la sventola in aria il presidente Alessandro Rossato mostrandola al gruppo dei legali in aula dicendo: “E' proprio in bianco!”.

Con il ritrovamento di quei documenti prendono corpo le telefonate intercettate – continua il teste Carotenuto -. Inizialmente la Giocaonline srl doveva decollare con i 200mila euro prestati da Enrico Ferrari ad Alessandra Bennati oltre a 100 euro di interessi...In una lettera la Bennati scrive a Ferrari d'aver ricevuto 260mila euro non ancora restituiti e che verrà fatto un piano di rientro con assegni della società, mentre 200mila euro li restituiamo per contanti. E poi gli interessi te li diamo. La lettera viene mandata per fax dalla società Quinto Piano alla Sias”.

Il giorno dopo la perquisizione a Ferrari intercettiamo la telefonata fatta da lui alla Bennati in cui le dice che vuole vederla urgentemente perchè al telefono non può parlare, e fissa appuntamento a Milano. L'incontro c'è stato e quando, appena dopo quell'incontro convochiamo la Bennati, ci accorgiamo che rilascia dichiarazioni in parte addomesticate”.

Il pubblico ministero Caterina Trentini chiede al teste: “Può riferire quale spiegazione dà la Bennati alla lettera che inizia con Caro Cico del 19 ottobre 2006?”.
Chiede: riesci a concedermi un altro prestito di 400mila euro? Ti restituiamo 240mila euro con assegno del Banco di Brescia. Un successivo fax mandato a Sias il 15 novembre lo conferma. Accluso l'assegno del Banco di Brescia".

Assegno senza alcuna intestazione. Senza nessuna scritta!”, fa presente il presidente.

Il maresciallo della Gdf spiega quindi i riscontri bancari effettuati presso la Banca d'Italiaper capire come Enrico Ferrari, il cui primo bonifico mensile di Sias del 2006 era di 7mila euro, poteva permettersi di fare un prestito di 200mila. L'indagine incrociata tra i conti di Ferrari e della Bennati, compresi quelli del marito e del figlio, ci portano a scoprire che nel 2008 Enrico Ferrari fa versamenti per 360mila euro e la moglie Cristina Cavalli (casalinga – ndr) 37mila euro “.

Scopriamo che Ferrari è detentore di un conto presso la HSBC di Ginevra (nominativo nella lista Falciani) per 2.477.240 euro. Ha scudato e pagato 50mila euro d'ammenda”.
Dal 2006 sui suoi conti transitano moltissimi assegni incassati delle società della Bennati: 275.226 euro, e 39.000 euro della società Quinto Piano finiscono sul conto di Cristina Cavalli.
In contanti – dal conto Banco Posta della Bennati - sono stati accreditati a Ferrari dopo il 16 novembre 2006, 50mila euro; 82mila nel 2008; 44mila, 9.189 euro ed altri 99.300 nel 2009. Sulla Banca Popolare di Sondrio nel 2010 euro 49.500; sul Banco Brescia 70.000 e 3.600 euro nel 2007. Contanti ed assegni per un totale di oltre 350mila euro. Abbiamo preparato anche una lista degli insoluti dal momento che alcuni assegni non avevano copertura...”.
Le Fiamme Gialle di Monza hanno approntato anche un prospetto che aiuta a capire che Enrico Ferrari applicava il tasso del 25 per cento. E quindi usuraio.

Nell'ambito di questo processo l'ex direttore del circuìto deve rispondere anche di altri quattro reati.

Segue la testimonianza dell'ex iridato Marco Melandri dove viene affrontato il problema delle bolle in pista taciute all'organizzazione, reato di cui sono accusati Enrico Ferrari, Giorgio Beghella Bartoli e Stefano Tremolada, “bolle” nell'asfalto della curva parabolica che hanno causato le cadute durante l'ultima gara Mondiale della Superbike del 2012 dei piloti David Salom e John Hopkins

Era il secondo giro di gara1 della superbike, la pista era quasi asciutta ma non completamente asciutta, non stavo spingendo. In parabolica, curva da 150 all'ora sull'asciutto che in quelle condizioni fai a 90, ho aperto il gas e di colpo sono caduto”, esordisce Melandri.

L'ex iridato nel maggio 2012 a Monza in sella ad una Bmw superbike, è uno dei piloti caduti durante quell'ultima edizione della gara mondiale. A seguito degli incidenti e della notizia delle “bolle” in pista taciute dai dirigenti della Sias – e scoperte soltanto grazie alle intercettazioni autorizzate dalla Procura di Monza -, la Federazione Motociclistica Internazionale (FIM) ha tolto l'omologazione al circuìto. Per riottenerla, Sias, dovrà eseguire importanti lavori alla prima variante, alla variante Ascari, e alla parabolica. Lavori che richiederanno il taglio di circa 160 alberi e una spesa prevista di circa 5-6milioni di euro.
Sono caduto ma non so se per una chiazza d'umido o delle bolle. So che l'acqua tendeva a salire da sotto l'asfalto”, aggiunge Melandri.

Lei quando venne sentito all'epoca dichiarò d'essere rimasto sorpreso”, gli ricorda la pubblica accusa.
Forse perché ero dietro a qualcuno e quindi un po' spostato rispetto alla traiettoria ideale...”

C'è stata discussione tra voi piloti sull'origine di quella cadute?”, chiede il presidente Rossato.
Non è che tra piloti abbiamo affrontato il problema”.
E se l'aveste saputo prima?”.
Certo ne avremmo discusso con la direzione di gara. Sappiamo che il nostro è uno sport pericoloso e quindi..”.
A domanda dell'avvocato Raffaele Della Valle che difende l'ex direttore Enrico Ferrari e l'ex responsabile tecnico Giorgio Beghella Bartoli, Melandri precisa: “Quando sono caduto ero circa al centro della curva parabolica. Ero piegato (verso destra – ndr) e stavo dando gas, la moto è scivolata più del normale ed è andata verso l'esterno della curva (a sinistra - ndr) e mi ha disarcionato. Una caduta anomala considerata l'elettronica di cui disponeva la mia Bmw”.

Al direttore di gara è demandata la responsabilità dell'organizzazione dell'evento – dichiara il teste Igor Eskinja, responsabile sicurezza della Federazione internazionale -, se da lui avessimo avuto notizia del problema relativo alle bolle avrei fatto un'ispezione per capire cosa fare”.
Gianfranco Carloia, race director:
Io delle bolle ho saputo soltanto un mese dopo, a giugno, quando sono stato chiamato in Procura e mi sono state fatte sentire le intercettazioni telefoniche. Se avessimo visto le bolle avremmo chiesto conto dell'anomalia ed Eskinja avrebbe valutato se correre o no”.

E' stata infine discussa la posizione dell'ex custode Davide Galbiati che ai visitatori, anziché consegnare il regolare biglietto d'ingresso al circuito forniva il calendario delle gare instascando la cifra di 31.750 euro accertati che dovrà rendere a Sias. Ed in quanto al ruolo del figlio Daniele la sua posizione processuale, ha detto il legale avvocato Massimo Dell'Oca, “é ancora pendente davanti al sostituto procuratore Walter Mapelli”.

Prossima udienza giovedì 12 marzo dalle ore 10. Verrà affrontato il tema della turbativa d'asta per l'assegnazione del servizio di ristorazione dentro all'Autodromo alla società Duepi srl. Ieri in aula, accanto al suo legale, era presente la dipendente del Comune di Monza, Giuseppina Panuccio, rinviata a giudizio assieme alla figlia Federica Evangelista, amministratrice di Duepi srl, a Enrico Ferrari e Marco Luca Villa proprio per quel bando costruito “su misura per l'associazione temporanea d'impresa formale aggiudicataria facente capo a Duepi srl” hanno scritto i magistrati nel rinvio a giudizio.

La prossima settimana verrà formalizzato il nuovo Consiglio di Sias, Società Incremento Automobilismo e Sport così composto: presidente Andrea Dell'Orto, Consiglieri Alessandra Marzari (rappresentanza Comuni Monza e Milano), Ivan Capelli (rapprentanza di ACI), Enrico Radaelli e Massimo Ciceri.
 

Monza - I rapporti tra Fabrizio Sala e Narducci, il costruttore delle false bonifiche

di k.ts.

Ci sono anche i rapporti tra l’ex assessore all’Ambiente della Provincia di Monza e Brianza, Fabrizio Sala, adesso sottosegretario regionale all’ Expo, e il costruttore Angelo Narducci, condannato per le false bonifiche, nell’inchiesta di Fabrizio Gatti pubblicata sull’ultimo numero dell’Espresso in edicola da oggi.

Le bonifiche, per cui Narducci è stato condannato dal tribunale di Monza a un anno e quattro mesi, erano fatte solo sulla carta con la collaborazione di un dirigente dell’Arpa di Monza e Brianza, Sebastiano Pupillo ( condannato a 2 anni e sei mesi) di Desio.
Coinvolto nell’inchiesta e condannato anche l’architetto Gianfranco Tremolada (1 anno e 8 mesi), per lui un passato da tangentista all’epoca di Mani Pulite.


L’inchiesta condotta dagli uomini della Polizia Provinciale di Monza e Brianza aveva accertato che in 120 siti le bonifiche erano state fatte solo sulla carta, mentre su alcuni terreni su cui si era costruito era stata verificata la presenza di inquinanti tra cui metalli pesanti.

A guardarla bene - aveva dichiarato il comandante della Polizia Provinciale, Flavio Zanardo - si può paragonare per area interessata a una Santa Giulia, però non concentrata ma dispersa sul territorio”.

Per le bonifiche mai eseguite di Santa Giulia sui cui terreni inquinati è sorto un intero quartiere è in corso il processo a Milano che corre per evitare l’incombente prescrizione ( vedi Processo Santa Giulia, niente prescizione (per ora) ).
Sul banco degli imputati non salirà il re delle bonifiche, Giuseppe Grossi, nel frattempo deceduto.
Un filo legava Giuseppe Grossi a Massimo Ponzoni, ex assessore regionale all’Ambiente, un filo che passava da Rossana Gariboldi, moglie di Giancarlo Abelli.

Un filo più diretto lega Angelo Narducci e Fabrizio Sala, i due sono in ottimi rapporti come dimostrano le telefonate intercettate nel 2010 e pubblicate sul sito dell’Espresso.
Devo darti un mucchio di soldi per quel conto che mi avevi aperto lì” dice Narducci a Fabrizio Sala nell’intercettazione (vedi Caro assessore c’è un conto per te).
Fabrizio Sala si é giustificato così con l’Espresso: “Svolgo dal 1997 attività da promotore finanziario. Sono tenuto al rispetto del segreto professionale, del segreto bancario e soprattutto della privacy”.

In un’altra è il politico di Forza Italia a chiedere un favore a Narducci, il costruttore, un favore per un amico onorevole (vedi L’onorevole cerca casa).
Nell’intercettazione, Narducci si lamenta anche per avere venduto un appartamento a un “prezzo amico” all’ex consigliere provinciale Federico Romani, figlio di Paolo Romani, capogruppo al Senato di Forza Italia, ma successivamente il padre, incassato l’appartamento scontato per il figlio, non si faceva trovare mentre Narducci aveva l’urgenza di parlargli.

L’appartamento è poi stato messo in vendita, attraverso lo stesso Narducci, nell’agosto del 2014 da Federico Romani, secondo quanto scrive Marco Pirola, il “Mino Pecorelli” della Brianza, il cui giornalismo sembra più interessato a mandare messaggi che devono essere letti da chi di dovere piuttosto che ad informare l’opinione pubblica (vedi Monza, Romani è di nuovo cambio casa).

Ma quella che più colpisce è una terza telefonata, in cui il controllore, l’assessore all’Ambiente Fabrizio Sala, e il controllato, Angelo Narducci, si danno di gomito parlando della bonifica di terreni sui quali Narducci poi andrà a costruire.
E’ Fabrizio Sala ad andare sull’argomento.

Sala: “ Vedo che te costruisci case, ma le costruisci solo su terreni edificabili”.
Narducci: “Non è vero, ho provato anche a costruirle su terreni agricoli”.
Sala: “ Agricoli non interessa ancora me, passi da me se c’è una bonifica
Narducci: “Putroppo ho anche una bonifica da fare, pensa”.
Sala: “E allora sei nelle mie grinfie”.
Narducci: “Quindi mi sa che devo passare da te”.
Sala: “Cazzo, allora sarai tra le mie grinfie, preparati a un carotaggio profondo un chilometro e a uno sbancamento di 50 cm”.
I due ridono.

Si parla di grinfie ma sembrano carezze (vedi Se c’è una bonifica sei nelle mie grinfie) .

D’altronde è questo il leitmotiv delle bonifiche di questi anni in Brianza e in Lombardia.
Cordialità , scambio di favori, affari fatti assieme da politici e costruttori, funzionari comunali e dell’Arpa corrotti: Sebastiano Pupillo a Monza, Paolo Perfumi a Milano nell’inchiesta Santa Giulia, e terreni da bonificare che non vengono bonificati.

Degli inquinanti che rimangono nei terreni con il rischio di finire nella falda a nessuno importa.
O del potenziale rischio alla salute di chi ha comprato quei nuovi appartamenti e si è fidato: del costruttore, della politica, dei controlli dell’amministrazione pubblica che poi si sono rivelati fasulli. E’ vero, interviene la magistratura ma il danno ormai è fatto e le leggi sui reati ambientali restano in questo paese di “manica larga”.

Gente come Angelo Narducci dovrebbe cambiare mestiere e invece scontata la pena irrisoria ce li si ritrova nuovamente attivi sul mercato immobiliare.
Fra un po' un suo avvocato manderà una email alle testate giornalistiche online con la richiesta di rimozione di tutti gli articoli che citano il suo nome legato a questa inchiesta sulle false bonifiche, appellandosi al diritto alla privacy, al diritto all'oblio e minacciando cause legali. Di solito i condannati che possono permettersi buoni avvocati fanno così.

Gente come Fabrizio Sala meriterebbe di essere mandata a casa dagli elettori e invece ce lo ritroviamo a gestire il più importante avvenimento lombardo e italiano del 2015, l’Expo.

L’inchiesta di Fabrizio Gatti, oltre alla Brianza, si allarga a tutta Italia e tocca la questione delle Province e degli sprechi che ancora vi si annidano dopo la loro parziale messa in liquidazione (vedi Province, lo spreco che resiste. Viaggio fra Gattopardi e privilegi).

 

Processo Vivacqua - Testimoni e voci dal carcere. "Mignemi va dove tira il vento"


di Pier Attilio Trivulzio

Lunedì è stata la volta delle deposizione del teste dell’accusa Luigi Mignemi, 50enne residente a Morbegno (Sondrio), condannato a 6 anni e 4 mesi per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti nell'ambito dell'inchiesta del 1994 “ La notte dei Fiori di San Vito”, sulla presenza della 'ndrangheta in Lombardia.
Mignemi, arrestato il 7 marzo 2013 e condannato per stalking e circonvenzione d'incapace, a ferragosto del 2013 viene trasferito dal carcere di Bergamo a quello di Monza; ed è qui che, detenuto nella cella 2 del raggio 7, il settore di massima sicurezza, entra in contatto e riceve confidenze da Antonino Giarrana, coimputato dell’omicidio di Paolo Vivacqua.

Giarrana era ed é detenuto a Monza perché condannato all'ergastolo, pena in seguito ridotta a 30 anni, per l'uccisione nel giugno del 2012 di Franca Lojacono, consuocera di Vivacqua.

Mignemi inizia la deposizione storpiando, forse volutamente, il cognome di Paolo Vivacqua in Bevilacqua, che definisce il “Berlusconi di Ravanusa”.
Riferisce alla Corte di quelle confidenze vis-a-vis che Giarrana gli avrebbe fatto tra il 15 agosto 2013 e l'aprile 2014 durante la sua permanenza nel penitenziario brianzolo. E dice che, sempre secondo le confidenze di Giarrana, ad uccidere il rotamat è stato Antonio Radaelli che con lo scooter nero avuto in prestito da un palermitano, é andato nell'ufficio di via Bramante d'Urbino, assieme ad un calabrese di Lissone, per impossessarsi di una borsa con dentro 5milioni di euro, con una calibro 7,65 vecchio modello con doppia impugnatura datagli da un investigatore, a cui un amico Giarrana aveva fatto il silenziatore.
Antonio Radaelli, ha sparato 3 o 4 colpi, uno dei quali a bruciapelo, tanto che aveva spostato i capelli di Vivacqua. Dopo l'omicidio l'arma è stata buttata in un fiume li vicino.
Giarrana prima mi ha raccontato che lui quella mattina non ha partecipato al delitto, e però d'aver accompagnato Radaelli premurandosi di lasciare a casa il cellulare; poi mi ha detto che era sul posto. E ancora che avevano seguito per diverso tempo l'uomo prima di ucciderlo”.

