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Monza - Processo Vivacqua. La passione di Paolo per il pirodistilgasogeno, un impianto anche in Romania

di Pier Attilio Trivulzio

Con l'aiuto di politici locali Paolo Vivacqua era in procinto di avviare a Ravanusa un modernissimo impianto di riciclaggio di rifiuti in grado di trasformare l'immondizia in elettricità; al tempo stesso pensava di costituire in Romania una società con lo stesso scopo sociale.

A vedere l'impianto “con un geometra e un amico venuti dalla Sicilia”, l'8 ottobre 2011 Vivacqua era andato, non a Orzinuovi come aveva detto in aula l'avvocato Loreno Magni bensì a Montichiari dove ha sede la “Piromak srl”; a fine ottobre (week end dei morti) era stato in Romania con la compagna Lavinia Mihalache ed era andato a vedere un grande immobile vicino a Bucarest che aveva deciso d'acquistare fissando con la proprietà un appuntamento per il 18 novembre. Per il viaggio aveva già acquistato i biglietti aerei.


L'11 novembre, per prendere ulteriori accordi sulla disponibilità dell'impianto di pirodistilgasogeno, era andato a visitare “Ecomondo”, alla Fiera di Rimini. Viaggio fatto in compagnia di Salvatore Grasta, Nicola Licata Caruso e Enzo Infantino sulla Bmw a cui la Guardia di finanza di Gorgonzola aveva piazzato la “cimice”.

E' tanto preso da questo business dell'immondizia, che, il 14 novembre, alle 9.28 e alle 10.34 ne parla con il sindaco di Ravausa Carmelo D'Angelo; alle 10.23 e alle 10.34 con Angelo Bottaro. Alle 10.51 è lui che chiama Domenico Tanfoglio, titolare della “Piromak srl”, dicendogli d'avere fretta di concludere perchè “il 29 scadono i fondi che la Sicilia mette a disposizione e bisogna fare tutto in giornata”. E' l'ultima telefonata del rotamat. Sette colpi di calibro 7,65 lo raggiungono, cade a terra dietro la scrivania nell'ufficietto di via Bramante d'Urbino a Desio, il cellulare ancora in mano, la sciarpa al collo e mille euro nel portafoglio.

Per la Procura di Monza l'omicidio sarebbe stato commissionato dalla ex moglie di Vivacqua, Germania Biondo. Processo in Corte d' Assise.

Il motivo, una presunta relazione con l'elettricista aspirante investigatore Diego Barba che si sarebbe rivolto a Salvino La Rocca il quale avrebbe assoldato come killer Antonino Giarrana e Antonio Redaelli. In diverse telefonate intercettate la Biondo parla delle difficoltà economiche in cui versa da quando Paolo Vivacqua è andato a vivere con la giovane compagna Lavinia Mihalache e non provvede al suo sostentamento.

Ora però emergono nuovi elementi. Raccontati dal colonello Marco Selmi nell'udienza scorsa che combaciano con la deposizione della teste Elena Pricop, in servizio dal 12 settembre al 17 novembre 2011 come domestica e baby sitter nella casa di Carate Brianza dove Paolo Vivacqua viveva con Lavinia Mihalache e il piccolo Nicolas. Ammette la Pricop d'avere avuto un rapporto difficile con Lavinia che però le avrebbe fatto imbarazzanti confidenze come quella di un infermiere dell’ospedale di Desio con cui Lavinia, avrebbe intrecciato una relazione. “Bisogna sempre avere una soluzione di riserva”, le avrebbe detto Lavinia.

Dalla deposizone emerge la fragile personalità della Pricop che dal 2006, lasciata la Romania, viene in Italia e però, continuamente, cambia posto. Ha un figlio 13enne di cui sente la mancanza e allora lo fa venire a Desio.
Piange in aula quando il presidente Giuseppe Airò le chiede “Perché Lavinia non era contenta di lei?”.

Un difensore le ricorda d'avere dichiarato: “Dopo la morte di Paolo Vivacqua Lavinia mi minacciò dicendomi di stare attenta a quello che dicevo”.

Le viene chiesto della presenza in Italia dei fratelli di Lavinia pochi giorni giorni prima della morte di Vivacqua. “– conferma -. Uno dei fratelli sarà venuto cinque o sei volte nei due mesi che sono stata a servizio. Dormiva in casa. Era venuto perché Paolo doveva incontrare un americano e lui avrebbe fatto da traduttore. Ricordo che una sera che stavo preparando la cena ho visto il fratello sul terrazzo in compagnia di due uomini”.

Interviene il pubblico ministero Donata Costa che legge dichiarazioni a verbale. “Dopo il viaggio in Romania i fratelli di Lavinia sono venuti in Italia con un'auto nera con targa rumena. Ho lavorato fino a sabato 12 novembre e in casa c'erano le loro valigie. Il lunedì non ho più visto né i bagagli né loro”.

Dei due uomini e dell'auto nera con targa rumena aveva parlato nella precedente udienza il colonello Marco Selmi della Guardia di finanza facendo riferimento ad una informativa.

Depone Salvatore Longo, carabiniere della stazione di Campobello di Licata, chiamato da Diego Barba il 17 agosto 2010 dopo essere stato aggredito e picchiato da Antonio e Davide Vivacqua. “Avendo trovato la porta di casa aperta avevano aggredito a calci e pugni il Barba, avevano anche un bastone”, riferisce il teste che precisa d'essere stato contattato direttamente dal Barba sul suo cellulare dopo che questi aveva informato dell'aggressione il comando di stazione. “Due giorni dopo Barba mi ritelefonò dicendomi d'avere una forte preoccupazione perchè la ex moglie, Germania Biondo lo aveva avvisato che Paolo stava tornando in Sicilia e che possedeva una pistola”.

La telefonata di Barba la ricevetti alle 16.44, alle 23.02 mi richiamò dicendomi che Paolo Vivacqua, previo avviso, s'era presentato a casa sua accompagnato da Calogero Licata Caruso (cognato di Diego Barba – ndr) minacciando di morte lui e i suoi figli. Non farti trovare in giro, gli aveva detto, mandi i messaggi sul cellulare a mia moglie”.

Su domanda dell'avvocato Paolo Sevesi difensore di Diego Barba l'appuntato riferisce della sua conoscenza con Barba. “Lo conosco dal 1995, frequentava la chiesa Evangelica di cui io sono ministro del culto. Era elettricista e possedeva un'agenzia di assicurazioni. Ha sempre avuto la passione per le indagini”.

Gli affari portavano Paolo Vivacqua ad avere rapporti con personaggi legati alla 'ndrangheta. Come Domenico Zema arrestato nell'ambito dell'inchiesta “Infinito”, riarrestato e indagato 416bis nell'inchiesta “Tibet” assieme al rotamat di Ravanusa Giuseppe Vinciguerra, dal luglio 2011 braccio destro del gruppo 'ndranghetista comandato da Giuseppe Pensabene.

In aula Zema racconta dei suoi rapporti d'affari con Paolo Vivacqua interessato all'acquisto di un immobile a Cesano Maderno e di un terreno a Carugo a cui era interessato anche Giuseppe Vinciguerra. Ammette d'aver ricevuto finanziamenti e di dovere ancora 200mila euro. “Se i figli me li chiederanno...”.

Tocca a Mario Infantino che con Paolo aveva acquistato un bar a Muggiò e viene fuori il nome di Antonio Robertone detto “Ciccio Panza” appartenente al clan 'ndraghetista dei Mancuso, in carcere per droga.

Depone quindi l'investigatore Attilio Cascardo il quale dice d'avere avuto dal socio Diego Barba l'incarico di sorvegliare Paolo Vivacqua. “Sorveglianza e pedinamento che la cliente Germania Biondo aveva chiesto alla fine del 2010 per dimostrare l'infedeltà coniugale del marito che abitava ancora con lei ma la sera non era mai a casa. Una questione di corna”.

Però un vero e proprio mandato dalla cliente dice di non averlo ricevuto, d'aver fatto soltanto un paio di sorveglianze e alla contestazione sulla cifra richiesta il teste dà risposte diverse rispetto a quelle verbalizzate e soprattutto una serie di intercettazioni dimostrano che sta raccontando una diversa verità.

Gli viene chiesto di spiegare i suoi rapporti con il carabiniere Sossio Moccia e di Vincenzo Battistello in servizio alla Polizia giudiziaria di Monza.

Aveva altri rapporti con personale della Guardia di finanza e con Attilio Santoro con il quale ha avuto una conversazione quando Santoro ex onorevole stava a Roma?”, chiede il pm Donata Costa.
Non lo sentivo da diverso tempo...”.
Lei lo sente nel 2012, perchè? Avevate interessi comuni?”, insiste la pubblica accusa. “E' un ex onorevole indagato per il 416 bis...”.

Qual è la rilevanza in questo processo?”, domanda l'avvocato Manganelli, difensore di Salvino La Rocca.
Volevo capire se Attilio Santoro era a conoscenza – legge il pm - Volevo metterlo al corrente di alcune cose, metterli in regola per duemila euro. Era il 2012...”.
Aveva una scuola serale...”, risponde l'investigatore.

E lei organizza una trasferta in Calabria?” chiede il pm.
L'onorevole me lo aveva chiesto, se ci sono persone che vogliono prendere il diploma pagano duemila euro”.
Non demorde la pubblica accusa: “Cosa è andato a fare in Calabria? Chi è Franco Manca e che rapporti aveva con l'onorevole Santoro?”.
Risposta: “Manca è un commercialista calabrese con cui dividevo un ufficio”.
Con questo Franco Manca lei va in Calabria dall'onorevole Santoro per vedere che cosa?”.

L'investigatore perde la sua sicurezza. E' in evidente imbarazzo. Dice soltanto: “Era una cosa in più...”.
Non è convinta Donata Costa, che, probabilmente, chiamerà nuovamente Cascardo sul banco dei testimoni.

Anche Battistello sfila in aula e racconta della sua conoscenza con Cascardo e Barba. “Davanti al palazzo di giustizia di Monza Cascardo mi disse di avere elementi da portare in Procura perché la moglie di Vivacqua voleva fare arrestare Paolo e i figli. Dopo un paio di giorni mi disse: ho già fatto tutto io con un colonnello della Guardia di finanza di Lodi che conosco”.

Subito dopo le deposizioni di Attilio Cascardo e di Vincenzo Battistello, con una dichiarazione spontanea, Diego Barba tiene a precisare di “non aver fatto né indagine e neppure pedinamenti. L'incarico di Germania Biondo alla società di Cascardo era per una consulenza e io non mi sono mai messo in mezzo”. In merito a quanto dichiarato da Battistello dice invece che “fa confusione con altra signora”.

In merito alla fonte confidenziale che indicò la signora Biondo come mandante dell'omicidio ha deposto il maresciallo Giovanni Cosentino. “Mi limitai a fare accertamente anagrafici su Gino Guttuso e sulle sue frequentazioni in un bar di Desio luogo di ritrovo di pregiudicati”.

Elena Pricop sarà nuovamente chiamata a testimoniare. Alla prossima udienza del 15 dicembre sono previsti come testi Calogero Licata Caruso, il capitano Cataldo Pantaleo che coordinò le indagini e Valentina Commaudo, moglie di Antonio Vivacqua e figlia di Franca Lo Jacono uccisa da Antonino Giarrana e Antonio Redaelli nel box di Desio. Per questo fatto Giarrana e Redaelli sono già stati condannati.

 

Seregno - La 'ndrangheta, Giacinto Mariani e le famiglie come le altre

di k.ts.

Martedì, conferenza stampa del sindaco. L’occasione della sua convocazione é stata la sentenza di assoluzione nel processo milanese che ha visto Giacinto Mariani imputato con l'accusa di appropriazione indebita.

La notizia del processo era stata pubblicata da Infonodo.org ed era caduta nella settimana del voto per il rinnovo del Parlamento Europeo, dove Mariani era candidato per la Lega Nord.
Nell’articolo, oltre al rinvio a giudizio, affrontavamo anche la questione della campagna elettorale di Giacinto Mariani e il video del suo spot elettorale girato nella panetteria Tripodi a Seregno (vedi Seregno - Il sindaco a processo per appropriazione indebita).

La conferenza stampa - alla quale non eravamo stati invitati - ci ha dato finalmente la possibilità di chiedere al sindaco sull’opportunità di girare lo spot elettorale proprio nella panetteria della famiglia Tripodi, coinvolta in inchieste di ‘ndrangheta.

Alla nostra domanda Giacinto Mariani ha risposto convinto: “E’ una panetteria come tutte le altre, è una famiglia come tutte le altre di Seregno, ha un’attività legale sul territorio. Lei ce l’ha un’attività sul territorio?” 

Nel processo Infinito, in cui il comune di Seregno si è costituito parte civile, Antonino Tripodi che fa il panettiere è stato accusato di associazione mafiosa e di far parte della locale di ‘ndrangheta di Desio. É stato condannato a cinque anni di reclusione in primo grado con sentenza confermata in appello per detenzione illegale di armi clandestine (alcune con matricola abrasa).

