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Ecco perché Monza perderà il Gran premio d'Italia di Formula Uno a partire dal 2017

di Pier Attilio Trivulzio

Mancano tre mesi alla scadenza inderogabile fissata da Bernie Ecclestone per rinnovare il contratto e Sias sta ancora contando i danni economici della gestione di Enrico Ferrari. Non ha soldi per pagare i fornitori che, sempre più insofferenti, minacciano di depositare istanze di fallimento in Tribunale.

Intanto é ancora aperta l'inchiesta della Procura di Monza sulle società di Bernie Ecclestone, FOA e FOWC, che, tra il 2007 e il 2011 avrebbero incassato 1,6milioni di dollari, grazie a “fatture per operazioni commerciali inesistenti”, fatte attraverso le società Blast Eventes Ltd, AD Evolution Ltd e Ara Service Ltd. A breve dovrebbero esserci sviluppi clamorosi.

Ricordiamo come lo scorso anno gli uomini del colonello Mario Salerno della Guardia di Finanza di Monza si sono recati presso gli uffici di Ecclestone a Londra, parlando con Pierpaolo Gardella e acquisendo documenti.
Gli investigatori della Judical cooperation londinese sarebbero ora riusciti a stabilire in quali tasche sarebbero finiti l'1,6milioni di dollari.

Dal 22 maggio di tre anni fa quando le Fiamme gialle compirono il blitz in Autodromo, il patron della Formula Uno ha preso le distanze da Monza, circuito che tra l'altro gli ricorda due tristi avvenimenti: la morte di Boley Pittard e quella di Jochn Rindt.

L'inchiesta dei sostituti procuratori Walter Mapelli e Caterina Trentini era arrivata in un brutto momento, con Ecclestone sotto inchiesta in Germania per corruzione. Il patron della Formula Uno allora ha capito che, a scadenza di contratto 2016, avrebbe dovuto togliere al “Tempio della Velocità” il business. Come?

Adeguando la cifra del contratto a quella degli altri autodromi: da 11 a 20milioni di dollari. Chiedendo in aggiunta l'intera disponibilità delle strutture per allestire il Paddock Club, togliendo a Sias quei 3milioni di euro che in occasione del Gran premio d'Italia incassa per affittare terrazze e salette del “Sassoli Building”. Prendere o lasciare le condizioni poste da Ecclestone.
Sias, prima con Carlo Edoardo Valli alla presidenza dell'Automobile Club di Milano e dallo scorso anno con Ivan Capelli, ha cercato di mediare. Bernie però non ha voluto sentire discorsi ed è stato irremovibile: “Non venite a trattare. Se avete i soldi firmate il contratto che vi garantisce il Gran premio fino al 2020 entro fine maggio, prima di Montecarlo”.

Con Bernie attacchi il discorso sulla storia di Monza, lui resta ad ascoltarti un istante e poi subito ti riporta alla realtà con i conti che ha già pronti”, conferma Ivan Capelli.

Anche Enrico Ferrari, prima d'essere investito dalla bufera dell'inchiesta penale con una lunghissima serie di reati, ad ogni problema che l'Autodromo incontrava dichiarava: “L'Autodromo di Monza è la storia e la storia non si cancella. Il Gran premio d'Italia resterà a Monza”.

Bella forza, lui, con i biglietti del Gran premio e la cresta sulle gare programmate da organizzatori svizzeri e tedeschi, è riuscito a trasferire alla HSBC di Lugano 4,1milioni di euro (vedi Infonodo del 4 luglio 2013), finendo nella lista Falciani.
In banca ci andava con Amerigo Martino, allora responsabile della Siae di Monza.

Enrico Ferrari, l'ex presidente Claudio Viganò, Amerigo Martino, Gabriele Aliprandi, ex presidente del Motoclub Biassono, il contabile Franco Becchere (per il quale pende a Milano un processo con l'accusa di pedopornogafia) ed altri 7 imputati dovranno presentarsi il 23 aprile dal Gip per l'udienza preliminare che scaturirà nei rinvii a giudizio.

Già una volta la Fia, per i test di Formula Uno, preferì il circuito del Mugello a Monza. E subito i dirigenti annunciarono: “Dopo i test avremo il Gran premio”.

A lanciare il cambio di staffetta per il Gran premio d'Italia ci pensò l'anno scorso Luca Cordero di Montezemolo che durante un incontro di Confindustria si rivolse al presidente del Consiglio Matteo Renzi chiedendo “qualche strada in più” attorno al Mugello. Proprio per portarci – sull'Autodromo di proprietà della Ferrari - il business della Formula Uno.

Intanto, da novembre in Sias, con la supervisione di Andrea Dell'Orto e del consulente (futuro direttore generale) Francesco Ferri, gli uomini della Innext stanno lavorando al “piano industriale”che prevede il ricambio di parte del personale e la programmazione di avvenimenti di contorno per quanti decideranno, dopo aver visitato l'Expo, di passare a vedere la pista più famosa del mondo dopo Indianapolis.

L'impianto non si è rifatto il lifting e mostra tutto il degrado in cui è stato lasciato negli ultimi vent'anni dalla dirigenza di Enrico Ferrari e Giorgio Beghella Bartoli che, dal 1997 - quando per limiti d'età e di salute si è ritirato l'amministratore delegato Giuseppe Bacciagaluppi a cui si deve la ricostruzione dell'Autodromo Nazionale dopo la guerra -–avevano fatto del business personale la loro mission, dimenticandosi, però, l'adeguamento delle strutture.

Via Bacciagaluppi, Ferrari e Beghella Bartoli hanno spinto per la costruzione di un nuovo fabbricato sopra i box, demolendo quel che era stato inaugurato soltanto dieci anni prima, nel 1990, e cancellando totalmente ogni riferimento storico dell'impianto – dalle torri del cancello d'ingresso alla pista al vecchio paddock – per realizzare un immobile il cui costo previsto era inferiore ai 30milioni di euro ed è invece lievitato a 62milioni737mila700 euro. Si, proprio 67.737.700 euro.

Peccato che nessuno del Consiglio di Sias si sia rivolto alla Procura di Monza eppure c'erano tutti i presupposti, perfino lettere anonime con pesanti minacce al vice presidente di Sias, Luigi Peverelli e al dirigente Viscovi.
Minacce subito denunciate ai carabinieri di Monza.

Tra quanti erano in Consiglio, a fare data dall'8 maggio 2007, ricordiamo l'avvocato Raffaele Della Valle che ora difende Enrico Ferrari nel processo di Monza, e Massimo Ponzoni.

Sul fatto di riportare a Monza manifestazioni di spessore, il presidente Andrea Dell'Orto, unico componente del Cda nominato dal Consiglio del socio di maggioranza di Sias, l'Automobile Club di Milano, ha parlato e parla con Dorna che organizza il Mondiale Superbike e la Motogp e ad ogni intervista sottolinea che la gara iridata Superbike tornerà a Monza. Non certo però l'anno prossimo. E nemmeno quest'anno come ha detto Gigi Vignando giovedì scorso durante la trasmissione “Griglia di Partenza” subito dopo aver mandato in onda l'intervista a Dell'Orto.

Forse nel 2016, quattro anni dopo l'ultima disastrosa edizione con le “bolle” in pista, le troppe cadute, e lo spettacolo cancellato.
Se l'amministrazione monzese li autorizzerà, i lavori di modifica del circuito richiederanno il sacrificio di molti alberi e l'investimento di circa 4milioni di euro.
Dell'Orto sa bene che Sias potrà far valere la convenzione che scadrà nel 2026 soltanto se, persa la Formula Uno, potrà sostituirla con un avvenimento di pari richiamo.

Il suo pensiero è portare a Monza la Motogp “scippandola” a Misano Adriatico.

Per rinnovare il contratto fino al 2020, Ecclestone, come detto, chiede 20milioni di dollari (oggi Sias ne paga 11milioni – ndr) e la totale disponibilità delle terrazze e delle salette per il suo esclusivo Paddock Club. La cessione delle strutture del Sassoli Building comporterà per Sias un mancato incassato di 3milioni di euro. Per portare la MotoGp basteranno, invece, 5milioni.

Un accordo con Dorna per MotoGp e Superbike comporterebbe un investimento di 8milioni di dollari. Cifra pareggiabile con la vendita dei biglietti e la pubblicità. Resta però il nodo delle modifiche al tracciato che richiedendo il sacrificio di alberi riporterà gli ambientalisti sulle barricate. Oltre al fatto che, stravolgendo il tracciato, dello storico Autodromo Nazionale di Monza non resterà proprio nulla. O forse sì, la sopraelevata che toglierà il respiro a quanti faranno visita in Autodromo in occasione dell'Expo. Avvenimento per il quale verrà allestito dalla monzese “Officine Locati” la struttura che ospiterà un provvisorio museo.

Mentre, come già annunciato da Infonodo, Riccardo Tagliabue - cugino di quarto grado dei Tagliabue della Lombarda Petroli e nipote di Leopoldo Carri a cui all'Autodromo negli Anni Sessanta all'Autodromo era intitolata la prestigiosa e seguitissima “Coppa Carri” - terrà i rapporti con la Federazione Motociclistica Italiana di cui è coordinatore nazionale della Supermoto. Si occuperà della programmazione di avvenimenti da farsi dentro il paddock o sul rettilineo. Non certo sulla pista che non ha l'amologazione per le due ruote.

Una scelta che lascia perplessi è quella fatta da Andrea Dell'Orto di affidare il marketing ad Edoardo Di Seri, amministratore di Monza Car SpA, società ammesa dai giudici del Tribunale di Monza in concordato preventivo (procedimento n. 16/14) a marzo dello scorso anno. “Dal deposito dei bilanci degli ultimi tre esercizi non pende istanza declaratoria di fallimento” scrivono i giudici Alida Palukhowshi, Mirko Buratti e Caterina Giovanetti che avevano fissato un'udienza di verifica a fine gennaio poi spostata al 30 marzo prossimo.

Monza Car Spa ha lasciato a casa, senza stipendio dallo scorso novembre, una cinquantina di persone.
Di Seri, già concessionario Lancia, nel 1997, aveva ceduto a Caprotti di Esselunga l’immobile e terreno di via Buonarroti a Monza dove è stato costruito il supermercato.

Ha proprietà immobiliari a Seregno e Bellusco (affittato alla sala giochi Las Vegas) ed un terreno in viale delle Industrie a Monza. Basteranno queste proprietà a tacitare i creditori ed evitare il fallimento?

Ultime considerazioni: con la gara del Blancpain GT il 10 aprile inizia la stagione sportiva. Ancora nessun bando di gara è stato indetto per gli uomini addetti alla sicurezza. Il bando precedente è stato annullato e nessuno ha capito il perché.

Per quanto riguarda la ristorazione, nell'anno dell'Expo che punta tutto sul cibo, l'Autodromo Nazionale si ritrova ancora col ristorante delle Tribune chiuso.
Expo inizia a maggio, i visitatori che arriveranno, dovranno accontentarsi di mangiare panini al bar del villaggio? O è invece previsto affidamento diretto, per chiamata, con la scusa dell'urgenza?

Come ha ricordato il maresciallo Antonio Carotenuto della Guardia di Finanza di Monza deponendo come teste al processo nel corso dell'udienza del 12 febbraio scorso, Sias è società il cui socio di maggioranza è l'Automobile Club di Milano che fa riferimento all'Automobile Club d'Italia che riscuote per lo Stato le tasse di possesso di auto e moto ed ha proventi dalle pratiche del Pra, il Pubblico Registro Automobilistico.
Nel corso della sua testimonianza è stata sentita l'intercettazione tra il responabile tecnico Giorgio Beghella Bartoli e il geometra Stefano Tremolada nel quale si parla delle “bolle in pista” con l'invito da parte di Beghella Bartoli a Tremolada di non dire al direttore di gara e al responsabile sicurezza delle anomalie della pista che poi causarono numerose cadute con tre piloti ricoverati all'Ospedale San Gerardo.

Se il pubblico minstero insiste per sentire in aula le intercettazioni telefoniche chiedo i termini a difesa per nominare uno psicologo capace di valutare il tenore della telefonata”, ha detto il difensore di Enrico Ferrari, l'avvocato Raffaele Della Valle chiedendo che questa sua richiesta venisse verbalizzata.
Hanno deposto anche il sindaco di Biassono Angelo Piero Malegori e l'assessore ai Lavori Pubblici Silvano Meregalli in merito all'ordinanza preparata dal Comune che doveva vietare l'ingresso in Autodromo da Santa Maria delle Selve in occasione della gara Mondiale Superbike del 2012.

Ordinanza in realtà mai adottata ma “soffiata” in anteprinma dal comandante della Polizia locale Francesco Falsetti al consulente di Sias Emanuele Vialardi.
Il maresciallo Carotenuto tornerà in aula per continuare la sua deposizione il 26 febbraio.

 

Processo Carate Nostra. L'amarezza di Antonino Brambilla condannato a quattro anni


di Pier Attilio Trivulzio

Sono da pochi minuti passate le 15 di ieri quando nell'aula del Tribunale dedicata al giudice Ingroia presenti soltanto pochi avvocati e nessun indagato, la presidente del Collegio 3 Silvia Pansini legge la sentenza: “In nome del popolo italiano condanna Brambilla Antonino alla pena di anni 4, all'interdizione dai pubblici uffici per 5 anni e alla confisca di euro 150mila; Giussani Giorgio alla pena di 1 anno e 8 mesi condanna sospesa e non menzione; Miceli Angelo, alla pena di 1 anno e 8 mesi, pena sospesa; Miceli Calogero alla pena di 1 anno e 8 mesi pena sospesa; Longoni Walter, alla pena di1 anno e 4 mesi, pena sospesa”.

Si chiude così dopo tre anni e tre mesi il processo di primo grado per la “cricca” di Carate Nostra individuata dopo l'uccisione del rotamat siciliano Paolo Vivacqua a Desio.

Non hanno affrontato il processo ed hanno preferito patteggiare davanti al Gip Alfredo De Lillo nel marzo di due anni fa, Maurizio Altobelli, capo gruppo Pdl comunale e presidente della Commissione urbanistica, Massimo Pirovano, già consigliere comunale nel 1998, l'architetto Giorgio Aldeghi e il geometra Giampietro Gerosa.

Rito abbreviato invece per il procacciatore d'affari Felice Tagliabue, accusato di riciclaggio con il defunto Paolo Vivacqua, e Calogero Licata Caruso, ancora in carcere per un giro di fatture di oltre 200milioni di euro per operazioni inesistenti rilasciate a imprenditori compiacenti.
A Tagliabue pena di 3 anni e 4 mesi; a Licata Caruso 2 anni e 6 mesi. Per Altobelli, Pirovano, Aldeghi, Gerosa, Tagliabue e Licata Caruso confisca da 150 a 500mila euro.

L'avvocato Antonino Brambilla – per il quale la pubblica accusa Donata Costa aveva chiesto 3 anni - alle 10 era in Tribunale. Completo nero, maglione a collo alto anch'esso nero, si è lasciato andare ad una riflessione ad alta voce. “Quando entri in questo girone non ne esci più”.