Spiega d'essere entrato in contatto con Giarrana “facendo socialità durante l'ora d'aria. Per farmelo amico gli ho detto d'essere originario di Cannicattì pur essendo nato a Milano. Poi sono andato a trovarlo nella sua cella e dopo 3 mesi siamo stati messi assieme. Inizialmente lui era impenetrabile, dopo è nata un'amicizia e si è aperto come un libro. Ha raccontato dell'omicidio di una signora commesso assieme ad Antonio Radaelli che io chiamo il camionista, e che con loro c'era anche un carabiniere. Che erano entrati dentro al garage della signora, Giarrana aveva una pistola 7,65, il camionista un cutter. La signora si è spaventata ed ha cominciato a far suonare il clacson; poi ha detto loro dov'era il pulsante per aprire la clèr. In fin della fiera Giarrana teneva la signora, la pistola che impugnava s'era inceppata e allora Radaelli l'aveva colpita con il cutter. L'uccisione della signora era stata conseguenza dell'omicidio di Vivacqua perché la borsa coi soldi non era stata trovata ed allora avevano dedotto che doveva averla la signora e l'hanno sgozzata. Non so se è importante, sempre per quanto da lui riferitomi, Giarrana voleva rompere il collo al camionista facendolo cadere dalle scale. Lo definiva pezzo di merda, infame il suo comportamento perché non aveva raccontato come veramente erano andate le cose”.

Giarrana – aggiunge - diceva d'essere arrabbiato con il cugino che non pensava a mantenerlo in carcere nonostante una volontaria del carcere gli avesse telefonato”.

Sentito da me in carcere il 10 aprile 2014 – chiede la pubblica accusa - lei fece il nome del cugino”.

Sì, Rocca. Salvino La Rocca. Questo cugino aveva parlato con un altro signore che faceva l'investigatore e per 30mila euro ha commissionato l'omicidio. Le armi sono state da questo signore, Barba mi sembra. E' stato lui a commissionargli l'omicidio. Ha una bella casa che batti le mani e si accendono le luci. Ha un'agenzia investigativa. Per l'omicidio gli hanno dato 30mila euro in biglietti da 50 euro e Radaelli se li è sputtanati alle macchinette”.

Un acconto? - domanda il pm Donata Costa – Le contesto, lei mi ha detto 300mila euro”.

Sì, non so se li hanno presi perché, mi disse che a Barba avevano bloccato il conto. Giarrana si lamentava perchè doveva sostenere le spese legali e diceva: mio cugino si deve comportare da cristiano. Io qui dentro vivo con i cento euro che mi manda mia madre dalla Sicilia. Non era nemmeno voluto andare alle udienze del processo (uccisione Franca Lojacono- ndr), e quando gli hanno detto che per lui la pena era l'ergastolo (successivamente ridotta a 30 anni – ndr) era andato nel pallone”.

Donata Costa chiede conto di quei bigliettini consegnati da Mignemi il giorno dell'interrogatorio in carcere. “Sul primo biglietto c'è il numero di telefono del cugino, una volontaria l'aveva chiamato ma il cugino le aveva detto di non avere soldi da dare al Giarrana ed allora, indispettito, mi ha chiesto di scrivere a Nicola Rulli che aveva da poco lasciato il penitenziario ed era tornato in Piemonte; in un altro, invitava Barba a stare zitto”.

Barba – precisa - non lo conoscevo, è stato Giarrana a indicarmelo. Nell'ora d'aria passeggiava da solo tenendo sempre gli occhiali da sole. Mi disse essere compaesano di Ravanusa. Il biglietto Giarrana lo ha dato a me e io l'ho dato a Barba. Sono andato davanti alla sua cella e, fingendo di salutarlo, dalle sbarre, gliel'ho passato e dopo che lui l'ha letto l'ho strappato”.

Strappato perché?”, domanda l'accusa. “Barba l'aveva letto, io l'ho strappato e conservato. Un cimelio”.

Paolo Sevesi, legale di Diego Barba chiede al presidente se autorizza Mignemi ad individuare l'investigatore.

Mignemi s'alza e guarda i due nel gabbio (Salvino La Rocca e Antonino Giarrana – ndr) quindi, attentamente, passa in rassegna più volte i banchi dei difensori, l'intera aula e non riconosce Barba che è seduto proprio accanto all'avvocato Sevesi. Si guardano stupiti i legali, commenti ad alta voce. Il presidente in modo sbrigativo li invita: “State calmi!”. “Io l'ho visto due volte”, si giustifica Mignemi. Presidente: “Si da atto che non lo riconosce. Non lo riconosce – ed aggiunge -, questo processo è molto delicato, questa frenesia fatela al bar, non davanti a me”.

C'è anche un ulteriore biglietto che Mignemi dice d'aver scritto sotto dettatura di Giarrana dopo aver ricevuto l'ordinanza relativa all'omicidio di Paolo Vivacqua. Sul biglietto indirizzato a Nicola Rulli, condannato per appartenenza alla 'ndrangheta e rimesso in libertà il 19 dicembre 2013, “c'è scritto che Giarrana voleva che qualcuno facesse arrivare sopra il cortile del carcere un elicottero per farlo evadere. Diceva, preferisco fare la vita del latitante piuttosto che stare in carcere. Io e Nicola (Rulli – ndr) che Giarrana sapeva far parte della 'ndrangheta, ci scrivevamo. Gli avrei dovuto mandare il biglietto ed invece non l'ho fatto”.

Il presidente commenta: “Faremo fare una prova calligrafica per risalire a chi l'ha scritto”.

A specifica domanda del difensore di Salvino La Rocca, l'avvocato Alessandro Frigerio, Mignemi risponde che “in realtà l'idea dell'elicottero è venuta a me perchè in quei giorni sopra il carcere c'era un continuo via vai di elicotteri”.

Un traffico di elicotteri così c'è soltanto la prima settimana di settembre quando si corre a Monza il Gran premio e Rulli è uscito dal carcere a dicembre”, fa presente il legale.

Che ne so io di quando a Monza si corre il Gran premio?...”, risponde alquanto piccato il teste che all'altro difensore del Giarrana, Angelo Pagliarello dopo averlo descritto “Un megalomane perchè accanto al letto teneva la foto di Messina Denaro e teneva per il partito di Totò Riina e Provenzano…”, “Come le posso dire, avvocato? Non è persona che si fa troppi problemi a parlare dei fatti propri. Poi con me che sono d'origini siciliane e Rulli che è calabrese, è nata un'amicizia di carcere, tra noi è nato un solidarismo. Le prime confidenze me le ha fatte dopo una quindicina di giorni, non so se prima di me ad altri aveva fatto confidenze. In genere si confidava quand'eravamo soli. Una o due volte quando c'era Rulli. Quand'eravamo soli mi ha parlato del camionista (Radaelli – ndr) e raccontato cose della Biondo”.
Grida perché messo sotto pressione dall'avvocato Angelo Pagliarello che domanda: “Sull'omicidio di Vivacqua lei ha dato tre versioni. Come mai Antonino le ha dato tre differenti versioni?”. Risposta: “Io gli dicevo a Giarrana: perché mi racconti e poi dici cose differenti? E lui: ho la testa che non mi funziona... alla fine l'omicidio l'ha fatto Radaelli ed è stato commissionato dalla Biondo”.

Lei ha mai visto materialmente Giarrana scrivere un biglietto?”. “Sì, quello che ho tenuto per me” (è quello relativo all'elicottero – ndr).

L'avvocato Monica Sala che difende Antonio Radaelli chiede al teste: “Chi le ha detto che Paolo Vivacqua aveva l'elicottero?”.

E' stato Giarrana a dirmi che Vivacqua quando andava in Siclia ci andava in elicottero”.

Avvocato Sala: “Le contesto alcune dichiarazioni da lei fatte al pubblico ministero nell'interrogatorio del 10 aprile 2014. Lei dice al magistrato che certe cose vanno dette perché riguardano due delitti gravi e mi sembra giusto aiutare la magistratura e aggiunge: se questo mio comportamento potesse poi aiutarmi nel procedimento per cui attualmente sono in custodia cautelare...”.
Era un mio pensiero ma non intendevo dire...”, s'ingarbuglia il teste.

L'avvocato Sala lo stoppa: “Dica che sull'aiuto ci contava. Dica sì, è basta!”.

Avvocato Guanluca Orlando co-difensore di Diego Barba: “Anch'io ho una contestazione da farle. Lei dichiara: Barba mi disse che non dovevo preoccuparmi delle cose dette al Gip”.
E' Giarrana che mi raccontò che Barba andò dal Gip ma non si è limitato a invocare la facoltà di non rispondere”.

E Giarrana da chi l'avrebbe saputo?”.
Non so”.

Ha dichiarato al pubblico ministero che Barba aveva parlato col Gip, da chi l'ha saputo?”.
Da Giarrana. Non so se è una cosa vera o no”.

Lei però dice che la notizia gli è stata data da una fonte diretta! Tale fonte era forse tale Fondaco?”, insiste il legale.
Mi sembra di sì. A Monza eravamo nella stessa cella”.

E a Fondaco lei ha fatto confidenze?”.
Sì, gli ho raccontato la mia storia, le mie vicissitudini”.

Per quale ragione lei, Mignemi, voleva essere spostato dal carcere di Monza?”.
Secondo me dopo quello che avevo raccontato al procuratore per aiutare Giarrana dovevo temere la reazione degli altri detenuti”.

Su una frase del presidente (poco percepita da chi scrive), l'avvocato Sevesi commenta: “Ricordo che stiamo procedendo per omicidio”. Il teste fa lo strafottente e rivolto al legale: “Non rispondo a lei, avvocato. Mi aizza. Sono in veste di teste spontaneo, non ho motivo di mentire”.

Non sono veritiere le cose raccontate da Giarrana. Come ha consegnato il biglietto destinato a Diego Barba?”.
Per email”.

Interviene il presidente: “Mignemi, la riprendo!
Teste:“Il biglietto me lo ha dato Giarrana perchè lo consegnassi al Barba perché Barba avrebbe dovuto presentarsi davanti al Gip e avvalersi della facoltà di non rispondere. Sono andato davanti alla sua cella e l'ho chiamato dicendogli vis-a-vis: c'è un'ambasciata da parte di un amico. E ho consegnato il biglietto facendolo passare attraverso le sbarre. Lo ha letto davanti a me e non ha fatto nessun commento”.

Ricorda con precisione la data di quella consegna del biglietto a Diego Barba: il 30 marzo. Spiega: “per via di un fornellino che avevo in cella. Ne avevo due e uno dovevo consegnarlo all'assistente”.

All'avvocato Cacciuttolo che gli chiede per quale motivo ha strappato il biglietto che aveva fatto leggere a Diego Barba e poi se l'è tenuto consegnandolo al pubblico ministero, col sorriso beffardo sulle labbra Mignemi risponde: “Perché mi piacciono i cimeli, sono persona da perizia psichiatrica”.

Licenziato Luigi Mignemi entra in aula Nicola Rulli che è venuto dal Piemonte con l'accompagnamento dei carabinieri. “Al carcere di Monza sono arrivato a marzo-aprile 2013 e sono stato scarcerato il 20 dicembre. Il mio compagno di cella era un certo Ivan. Sono persona molto solitaria, in carcere ne ho sentite tante ma non ho ricordi”.

Donata Costa legge il verbale d'interrogatorio davanti ai carabinieri del 5 maggio 2014.
Lei dice, inoltre in cella parlavano dell'uccisione di un uomo”.
Onestamente non ricordo”.
Quando il pm arriva al passaggio “secondo Giarrana è stato Radaelli ad uccidere Vivacqua”, il teste scuote la testa.

Dopo la lettura del verbale, risentendolo, lei ricorda?”, chiede il presidente.
Sinceramente non ricordo”, è la risposta.

Presidente: “Non esclude e non conferma?”.
Sì, non escludo e non confermo. Probabilmente l'ho sentito, ma qui...” .

Anche davanti ai carabinieri doveva dire la verità”, gli ricorda Donata Costa che contesta quanto aveva dichiarato: “...Riteneva fortemente che il Radaelli potesse coinvolgerlo...
Uno può stabilire...” bofonchia il teste.

Presidente: “Ha giurato di dire la verità, però su circostanze specifiche”.
In quella situazione...”.

Presidente: “Quelle cose le ha dette o no?
Rulli: “Non ricordo, non ricordo. Ho il mio vissuto... in carcere se ne sentono tante”.

Avvocato Sevesi: “Sa quando Mignemi l'ha tirato in ballo?
C'era il funerale di mia mamma e sono venuti i carabinieri...Non mi interessava...”.

Avvocato Sala: “Ha mai ricevuto lettere da Mignemi?”.
Sì, richieste di soldi. Diceva d'essere innocente e chiedeva soldi. Era in stato detentivo e d'insofferenza dal punto di vista processuale. Non aveva la casa, assumeva tranquillanti. Mignemi va dove tira il vento. E di Giarrana mi diceva che si lamentava ma non mi raccontava cose in specifico”.

Viene chiesto al teste se Mignemi manifestava il desiderio di cambiare carcere.
Risposta: “Secondo me no. Mai detto in via diretta però.. ma lui in carcere a Monza ci stava bene”.

Depone Salvatore Grasta, soprannome Totò. amico storico di Paolo Vivacqua che lo chiamava al telefono ogni giorno. Padrino del figlio Antonio. Ricorda la visita a Ecomondo di Rimini tre giorni prima d'essere ucciso e le telefonate insistenti di Felice Tagliabue ricevute in continuazione durante tutto il viaggio da Muggiò a Rimini e ritorno insieme a Enzo Infantino e Calogero Licata Caruso . “Chiamava continuamente in modo ossessionante, tanto Paolo non voleva più parlarci e minacciava. Delle minacce di quest'uomo ho parlato anche ai carabinieri. A Rimini abbiamo incontrato il figlio Antonio e io l'ho convinto a parlare con Paolo. Che alla fine mi ha ringraziato dicendomi: avermi fatto parlare con Antonio mi hai fatto un grande regalo. Tornati da Rimini, il venerdì sera Paolo mi ha portato a vedere la casa di Carate e lì ho conosciuto la compagna rumena e il bambino. All'indomani Calogero Licata mi ha accompagnato in un'agenzia viaggi per fare il biglietto della Raynair per tornare il lunedì in Sicilia ed è lì che la sera la sorella di Paolo che vive in Germania mi ha telefonato dicendomi che Paolo era morto ed io sono tornato su a Desio”.

Gli viene chiesto di quella “cimice” trovata nell'ufficietto di via Bramante d'Urbino.

Paolo l'aveva comperata e voleva installarla per capire chi parlava male di lui a sua insaputa. L'abbiamo provata. Io dentro l'ufficietto e lui fuori, sì, si sentiva”.

Ricorda quel “consistente rotolo di banconote nascoste da Paolo dietro una cassetta nel garage di Carate” e che i carabinieri non hanno trovato durante la perquisizione la sera di lunedì; le “mediazioni per far tornare Germania Biondo assieme al marito e coi figli che volevano prendere in mano l'attività di Paolo”, delle “tante idee che Paolo aveva ma nessuna durava”. Dei consigli che, continuamente, dava all'amico: non fidarti né di Enzo Infantino né di Calogero Licata Caruso. “Con tutti questi soldi che girano e le proprietà intestate loro ti fottono. E lui: mi fottono 500mila euro ma io ne guadagno un milione e mezzo”.

Gli viene letta dal pubblico ministero la telefonata del 6 febbraio 2011.
Vedi, quello in Sicilia ci ha cose in mano. Detto a Lillo (Licata Caruso – ndr) delle cose della Sicilia Lello le ha dette a me. Niente sai. Cinque o sei mesi di chiacchere. Questo lungo...”. Grasta risponde: “Non ricordo”.

Pm: “Avete fatto ipotesi? Problemi con qualcuno che era lungo?”(alto di statura – ndr). Presidente, leggendo brogliaccio: “Me l'ha detto Lillo, me l'ha detto 4-5 mesi fa quello della Sicilia. C'è stato chiacchere con qualcuno che era calabrese...Lei dice quello lungo..più vecchio di 50 anni. Più assai...Andato a tirarlo per le orecchie”.

Salvatore Grasta sembra non ricordare. O, forse, ricorda benissimo ma non vuole fare il nome del “lungo”.

Ricorda invece “un ragazzo, un giovane che aveva telefonato e voleva sapere delle cose due giorni dopo l'omicidio. Io l'ho visto una volta ed ho detto ad Antonio: questo tipo viene qua per sapere delle cose. Digli che se vuole vedervi vi trovate al bar. E gli avevo dato un consiglio: non fate sapere niente a nessuno. E della gente che si droga non dovete fidarvi mai”.

C'è una intercettazione del 5 febbraio 2012. Grasta parla con Germania Biondo. “Tutte le mattine passa Mario (Infantino – ndr) e lui si pigliava il caffé. L'abituadine, tutte le mattine con questi: Mario, Vincenzo e Lillo. Come mai quel lunedì non c'erano? Non si sono fermati al bar.. Non ti fidare neppure di questi scagnozzi”.