Nella sentenza si legge:

Tripodi Antonino, detto Nino, è un soggetto incensurato, titolare, insieme al padre, di un panificio a Seregno, presso il quale all'epoca dei fatti svolgeva effettivamente attività lavorativa.
E' coniugato con Pio Francesca, nipote di Pio Candeloro (condannato a 21 anni di reclusione e considerato capo della locale di Desio - ndr).
La madre di Tripodi, Crea Teresa, è sorella di Crea Paolo, menzionato quale capo locale di Desio, nella sentenza emessa dal Tribunale di Milano in data 21 ottobre 1997 a conclusione del processo denominato "l fiori della notte di San Vito, ed è nipote della moglie di Pio Domenico (condannato a 16 anni di reclusione, locale di Desio - ndr).
Sono state intercettate una serie di conversazioni telefoniche che documentano i rapporti del Tripodi con Pio Candeloro, con Sgrò Giuseppe (locale di Desio - ndr), con Sgrò Eduardo (locale di Desio - ndr), con Polimeni Candeloro (condannato a 11 anni di reclusione, locale di Desio - ndr).
I dialoghi captati sono neutri quanto alloro contenuto, perché attengono tutti a forniture di pane (che in particolare Pio Candeloro omette di pagare) all' organizzazione di partite di calcetto e ad incontri di carattere conviviale, ma la frequentazione da parte di Tripodi di più soggetti intranei al locale di Desio ha indubbiamente un valore indiziante rispetto alla sua partecipazione al delitto associativo”.

Antonino Tripodi viene assolto dall’accusa di far parte del locale di ‘ndrangheta di Desio perché scrivono i giudici:

Gli elementi indizianti a carico dell'imputato, costituiti dalla frequentazione di soggetti intranei al locale di Desio e dal concorso nella detenzione di armi ed esplosivi quali quelli descritti, pur essendo precisi e concordanti, non raggiungono la rilevanza della prova certa perché non sono tra loro correlati da quell'anello che li avrebbe dotati di univoca significatività, costituito dalla riferibilità delle armi al locale di Desio, i cui esponenti sono gli unici imputati con cui risulta che il Tripodi abbia avuto un rapporto.
Conseguentemente l'imputato deve essere assolto dal delitto ascritto al capo l) per non avere commesso il fatto”.

Ed è giusto che sia così. Siamo in uno stato di diritto e per togliere la libertà a una persona ci vogliono prove certe.

Qui però non stiamo parlando della situazione processuale di Antonino Tripodi, né stiamo parlando di qualcuno che va a comprarsi un chilo di pane in panetteria o a bersi un caffé, qui stiamo parlando del sindaco di Seregno, Giacinto Mariani, che decide in campagna elettorale di legare la sua immagine a quella della famiglia Tripodi, legata a sua volta da vincoli parentali a una serie di soggetti di notevole spessore criminale.

In un nord Italia, visto che Mariani correva alle europee nella circoscrizione Nord Occidentale (Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia), dove varie inchieste hanno dimostrato come il voto mafioso e ‘ndranghetista sia in grado di influenzare le elezioni.

In politica i simboli sono importanti, non soltanto quelli stampati sulle schede elettorali. Per la ‘ndrangheta i simboli sono importanti, basti pensare al valore che danno alle loro iniziazioni.
Un sindaco che fa campagna elettorale nel locale di un pregiudicato* coinvolto in un inchiesta di ‘ndrangheta, imparentato con un boss locale, è un simbolo che in Calabria leggono benissimo.

In una Brianza che ha una presenza ‘ndranghetista radicata sarebbe ora che si imparasse anche qui a leggere certi segnali.

Nell’ordinanza dell’inchiesta Insubria, ultima operazione contro la ‘ndrangheta in Lombardia di qualche settimana fa, il Giudice per le Indagini Preliminari, Simone Luerti, scrive nel paragrafo Linee di tendenze dell'operatività del sodalizio criminale in Lombardia:

“La 'ndrangheta è radicata nel territorio lombardo, cioè ne costituisce una presenza stabile e costante. Ciò ovviamente ne determina una forma di visibilità e riconoscimento”.

“Si è pertanto superata la logica della infiltrazione, intesa come sporadico inserimento dei mafiosi in traffici illeciti e ad essa è subentrato il radicamento. Alla logica degli affari è stata affiancata la logica della appartenenza; al modello di azione tendente al profitto si è unita una modalità operativa finalizzata all'esercizio del potere; agli interessi individuali delle singole "locali" e dei singoli appartenenti si sono affiancati gli interessi collettivi dell' organizzazione criminosa”.

“Il radicamento della 'ndrangheta in Lombardia determina la presenza di una condizione di assoggettamento e omertà diffusa, frutto della forza di intimidazione che promana dall'associazione mafiosa armata e radicata sul territorio lombardo”.

“L'associazione ha per scopo la commissione di reati (estorsioni, usure, delitti contro il patrimonio in generale, omicidi, altri delitti contro la persona, traffico di rifiuti, favoreggiamento di latitanti, incendi, recupero crediti con modalità intimidatorie), l'acquisizione di attività economiche, l'inserimento in competizioni elettorali al fine di procurare voti a soggetti poi disponibili ad esaudire i desiderata del sodalizio mafioso nonché il conseguimento di vantaggi ingiusti”.

“Tra le condizioni di contesto che hanno consentito il radicamento della 'ndrangheta in Lombardia vi è la disponibilità del mondo imprenditoriale, politico e delle professioni (cioè il cosiddetto capitale sociale della 'ndrangheta) ad entrare in rapporti di reciproca convenienza con il sodalizio mafioso”.

In modo coinciso si può dire che la ‘ndrangheta in Lombardia si va ormai costituendo come vero centro di potere che attrae verso sé settori borghesi.
I centri di potere, anche se criminali, non si possono affrontare solo con le armi del codice penale. La Brianza ha bisogno di una classe politica che consideri la presenza della 'ndrangheta nel territorio come una vera e propria emergenza sociale ed economica, un nemico per la democrazia.

In Brianza di politici "capitale sociale della ‘ndrangheta" se ne sono visti troppi.

Quando Giacinto Mariani parla a sproposito di killer e di bombe relativamente ad articoli sul nostro sito, si dovrebbe ricordare che le armi e gli esplosivi - quelli veri - stavano nel box di Antonino Tripodi che per quelle armi e quell’esplosivo è stato condannato, vedi sotto.
 

Tripodi Antonino


 ** Nell’ordinanza di custodia cautelare dell’inchiesta Tibet di quest’anno che ha individuato in Giuseppe Pensabene il nuovo reggente della locale di Desio, i nomi della famiglia Tripodi, di Antonino Tripodi e della sorella Isabella compaiono in un passaggio significativo.

Scrivono gli inquirenti:
“Ulteriori elementi rivelatori dello “spessore” criminale di GIORDANO Fausto derivano dai suoi contatti con alcuni altri pregiudicati calabresi già emersi nell’ambito dell’indagine “Infinito”, e ritenuti vicini alle locali della ‘ndrangheta di Seveso e di Desio (MB), quali ALAMPI Giuseppe e TRIPODI Antonino .

Con riferimento a TRIPODI Antonino alias “Nino”, detenuto in forza del provvedimento restrittivo emesso nel procedimento penale “Infinito”, alle ore 15.45 del 22.07.2011, GIORDANO Fausto veniva chiamato da TRIPODI Isabella alias “Isa”, sorella di TRIPODI Antonino, che utilizzava la scheda cellulare n. xxx, che gli faceva gli auguri di compleanno. GIORDANO manifestava il suo “rispetto” verso la famiglia TRIPODI, chiedendole informazioni sullo stato giudiziario del fratello TRIPODI Antonino”.

Isabella Tripodi (una delle danzatrice dello spot elettorale del sindaco di Seregno) compare anche nel consiglio di amministrazione dell’immobiliare Metro Quadro srl.
Secondo gli inquirenti la società era di fatto riconducibile a Fausto Giordano e da questi messa a disposizione di Giuseppe Pensabene.
Giuseppe Pensabene e Fausto Giordano sono stati arrestati a marzo di quest’anno. Sono imputati ai sensi dell’art. 416-bis di associazione mafiosa oltre ad altri reati tra cui usura e riciclaggio.

Monza - L'ex sindaco di Roncello doveva 700mila euro a Paolo Vivacqua. Quarta udienza del processo per l'omicidio del rotamat

di Pier Attilio Trivulzio

Non è stata un'udienza tranquilla quella del 24 novembre scorso. In aula non sono mancati i momenti di tensione.
C'è stato anche un momento in cui il presidente Giuseppe Airò, ha dovuto fare la voce grossa e “rimproverare” i legali, nel rispondere alla richiesta dell'avvocato Cacciuttolo, difensore di Germania Biondo, che chiedeva di rinviare alla prossima udienza l'escussione del teste Martella, acquisendo però la relazione redatta dallo stesso maresciallo della GdF di Gorgonzola.

La pubblica accusa aveva invece espresso la volontà di sentire il teste “che era teste principale al processo di Milano e riferisce sull'attività di Vivacqua un anno prima dell'uccisione. Chiedo quindi, non essendone a conoscenza, di sentire cosa dice”.

Il presidente decide: “Anch'io non ho la relazione tra gli atti, sentiamolo e scopriremo in diretta. Se ci sono problemi si può rinviare il controesame”.
Il teste Martella riferisce di crediti che Paolo Vivacqua vantava: 46mila euro prestati al camerunense Louis Paul Anguini, defunto marito dell'avvocato Antonella Savarino, dei 700mila euro che gli doveva Stefano Monzani, sindaco di Roncello dal 1999 al 2009, il quale voleva fare il compromesso per due immobili a Trezzano Rosa. “Da intercettazioni e da un documento sequestrato nell'ufficio bolognese dell'avvocato Loreno Magni – riferisce il maresciallo della Gdf - per garantirsi il credito dalle banche Stefano Monzani voleva costituire e farsi nominare amministratore di società estere
A domanda aggiunge “che Monzani è riferibile a Erica Group immobiliare”, società cancellata di cui l'avvocato Magni si occupava, tanto che – come aveva riferito il legale in una precedente udienza - alla chiusura dell'attività aveva convinto i Vivacqua ad assumere alla FV Metalli con funzioni di segretaria la signora Belotti.
In questo momento voglio contanti, no immobili”, dice Vivacqua in una intercettazione.
Durante le indagini, precisa Martella, abbiamo scoperto che “Monzani , con la moglie, aveva quote in società inglesi”.

Processo difficile quello dell'uccisione di Paolo Vivacqua.

Dei cinque imputati, in quattro udienze, abbiamo sentito soltanto la voce di Diego Barba, l'aspirante investigatore privato che per la Procura avrebbe allacciato una liaison con Germania Biondo ex moglie del rotamat siciliano salito al nord e stabilitosi in Brianza.

Dal gabbio Diego Barba ha chiesto la parola per precisare che lui della società Vibi srl, nel 2003, era sì uno dei soci con capitale di 12.500 euro “soltanto perché il signor Paolo Vivacqua, di cui ero amico d'infanzia, mi aveva chiesto la cortesia di mettermi nella società visto che necessitavano nove soci e ne mancava uno. Io allora ho detto: costituisco la società e mi fai socio, dopo un paio di mesi mi tolgo. E così è stato. Per i Vivacqua mi sono soltanto occupato dell’installazione nei loro immobili di impianti elettrici e telecamere”.

Dagli atti dei processi, quello di Milano per le società cartiere e le false fatturazioni e questo di Monza sull'omicidio, emerge un Paolo Vivacqua non in attrito con i figli Antonio e Gaetano, bensì un padre ben contento di vedere che il primogenito, Antonio, aveva deciso di seguire le sue orme (vedi Il sogno spezzato di Paolo Vivacqua: un impianto in Sicilia per trasformare in oro i rifiuti) costruendo sui terreni agricoli seminativi alle spalle del capannone della FV Metalli di Gessate acquistati dalla Gestim srl un impianto tecnologicamente all'avanguardia in grado di sfornare energie alternative: il pirodistilgasogeno invenzione dell'ingegnere Domenico Tanfoglio titolare della bresciana Piromak srl.

Padre e figlio s'erano infatti ritrovati alla Fiera di Rimini per “Ecomondo” l'11 novembre 2011, tre giorni prima che Paolo venisse ucciso.

Per trasferire i terreni agricoli seminativi di Gessate Antonio Vivacqua aveva costituito in Svizzera la Jet Web che doveva poi, in un secondo momento, cedere capitale e immobili ad una società ad hoc negli Stati Uniti.

Si torna anche a parlare dei debiti di Domenico Zema – il 1. dicembre sarà teste in aula – che ammonano a 250mila euro; alle telefonate di corteggiamento di uno spasimante, cinese, di Germania Biondo che chiama usando però usando un cellulare con carta sim intestata ad un pachistano.
E poi, quando un carabiniere in servizio al Comando di Monza sfila come ultimo teste s'assiste ad una girandola di sim estere infilate e sfilate nei cellulari in uso alla intera famiglia Mihalache.

Sim di operatori spagnoli, moldavi, rumeni, svizzeri, ukraini.