Ad una nostra domanda sul perché il suo legale, l'avvocato Ivan Colciago, avesse rinunciato alla testimonianza dell'ex assessore all'urbanistica Sandro Sisler e al confronto di Sisler con l'archietto Emma Boldrin, estensore del Pgt di Carate, come aveva preannunciato al termine di una movimentata udienza del 7 novembre scorso, l'ex vice presidente della Provincia di Monza e Brianza, ha fissato per qualche istante la vetrata del Palazzo di Giustizia prima di dire: “Dopo Muggiò Sisler è passato indenne anche a Carate”.

Per la cronaca ricordiamo che l'avvocato Colciago aveva fatto un controesame molto duro alla Boldrin quel giorno dopo che la teste aveva dichiarato d'essere “simpatizzante di Alleanza Nazionale” e che “a suggerirle di partecipare al bando di gara per l'estensione del Pgt di Carate (il suo primo Pgt - ndr) era stata la segreteria del partito”. Sisler, finito sul registro degli indagati dopo la dichiarazione del consigliere Maurizio Altobelli che, detenuto in carcere a Monza, dopo aver cambiato legale ed essersi affidato all'avvocato modenese Mario Marchiò, aveva ammesso “d'aver ricevuto una tangente di 30mila euro e di aver lasciato nel cruscotto della Mercedes di Sandro Sisler una busta con 10mila euro in contanti”.

Quella dichiarazione gli era valsa gli arresti domiciliari.
Casa e uffici di Sisler, subìto dimessosi, su ordine del pm Donata Costa, erano stati perquisiti; dalle indagini non sono però emersi riscontri in merito alla presunta mazzetta di cui aveva parlato Maurizio Altobelli.

A scanso d'equivoci è bene chiarire che Sandro Silser, asssessore all'urbanistica a Muggiò sotto l'amministrazione Zanantoni, prima di trasferirsi con lo stesso ruolo a Carate, caldeggiò la costruzione della multisala a 15 schermi pomposamente chiamata Magic Movie Park costruita dalla fallita Tornado Gest di Felice Vittorio Zaccaria e Aldina Stagnati, condannati in primo grado nel gennaio 2009 dal Tribunale di Monza, rispettivamente a 5 e 4 anni e che proprio in questi giorni stanno affrontando a Milano il processo d'appello.

Un fallimento, quello di Tornado Gest, da 54milioni di euro. Quel che resta del Magic Movie Park è un degradato, fatiscente manufatto dentro il parco del Grugnotorto che nonostante molte aste nessuno ha voluto.

Sonora smentita alle dichiarazioni che fece Sisler in Consiglio. “approvando questa sera la costruzione della multisala acquisiremo un parco di 330mila metri quadrati piantumato e mantenuto per 10 anni”. Oggi è sì un parco: di cemento.

Purtroppo la magistratura, dopo aver acquisito tardivamente i documenti, si è arresa. Anche perchè il sostituto procuratore Giordano Baggio, chiuso il processo a Tornado Gest ha lasciato la Procura di Monza per trasferirsa a quella di Milano.
Anche Donata Costa, chiuso il processo per l'omicidio di Paolo Vivacqua, si trasferirà a Milano.

 

Traffico di rifiuti. I nuovi guai giudiziari per il figlio di Vivacqua arrivano da un’inchiesta della Procura di Palermo

di Pier Attilio Trivulzio

Traffico illecito di rifiuti speciali in violazione del decreto legge 152/2006. E' questa la nuova accusa mossa dai sostituti procuratori Calogero Ferrara e Claudia Bevilacqua della Procura di Palermo a nove persone e tra queste Antonio Vivacqua, maggiore dei tre figli di Paolo il rotamat di Ravanusa ucciso da un killer il 14 novembre 2011 nel suo ufficio di Desio. Ad Antonio Vivacqua, amministratore della FV Metalli srl, l'ordinanza di custodia cautelare è stata notificata nei giorni scorsi in carcere a Bollate dove si trova detenuto dal maggio 2012, già condannato in primo grado dal Tribunale di Milano per associazione a delinquere, false fatturazioni ed altri reati.


La notizia è stata confermata a Infonodo dal suo legale l'avvocato Daria Pesce la quale ha tenuto a precisare che “l'ordinanza firmata dal Gip Jannelli prevede per Antonio Vivacqua gli arresti domiciliari”.
L'inchiesta, partita nel 2010 dopo una serie furti di rame, aveva portato a controlli alla Fondi Metal srl di Carini di cui è amministratore Marino Baldassarre, 63. La società che è stata posta sequestro. Una tonnellata di rame, ottone e alluminio sarebbe finito nella disponibilità della Metal Group di Casoria di cui Luigi Di Lorenzo è procuratore e della Faro srl e della Almet srl di Marcianise di cui Francesco Alfarano è aministratore unico.

Servizi di osservazione e monitoraggio e la partecipazione di personale tecnico della Direzione Controllo e Protezione dell'Ambiente di Palermo hanno consentito di appurare il meccanismo di elusione dei controlli della tracciabilità dei rifiuti provenienti da micro raccoglitori con l'appoggio e la complicità delle società Metal Group e Almet srl; rifiuti acquistati e rivenduti con proventi nell'ordine dei 2 milioni di euro creando ambiguità tra le diverse figure del produttore, detentore e trasportatore del materiale ferroso così da nascondere ulteriormente la tracciabilità.

Arrivi e partenze all'Autodromo di Monza

di Pier Attilio Trivulzio

Arrivi e partenze all'Autodromo di Monza. Umberto Andreoletti, 43 anni, bergamasco di Rovetta è stato chiamato da Sias a dirigere l'ufficio sportivo.
Potrebbe, in un prossimo futuro, se i conti della società di gestione dell'impianto brianzolo dovessero tornare in ordine, assumere la carica di direttore generale.

Carica che ha ricoperto per due anni al “Franciacorta International Circuit” quando la pista era di proprietà della società che faceva capo ad Andrea Mamé e che, nella nuova gestione di Sias il presidente, Andrea Dell'Orto, ha momentaneamente affidato a Fracesco Ferri che con i collaboratori della Innext sta preparando il piano industriale di rilancio che verrà presentato a febbraio.

Umberto Andreoletti, avrebbe voluto fare il “navigatore”. Il suo sogno era sedersi dentro un'auto da rally e leggere le note al pilota. Però, quando ci provò s'accorse che quegli sballottamenti tra una curva e l'altra con l'impegno di leggere le note, lo facevano star male. Decise quindi di continuare gli studi laureandosi in ingegneria meccanica del veicolo.
A 28 anni viene assunto alla Brembo ed inizia a girare il mondo occupandosi dei freni delle monoposto di Formula Uno.
É felice quando lo designano all'assistenza delle vetture da rally impegnate nel campionato mondiale della Fia.

Lo M-Team, che fa correre le Ford ufficiali, gli offre l'incarico di responsabile dell'auto di Sainz. Esordio e vittoria in Argentina; con la Ford, Carlos Sainz e Colin Mc Rae vincono tutto.
Nel 2004, il cambio di casacca: Andreoletti passa alla Mitsubishi occupandosi dello sviluppo dell'auto; e quando i giapponesi lasciano il motorsport, torna alla Brembo.

Nel 2012 l'incontro con Andrea Mamé che gli propone il posto di direttore generale del “Franciacorta International Circuit”.
Si occupa dell'amministrazione e dei contatti con le Federazioni. Lo scorso anno, a settembre, organizza il Fia World Rallycross. Un successo.

A giorni prenderà posto all'ufficio sportivo diretto da Lorena Bellavista. Un posto per lui di certo un po' stretto, un passo indietro.
Ma un posto all'Autodromo Nazionale di Monza che in quanto a storia non può certo essere paragonato a Franciacorta.

Se da una parte arriva Andreolotti, dall'ufficio sportivo se ne va, invece, Daniele Galbiati.

Ufficialmente, ha dato le dimissioni ed è entrato nello staff di Patrick Peter, organizzatore di eventi riservate alle auto storiche.

Nel 1990 Galbiati si era guadagnato le prime pagine dei giornali come il più giovane direttore di pista d'Italia.
Cresciuto alla scuola di Romolo Tavoni, ex segretario di Enzo Ferrari, che voleva farne il suo delfino, Galbiati si è poi perso per strada.
Anzichè impegnarsi nello sviluppo dell'attività in pista ha pensato di affossare, dopo 46 anni di onoratissimo servizio, la Formula Monza caldeggiando il costoso, abortito, progetto della monoposto di Frosinini che avrebbe dovuto sostituirla.

Ed è stato in parte artefice della cancellazione della prestigiosa “1000 Chilometri”, avvenimento che negli Anni Sessanta richiamava in Autodromo più spettatori della Formula Uno.

Più che stringere contatti con gli organizzatori, come ha scritto la Guardia di finanza ai sostituti procuratori Walter Mapelli e Caterina Trentini, Galbiati era impegnato a fare comunella con Americo Martino, ex responsabile dell'ufficio Siae di Monza, al quale cedeva montagne di pass per il Gran premio e la Superbike, e con i bagarini.

Avrei cento robi da darti”, dice l'intercettato Galbiati al senaghese Gerardo Beretti.
Passo domani pomeriggio perché io stasera guardo su internet la conferma di quanti biglietti mi hanno chiesto...e se poi non li vendo tutti e 100?”, chiede Beretti.
Ma sì, ti do qualche omaggio.. e la differenza la facciamo...”.

Mi sono dimenticato, i tuoi quanti sono?”, chiede Galbiati al vimercatese Giovanni Battista De Stefani nel corso di un'altra intercettazione del 2012.
Due e cinque”, la risposta.
Ho in mano i soldini...”. “Però li dobbiamo dare a lui..”, fa presente l'impiegato dell'ufficio sportivo di Sias e De Stefani: “...me ne ha dati solo quattromila di quelli...”.

Tranquillo – lo consola Galbiati - i 25 euro di differenza del prezzo ce li facciamo noi, tranquillo”.

Insomma, Daniele Galbiati più che pensare al lavoro dell'ufficio sportivo incrementava lo sport di famiglia. Il padre Davide è stato rinviato a giudizio per appropriazione indebita e abuso di prestazione d'opera nel processo che riprende il 12 febbraio.

Il 23 aprile invece Enrico Ferrari, l'ex presidente di Sias, Claudio Viganò, l'ex contabile di Sias, Franco Becchere (accusato dalla Procura di Milano anche di pedopornografia), Americo Martino, Gabriele Aliprandi, ex presidente del Moto Club Biassono, Guglielmo Beretta, Annalisa Ronchetti, Giovanni Giardina, Giacomo Lanfranchi e Fabio Tedoldi dovranno presentarsi davanti al Gp per l'udienza preliminare al termine della quale verranno firmati i rinvii a giudizio.

Su ordine dei magistrati Mapelli e Trentini la Guardia di finanza ha sequestrato a Enrico Ferrari e Claudio Viganò conti e immobili per 3milioni di euro; ad Americo Martino 400mila euro, a Gabriele Aliprandi 250mila euro.

L'ex responsabile di Monza e Brianza della Siae, Martino, dovrà anche rispondere del possesso di una pistola e di 63 munizioni per armi comuni da sparo che gli sono state sequestrate nel luglio 2013 non essendo state denunciate all'autorità giudiziaria.

 

Formula Uno addio, Monza perde il Gran premio d'Italia

di Pier Attilio Trivulzio

L'Autodromo di Monza cambia pelle. Il piano industriale di rilancio di Sias – illustrato ieri pomeriggio al Consiglio dell'Automobile Club di Milano, socio di maggioranza della società di gestione dell'impianto brianzolo – punterà tutto sulle due ruote e quindi potrebbe esserci un addio alla Formula Uno, dal 2017.

Per attuare il programma relativo alle due ruote il presidente Andrea Dall'Orto, dopo aver designato Francesco Ferri a prendere il posto di direttore, occupato per trent'anni dell'inquisito Enrico Ferrari (prossima udienza in Tribunale il 12 febbraio), ha chiamato nello staff il monzese Riccardo Tagliabue. Sarà lui, rampollo della famiglia di petrolieri proprietari della Lombarda Petroli con impianti a Villasanta a intrattenere i rapporti con la Federazione Motociclistica Italiana.

Con la Federazione Internazionale e con la Dorna, Dell'Orto tratterà, invece, in prima persona. La sua società che ha sede a Cabiate, fornisce le centraline alle Moto3 che corrono il Motomondiale. E attraverso la Do Design di Monza produce abbigliamento per i piloti delle due ruote. Business is business.

Con Dorna ha iniziato una trattativa per riportare a Monza il mondiale Superbike; ma prima dovrà ottenere dalla Giunta di Monza l'autorizzazione a fare pesanti modifiche alla pista.

Dovranno essere abbattuti alberi alla prima variante che si congiungerà al “curvone” di Biassono passando attraverso il bosco ed utilizzando parte dell'originaro tracciato. E all'Ascari. Con una deviazione a sinistra, anche in questo caso sacrificando il bosco, alla fine del tratto di pista in discesa. C'è poi il problema della curva parabolica che per la FIM dovrebbe tornare ad avere la configurazione 2012 vale a dire senza la modifica (asfaltatura esterna laddove iniziava la sabbia) imposta lo scorso anno dalla Fia per il Gran premio d'Italia. E' prevedibile che la richiesta dei lavori troverà numerosi ostacoli, oltre a richiedere un investimento stimato tra i 3 e i 4 milioni di euro. E, soprattutto, le modifiche di tracciato, dovranno essere preventivamente sottoposte ed approvate dalla Fia, nel caso Sias decida di rinnovare il contratto con la Fom di Bernie Ecclestone per la Formula Uno dal 2017 al 2020.

Ma questa eventualità non si pone dal momento e, a detta del direttore in pectore Francesco Ferri, “il piano industriale 2017 è previsto con o senza la Formula Uno”.
Com'è noto i conti di Sias sono più rossi della Ferrari, l'ultimo bilancio si è chiuso con debiti per 12milioni di euro.
Ecclestone per rinnovare vuole oltre a 20milioni di dollari e la disponibilità totale delle terrazze sopra i box. Vale a dire le salette del Sassoli Building che, in occasione del Gran premio, Sias vende agli sponsor incassando 3 milioni di euro.
Senza Formula Uno però Sias non avrà più titolo per restare dentro l'impianto. La convenzione parla chiaro. Non basterà certo riportare a Monza l'appuntamento del Mondiale Superbike a garantire alla società di gestione la permanenza dentro al parco. A meno che Andrea Dell'Orto non pensi di “scippare” a Imola la Motogp sperando che la Giunta monzese valuti equipollente le due ruote iridate al Gran premio di Formula uno. E del resto un tempo l'Autodromo viveva il suo settembre motoristico proponendo sia il Gran premio che il Motomondiale.

Ma questi ragionamenti valgono per il domani. Quel che più ci preme è capire quale piano di rilancio è stato preparato dagli uomini della Innext. Francesco Ferri lo definisce piano industriale. Ma l'Autodromo è un'industria particolare nel cui statuto è scritto che ha il preciso scopo di incrementare l'automobilismo e lo sport.

 

Processo omicidio Vivacqua. Il figlio Antonio: “Ultimamente mio padre camminava assieme a Mimmo Zema”

di Pier Attilio Trivulzio

Valentina Commaudo è la figlia di Franca Lo Jacono uccisa nel box della sua casa di Desio nel giugno 2012 da Antonino Giarrana e Antonio Radaelli.
É moglie di Antonio Vivacqua, il maggiore dei figli del romat di Ravanusa.
Lunedì è tornata lunedì in aula per completare la sua testimonianza.