Dice alla Corte di non avere mai parlato con Paolo dei soldi che gli passavano per le mani con i traffici illeciti. Donata Costa legge intercettazioni riguardanti la vicenda Bricoman dove si parla di 3,1milioni di euro, Grasta insiste e conferma che mai lui ha parlato di cifre con Paolo.
Forse hanno fatto confusione quelli che intercettavano...”, commenta.

Di Germania Biondo con cui parlava spesso dice: “Per Paolo non aveva rancore, non è che non lo volesse più vedere, in realtà voleva tornaci assieme”.

Un episodio che Grasta ricorda molto bene avviene davanti al bar di Muggiò due giorni prima della morte di Paolo, sabato 12 novembre 2011 “Il pasticciere, uno di Ravanusa, è venuto lì e lo ha minacciato dicendogli male parole. Mi chiedete come si chiama? Forse Mincuzzo. Era per via di un assegno. Gli ha detto se non me li dai i soldi ti spacco la faccia. Quello della pasticceria era altra persona. Paolo ha parlato (si è litigato) col figlio”.

Per chiudere l'udienza lunga, interminabile, mancano ancora due testi. Giovanni Fondacaro e l'equadoregno Fabien Serrano.

Fondacaro ha conosciuto Mignemi mentre era in detenzione a Monza. “Eravamo in cella assieme. Lui in precedenza stava con un altro detenuto con cui ha avuto discussioni ed allora ha cambiato ed è venuto con me. Dopo una settimana abbiamo fatto socialità e mi ha fatto la confidenza che voleva andarsene dal carcere ed essere messo ai domiciliari. Mi ha detto: puoi aiutarmi ad andarmene? Mi ha proposto di avallare...”.

Presidente Airò al teste: “Dopo aver dato dichiarazioni non vogliamo essere presi in giro”. Pubblico ministero: “Il teste non ha mai detto nulla. Non ci sono dichiarazioni nel fascicolo depositato al Gip. Solo il verbale del 23 settembre”.

Presidente, rivolto all'avvocato Sevesi che difende Diego Barba. “I verbali non sono utilizzabili, faccia la domanda”.

Avvocato: “Mignemi le ha mai chiesto di avallare...”.
Presidente: “No avvocato, non può”.
Teste, rivolto al presidente: “Mi ha chiesto di avallare qualcosa. Se lei non capisce...”.
Presidente: “Capisco ma non posso esprimermi”.
Avvocato Sevesi: “Sono dichiarazioni rese dopo il giudizio immediato”.
Pm: “Io non ho motivo per oppormi”.
Sevesi: “Se non c'è interesse della pubblica accusa alla utilizzazione...
Donata Costa: “Non mi oppongono all'acquisizione di questi atti”.

Presidente rivolgendosi al legale di Barba: “Avvocato, non rischi, faccia la domanda”. C'è opposizione della parte civile.

Fondacaro ha dichiarato: il signor Mignemi voleva coinvolgermi in dichiarazioni false”.

Domandano al teste se Luigi Mignemi aveva problemi di convivenza in cella con un omosessuale.
Risposta: “Lo chieda a lui... E' stata una stupida scusa per cambiare cella”.

Aggiunge poi per rispondere ad un difensore che Mignemi gli aveva “riproposto due volte di avallare le sue dichiarazioni” ed a domanda del presidente risponde: “con Mignemi siamo stati in cella un mese ma non abbiamo mai parlato del processo”.

Ho conosciuto Luigi Mignemi nella sezione protetta del carcere di Monza da cui sono andato via nel novembre dello scorso anno, trasferito a Pavia – ricorda l'equadoregno Fabien Serrano -. Non ero in cella con lui. Mi sono meravigliato di come mi aveva approcciato invitandomi a fare socialità chiedendomi cose personali. Ad esempio rivelargli dove avevo nascosto la pistola per un reato commesso di cui tanto non avevo più nulla da perdere essendo già stato condannato. Mi sono arrabbiato ed allora lui si è fermato. Dopo una settimana mi sono trovato in cella con Diego Barba che mi ha chiesto cos'era successo con Mignemi. E mi ha detto che Mignemi aveva fatto la stessa cosa anche con lui”.

Presidente: “Vogliamo sapere le parole di Barba”.
Barba mi ha raccontato che Mignemi gli aveva fatto un dispetto. Mi ha detto: guarda che questo Mignemi mi ha messo nei casini, con lui non ho neanche parlato. Dopo tre giorni io ho detto a Diego che Mignemi ha tentato anche con me di farsi dire delle cose”.

Finisce così questa udienza fiume durante la quale c'è stata anche la protesta (discreta) della cancelliera per la pausa pranzo alle 14 posticipata di mezz'ora.

Udienza durante la quale il presidente Giuseppe Airò ha dato lettura dell'ordinanza che ammette le dichiarazioni del supertestimonio Gino Guttuso, le immagini fotografiche e il video realizzato con le telecamere del Tribunale che documentano la presenza “non certo casuale” quel giorno in occasione dell'incidente probatorio di Guttuso davanti al Gip, di Gammino venuto da Ravanusa a e del genero Giuseppe La Porta ed anche le dichiarazioni fatte dal maresciallo Azzaro relative all'incendio delle auto di Mariana Rusnac, Lavinia Mihalache, e anche di quella della figlia di Guttuso che non risulta più circolante dall'aprile 2014. Fatti tutti – secondo l'ordinanza - “Convergenti come prova riferibile agli odierni imputati”.

E' chiaro il concetto?” chiede a fine lettura il presidente Airò rivolto ai legali.
 

Processo Vivacqua. Tre killer diversi per lo stesso omicidio? Un'intercettazione aggiunge il superteste alla lista dei sospetti

di Pier Attilio Trivulzio

Tre killer per l'omicidio di Paolo Vivacqua? Sembra di sì. Una intercettazione dei carabinieri che fa parte del fascicolo del sostituto procuratore Donata Costa, indicherebbe come killer del rotamat di Ravanusa non Antonino Giarrana come aveva dichiarato ai carabinieri il palermitano Gino Guttuso (che poi ha ritrattato) e neppure Antonino Radaelli come ha dichiarato Luigi Mignemi al magistrato il 10 aprile dello scorso anno nel carcere di Monza.
Il killer di Paolo Vivacqua sarebbe, invece, proprio il super testimone Gino Guttuso.

Nell’udienza del 9 febbraio, dopo che Donata Costa aveva chiesto alla Corte di acquisire la deposizione fatta da Gino Guttuso nel corso dell'incidente probatorio davanti al Gip Alfredo De Lillo dicendo “che Guttuso aveva ritrattato per le minacce ricevute – probabilmente da due albanesi – tanto da doversi recare all'Ospedale di Desio nella notte del del 19 aprile 2014 dove i medici gli hanno riscontrato un trauma all’emicostato destro alla quinta e sesta costola e al polso destro, ma si era ben guardato dal denunciare il fatto”, l'avvocato Monica Sala che difende Antonio Radaelli, posto alla Corte l'interrogativo “Guttuso aveva mentito durante l'incidente probatorio, perchè continuare a mentire anche davanti ai carabinieri?” motiva così l'atteggiamento del palermitano stabilitosi a Desio nel 2007 dopo essersi subito integrato frequentando ambienti malavitosi: “Guttuso dice perchè mi sono state lette intercettazioni che mi indicano come esecutore materiale dell'omicidio”.

Proprio la lettura delle intercettazioni fattagli nella caserma dei carabinieri di Desio lo avrebbero convinto a ritrattare davanti al Gip Alfredo De Lillo nel corso dell'udienza preliminare, quanto dichiarato prima ai carabinieri di Desio il 15 gennaio 2013 e poi il 27 gennaio dello scorso anno, al sostituto procuratore Donata Costa.

In quanto al pestaggio di cui Guttuso é stato vittima, secondo Manuela Cacciuttolo, legale di Germania Biondo “non sarebbe legato alle dichiarazioni da lui fatte relativamente all'omicidio Vivacqua bensì ad acquisti di droga che non avrebbe pagato”.
Udienza attesissima dal momento che a testimoniare era stato convocato Gino Guttuso, che con le sue dichiarazioni verbalizzate - “Il 13 novembre 2011 ho prestato il mio scooter ad Antonino Giarrana. Me lo ha reso il giorno dopo con dello scotch nero a coprire la targa ed allora io, pensando fosse stato usato per uccidere Paolo Vivacqua, l'ho portato a lavare” - aveva dato una svolta all’inchiesta.

Oltre a lui il sostituto procuratore Donata Costa aveva convocato Luigi Mignemi e Nicola Rulli personaggi a cui, in carcere a Monza, Giarrana, avrebbe fatto confidenze su mandanti ed esecutori dell'omicidio. I due, però, non si sono presentati.

Giaccone nero, jeans, cappello grigio di lana a nascondere e tenere al caldo la pelata, Guttuso arriva un'ora prima che inizi l'udienza accompagnato dal figlio: look da punk, cresta di capelli tenuti su col gel; ed a fargli da scorta discreta un paio di carabinieri in borghese.

Nonostante i carabinieri che lo tengono controllato, Gino Guttuso entra dentro l'aula a processo iniziato nel settore del pubblico – a lui vietato dovendo deporre - e resta ad ascoltare. Fino a quando qualcuno se ne accorge ed allora il presidente Giuseppe Airò lo invita ad uscire.

Chiamato a testimoniare Guttuso, prima di sedersi, manda un saluto ai detenuti nel gabbio che, per cortesia, ricambiano.
Il presidente li riprende: “Non potete! Non potete!”.

Il supertestimone dice d'essere in affidamento ai servizi sociali e che è stato dimesso dalla comunità nella quale é finito per droga.

Il presidente lo informa che in relazione alle dichiarazioni fatte nel corso dell'udienza preliminare davanti al Gip è stato indagato per falsa testimonianza. “Lo sa?”, chiede.
“Non lo sapevo”, è la risposta.
“Ha provveduto a nominarsi un avvocato?”.
“No e Mariani, il mio avvocato, che mi segue per un altro processo non me lo fa fare”.
“Oggi dev'essere sentito come testimone per fatti collegati – gli ricorda il presidente -. Ha diritto ad essere assistito dal legale”.
Gino Guttuso chiede l'avvocato d'ufficio.
La Corte fa arrivare l'avvocato Arianna Merlo.
Udienza temporaneamente sospesa; ma quando il legale arriva Guttuso s'avvale della facoltà di non rispondere. Un giochino già fatto in precedenti udienze da Mario Infantino e Felice Tagliabue.

Non si sono invece presentati Luigi Mignemi e Nicola Rulli. Il primo, contattato, si è giutificato dicendo d'aver sbagliato Palazzo di Giustizia e di essere andato a Milano e poi, richiamato, si è fatto negare al cellulare.
Rulli è risultato irreperibile. La Corte ha deciso di riconvocarli per la prossima udienza del 2 marzo, eventualmente facendoli accompagnare dai carabinieri.

Comunque Gino Guttuso è stato al centro dell'attenzione dei legali con l'avvocato Monica Sala che rivolto alla Corte chiede: “Perchè Gino Guttuso era in aula e nessuno ha detto nulla?” e ricorda “che il teste è stato sentito dai carabinieri di Desio due giorni dopo l'udienza del riesame che doveva pronunciarsi in merito alla posizione di Salvino La Rocca”.

Il legale dell'ex signora Vivacqua fa presente che “Da quanto ha riferito in aula il teste Fornaro che ha esaminato il traffico cellulare, nessun contatto con gli imputati risulta esserci stato con Gino Guttuso e sua moglie. E quando il 16 giugno 2014 i carabinieri convocarono in caserma Guttuso e la moglie dichiarò di “non aver ricevuto alcuna minaccia”. Se fossero state attivate correttamente le fonti confidenziali – aggiunge – si sarebbe scoperto che Guttuso è stato picchiato perché non ha pagato dosi di droga”.

E spiega: “Il 19 aprile a Milano c'era stata l'udienza del riesame per Salvino La Rocca, Guttuso viene picchiato alle due di notte, lo sapete che Gino Guttuso è indagato per estorsione ? Chiedeva soldi per conto di Pio Alfonso e Rosario Marrone imputati nell'inchiesta contro Giuseppe Pensabene ed altri (Ordinanza Tibet ndr)? Occorre la prova concreta che Guttuso è stato picchiato dai familiari del La Rocca o da altri, non basta il fumus di cui ha parlato la pubblica accusa”, conclude la combattiva e preparata avvocatessa.

L'avvocato Paolo Sevesi, legale di Diego Barba relativamente al “pestaggio” propone una diversa lettura: “Perché non ritenere che Guttuso sia stato picchiato per dire la verità e non per quanto dichiarato nel primo interrogatorio, aggiungendo solo in seguito il particolare della riunione a casa di Giarrana?”.

L'udienza era iniziata con l'annuncio della sostituzione di un giudice popolare, assente per malattia, sostituito con un altro che già aveva fatto parte della giuria ed era stato obbligato a disertare qualche udienza per l'identico motivo. Non c'è opposizione dei legali alla nuova composizione e il processo può continuare.

Il pubblico ministero Donata Costa annuncia che Enzo Infantino non testimonierà. “Ha patteggiato per il reato d'associazione a delinquere articolo 416 nel processo di Milano ed ha fatto avere certificato medico”.

Avvocato Cacciuttolo: “E' la seconda volta che sta male e non si presenta. E' un mio teste ed ho necessità di farlo testimoniare. Cosa dice il certificato?”. Pubblico ministero: “Faringite”. Poi però si corregge: “Meniscopatia”. C'è più di un commento fuori microfono. Il presidente comunica che Donata Costa ha deciso di rinunciare al teste.

Torna a testimoniare il luogotenente Giovanni Azzaro della Compagnia carabinieri di Desio che si presenta con una grande mappa stradale con evidenziate le posizioni delle celle telefoniche di tutti gli operatori, le residenze dei 5 imputati, l'ufficio di via Bramante d'Urbino dove Paolo Vivacqua è stato ucciso. A domanda, il militare dell'Arma precisa che “la collocazione delle celle, garantita per iscritto dagli operatori telefonici, è quella relativa al 2011”. I legali si oppongono all'acquisizione; il pm ai legali. “Questa mappa potevate farla anche voi!”.

Presidente Airò: “Mai visto in 40 anni un pubblico ministero che ogni volta si sollecita e ci informa su cosa fare per rendere le cose più chiare. E voi, invece, ogni volta non vi accontentate e vi opponete!”.

C'è ferma opposizione anche alla testimonianza dell'ispettore capo della squadra mobile di Milano Michele Maresca chiamato a spiegare quel servizio di speciale sorveglianza al supertestimone Gino Guttuso a Palazzo di Giustizia il giorno dell'incidente probatorio davanti al Gip Alfredo De Lillo.

Opposizione dei legali negata. Su invito del presidente l'ispettore spiega che nel dossier preparato ci sono fotografie e un video relativo dell'operazione di controllo di quel giorno. Fotografie riprese dalle 12 telecamere (su 16, 4 non funzionavano - ndr) che controllano quotidianamente il Tribunale. Il video è senza audio.

L'ispettore fa i nomi dei vari soggetti ripresi, dice che conosce Giovanni Gammino “perché abbiamo indagato su tutti i parenti dei soggetti intercettati scoprendo che è cugino di secondo grado di Salvino La Rocca”.

I fotogrammi ritraggono Gammino assieme ad Antonino Guttuso, figlio di Gino Guttuso, Gammino con Giuseppe La Costa e una donna in viola che viene riconosciuta da uno dei legali di La Rocca come la sorella di Gammino.

Sfogliando l'album il presidente si sofferma sulla foto che ritrae fuori dal Tribunale una persona “vestita in modo elegante”.

“Sono io presidente” – si riconosce l'avvocato Alessandro Frigerio ripreso accanto a Giusppina La Rocca, mamma di Savino.

Ribattendo alle dichiarazioni della pubblica accusa che aveva definito “atti tipici di criminalità organizzata l'incendio delle auto delle testimoni Lavinia Mihalache e Mariana Rusnac, lo strano caso dell'auto dei Guttuso che non risulta più circolante e però dal pubblico registro non risulta rottamata, la mancata denuncia di Guttuso per il pestaggio subìto e rivelato soltanto ai carabinieri di Desio (che ancora non avevano ricevuto dall'ospedale di Desio il referto medico – ndr) perché chiamato essendo soggetto con obbligo di dimora e soprattutto gli accadimenti del 13 luglio in Tribunale a Monza supportati dai fotogrammi”, l'avvocato Frigerio che con il collega Manganello difende Savino La Rocca, invita Donata Costa “a fare una scelta di campo. In assenza di qualsiasi legame tra Guttuso e gli imputati, per il pubblico ministero basta che ci sia la minaccia o anche soltanto l'incendio di un'auto - e prosegue -. Cosa ne sa Guttuso dell'incendio delle auto della Lavinhia e della Rusnac?
Sono soltanto mere ipotesi.
E alla luce delle fotografie scattate in Tribunale la combutta tra i soggetti vicini a Guttuso sarebbe avvenuta durante l'incidente probatorio. Quindi ci opponiamo all'acquisizione”.