Usate da Lavinia, da Carmi, da Eduard.
Spunta tal Roberto Santambrogio, amante o ex di Lavinia.

L'uomo dell'Arma, sollecitato dai legali degli impurati, riferisce “non si sa dov'erano i Mihalache nei giorni prima e dopo l'uccisione di Paolo Vivacqua”. Ci sono i tabulati ma è come leggere un libro in cirillico senza conoscere la lingua. Il teste è bersagliato da domande che però non hanno risposte esaurienti. Il militare dell'Arma sciorina una sequenza di fatti riferiti da fonti confidenziali, ovviamente anonime, che tali restano.

Subito dopo l'omicidio, dice, sono stati “attenzionati” Salvatore Quartararo, Domenico Zema, Robertone (a processo a Milano con Giuseppe Pensabene ed altre 40 persone per la banca fantasma di Seveso– ndr).
Subito dopo l'omicidio di Vivacqua viene intercettato Diego Barba in quanto “aveva contattato i figli di Vivacqua per poter partecipare al funerale”.

Sostanzialmente – racconta il carabiniere – al Barba, che in estate a Campobello era stato picchiato da Antonio e Gaetano, era stato concesso il benestare alla patecipazione ai funerali di Paolo”.
..Motivo di questa richiesta del Barba sembrerebbe....”.

L'avvocato Cacciuttolo lo stoppa. Il presidente dice: “Opponetevi”.

Il teste continua: “Barba non aveva fatto denuncia per l'aggressione subìta dai fratelli Vivacqua e per questo aveva chiesto di poter partecipare ai funerali”.

Perquisizioni dei carabinieri a Campobello?”, chiede l'accusa.
L'avvocato Paolo Sevesi difensore di Diego Barba si oppone. Il presidente Rossato, spazientito: “Opponetevi e basta, non può essere un processo cumulativo!”. E subito aggiunge: “Scusate lo sfogo”.

Otto ore d'udienza filate. Pesantissima. La prossima il 1. dicembre. In aula dalle ore 9.

 

Monza - Paolo Vivacqua mandante di un omicidio? La testimonianza del colonello della Gdf Marco Selmi

di Pier Attilio Trivulzio

Paolo Vivacqua era soggetto in contatto con gruppi malavitosi della Stidda. E nei primi dieci giorni di maggio del 2011 aveva ospitato un intermediario che avrebbe dovuto uccidere qualcuno”, racconta il colonello Marco Selmi comandante della Guardia di finanza a Sondrio dal marzo 2008 al luglio 2011 deponendo in qualità di teste al processo in Corte d'Assise di Monza per l'omicidio di Paolo Vivacqua, il rotamat ucciso a Desio il 14 novembre di tre anni fa.

Non sapevamo dove abitava l'obiettivo, sapevamo però che Vivacqua stava ospitando questo intermediario e il luogo dove custodiva la documentazione della sua attività criminale. La nostra fonte non escludeva che fosse un collaboratore dello stesso Vivacqua. Questa persona, uomo d'onore del clan mafioso, era poi tornato in Sicilia per uccidere qualcuno”.


Nel 2010 avevamo avviato un'attività di indagine territoriale nella provincia di Sondrio su alcune società impegnate nel commercio di metalli ferrosi – spiega -. Da un soggetto che qualche anno prima aveva fatto parte del gruppo di Franco Coco Trovato (condannato dal Tribunale di Lecco all'ergastolo nel 1992 - ndr) venimmo a sapere di gruppi criminali che operavano nel settore dei metalli ferrosi. L'attività informativa ci portò ad individuare un capannone di Piantedo della famiglia Vivacqua, punto di riferimento di Paolo, dei figli Gaetano e Antonio Vivacqua e di Vincenzo Infantino. Da intercettazioni risultò che i contatti criminali erano anche con Massimo Ciancimino, con soggetti in Svizzera e in Slovenia”. Aggiunge: “Risalimmo al prestanome dei Vivacqua a cui era intestato il conto in una banca Svizzera, ad una cassetta di sicurezza che avrebbe dovuto contenere 80mila euro e chi ne possedeva la chiave; ad auto con doppio fondo che servivano per trasportare il denaro contante, alle false fatturazione, agli appoggi che il gruppo aveva in uffici postali, del ruolo di società come la FV Metalli e la D&G Trasporti, nominativi di società clienti che emettevano false fatturazioni; del luogo in cui era custodita la documentazione dell'illecita attività dei Vivacqua. Per non disperdere i dati raccolti informammo la Guardia di finanza di Milano e di Monza”.

Premetto – dice - che l'attività informativa è diversa dall'attività d'indagine. E' come un cane da caccia che fiuta la preda che poi il padrone raccoglie. Cominciammo a capire che la rete stava dando buone informazioni ed infatti trovammo una cassetta di sicurezza con 75mila euro, le auto a doppio fondo, i movimenti di denaro e così segnalammo i risultati ai reparti competenti della Procura di Milano anche perchè avemmo contezza che il gruppo dei Vivacqua portava notevoli somme in contanti in Sicilia”.

Sollecitato dal pubblico ministero Donata Costa che chiede: “Non ha fatto attività delegata in questa inchiesta, può rivelarci le sue fonti?”, il colonello Selmi risponde: “Negativo. Io ho passato le informazioni, ho trasmesso quanto da me raccolto agli organi operativi e alla dottoressa Albertini della Procura di Milano che mi chiamò. Mi chiesero quali erano le mie fonti. Non successe niente. Poi Paolo Vivacqua venne ucciso. La dottoressa Albertini, dopo aver verificato, mi chiese espressamente di fare attività delegata. Dissi, va bene. Nel frattempo però altri reparti della Guardia di finanza e dei carabinieri stavano lavorando in quanto alla mia prima informativa ne avevo aggiunte altre sulle tangenti plurime relative a terreni agricoli (a Carate Brianza – ndr) che avrebbero dovuto diventare edificabili. E quindi non accettai”.

Con una informativa datata 22 giugno 2012 mi viene detta una certa situazione che per quanto riguarda l'omicidio di Paolo Vivacqua ha questa sequenza – continua il colonello Selmi all'epoca trasferito dal comando di Sondrio a quello di Lodi, che chiede al presidente Alessandro Rossato di poter consultare gli appunti sul suo tablet -: Carmi Mihalache, fratello di Lavinia convivente di Vivacqua, è andato nell'ufficio, ha ucciso Paolo e si è poi allontanato con un altro uomo di età compresa tra i 20 e i 40 anni, in Italia da due settimane. Carmi era venuto dalla Romania e, l'altro dalla Spagna in macchina che era stata messa (rispetto all'ufficio di via Bramante d'Urbino a Desio – ndr) in un luogo appartato. I due erano arrivati su richiesta di Lavinia che aveva problemi con Paolo in quanto il figlio non sarebbe stato figlio di Paolo ma di un'altra persona”.

Avevamo appreso che Elena Pricop era una vecchia amica di Paolo e che l'aveva conosciuta in un ristorante. La Pricop avrebbe fatto da baby sitter al figlio della Lavinia e minacciato lei di dire a Paolo che il figlio Nicolas non era figlio suo. Proprio per effetto di questa minaccia Lavinia avrebbe tentato di investire la Pricop per cui Lavinia aveva anticipato a Paolo qualcosa di edulcorato per rabbonirlo. Paolo sarebbe andato dalla Pricop dando a lei dei soldi. E però apprese che Nicolas non era suo figlio. A questo punto nasce il desiderio dei fratelli di Lavinia di entrare in possesso dei soldi che erano nel box”.

A domanda del presidente se era lui l'estensore della notizia la risposta è: “Io non ho fatto questa notizia, vedete voi”.

Domanda del pubblico ministero: “Visto che non ha fatto attività delegata, ci può dire in quale ambito è stata preparata?”. “Negativo. Io ho passato l'informazione al colonnello ....(incomprensibile -ndr)”.

L'avvocato Monica Sala, difensore di Antonio Radaelli, domanda se nelle informative compariva il nome del presunto killer siciliano che Paolo Vivacqua voleva assoldare.

Risposta: “L'ho detto al magistrato. Andate a fare indagini”.

Paolo Vivacqua voleva assoldare il killer in Sicilia?”, insiste il legale.
E' evidente come le cose sono state trattate. C'era una indagine della Procura Generale di Milano, io potevo informare, le informazioni sono arrivate. Bisogna vedere nel fascicolo della Procura di Milano”.

Il teste colonello Marco Selmi viene congedato, saluta ed esce dall'aula. Anche Daria Pesce, avvocato di parte civile per i fratelli Antonio, Gaetano e Davide Vivacqua che ha seguito il processo relativo alle false fatturazioni, si scusa e chiede di uscire.
Di quanto ha appena raccontato il teste Selmi – commenta - non c'è traccia nei fascicoli del processo che si è celebrato a Milano”.

 

Fusione "interrotta" fra Acsm-Agam e Gelsia. Cambia la strategia?

di k.ts.

Niente aggregazione fra Acsm-Agam e Gelsia. Lo ha annunciato con uno stringato comunicato la stessa municipalizzata di Monza e Como.

Scrive Acsm-Agam: “Le attività aventi ad oggetto l’operazione di aggregazione industriale e societaria con il Gruppo AEB – Gelsia, allo stato ancora in fase valutativa, sono state interrotte.
Non è possibile, allo stato, esprimere alcuna valutazione in ordine ad una eventuale loro ripresa”.

Sembra quindi fallito il tentativo del sindaco di Seregno, Giacinto Mariani, di chiudere la trattativa prima della fine del suo secondo mandato, a marzo dell’anno prossimo.

Sarebbe la terza volta che la prospettata fusione per far nascere la municipalizzata brianzola sull’asse Monza-Seregno naufraga in mezzo al guado.
Era già successo nel 2001 quando Monza aveva "voltato le spalle" a Seregno  e aveva ceduto il 25% di Agam ad AEM di Milano (in seguito diventata A2A).
É già successo tra il 2007 e il 2008 quando sono nate: Gelsia, da una parte, che partendo da Seregno ha aggregato varie municipalizzate della Brianza occidentale (Lissone, Desio, Cesano Maderno, Bovisio Masciago, ecc..), e Acsm-Agam dall’altra, con l’aggregazione fra Agam Monza e Acsm Como.

La possibilità di una conclusione negativa della trattativa fra le due mucipalizzate brianzole era stata anticipata giovedì scorso da Fabio Massa su Affari Italiani (vedi La fusione tra Acsm-Agam e Gelsia non si farà. Ecco perché). Nell’articolo Massa aveva scritto che erano sorte delle divergenze in merito alla valutazione di alcuni asset, ad esempio “ pare che Gelsia Ambiente abbia tutta una serie di affidamenti diretti che tuttavia, in base alle nuove normative, dovranno essere messi in discussione (e magari riassegnati, ma ovviamente a questo punto non se ne può essere certi) da bandi ad evidenza pubblica “.

Lettura che sembra essere suffragata dal comunicato di Acsm-Agam che scrive: “Pur confermando il proprio giudizio positivo circa la valenza industriale dell’operazione, Acsm Agam S.p.A. comunica che non sono state raggiunte valutazioni condivise tra i due Gruppi per la definizione dell’operazione stessa”.

Anche se sembra improbabile che l’operazione sia saltata per la non condivisa valutazione sugli affidamenti a Gelsia Ambiente, visto che l’intera società pesa solo per circa il 10% sui ricavi e sugli utili del gruppo Gelsia.
Gelsia Ambiente, comunque, aveva avviato un percorso per cercare un partner privato attraverso la gara a doppia oggetto, una delle possibilità previste dalla normativa per gli affidamenti diretti (quest’ultimo percorso non é stato condiviso da importanti comuni soci come: Limbiate, Lissone, Cesano Maderno e Desio, nel complesso 120mila abitanti serviti da Gelsia Ambiente).

Sul fronte igiene ambientale é di questi giorni la proposta di SEL Brianza di creare “un’unica nuova società interamente pubblica in house [...] tale progetto deve necessariamente coinvolgere BEA, Gelsia Ambiente e CEM Ambiente”. Insomma, sulla scorta dello scambio azionario (vedi comunicato) tra BEA (inceneritore di Desio controllato dai comuni della Brianza occidentale) e Cem Ambiente (raccolta e smaltimento rifiuti dei comuni della Brianza orientale-vimercatese), la proposta di SEL è di portare dentro il perimetro dell’aggregazione anche Gelsia Ambiente, controllata da diversi comuni già presenti in BEA.

Un’operazione che toglierebbe a Gelsia la parte ambientale lasciandogli il core business del gas e dell’energia elettrica su cui concentrarsi anche in vista di possibili future aggregazioni, fallita la trattativa con Acsm-Agam.

Il motivo del mancato accordo con Acsm-Agam risiederebbe, piuttosto, in alcune valutazioni non concordanti su alcuni asset strategici, in particolare: il numero effettivo di pdr (punti di riconsegna, clienti serviti), l’indebitamento delle rispettive società, i debiti scaricati dai comuni su Acsm-Agam, la perdita da parte di Acsm-Agam - sancita dalla sentenza del Consiglio di Stato -  della gara per la distribuzione del gas a Como.
Ragioni che avrebbero fatto pendere la bilancia troppo a favore di Gelsia al momento di fissare il concambio.