Racconta: “Da quando sto con Antonio il rapporto con mia suocera, Germania Biondo, è stato altalenante anche se prima con lei avevo confidenza; da prima del 17 giugno 2012 i rapporti si sono raffreddati e l'avevo cacciata da casa mia.”.

Interrogata il 25 marzo 2013 lei non dice che la Biondo può essere coinvolta nell'omicidio, come mai?”, chiede l'avvocato Cacciuttolo che difende l'ex signora Vivacqua.
Prima dell'omicidio anch'io mi ero riavvicinata a Germania”.

Le risulta che nell'agosto 2010 Paolo Vivacqua volesse riconciliarsi con la signora Biondo?”.
In quel periodo sì. Mio suocero mi aveva detto che volevano rimettersi insieme”.

Le disse come avrebbe risolto il problema con Lavinia Mihalache?”, insiste il legale.
L'avrebbe lasciata”.

La Commaudo dice che nessuno le mostrò un album segnaletico per cercare di riconoscere quel “calabrese” che il 3 novembre, undici giorni prima dell'uccisione di Paolo Vivacqua, assieme ad altre due persone era andato a vedere il caponnone di Sesto San Giovanni.

A questo proposito, il 25 marzo 2013 al pubblico ministero Donata Costa dichiarò “...Devo avere a che fare anche con questa gente”.

Eppure nessun approfondimento venne fatto dalle forze dell'ordine. Le viene chiesto del rapporto tra la Biondo e Diego Barba.
É stato Antonio, mio marito, a dirmi di chiedere alla Biondo del rapporto. Quando i genitori si separano una relazione da fastidio. Come quella che ha avuto con un'altra persona”.
In questo caso fanno fede gli atti del processo di Milano, il cittadino cinese “Michele” mai identificato.

É la volta di Davide Vivacqua, il minore dei fratelli, da due mesi agli arresti domiciliari. A lui chiedono dell'episodio dell'agosto 2010 quando in vacanza a Ravanusa col fratello Antonio andarono a Campobello di Licata a picchiare l'investigatore privato perché sul cellulare della madre era arrivato un sms con la scritta “Camp”.

Ammette di non aver mai visto la signora Biondo (non la chiama mai mamma) assieme a Barba e rivela che la sera stessa “davanti a casa nostra arrivarono due o tre persone che dissero: “Non toccate il Barba, s'erano messi loro davanti a lui”.

Persone di rispetto della zona?”, chiede il presidente Giuseppe Airò.

Persone venute da Campobello di Licata che ci dissero: lasciatelo in pace ci siamo noi”.

Riferisce che un mese prima d'essere ucciso il padre gli disse: “Dovesse succedermi qualcosa vi raccomando Nicolas (figlio di Lavinia Mihalache nato nel giugno 2011 – ndr), è vostro fratello. Voleva spiegarmi alcune situazioni. Come se se lo aspettasse...”.

Riferisce a suo giudizio un particolare importante: “Ricordo che la Biondo andava a buttare la spazzatura davanti all'ufficio di San Giorgio a Desio. Forse ci andava per controllare quando Paolo arrivava, è una mia congettura. Da casa sua all'ufficio ci sono quattro chilometri e lei li faceva prima di arrivare al lavoro al magazzino di Gessate della FV Metalli”.

Una sera che le avevamo detto di non restare a casa sola e d'andare a dormire da qualcuno lei rispose: A me non mi toccano, non mi fanno niente. Mi faccio accompagnare da mia sorella. Quando aveva saputo che mio padre stava vendendo i terreni di Carate mi disse: Fatti dare dei soldi per noi. E fatti dire dove li mette. Mio padre mi dette 300mila euro che sono stati sequestrati dalla Guardia di finanza. Non ho mai detto a mio padre che la Biondo era interessata. Ed in merito al capannone di Sesto San Giovanni della Royal Aste a lei intestato e di cui mio padre mi aveva chiesto i documenti, la Biondo mi domandò perchè stava vendendo? Quei documenti del capannone che mio padre aveva chiesto non me li ha mai consegnati”.

Per Antonio Vivacqua la morte del padre gli fu così comunicata da Vincenzo Infantino. “Guarda che hanno buttato giù papà”.
Mia madre mi ha visto sbiancare ed ha capito, è partita con la segretaria ma a Desio é arrivata soltanto a sera tarda e senza passare dall'ufficio”.

Dal 14 novembre 2011 siete stati liberi fino al 20 aprile 2012. Ne avete parlato dell'omicidio e se sì con chi?”, chiede il pm Donata Costa.
Stavamo cercando di capire chi era stato. Lei, mia madre, diceva:Devi dire tutto. E io giustamente a lei non dicevo niente. E però lo veniva a sapere da Salvatore Grasta che spesso la contattava”.

Pubblico ministero: “Suo padre aveva nemici, aveva ricevuto minacce?” “Inizialmente sapevamo che erano stati sia siciliani che calabresi. Ultimamente mio padre camminava con Mimmo Zema che gli doveva un milione di euro. Erano assieme per una questione di soldi. Siciliani? Un gruppo di giù lo cercava. Lo chiamavano in molti per chiedere lavoro e per farsi prestare soldi, dai mille fino ai centomila euro. A Gaetano che lavorava a Torino ed era in difficoltà aveva promesso un milione di euro”.

Che mio padre abitava a Carate con Liviania io l'ho saputo soltanto dopo la sua morte e così in quali società e con quali quote mia madre era intestataria”.

Ultimo teste il maresciallo Fornaro dei carabinieri di Desio.
É stata addestrato da un tecnico a leggere col Sistema Sfera (noleggiato al costo di 35mila euro) i tracciati delle celle telefoniche agganciate dai cinque indagati dopo le dichiarazioni di Gino Guttuso. Si sforza di spiegare e per due ore passa dai tracciati di un indagato a quelli di un altro.

Su domanda dell'avvocato Pagliarello che difende Antonino Giarrana viene posta una domanda precisa: cosa dice Sfera sul contatto “troppo mattiniero per due che non lavorano” delle 7.12 del 14 novembre 2011 tra Giarrana e Radaelli?

Presidente: “Cè un totale di 148 contatti, prendiamoli per quello che valgono, magari stava lì...”.

Interviene il pubblico ministero: “Hanno 148 contatti mai alle 7.12 del mattino! Giarrana chiama Radaelli ma non c’è cella d'aggancio col cellulare di Giarrana”.

Teste: “La compagnia telefonica non ha indicato nulla nei tabulati che ci ha fornito e che non sono modificabili”.
Spiega che a “Sfera” Si possono soltanto fare domande. Quando abbiamo posto la domanda con quale utenza Giarrana si collega ci dà quella di Salvino La Rocca. Ma non alle 7.12 del mattino bensì dopo le 11”.

La cella telefonica più vicina all'ufficio di via Bramante d'Urbino è collocata in via San Gennaro e dall'esame risulta che alle 10.40 si aggancia la fonte confidenziale Gino Guttuso con tale Giuseppe Stancanelli. Soltanto alle 11.35 Giarrana stava vicino alla cella di via San Gennaro...

Testimonianza sofferta quella del maresciallo Fornaro costretto a rispondere con una serie interminabile di “No” alle domande dei legali.

Presidente: “L'operante riferisce come si sono svolte le indagini. Può solo riferire. Nel processo siamo appena appena entrati...Quello che dice sul contenuto non è la prova”.

Ci prova l'avvocato Frigerio a spiegare che “Sfera aiuta ad associare dati, velocizza il lavoro, non è però in grado di dire dove esattamente si trova il soggetto rispetto alla cella”.
Infatti non c'è una sola cella”, ammette maresciallo dell'Arma.

Se sto a Desio aggancio anche le celle di Lissone e Seregno, è corretto?”.
Sì, è corretto”, è la risposta.

Paolo Sevesi, difensore di Diego Barba, fa apposizione ad una risposta del teste. “É un carabiniere, non un tecnico!” e chiede al presidente che la sua opposizione venga verbalizzata. Cosa che avviene. “Non è qualificato a riferire su celle e campi. Se abbiamo dubbi si cerchi un tecnico non un carabiniere!”.

Il pool dei legali fa presente che ancora non hanno a disposizione le intercetazioni telefoniche dei giorni precedenti l'omicidio Vivacqua e quelle relative al 14 novembre, ma soltanto i brogliacci. Sollecitano il deposito. Si tratta di 12 ore di telefonate e 80 ore di intercettazioni ambientali.
Si torna in aula il 26 gennaio h. 9,00.
Il 9 febbraio testimonieranno Gino Guttuso, Luigi Mignemi e Nicola Rulli.

 

Processo Carate Nostra. Mazzetta da 150mila euro a un politico, i contanti consegnati a Massimo Pirovano

di Pier Attilio Trivulzio

Massimo Pirovano aveva chiesto ai soci della Bre srl di sborsare 37.500 euro ciascuno per pagare “ad un politico” una consulenza che avrebbe fatto diventare edificabile il terreno di via Tagliamento a Carate Brianza inserito nel Parco della Valle del Lambro e soggetto a “pesante” vincolo ambientale .

Nel giro un mese i soci, per contanti, avevano versato a Pirovano la loro quota. Quel terreno ed i limitrofi – di proprietà della famiglia Giussani - non erano assolutamente edificabili “senza una modifica della normativa del Piano dello stesso ente”, scrive il consulente al pubblico ministero Donata Costa.

Il preliminare di vendita del terreno di via Tagliamento era stato stipulato nel novembre 2008 con Massimo Pirovano che interviene quale promesso acquirente “non per sé ma per persona o società che si riserva di indicare all'atto notarile. All'epoca quel terreno risultava già inserito in zona residenziale edificabile e parte a prato verde. Doveva però essere approvato il Pgt. Prezzo del terreno calcolato in 200 euro al metro cubo edficabile. Nuova scrittura privata nell'ottobre 2009 “a parziale modifica del preliminare già sottoscritto”.

Viene dato atto dell'intervenuta approvazione del Pgt e tuttavia il rogito è subordinato “all'approvazione della variante del Piano della Valle del Lambro nella quale detta area dovrà risultare edificabile a tutti gli effetti e senza alcun tipo di vincolo”. Prezzo convenuto 1,5 milioni di euro da pagarsi al rogito.

Altra scrittura privata nel maggio 2011 dove i fratelli Giussani conferiscono incarico di mediazione per la vendita immobiliare del terreno a Massimo Pirovano e alla Geos di Altobelli Maurizio e C. Quest'ultimo è consigliere comunale a Carate. Il prezzo lievita e da 1.5 milioni a 1,750milioni di euro con una provvigione del 15% per i mediatori. Viene steso un nuovo contratto preliminare con la Bre srl i cui soci sono Massimo Pirovano, Maurizio Altobelli, Walter Longoni e Giorgio Giussani. Amministratore della società è Modesto Pirovano.
Considerato che saranno necessari due anni per l'approvazione della variante Pirovano propone di vendere il terreno a 1,9milioni di euro di cui 1,650 pagati dall'acquirente ed euro 250mila da pagarsi a Pirovano in due tranche da 100mila e 150mila euro. I 150mila euro sono l'esborso per il “pagamento a un politico per il cambio destinazione del terreno”.

Sulla “mazzetta” al politico c'è disaccordo tra i fratelli Giussani e Pirovano, quest'ultimo con una mail del 14 aprile 2011 scrive “il Parco aspetta una risposta da noi”. Quattro giorni dopo sempre Pirovano dà l'ultimatum a Giorgio Giussani. “Forse è meglio chiarire il concetto, se lo chiudianmo noi il terreno è edificabile, altrimenti devo dare al parco l'ok per farlo restare agricolo anche a fronte del vincolo messo dalla Regione. Se i tuoi fratelli non vogliono prorogare il contratto io lascio perdere ed il terreno resta agricolo e non diventerà mai più edificabile perché c'è un vincolo pesante della Regione Lombardia”.

La mail finisce anche a Maurizio Altobelli. Assieme a quella del 30 maggio successivo: “Se non diamo notizie nelle prossime ore mi sa che lo perdiamo per sempre, soldi compresi”.

Quei 150mila euro sono stati davvero pagati in contanti dai soci in tre tranche in busta bainca chiusa consegnata a Massimo Pirovano (che come Maurizio Altobelli ha patteggiato). La conferma si è avuta in aula nel corso dell'ultima udienza dove gli indagati hanno detto d'aver consegnato i soldi a Pirovano e non aver mai chiesto nulla all'avvocato Antonino Brambilla – che secondo Pirovano avrebbe avuto il potere di far togliere il vincolo.

Avete dato incarico a Brambilla?”, domanda il pm Donata Costa a Giorgio Giussani: “Mai parlato con lui. Solo con Pirovano”.

Avete dato indicazioni per togliere il vincolo?”.
No, noi avremmo costruito vicinissimo a via Tagliamento. Su un terreno di famiglia avremmo costruito 60 appartamenti, c'era in corso una variante...Pirovano millantava, mio fratello Roberto l'ha detto subito anche alla Guardia di finanza”.

Al teste l'avvocato Ivan Colciago che difende l'avvocato Antonino Brambilla chiede se lo conosce. “Da 20 forse 25 anni. Ma non lo vedevo e non ho mai avuto rapporti con lui. I rapporti con Brambilla li aveva Pirovano e li voleva tenere solo lui”.

Maurizio Altobelli è il dominus del piano. Aveva rapporto col sindaco Pipino e con l'assessore all'urbanistica Sisler - . dichiara Antonino Brambilla -. Come consigliere gestiva il Pgt. Era perito agrario, non ingegnere. Era il gestore del piano; poi si è capito l'anomalia: era richiesto nelle società immobiliari. Lo dice lui stesso ammettendo d'aver corrisposto somme di danaro a Sisler”.

Coglie l'occasione l'avvocato Brambilla per togliersi qualche sassolino dalle scarpe, Maurizio Pirovano e l'architetto Giorgio Aldeghi l'hanno fregato due volte.

Aldeghi, che conosco soltanto perchè é mio vicino di casa, ebbe da Bricoman l'incarico di progettzione di 200mila euro e 50mila per la consulenza giuridica. A me anziché 50mila ne ha dati soltanto 20mila che ho regolarmente fatturato”.

Mai avrei accettato di svolgere una consulenza per una cosa impossibile come togliere quel vincolo del Parco per via Tagliamento”, conclude Brambilla.

Il sequestro delle quote della Bre srl, l'indagine della Procura per quel terreno di via Tagliamento, la banca che vuole il rientro immediato di una fidejussione mentre Pirovano e Altobelli sono in cacere , fornitori che si fanno avanti e vogliono essere pagati. Un bruttissimo periodo per l'industriale caratese Walter Longoni titolare della ben avviata Omnia Piega con 20 dipendenti e sviluppo in Francia, Inghilterra ed una società in Cina. Gli dev'essere costato molto dover essere in aula a raccontare quel ciclone che l'ha distrutto tra l'altro in un momento in cui le sue condizioni fisiche erano precarie.