“Non si possono acquisire i fotogrammi – gli fa eco l'avvocato Pagliarello -. Le foto cosa dicono? Che dovreste indagare anche l'avvocato Frigerio e il sottoscritto perchè la mamma di Salvino La Rocca ci ha offerto il caffè?
E poi, suvvia, la Stidda invocata dal pubblico ministero che dopo aver fatto pestare Guttuso manda un suo rappresentante in Tribunale? L'errore è avere indagato Guttuso come falso testimone. Gli hanno fatto rilasciare dichiarazioni al pubblico ministero…. Non parla perché non ha nulla da dire”.

Il co-difensore di Diego Barba, l'avvocato Orlando, definisce “frettolosa l'ordinanza del Gip. Si decise di acquisire la testimonianza di Guttuso per capire la veridicità e poi fare indagini. Il finto incidente probatorio è il momento in cui gli imputati potevano essere assolti. Guttuso che viene accompagnato in Tribunale da pubblici ufficiali eppure nessuno sa dire cosa le persone riprese si sono dette con Guttuso che era già dentro, davanti al Gip, a testimoniare. Chiediamo il rigetto”.

Relativamente ai fotogrammi e al video sorge poi il piccolo “giallo” dell'orario in cui sono avvenute le riprese. A detta del teste, l'ispettore capo Maresca, tra le 8 e le 10.

E però il Tribunale non ammette il pubblico fino alle 8.30; l'avvocato Frigerio dichiara che lui quel giorno non era certo davanti al Tribunale alle 8 del mattino. E alla fine si scopre che nessuno aveva provveduto ad aggiornare il software di registrazione con l'ora legale.
Prossima udienza il 23 febbraio.
 

Ecco perché Monza perderà il Gran premio d'Italia di Formula Uno a partire dal 2017

di Pier Attilio Trivulzio

Mancano tre mesi alla scadenza inderogabile fissata da Bernie Ecclestone per rinnovare il contratto e Sias sta ancora contando i danni economici della gestione di Enrico Ferrari. Non ha soldi per pagare i fornitori che, sempre più insofferenti, minacciano di depositare istanze di fallimento in Tribunale.

Intanto é ancora aperta l'inchiesta della Procura di Monza sulle società di Bernie Ecclestone, FOA e FOWC, che, tra il 2007 e il 2011 avrebbero incassato 1,6milioni di dollari, grazie a “fatture per operazioni commerciali inesistenti”, fatte attraverso le società Blast Eventes Ltd, AD Evolution Ltd e Ara Service Ltd. A breve dovrebbero esserci sviluppi clamorosi.

Ricordiamo come lo scorso anno gli uomini del colonello Mario Salerno della Guardia di Finanza di Monza si sono recati presso gli uffici di Ecclestone a Londra, parlando con Pierpaolo Gardella e acquisendo documenti.
Gli investigatori della Judical cooperation londinese sarebbero ora riusciti a stabilire in quali tasche sarebbero finiti l'1,6milioni di dollari.

Dal 22 maggio di tre anni fa quando le Fiamme gialle compirono il blitz in Autodromo, il patron della Formula Uno ha preso le distanze da Monza, circuito che tra l'altro gli ricorda due tristi avvenimenti: la morte di Boley Pittard e quella di Jochn Rindt.

L'inchiesta dei sostituti procuratori Walter Mapelli e Caterina Trentini era arrivata in un brutto momento, con Ecclestone sotto inchiesta in Germania per corruzione. Il patron della Formula Uno allora ha capito che, a scadenza di contratto 2016, avrebbe dovuto togliere al “Tempio della Velocità” il business. Come?

Adeguando la cifra del contratto a quella degli altri autodromi: da 11 a 20milioni di dollari. Chiedendo in aggiunta l'intera disponibilità delle strutture per allestire il Paddock Club, togliendo a Sias quei 3milioni di euro che in occasione del Gran premio d'Italia incassa per affittare terrazze e salette del “Sassoli Building”. Prendere o lasciare le condizioni poste da Ecclestone.
Sias, prima con Carlo Edoardo Valli alla presidenza dell'Automobile Club di Milano e dallo scorso anno con Ivan Capelli, ha cercato di mediare. Bernie però non ha voluto sentire discorsi ed è stato irremovibile: “Non venite a trattare. Se avete i soldi firmate il contratto che vi garantisce il Gran premio fino al 2020 entro fine maggio, prima di Montecarlo”.

Con Bernie attacchi il discorso sulla storia di Monza, lui resta ad ascoltarti un istante e poi subito ti riporta alla realtà con i conti che ha già pronti”, conferma Ivan Capelli.

Anche Enrico Ferrari, prima d'essere investito dalla bufera dell'inchiesta penale con una lunghissima serie di reati, ad ogni problema che l'Autodromo incontrava dichiarava: “L'Autodromo di Monza è la storia e la storia non si cancella. Il Gran premio d'Italia resterà a Monza”.

Bella forza, lui, con i biglietti del Gran premio e la cresta sulle gare programmate da organizzatori svizzeri e tedeschi, è riuscito a trasferire alla HSBC di Lugano 4,1milioni di euro (vedi Infonodo del 4 luglio 2013), finendo nella lista Falciani.
In banca ci andava con Amerigo Martino, allora responsabile della Siae di Monza.

Enrico Ferrari, l'ex presidente Claudio Viganò, Amerigo Martino, Gabriele Aliprandi, ex presidente del Motoclub Biassono, il contabile Franco Becchere (per il quale pende a Milano un processo con l'accusa di pedopornogafia) ed altri 7 imputati dovranno presentarsi il 23 aprile dal Gip per l'udienza preliminare che scaturirà nei rinvii a giudizio.

Già una volta la Fia, per i test di Formula Uno, preferì il circuito del Mugello a Monza. E subito i dirigenti annunciarono: “Dopo i test avremo il Gran premio”.

A lanciare il cambio di staffetta per il Gran premio d'Italia ci pensò l'anno scorso Luca Cordero di Montezemolo che durante un incontro di Confindustria si rivolse al presidente del Consiglio Matteo Renzi chiedendo “qualche strada in più” attorno al Mugello. Proprio per portarci – sull'Autodromo di proprietà della Ferrari - il business della Formula Uno.

Intanto, da novembre in Sias, con la supervisione di Andrea Dell'Orto e del consulente (futuro direttore generale) Francesco Ferri, gli uomini della Innext stanno lavorando al “piano industriale”che prevede il ricambio di parte del personale e la programmazione di avvenimenti di contorno per quanti decideranno, dopo aver visitato l'Expo, di passare a vedere la pista più famosa del mondo dopo Indianapolis.

L'impianto non si è rifatto il lifting e mostra tutto il degrado in cui è stato lasciato negli ultimi vent'anni dalla dirigenza di Enrico Ferrari e Giorgio Beghella Bartoli che, dal 1997 - quando per limiti d'età e di salute si è ritirato l'amministratore delegato Giuseppe Bacciagaluppi a cui si deve la ricostruzione dell'Autodromo Nazionale dopo la guerra -–avevano fatto del business personale la loro mission, dimenticandosi, però, l'adeguamento delle strutture.

Via Bacciagaluppi, Ferrari e Beghella Bartoli hanno spinto per la costruzione di un nuovo fabbricato sopra i box, demolendo quel che era stato inaugurato soltanto dieci anni prima, nel 1990, e cancellando totalmente ogni riferimento storico dell'impianto – dalle torri del cancello d'ingresso alla pista al vecchio paddock – per realizzare un immobile il cui costo previsto era inferiore ai 30milioni di euro ed è invece lievitato a 62milioni737mila700 euro. Si, proprio 67.737.700 euro.

Peccato che nessuno del Consiglio di Sias si sia rivolto alla Procura di Monza eppure c'erano tutti i presupposti, perfino lettere anonime con pesanti minacce al vice presidente di Sias, Luigi Peverelli e al dirigente Viscovi.
Minacce subito denunciate ai carabinieri di Monza.

Tra quanti erano in Consiglio, a fare data dall'8 maggio 2007, ricordiamo l'avvocato Raffaele Della Valle che ora difende Enrico Ferrari nel processo di Monza, e Massimo Ponzoni.

Sul fatto di riportare a Monza manifestazioni di spessore, il presidente Andrea Dell'Orto, unico componente del Cda nominato dal Consiglio del socio di maggioranza di Sias, l'Automobile Club di Milano, ha parlato e parla con Dorna che organizza il Mondiale Superbike e la Motogp e ad ogni intervista sottolinea che la gara iridata Superbike tornerà a Monza. Non certo però l'anno prossimo. E nemmeno quest'anno come ha detto Gigi Vignando giovedì scorso durante la trasmissione “Griglia di Partenza” subito dopo aver mandato in onda l'intervista a Dell'Orto.

Forse nel 2016, quattro anni dopo l'ultima disastrosa edizione con le “bolle” in pista, le troppe cadute, e lo spettacolo cancellato.
Se l'amministrazione monzese li autorizzerà, i lavori di modifica del circuito richiederanno il sacrificio di molti alberi e l'investimento di circa 4milioni di euro.
Dell'Orto sa bene che Sias potrà far valere la convenzione che scadrà nel 2026 soltanto se, persa la Formula Uno, potrà sostituirla con un avvenimento di pari richiamo.

Il suo pensiero è portare a Monza la Motogp “scippandola” a Misano Adriatico.

Per rinnovare il contratto fino al 2020, Ecclestone, come detto, chiede 20milioni di dollari (oggi Sias ne paga 11milioni – ndr) e la totale disponibilità delle terrazze e delle salette per il suo esclusivo Paddock Club. La cessione delle strutture del Sassoli Building comporterà per Sias un mancato incassato di 3milioni di euro. Per portare la MotoGp basteranno, invece, 5milioni.

Un accordo con Dorna per MotoGp e Superbike comporterebbe un investimento di 8milioni di dollari. Cifra pareggiabile con la vendita dei biglietti e la pubblicità. Resta però il nodo delle modifiche al tracciato che richiedendo il sacrificio di alberi riporterà gli ambientalisti sulle barricate. Oltre al fatto che, stravolgendo il tracciato, dello storico Autodromo Nazionale di Monza non resterà proprio nulla. O forse sì, la sopraelevata che toglierà il respiro a quanti faranno visita in Autodromo in occasione dell'Expo. Avvenimento per il quale verrà allestito dalla monzese “Officine Locati” la struttura che ospiterà un provvisorio museo.

Mentre, come già annunciato da Infonodo, Riccardo Tagliabue - cugino di quarto grado dei Tagliabue della Lombarda Petroli e nipote di Leopoldo Carri a cui all'Autodromo negli Anni Sessanta all'Autodromo era intitolata la prestigiosa e seguitissima “Coppa Carri” - terrà i rapporti con la Federazione Motociclistica Italiana di cui è coordinatore nazionale della Supermoto. Si occuperà della programmazione di avvenimenti da farsi dentro il paddock o sul rettilineo. Non certo sulla pista che non ha l'amologazione per le due ruote.

Una scelta che lascia perplessi è quella fatta da Andrea Dell'Orto di affidare il marketing ad Edoardo Di Seri, amministratore di Monza Car SpA, società ammesa dai giudici del Tribunale di Monza in concordato preventivo (procedimento n. 16/14) a marzo dello scorso anno. “Dal deposito dei bilanci degli ultimi tre esercizi non pende istanza declaratoria di fallimento” scrivono i giudici Alida Palukhowshi, Mirko Buratti e Caterina Giovanetti che avevano fissato un'udienza di verifica a fine gennaio poi spostata al 30 marzo prossimo.

Monza Car Spa ha lasciato a casa, senza stipendio dallo scorso novembre, una cinquantina di persone.
Di Seri, già concessionario Lancia, nel 1997, aveva ceduto a Caprotti di Esselunga l’immobile e terreno di via Buonarroti a Monza dove è stato costruito il supermercato.

Ha proprietà immobiliari a Seregno e Bellusco (affittato alla sala giochi Las Vegas) ed un terreno in viale delle Industrie a Monza. Basteranno queste proprietà a tacitare i creditori ed evitare il fallimento?

Ultime considerazioni: con la gara del Blancpain GT il 10 aprile inizia la stagione sportiva. Ancora nessun bando di gara è stato indetto per gli uomini addetti alla sicurezza. Il bando precedente è stato annullato e nessuno ha capito il perché.

Per quanto riguarda la ristorazione, nell'anno dell'Expo che punta tutto sul cibo, l'Autodromo Nazionale si ritrova ancora col ristorante delle Tribune chiuso.
Expo inizia a maggio, i visitatori che arriveranno, dovranno accontentarsi di mangiare panini al bar del villaggio? O è invece previsto affidamento diretto, per chiamata, con la scusa dell'urgenza?

Come ha ricordato il maresciallo Antonio Carotenuto della Guardia di Finanza di Monza deponendo come teste al processo nel corso dell'udienza del 12 febbraio scorso, Sias è società il cui socio di maggioranza è l'Automobile Club di Milano che fa riferimento all'Automobile Club d'Italia che riscuote per lo Stato le tasse di possesso di auto e moto ed ha proventi dalle pratiche del Pra, il Pubblico Registro Automobilistico.
Nel corso della sua testimonianza è stata sentita l'intercettazione tra il responabile tecnico Giorgio Beghella Bartoli e il geometra Stefano Tremolada nel quale si parla delle “bolle in pista” con l'invito da parte di Beghella Bartoli a Tremolada di non dire al direttore di gara e al responsabile sicurezza delle anomalie della pista che poi causarono numerose cadute con tre piloti ricoverati all'Ospedale San Gerardo.

Se il pubblico minstero insiste per sentire in aula le intercettazioni telefoniche chiedo i termini a difesa per nominare uno psicologo capace di valutare il tenore della telefonata”, ha detto il difensore di Enrico Ferrari, l'avvocato Raffaele Della Valle chiedendo che questa sua richiesta venisse verbalizzata.
Hanno deposto anche il sindaco di Biassono Angelo Piero Malegori e l'assessore ai Lavori Pubblici Silvano Meregalli in merito all'ordinanza preparata dal Comune che doveva vietare l'ingresso in Autodromo da Santa Maria delle Selve in occasione della gara Mondiale Superbike del 2012.

Ordinanza in realtà mai adottata ma “soffiata” in anteprinma dal comandante della Polizia locale Francesco Falsetti al consulente di Sias Emanuele Vialardi.
Il maresciallo Carotenuto tornerà in aula per continuare la sua deposizione il 26 febbraio.

 

Processo Carate Nostra. L'amarezza di Antonino Brambilla condannato a quattro anni


di Pier Attilio Trivulzio

Sono da pochi minuti passate le 15 di ieri quando nell'aula del Tribunale dedicata al giudice Ingroia presenti soltanto pochi avvocati e nessun indagato, la presidente del Collegio 3 Silvia Pansini legge la sentenza: “In nome del popolo italiano condanna Brambilla Antonino alla pena di anni 4, all'interdizione dai pubblici uffici per 5 anni e alla confisca di euro 150mila; Giussani Giorgio alla pena di 1 anno e 8 mesi condanna sospesa e non menzione; Miceli Angelo, alla pena di 1 anno e 8 mesi, pena sospesa; Miceli Calogero alla pena di 1 anno e 8 mesi pena sospesa; Longoni Walter, alla pena di1 anno e 4 mesi, pena sospesa”.

Si chiude così dopo tre anni e tre mesi il processo di primo grado per la “cricca” di Carate Nostra individuata dopo l'uccisione del rotamat siciliano Paolo Vivacqua a Desio.

Non hanno affrontato il processo ed hanno preferito patteggiare davanti al Gip Alfredo De Lillo nel marzo di due anni fa, Maurizio Altobelli, capo gruppo Pdl comunale e presidente della Commissione urbanistica, Massimo Pirovano, già consigliere comunale nel 1998, l'architetto Giorgio Aldeghi e il geometra Giampietro Gerosa.

Rito abbreviato invece per il procacciatore d'affari Felice Tagliabue, accusato di riciclaggio con il defunto Paolo Vivacqua, e Calogero Licata Caruso, ancora in carcere per un giro di fatture di oltre 200milioni di euro per operazioni inesistenti rilasciate a imprenditori compiacenti.
A Tagliabue pena di 3 anni e 4 mesi; a Licata Caruso 2 anni e 6 mesi. Per Altobelli, Pirovano, Aldeghi, Gerosa, Tagliabue e Licata Caruso confisca da 150 a 500mila euro.

L'avvocato Antonino Brambilla – per il quale la pubblica accusa Donata Costa aveva chiesto 3 anni - alle 10 era in Tribunale. Completo nero, maglione a collo alto anch'esso nero, si è lasciato andare ad una riflessione ad alta voce. “Quando entri in questo girone non ne esci più”.