In settimana è atteso un comunicato stampa di Gelsia che chiarirà il suo punto di vista sui motivi dell’interruzione della trattativa.

Dato per congelato questo capitolo le due società dovranno cambiare strategia, così come dovrà cambiare strategia A2A che se vuole diventare l’aggregatore delle municipalizzate lombarde come sembra sia sua ambizione - avanzate le trattative con LGH - dovrà procedere in prima persona e non per interposta come ha fatto attraverso Acsm-Agam, il 22% di quest’ultima è infatti controllato da A2A.
 

Arresti 'ndrangheta - Coinvolto nell'indagine anche Massimo Guffanti, presidente della Pezzoli Petroli socio di Acsm-Agam in Comocalor

di k.ts.

Nell’indagine della DDA di Milano che ha portato oggi agli arresti di 40 ‘ndranghetisti affiliati alle locali di Fino Mornasco, Calolziocorte e Cermenate compaiono anche alcuni imprenditori, tra questi, quello di maggior spicco è senz’altro Massimo Guffanti, presidente e proprietario della Pezzoli Petroli.

L’azienda di Bregnano, in Provincia di Como, operante nel settore della distribuzione dei carburanti partecipa con il 49% delle azioni in Comocalor, il restante 51% è in mano a Acsm-Agam la municipalizzata di Monza e Como.

A Comocalor si affidano il comune di Como e l’Ospedale Sant’anna di Como per il servizio di teleriscaldamento. La sorgente di calore è l’inceneritore di Como.

Massimo Guffanti che non appare nella lista dei 40 arrestati si sarebbe rivolto alla ‘ndrangheta, in particolare a Michelangelo Chindamo, Domenico Maio e Alfredo Rullo, tutti e tre arrestati, per riscuotere un credito da un’imprenditore elettrotecnico di Lomazzo.


Scrive il Gip Simone Luerti nell’ordinanza di arresto:

Nell'ambito della vicenda relativa al recupero crediti nei confronti Figini Augusto emerge che il 19/02/2014, Chindamo Michelangelo e Maio Domenico si sono recati a Guanzate (CO), presso l'abitazione di Figini per esigere l'asserito credito. Nella circostanza Chindamo è armato. In particolare l'arma è portata al seguito anche per contrastare eventuali reazioni del debitore”.

Michelangelo Chindamo a capo della locale di Fino Mornasco era stato arrestato nell’operazione I Fiori della notte di San Vito del 1994 e condannato a 19 anni di reclusione.
Nella sentenze della corte d’Appello del 1999 era, già, stato indicato come capo della locale di Fino Mornasco.

Il rapporto tra imprenditori e ‘ndranghetisti, tra cui quello citato, viene spiegato dal giudice Luerti con parole molto chiare.

Tra le condizioni di contesto che hanno consentito il radicamento della 'ndrangheta in Lombardia vi è la disponibilità del mondo imprenditoriale, politico e delle professioni (cioè il cosiddetto capitale sociale della 'ndrangheta) ad entrare in rapporti di reciproca convenienza con il sodalizio mafioso”.

“[..] l'imprenditoria non si limita a subire la 'ndrangheta, ma fa affari con la stessa, spesso prendendo l'iniziativa per il contatto con la criminalità organizzata e ricavandone (momentanei) vantaggi”.

“ [...] sarebbe necessario abbandonare il termine infiltrazione per evitare di consolidare una sorta di presunzione dello status di vittima dell' imprenditore che entra in rapporti con la 'ndrangheta.
A dire il vero nelle vicende indagate da questo ufficio, certamente emerge lo squilibrio di forze in campo tra 'ndrangheta e imprenditoria, ma ciò avviene quando l'imprenditore non soddisfa i desiderata dei mafiosi e questi svelano il loro vero volto”.

Anche la presente indagine ci presenta figure di imprenditori che entrano in rapporti con la 'ndrangheta”.

E poi inizia a citare questi imprenditori.

GUFFANTI Massimo (Como, 29/03/1959), imprenditore nel ramo dei carburanti, ha affidato l'incarico di riscuotere un credito pari a € 300.000 a CHINDAMO Michelangelo, MAIO Domenico e RULLO Alfredo, credito vantato nei confronti ecc.”.

 

Gelsia e Acsm-Agam. Questo matrimonio s'ha da fare? Socializzare le perdite dei take-or-pay e ottimizzare il costo del lavoro

di k.ts.

Sono attesi in questi giorni i dati e le relazione degli advisor sulla preventivata fusione tra Gelsia e Acsm-Agam.

Qualche giorno di ritardo rispetto ai tempi prospettati dal presidente di AEB, Alessandro Boneschi, durante la relazione al consiglio comunale di Seregno il 14 ottobre.
Le due società avrebbero infatti richiesto ulteriori approfondimenti per limare le differenze che sarebbero emerse nel valutare le prospettive di alcune attività.
Lette le relazioni ed esaminati tutti i dati, i consigli di amministrazione si dovranno esprimere per approvare o respingere la fusione.

Poiché non ci sono ancora i numeri, non si sa quale sarà il concambio fissato dai vari advisor e quindi non si può ancora dire quale sarà il peso che i vari comuni avranno nella nuova società (newco) che nascerà dalla fusione.
Secondo indiscrezioni non confermate il peso di Gelsia nella newco potrebbe essere anche superiore a quel 60% che era stato inizialmente preventivato.

Visto che adesso il comune di Seregno detiene il 72% di Gelsia, se il peso di Gelsia nella newco venisse fissato attorno al 60%, il comune di Seregno avrebbe in partenza circa il 43% delle azioni della newco. Questo 43% si dovrà ridurre per la ricostituzione del flottante (le azioni liberamente scambiabili in Borsa) che per regolamento Consob non può scendere sotto il 25% - salvo deroghe -, pena la cancellazione dal listino di Borsa.

Sul tavolo rimane però la richiesta di riallineamento avanzata da A2A che vorrebbe salire al 20% della newco partendo da quel 9% che il concambio ipotizzato le assegnerebbe (adesso ha il 22% delle azioni di Acsm-Agam).

Chi scende, vendendo le sue quote, per far spazio ad A2A?

L’ipotesi più accreditata è il comune di Seregno.
Ipotesi respinta dal PD locale il quale vorrebbe che la fotografia attuale del controllo delle quote societarie venisse trasferita alla newco, fissati dagli advisor i valori delle due aziende di partenza: Gelsia e Acsm-Agam.

Diversa la visione prospettata, ad esempio, da Francesco Giordano, presidente di Gelsia, che vede piuttosto una newco con un partner industriale forte come A2A che controlla il 20% del pacchetto azionario. Presenza forte di A2A controbilanciata da una serie di soci pubblici a partire dal comune di Seregno e dagli altri già presenti in Gelsia a cui si aggiungerebbero i comuni di Monza e Como, adesso in Acsm-Agam.

Dalla fusione, secondo quanto riferito da Boneschi, nascerebbero una holding e tre società: una per la distribuzione dell’energia (gas ed elettricità), una per la vendita e una per l’ambiente ( sei membri per ogni consiglio di amministrazione secondo la richiesta avanzata da Seregno).

Sentenze sfavorevoli e utili dimezzati per per Acsm-Agam

In attesa delle relazioni degli advisor e del piano di governance sono cadute due tegole in testa ad Acsm-Agam.

La prima è la sentenza del Consiglio di Stato del 4 novembre che ha assegnato in maniera definitiva a 2i Rete Gas la gestione della distribuzione a Como e a San Fermo della Battaglia, storiche “roccaforti” per Acsm-Agam, mentre l’assegnazione definitiva della distribuzione del gas nel triangolo lariano, bando vinto da Acsm-Agam, è ancora sub judice.

La seconda é la decisione del TAR del Lazio che ha respinto il ricorso contro il diniego del Gestore dei Servizi Energetici di riconoscere buona parte dei certificati verdi all’impianto di cogenerazione Monza Nord, per gli anni 2010-2012. In previsione di questa decisione la società aveva già effettuato un accantonamento nel fondo rischi.

Due tegole che diventano tre, se si conta il resoconto di gestione al 30 settembre, approvato dal cda di Acsm-Agam in settimana, che ha visto una diminuzione dei ricavi passati dai 183,9 milioni di euro dell’anno scorso ai 151 milioni di euro di quest’anno, con gli utili che si sono dimezzati passando da 5,2 milioni del 2013 ai 2,7 del 2014 (il periodo di riferimento è sempre 1 gennaio 30 settembre). Mentre l’indebitamento si è ridotto di 13,5 milioni rispetto a quello di fine 2013, arrivando a quota 124,5 milioni.

Numeri non confortanti che danno argomenti importanti a chi dal lato Gelsia ha sollevato dubbi sull’operazione.

Dubbi non condivisi dai vertici che stanno portando avanti la fusione: il sindaco di Seregno, Giacinto Mariani, il presidente di AEB, Alessandro Boneschi e il presidente di Gelsia, Francesco Giordano che il 14 ottobre, hanno illustrato in consiglio comunale a Seregno i motivi e i vantaggi della fusione con Acsm-Agam.

Le gare Atem e la prevista esposizione finanziaria

In particolare nella sua relazione Giordano ha toccato due aspetti importanti, le gare Atem che i vari territori sono per legge obbligati a indire e la questione dell’approvvigionamento di gas sul mercato nazionale e internazionale.

Giordano ha infatti sottolineato: “ Il legislatore ha individuato gli Atem (Ambiti territoriali minimi - ndr). Non più quindi gare comunali, ma gare di ambito. Solo l’ambito nostro, l’Atem Monza Brianza 2 , dove la nostra azienda, Gelsia Reti, è presente con circa l’80% del valore della concessione, la gara ha un valore di 200 milioni. Quindi per aggiudicarsi l’intero ambito si prevede un’esposizione finanziaria molto rilevante di 50 milioni. Ma non è sufficiente perché per una gestione ottimale è necessario raggiungere i 500mila PDR ( punti di riconsegna, clienti - ndr) e questo vuol dire un impegno finanziario fino a 250 milioni di euro. Se l’azienda, se la proprietà, cioè tutti voi, ritenete utile ancora presidiare questo territorio attraverso la distribuzione del gas occorre mettere in previsione un’esposizione finanziaria così importante. E questa è una delle ragioni che portano l’azienda alla ricerca di un partner per poter gestire con maggiore razionalità, gli interventi e le scelte su quali ambiti intervenire e con quali risorse”.

Argomento che però non risulta del tutto convincente se il partner è Acsm-Agam, visto che la municipalizzata di Monza-Como è primo operatore nell’Atem Monza Brianza 1 (122mila Pdr, punti di riconsegna) che copre Monza e la Brianza orientale con poco più del 40% della rete (vedi tabella), risultando l’Atem Monza e Brianza 1 uno degli ambiti più contendibili di quelli del primo lotto che dovrebbero andare a gara nel 2015.
Se Acsm-Agam vorrà aggiudicarsi la gara dovrà “comprare” più del 50% della rete, al momento in mano ad altri operatori.
Gelsia, invece, che copre l’80% dell’Atem Monza Brianza2 (227mila Pdr) per completare il controllo sull’ambito dovrà “acquistare” il rimanente 20% della rete del suo ambito.

La bassa contendibilità della gara sull’Atem Monza Brianza2, dove Gelsia è presente, l’ha spiegata l’ex presidente di AEB Maurizio Bottoni nel consiglio comunale del 4 marzo:
Gelsia Reti ha un patrimonio, oggi, stimabile in circa 130 milioni di euro, quindi vuol dire che sull' Atem di riferimento di Gelsia Reti, chiunque volesse un domani partecipare alla gara per l'assegnazione del nostro Atem di riferimento, dovrà evidentemente pagare un indennità stimabile in circa 130.000.000 €” (vedi verbale). 

Visto che le gare saranno combattute negli Atem più contendibili, e che per le gare del primo lotto, in media, il primo operatore controlla il 69% del rispettivo Atem; potrebbe essere gara vera in quegli Atem in cui la quota del primo operatore è attorno al 40%, cioè: Pavia 1, Perugia 2, Alessandria 1, Macerata 2 e appunto l’Atem Monza 1.
Acsm-Agam sarà, quindi, costretta a difendere con i denti l’ambito di Monza, pena vedere ridursi in modo drastico il suo ramo reti.

Su un’altro degli Atem ad alta contendibilità, Alessandria 1 (51mila Pdr), c’era stato l’interesse da parte di Gelsia che aveva sottoscritto un accordo per costituire un Ati (associazione temporanea di impresa - ndr) con la municipalizzate di Casale Monferrato (Amc) e partecipare alla gara.
Accordo preliminare - mai diventato definitivo - firmato nel febbraio dell’anno scorso (vedi Amc e Gelsia per vincere insieme il servizio del gas) dall’ex presidente di AEB, Maurizio Bottoni e da Francesco Giordano, al tempo presidente di Gelsia Reti.

La trattativa e la sua conclusione negativa si trova nella nota integrativa del bilancio di Amc (vedi Fatti di rilievo nel corso dell’esercizio) ma non nei bilanci di AEB e Gelsia.