Industriale che ha investito nell'immobiliare 6/700mila euro con un paio di società a Pescara e altrettante in Brianza. Di cui si è sempre occupato Massimo Pirovano. “Con lui ho sviluppato un rapporto fiduciario che risale al 1993-1994. Analizzavamo le proposte e io poi mi disinteressavo. - racconta - Chiedevo soltanto a fine anno: abbiamo guadagnato, perso o pareggiato? Con la Bre srl abbiamo gestito anche una grossa operazione a Seregno. Con Brambilla ci siamo conosciuti in occasione di un terreno che il Comune voleva espopriare ed abbiamo anche fatto grandi litigi. Poi mi ha lasciato una piccola fetta per far entrare i camion in azienda... Dopo i fatti dell'aprile 2012 ho incrociato Altobelli e gli ho chiesto la cortesia di passare: non lo ha mai fatto. Con Brambilla ci vediamo ed ancora adesso se mi chiede soldi glieli do. Mettere in dubbio che quei soldi non erano destinati alla consulenza di Brambilla mi sembrava irrispettoso. Non mi faccio problemi a capire come sono state le cose. Ci ho messo un muro”.

Ripresa del processo il 22 gennaio dalle 10.30. Le discussioni del pubblico ministero il 6 febbraio.

 

Processo Vivacqua. Non c'è l'avvocato, scena muta di Calogero Licata. La testimonianza dei carabinieri di Desio

di Pier Attilio Trivulzio

Dopo trentadue mesi di carcere Calogero Licata Caruso, braccio destro di Paolo Vivacqua, ha deciso di parlare. Con una lettera inviata alla Procura di Monza ha fatto sapere d'essere disposto “a dire delle cose” ed allora Donata Costa, pubblico ministero del processo in Corte d'Assise lo ha fatto accompagnare lunedì in aula.
L'amministratore della Loviro sr che firmò al Comune di Carate la richiesta per la trasformazione dei terreni di via Marengo lungo la statale Valassina per essere, poi, ceduti alla Bricoman Italia per 5,1 milioni di euro s'è accomodato sulla sedia dei testimoni, ha letto la formula di rito ed alla domanda del presidente Giuseppe Airò che gli chiede “Lei si chiama?”.
Licata”, risponde il teste.
Presidente: “Nome?”.
Il teste resta muto.
Presidente: “Neanche il nome? Licata e basta?

Licata: “Do le generalità ma in carcere non è arrivato il sollecito...”.
C'è opposizione dell'avvocato Sala che difendere Antonio Radaelli: “Il teste è attualmente imputato nel processo di Milano per il 416...”.

Pubblico ministero Donata Costa: “Lei, Licata, ha scritto che voleva dire delle cose...”.
Licata Caruso: “Chiedo l'assistenza dell'avvocato”.
Presidente, dopo essersi consultato con i colleghi e i giurati popolari: “La Corte dice che vuole sentire Licata”.
In attesa che arrivi il legale ad assistere il braccio destro di Paolo Vivacqua viene escusso il tenente Luigi Di Puorto dei carabnieri di Desio. Chiamato dall'accusa in sostituzione del capitano Cataldo Pantaleo impossibilitato ad intervenire.
Non rinuncio al teste Pantaleo”, tiene a dire Manuela Cacciuttolo, avvocato che difende Germania Biondo, ex moglie del rotamat di Ravanusa.

Il teste esordisce raccontando brevemente dell'intervento nell'ufficio di Desio il pomeriggio del 14 novembre 2011 e quindi, su domanda della pubblica accusa, passa a descrivere l'intervento del 16 -17 giugno 2012 nel box di via Mariani a Desio “dov'era appena deceduta nel corso di una rapina una persona per arma da taglio”: la consuocera da Paolo Vivacqua, Franca Lo Jacono.

Si è trattato di una rapina degenerata. C'erano numerose tracce di sangue, subito pensammo che uno dei partecipanti alla rapina era rimasto ferito. Contattammo tutti gli ospedali della Lombardia per sapere se qualcuno si era fatto medicare e dal pronto soccorso dell'ospedale di Desio. Abbiamo avuto conferma che tale Radaelli Antonino o Antonio si era presentato. Rintracciamo il Radaelli presso la sua abitazone e lui si giustificò dicendo d'essersi tagliato con un coltello affettando delle cipolle. Però nella cucina non c'era no residui di cipolle... Dalle macchie di sangue lasciate vicino alla sua abitazione deducemmo che non era uscito dalla casa per andare al pronto soccorso ma era rientrato. Ricostruimmo l'accaduto individuando il giorno dopo Antonino Giarrana di cui fu trovata dai Ris una traccia dattiloscopica sul sedile dell'auto della Lo Jacono, e Raffaele Petrullo. Il movente? Una rapina per impossessarsi di una valigia piena di denaro”.

A fine luglio 2012 il maresciallo di stazione Cosentino acquisì notizie che facevano riferimento a Paolo Vivacqua e alla Lo Jacono. L'annotazione ci dava come possibile movente una vicenda intrafamiliare: l'astio tra Paolo Vivacqua e l'ex moglie Germania Biondo. Compimmo accertamenti anagrafici e catastali relativi ad un box per quanto riferito dalla fonte”.

Gli avvocati Monica Sala e Manuela Cacciuttolo si consultano scambiandosi la seconda nota acquisita dai carabinieri di Desio nel marzo 2013 che presenta analogie riguardo al movente; ma differisce in quanto non accenna a dissidi tra Vivacqua e l'ex moglie bensì ad una relazione extraconiugale.

Verificammo con il capitano Pantaleo sia la prima che la seconda notizia e poiché c'erano analogie decidemmo d'informare la Procura di Monza ed ottenuto il benestare acquisimmo i tabulati del traffico telefonico intestati ai due soggetti (Germania Biondo e Diego Barba – ndr). In particolar modo abbiamo controllato le celle che monitorizzano il traffico telefonico relativo a via Bramante d'Urbino a Desio e via Donizetti di Carate, via Marconi di Gessate (sede della FV Metalli – ndr) e le celle poste allo svincolo autostradale di Agrate, alternativa stradale per andare a Gessate. I dati del traffico telefonico li abbiamo analizzati con il programma Sfera che consente di collegare tra soggetti e luoghi. Abbiamo monitorato il traffico telefonico da settembre a novembre 2011”.

Donata Costa: “Quali riscontri avete avuto da questo lavoro?”.
Il dato più interessante? Che l'omicidio di Paolo Vivacqua non è stato improvvisato ma pianificato e organizzato”.

Su domanda dell'avvocato Cacciuttolo il tenente Di Puorto dice: “Relativamente al 14 novembre 2011 (giorno dell'uccisione di Paolo Vivacqua – ndr), i tabulati ci danno un dato da noi percepito anomalo: Giarrana e Radaelli, pur non lavorando, si sentono nelle prime ore del mattino. Poi c'è un lasso di tempo di un paio d'ore senza contatti. Dopo le 11.30 ci sono contatti tra Giarrana, La Rocca e Barba. Il medico intervenuto fa risalire la morte di Vivacqua attorno alle 11-11.30. Mi chiedete se ci sono contatti con Cascardo? (Attilio Cascardo investigatore privato – ndr) Non so, rischierei d'essere impreciso. Sicuramente vi era l'utenza di Barba”.

Il tenente dei carabinieri di Desio, su domanda specifica, aggiunge poi “Dall'esame dei tabulati non emergono contatti tra Biondo Germania e Diego Barba, da intercettazioni ambientali più attente verificammo che non si sentivano direttamente. Dalla verifica dei dati seguiti alla seconda nota informativa e all'autorizzazione della Procura ad intercettazioni ambientali e telefoniche dell'estate 2013, scoprimmo che i contatti telefonici o con sms tra Barba e la Biondo avvenivano tramite Aronica Luisa. Utilizzavano una terza persona per evitare di fare emergere la loro relazione sicuramente di tipo sentimentale. Sicuramente c'era stato tra loro un incontro amoroso, e il fatto che Diego Barba s'interessava all'attività della Biondo a Sovico. Organizzammo anche un'attività di pedinamento dentro un bar... Il tentativo di negare la loro relazione era stato motivo della spedizione punitiva nel 2010 da parte dei figli e di Paolo Vivacqua in Sicilia. Barba era stato aggredito anche fisicamente”.

Alla richiesta dell'avvocato Monica Sala di “riferire le differenze tra le due note informative del 2012 e del 2013 “dal momento che lei ha parlato di analogie” il presidente interviene: “Ora il teste non può riferire!” E però il tenente dice: “C'erano elementi comuni, c'erano i nomi della Biondo. Abbiamo attenzionato oltre alla Biondo, La Corte Giuseppe, Randazzo Angelo...”.

Non riferisca! Non possiamo fargli dire chi erano questi...” - ammonisce il presidente Airò.
Ad altra domanda del legale che chiede quali tabulati sono stati acquisiti nell'estate 2013 il teste precisa: “Ventitre o ventiquattro tabulati intestati a soggetti attenzionati: Biondo, Barba, Radaelli, La Rocca, Guttuso Gino, Giuseppe La Corte, Attilio Cascardo...”.

Insiste l'avvocato Sala chiedendo se, rispetto alla prima informativa le dichiarazioni di Guttuso Gino raccolte anche alla presenza del capitano Pantaleo erano diverse. “Che deve dire?”, domanda il presidente rivolto all'avvocato. “Se si sono arricchite dal momento che Guttuso è stato sentito nel corso dell'incidente probatorio”.

– è la risposta -, io però non ho fatto indagini, se n'è occupato il pool con i marescialli Azzaro, Fornaro e Mosca”.

E' quindi l'avvocato Paolo Sevesi che difende Diego Barba a porre le domande: “La prima informativa faceva riferimento ad un box?”.

Sì, abbiamo fatto indagini anagrafiche e catastali sul box di via Forlanini. Ci siamo limitati a questo. Oltre a qualche accertamento sul posto, rilievi fotografici in via Forlinini e Agnesi. Di fatto in merito al box si poteva desumere ma non è stato chiaramente individuato”.
Lei ha detto che l'omicidio di Vivacqua sarebbe maturato diversi mesi prima, sarebbe stato pianificato. Avete riscontri?”.
Sì, lo dicono gli esami fatti sui tabulati fatto col programma Sfera”.

L'avvocato Frigerio difensore di Salvino La Rocca chiede: “Sono stati fatti accertamenti sulla persona anziana di cui la sera stesa dell'omicidio ha parlato Lavinia Mihalache verbalizzata in sua presenza?”.
Anziano? Dovebbe essere una delle persone che sono state allontanate e poi sentite”.

Il presidente dà notizia che l'avvocato che doveva assistere Calogero Licata Caruso non può venire. “Io rinuncio al teste. Se volete sentirlo senza difensore...”, dice il pm. Viene deciso di convocarlo per un'altra udienza.

Riprende l'escussione del teste Luigi Di Puorto il quale precisa che la Compagnia di Desio si è occupata dei primi due giorni d'indagine sull'uccisione di Paolo Vivacqua per poi passare tutto alla Compagnia di Monza e che soltanto dal 2013 Desio è tornata ad occuparsene.
Avete fatto indagini su Carmelo d'Angelo? (sindaco di Ravanusa - ndr)”, domanda l'avvocato Cacciuttolo.
Non ricordo”.

Avete coltivato la pista degli affari siciliani di Vivacqua?”.
Ribadisco che noi come Compagnia di Desio abbiamo operato soltanto per due giorni nel 2011 quando è stato trovato ucciso Vivacqua quindi tutti gli atti sono passati a Monza e sono tornati a Desio soltanto nel marzo 2013”.

Le risulta l'episodio della testa di agnello lasciata davanti alla casa dei Vivacqua nel 2009?”.
Non ricordo l'episodio”.

Le risulta che c'era un'altra fonte? La nota del colonello Selmi”. “Incidentalmente. L'ho saputo per caso. Non c'è stato mai chiesto nulla sull'omidicio”.

Da intercettazioni ambientali nella caserma di Desio il 14 novembre risulta che Licata Caruso e i figli di Vivacqua parlano del libro paga su cui l'ucciso annotava i prestiti. Avete fatto indagini?”.
Sicuramente loro si ponevano tante domande. Parlavano in dialetto siciliano, io essendo di Agrigento ho trascitto le registrazioni. Per risponderle dovrei leggere il verbale”.

Chi è Gino Guttuso?”.
E' un cittadino di Desio che ha precedenti per reati contro il patrimonio e per stupefacenti. E' sottoposto ad affidamento in prova perché partecipa ad un programma di recupero”.

E' la volta dell'avvocato Sevesi. “Le risulta che nell'ufficio di Vivacqua fosse installata una registrazione audio-video?”.
No, nessuna. Per altre indagini doveva essere installata. Avevamo contattato in merito la Guardia di finanza di Gorgonzola, ci era stato risposto che c'era il decreto, ma che il momento non era propizio”.

Avvocato Sala: “C'erano computer nell'ufficio e se sì sono stati oggetto d'esame?”.
Il primo sequestro è stato fatto da noi e non ne abbiamo sequestrati. Non sono in grado di dire se sono stati esaminati i contenuti”.

“Dal momento che non risultano agli atti documenti che parlano del contenuto dei computer...”, chiosa il legale.

L'ultima domanda al tenente Di Puorto la pone il presidente Airò. “Nel 2013 come avete fatto le indagini?”.
Indagine tecnica con intercettazioni ambientali, colloqui in carcere ed intercettazioni anche sul cellulare della Polizia penitenziaria. Quindi avute altre notizie abbiamo compiuto indagini anagrafiche e catastali”.

Dopo un'ora e mezza di escussione, il militare dell'Arma viene licenziato ed a deporre viene chiamato il brigadiere Pasquale Arciglione, carabiniere in servizio di Desio.
Dovendo parlare con un funzionario, il 10 giugno 2013 ero andato in Comune a Desio e ho visto nel bar di fronte Germania Biondo con un uomo dalla barba molto curata. Anche se personalmente non lo conosco ho riconosciuto Diego Barba. La Biondo è uscita per prima dal bar e poco dopo Barba che era andato alla cassa a pagare. Rientrato al comando ho riferito quanto avevo visto. Ed ho notificato alla Biondo di presentarsi. Precedentemente, nell'aprile 2013 avevo svolto un controllo per la verifica su un auto di Salvino La Rocca, Germania Biondo e Diego Barba”.

Tocca quindi al maresciallo in congedo Giuseppe Mosca che relativamente all'omicidio Vivacqua tornò all'indomani in via Bramante d'Urbino per sentire gli abitanti del civico 15. “Avevo un elenco di persone, persone tranquille che non avevano sentito i colpi. Alcune non c'erano o non avevano nulla da riferire”, dice. Anche a lui viene chiesto se intende riferire il nome della fonte relativa alla nota del marzo 2013. “No – è la scontata risposta -. Ho fatto accertamenti e riscontri sul box indicato dove compariva un cartello affittasi”.

Gli viene chiesto se conosceva Germania Biondo e Diego Barba. “Sì, la Bondo dal 2002 o 2003, mia moglie gestiva un esercizio e lei era cliente. La conoscevo ma non avevo mai svolto indagini su di lei. Conoscevo anche la moglie di Barba perché anch'essa frequentava l'esercizio di mia moglie. Di Barba sapevo che nel 2004-2005 era in rapporti d'affari con Paolo Vivacqua a Lissone”.

L'avvocato Angelo Pagliarello difensore di Giarrana domanda se può riferire delle abitudini di vita di Giarrana e Radaelli. “Sa come questi soggetti passavano la vita?”.
Si, stavano assieme a Desio, al bar di via Roma. Oltre a questo bar? Non stavamo dietro a Radaelli e Giarrana...”.
Giarrana frequentava una donna?
Non so”.