Ad una nostra domanda sul perché il suo legale, l'avvocato Ivan Colciago, avesse rinunciato alla testimonianza dell'ex assessore all'urbanistica Sandro Sisler e al confronto di Sisler con l'archietto Emma Boldrin, estensore del Pgt di Carate, come aveva preannunciato al termine di una movimentata udienza del 7 novembre scorso, l'ex vice presidente della Provincia di Monza e Brianza, ha fissato per qualche istante la vetrata del Palazzo di Giustizia prima di dire: “Dopo Muggiò Sisler è passato indenne anche a Carate”.

Per la cronaca ricordiamo che l'avvocato Colciago aveva fatto un controesame molto duro alla Boldrin quel giorno dopo che la teste aveva dichiarato d'essere “simpatizzante di Alleanza Nazionale” e che “a suggerirle di partecipare al bando di gara per l'estensione del Pgt di Carate (il suo primo Pgt - ndr) era stata la segreteria del partito”. Sisler, finito sul registro degli indagati dopo la dichiarazione del consigliere Maurizio Altobelli che, detenuto in carcere a Monza, dopo aver cambiato legale ed essersi affidato all'avvocato modenese Mario Marchiò, aveva ammesso “d'aver ricevuto una tangente di 30mila euro e di aver lasciato nel cruscotto della Mercedes di Sandro Sisler una busta con 10mila euro in contanti”.

Quella dichiarazione gli era valsa gli arresti domiciliari.
Casa e uffici di Sisler, subìto dimessosi, su ordine del pm Donata Costa, erano stati perquisiti; dalle indagini non sono però emersi riscontri in merito alla presunta mazzetta di cui aveva parlato Maurizio Altobelli.

A scanso d'equivoci è bene chiarire che Sandro Silser, asssessore all'urbanistica a Muggiò sotto l'amministrazione Zanantoni, prima di trasferirsi con lo stesso ruolo a Carate, caldeggiò la costruzione della multisala a 15 schermi pomposamente chiamata Magic Movie Park costruita dalla fallita Tornado Gest di Felice Vittorio Zaccaria e Aldina Stagnati, condannati in primo grado nel gennaio 2009 dal Tribunale di Monza, rispettivamente a 5 e 4 anni e che proprio in questi giorni stanno affrontando a Milano il processo d'appello.

Un fallimento, quello di Tornado Gest, da 54milioni di euro. Quel che resta del Magic Movie Park è un degradato, fatiscente manufatto dentro il parco del Grugnotorto che nonostante molte aste nessuno ha voluto.

Sonora smentita alle dichiarazioni che fece Sisler in Consiglio. “approvando questa sera la costruzione della multisala acquisiremo un parco di 330mila metri quadrati piantumato e mantenuto per 10 anni”. Oggi è sì un parco: di cemento.

Purtroppo la magistratura, dopo aver acquisito tardivamente i documenti, si è arresa. Anche perchè il sostituto procuratore Giordano Baggio, chiuso il processo a Tornado Gest ha lasciato la Procura di Monza per trasferirsa a quella di Milano.
Anche Donata Costa, chiuso il processo per l'omicidio di Paolo Vivacqua, si trasferirà a Milano.

 

Traffico di rifiuti. I nuovi guai giudiziari per il figlio di Vivacqua arrivano da un’inchiesta della Procura di Palermo

di Pier Attilio Trivulzio

Traffico illecito di rifiuti speciali in violazione del decreto legge 152/2006. E' questa la nuova accusa mossa dai sostituti procuratori Calogero Ferrara e Claudia Bevilacqua della Procura di Palermo a nove persone e tra queste Antonio Vivacqua, maggiore dei tre figli di Paolo il rotamat di Ravanusa ucciso da un killer il 14 novembre 2011 nel suo ufficio di Desio. Ad Antonio Vivacqua, amministratore della FV Metalli srl, l'ordinanza di custodia cautelare è stata notificata nei giorni scorsi in carcere a Bollate dove si trova detenuto dal maggio 2012, già condannato in primo grado dal Tribunale di Milano per associazione a delinquere, false fatturazioni ed altri reati.


La notizia è stata confermata a Infonodo dal suo legale l'avvocato Daria Pesce la quale ha tenuto a precisare che “l'ordinanza firmata dal Gip Jannelli prevede per Antonio Vivacqua gli arresti domiciliari”.
L'inchiesta, partita nel 2010 dopo una serie furti di rame, aveva portato a controlli alla Fondi Metal srl di Carini di cui è amministratore Marino Baldassarre, 63. La società che è stata posta sequestro. Una tonnellata di rame, ottone e alluminio sarebbe finito nella disponibilità della Metal Group di Casoria di cui Luigi Di Lorenzo è procuratore e della Faro srl e della Almet srl di Marcianise di cui Francesco Alfarano è aministratore unico.

Servizi di osservazione e monitoraggio e la partecipazione di personale tecnico della Direzione Controllo e Protezione dell'Ambiente di Palermo hanno consentito di appurare il meccanismo di elusione dei controlli della tracciabilità dei rifiuti provenienti da micro raccoglitori con l'appoggio e la complicità delle società Metal Group e Almet srl; rifiuti acquistati e rivenduti con proventi nell'ordine dei 2 milioni di euro creando ambiguità tra le diverse figure del produttore, detentore e trasportatore del materiale ferroso così da nascondere ulteriormente la tracciabilità.

Arrivi e partenze all'Autodromo di Monza

di Pier Attilio Trivulzio

Arrivi e partenze all'Autodromo di Monza. Umberto Andreoletti, 43 anni, bergamasco di Rovetta è stato chiamato da Sias a dirigere l'ufficio sportivo.
Potrebbe, in un prossimo futuro, se i conti della società di gestione dell'impianto brianzolo dovessero tornare in ordine, assumere la carica di direttore generale.

Carica che ha ricoperto per due anni al “Franciacorta International Circuit” quando la pista era di proprietà della società che faceva capo ad Andrea Mamé e che, nella nuova gestione di Sias il presidente, Andrea Dell'Orto, ha momentaneamente affidato a Fracesco Ferri che con i collaboratori della Innext sta preparando il piano industriale di rilancio che verrà presentato a febbraio.

Umberto Andreoletti, avrebbe voluto fare il “navigatore”. Il suo sogno era sedersi dentro un'auto da rally e leggere le note al pilota. Però, quando ci provò s'accorse che quegli sballottamenti tra una curva e l'altra con l'impegno di leggere le note, lo facevano star male. Decise quindi di continuare gli studi laureandosi in ingegneria meccanica del veicolo.
A 28 anni viene assunto alla Brembo ed inizia a girare il mondo occupandosi dei freni delle monoposto di Formula Uno.
É felice quando lo designano all'assistenza delle vetture da rally impegnate nel campionato mondiale della Fia.

Lo M-Team, che fa correre le Ford ufficiali, gli offre l'incarico di responsabile dell'auto di Sainz. Esordio e vittoria in Argentina; con la Ford, Carlos Sainz e Colin Mc Rae vincono tutto.
Nel 2004, il cambio di casacca: Andreoletti passa alla Mitsubishi occupandosi dello sviluppo dell'auto; e quando i giapponesi lasciano il motorsport, torna alla Brembo.

Nel 2012 l'incontro con Andrea Mamé che gli propone il posto di direttore generale del “Franciacorta International Circuit”.
Si occupa dell'amministrazione e dei contatti con le Federazioni. Lo scorso anno, a settembre, organizza il Fia World Rallycross. Un successo.

A giorni prenderà posto all'ufficio sportivo diretto da Lorena Bellavista. Un posto per lui di certo un po' stretto, un passo indietro.
Ma un posto all'Autodromo Nazionale di Monza che in quanto a storia non può certo essere paragonato a Franciacorta.

Se da una parte arriva Andreolotti, dall'ufficio sportivo se ne va, invece, Daniele Galbiati.

Ufficialmente, ha dato le dimissioni ed è entrato nello staff di Patrick Peter, organizzatore di eventi riservate alle auto storiche.

Nel 1990 Galbiati si era guadagnato le prime pagine dei giornali come il più giovane direttore di pista d'Italia.
Cresciuto alla scuola di Romolo Tavoni, ex segretario di Enzo Ferrari, che voleva farne il suo delfino, Galbiati si è poi perso per strada.
Anzichè impegnarsi nello sviluppo dell'attività in pista ha pensato di affossare, dopo 46 anni di onoratissimo servizio, la Formula Monza caldeggiando il costoso, abortito, progetto della monoposto di Frosinini che avrebbe dovuto sostituirla.

Ed è stato in parte artefice della cancellazione della prestigiosa “1000 Chilometri”, avvenimento che negli Anni Sessanta richiamava in Autodromo più spettatori della Formula Uno.

Più che stringere contatti con gli organizzatori, come ha scritto la Guardia di finanza ai sostituti procuratori Walter Mapelli e Caterina Trentini, Galbiati era impegnato a fare comunella con Americo Martino, ex responsabile dell'ufficio Siae di Monza, al quale cedeva montagne di pass per il Gran premio e la Superbike, e con i bagarini.

Avrei cento robi da darti”, dice l'intercettato Galbiati al senaghese Gerardo Beretti.
Passo domani pomeriggio perché io stasera guardo su internet la conferma di quanti biglietti mi hanno chiesto...e se poi non li vendo tutti e 100?”, chiede Beretti.
Ma sì, ti do qualche omaggio.. e la differenza la facciamo...”.

Mi sono dimenticato, i tuoi quanti sono?”, chiede Galbiati al vimercatese Giovanni Battista De Stefani nel corso di un'altra intercettazione del 2012.
Due e cinque”, la risposta.
Ho in mano i soldini...”. “Però li dobbiamo dare a lui..”, fa presente l'impiegato dell'ufficio sportivo di Sias e De Stefani: “...me ne ha dati solo quattromila di quelli...”.

Tranquillo – lo consola Galbiati - i 25 euro di differenza del prezzo ce li facciamo noi, tranquillo”.

Insomma, Daniele Galbiati più che pensare al lavoro dell'ufficio sportivo incrementava lo sport di famiglia. Il padre Davide è stato rinviato a giudizio per appropriazione indebita e abuso di prestazione d'opera nel processo che riprende il 12 febbraio.

Il 23 aprile invece Enrico Ferrari, l'ex presidente di Sias, Claudio Viganò, l'ex contabile di Sias, Franco Becchere (accusato dalla Procura di Milano anche di pedopornografia), Americo Martino, Gabriele Aliprandi, ex presidente del Moto Club Biassono, Guglielmo Beretta, Annalisa Ronchetti, Giovanni Giardina, Giacomo Lanfranchi e Fabio Tedoldi dovranno presentarsi davanti al Gp per l'udienza preliminare al termine della quale verranno firmati i rinvii a giudizio.

Su ordine dei magistrati Mapelli e Trentini la Guardia di finanza ha sequestrato a Enrico Ferrari e Claudio Viganò conti e immobili per 3milioni di euro; ad Americo Martino 400mila euro, a Gabriele Aliprandi 250mila euro.

L'ex responsabile di Monza e Brianza della Siae, Martino, dovrà anche rispondere del possesso di una pistola e di 63 munizioni per armi comuni da sparo che gli sono state sequestrate nel luglio 2013 non essendo state denunciate all'autorità giudiziaria.

 

Formula Uno addio, Monza perde il Gran premio d'Italia

di Pier Attilio Trivulzio

L'Autodromo di Monza cambia pelle. Il piano industriale di rilancio di Sias – illustrato ieri pomeriggio al Consiglio dell'Automobile Club di Milano, socio di maggioranza della società di gestione dell'impianto brianzolo – punterà tutto sulle due ruote e quindi potrebbe esserci un addio alla Formula Uno, dal 2017.

Per attuare il programma relativo alle due ruote il presidente Andrea Dall'Orto, dopo aver designato Francesco Ferri a prendere il posto di direttore, occupato per trent'anni dell'inquisito Enrico Ferrari (prossima udienza in Tribunale il 12 febbraio), ha chiamato nello staff il monzese Riccardo Tagliabue. Sarà lui, rampollo della famiglia di petrolieri proprietari della Lombarda Petroli con impianti a Villasanta a intrattenere i rapporti con la Federazione Motociclistica Italiana.

Con la Federazione Internazionale e con la Dorna, Dell'Orto tratterà, invece, in prima persona. La sua società che ha sede a Cabiate, fornisce le centraline alle Moto3 che corrono il Motomondiale. E attraverso la Do Design di Monza produce abbigliamento per i piloti delle due ruote. Business is business.

Con Dorna ha iniziato una trattativa per riportare a Monza il mondiale Superbike; ma prima dovrà ottenere dalla Giunta di Monza l'autorizzazione a fare pesanti modifiche alla pista.

Dovranno essere abbattuti alberi alla prima variante che si congiungerà al “curvone” di Biassono passando attraverso il bosco ed utilizzando parte dell'originaro tracciato. E all'Ascari. Con una deviazione a sinistra, anche in questo caso sacrificando il bosco, alla fine del tratto di pista in discesa. C'è poi il problema della curva parabolica che per la FIM dovrebbe tornare ad avere la configurazione 2012 vale a dire senza la modifica (asfaltatura esterna laddove iniziava la sabbia) imposta lo scorso anno dalla Fia per il Gran premio d'Italia. E' prevedibile che la richiesta dei lavori troverà numerosi ostacoli, oltre a richiedere un investimento stimato tra i 3 e i 4 milioni di euro. E, soprattutto, le modifiche di tracciato, dovranno essere preventivamente sottoposte ed approvate dalla Fia, nel caso Sias decida di rinnovare il contratto con la Fom di Bernie Ecclestone per la Formula Uno dal 2017 al 2020.

Ma questa eventualità non si pone dal momento e, a detta del direttore in pectore Francesco Ferri, “il piano industriale 2017 è previsto con o senza la Formula Uno”.
Com'è noto i conti di Sias sono più rossi della Ferrari, l'ultimo bilancio si è chiuso con debiti per 12milioni di euro.
Ecclestone per rinnovare vuole oltre a 20milioni di dollari e la disponibilità totale delle terrazze sopra i box. Vale a dire le salette del Sassoli Building che, in occasione del Gran premio, Sias vende agli sponsor incassando 3 milioni di euro.
Senza Formula Uno però Sias non avrà più titolo per restare dentro l'impianto. La convenzione parla chiaro. Non basterà certo riportare a Monza l'appuntamento del Mondiale Superbike a garantire alla società di gestione la permanenza dentro al parco. A meno che Andrea Dell'Orto non pensi di “scippare” a Imola la Motogp sperando che la Giunta monzese valuti equipollente le due ruote iridate al Gran premio di Formula uno. E del resto un tempo l'Autodromo viveva il suo settembre motoristico proponendo sia il Gran premio che il Motomondiale.

Ma questi ragionamenti valgono per il domani. Quel che più ci preme è capire quale piano di rilancio è stato preparato dagli uomini della Innext. Francesco Ferri lo definisce piano industriale. Ma l'Autodromo è un'industria particolare nel cui statuto è scritto che ha il preciso scopo di incrementare l'automobilismo e lo sport.

 

Processo omicidio Vivacqua. Il figlio Antonio: “Ultimamente mio padre camminava assieme a Mimmo Zema”

di Pier Attilio Trivulzio

Valentina Commaudo è la figlia di Franca Lo Jacono uccisa nel box della sua casa di Desio nel giugno 2012 da Antonino Giarrana e Antonio Radaelli.
É moglie di Antonio Vivacqua, il maggiore dei figli del romat di Ravanusa.
Lunedì è tornata lunedì in aula per completare la sua testimonianza.

Racconta: “Da quando sto con Antonio il rapporto con mia suocera, Germania Biondo, è stato altalenante anche se prima con lei avevo confidenza; da prima del 17 giugno 2012 i rapporti si sono raffreddati e l'avevo cacciata da casa mia.”.

Interrogata il 25 marzo 2013 lei non dice che la Biondo può essere coinvolta nell'omicidio, come mai?”, chiede l'avvocato Cacciuttolo che difende l'ex signora Vivacqua.
Prima dell'omicidio anch'io mi ero riavvicinata a Germania”.

Le risulta che nell'agosto 2010 Paolo Vivacqua volesse riconciliarsi con la signora Biondo?”.
In quel periodo sì. Mio suocero mi aveva detto che volevano rimettersi insieme”.

Le disse come avrebbe risolto il problema con Lavinia Mihalache?”, insiste il legale.
L'avrebbe lasciata”.

La Commaudo dice che nessuno le mostrò un album segnaletico per cercare di riconoscere quel “calabrese” che il 3 novembre, undici giorni prima dell'uccisione di Paolo Vivacqua, assieme ad altre due persone era andato a vedere il caponnone di Sesto San Giovanni.

A questo proposito, il 25 marzo 2013 al pubblico ministero Donata Costa dichiarò “...Devo avere a che fare anche con questa gente”.