Approvvigionamento gas

C’è poi la questione dell’approvvigionamento del gas.
Francesco Giordano, sempre nel consiglio comunale del 14 ottobre, l’ha spiegata in questo modo:
Ultimo aspetto importante la partecipazione nel capitale di Acsm-Agam di A2A. Aver la possibilità di aver un partner di dimensioni nazionali, la prima multiutility italiana per fatturato, come A2A sarà sicuramente importante nell’approvvigionamento dell’energia. Un mercato dell’energia sovvertito dallo shale gas nordamericano, la nuova tecnica di frantumazione idraulica delle rocce che ha creato quella che gli esperti chiamano una bolla energetica, cioè la previsione che nei prossimi anni il mercato sarà invaso da una grossa quantità di gas a basso prezzo creando una grossa instabilità del mercato. Ad esempio ha reso antieconomici tutti i contratti a lunga scadenza. L’insieme di questi elementi ha indebolito le piccole aziende che non hanno nessuna flessibilità sul mercato dell’approvvigionamento”.

Nei bilanci di AEB e Gelsia non è specificato come Gelsia si approvvigioni del gas che poi rivende ai suoi clienti finali.

Si sa che AEB ha partecipato all’avventura Sinergie Italiane che ha chiuso il bilancio 2011 con una perdita di circa 90 milioni di euro - di cui 6,5 milioni in capo ad AEB.

Sinergie, messa in liquidazione nei primi mesi del 2012 é stata costituita nel luglio del 2008 da un gruppo di società (Ascopiave, Iren e Blugas con il 27,6% ciascuna, AEB Seregno con il 7,18%, Aemme Distribuzione Legnano con il 6,9% ed Utilità progetti con il 3,1%) per importare il gas russo direttamente da Gazprom.
I contratti sottoscritti di tipo take-or-pay (compri o paghi una penale) prevedevano inizialmente l’importazione di 1 miliardo di metri cubi di gas per i primi tre anni a partire dal 2009 e poi di 500 milioni di mc di gas per i successivi 7 anni. In seguito il contratto è stato rivisto al rialzo nell’estate del 2010 con accordi per l’importazione di 1,5 miliardi di metri cubi all'anno per 11 anni a partire da ottobre 2010.

Negli anni sul mercato si è reso disponibile gas a un prezzo inferiore a quello fissato nei contratti take-or-pay a lunga scadenza. Questo a causa della caduta dei consumi dovuta alla crisi economica (iniziata nel 2008), alle nuove tecniche estrattive di fratturazione idraulica che permettono lo sfruttamento dello shale gas americano (la tecnica è in uso da più di 10 anni, infatti, già nel 2008 il giornalismo americano non di settore si occupava delle ricadute ambientali del fracking o fratturazione idraulica, vedi Propubblica) e mettiamoci pure gli ultimi inverni miti.
Il fallimento dell’operazione Sinergie è arrivato di conseguenza. Forse era evitabile, o almeno, si potevano limitare i volumi di gas importato.

Le quattro società che sono rimaste in Sinergie: AEB con il 7,18%, Ascopiave 30,94%, Iren Mercato 30,94% e Blugas 30,94% (questa quota è stato successivamente divisa tra i vari azionisti di Blugas: Lgh 14,92%, TEA Mantova 4,97%, Estra 11,05% ) ritirano, pro quota, il gas importato da Sinergie e lo faranno fino al 2021.

Sinergie Italiane in liquidazione ha dismesso la sua attività di trading dell’energia elettrica e,anche se rimane iscritta all’elenco degli operatori del mercato del gas alla borsa energetica italiana (Gme), non fa più trading sul gas e gestisce solo il contratto take-or-pay con Gazprom, sia in termini di rinegoziazione dello stesso sia nel ritiro e vendita ai soci del gas russo.

I contratti take-or-pay finiscono in bolletta

Sinergie Italiane ha anche aderito al meccanismo per la rinegoziazione dei contratti a lungo termine. Un meccanismo regolato dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas che socializza le perdite degli operatori invischiati con contratti a lungo termine o take-or-pay (vedi anche ultima delibera del 7 novembre 549/2014/RGS) .

In un periodo di discesa dei prezzi del gas, agli operatori che rispettano determinate caratteristiche verrà restituita, in tre tranche da erogarsi entro dicembre degli anni 2014, 2015 e 2016 , una percentuale pari al 40% del differenziale fra prezzi take-or-pay e prezzi spot, su volumi pari a quelli effettivamente forniti ai clienti in regime di tutela.

Chi paga questi rimborsi?
I clienti in regime di tutela. Cioè i clienti domestici, le cui bollette vengono gravate di una componente di costo aggiuntivo Cpr dell’1,04% (vedi bolletta trasparente).

Francesco Giordano se ne dovrebbe ricordare quando, come ha fatto nel consiglio comunale di martedì 14 ottobre, si è lamentato degli interventi dell’Autorità che ha “ridotto i margini di almeno il 25%, sia relativamente alla distribuzione del gas sia per quanto riguarda la vendita, sul mercato tutelato che incide per circa la metà sui ricavi dell’azienda, e coinvolge i ⅔ dei clienti”.

Sono, infatti, proprio i clienti domestici del mercato tutelato che stanno pagando in bolletta gli errori di valutazione dei manager italiani delle società di gas.
Uno di questi manager é Maurizio Bottoni - presidente di AEB fino al giugno 2014 - che ha voluto l’avventura Sinergie Italiane e che siedeva nel suo consiglio di amministrazione fino alla messa in liquidazione nel 2012.

Di vera e propria valutazione sbagliata si deve parlare se vale quello che riporta l’ultimo bilancio di Ascopiave: “ Anche per l’anno 2013, come per i tre anni precedenti, le società detentrici di contratti Take or Pay (TOP) sono state penalizzate in quanto i livelli di prezzo di questi ultimi hanno registrato prezzi più alti di quelli determinatesi presso gli hub europei per le forniture spot ”.

Il contratto take-or-pay di Gazprom resta in vigore fino al 2021 ed è stato rinegoziato con la società russa a condizioni più favorevoli l’anno scorso per il biennio 2013-2015, dopo si vedrà.
Nell’ultimo bilancio di Iren si legge: “Le attuali quantità massime acquistabili da Iren Mercato tramite il contratto con Sinergie Italiane sono circa 370 Mmc gas”.
Fatte le debite proporzioni la quota in carico ad AEB è approssimativamente di 80-100 milioni di metri cubi di gas all’anno.

Il trading nel mercati energetici

Sempre sul fronte approvvigionamento e sui vantaggi di una fusione con Acsm-Agam partecipata dal colosso A2A, il presidente di Gelsia, Francesco Giordano ha dichiarato al consiglio comunale di Seregno: “Trattare grosse quantità non necessariamente ti consente di ottenere i prezzi migliori ma ti consente di poter differenziare l’approvvigionamento, acquistare in momenti diversi, aspettare che la borse del gas offra prezzi più convenienti, utilizzando ad esempio professionalità che ci sono in A2A ma che l’azienda di vendita del nostro gruppo non ha. Solo pochissime aziende hanno le professionalità adeguate per poter operare sui mercati internazionali, sul TTF olandese o sul Gas Hub Baumgarten austriaco”.

Chiusa l’avventura di Sinergie Italiane che faceva trading e operava sul mercato internazionale del gas, Gelsia si però mossa e ha acquisito, l’anno scorso, una partecipazione in En.Tra di Bologna attraverso Commerciale gas di Gallarate (nel consiglio di amministrazione di quest’ultima siede dal settembre di quest’anno lo stesso Francesco Giordano).

Commerciale gas, partecipata da Gelsia, Acel (gruppo Lario Reti), Agesp di Busto Arsizio e Canarbino (tutte al 25%) controlla, infatti, il 21,29 % di En.Tra, società che opera nell’acquisto e vendita di gas naturale sul GME (la borsa energetica nazionale) e sul CEGH austriaco, il Baumgarten citato da Giordano.

En.Tra, guidata da Massimo Michelini (membro della direzione del PD di Modena, un passato politico nel consiglio comunale di Carpi e in quello provinciale di Modena prima con il PCI e poi con i DS) ha chiuso l’ultimo bilancio con ricavi per 180milioni di euro, erano stati 240milioni nel 2012, scambiando 446milioni di mc di gas.

Gli altri soci di En.Tra sono Aimag (municipalizza di Mirandola e di altri comuni del modenese) con il 36,05% delle azioni detenute attraverso le controllate Sinergas, Agesp e Comiepa, HB Trade (10%), le già citate Acel ( 21,29%) e Canarbino (10%).

Tutti soci pubblici tranne Canarbino la holding di partecipazione controllata al 100% da Ilaria Michelozzi che detiene anche il 51% di HB Trade.
Il restante 49% di HB Trade è invece in mano all’Unogas di Walter Lagorio e Fabio De Martini, indagato nell’inchiesta sulle tangenti pagate a Gianluigi Fornero, sindaco di Arese, attraverso una maggiorazione sulle bollette del gas (vedi Tangenti arrestato il sindaco di Arese).
Fabio De Martini è stato poi assolto da ogni accusa mentre hanno patteggiato l’ex sindaco Fornero e Paolo Costa dirigente di Unogas.

Attraverso Canarbino e HB Trading, l’ingegner Michelozzi detiene partecipazioni in alcune società con partner pubblici come Estra Elettricità del gruppo toscano Estra (presente in Sinergie Italiane), la lucchese Gesam e la già citata Commerciale gas.
Ilaria Michelozzi è anche presente in Spigas clienti, tra i soci di questa società oltre a VNG ( controllata dal gruppo di municipalizzate tedesche EWE AG con una partecipazione del 10% di Gazprom Germania), compare con il 25% anche Aldo Sammartano, ai vertici e socio di Termomeccanica, azienda di La Spezia in orbita Finmeccanica poi privatizzata negli anni ‘90 e attiva anche nell’incenerimento e nella depurazione della acque.
Una sua controllata la Hydrogest è stata protagonista dello scandalo sulla gestione dei depuratori di Napoli che vede coinvolto anche Antonio Bassolino (vedi Danno erariale nella gestione dell’acqua. La Corte dei Conti sequestra il conto di Bassolino).

Nel cda di Termomecanica anche Luigi Grillo, ex senatore del PDL arrestato nell’ambito dell’inchiesta sulla cupola che gestiva gli appalti di Expo (vedi Cupola degli appalti, Luigi Grillo chiede di patteggiare).

Gli operai non servono

HB Trading, società che opera nella compra-vendita di gas e in parte dell’energia elettrica, controllata ad Ilaria Michelozzi tramite Canarbino, nel 2013 ha avuto ricavi per 891milioni di euro contro i 984milioni del 2012 e ha trattato 2,3 miliardi di metri cubi di gas generando utili per 5,2 milioni di euro ( 6,7 milioni sono gli utili del gruppo Canarbino), impiegando 13 dipendenti, tutti impiegati o dirigenti.

Ilaria Michelozzi, Walter Lagorio, Gianni Pilo (l’ex sondaggista di Marcello Dell’Utri), Antonio Gozzi e la sua DuferEnergy Trading SA (svizzera ma di proprietà di italiani) sono i nuovi signori dell’energia (vedi La nuova mappa dei signori del gas), quelli che appaiono come i vincitori della liberalizzazione dei mercati energetici avviata nel 2000 per l’elettricità e nel 2003 per il gas. Aziende che si collocano tutte nel segmento grossisti dei mercati dell’energia.

Un esempio clamoroso é la Gala dell’ingegner Tortoriello che si è aggiudicata quest’anno tutti i dieci lotti Consip (vedi Ecco la regina degli appalti. A Gala 10 lotti su 10) per la fornitura annuale di energia elettrica alle pubbliche amministrazioni italiane. Queste gare per un valore di circa 915,5 milioni di euro totali e una domanda complessiva della Pubblica Amministrazione stimata in 3.400 miliardi di euro annui, Gala le ha vinte offrendo un ribasso sul prezzo d’asta tra il 32,5% e il 21,8% (vedi comunicato Consip)  e battendo colossi come Enel, Edison, A2A.

Il gruppo Gala, 81 dipendenti con solo 1 operaio, l’anno scorso ha avuto ricavi per 1,33 miliardi di euro e nel rendiconto intermedio al 30 settembre 2014 ha registrato un utile prima delle imposte di 73,4 milioni di euro (+74% rispetto al 2013).

I dipendenti di Acsm-Agam

Diverso è invece il discorso per le municipalizzate che occupano quasi tutta la filiera dell’energia: dalla produzione (energia elettrica e calore), alla gestione delle reti gas, alla vendita ai clienti finali, oltre naturalmente ad approvigionarsi sui mercati all’ingrosso.

Il gruppo AEB-Gelsia occupa 566 dipendenti di cui 322 operai (247 in Gelsia Ambiente, dati al 31 dicembre 2013), Acsm-Agam ha invece 463 dipendenti di cui 172 operai.

Sono proprio questi ultimi che hanno espresso i maggiori timori in vista della fusione quando abbiamo incontrato una loro delegazione guidata da Fabrizio Rigoldi, segretario regionale dell’Ugl-Chimici Lombardia.