Avvocato Sevesi: “ Il 15 marzo 2013 la fonte confidenziale fu contattata da lei o dal maresciallo Azzaro?”.
Entrambi eravamo presenti”.
Le ricordo che lei era in carcere quel giorno. Era libero da servizio o in borghese a Desio?”.
Non è tenuto a rispondere”, interviene il presidente.
Se non vuole dire la fonte, ricorda invece d'essere stato in carcere quel giorno?”. Altro intervento del presidente.

Il difensore domanda se conosce Diego Barba.
Ci conosciamo da dieci anni. Ci siamo visti ma non frequentati. Faceva l'elettricista, nel 2010 ha aperto un'agenzia investigativa. Chiese se potevamo intercedere con i colleghi di polizia avendo presentato richiesta per ottenere il porto d'armi”.

Per la sua agenzia investigativa, Barba si è mai rivolto a lei? Ha mai collaborato, fornito delazioni?”.
Una sera mi chiamò dicendomi che era scattato l'allarme nel suo deposito che era a fianco di un deposito di Vivacqua. Era aprile o maggio. Mi disse che i figli di Vivacqua stavano spaccando il muro di un locale che era stato appena perquisito dalla Guardia di finanza”.

L'avvocato Frigeri pone domande sul sistema Sfera in grado di localizzare il luogo da dove parte una telefonata. “Può succedere che una cella abbia un margine di errore?”.
Può agganciare una cella vicina?”, interviene il presidente Airò.
Sì, può essere”, risponde il teste.
Per dimostrare in concreto che l'errore è possibile, il difensore di Salvino La Rocca prende i documenti 324 e 326 agli atti e argomenta: “Quel giorno, il 3 novembre 2011 alle 15.20, il documento 324 indica La Rocca al passaggio a livello di via Sabatelli a Seregno; secondo il documento 326 alle 15.26 è in piazza Battisti alla Torre civica di Carate. Dunque 6 minuti tra i due posti. Produco un elaborato Michelin che parla di 12 minuti per compiere il tragitto. E' un caso? Visto che conosco la zona escludo ci si possa mettere 6 minuti per fare quel percorso. Sempre dai tabulati di Sfera è stato riscontrato che l'omicidio è stato organizzato e pensato a lungo?

Teste: “Si, dai tabulati!”.

Alla richiesta se oltre ai tabulati sono state fatte altre indagini la risposta è “No”.

Altra domanda: “Sa che la moglie di Salvino La Rocca lavora a Carate?”.
No!”.

Dal momento che lei all'indomani dell'omicidio ha sentito gli abitanti del palazzo di via Bramante, sa se è stata identificata la persona anziana che Lavinia Mihalache ha visto nell'ufficio di Vivacqua?”.
Non è stato identificato”.

Non può dare risposta all'avvocato Cacciuttolo che chiede conto del telefono DGL Mobil 2TE con sim dell'operatore svizzero di Paolo Vivacqua perchè “è stato consegnato alla Compagnia carabinieri di Monza”.

La Corte non ha l'elenco, avete fatto controlli negli alberghi e se sì quali sono stati i nomi controllati?”.
Sì a Desio, Muggiò, Lissone. Nessun nominativo sospetto”.

E Gangarossa Diego?”.
Abbiamo fatto servizio appostamento al funerale e visionato le registrazioni delle telecamere del Comune di Desio. Le registrazioni non sono state consegnate al pubblico ministero”.

Quali persone avete individuato al funerale?”.
Sossio Moccia, Marrone, Maro Infantino, Zema, Cannarozzo, ce n'erano molti...”.

Quante volte avete raccolto le dichiarazioni di Guttuso Gino?”.
Alla risposta tutt'altro che convincente del teste, l'avvocato mostra il verbale del 15 marzo 2013 - agli atti - riguardante l'incidente probatorio alla presenza del pm Donata Costa nella casa circonadariale di Monza su cui è scritto “presente il brigadiere Mosca”.

Avete sentito Carmelo D'Angelo e Bottaro Angelo?”.
No”.

Anche a lui il legale chiede della testa d'agnello lasciata a Desio davanti alla casa dei Vivacqua nel 2009.
La risposta è: “Mi sembra di sì, c'era in corso un'indagine ma e non è normale che io non ne sappia nulla dato che in quel periodo stavo facendo indagini per “Infinito” . Forse la testa d'agnello l'hanno lasciata davanti ad una casa in un altro Comune”.

Un'ultima domanda: “Le risulta che un cellulare intestato a Ilona Vasapolli era stato dato da Mario infantino in uso a Paolo Vivacqua?”.
Le indagini sono state fatte dalla Compagnia di Monza. Non posso rispondere”.

Tocca all'ultimo teste: Valentina Commaudo, moglie di Antonio Vivacqua che in Tribunale è stata accompagnata dal padre e da Davide Vivacqua, il minore dei figli da un paio di settimane rimesso in libertà. E' la figlia di Franca Lo Jacono uccisa nel giugno 2012 da Giarrana e Radaelli.
Ho conosciuto Antonio nel 1999, ci siamo sposati nel 2004. Nel 2011 ho iniziato ad occuparmi della Royal Aste con sede a Sesto San Giovanni, l'immobile era di Germania Biondo”.

Racconta: “Nei giorni precedenti l'uccisione, mio suocero portò tre persone a vedere il capannone. Mi disse che uno era calabrese e me lo indicò. Chiesi se intendevano rilevare l'attività. Poi ti spiego, fu la risposta. Di quelle persone avevamo una casella di posta spagnola”.

Pm: “Conosceva i fratelli di Lavinia Mihalache?”.
Forse li ho visti dopo la morte di mio suocero a casa di Lavinia. Non corrispondono alle persone venute a Sesto San Giovanni”.

Conosceva Diego Barba?”.
Anni prima, quando il mio primo figlio aveva due anni Barba era rimasto per un certo periodo, un mese o due, a casa dei miei suoceri. Aveva installato un allarme in casa nostra, poi mio padre aveva fatto eseguire i lavori da altra persona”.

Le viene chiesto dell'episodio accaduto in Sicilia nel 2010.
Eravamo in vacanza. Davide e Antonio sospettavano una relazione della loro madre col Barba. Chiedono alla madre e lei non dà risposte e allora vanno a casa del Barba e l'aggrediscono. Paolo, che era in Spagna con Lavinia, torna in Sicilia e dice a Davide e Antonio che vuole scoprire se Germania e Barba si scambiavano messaggi e chiederà a Barba il permesso di controllare il cellulare. Se la cosa è vera e hanno una relazione non finisce qui, dice ai figli. Altrimenti mi metto in ginocchio e gli chiedo scusa. Due giorni dopo i carabnieri vennero a casa, a Ravanusa, per una perquisizione: cercavano una pistola che non è stata trovata. Di quell'episodio Barba ha fatto una denuncia che è poi stata ritirata”.

Dopo questa situazione c'è stata riappacificazione?”, chiede Donata Costa.
No, non ha avuto esito”.

E tra Paolo Vivacqua e i figli?”.
Piano piano si sono rassegnati. Parlava con Davide e Gaetano, non con Antonio che ha incontrato il padre alla Fiera di Rimini tre giorni prima d'essere ucciso”.

L'avvocato di parte civile Daria Pesce domanda: “Valentina, nel corso del tempo in che rapporti era con sua suocera?”.
Dopo il 20 aprile 2012 io e mia suocera parlavamo, poi via via i rapporti si sono raffreddati fino alla morte di mia mamma”.

E' stata minacciata?”.
Mia suocera (Germania Biondo – ndr) mi prese per un braccio dicendomi: devi dire ad Antonio, stai attento a quello che fai! Dopo questo episodio ho visto mia suocera al funerale e ai colloqui in carcere”.

Su domanda specifica, la Commaudo dichiara: “Nel 2003 Antonio mi disse: mia madre vuole andarsene via. Un giorno del settembre 2013 ho visto l'auto della Biondo e quella di Barba davanti ad una cartoleria. C'era il forte sospetto ci fosse un legame tra i due”.

Le viene chiesto se conosceva Antonino Giarrana e Salvino La Rocca.
Giarrana no, Salvino sì. Per lavoro. Diego Barba e Salvino la Rocca erano presenti al mio matrimonio”.

Rivela che il giorno prima del funerale del padre “Antonio mi disse di sospettare di tutti”.

Ha mai contestato fatti specifici?”, interviene il legale di parte civile per Lavinia Mihalache, Franco Gandolfi.
No, aveva fiducia nelle indagini”.

E su questa ipotesi della relazione contestata?”.
Mai”.

Sa se suo suocero registrava su un libro le somme prestate?”.
Tante volte Antonio glielo chiedeva e Paolo rispondeva: sono fatti miei!”.

Aveva rapporti con Lavinia Mihalache?”.
Prima i rapporti erano a zero. Quando nacque Nicolas la Biondo mi disse, oggi è un brutto giorno: è nato il bastardo. Fino alla morte di Paolo con lei non abbiamo avuto rapporti. Paolo, col telefonino, ci aveva mandato la foto del figlio Nicolas”.

Valentina Commaudo tornerà a deporre alla ripresa del processo, il 12 gennaio 2015.

 

Seregno - Barazaghi dopo aver minacciato di morte Fabrizio Gatti chiede 27 milioni di risarcimento

di Fabrizio Gatti, articolo originale da blog Espresso 
Vicepresidente di Confindustria minacciò di morte giornalista dell’Espresso. Ora gli chiede 27 milioni di risarcimento

La reazione di Mario Barzaghi, allora vicepresidente di Confindustria della provincia di Monza e Brianza, intervistato sui suoi affari con una società poi sequestrata perché paravento del clan dei Casalesi. Anche un sindaco della Lega e un ufficiale dei carabinieri, soci di Barzaghi, hanno avviato cause civili: «Siamo stati danneggiati dall’inchiesta».

Scusate se devo scrivere di me stesso. Ma quel giornalista sono io.Minacciato di morte e bloccato per un’ora nell’ufficio di Mario Barzaghi, imprenditore e cavaliere del lavoro, allora vicepresidente di Confindustria della provincia di Monza e Brianza. Era successo mercoledì 10 aprile 2013. E qui sotto potete vedere quell’intervista e come è finita.
GUARDA Le minacce riprese dalla telecamera
 

Qualche giorno fa ho saputo, dal suo atto di citazione, che Mario Barzaghi ora mi chiede 27 milioni. Per l’esattezza, 26 milioni e 900 mila euro: «Condannare… al pagamento in favore del cav. Mario Barzaghi dell’importo di euro 15.000.000,00, di Effebiquattro spa (una sua società) della somma di euro 10.000.000,00, di Immobiliare Stefania (un’altra sua società) della somma di euro 1.000.000,00 a titolo di risarcimento del danno», è scritto nell’atto di citazione. Segue la richiesta di altri 900 mila euro a carico del «Gruppo Editoriale l’Espresso».
La storia in breve: l’allora vicepresidente di Confindustria di Monza, attraverso l’Immobiliare Stefania, il sindaco leghista di Seregno, Giacinto Mariani, e il capitano dei carabinieri, Luigi Spenga, loro attraverso due stretti familiari e un’anonima fiduciaria, aprono una società per importare pannelli fotovoltaici dalla Cina. E per la loro installazione, stringono un accordo con un’altra società. Agli industriali della zona si presentano con la stessa carta intestata: la «+Energy», la sigla che unisce Barzaghi, sindaco e capitano, e la «Simec». Alcuni mesi dopo, l’11 ottobre 2012, la «Simec» viene messa sotto sequestro dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere perché accusata di appartenere da lungo tempo alla costellazione di imprese dei boss dei Casalesi.

GUARDA L’ex amministratore unico della società di Barzaghi-Mariani-Spenga rivela a «Seregno Tv» il ruolo del sindaco della Lega e del capitano dei carabinieri.

Dopo la pubblicazione dell’inchiesta dell’Espresso, l‘Arma dei carabinieri, totalmente estranea, ha immediatamente trasferito il capitano di Seregno. Mario Barzaghi si è dimesso dalla carica di vicepresidente provinciale di Confindustria. Matteo Salvini, futuro leader nazionale della Lega, ha invece tenuto in piedi il suo sindaco nonostante le dimissioni in blocco, per protesta contro lo scandalo, di tutti i consiglieri comunali leghisti.
Ora Barzaghi, dopo le minacce nei miei confronti ripetute anche davanti ai carabinieri, invece di prendersela con se stesso o con i suoi ex soci, il sindaco e il capitano, o il prestanome dei Casalesi con cui hanno firmato accordi, se la prende con me. E chiede un risarcimento tale che, se il giudice del Tribunale di Monza dovesse dargli ragione, impegnerebbe me, la mia famiglia e i miei nipoti per non so quante generazioni a lavorare per lui.

Anche il sindaco della Lega, Giacinto Mariani, chiede soldi. Nella sua causa civile la richiesta è di 400 mila euro: «Consumata la fase acuta dell’epidemia virale scatenata dai veleni messi in circolo da L’Espresso», è scritto nell’atto di citazione, «cosa è emerso dai gravi e fantasiosiaccostamenti del Sindaco Mariani alla malavita propugnati nell’articolo? Nulla. Nulla, e ancora nulla. Non solo Giacinto Mariani all’epoca dei fatti non era nemmeno iscritto al registro degli indagati ma, ad oggi, non è neppure destinatario di alcuna accusa di alcun tipo». Come se l’etica di un buon amministratore pubblico fosse dettata solo dal codice penale.

E pure il capitano Luigi Spenga chiede soldi: 500 mila euro di risarcimento più gli interessi. Certo, se perfino il comandante di una compagnia dell’Arma entra in società attraverso i familiari con il sindaco della città e si mette nelle condizioni di non accorgersi delle infiltrazioni della criminalità, potremmo alzare tutti bandiera bianca. Ma va aggiunto che l’Arma in questo pasticcio in salsa brianzola non c’entra nulla.
Barzaghi, Mariani, Spenga sostengono che non potevano conoscere le attività passate e future di Ugo Cincotto, l’amministratore della Simec. Ma infatti nessuno ha accusato i tre di essere consapevoli di cosa esistesse dietro la Simec. Ovviamente qualunque cittadino ha il diritto di ricorrere all’autorità giudiziaria. E anche il diritto di critica, che il sindaco della Lega ha così esercitato in una conferenza stampa poche ore dopo la pubblicazione dell’inchiesta dell’Espresso: «Dietro sicuramente c’è una scelta strategica di massacrare la mia persona, l’amministrazione e tutte le cose che ho fatto e sto facendo contro la mafia. Stranamente più alzo l’attenzione nei confronti della lotta alla mafia e più… cercano di denigrare la mia persona». Come se chi scrive fosse al servizio dei mafiosi.

Viviamo in un «Paese che ha certamente bisogno di cambiamenti, ivi compresi quelli di cultura e di coscienza», sostiene l’ex vicepresidente provinciale di Confindustria nel suo atto con cui chiede i 27 milioni. Ha ragione. Ma ancora una volta si tenta di colpire chi racconta la realtà. Anche quando dà fastidio.

LEGGI La storia integrale è raccontata nell’inchiesta: «IN BRIANZA TRA LEGA E CLAN. Il sindaco, il numero due della Confindustria locale, il capitano dell’Arma. In affari con i Casalesi. I segreti del modello Seregno».