Eppure nessun approfondimento venne fatto dalle forze dell'ordine. Le viene chiesto del rapporto tra la Biondo e Diego Barba.
É stato Antonio, mio marito, a dirmi di chiedere alla Biondo del rapporto. Quando i genitori si separano una relazione da fastidio. Come quella che ha avuto con un'altra persona”.
In questo caso fanno fede gli atti del processo di Milano, il cittadino cinese “Michele” mai identificato.

É la volta di Davide Vivacqua, il minore dei fratelli, da due mesi agli arresti domiciliari. A lui chiedono dell'episodio dell'agosto 2010 quando in vacanza a Ravanusa col fratello Antonio andarono a Campobello di Licata a picchiare l'investigatore privato perché sul cellulare della madre era arrivato un sms con la scritta “Camp”.

Ammette di non aver mai visto la signora Biondo (non la chiama mai mamma) assieme a Barba e rivela che la sera stessa “davanti a casa nostra arrivarono due o tre persone che dissero: “Non toccate il Barba, s'erano messi loro davanti a lui”.

Persone di rispetto della zona?”, chiede il presidente Giuseppe Airò.

Persone venute da Campobello di Licata che ci dissero: lasciatelo in pace ci siamo noi”.

Riferisce che un mese prima d'essere ucciso il padre gli disse: “Dovesse succedermi qualcosa vi raccomando Nicolas (figlio di Lavinia Mihalache nato nel giugno 2011 – ndr), è vostro fratello. Voleva spiegarmi alcune situazioni. Come se se lo aspettasse...”.

Riferisce a suo giudizio un particolare importante: “Ricordo che la Biondo andava a buttare la spazzatura davanti all'ufficio di San Giorgio a Desio. Forse ci andava per controllare quando Paolo arrivava, è una mia congettura. Da casa sua all'ufficio ci sono quattro chilometri e lei li faceva prima di arrivare al lavoro al magazzino di Gessate della FV Metalli”.

Una sera che le avevamo detto di non restare a casa sola e d'andare a dormire da qualcuno lei rispose: A me non mi toccano, non mi fanno niente. Mi faccio accompagnare da mia sorella. Quando aveva saputo che mio padre stava vendendo i terreni di Carate mi disse: Fatti dare dei soldi per noi. E fatti dire dove li mette. Mio padre mi dette 300mila euro che sono stati sequestrati dalla Guardia di finanza. Non ho mai detto a mio padre che la Biondo era interessata. Ed in merito al capannone di Sesto San Giovanni della Royal Aste a lei intestato e di cui mio padre mi aveva chiesto i documenti, la Biondo mi domandò perchè stava vendendo? Quei documenti del capannone che mio padre aveva chiesto non me li ha mai consegnati”.

Per Antonio Vivacqua la morte del padre gli fu così comunicata da Vincenzo Infantino. “Guarda che hanno buttato giù papà”.
Mia madre mi ha visto sbiancare ed ha capito, è partita con la segretaria ma a Desio é arrivata soltanto a sera tarda e senza passare dall'ufficio”.

Dal 14 novembre 2011 siete stati liberi fino al 20 aprile 2012. Ne avete parlato dell'omicidio e se sì con chi?”, chiede il pm Donata Costa.
Stavamo cercando di capire chi era stato. Lei, mia madre, diceva:Devi dire tutto. E io giustamente a lei non dicevo niente. E però lo veniva a sapere da Salvatore Grasta che spesso la contattava”.

Pubblico ministero: “Suo padre aveva nemici, aveva ricevuto minacce?” “Inizialmente sapevamo che erano stati sia siciliani che calabresi. Ultimamente mio padre camminava con Mimmo Zema che gli doveva un milione di euro. Erano assieme per una questione di soldi. Siciliani? Un gruppo di giù lo cercava. Lo chiamavano in molti per chiedere lavoro e per farsi prestare soldi, dai mille fino ai centomila euro. A Gaetano che lavorava a Torino ed era in difficoltà aveva promesso un milione di euro”.

Che mio padre abitava a Carate con Liviania io l'ho saputo soltanto dopo la sua morte e così in quali società e con quali quote mia madre era intestataria”.

Ultimo teste il maresciallo Fornaro dei carabinieri di Desio.
É stata addestrato da un tecnico a leggere col Sistema Sfera (noleggiato al costo di 35mila euro) i tracciati delle celle telefoniche agganciate dai cinque indagati dopo le dichiarazioni di Gino Guttuso. Si sforza di spiegare e per due ore passa dai tracciati di un indagato a quelli di un altro.

Su domanda dell'avvocato Pagliarello che difende Antonino Giarrana viene posta una domanda precisa: cosa dice Sfera sul contatto “troppo mattiniero per due che non lavorano” delle 7.12 del 14 novembre 2011 tra Giarrana e Radaelli?

Presidente: “Cè un totale di 148 contatti, prendiamoli per quello che valgono, magari stava lì...”.

Interviene il pubblico ministero: “Hanno 148 contatti mai alle 7.12 del mattino! Giarrana chiama Radaelli ma non c’è cella d'aggancio col cellulare di Giarrana”.

Teste: “La compagnia telefonica non ha indicato nulla nei tabulati che ci ha fornito e che non sono modificabili”.
Spiega che a “Sfera” Si possono soltanto fare domande. Quando abbiamo posto la domanda con quale utenza Giarrana si collega ci dà quella di Salvino La Rocca. Ma non alle 7.12 del mattino bensì dopo le 11”.

La cella telefonica più vicina all'ufficio di via Bramante d'Urbino è collocata in via San Gennaro e dall'esame risulta che alle 10.40 si aggancia la fonte confidenziale Gino Guttuso con tale Giuseppe Stancanelli. Soltanto alle 11.35 Giarrana stava vicino alla cella di via San Gennaro...

Testimonianza sofferta quella del maresciallo Fornaro costretto a rispondere con una serie interminabile di “No” alle domande dei legali.

Presidente: “L'operante riferisce come si sono svolte le indagini. Può solo riferire. Nel processo siamo appena appena entrati...Quello che dice sul contenuto non è la prova”.

Ci prova l'avvocato Frigerio a spiegare che “Sfera aiuta ad associare dati, velocizza il lavoro, non è però in grado di dire dove esattamente si trova il soggetto rispetto alla cella”.
Infatti non c'è una sola cella”, ammette maresciallo dell'Arma.

Se sto a Desio aggancio anche le celle di Lissone e Seregno, è corretto?”.
Sì, è corretto”, è la risposta.

Paolo Sevesi, difensore di Diego Barba, fa apposizione ad una risposta del teste. “É un carabiniere, non un tecnico!” e chiede al presidente che la sua opposizione venga verbalizzata. Cosa che avviene. “Non è qualificato a riferire su celle e campi. Se abbiamo dubbi si cerchi un tecnico non un carabiniere!”.

Il pool dei legali fa presente che ancora non hanno a disposizione le intercetazioni telefoniche dei giorni precedenti l'omicidio Vivacqua e quelle relative al 14 novembre, ma soltanto i brogliacci. Sollecitano il deposito. Si tratta di 12 ore di telefonate e 80 ore di intercettazioni ambientali.
Si torna in aula il 26 gennaio h. 9,00.
Il 9 febbraio testimonieranno Gino Guttuso, Luigi Mignemi e Nicola Rulli.

 

Processo Carate Nostra. Mazzetta da 150mila euro a un politico, i contanti consegnati a Massimo Pirovano

di Pier Attilio Trivulzio

Massimo Pirovano aveva chiesto ai soci della Bre srl di sborsare 37.500 euro ciascuno per pagare “ad un politico” una consulenza che avrebbe fatto diventare edificabile il terreno di via Tagliamento a Carate Brianza inserito nel Parco della Valle del Lambro e soggetto a “pesante” vincolo ambientale .

Nel giro un mese i soci, per contanti, avevano versato a Pirovano la loro quota. Quel terreno ed i limitrofi – di proprietà della famiglia Giussani - non erano assolutamente edificabili “senza una modifica della normativa del Piano dello stesso ente”, scrive il consulente al pubblico ministero Donata Costa.

Il preliminare di vendita del terreno di via Tagliamento era stato stipulato nel novembre 2008 con Massimo Pirovano che interviene quale promesso acquirente “non per sé ma per persona o società che si riserva di indicare all'atto notarile. All'epoca quel terreno risultava già inserito in zona residenziale edificabile e parte a prato verde. Doveva però essere approvato il Pgt. Prezzo del terreno calcolato in 200 euro al metro cubo edficabile. Nuova scrittura privata nell'ottobre 2009 “a parziale modifica del preliminare già sottoscritto”.

Viene dato atto dell'intervenuta approvazione del Pgt e tuttavia il rogito è subordinato “all'approvazione della variante del Piano della Valle del Lambro nella quale detta area dovrà risultare edificabile a tutti gli effetti e senza alcun tipo di vincolo”. Prezzo convenuto 1,5 milioni di euro da pagarsi al rogito.

Altra scrittura privata nel maggio 2011 dove i fratelli Giussani conferiscono incarico di mediazione per la vendita immobiliare del terreno a Massimo Pirovano e alla Geos di Altobelli Maurizio e C. Quest'ultimo è consigliere comunale a Carate. Il prezzo lievita e da 1.5 milioni a 1,750milioni di euro con una provvigione del 15% per i mediatori. Viene steso un nuovo contratto preliminare con la Bre srl i cui soci sono Massimo Pirovano, Maurizio Altobelli, Walter Longoni e Giorgio Giussani. Amministratore della società è Modesto Pirovano.
Considerato che saranno necessari due anni per l'approvazione della variante Pirovano propone di vendere il terreno a 1,9milioni di euro di cui 1,650 pagati dall'acquirente ed euro 250mila da pagarsi a Pirovano in due tranche da 100mila e 150mila euro. I 150mila euro sono l'esborso per il “pagamento a un politico per il cambio destinazione del terreno”.

Sulla “mazzetta” al politico c'è disaccordo tra i fratelli Giussani e Pirovano, quest'ultimo con una mail del 14 aprile 2011 scrive “il Parco aspetta una risposta da noi”. Quattro giorni dopo sempre Pirovano dà l'ultimatum a Giorgio Giussani. “Forse è meglio chiarire il concetto, se lo chiudianmo noi il terreno è edificabile, altrimenti devo dare al parco l'ok per farlo restare agricolo anche a fronte del vincolo messo dalla Regione. Se i tuoi fratelli non vogliono prorogare il contratto io lascio perdere ed il terreno resta agricolo e non diventerà mai più edificabile perché c'è un vincolo pesante della Regione Lombardia”.

La mail finisce anche a Maurizio Altobelli. Assieme a quella del 30 maggio successivo: “Se non diamo notizie nelle prossime ore mi sa che lo perdiamo per sempre, soldi compresi”.

Quei 150mila euro sono stati davvero pagati in contanti dai soci in tre tranche in busta bainca chiusa consegnata a Massimo Pirovano (che come Maurizio Altobelli ha patteggiato). La conferma si è avuta in aula nel corso dell'ultima udienza dove gli indagati hanno detto d'aver consegnato i soldi a Pirovano e non aver mai chiesto nulla all'avvocato Antonino Brambilla – che secondo Pirovano avrebbe avuto il potere di far togliere il vincolo.

Avete dato incarico a Brambilla?”, domanda il pm Donata Costa a Giorgio Giussani: “Mai parlato con lui. Solo con Pirovano”.

Avete dato indicazioni per togliere il vincolo?”.
No, noi avremmo costruito vicinissimo a via Tagliamento. Su un terreno di famiglia avremmo costruito 60 appartamenti, c'era in corso una variante...Pirovano millantava, mio fratello Roberto l'ha detto subito anche alla Guardia di finanza”.

Al teste l'avvocato Ivan Colciago che difende l'avvocato Antonino Brambilla chiede se lo conosce. “Da 20 forse 25 anni. Ma non lo vedevo e non ho mai avuto rapporti con lui. I rapporti con Brambilla li aveva Pirovano e li voleva tenere solo lui”.

Maurizio Altobelli è il dominus del piano. Aveva rapporto col sindaco Pipino e con l'assessore all'urbanistica Sisler - . dichiara Antonino Brambilla -. Come consigliere gestiva il Pgt. Era perito agrario, non ingegnere. Era il gestore del piano; poi si è capito l'anomalia: era richiesto nelle società immobiliari. Lo dice lui stesso ammettendo d'aver corrisposto somme di danaro a Sisler”.

Coglie l'occasione l'avvocato Brambilla per togliersi qualche sassolino dalle scarpe, Maurizio Pirovano e l'architetto Giorgio Aldeghi l'hanno fregato due volte.

Aldeghi, che conosco soltanto perchè é mio vicino di casa, ebbe da Bricoman l'incarico di progettzione di 200mila euro e 50mila per la consulenza giuridica. A me anziché 50mila ne ha dati soltanto 20mila che ho regolarmente fatturato”.

Mai avrei accettato di svolgere una consulenza per una cosa impossibile come togliere quel vincolo del Parco per via Tagliamento”, conclude Brambilla.

Il sequestro delle quote della Bre srl, l'indagine della Procura per quel terreno di via Tagliamento, la banca che vuole il rientro immediato di una fidejussione mentre Pirovano e Altobelli sono in cacere , fornitori che si fanno avanti e vogliono essere pagati. Un bruttissimo periodo per l'industriale caratese Walter Longoni titolare della ben avviata Omnia Piega con 20 dipendenti e sviluppo in Francia, Inghilterra ed una società in Cina. Gli dev'essere costato molto dover essere in aula a raccontare quel ciclone che l'ha distrutto tra l'altro in un momento in cui le sue condizioni fisiche erano precarie.

Industriale che ha investito nell'immobiliare 6/700mila euro con un paio di società a Pescara e altrettante in Brianza. Di cui si è sempre occupato Massimo Pirovano. “Con lui ho sviluppato un rapporto fiduciario che risale al 1993-1994. Analizzavamo le proposte e io poi mi disinteressavo. - racconta - Chiedevo soltanto a fine anno: abbiamo guadagnato, perso o pareggiato? Con la Bre srl abbiamo gestito anche una grossa operazione a Seregno. Con Brambilla ci siamo conosciuti in occasione di un terreno che il Comune voleva espopriare ed abbiamo anche fatto grandi litigi. Poi mi ha lasciato una piccola fetta per far entrare i camion in azienda... Dopo i fatti dell'aprile 2012 ho incrociato Altobelli e gli ho chiesto la cortesia di passare: non lo ha mai fatto. Con Brambilla ci vediamo ed ancora adesso se mi chiede soldi glieli do. Mettere in dubbio che quei soldi non erano destinati alla consulenza di Brambilla mi sembrava irrispettoso. Non mi faccio problemi a capire come sono state le cose. Ci ho messo un muro”.

Ripresa del processo il 22 gennaio dalle 10.30. Le discussioni del pubblico ministero il 6 febbraio.

 

Processo Vivacqua. Non c'è l'avvocato, scena muta di Calogero Licata. La testimonianza dei carabinieri di Desio

di Pier Attilio Trivulzio

Dopo trentadue mesi di carcere Calogero Licata Caruso, braccio destro di Paolo Vivacqua, ha deciso di parlare. Con una lettera inviata alla Procura di Monza ha fatto sapere d'essere disposto “a dire delle cose” ed allora Donata Costa, pubblico ministero del processo in Corte d'Assise lo ha fatto accompagnare lunedì in aula.
L'amministratore della Loviro sr che firmò al Comune di Carate la richiesta per la trasformazione dei terreni di via Marengo lungo la statale Valassina per essere, poi, ceduti alla Bricoman Italia per 5,1 milioni di euro s'è accomodato sulla sedia dei testimoni, ha letto la formula di rito ed alla domanda del presidente Giuseppe Airò che gli chiede “Lei si chiama?”.
Licata”, risponde il teste.
Presidente: “Nome?”.
Il teste resta muto.
Presidente: “Neanche il nome? Licata e basta?

Licata: “Do le generalità ma in carcere non è arrivato il sollecito...”.
C'è opposizione dell'avvocato Sala che difendere Antonio Radaelli: “Il teste è attualmente imputato nel processo di Milano per il 416...”.

Pubblico ministero Donata Costa: “Lei, Licata, ha scritto che voleva dire delle cose...”.
Licata Caruso: “Chiedo l'assistenza dell'avvocato”.
Presidente, dopo essersi consultato con i colleghi e i giurati popolari: “La Corte dice che vuole sentire Licata”.
In attesa che arrivi il legale ad assistere il braccio destro di Paolo Vivacqua viene escusso il tenente Luigi Di Puorto dei carabnieri di Desio. Chiamato dall'accusa in sostituzione del capitano Cataldo Pantaleo impossibilitato ad intervenire.
Non rinuncio al teste Pantaleo”, tiene a dire Manuela Cacciuttolo, avvocato che difende Germania Biondo, ex moglie del rotamat di Ravanusa.