Ex lavoratori di Agam Monza, hanno visto nel 2009 la loro azienda che produceva utili e aveva un basso indebitamento (4 milioni nel 2008) aggregarsi con Acsm Como che invece aveva chiuso il bilancio 2008 con una perdita d’esercizio di 1,1 milioni di euro e un indebitamento finanziario di 63milioni di euro.

Dopo cinque anni questo indebitamento finanziario di partenza è raddoppiato.

Secondo i lavoratori, Acsm-Agam non investe in formazione e appalta all’esterno diversi lavori, ad esempio, la posa delle condutture o l’installazione dei contatori, non utilizzando e disperdendo quel patrimonio di conoscenze e di saper fare che all’interno dell’azienda c’erano e ci sono ancora.
Persa la distribuzione del gas e il calore a Como, Acsm-Agam ha in parte compensato con la distribuzione del gas nel Triangolo Lariano, però meno redditizia perché la rete é più estesa e, quindi, é gravata da costi maggiori.
La società gestisce anche la rete idrica a Monza a Como, rete idrica che su Monza dovrà cedere a Brianzacque individuato dall’Ato provinciale come gestore unico del ciclo dell’acqua.

In attesa che questo avvenga, a quanto ci hanno raccontato i lavoratori, Acsm-Agam investe sempre meno in manutenzione e ci sarebbero diversi pozzi con i desabbiatori in cattivo stato di funzionamento.

Ottimizzare i costi

Nel consiglio comunale del 14 ottobre, il sindaco di Seregno ha garantito che dalla fusione di Gelsia e Acsm-Agam non si perderà un solo posto di lavoro.

Il problema è che queste fusioni tra municipalizzate su cui spingono governo e operatori finanziari, sembrano incentrate sull’ottimizzazione dei costi. E i costi su cui poi i manager potranno intervenire sono di due tipi: costi gestionali e costo del lavoro.

Si legge su il Sole24ore del 07/10: “ la razionalizzazione del settore, infatti, non potrà lasciare intatti gli attuali (ampi) bacini occupazionali” (vedi Utility, piano da un miliardo per favorire le aggregazioni).

Per partecipare a una gara per aggiudicarsi un Atem si può costituire un’associazione temporanea di impresa, per approvvigionarsi sul mercato del gas si possono costituire società di scopo come Sinergie Italiane o partecipare a società già presenti nel trading come En.Tra, ma se si vogliono ottimizzare i costi del lavoro la strada delle fusioni è obbligata.
Inoltre diluendo il controllo si diluisce anche la responsabilità politica dei soci pubblci in vista di eventuali esuberi.

L’altro giorno su Quotidiano Energia è apparso un articolo Standard&Poor’s: "Utility, per combattere crisi servono fusioni" , all’interno si poteva leggere: “il report dell’agenzia di rating vede prospettive piuttosto fosche per il settore [...] In particolare per quanta riguarda i produttori termoelettrici, la cui profittabilità “toccherà il livello più basso nei 2015/2016", dicono gli analisti. Come reagire? Partendo dai presupposto che il capacity payment potrà dare una ''compensazione molto limitata", la vera chiave è il consolidamento, soprattutto in un settore delle utility ''molto frammentato" come quello italiano. S&P's vede però un grosso ostacolo in questa direzione: la volontà dei soci pubblici locali di mantenere il controllo sulle rispettive società dei servizi pubblici”.

Soci pubblici locali che però strangolati dalla Spending Review e allettati dagli incentivi governativi potrebbero facilmente essere convinti a cedere il controllo delle loro municipalizzate: quelle sane, perché quelle gravate di debiti e in perdita naturalmente nessuno le vorrà.

A qualche amministratore locale, per vendere, potrebbe bastare anche meno: una poltrona nella newco con relativo ricco stipendio.

 

Carate Nostra. L'ex sindaco Pipino sugli incarichi dei privati a Brambilla: "Non ritenni fondate le voci né fosse quello il momento d'approfondirle"

di Pier Attilio Trivulzio

Monza – Processo Carate Nostra.
Per trasformare da agricoli in edificabili i terreni di via Marengo a Carate su cui è stato costruito il centro commerciale di Bricoman Italia, Paolo Vivacqua aveva previsto un costo di 870mila euro versandone 291.500 in contanti, come anticipo, alla “cooperativa”.

Partendo dai documenti trovati nell'ufficio di via Bramante d'Urbino dove il 14 novembre di tre anni fa Vivacqua è stato ucciso, la Guardia di finanza di Seregno ha interamente ricostruito le date di prelievo in banca. E in base alle testimonianze rese in istruttoria da Felice Tagliabue, socio di Vivacqua, 291.500 euro furono consegnati all'architetto Giorgio Aldeghi affinchè li distribuisse agli altri soci di quella che il rotamat di Ravanusa ucciso indicava come “la cooperativa”: composta di politici e immobiliaristi.

Tagliabue si è presentato in aula lo scorso venerdì accompagnato dal suo legale, l'avvocato Danilo Delia, ed è rimasto sul banco dei testimoni per soli cinque minuti. Chiede alla presidente del Collegio3: “Ho la facoltà di non rispondere?”.
No, non ne ha facoltà, deve rispondere”.

Si, ho avuto a che fare con Vivacqua nella compravendita di terreni a Carate e Seregno” dice rispondendo alla domanda del sostituto procuratore Donata Costa che fa riferimento ai verbali firmati da Tagliabue.

L'avvocato Ivan Colciago, difensore di Antonino Brambilla dice che non c'è consenso e s'oppone all'acquisizione; l'avvocato D'Addea per l'imputato Walter Longoni e la società Bre srl si associa.
Il pm decide allora che faranno testo le sommarie informazioni rese da Tagliabue il 17 e 18 novembre, l'interrogatorio del 20 dicembre 2011 e quello del 14 settembre 2012. E la presidente lo congeda.

Nulla di nuovo racconta Bernardino Farchi direttore del Parco Valle Lambro dal gennaio 2009 il quale spiega “d'aver prorogato il rapporto con Antonino Brambilla perchè il lavoro della variante in corso di cui Brambilla si stava occupando doveva essere completato. Il rapporto cessò per la sua elezione alla Provincia di Monza e Brianza”.

Alla richiesta del pm sull'area di via Tagliamento risponde che “l'architetto Motta aveva evidenziato scostamenti tra il Pgt e la pianificazione del Parco Valle Lambro. Per noi quell'area era agricola, nel Pgt era invece destinata a residenza”.

Tocca quindi all'ex sindaco Marco Pipino che esordisce ricordando che il suo “primo mandato é del maggio 2002 e finì il 25 luglio 2003; venni rieletto nel 2004 fino al 2009 e quindi eletto per la terza volta nel 2009 fino alle mie dimissioni date a novembre 2012 per la situazione che si era creata(vale a dire l'arresto del consigliere Altobelli e il malaffare sul Pgt - ndr)”.

Ricorda d'aver incontrato una sola volta Paolo Vivacqua.
Si presentò assieme ad un altra persona dicendosi titolare della società Giada e d'essere intenzionato a dare vita ad un impianto di recupero e smaltimento di rifiuti su di un terreno di sua proprietà e d'aver già presentato un'istanza.
Gli feci presente che non bastava il parere del Comune, era necessario anche quello della Provincia di Milano. Vivacqua mi disse che aveva la sensazione che il parere gli sarebbe stato negato e che, in questo caso, avrebbe riempito il comune di Rom.
La Provincia, in effetti, rigettò l'istanza dando parere negativo in quanto non c'era compatibilità di destinazione dell'area. L'imprenditore ricorse al Tar, perse il ricorso, s'appellò al Consiglio di Stato e alla fine vinse per un provvedimento procedurale.
Il Consiglio di Stato disse che un'istanza presentata dalla Giada doveva essere considerata nuova e quindi si doveva rivalutare nel merito”.

Gli viene chiesto di spiegare chi erano i componenti della Commissione urbanistica all'epoca del Pgt. “Per il mio ex partito, Alleanza Nazionale, c’era Maurizio Altobelli. Prese il posto di Antonino Brambilla come capogruppo quando Forza Italia e AN si fusero nel Pdl. Al tempo nel mio primo mandato e fino al 2009, Brambilla era all'opposizione. Nel 2002 la maggioranza era composta da quattro partiti: Casa delle Libertà, Forza Italia, Udc e Lega e nel Consiglio c'era Altobelli ma non Brambilla. Nel 2004 Forza Italia decise la fine anticipata della legislatura e fummo tre candidati sindaci: oltre a me l'architetto Massimo Pirovano, Fumagalli e io sostenuto dal mio ex partito AN e da liste civiche. Vinsi, Forza Italia era all'opposizione”.

Scusi, cosa c'entra questo particolare?”, chiede la pubblica accusa.
Nel corso della legislatura – spiega Pipino – si verificò un riavvicinamento tra partiti a livello nazionale che portò poi al Pdl e quindi l'area politica tra il 2004 e il 2009 si riavvicinòSostenuto dal Pdl ebbi il terzo mandato nel 2009, in Consiglio c'erano Altobelli e Brambilla, fino a quando quest'ultimo dette le dimissioni”.

Chi curava le trattative con Bricoman?”, domanda il pm.
Il piano attuativo l'ho seguito io personalmente dal gennaio 2012 quando l'assessore all'urbanistica Sandro Sisler dette le dimissioni”.

Perchè era indagato?”; chiede Donata Costa.
Non mi risulta fosse indagato. Diede le dimissioni perché era stato nominato coordinatore del Pdl Lombardia e l'impegno per lui era diventato gravoso”.

Pm: “Lei, quando intervenne, il piano di lottizzazione non era ancora approvato?”.
C'erano lavori in corso, forse avanzati. Restavano questioni esecutive”.

Antonino Brambilla era consulente?”.
Mi erano arrivate voci all'orecchio ma non ho mai avuto riscontro diretto. Allusioni”.

Le risulta che Brambilla fosse presente e votò il Pgt?”.
Non ho idea”.

Parlo del 2011”, lo incalza il pm.
Risposta: “Brambilla era nel Pdl ed era sicuramente presente. Se risulta il suo voto non so dire”.

Ha verificato se Brambilla svolse incarichi per il privato, vale a dire per Bricoman?”. “No, non ritenni fondate le voci né fosse quello il momento d' approfondirle. Ho sempre avuto stima per lui, figura di grande esperienza professionale”.

Insiste il pm e l'ex sindaco: “Ovvio che se una voce, una illazione, mi fosse venuta all'orecchio ed avrebbe riguardato un giovane senza esperienza lo avrei ammonito. Nel caso di Brambilla con cui ho avuto momenti di attrito non me la sono sentita”.

Viene chiesto al teste se sapeva che quei 291mila euro pagati da Vivacqua per trasformare i terreni erano tangenti. “La notizia l'ho appresa dalla stampa. No, non abbiamo fatto approfondimenti. Ho illustrato in Consiglio, in seduta pubblica, i passaggi dei piani attuativi del Pgt ed in particolare quello di Bricoman che era passato col voto di tutti”.
Altra domanda dei Donata Costa: “Sapeva che l'area di via Tagliamento era di proprietà di società riconducibili ad Altobelli e Pirovano?”.
No”.

Il pm: “Non sapeva degli interessi comuni di Altobelli e Pirovano?”.
Ho sempre pensato che tra Altobelli e Pirovano non corressero buoni rapporti essendo competitori...Avevo avuto la sensazione che tra loro non corresse buon sangue”.

Pm: “Pirovano era in Consiglio?”.
Non era di Forza Italia, dimessosi subentrò Brambilla, primo dei non eletti”.

La pubblica accusa chiede quindi lumi sui componenti della Commissione urbanistica. “C'è un componente per ogni partito, Altobelli, facendo parte del partito di maggioranza aveva peso politico adeguato”.
Una sola domanda dell'avvocato Colciago a Pipino: “Il piano attuativo è di competenza della Giunta o del Consiglio?”.
Della Giunta”.

Antonino Brambilla chiede di rendere una dichiarazione spontanea in merito al piano attuativo di Bricoman.
Premesso che i piani attuativi sono per lo più approvati dalla Giunta e solo per opportunità dal Consiglio – esordisce - la mia presenza come professionista in relazione a questo piano con era con Bricoman bensì con Giorgio Aldeghi al quale ho girato la fattura di 10mila euro. Quando il piano attuativo non muta nulla è compito della Giunta e quindi, il fatto che io fossi Consigliere comunale è inifluente. Quel piano è stato portato in Consiglio perché sarebbe passato all'unanimità. Ero consigliere all'opposizione appartenendo a Forza Italia-Pdl con Alleanza Nazionale nella maggioranza. In merito al piano Bricoman in qualità di capogruppo feci osservazioni che introducevano alcune misure di carattere restrittivo

In aula s'accomoda il teste Giorgio Aldeghi, architetto. “Relativamente al piano attuativo ho avuto l'incarico da Bricoman. Paolo Vivacqua l'ho conosciuto nello studio dell'avvocato Guastadisegni e dopo l'appovazione del Pgt”.