 

Processo per le tangenti di “Carate Nostra”. Via Tagliamento area a coltivo. Poteva costruire solo un imprenditore agricolo

di Pier Attilio Trivulzio

E' durata soltanto 40 minuti, giovedì, l'udienza in Tribunale davanti al Collegio 3 (giudici Pansini, Centonze, Colella) per il processo “Carate Nostra” che vede imputati l'avvocato Antonino Brambilla, unico presente in aula, Giorgio Giussani, Angelo e Calogero Miceli e Walter Longoni.

Non si è parlato delle tangenti pagate dal rotamat Paolo Vivacqua a politici e professionisti locali per rendere edificabili con il Pgt del 2009 i terreni agricoli a ridosso della Valassina, ma di quelli di via Tagliamento che fanno parte del Parco della Valle del Lambro - per il cui cambio di destinazione sarebbe stata pagata una tangente di 150mila euro - e del ruolo di Walter Longoni nella società 3I srl, interessata all'area di via Tagliamento e che ha edificato una palazzina in via Padova.

Erano stati chiamati a testimoniare l'architetto Fabio Conca che non si è presentato, e il professor Paolillo del Politecnico di Milano che su incarico dalla Regione Lombardia si era occupato del Parco Valle Lambro che però risulta ricoverato. Il pubblico ministero Donata Costa ha detto “se sarà possibile sentirlo in modo diverso dal codice lo farò, altrimenti rinuncio alla sua testimonianza”.

Su domanda dell'avvocato Alessandro D'Addea il commercialista Modesto Pirola ha spiegato il suo rapporto professionale con Walter Longoni. “Lo conosco dal 2008 - ha esordito il teste -. Aveva abbandonato il suo commercialista e si era rivolto a me per una consulenza fiscale. Ha un'azienda, la Omnia Piega di Carate che occupa 25 persone ed ha un fatturato variabile dai 2,5 ai 4milioni di euro. L'attività tessile è principale per Longoni, come complemento ha società immobiliari, ne ha 7 o 8 ed io ne seguo 3 o 4”.
Può quantificare l'investimento di Longoni nel settore immobiliare?”, chiede il legale.
E' un investimento a rotazione variante tra i 500 e gli 800 mila euro. Non sono a conoscenza per quanto riguarda le altre società immobiliari, quelle che curo io dal punto di vista fiscale e contabile so che utilizzava Massimo Pirovano persona che conosce da 20 anni e che gli seguiva il lato tecnico. Longoni investiva e alla fine chiedeva se l'investimento era andato bene o male”.

Spiega che “nel settore tessile Walter Longoni è molto puntiglioso, si occupa dell'azienda a 360° mettendosi anche personalmente a tagliare i tessuti, nel settore immobiliare è invece soltanto un socio finanziatore. Vista l'aria che tirava gli avevo consigliato di uscire dal settore, a ciò vanno aggiunti nel 2009 suoi grossi problemi di salute e problemi nell'Omnia Piega. E' stato per lui un periodo maledetto”.

Nel settore immobiliare ha cercato di fare dismissioni – aggiunge -, si era dato tempo 3-4 anni. In un paio di società si è tolto. Tutto è successo il 12 luglio 2012 quando, colpo di fulmine a ciel sereno, per ordine della Procura quattro società sono state sequestrate. Io e lui soli abbiamo dovuto affrontare la situazione: un socio era sparito in Svizzero, altri erano stati arrestati. Siamo stati assaliti dalle banche che ben sapevano che da lui avrebbero portato a casa qualcosa. Dopo il 12 luglio abbiamo fatto il punto sui fornitori che chiedevano d'essere pagati e non sapevamo se davvero andavano pagati perché di questo problema se ne occupava Pirovano. C'era anche il custode giudiziario, ci siamo interfacciati con lui”.

Avvocato D'Addea: “Ci sono creditori che avanzano pretese?” .
Sì, anche perchè c'era una fidejussione che l'avvocato della controparte ha escusso ed allora le banche si sono fatte avanti”.

Problemi con i soci?”.
No, eravamo troppo presi da questa situazione, abbiamo cercato di preservare le società immobiliari”.
Depone quindi l'architetto Leopoldo Motta all'epoca dei fatti responsabile dell'urbanistica del Parco Valle Lambro. “Ho fatto la verifica dei 35 Comuni che ora sono diventati 36, in base al piano del 1997 e poi del 2000, che è quello attualmente vigente. Un lavoro di setaccio per verificare la disciplina dell'area, ovvero se c'erano incongruenze. Che ho poi indicato al Comune di Carate e alla Polizia Giudiziaria. Ricordo che il piano territoriale approvato dalla Regione Lombardia prevale. Potrebbe però valere quello del Pgt se più restrittivo”.

Non ha dubbi l'architetto Motta quando gli viene chiesto dell'area di via Tagliamento. “E' un'area coltivo”.

Su domanda del pubblico ministero il teste dice che “con l'ingresso del 36° Comune, Cassago si farà un piano unico. Se così non fosse occorrerebbe rifare il piano per tutti i Comuni e l'approvazione finale spetta alla Regione Lombardia”.

Come mai è stato conferito un incarico diciamo privato all'avvocato Brambilla?”, domanda il pm.
L'incarico è stato conferito dal precedente direttore per un affiancamento giuridico”.

Alla richiesta se avesse esaminato l'elaborato dell'avvocato Brambilla il teste risponde “”, aggiunge “Non so” quando gli viene chiesto se il Piano di governo del Territorio del Parco Valle Lambro sarà quello preparato da Antonino Brambilla.
Inevitabile arriva la domanda sull'area di via Tagliamento. “E' zona di coltivo – ribadisce l'architetto -. Stando alle normative vigenti per le area agricole solo un soggetto che ha la qualifica di imprenditore agricolo può costruire lì”.

E' ammissibile la realizzazione sull'area di un'opera di servizi ospedalieri, una casa per anziani?”.
L'ospedale sì. Però dovrei verificare le normative vigenti”.

Alla prossima udienza – l'8/a - del 19 dicembre deporranno l'architetto Giancarlo Parma, responsabile dell'Urbanistica del Comune di Carate e gli architetti Fabio Conca, Giuseppe Calardo, Enrico Mengo, Rosanna Ghiringhelli. Il 9 gennaio 2015 ci sarà l'esame degli imputati e verrà chiamato l'ex Assessore all'urbanistica, Sandro Sisler. Il 22 gennaio le conclusioni.

 

Monza - Processo Vivacqua. La passione di Paolo per il pirodistilgasogeno, un impianto anche in Romania

di Pier Attilio Trivulzio

Con l'aiuto di politici locali Paolo Vivacqua era in procinto di avviare a Ravanusa un modernissimo impianto di riciclaggio di rifiuti in grado di trasformare l'immondizia in elettricità; al tempo stesso pensava di costituire in Romania una società con lo stesso scopo sociale.

A vedere l'impianto “con un geometra e un amico venuti dalla Sicilia”, l'8 ottobre 2011 Vivacqua era andato, non a Orzinuovi come aveva detto in aula l'avvocato Loreno Magni bensì a Montichiari dove ha sede la “Piromak srl”; a fine ottobre (week end dei morti) era stato in Romania con la compagna Lavinia Mihalache ed era andato a vedere un grande immobile vicino a Bucarest che aveva deciso d'acquistare fissando con la proprietà un appuntamento per il 18 novembre. Per il viaggio aveva già acquistato i biglietti aerei.


L'11 novembre, per prendere ulteriori accordi sulla disponibilità dell'impianto di pirodistilgasogeno, era andato a visitare “Ecomondo”, alla Fiera di Rimini. Viaggio fatto in compagnia di Salvatore Grasta, Nicola Licata Caruso e Enzo Infantino sulla Bmw a cui la Guardia di finanza di Gorgonzola aveva piazzato la “cimice”.

E' tanto preso da questo business dell'immondizia, che, il 14 novembre, alle 9.28 e alle 10.34 ne parla con il sindaco di Ravausa Carmelo D'Angelo; alle 10.23 e alle 10.34 con Angelo Bottaro. Alle 10.51 è lui che chiama Domenico Tanfoglio, titolare della “Piromak srl”, dicendogli d'avere fretta di concludere perchè “il 29 scadono i fondi che la Sicilia mette a disposizione e bisogna fare tutto in giornata”. E' l'ultima telefonata del rotamat. Sette colpi di calibro 7,65 lo raggiungono, cade a terra dietro la scrivania nell'ufficietto di via Bramante d'Urbino a Desio, il cellulare ancora in mano, la sciarpa al collo e mille euro nel portafoglio.

Per la Procura di Monza l'omicidio sarebbe stato commissionato dalla ex moglie di Vivacqua, Germania Biondo. Processo in Corte d' Assise.

Il motivo, una presunta relazione con l'elettricista aspirante investigatore Diego Barba che si sarebbe rivolto a Salvino La Rocca il quale avrebbe assoldato come killer Antonino Giarrana e Antonio Redaelli. In diverse telefonate intercettate la Biondo parla delle difficoltà economiche in cui versa da quando Paolo Vivacqua è andato a vivere con la giovane compagna Lavinia Mihalache e non provvede al suo sostentamento.

Ora però emergono nuovi elementi. Raccontati dal colonello Marco Selmi nell'udienza scorsa che combaciano con la deposizione della teste Elena Pricop, in servizio dal 12 settembre al 17 novembre 2011 come domestica e baby sitter nella casa di Carate Brianza dove Paolo Vivacqua viveva con Lavinia Mihalache e il piccolo Nicolas. Ammette la Pricop d'avere avuto un rapporto difficile con Lavinia che però le avrebbe fatto imbarazzanti confidenze come quella di un infermiere dell’ospedale di Desio con cui Lavinia, avrebbe intrecciato una relazione. “Bisogna sempre avere una soluzione di riserva”, le avrebbe detto Lavinia.

Dalla deposizone emerge la fragile personalità della Pricop che dal 2006, lasciata la Romania, viene in Italia e però, continuamente, cambia posto. Ha un figlio 13enne di cui sente la mancanza e allora lo fa venire a Desio.
Piange in aula quando il presidente Giuseppe Airò le chiede “Perché Lavinia non era contenta di lei?”.

Un difensore le ricorda d'avere dichiarato: “Dopo la morte di Paolo Vivacqua Lavinia mi minacciò dicendomi di stare attenta a quello che dicevo”.

Le viene chiesto della presenza in Italia dei fratelli di Lavinia pochi giorni giorni prima della morte di Vivacqua. “– conferma -. Uno dei fratelli sarà venuto cinque o sei volte nei due mesi che sono stata a servizio. Dormiva in casa. Era venuto perché Paolo doveva incontrare un americano e lui avrebbe fatto da traduttore. Ricordo che una sera che stavo preparando la cena ho visto il fratello sul terrazzo in compagnia di due uomini”.

Interviene il pubblico ministero Donata Costa che legge dichiarazioni a verbale. “Dopo il viaggio in Romania i fratelli di Lavinia sono venuti in Italia con un'auto nera con targa rumena. Ho lavorato fino a sabato 12 novembre e in casa c'erano le loro valigie. Il lunedì non ho più visto né i bagagli né loro”.

Dei due uomini e dell'auto nera con targa rumena aveva parlato nella precedente udienza il colonello Marco Selmi della Guardia di finanza facendo riferimento ad una informativa.

Depone Salvatore Longo, carabiniere della stazione di Campobello di Licata, chiamato da Diego Barba il 17 agosto 2010 dopo essere stato aggredito e picchiato da Antonio e Davide Vivacqua. “Avendo trovato la porta di casa aperta avevano aggredito a calci e pugni il Barba, avevano anche un bastone”, riferisce il teste che precisa d'essere stato contattato direttamente dal Barba sul suo cellulare dopo che questi aveva informato dell'aggressione il comando di stazione. “Due giorni dopo Barba mi ritelefonò dicendomi d'avere una forte preoccupazione perchè la ex moglie, Germania Biondo lo aveva avvisato che Paolo stava tornando in Sicilia e che possedeva una pistola”.

La telefonata di Barba la ricevetti alle 16.44, alle 23.02 mi richiamò dicendomi che Paolo Vivacqua, previo avviso, s'era presentato a casa sua accompagnato da Calogero Licata Caruso (cognato di Diego Barba – ndr) minacciando di morte lui e i suoi figli. Non farti trovare in giro, gli aveva detto, mandi i messaggi sul cellulare a mia moglie”.

Su domanda dell'avvocato Paolo Sevesi difensore di Diego Barba l'appuntato riferisce della sua conoscenza con Barba. “Lo conosco dal 1995, frequentava la chiesa Evangelica di cui io sono ministro del culto. Era elettricista e possedeva un'agenzia di assicurazioni. Ha sempre avuto la passione per le indagini”.

Gli affari portavano Paolo Vivacqua ad avere rapporti con personaggi legati alla 'ndrangheta. Come Domenico Zema arrestato nell'ambito dell'inchiesta “Infinito”, riarrestato e indagato 416bis nell'inchiesta “Tibet” assieme al rotamat di Ravanusa Giuseppe Vinciguerra, dal luglio 2011 braccio destro del gruppo 'ndranghetista comandato da Giuseppe Pensabene.

In aula Zema racconta dei suoi rapporti d'affari con Paolo Vivacqua interessato all'acquisto di un immobile a Cesano Maderno e di un terreno a Carugo a cui era interessato anche Giuseppe Vinciguerra. Ammette d'aver ricevuto finanziamenti e di dovere ancora 200mila euro. “Se i figli me li chiederanno...”.

Tocca a Mario Infantino che con Paolo aveva acquistato un bar a Muggiò e viene fuori il nome di Antonio Robertone detto “Ciccio Panza” appartenente al clan 'ndraghetista dei Mancuso, in carcere per droga.

Depone quindi l'investigatore Attilio Cascardo il quale dice d'avere avuto dal socio Diego Barba l'incarico di sorvegliare Paolo Vivacqua. “Sorveglianza e pedinamento che la cliente Germania Biondo aveva chiesto alla fine del 2010 per dimostrare l'infedeltà coniugale del marito che abitava ancora con lei ma la sera non era mai a casa. Una questione di corna”.

Però un vero e proprio mandato dalla cliente dice di non averlo ricevuto, d'aver fatto soltanto un paio di sorveglianze e alla contestazione sulla cifra richiesta il teste dà risposte diverse rispetto a quelle verbalizzate e soprattutto una serie di intercettazioni dimostrano che sta raccontando una diversa verità.

Gli viene chiesto di spiegare i suoi rapporti con il carabiniere Sossio Moccia e di Vincenzo Battistello in servizio alla Polizia giudiziaria di Monza.

Aveva altri rapporti con personale della Guardia di finanza e con Attilio Santoro con il quale ha avuto una conversazione quando Santoro ex onorevole stava a Roma?”, chiede il pm Donata Costa.
Non lo sentivo da diverso tempo...”.
Lei lo sente nel 2012, perchè? Avevate interessi comuni?”, insiste la pubblica accusa. “E' un ex onorevole indagato per il 416 bis...”.

Qual è la rilevanza in questo processo?”, domanda l'avvocato Manganelli, difensore di Salvino La Rocca.
Volevo capire se Attilio Santoro era a conoscenza – legge il pm - Volevo metterlo al corrente di alcune cose, metterli in regola per duemila euro. Era il 2012...”.
Aveva una scuola serale...”, risponde l'investigatore.