Il teste esordisce raccontando brevemente dell'intervento nell'ufficio di Desio il pomeriggio del 14 novembre 2011 e quindi, su domanda della pubblica accusa, passa a descrivere l'intervento del 16 -17 giugno 2012 nel box di via Mariani a Desio “dov'era appena deceduta nel corso di una rapina una persona per arma da taglio”: la consuocera da Paolo Vivacqua, Franca Lo Jacono.

Si è trattato di una rapina degenerata. C'erano numerose tracce di sangue, subito pensammo che uno dei partecipanti alla rapina era rimasto ferito. Contattammo tutti gli ospedali della Lombardia per sapere se qualcuno si era fatto medicare e dal pronto soccorso dell'ospedale di Desio. Abbiamo avuto conferma che tale Radaelli Antonino o Antonio si era presentato. Rintracciamo il Radaelli presso la sua abitazone e lui si giustificò dicendo d'essersi tagliato con un coltello affettando delle cipolle. Però nella cucina non c'era no residui di cipolle... Dalle macchie di sangue lasciate vicino alla sua abitazione deducemmo che non era uscito dalla casa per andare al pronto soccorso ma era rientrato. Ricostruimmo l'accaduto individuando il giorno dopo Antonino Giarrana di cui fu trovata dai Ris una traccia dattiloscopica sul sedile dell'auto della Lo Jacono, e Raffaele Petrullo. Il movente? Una rapina per impossessarsi di una valigia piena di denaro”.

A fine luglio 2012 il maresciallo di stazione Cosentino acquisì notizie che facevano riferimento a Paolo Vivacqua e alla Lo Jacono. L'annotazione ci dava come possibile movente una vicenda intrafamiliare: l'astio tra Paolo Vivacqua e l'ex moglie Germania Biondo. Compimmo accertamenti anagrafici e catastali relativi ad un box per quanto riferito dalla fonte”.

Gli avvocati Monica Sala e Manuela Cacciuttolo si consultano scambiandosi la seconda nota acquisita dai carabinieri di Desio nel marzo 2013 che presenta analogie riguardo al movente; ma differisce in quanto non accenna a dissidi tra Vivacqua e l'ex moglie bensì ad una relazione extraconiugale.

Verificammo con il capitano Pantaleo sia la prima che la seconda notizia e poiché c'erano analogie decidemmo d'informare la Procura di Monza ed ottenuto il benestare acquisimmo i tabulati del traffico telefonico intestati ai due soggetti (Germania Biondo e Diego Barba – ndr). In particolar modo abbiamo controllato le celle che monitorizzano il traffico telefonico relativo a via Bramante d'Urbino a Desio e via Donizetti di Carate, via Marconi di Gessate (sede della FV Metalli – ndr) e le celle poste allo svincolo autostradale di Agrate, alternativa stradale per andare a Gessate. I dati del traffico telefonico li abbiamo analizzati con il programma Sfera che consente di collegare tra soggetti e luoghi. Abbiamo monitorato il traffico telefonico da settembre a novembre 2011”.

Donata Costa: “Quali riscontri avete avuto da questo lavoro?”.
Il dato più interessante? Che l'omicidio di Paolo Vivacqua non è stato improvvisato ma pianificato e organizzato”.

Su domanda dell'avvocato Cacciuttolo il tenente Di Puorto dice: “Relativamente al 14 novembre 2011 (giorno dell'uccisione di Paolo Vivacqua – ndr), i tabulati ci danno un dato da noi percepito anomalo: Giarrana e Radaelli, pur non lavorando, si sentono nelle prime ore del mattino. Poi c'è un lasso di tempo di un paio d'ore senza contatti. Dopo le 11.30 ci sono contatti tra Giarrana, La Rocca e Barba. Il medico intervenuto fa risalire la morte di Vivacqua attorno alle 11-11.30. Mi chiedete se ci sono contatti con Cascardo? (Attilio Cascardo investigatore privato – ndr) Non so, rischierei d'essere impreciso. Sicuramente vi era l'utenza di Barba”.

Il tenente dei carabinieri di Desio, su domanda specifica, aggiunge poi “Dall'esame dei tabulati non emergono contatti tra Biondo Germania e Diego Barba, da intercettazioni ambientali più attente verificammo che non si sentivano direttamente. Dalla verifica dei dati seguiti alla seconda nota informativa e all'autorizzazione della Procura ad intercettazioni ambientali e telefoniche dell'estate 2013, scoprimmo che i contatti telefonici o con sms tra Barba e la Biondo avvenivano tramite Aronica Luisa. Utilizzavano una terza persona per evitare di fare emergere la loro relazione sicuramente di tipo sentimentale. Sicuramente c'era stato tra loro un incontro amoroso, e il fatto che Diego Barba s'interessava all'attività della Biondo a Sovico. Organizzammo anche un'attività di pedinamento dentro un bar... Il tentativo di negare la loro relazione era stato motivo della spedizione punitiva nel 2010 da parte dei figli e di Paolo Vivacqua in Sicilia. Barba era stato aggredito anche fisicamente”.

Alla richiesta dell'avvocato Monica Sala di “riferire le differenze tra le due note informative del 2012 e del 2013 “dal momento che lei ha parlato di analogie” il presidente interviene: “Ora il teste non può riferire!” E però il tenente dice: “C'erano elementi comuni, c'erano i nomi della Biondo. Abbiamo attenzionato oltre alla Biondo, La Corte Giuseppe, Randazzo Angelo...”.

Non riferisca! Non possiamo fargli dire chi erano questi...” - ammonisce il presidente Airò.
Ad altra domanda del legale che chiede quali tabulati sono stati acquisiti nell'estate 2013 il teste precisa: “Ventitre o ventiquattro tabulati intestati a soggetti attenzionati: Biondo, Barba, Radaelli, La Rocca, Guttuso Gino, Giuseppe La Corte, Attilio Cascardo...”.

Insiste l'avvocato Sala chiedendo se, rispetto alla prima informativa le dichiarazioni di Guttuso Gino raccolte anche alla presenza del capitano Pantaleo erano diverse. “Che deve dire?”, domanda il presidente rivolto all'avvocato. “Se si sono arricchite dal momento che Guttuso è stato sentito nel corso dell'incidente probatorio”.

– è la risposta -, io però non ho fatto indagini, se n'è occupato il pool con i marescialli Azzaro, Fornaro e Mosca”.

E' quindi l'avvocato Paolo Sevesi che difende Diego Barba a porre le domande: “La prima informativa faceva riferimento ad un box?”.

Sì, abbiamo fatto indagini anagrafiche e catastali sul box di via Forlanini. Ci siamo limitati a questo. Oltre a qualche accertamento sul posto, rilievi fotografici in via Forlinini e Agnesi. Di fatto in merito al box si poteva desumere ma non è stato chiaramente individuato”.
Lei ha detto che l'omicidio di Vivacqua sarebbe maturato diversi mesi prima, sarebbe stato pianificato. Avete riscontri?”.
Sì, lo dicono gli esami fatti sui tabulati fatto col programma Sfera”.

L'avvocato Frigerio difensore di Salvino La Rocca chiede: “Sono stati fatti accertamenti sulla persona anziana di cui la sera stesa dell'omicidio ha parlato Lavinia Mihalache verbalizzata in sua presenza?”.
Anziano? Dovebbe essere una delle persone che sono state allontanate e poi sentite”.

Il presidente dà notizia che l'avvocato che doveva assistere Calogero Licata Caruso non può venire. “Io rinuncio al teste. Se volete sentirlo senza difensore...”, dice il pm. Viene deciso di convocarlo per un'altra udienza.

Riprende l'escussione del teste Luigi Di Puorto il quale precisa che la Compagnia di Desio si è occupata dei primi due giorni d'indagine sull'uccisione di Paolo Vivacqua per poi passare tutto alla Compagnia di Monza e che soltanto dal 2013 Desio è tornata ad occuparsene.
Avete fatto indagini su Carmelo d'Angelo? (sindaco di Ravanusa - ndr)”, domanda l'avvocato Cacciuttolo.
Non ricordo”.

Avete coltivato la pista degli affari siciliani di Vivacqua?”.
Ribadisco che noi come Compagnia di Desio abbiamo operato soltanto per due giorni nel 2011 quando è stato trovato ucciso Vivacqua quindi tutti gli atti sono passati a Monza e sono tornati a Desio soltanto nel marzo 2013”.

Le risulta l'episodio della testa di agnello lasciata davanti alla casa dei Vivacqua nel 2009?”.
Non ricordo l'episodio”.

Le risulta che c'era un'altra fonte? La nota del colonello Selmi”. “Incidentalmente. L'ho saputo per caso. Non c'è stato mai chiesto nulla sull'omidicio”.

Da intercettazioni ambientali nella caserma di Desio il 14 novembre risulta che Licata Caruso e i figli di Vivacqua parlano del libro paga su cui l'ucciso annotava i prestiti. Avete fatto indagini?”.
Sicuramente loro si ponevano tante domande. Parlavano in dialetto siciliano, io essendo di Agrigento ho trascitto le registrazioni. Per risponderle dovrei leggere il verbale”.

Chi è Gino Guttuso?”.
E' un cittadino di Desio che ha precedenti per reati contro il patrimonio e per stupefacenti. E' sottoposto ad affidamento in prova perché partecipa ad un programma di recupero”.

E' la volta dell'avvocato Sevesi. “Le risulta che nell'ufficio di Vivacqua fosse installata una registrazione audio-video?”.
No, nessuna. Per altre indagini doveva essere installata. Avevamo contattato in merito la Guardia di finanza di Gorgonzola, ci era stato risposto che c'era il decreto, ma che il momento non era propizio”.

Avvocato Sala: “C'erano computer nell'ufficio e se sì sono stati oggetto d'esame?”.
Il primo sequestro è stato fatto da noi e non ne abbiamo sequestrati. Non sono in grado di dire se sono stati esaminati i contenuti”.

“Dal momento che non risultano agli atti documenti che parlano del contenuto dei computer...”, chiosa il legale.

L'ultima domanda al tenente Di Puorto la pone il presidente Airò. “Nel 2013 come avete fatto le indagini?”.
Indagine tecnica con intercettazioni ambientali, colloqui in carcere ed intercettazioni anche sul cellulare della Polizia penitenziaria. Quindi avute altre notizie abbiamo compiuto indagini anagrafiche e catastali”.

Dopo un'ora e mezza di escussione, il militare dell'Arma viene licenziato ed a deporre viene chiamato il brigadiere Pasquale Arciglione, carabiniere in servizio di Desio.
Dovendo parlare con un funzionario, il 10 giugno 2013 ero andato in Comune a Desio e ho visto nel bar di fronte Germania Biondo con un uomo dalla barba molto curata. Anche se personalmente non lo conosco ho riconosciuto Diego Barba. La Biondo è uscita per prima dal bar e poco dopo Barba che era andato alla cassa a pagare. Rientrato al comando ho riferito quanto avevo visto. Ed ho notificato alla Biondo di presentarsi. Precedentemente, nell'aprile 2013 avevo svolto un controllo per la verifica su un auto di Salvino La Rocca, Germania Biondo e Diego Barba”.

Tocca quindi al maresciallo in congedo Giuseppe Mosca che relativamente all'omicidio Vivacqua tornò all'indomani in via Bramante d'Urbino per sentire gli abitanti del civico 15. “Avevo un elenco di persone, persone tranquille che non avevano sentito i colpi. Alcune non c'erano o non avevano nulla da riferire”, dice. Anche a lui viene chiesto se intende riferire il nome della fonte relativa alla nota del marzo 2013. “No – è la scontata risposta -. Ho fatto accertamenti e riscontri sul box indicato dove compariva un cartello affittasi”.

Gli viene chiesto se conosceva Germania Biondo e Diego Barba. “Sì, la Bondo dal 2002 o 2003, mia moglie gestiva un esercizio e lei era cliente. La conoscevo ma non avevo mai svolto indagini su di lei. Conoscevo anche la moglie di Barba perché anch'essa frequentava l'esercizio di mia moglie. Di Barba sapevo che nel 2004-2005 era in rapporti d'affari con Paolo Vivacqua a Lissone”.

L'avvocato Angelo Pagliarello difensore di Giarrana domanda se può riferire delle abitudini di vita di Giarrana e Radaelli. “Sa come questi soggetti passavano la vita?”.
Si, stavano assieme a Desio, al bar di via Roma. Oltre a questo bar? Non stavamo dietro a Radaelli e Giarrana...”.
Giarrana frequentava una donna?
Non so”.

Avvocato Sevesi: “ Il 15 marzo 2013 la fonte confidenziale fu contattata da lei o dal maresciallo Azzaro?”.
Entrambi eravamo presenti”.
Le ricordo che lei era in carcere quel giorno. Era libero da servizio o in borghese a Desio?”.
Non è tenuto a rispondere”, interviene il presidente.
Se non vuole dire la fonte, ricorda invece d'essere stato in carcere quel giorno?”. Altro intervento del presidente.

Il difensore domanda se conosce Diego Barba.
Ci conosciamo da dieci anni. Ci siamo visti ma non frequentati. Faceva l'elettricista, nel 2010 ha aperto un'agenzia investigativa. Chiese se potevamo intercedere con i colleghi di polizia avendo presentato richiesta per ottenere il porto d'armi”.

Per la sua agenzia investigativa, Barba si è mai rivolto a lei? Ha mai collaborato, fornito delazioni?”.
Una sera mi chiamò dicendomi che era scattato l'allarme nel suo deposito che era a fianco di un deposito di Vivacqua. Era aprile o maggio. Mi disse che i figli di Vivacqua stavano spaccando il muro di un locale che era stato appena perquisito dalla Guardia di finanza”.

L'avvocato Frigeri pone domande sul sistema Sfera in grado di localizzare il luogo da dove parte una telefonata. “Può succedere che una cella abbia un margine di errore?”.
Può agganciare una cella vicina?”, interviene il presidente Airò.
Sì, può essere”, risponde il teste.
Per dimostrare in concreto che l'errore è possibile, il difensore di Salvino La Rocca prende i documenti 324 e 326 agli atti e argomenta: “Quel giorno, il 3 novembre 2011 alle 15.20, il documento 324 indica La Rocca al passaggio a livello di via Sabatelli a Seregno; secondo il documento 326 alle 15.26 è in piazza Battisti alla Torre civica di Carate. Dunque 6 minuti tra i due posti. Produco un elaborato Michelin che parla di 12 minuti per compiere il tragitto. E' un caso? Visto che conosco la zona escludo ci si possa mettere 6 minuti per fare quel percorso. Sempre dai tabulati di Sfera è stato riscontrato che l'omicidio è stato organizzato e pensato a lungo?

Teste: “Si, dai tabulati!”.

Alla richiesta se oltre ai tabulati sono state fatte altre indagini la risposta è “No”.

Altra domanda: “Sa che la moglie di Salvino La Rocca lavora a Carate?”.
No!”.

Dal momento che lei all'indomani dell'omicidio ha sentito gli abitanti del palazzo di via Bramante, sa se è stata identificata la persona anziana che Lavinia Mihalache ha visto nell'ufficio di Vivacqua?”.
Non è stato identificato”.

Non può dare risposta all'avvocato Cacciuttolo che chiede conto del telefono DGL Mobil 2TE con sim dell'operatore svizzero di Paolo Vivacqua perchè “è stato consegnato alla Compagnia carabinieri di Monza”.

La Corte non ha l'elenco, avete fatto controlli negli alberghi e se sì quali sono stati i nomi controllati?”.
Sì a Desio, Muggiò, Lissone. Nessun nominativo sospetto”.

E Gangarossa Diego?”.
Abbiamo fatto servizio appostamento al funerale e visionato le registrazioni delle telecamere del Comune di Desio. Le registrazioni non sono state consegnate al pubblico ministero”.

Quali persone avete individuato al funerale?”.
Sossio Moccia, Marrone, Maro Infantino, Zema, Cannarozzo, ce n'erano molti...”.

Quante volte avete raccolto le dichiarazioni di Guttuso Gino?”.
Alla risposta tutt'altro che convincente del teste, l'avvocato mostra il verbale del 15 marzo 2013 - agli atti - riguardante l'incidente probatorio alla presenza del pm Donata Costa nella casa circonadariale di Monza su cui è scritto “presente il brigadiere Mosca”.

Avete sentito Carmelo D'Angelo e Bottaro Angelo?”.
No”.

Anche a lui il legale chiede della testa d'agnello lasciata a Desio davanti alla casa dei Vivacqua nel 2009.
La risposta è: “Mi sembra di sì, c'era in corso un'indagine ma e non è normale che io non ne sappia nulla dato che in quel periodo stavo facendo indagini per “Infinito” . Forse la testa d'agnello l'hanno lasciata davanti ad una casa in un altro Comune”.

Un'ultima domanda: “Le risulta che un cellulare intestato a Ilona Vasapolli era stato dato da Mario infantino in uso a Paolo Vivacqua?”.
Le indagini sono state fatte dalla Compagnia di Monza. Non posso rispondere”.