Donata Costa chiede conto al teste di quella email da lui inviata “in via riservata” all'avvocato Loreno Magni il 23 novembre 2010 in cui si parla di una riunione in Comune presenti sette persone tra cui l'Assessore all'urbanistica Sandro Sisler e per la Commissione urbanistica Maurizio Altobelli.

In via riservata avevo sentito Brambilla, credo il giorno prima, relativamente alla questione dei parcheggi. La riunione era stata indetta per capire se avremmo potuto fare la pista ciclabile. Bricoman chiedeva parcheggi in più. L'architetto Parma, responsabile dell'ufficio urbanistica, era favorevole ai parcheggi e non alla ciclabile”.

L'architetto Aldeghi rivela quindi di aver partecipato ad una seconda riunione - questa volta ristrettissima – “fissata dall'assessore Sandro Sisler in un primo tempo a Carate e poi spostata per decisione di Sisler negli uffici dell'Aler di Monza”.

Oltre a me e mio padre – precisa - erano presenti Tullio Strata della Bricoman e, forse, l'avvocato Magni. Felice Tagliabue non c'era però era nel parcheggio, sotto gli uffici dell'Aler”.

Congedato il teste è la volta di Tullio Strata, direttore sviluppo immobiliare di Bricoman Italia .
Nel 2009, tramite una società di architettura con cui collaboriamo venimmo a sapere dei terreni lungo la Valassina di cui Felice Tagliabue era il mediatore. A noi si è presentato come mediatore”.

Pm: “Sa se era iscritto all'albo dei mediatori?”.
Non so, presumo di sì. I contatti li portammo avanti con la società Loviro e con Paolo Vivacqua. Agli incontri era presente anche Calogero Licata Caruso ma lui non è mai stato controparte. Il primo problema era di riuscire ad avere altri terreni oltre ai 24mila mq della Loviro, di proprietà di tre privati. Ebbi dall'architetto Aldeghi il riferimento dello studio dell'avvocato Brambilla per il proseguio della trattativa che ebbe diversi stop and go. Inizialmente ci venne prospettata la possibilità di una locazione e quindi l'acquisto del terreno. Aldeghi era la nostra persona di fiducia. Nel dicembre 2010 firmammo un preliminare col presupposto che oltre al terreno della Loviro venissero acquisiti quelli di altri tre soggetti entro il 31 dicembre 2011. Normalmente noi diamo la responsabilità al venditore, in questo caso condizionammo la responsabilità al piano attuativo firmando due incarichi allo studio dell'architetto Giorgio Aldeghi. Pagammo 200mila euro per il piano attuativo e 50mila per l'assistenza legale”.

Il pm domanda se è a conoscenza che sono state pagate tangenti.
No. Lei mi chiede se quella cifra di 200mila euro in meno pagata al rogito (5,1milioni euro rispetto ai 5,3 citati nella email inviata dall'avvocato Magni all'avvocato Luigi Corrias il 25 novembre 2010 nel caso fosse stato possibile spuntare una maggiore superficie coperta – ndr) era una tangente? Assolutamente no! Abbiamo pagato soltanto fatture ad Aldeghi”, risponde Strata che così argomenta. “La superficie coperta era al di sotto del piano regolatore. Una criticità era legata al fatto che l'opzione d'acquisto firmata ad agosto indicava 5200 mq coperti. Seppi dall'avvocato Corrias che l'avvocato Magni era seccato perchè pensava di non riuscire a convincere il suo cliente ad avere 300 mq in più di superficie coperta”.

Il teste successivo è Diego Terruzzi, dal 2000 in Regione Lombardia. Gli viene chiesto di chiarire il senso di quella email inviata ad Antonino Brambilla il 24 aprile 2009 “con modifiche concordate evidenziate in rosso” relative all'area di Villa Caproni ad Albiate-Carate e la nuova area ospedaliera di via Mosè Bianchi-Tagliamento.

Trattasi di comparto da tutelare – spiega il teste – C'erano altre aree ben più ampie rispetto a quelle a cui l'assessore aveva chiesto di apporre il vincolo. L'ingegner Nova dei Beni Culturali ci raccomandava di “vestire” tutti gli ambiti. E quella era area di pregio, soggetta a tutela anche per quanto riguardava gli edifici”.

Quindi – chiede Donata Costa – ad aprile 2010 esisteva il vincolo?”.
Tutti i vincoli”.

E l'area di via Tagliamento?”.

Era area di trasformazione urgente. Consegnai la documentazione esistente alla Guardia di finanza che venne a sequestrarli”.

Il 6 aprile si è riunita la Commissione?”.
Sì, vi ho partecipato per delega del dottor Dario Fossati”.

Voi avete acquisito dal Comune di Carate documentazione in cui non compariva l'area di via Tagliamento. Dalla documentazione sequestrata in Comune a Carate non c'era quell'area che pare sia frutto di riflessione successiva alla lettera da lei inviata a Brambilla – argomenta il pm -. La Commissione ha chiuso i lavori indicando le aree acquisite secondo la documentazione di Carate del 6 aprile 2009; il 24 aprile compaiono le modifiche”.

Se l'area di via Tagliamento non c'era – è la risposta – dovevamo prenderne atto”.
Insiste la pubblica accusa: “Perchè ha mandato la email a Brambilla?”.
Scrivo a lui perchè vuole sapere se il 6 aprile c' è stata l'approvazione della tutela”.

Ma il 6 aprile l'area di via Tagliamento non c'era...”.
Non ricordo di preciso se ci fosse quell'area, è stata dunque inserita in una seconda fase dal momento che in Commissione il 6 aprile non se n'era parlato ”.

Chiede l'avvocato Daddea se “l'approvazione del Pgt è direttamente collegata alla riunione della Commissione in Regione?”.
No”.

La delibera – argomenta il legale della società Bre – parla di attività ospedaliera consentita o a supporto dell'attività ospedaliera”.

“Per opportunità ospedaliera il Comune poteva fare ampliamento o altro usando quelle aree”.

Il teste dice di non aver saputo del vincolo del Parco della Valle del Lambro e d'aver approfondito la questione soltanto dopo l'arrivo della Guardia di finanza”.

Avvocato Daddea: “Su quell'area posso costruirci una villetta?”
Teste: “No!”.
Pubblico ministero: “Una residenza per degenti?”.
”.

Ruota ancora attorno al verbale redatto dopo la riunione in Regione della Commissione l'esame di Cristiano Gandola, funzionario regionale che funse da segretario alla riunione del 6 aprile 2009.

Domanda del pm di una email inviata dal Comune di Carate alla Regione “chiedendo l'inserimento di altre tre aree soggette a vincolo”.

Ricordo, arrivò di sera all'architetto Amorotti e a Terruzzi. “Per me – risponde il teste – queste aree erano già comprese”.

E allora come mai il 24 aprile Terruzzi manda una nuova bozza?”.

La email con le modifiche segnate in rosso l'ho inviata io girandola anche all'avvocato Brambilla. Però l'indirizzo era errato e così chiesi al Comune di Carate di poter avere l'esatto indirizzo di posta dell'avvocato”.

In quale veste lei la mandò a Brambilla?”.
Me lo aveva chiesto il mio dirigente in quanto Brambilla faceva parte dell'amministrazione di Carate”.

Su domanda della presidente che gli chiede della riunione in Regione a ridosso del Pgt
Gandola risponde “è casuale”.

Insiste la presidente: “Lei conferma le dichiarazioni?”.
Sì. Non era una mia decisione...”.

Sfila l'ultimo teste, dipendente del Comune di Carate nell'ufficio edilizia privata.
Responsabile del mio reparto era Innocente Rigamonti”.

Pm: “Si è occupato del vincolo paesaggistico?”.
Sì. Delegato dal Comune alla riunione in Regione dell'aprile 2009 in cui si discusse delle aree soggette a vincolo e quindi definitivamente approvate”.

Le mostro il promemoria da lei redatto. Come mai, successivamente, ha interloquito con la Commissione?“.
Rigamonti aveva scritto una email di dettaglio delle aree su cui comparivano distributori di benzina E dalle tavole ne sono emerse altre di aree..”.
Che il Comune ha fatto diventare edificabile, le altre aree?”.
Andavano escluse perchè altrimenti non si poteva edificare. C'era l'area di via Tagliamento. E lo stesso Rigamonti che se n'è accorto”.

E quindi le ha chiesto di mandare una email alla Regione integrando?”.
Non so chi ha scritto e mandato quella email”.

Ed avete avuto l'ok dalla Regione? “.
Dopo diverso tempo quando c'è stata la pubblicazione sul Burl”.

L'esame del teste si conclude con una negazione: “No, l'avvocato Brambilla non ha interloquito” e una conferma.
Donata Costa mostra al teste la cartella da lui consegnata alla Guardia di finanza di Seregno. “Sì, era tutta la documentazione che avevamo in Comune. Non c'era altro”.

Il Pm Donata Costa ha chiesto la trasmissione del verbale della testimonianza resa  in aula al suo ufficio.

 

Il sogno spezzato di Paolo Vivacqua: un impianto in Sicilia per trasformare in oro i rifiuti

di Pier Attilio Trivulzio

Ci aveva provato nel 2006 e avrebbe voluto riprovarci.
Paolo Vivacqua voleva iscriversi all'albo nazionale dei gestori ambientali, attraverso la società Giada.
Aveva un terreno al confine tra Carate e Seregno e aveva chiesto al Comune l'autorizzazione ad aprire un sito di stoccaggio di rifiuti speciali non pericolosi.

L'allora sindaco Pipino l'autorizzazione gliel'aveva negata e anche la Provincia di Milano aveva detto no. Così si era messo il cuore in pace ed aveva ingrandito il suo giro di società “cartiere”: oltre alla Giada (domiciliata a Ravanusa), la Ramit a Lissone, la Ital Metal di Sesto San Giovanni che dopo due anni, nel 2007, aveva trasferito a Ravanusa lasciando però a Lissone l'unità locale.

I soldi illecitamente guadagnati con le false fatture li ha investiti nell'acquisto di terreni, ville e appartamenti, auto di lusso, cavalli, persino un elicottero.

Per rilevare società e terreni di Carate della Loviro ed Edil VLB – ceduti a settembre del 2011 a Bricoman Italia – aveva chiesto finanziamenti a Meliorbanca che glieli aveva concessi accendendo ipoteche “con un tasso d'interesse del 23 per cento, tasso da usurai tanto è vero che con i dirigenti io, Vivacqua e Licata Caruso abbiamo avuto una ventina d'incontri – testimonia in aula l'avvocato Loreno Magni – avevamo fatto atti formali ed eravamo pronti ad un 'azione contro la banca. Per fortuna abbiamo venduto i terreni a Bricoman ed allora abbiamo chiuso la posizione debitoria. Secondo Paolo la vendita a Bricoman non gli aveva lasciato molto guadagno dopo aver pagato quanto c'era da pagare. Compresa l'iva allo Stato. Questa operazione è stata fatta tutta in regola”.

In aula per la terza udienza del processo per l’omicidio di Paolo Vivacqua, l’avvocato Loreno Magni racconta della trattativa sfumata con Mc Donald’s, delle insistenti pressioni del socio Felice Tagliabue “che reclamava soldi e invece Paolo, dicendo che l'affare Bricoman non aveva portato un grande guadagno, voleva cedergli solo un pezzo di terra.”
Interviene il legale Salvatore Manganello che, assistito dal praticante di studio Luigi Di Natali, difende uno dei cinque imputati, Salvino La Rocca, chiede: “Lei, avvocato Magni in questo o in altri processi è imputato?”.
- risponde il teste- di associazione a delinquere con altri 50 imputati per riciclaggio nel processo di Milano con Vivacqua e Licata Caruso”.

Potrebbe avvalersi della facoltà di non rispondere – come ha poi fatto Felice Tagliabue che è stato subito mandato a casa - o di farsi assistere da un difensore. Rinuncia e continua a rendersi disponibile alle domande della corte e dei difensori degli imputati. Non ha tentennamenti nel rispondere di una conversazione intercettata mentre parla con Paolo Vivacqua pronunciando il cognome Airoldi. “...E' una pratica pesante 80 chili. Lo sai che andiamo il giorno 8 anche con te? Loro vengono con l'aereo, possono atterrare...E' impressionante, impressionante, meno male”.

Risposta: “E' andato a vedere vicino a Brescia un macchinario per lo smaltimento dei rifiuti. Andò da Airoldi con persone che venivano dalla Sicilia. C'era il geometra Gaglio... Vivacqua avrebbe voluto costruire questo impianto in Sicilia...Bruciando rifiuti si produce energia elettrica, dalle gomme si ricava il gasolio”-

Era l'8 ottobre 2011?”chiede il pm Donata Costa
Sì, vicino a Brescia”.
Se le dico Orzinuovi?”,interviene l'avvocato Manuela Cacciuttolo difensore di Germania Biondo. Il teste conferma.

A Orzinuovi ha sede la AB Energy Spa che quel macchinario lo produce e lì lavora l'ingegner Gianluca Airoldi che però, ad una nostra telefonata, nega d'aver mai conosciuto Paolo Vivacqua e di non sapere nulla circa un impianto da installare in Sicilia.