E lei organizza una trasferta in Calabria?” chiede il pm.
L'onorevole me lo aveva chiesto, se ci sono persone che vogliono prendere il diploma pagano duemila euro”.
Non demorde la pubblica accusa: “Cosa è andato a fare in Calabria? Chi è Franco Manca e che rapporti aveva con l'onorevole Santoro?”.
Risposta: “Manca è un commercialista calabrese con cui dividevo un ufficio”.
Con questo Franco Manca lei va in Calabria dall'onorevole Santoro per vedere che cosa?”.

L'investigatore perde la sua sicurezza. E' in evidente imbarazzo. Dice soltanto: “Era una cosa in più...”.
Non è convinta Donata Costa, che, probabilmente, chiamerà nuovamente Cascardo sul banco dei testimoni.

Anche Battistello sfila in aula e racconta della sua conoscenza con Cascardo e Barba. “Davanti al palazzo di giustizia di Monza Cascardo mi disse di avere elementi da portare in Procura perché la moglie di Vivacqua voleva fare arrestare Paolo e i figli. Dopo un paio di giorni mi disse: ho già fatto tutto io con un colonnello della Guardia di finanza di Lodi che conosco”.

Subito dopo le deposizioni di Attilio Cascardo e di Vincenzo Battistello, con una dichiarazione spontanea, Diego Barba tiene a precisare di “non aver fatto né indagine e neppure pedinamenti. L'incarico di Germania Biondo alla società di Cascardo era per una consulenza e io non mi sono mai messo in mezzo”. In merito a quanto dichiarato da Battistello dice invece che “fa confusione con altra signora”.

In merito alla fonte confidenziale che indicò la signora Biondo come mandante dell'omicidio ha deposto il maresciallo Giovanni Cosentino. “Mi limitai a fare accertamente anagrafici su Gino Guttuso e sulle sue frequentazioni in un bar di Desio luogo di ritrovo di pregiudicati”.

Elena Pricop sarà nuovamente chiamata a testimoniare. Alla prossima udienza del 15 dicembre sono previsti come testi Calogero Licata Caruso, il capitano Cataldo Pantaleo che coordinò le indagini e Valentina Commaudo, moglie di Antonio Vivacqua e figlia di Franca Lo Jacono uccisa da Antonino Giarrana e Antonio Redaelli nel box di Desio. Per questo fatto Giarrana e Redaelli sono già stati condannati.

 

Seregno - La 'ndrangheta, Giacinto Mariani e le famiglie come le altre

di k.ts.

Martedì, conferenza stampa del sindaco. L’occasione della sua convocazione é stata la sentenza di assoluzione nel processo milanese che ha visto Giacinto Mariani imputato con l'accusa di appropriazione indebita.

La notizia del processo era stata pubblicata da Infonodo.org ed era caduta nella settimana del voto per il rinnovo del Parlamento Europeo, dove Mariani era candidato per la Lega Nord.
Nell’articolo, oltre al rinvio a giudizio, affrontavamo anche la questione della campagna elettorale di Giacinto Mariani e il video del suo spot elettorale girato nella panetteria Tripodi a Seregno (vedi Seregno - Il sindaco a processo per appropriazione indebita).

La conferenza stampa - alla quale non eravamo stati invitati - ci ha dato finalmente la possibilità di chiedere al sindaco sull’opportunità di girare lo spot elettorale proprio nella panetteria della famiglia Tripodi, coinvolta in inchieste di ‘ndrangheta.

Alla nostra domanda Giacinto Mariani ha risposto convinto: “E’ una panetteria come tutte le altre, è una famiglia come tutte le altre di Seregno, ha un’attività legale sul territorio. Lei ce l’ha un’attività sul territorio?” 

Nel processo Infinito, in cui il comune di Seregno si è costituito parte civile, Antonino Tripodi che fa il panettiere è stato accusato di associazione mafiosa e di far parte della locale di ‘ndrangheta di Desio. É stato condannato a cinque anni di reclusione in primo grado con sentenza confermata in appello per detenzione illegale di armi clandestine (alcune con matricola abrasa).

Nella sentenza si legge:

Tripodi Antonino, detto Nino, è un soggetto incensurato, titolare, insieme al padre, di un panificio a Seregno, presso il quale all'epoca dei fatti svolgeva effettivamente attività lavorativa.
E' coniugato con Pio Francesca, nipote di Pio Candeloro (condannato a 21 anni di reclusione e considerato capo della locale di Desio - ndr).
La madre di Tripodi, Crea Teresa, è sorella di Crea Paolo, menzionato quale capo locale di Desio, nella sentenza emessa dal Tribunale di Milano in data 21 ottobre 1997 a conclusione del processo denominato "l fiori della notte di San Vito, ed è nipote della moglie di Pio Domenico (condannato a 16 anni di reclusione, locale di Desio - ndr).
Sono state intercettate una serie di conversazioni telefoniche che documentano i rapporti del Tripodi con Pio Candeloro, con Sgrò Giuseppe (locale di Desio - ndr), con Sgrò Eduardo (locale di Desio - ndr), con Polimeni Candeloro (condannato a 11 anni di reclusione, locale di Desio - ndr).
I dialoghi captati sono neutri quanto alloro contenuto, perché attengono tutti a forniture di pane (che in particolare Pio Candeloro omette di pagare) all' organizzazione di partite di calcetto e ad incontri di carattere conviviale, ma la frequentazione da parte di Tripodi di più soggetti intranei al locale di Desio ha indubbiamente un valore indiziante rispetto alla sua partecipazione al delitto associativo”.

Antonino Tripodi viene assolto dall’accusa di far parte del locale di ‘ndrangheta di Desio perché scrivono i giudici:

Gli elementi indizianti a carico dell'imputato, costituiti dalla frequentazione di soggetti intranei al locale di Desio e dal concorso nella detenzione di armi ed esplosivi quali quelli descritti, pur essendo precisi e concordanti, non raggiungono la rilevanza della prova certa perché non sono tra loro correlati da quell'anello che li avrebbe dotati di univoca significatività, costituito dalla riferibilità delle armi al locale di Desio, i cui esponenti sono gli unici imputati con cui risulta che il Tripodi abbia avuto un rapporto.
Conseguentemente l'imputato deve essere assolto dal delitto ascritto al capo l) per non avere commesso il fatto”.

Ed è giusto che sia così. Siamo in uno stato di diritto e per togliere la libertà a una persona ci vogliono prove certe.

Qui però non stiamo parlando della situazione processuale di Antonino Tripodi, né stiamo parlando di qualcuno che va a comprarsi un chilo di pane in panetteria o a bersi un caffé, qui stiamo parlando del sindaco di Seregno, Giacinto Mariani, che decide in campagna elettorale di legare la sua immagine a quella della famiglia Tripodi, legata a sua volta da vincoli parentali a una serie di soggetti di notevole spessore criminale.

In un nord Italia, visto che Mariani correva alle europee nella circoscrizione Nord Occidentale (Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia), dove varie inchieste hanno dimostrato come il voto mafioso e ‘ndranghetista sia in grado di influenzare le elezioni.

In politica i simboli sono importanti, non soltanto quelli stampati sulle schede elettorali. Per la ‘ndrangheta i simboli sono importanti, basti pensare al valore che danno alle loro iniziazioni.
Un sindaco che fa campagna elettorale nel locale di un pregiudicato* coinvolto in un inchiesta di ‘ndrangheta, imparentato con un boss locale, è un simbolo che in Calabria leggono benissimo.

In una Brianza che ha una presenza ‘ndranghetista radicata sarebbe ora che si imparasse anche qui a leggere certi segnali.

Nell’ordinanza dell’inchiesta Insubria, ultima operazione contro la ‘ndrangheta in Lombardia di qualche settimana fa, il Giudice per le Indagini Preliminari, Simone Luerti, scrive nel paragrafo Linee di tendenze dell'operatività del sodalizio criminale in Lombardia:

“La 'ndrangheta è radicata nel territorio lombardo, cioè ne costituisce una presenza stabile e costante. Ciò ovviamente ne determina una forma di visibilità e riconoscimento”.

“Si è pertanto superata la logica della infiltrazione, intesa come sporadico inserimento dei mafiosi in traffici illeciti e ad essa è subentrato il radicamento. Alla logica degli affari è stata affiancata la logica della appartenenza; al modello di azione tendente al profitto si è unita una modalità operativa finalizzata all'esercizio del potere; agli interessi individuali delle singole "locali" e dei singoli appartenenti si sono affiancati gli interessi collettivi dell' organizzazione criminosa”.

“Il radicamento della 'ndrangheta in Lombardia determina la presenza di una condizione di assoggettamento e omertà diffusa, frutto della forza di intimidazione che promana dall'associazione mafiosa armata e radicata sul territorio lombardo”.

“L'associazione ha per scopo la commissione di reati (estorsioni, usure, delitti contro il patrimonio in generale, omicidi, altri delitti contro la persona, traffico di rifiuti, favoreggiamento di latitanti, incendi, recupero crediti con modalità intimidatorie), l'acquisizione di attività economiche, l'inserimento in competizioni elettorali al fine di procurare voti a soggetti poi disponibili ad esaudire i desiderata del sodalizio mafioso nonché il conseguimento di vantaggi ingiusti”.

“Tra le condizioni di contesto che hanno consentito il radicamento della 'ndrangheta in Lombardia vi è la disponibilità del mondo imprenditoriale, politico e delle professioni (cioè il cosiddetto capitale sociale della 'ndrangheta) ad entrare in rapporti di reciproca convenienza con il sodalizio mafioso”.

In modo coinciso si può dire che la ‘ndrangheta in Lombardia si va ormai costituendo come vero centro di potere che attrae verso sé settori borghesi.
I centri di potere, anche se criminali, non si possono affrontare solo con le armi del codice penale. La Brianza ha bisogno di una classe politica che consideri la presenza della 'ndrangheta nel territorio come una vera e propria emergenza sociale ed economica, un nemico per la democrazia.

In Brianza di politici "capitale sociale della ‘ndrangheta" se ne sono visti troppi.

Quando Giacinto Mariani parla a sproposito di killer e di bombe relativamente ad articoli sul nostro sito, si dovrebbe ricordare che le armi e gli esplosivi - quelli veri - stavano nel box di Antonino Tripodi che per quelle armi e quell’esplosivo è stato condannato, vedi sotto.
 

Tripodi Antonino


 ** Nell’ordinanza di custodia cautelare dell’inchiesta Tibet di quest’anno che ha individuato in Giuseppe Pensabene il nuovo reggente della locale di Desio, i nomi della famiglia Tripodi, di Antonino Tripodi e della sorella Isabella compaiono in un passaggio significativo.

Scrivono gli inquirenti:
“Ulteriori elementi rivelatori dello “spessore” criminale di GIORDANO Fausto derivano dai suoi contatti con alcuni altri pregiudicati calabresi già emersi nell’ambito dell’indagine “Infinito”, e ritenuti vicini alle locali della ‘ndrangheta di Seveso e di Desio (MB), quali ALAMPI Giuseppe e TRIPODI Antonino .

Con riferimento a TRIPODI Antonino alias “Nino”, detenuto in forza del provvedimento restrittivo emesso nel procedimento penale “Infinito”, alle ore 15.45 del 22.07.2011, GIORDANO Fausto veniva chiamato da TRIPODI Isabella alias “Isa”, sorella di TRIPODI Antonino, che utilizzava la scheda cellulare n. xxx, che gli faceva gli auguri di compleanno. GIORDANO manifestava il suo “rispetto” verso la famiglia TRIPODI, chiedendole informazioni sullo stato giudiziario del fratello TRIPODI Antonino”.

Isabella Tripodi (una delle danzatrice dello spot elettorale del sindaco di Seregno) compare anche nel consiglio di amministrazione dell’immobiliare Metro Quadro srl.
Secondo gli inquirenti la società era di fatto riconducibile a Fausto Giordano e da questi messa a disposizione di Giuseppe Pensabene.
Giuseppe Pensabene e Fausto Giordano sono stati arrestati a marzo di quest’anno. Sono imputati ai sensi dell’art. 416-bis di associazione mafiosa oltre ad altri reati tra cui usura e riciclaggio.

Monza - L'ex sindaco di Roncello doveva 700mila euro a Paolo Vivacqua. Quarta udienza del processo per l'omicidio del rotamat

di Pier Attilio Trivulzio

Non è stata un'udienza tranquilla quella del 24 novembre scorso. In aula non sono mancati i momenti di tensione.
C'è stato anche un momento in cui il presidente Giuseppe Airò, ha dovuto fare la voce grossa e “rimproverare” i legali, nel rispondere alla richiesta dell'avvocato Cacciuttolo, difensore di Germania Biondo, che chiedeva di rinviare alla prossima udienza l'escussione del teste Martella, acquisendo però la relazione redatta dallo stesso maresciallo della GdF di Gorgonzola.

La pubblica accusa aveva invece espresso la volontà di sentire il teste “che era teste principale al processo di Milano e riferisce sull'attività di Vivacqua un anno prima dell'uccisione. Chiedo quindi, non essendone a conoscenza, di sentire cosa dice”.

Il presidente decide: “Anch'io non ho la relazione tra gli atti, sentiamolo e scopriremo in diretta. Se ci sono problemi si può rinviare il controesame”.
Il teste Martella riferisce di crediti che Paolo Vivacqua vantava: 46mila euro prestati al camerunense Louis Paul Anguini, defunto marito dell'avvocato Antonella Savarino, dei 700mila euro che gli doveva Stefano Monzani, sindaco di Roncello dal 1999 al 2009, il quale voleva fare il compromesso per due immobili a Trezzano Rosa. “Da intercettazioni e da un documento sequestrato nell'ufficio bolognese dell'avvocato Loreno Magni – riferisce il maresciallo della Gdf - per garantirsi il credito dalle banche Stefano Monzani voleva costituire e farsi nominare amministratore di società estere
A domanda aggiunge “che Monzani è riferibile a Erica Group immobiliare”, società cancellata di cui l'avvocato Magni si occupava, tanto che – come aveva riferito il legale in una precedente udienza - alla chiusura dell'attività aveva convinto i Vivacqua ad assumere alla FV Metalli con funzioni di segretaria la signora Belotti.
In questo momento voglio contanti, no immobili”, dice Vivacqua in una intercettazione.
Durante le indagini, precisa Martella, abbiamo scoperto che “Monzani , con la moglie, aveva quote in società inglesi”.

Processo difficile quello dell'uccisione di Paolo Vivacqua.

Dei cinque imputati, in quattro udienze, abbiamo sentito soltanto la voce di Diego Barba, l'aspirante investigatore privato che per la Procura avrebbe allacciato una liaison con Germania Biondo ex moglie del rotamat siciliano salito al nord e stabilitosi in Brianza.

Dal gabbio Diego Barba ha chiesto la parola per precisare che lui della società Vibi srl, nel 2003, era sì uno dei soci con capitale di 12.500 euro “soltanto perché il signor Paolo Vivacqua, di cui ero amico d'infanzia, mi aveva chiesto la cortesia di mettermi nella società visto che necessitavano nove soci e ne mancava uno. Io allora ho detto: costituisco la società e mi fai socio, dopo un paio di mesi mi tolgo. E così è stato. Per i Vivacqua mi sono soltanto occupato dell’installazione nei loro immobili di impianti elettrici e telecamere”.