Tocca all'ultimo teste: Valentina Commaudo, moglie di Antonio Vivacqua che in Tribunale è stata accompagnata dal padre e da Davide Vivacqua, il minore dei figli da un paio di settimane rimesso in libertà. E' la figlia di Franca Lo Jacono uccisa nel giugno 2012 da Giarrana e Radaelli.
Ho conosciuto Antonio nel 1999, ci siamo sposati nel 2004. Nel 2011 ho iniziato ad occuparmi della Royal Aste con sede a Sesto San Giovanni, l'immobile era di Germania Biondo”.

Racconta: “Nei giorni precedenti l'uccisione, mio suocero portò tre persone a vedere il capannone. Mi disse che uno era calabrese e me lo indicò. Chiesi se intendevano rilevare l'attività. Poi ti spiego, fu la risposta. Di quelle persone avevamo una casella di posta spagnola”.

Pm: “Conosceva i fratelli di Lavinia Mihalache?”.
Forse li ho visti dopo la morte di mio suocero a casa di Lavinia. Non corrispondono alle persone venute a Sesto San Giovanni”.

Conosceva Diego Barba?”.
Anni prima, quando il mio primo figlio aveva due anni Barba era rimasto per un certo periodo, un mese o due, a casa dei miei suoceri. Aveva installato un allarme in casa nostra, poi mio padre aveva fatto eseguire i lavori da altra persona”.

Le viene chiesto dell'episodio accaduto in Sicilia nel 2010.
Eravamo in vacanza. Davide e Antonio sospettavano una relazione della loro madre col Barba. Chiedono alla madre e lei non dà risposte e allora vanno a casa del Barba e l'aggrediscono. Paolo, che era in Spagna con Lavinia, torna in Sicilia e dice a Davide e Antonio che vuole scoprire se Germania e Barba si scambiavano messaggi e chiederà a Barba il permesso di controllare il cellulare. Se la cosa è vera e hanno una relazione non finisce qui, dice ai figli. Altrimenti mi metto in ginocchio e gli chiedo scusa. Due giorni dopo i carabnieri vennero a casa, a Ravanusa, per una perquisizione: cercavano una pistola che non è stata trovata. Di quell'episodio Barba ha fatto una denuncia che è poi stata ritirata”.

Dopo questa situazione c'è stata riappacificazione?”, chiede Donata Costa.
No, non ha avuto esito”.

E tra Paolo Vivacqua e i figli?”.
Piano piano si sono rassegnati. Parlava con Davide e Gaetano, non con Antonio che ha incontrato il padre alla Fiera di Rimini tre giorni prima d'essere ucciso”.

L'avvocato di parte civile Daria Pesce domanda: “Valentina, nel corso del tempo in che rapporti era con sua suocera?”.
Dopo il 20 aprile 2012 io e mia suocera parlavamo, poi via via i rapporti si sono raffreddati fino alla morte di mia mamma”.

E' stata minacciata?”.
Mia suocera (Germania Biondo – ndr) mi prese per un braccio dicendomi: devi dire ad Antonio, stai attento a quello che fai! Dopo questo episodio ho visto mia suocera al funerale e ai colloqui in carcere”.

Su domanda specifica, la Commaudo dichiara: “Nel 2003 Antonio mi disse: mia madre vuole andarsene via. Un giorno del settembre 2013 ho visto l'auto della Biondo e quella di Barba davanti ad una cartoleria. C'era il forte sospetto ci fosse un legame tra i due”.

Le viene chiesto se conosceva Antonino Giarrana e Salvino La Rocca.
Giarrana no, Salvino sì. Per lavoro. Diego Barba e Salvino la Rocca erano presenti al mio matrimonio”.

Rivela che il giorno prima del funerale del padre “Antonio mi disse di sospettare di tutti”.

Ha mai contestato fatti specifici?”, interviene il legale di parte civile per Lavinia Mihalache, Franco Gandolfi.
No, aveva fiducia nelle indagini”.

E su questa ipotesi della relazione contestata?”.
Mai”.

Sa se suo suocero registrava su un libro le somme prestate?”.
Tante volte Antonio glielo chiedeva e Paolo rispondeva: sono fatti miei!”.

Aveva rapporti con Lavinia Mihalache?”.
Prima i rapporti erano a zero. Quando nacque Nicolas la Biondo mi disse, oggi è un brutto giorno: è nato il bastardo. Fino alla morte di Paolo con lei non abbiamo avuto rapporti. Paolo, col telefonino, ci aveva mandato la foto del figlio Nicolas”.

Valentina Commaudo tornerà a deporre alla ripresa del processo, il 12 gennaio 2015.

 

Seregno - Barazaghi dopo aver minacciato di morte Fabrizio Gatti chiede 27 milioni di risarcimento

di Fabrizio Gatti, articolo originale da blog Espresso 
Vicepresidente di Confindustria minacciò di morte giornalista dell’Espresso. Ora gli chiede 27 milioni di risarcimento

La reazione di Mario Barzaghi, allora vicepresidente di Confindustria della provincia di Monza e Brianza, intervistato sui suoi affari con una società poi sequestrata perché paravento del clan dei Casalesi. Anche un sindaco della Lega e un ufficiale dei carabinieri, soci di Barzaghi, hanno avviato cause civili: «Siamo stati danneggiati dall’inchiesta».

Scusate se devo scrivere di me stesso. Ma quel giornalista sono io.Minacciato di morte e bloccato per un’ora nell’ufficio di Mario Barzaghi, imprenditore e cavaliere del lavoro, allora vicepresidente di Confindustria della provincia di Monza e Brianza. Era successo mercoledì 10 aprile 2013. E qui sotto potete vedere quell’intervista e come è finita.
GUARDA Le minacce riprese dalla telecamera
 

Qualche giorno fa ho saputo, dal suo atto di citazione, che Mario Barzaghi ora mi chiede 27 milioni. Per l’esattezza, 26 milioni e 900 mila euro: «Condannare… al pagamento in favore del cav. Mario Barzaghi dell’importo di euro 15.000.000,00, di Effebiquattro spa (una sua società) della somma di euro 10.000.000,00, di Immobiliare Stefania (un’altra sua società) della somma di euro 1.000.000,00 a titolo di risarcimento del danno», è scritto nell’atto di citazione. Segue la richiesta di altri 900 mila euro a carico del «Gruppo Editoriale l’Espresso».
La storia in breve: l’allora vicepresidente di Confindustria di Monza, attraverso l’Immobiliare Stefania, il sindaco leghista di Seregno, Giacinto Mariani, e il capitano dei carabinieri, Luigi Spenga, loro attraverso due stretti familiari e un’anonima fiduciaria, aprono una società per importare pannelli fotovoltaici dalla Cina. E per la loro installazione, stringono un accordo con un’altra società. Agli industriali della zona si presentano con la stessa carta intestata: la «+Energy», la sigla che unisce Barzaghi, sindaco e capitano, e la «Simec». Alcuni mesi dopo, l’11 ottobre 2012, la «Simec» viene messa sotto sequestro dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere perché accusata di appartenere da lungo tempo alla costellazione di imprese dei boss dei Casalesi.

GUARDA L’ex amministratore unico della società di Barzaghi-Mariani-Spenga rivela a «Seregno Tv» il ruolo del sindaco della Lega e del capitano dei carabinieri.

Dopo la pubblicazione dell’inchiesta dell’Espresso, l‘Arma dei carabinieri, totalmente estranea, ha immediatamente trasferito il capitano di Seregno. Mario Barzaghi si è dimesso dalla carica di vicepresidente provinciale di Confindustria. Matteo Salvini, futuro leader nazionale della Lega, ha invece tenuto in piedi il suo sindaco nonostante le dimissioni in blocco, per protesta contro lo scandalo, di tutti i consiglieri comunali leghisti.
Ora Barzaghi, dopo le minacce nei miei confronti ripetute anche davanti ai carabinieri, invece di prendersela con se stesso o con i suoi ex soci, il sindaco e il capitano, o il prestanome dei Casalesi con cui hanno firmato accordi, se la prende con me. E chiede un risarcimento tale che, se il giudice del Tribunale di Monza dovesse dargli ragione, impegnerebbe me, la mia famiglia e i miei nipoti per non so quante generazioni a lavorare per lui.

Anche il sindaco della Lega, Giacinto Mariani, chiede soldi. Nella sua causa civile la richiesta è di 400 mila euro: «Consumata la fase acuta dell’epidemia virale scatenata dai veleni messi in circolo da L’Espresso», è scritto nell’atto di citazione, «cosa è emerso dai gravi e fantasiosiaccostamenti del Sindaco Mariani alla malavita propugnati nell’articolo? Nulla. Nulla, e ancora nulla. Non solo Giacinto Mariani all’epoca dei fatti non era nemmeno iscritto al registro degli indagati ma, ad oggi, non è neppure destinatario di alcuna accusa di alcun tipo». Come se l’etica di un buon amministratore pubblico fosse dettata solo dal codice penale.

E pure il capitano Luigi Spenga chiede soldi: 500 mila euro di risarcimento più gli interessi. Certo, se perfino il comandante di una compagnia dell’Arma entra in società attraverso i familiari con il sindaco della città e si mette nelle condizioni di non accorgersi delle infiltrazioni della criminalità, potremmo alzare tutti bandiera bianca. Ma va aggiunto che l’Arma in questo pasticcio in salsa brianzola non c’entra nulla.
Barzaghi, Mariani, Spenga sostengono che non potevano conoscere le attività passate e future di Ugo Cincotto, l’amministratore della Simec. Ma infatti nessuno ha accusato i tre di essere consapevoli di cosa esistesse dietro la Simec. Ovviamente qualunque cittadino ha il diritto di ricorrere all’autorità giudiziaria. E anche il diritto di critica, che il sindaco della Lega ha così esercitato in una conferenza stampa poche ore dopo la pubblicazione dell’inchiesta dell’Espresso: «Dietro sicuramente c’è una scelta strategica di massacrare la mia persona, l’amministrazione e tutte le cose che ho fatto e sto facendo contro la mafia. Stranamente più alzo l’attenzione nei confronti della lotta alla mafia e più… cercano di denigrare la mia persona». Come se chi scrive fosse al servizio dei mafiosi.

Viviamo in un «Paese che ha certamente bisogno di cambiamenti, ivi compresi quelli di cultura e di coscienza», sostiene l’ex vicepresidente provinciale di Confindustria nel suo atto con cui chiede i 27 milioni. Ha ragione. Ma ancora una volta si tenta di colpire chi racconta la realtà. Anche quando dà fastidio.

LEGGI La storia integrale è raccontata nell’inchiesta: «IN BRIANZA TRA LEGA E CLAN. Il sindaco, il numero due della Confindustria locale, il capitano dell’Arma. In affari con i Casalesi. I segreti del modello Seregno».

 

Processo per le tangenti di “Carate Nostra”. Via Tagliamento area a coltivo. Poteva costruire solo un imprenditore agricolo

di Pier Attilio Trivulzio

E' durata soltanto 40 minuti, giovedì, l'udienza in Tribunale davanti al Collegio 3 (giudici Pansini, Centonze, Colella) per il processo “Carate Nostra” che vede imputati l'avvocato Antonino Brambilla, unico presente in aula, Giorgio Giussani, Angelo e Calogero Miceli e Walter Longoni.

Non si è parlato delle tangenti pagate dal rotamat Paolo Vivacqua a politici e professionisti locali per rendere edificabili con il Pgt del 2009 i terreni agricoli a ridosso della Valassina, ma di quelli di via Tagliamento che fanno parte del Parco della Valle del Lambro - per il cui cambio di destinazione sarebbe stata pagata una tangente di 150mila euro - e del ruolo di Walter Longoni nella società 3I srl, interessata all'area di via Tagliamento e che ha edificato una palazzina in via Padova.

Erano stati chiamati a testimoniare l'architetto Fabio Conca che non si è presentato, e il professor Paolillo del Politecnico di Milano che su incarico dalla Regione Lombardia si era occupato del Parco Valle Lambro che però risulta ricoverato. Il pubblico ministero Donata Costa ha detto “se sarà possibile sentirlo in modo diverso dal codice lo farò, altrimenti rinuncio alla sua testimonianza”.

Su domanda dell'avvocato Alessandro D'Addea il commercialista Modesto Pirola ha spiegato il suo rapporto professionale con Walter Longoni. “Lo conosco dal 2008 - ha esordito il teste -. Aveva abbandonato il suo commercialista e si era rivolto a me per una consulenza fiscale. Ha un'azienda, la Omnia Piega di Carate che occupa 25 persone ed ha un fatturato variabile dai 2,5 ai 4milioni di euro. L'attività tessile è principale per Longoni, come complemento ha società immobiliari, ne ha 7 o 8 ed io ne seguo 3 o 4”.
Può quantificare l'investimento di Longoni nel settore immobiliare?”, chiede il legale.
E' un investimento a rotazione variante tra i 500 e gli 800 mila euro. Non sono a conoscenza per quanto riguarda le altre società immobiliari, quelle che curo io dal punto di vista fiscale e contabile so che utilizzava Massimo Pirovano persona che conosce da 20 anni e che gli seguiva il lato tecnico. Longoni investiva e alla fine chiedeva se l'investimento era andato bene o male”.

Spiega che “nel settore tessile Walter Longoni è molto puntiglioso, si occupa dell'azienda a 360° mettendosi anche personalmente a tagliare i tessuti, nel settore immobiliare è invece soltanto un socio finanziatore. Vista l'aria che tirava gli avevo consigliato di uscire dal settore, a ciò vanno aggiunti nel 2009 suoi grossi problemi di salute e problemi nell'Omnia Piega. E' stato per lui un periodo maledetto”.

Nel settore immobiliare ha cercato di fare dismissioni – aggiunge -, si era dato tempo 3-4 anni. In un paio di società si è tolto. Tutto è successo il 12 luglio 2012 quando, colpo di fulmine a ciel sereno, per ordine della Procura quattro società sono state sequestrate. Io e lui soli abbiamo dovuto affrontare la situazione: un socio era sparito in Svizzero, altri erano stati arrestati. Siamo stati assaliti dalle banche che ben sapevano che da lui avrebbero portato a casa qualcosa. Dopo il 12 luglio abbiamo fatto il punto sui fornitori che chiedevano d'essere pagati e non sapevamo se davvero andavano pagati perché di questo problema se ne occupava Pirovano. C'era anche il custode giudiziario, ci siamo interfacciati con lui”.

Avvocato D'Addea: “Ci sono creditori che avanzano pretese?” .
Sì, anche perchè c'era una fidejussione che l'avvocato della controparte ha escusso ed allora le banche si sono fatte avanti”.

Problemi con i soci?”.
No, eravamo troppo presi da questa situazione, abbiamo cercato di preservare le società immobiliari”.
Depone quindi l'architetto Leopoldo Motta all'epoca dei fatti responsabile dell'urbanistica del Parco Valle Lambro. “Ho fatto la verifica dei 35 Comuni che ora sono diventati 36, in base al piano del 1997 e poi del 2000, che è quello attualmente vigente. Un lavoro di setaccio per verificare la disciplina dell'area, ovvero se c'erano incongruenze. Che ho poi indicato al Comune di Carate e alla Polizia Giudiziaria. Ricordo che il piano territoriale approvato dalla Regione Lombardia prevale. Potrebbe però valere quello del Pgt se più restrittivo”.

Non ha dubbi l'architetto Motta quando gli viene chiesto dell'area di via Tagliamento. “E' un'area coltivo”.

Su domanda del pubblico ministero il teste dice che “con l'ingresso del 36° Comune, Cassago si farà un piano unico. Se così non fosse occorrerebbe rifare il piano per tutti i Comuni e l'approvazione finale spetta alla Regione Lombardia”.

Come mai è stato conferito un incarico diciamo privato all'avvocato Brambilla?”, domanda il pm.
L'incarico è stato conferito dal precedente direttore per un affiancamento giuridico”.

Alla richiesta se avesse esaminato l'elaborato dell'avvocato Brambilla il teste risponde “”, aggiunge “Non so” quando gli viene chiesto se il Piano di governo del Territorio del Parco Valle Lambro sarà quello preparato da Antonino Brambilla.
Inevitabile arriva la domanda sull'area di via Tagliamento. “E' zona di coltivo – ribadisce l'architetto -. Stando alle normative vigenti per le area agricole solo un soggetto che ha la qualifica di imprenditore agricolo può costruire lì”.

E' ammissibile la realizzazione sull'area di un'opera di servizi ospedalieri, una casa per anziani?”.
L'ospedale sì. Però dovrei verificare le normative vigenti”.

Alla prossima udienza – l'8/a - del 19 dicembre deporranno l'architetto Giancarlo Parma, responsabile dell'Urbanistica del Comune di Carate e gli architetti Fabio Conca, Giuseppe Calardo, Enrico Mengo, Rosanna Ghiringhelli. Il 9 gennaio 2015 ci sarà l'esame degli imputati e verrà chiamato l'ex Assessore all'urbanistica, Sandro Sisler. Il 22 gennaio le conclusioni.

 

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