Dagli atti dei processi, quello di Milano per le società cartiere e le false fatturazioni e questo di Monza sull'omicidio, emerge un Paolo Vivacqua non in attrito con i figli Antonio e Gaetano, bensì un padre ben contento di vedere che il primogenito, Antonio, aveva deciso di seguire le sue orme (vedi Il sogno spezzato di Paolo Vivacqua: un impianto in Sicilia per trasformare in oro i rifiuti) costruendo sui terreni agricoli seminativi alle spalle del capannone della FV Metalli di Gessate acquistati dalla Gestim srl un impianto tecnologicamente all'avanguardia in grado di sfornare energie alternative: il pirodistilgasogeno invenzione dell'ingegnere Domenico Tanfoglio titolare della bresciana Piromak srl.

Padre e figlio s'erano infatti ritrovati alla Fiera di Rimini per “Ecomondo” l'11 novembre 2011, tre giorni prima che Paolo venisse ucciso.

Per trasferire i terreni agricoli seminativi di Gessate Antonio Vivacqua aveva costituito in Svizzera la Jet Web che doveva poi, in un secondo momento, cedere capitale e immobili ad una società ad hoc negli Stati Uniti.

Si torna anche a parlare dei debiti di Domenico Zema – il 1. dicembre sarà teste in aula – che ammonano a 250mila euro; alle telefonate di corteggiamento di uno spasimante, cinese, di Germania Biondo che chiama usando però usando un cellulare con carta sim intestata ad un pachistano.
E poi, quando un carabiniere in servizio al Comando di Monza sfila come ultimo teste s'assiste ad una girandola di sim estere infilate e sfilate nei cellulari in uso alla intera famiglia Mihalache.

Sim di operatori spagnoli, moldavi, rumeni, svizzeri, ukraini.

Usate da Lavinia, da Carmi, da Eduard.
Spunta tal Roberto Santambrogio, amante o ex di Lavinia.

L'uomo dell'Arma, sollecitato dai legali degli impurati, riferisce “non si sa dov'erano i Mihalache nei giorni prima e dopo l'uccisione di Paolo Vivacqua”. Ci sono i tabulati ma è come leggere un libro in cirillico senza conoscere la lingua. Il teste è bersagliato da domande che però non hanno risposte esaurienti. Il militare dell'Arma sciorina una sequenza di fatti riferiti da fonti confidenziali, ovviamente anonime, che tali restano.

Subito dopo l'omicidio, dice, sono stati “attenzionati” Salvatore Quartararo, Domenico Zema, Robertone (a processo a Milano con Giuseppe Pensabene ed altre 40 persone per la banca fantasma di Seveso– ndr).
Subito dopo l'omicidio di Vivacqua viene intercettato Diego Barba in quanto “aveva contattato i figli di Vivacqua per poter partecipare al funerale”.

Sostanzialmente – racconta il carabiniere – al Barba, che in estate a Campobello era stato picchiato da Antonio e Gaetano, era stato concesso il benestare alla patecipazione ai funerali di Paolo”.
..Motivo di questa richiesta del Barba sembrerebbe....”.

L'avvocato Cacciuttolo lo stoppa. Il presidente dice: “Opponetevi”.

Il teste continua: “Barba non aveva fatto denuncia per l'aggressione subìta dai fratelli Vivacqua e per questo aveva chiesto di poter partecipare ai funerali”.

Perquisizioni dei carabinieri a Campobello?”, chiede l'accusa.
L'avvocato Paolo Sevesi difensore di Diego Barba si oppone. Il presidente Rossato, spazientito: “Opponetevi e basta, non può essere un processo cumulativo!”. E subito aggiunge: “Scusate lo sfogo”.

Otto ore d'udienza filate. Pesantissima. La prossima il 1. dicembre. In aula dalle ore 9.

 

Monza - Paolo Vivacqua mandante di un omicidio? La testimonianza del colonello della Gdf Marco Selmi

di Pier Attilio Trivulzio

Paolo Vivacqua era soggetto in contatto con gruppi malavitosi della Stidda. E nei primi dieci giorni di maggio del 2011 aveva ospitato un intermediario che avrebbe dovuto uccidere qualcuno”, racconta il colonello Marco Selmi comandante della Guardia di finanza a Sondrio dal marzo 2008 al luglio 2011 deponendo in qualità di teste al processo in Corte d'Assise di Monza per l'omicidio di Paolo Vivacqua, il rotamat ucciso a Desio il 14 novembre di tre anni fa.

Non sapevamo dove abitava l'obiettivo, sapevamo però che Vivacqua stava ospitando questo intermediario e il luogo dove custodiva la documentazione della sua attività criminale. La nostra fonte non escludeva che fosse un collaboratore dello stesso Vivacqua. Questa persona, uomo d'onore del clan mafioso, era poi tornato in Sicilia per uccidere qualcuno”.


Nel 2010 avevamo avviato un'attività di indagine territoriale nella provincia di Sondrio su alcune società impegnate nel commercio di metalli ferrosi – spiega -. Da un soggetto che qualche anno prima aveva fatto parte del gruppo di Franco Coco Trovato (condannato dal Tribunale di Lecco all'ergastolo nel 1992 - ndr) venimmo a sapere di gruppi criminali che operavano nel settore dei metalli ferrosi. L'attività informativa ci portò ad individuare un capannone di Piantedo della famiglia Vivacqua, punto di riferimento di Paolo, dei figli Gaetano e Antonio Vivacqua e di Vincenzo Infantino. Da intercettazioni risultò che i contatti criminali erano anche con Massimo Ciancimino, con soggetti in Svizzera e in Slovenia”. Aggiunge: “Risalimmo al prestanome dei Vivacqua a cui era intestato il conto in una banca Svizzera, ad una cassetta di sicurezza che avrebbe dovuto contenere 80mila euro e chi ne possedeva la chiave; ad auto con doppio fondo che servivano per trasportare il denaro contante, alle false fatturazione, agli appoggi che il gruppo aveva in uffici postali, del ruolo di società come la FV Metalli e la D&G Trasporti, nominativi di società clienti che emettevano false fatturazioni; del luogo in cui era custodita la documentazione dell'illecita attività dei Vivacqua. Per non disperdere i dati raccolti informammo la Guardia di finanza di Milano e di Monza”.

Premetto – dice - che l'attività informativa è diversa dall'attività d'indagine. E' come un cane da caccia che fiuta la preda che poi il padrone raccoglie. Cominciammo a capire che la rete stava dando buone informazioni ed infatti trovammo una cassetta di sicurezza con 75mila euro, le auto a doppio fondo, i movimenti di denaro e così segnalammo i risultati ai reparti competenti della Procura di Milano anche perchè avemmo contezza che il gruppo dei Vivacqua portava notevoli somme in contanti in Sicilia”.

Sollecitato dal pubblico ministero Donata Costa che chiede: “Non ha fatto attività delegata in questa inchiesta, può rivelarci le sue fonti?”, il colonello Selmi risponde: “Negativo. Io ho passato le informazioni, ho trasmesso quanto da me raccolto agli organi operativi e alla dottoressa Albertini della Procura di Milano che mi chiamò. Mi chiesero quali erano le mie fonti. Non successe niente. Poi Paolo Vivacqua venne ucciso. La dottoressa Albertini, dopo aver verificato, mi chiese espressamente di fare attività delegata. Dissi, va bene. Nel frattempo però altri reparti della Guardia di finanza e dei carabinieri stavano lavorando in quanto alla mia prima informativa ne avevo aggiunte altre sulle tangenti plurime relative a terreni agricoli (a Carate Brianza – ndr) che avrebbero dovuto diventare edificabili. E quindi non accettai”.

Con una informativa datata 22 giugno 2012 mi viene detta una certa situazione che per quanto riguarda l'omicidio di Paolo Vivacqua ha questa sequenza – continua il colonello Selmi all'epoca trasferito dal comando di Sondrio a quello di Lodi, che chiede al presidente Alessandro Rossato di poter consultare gli appunti sul suo tablet -: Carmi Mihalache, fratello di Lavinia convivente di Vivacqua, è andato nell'ufficio, ha ucciso Paolo e si è poi allontanato con un altro uomo di età compresa tra i 20 e i 40 anni, in Italia da due settimane. Carmi era venuto dalla Romania e, l'altro dalla Spagna in macchina che era stata messa (rispetto all'ufficio di via Bramante d'Urbino a Desio – ndr) in un luogo appartato. I due erano arrivati su richiesta di Lavinia che aveva problemi con Paolo in quanto il figlio non sarebbe stato figlio di Paolo ma di un'altra persona”.

Avevamo appreso che Elena Pricop era una vecchia amica di Paolo e che l'aveva conosciuta in un ristorante. La Pricop avrebbe fatto da baby sitter al figlio della Lavinia e minacciato lei di dire a Paolo che il figlio Nicolas non era figlio suo. Proprio per effetto di questa minaccia Lavinia avrebbe tentato di investire la Pricop per cui Lavinia aveva anticipato a Paolo qualcosa di edulcorato per rabbonirlo. Paolo sarebbe andato dalla Pricop dando a lei dei soldi. E però apprese che Nicolas non era suo figlio. A questo punto nasce il desiderio dei fratelli di Lavinia di entrare in possesso dei soldi che erano nel box”.

A domanda del presidente se era lui l'estensore della notizia la risposta è: “Io non ho fatto questa notizia, vedete voi”.

Domanda del pubblico ministero: “Visto che non ha fatto attività delegata, ci può dire in quale ambito è stata preparata?”. “Negativo. Io ho passato l'informazione al colonnello ....(incomprensibile -ndr)”.

L'avvocato Monica Sala, difensore di Antonio Radaelli, domanda se nelle informative compariva il nome del presunto killer siciliano che Paolo Vivacqua voleva assoldare.

Risposta: “L'ho detto al magistrato. Andate a fare indagini”.

Paolo Vivacqua voleva assoldare il killer in Sicilia?”, insiste il legale.
E' evidente come le cose sono state trattate. C'era una indagine della Procura Generale di Milano, io potevo informare, le informazioni sono arrivate. Bisogna vedere nel fascicolo della Procura di Milano”.

Il teste colonello Marco Selmi viene congedato, saluta ed esce dall'aula. Anche Daria Pesce, avvocato di parte civile per i fratelli Antonio, Gaetano e Davide Vivacqua che ha seguito il processo relativo alle false fatturazioni, si scusa e chiede di uscire.
Di quanto ha appena raccontato il teste Selmi – commenta - non c'è traccia nei fascicoli del processo che si è celebrato a Milano”.

 

Fusione "interrotta" fra Acsm-Agam e Gelsia. Cambia la strategia?

di k.ts.

Niente aggregazione fra Acsm-Agam e Gelsia. Lo ha annunciato con uno stringato comunicato la stessa municipalizzata di Monza e Como.

Scrive Acsm-Agam: “Le attività aventi ad oggetto l’operazione di aggregazione industriale e societaria con il Gruppo AEB – Gelsia, allo stato ancora in fase valutativa, sono state interrotte.
Non è possibile, allo stato, esprimere alcuna valutazione in ordine ad una eventuale loro ripresa”.

Sembra quindi fallito il tentativo del sindaco di Seregno, Giacinto Mariani, di chiudere la trattativa prima della fine del suo secondo mandato, a marzo dell’anno prossimo.

Sarebbe la terza volta che la prospettata fusione per far nascere la municipalizzata brianzola sull’asse Monza-Seregno naufraga in mezzo al guado.
Era già successo nel 2001 quando Monza aveva "voltato le spalle" a Seregno  e aveva ceduto il 25% di Agam ad AEM di Milano (in seguito diventata A2A).
É già successo tra il 2007 e il 2008 quando sono nate: Gelsia, da una parte, che partendo da Seregno ha aggregato varie municipalizzate della Brianza occidentale (Lissone, Desio, Cesano Maderno, Bovisio Masciago, ecc..), e Acsm-Agam dall’altra, con l’aggregazione fra Agam Monza e Acsm Como.

La possibilità di una conclusione negativa della trattativa fra le due mucipalizzate brianzole era stata anticipata giovedì scorso da Fabio Massa su Affari Italiani (vedi La fusione tra Acsm-Agam e Gelsia non si farà. Ecco perché). Nell’articolo Massa aveva scritto che erano sorte delle divergenze in merito alla valutazione di alcuni asset, ad esempio “ pare che Gelsia Ambiente abbia tutta una serie di affidamenti diretti che tuttavia, in base alle nuove normative, dovranno essere messi in discussione (e magari riassegnati, ma ovviamente a questo punto non se ne può essere certi) da bandi ad evidenza pubblica “.

Lettura che sembra essere suffragata dal comunicato di Acsm-Agam che scrive: “Pur confermando il proprio giudizio positivo circa la valenza industriale dell’operazione, Acsm Agam S.p.A. comunica che non sono state raggiunte valutazioni condivise tra i due Gruppi per la definizione dell’operazione stessa”.

Anche se sembra improbabile che l’operazione sia saltata per la non condivisa valutazione sugli affidamenti a Gelsia Ambiente, visto che l’intera società pesa solo per circa il 10% sui ricavi e sugli utili del gruppo Gelsia.
Gelsia Ambiente, comunque, aveva avviato un percorso per cercare un partner privato attraverso la gara a doppia oggetto, una delle possibilità previste dalla normativa per gli affidamenti diretti (quest’ultimo percorso non é stato condiviso da importanti comuni soci come: Limbiate, Lissone, Cesano Maderno e Desio, nel complesso 120mila abitanti serviti da Gelsia Ambiente).

Sul fronte igiene ambientale é di questi giorni la proposta di SEL Brianza di creare “un’unica nuova società interamente pubblica in house [...] tale progetto deve necessariamente coinvolgere BEA, Gelsia Ambiente e CEM Ambiente”. Insomma, sulla scorta dello scambio azionario (vedi comunicato) tra BEA (inceneritore di Desio controllato dai comuni della Brianza occidentale) e Cem Ambiente (raccolta e smaltimento rifiuti dei comuni della Brianza orientale-vimercatese), la proposta di SEL è di portare dentro il perimetro dell’aggregazione anche Gelsia Ambiente, controllata da diversi comuni già presenti in BEA.

Un’operazione che toglierebbe a Gelsia la parte ambientale lasciandogli il core business del gas e dell’energia elettrica su cui concentrarsi anche in vista di possibili future aggregazioni, fallita la trattativa con Acsm-Agam.

Il motivo del mancato accordo con Acsm-Agam risiederebbe, piuttosto, in alcune valutazioni non concordanti su alcuni asset strategici, in particolare: il numero effettivo di pdr (punti di riconsegna, clienti serviti), l’indebitamento delle rispettive società, i debiti scaricati dai comuni su Acsm-Agam, la perdita da parte di Acsm-Agam - sancita dalla sentenza del Consiglio di Stato -  della gara per la distribuzione del gas a Como.
Ragioni che avrebbero fatto pendere la bilancia troppo a favore di Gelsia al momento di fissare il concambio.

In settimana è atteso un comunicato stampa di Gelsia che chiarirà il suo punto di vista sui motivi dell’interruzione della trattativa.

Dato per congelato questo capitolo le due società dovranno cambiare strategia, così come dovrà cambiare strategia A2A che se vuole diventare l’aggregatore delle municipalizzate lombarde come sembra sia sua ambizione - avanzate le trattative con LGH - dovrà procedere in prima persona e non per interposta come ha fatto attraverso Acsm-Agam, il 22% di quest’ultima è infatti controllato da A2A.
 

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