Sempre da intercettazioni della Gdf di Gorgonzola si evince che per quella “pratica da 80 chili” che “...dev'essere chiusa il 16 o il 17...O si toglie dai coglioni...Sì, se ce lo togliamo” era interessato un politico, Carmelo D'Angelo, allora presidente della Commissione lavori pubblici della Provincia di Agrigento, dal giugno 2013 sindaco di Ravanusa.

A richiesta di chiarimenti, l'avvocato Magni, in modo per la verità poco convincente, risponde che trattasi di un'altra pratica riguardante Elena Fiorito, commercialista di Piacenza che con Vivacqua aveva un debito di 500mila euro ed è stata denunciata all'Ordine. “Era intestataria con altri di due società a Brescia di cui abbiamo pignorato le quote”, spiega. E sempre in riferimento ai brogliacci delle intercettazioni, viene chiesto di spiegare di quella frase: “...Poi il Pgt è finito?..Entro dicembre è collegato...no, entro novembre dev'essere approvato il Pgt della Pedemontana...”.

Era riferito all'esproprio della casa di Vivacqua a Desio. E' stato trovato un accordo e restituiti 260 o 270mila euro”.

Con chi è stato fatto l'accordo?”, domanda il presidente.
Con l'ingegnere capo”.

Domanda dell'avvocato Paolo Sevesi, difensore di Diego Barba, relativa ad una telefonata con l'impiegata Cinzia Bellotti in cui si parla dell'uccisione di Paolo Vivacqua “Lei dice, chi doveva capire ha capito. E la Bellotti: non è fatto per capire ma per avere consenso”.
Secondo Loreno Magni la Bellotti si riferiva a riflessioni di Antonio figlio di Paolo Vivacqua,

Gli viene ancora chiesto di quell'assegno di 130mila euro consegnato a Paolo Vivacqua dall'avvocato desiano Antonella Savarino e mai incassato. “Un prestito fatto al marito. Con lei non ho mai trattato, però l'ho vista a Desio il 13 novembre (giorno prima dell'uccisione di Vivacqua – ndr) verso le 14”.

Sollecitato riferisce del rapporto tra Paolo e Sara Corvino.
A Desio aveva una cooperativa di forza lavoro ed ha fatto bonifici a gente che non ha mia lavorato. Paolo se n'era accorto, aveva rimandato indietro i bonifici e voleva denunciarla”.

Le viene chiesto dei rapporti del rotamat ucciso con Licata Caruso, Mario Infantino e altri prestanomi. Persone che lo avevano deluso, di cui non si fidava più come Mario Infantino che gestiva il bar di Muggiò “La Piazza”. “I conti erano in rosso”, dice.
E che non si fidasse più di nessuno dei collaboratori lo si evince da una telefonata, l'11 novembre, in auto con l'amico Grassa sta andando alla Fiera di Rimini per vedere quella macchina che trasforma in oro i rifiuti.

Il momento più sconcertante dell'udienza è stato quando Loreno Magni riferisce della telefonata che gli fa Gaetano Vivacqua il 14 novembre. “All'alba delle 15.15 (dice proprio così) mi chiama, doveva consegnarmi i documenti per la piscina che avevano fatto costruire. Mi chiede se ero con suo padre e se sto bene. Il tono di voce era normale. Non mi disse nulla dell'uccisione di Paolo, disse che i dipendenti della società, erano già tutti usciti. Attorno alle 15,30, ero a Milano in banca, ricevo la telefonata di Cinzia Bellotti, impiegata alla FV Metalli di Gessate, mi dice di un incidente occorso a Paolo. Mai saputo nulla della morte fino alla sera quando mi ha chiamato Lavinia Mihalache”.

Che Paolo è stato ucciso gli uomini delle Fiamme gialle di Gorgonzola addetti alle intercettazioni lo appendono soltanto attorno alle 16. “Alle 15,28 – riferisce il maresciallo Pietro Bandini della Gdf di Gorgonzola – ascoltiamo Lavinia Mihalache che disperata risponde ad una chiamata di Gaetano Vivacqua. Si sentiva l'ambulanza poi cade la conversazione. Un paio di minuti e torna la comunicazione, Lavinia dice a Gaetano: tuo padre è morto. Ci siamo allertati soltanto alla successiva chiamata fatta da Antonio Vivacqua alle 16 e qualcosa. Chiama la madre, Germania Biondo alla FV Metalli di Gessate dicendo: papà è morto per arma da fuoco. Più tardi dalla Procura di Milano abbiamo avuto conferme dell'omicidio”.

La Gdf intercettava anche Germania Biondo, ma la delega d'ascolto per quanto la riguardava scadeva proprio il 14 novembre alle ore 15. Non è mai stata sottoposta ad operazioni di Ocp, a differenza di Licata Caruso, Mario e Vincenzo Infantino ed altri che sono stati seguiti e fotografati mentre nell'ufficio postale di Lissone e alla Banca Popolare di Milano, agenzia di Seregno, si recavano per incassare per contanti gli assegni emessi da Bricoman. Ritiri di 500mila euro al giorno. Un solo assegno di 250mila euro emesso da Bricoman è stato recuperato nell'abitazione di Calogero Licata Caruso.
Si torna in aula lunedi 24 novembre alle 9.

 

Autodromo. Gli affari di Monza Informa: dalle fatture gonfiate ai video per Cast Monaco Production

* il sig. Vignando ha voluto replicare al contenuto dell'articolo, vedi nota

di Pier Attilio Trivulzio

Gigi Vignando, “la Voce dell'Autodromo”, alla fine degli Anni Novanta si dimise da Telecom per dedicarsi, d'accordo col direttore Enrico Ferrari (che deve rispondere di 14 capi d'imputazione tra cui usura, false fatturazioni e turbativa d'asta nel processo che torna in aula giovedì 30 ottobre) al redditizio business di “Monza Informa”.
Un accordo, all'epoca, da 120milioni di lire.

L’accordo prevedeva la produzione di videocassette promozionali che il desiano 50enne Giovanni Giardina - da tutti conosciuto come Nicolas - provvedeva, dietro compenso di 50mila lire, a recapitare alle televisioni private della Lombardia che le mandavano in onda ad orari impossibili: quando l'ascolto era pari a zero.

Giardina che coordinava per il Moto Club Biassono il servizio dei commissari in pista, è ora accusato dalla Procura di Monza d’essersi procurato “un ingiusto profitto di 17mila euro”, in concorso con l'ex presidente del club Gabriele Aliprandi.

L'accordo in nero raggiunto tra Vignando e Ferrari consentiva alla GI.VI. CO srl - col marchio “Monza Informa - l'occupazione degli spazi sopra la direzione dell’autodromo, senza però ci fosse alcuna scrittura a giustificare il comodato d'uso dei locali.

Per la verità alle prime proposte di Vignando, l’allora direttore dell'Autodromo, Enrico Ferrari, aveva risposto picche anche perché Sias, per pubblicizzare l'attività in pista utilizzava l'ufficio stampa del socio di maggioranza, l'Automobile Club di Milano, ed aveva al suo interno un ufficio comunicazione e immagine. Dunque, non serviva un'altra struttura.

Poi però, Enrico Ferrari dette il benestare non senza, prima, accordarsi per utilizzare “Monza Informa” per i suoi scopi personali e per quelli dell'amico Marco Villa di Acp&Partners.

Come nel caso dei filmati delle gare del Ferrari Challenge degli anni dal 2007 al 2009 realizzati dalla GI.VI. CO e ceduti alla Cast Monaco Production per 48mila euro.

“...In relazione alla Cast Monaco ho mediamente registrato una fattura all'anno che veniva pagata a mezzo bonifico estero. Mi sembra di ricordare che le fatture riportavano la dicitura realizzazione di video...”, dichiara alla Guardia di finanza il 23 luglio 2013, Maria Stefani, dipendente di Acp&Partner.

Mentre Giovanni Di Biase, titolare della Cast Monaco Production fino al 2006, detta a verbale: “La mia società non ha mai effettuato riprese video di manifestazioni sportive presso l'Autodromo di Monza né ha mai noleggiato attrezzature video e neppure effettuato servizi video in relazione alla manifestazione indicata in tali fatture...ritengo che la mia ex segretaria Rita Togni abbia compilato le fatture false relative ai servizi video che mi avete esibito e mi ha semplicemente chiesto la cortesia di incassare i relativi bonifici. Io poi provvedevo a rendere alla stessa in contanti il 95 per cento delle somme bonificate...”.
Somme che finivano ad Acp&Partner e Sias.

Sulla vicenda anche Fabrizio Turci, amministratore delegato di Sias, viene sentito dalle fiamme gialle il 20 dicembre dello scorso anno.

In relazione alle fatture della Cast Monaco relative a servizi video produzione delle gare Ferrari Challenge dal 2007 al 2009 – dichiara - da quanto riferitomi dal personale della società, non risulta che in Sias vi siano tali video forniti alla società monegasca”.

Dal verbale si evince che Turci avrebbe chiesto conto di quei filmati ai dipendenti della Sias. Non a Gigi Vignando con cui, proprio in quei giorni, era in corso un durissimo scontro per fargli rilasciare i locali.

Sias, intenzionata a indire una gara d'appalto per i servizi televisivi, aveva dato l'ultimatum a “Monza Informa” e “Race TV”, quest'ultima creata un paio d'anni fa. Venuto a conoscenza del bando, Vignando aveva chiesto 500mila euro per lasciare i locali e consegnare l'archivio, ma poi si era reso irreperibile.

E così gli era stata inviata una diffida.

Ad oggi non avete ottemperato agli accordi di cui alla scrittura privata dell'11 novembre 2013 che prevedevano da parte di GI.VI.CO srl il rilascio degli immobili da questa occupati e la consegna del materiale televisivo entro il termine improrogabile del 31 gennaio 2014 – scrive l'ad Fabrizio Turci -, e pertanto con la presente vi costituiamo in mora e vi diffidiamo all'immediato rilascio dei locali tuttora indebitamente occupati”.

Ricevuta la lettera, Gigi Vignando si è rivolto al suo protettore Enrico Ferrari per poter mantenere la sua società in autodromo.

Ferrari si è sollecitato chiedendo che se ne occupasse Michele Nappi, vicepresidente dell'Automobile Club di Milano, il quale s'era subito mosso facendo pressioni su Fabrizio Turci affinché si raggiungesse un accordo con “Monza Informa” ponendo però la condizione di un controllo sulla linea editoriale in quanto sul sito di “Race Tv” erano postati filmati con commenti che mettevano Sias in cattiva luce.

Quello di Vignando è un caso emblematico. Quando in Autodromo si cerca di sistemare posizioni anomale come quella di “Monza Informa” si scatena l'ira d'iddio – era stato il commento dell'avvocato Federico Bendinelli dopo l'incontro decisivo con Gigi Vignando -. Avevamo formalizzato tutto a novembre con una scrittura privata che Vignando, prendendo tempo, non aveva voluto firmare. Era impossibile continuare ad avere un rapporto iniziato con l'ex direttore Enrico Ferrari che, assolutamente, dovevamo regolarizzare. Anche per evitare di ritrovarci un domani a dover rispondere davanti ad enti istituzionali come l'Inps o la Guardia di finanza che arrivata all'Autodromo su ordine dei magistrati Walter Mapelli e Caterina Trentini ha preteso tutti i documenti relativi alle posizioni in essere di fornitori, consulenti e collaboratori compresa la GI VI CO di Gigi Vignando.

In Sias non c'è alcun documento che giustifichi la presenza della società di Vignando come affittuaria dei locali. E dunque dovevamo assolutamente provvedere. La proposta che gli abbiamo fatta per chiudere il contenzioso e continuare il rapporto fino a dicembre 2014, formalizzata da una scrittura privata, è di speakerare le 11 manifestazioni motoristiche a calendario quest'anno, fornirci un filmato di 60 minuti che sintetizzi la stagione, oltre a 6 brevi filmati da utilizzare per fini istituzionali. Tutto scritto nero su bianco. Nessuno ha mai pensato di licenziarlo. Nè di imporgli la consegna dell'archivio. Purtroppo non abbiamo alcun documento che comprovi che il materiale di “Monza Informa” è di proprietà di Sias ed è stato pagato da Sias. Quello che ci ha però davvero dato fastidio è stato il clamore montato da Vignando”.

Tra i fatti che hanno caratterrizzato la presenza di Vignando in autodromo c’é lo scontro, pesante e plateale, con Giorgio Beghella Bartoli per quella Lamborghini parcheggiata in pista durante un fine settimana di gare, quasi fosse una “pace car” in realtà messa lì in bella mostra per essere ripresa dall'operatore di “Monza Informa” per poi andare a battere cassa alla concessionaria che gliel'aveva prestata.

Vendeva di fatto il marchio autodromo senza averne l’autorizzazione.

E' stato infatti coinvolto in una vicenda di fatture gonfiate rilasciate al “Team A” per la partecipazione al Rally dell'Autodromo.

La Guardia di finanza di Monza, intervenuta a seguito dell’inchiesta condotta dai sostituti procuratore Walter Mapelli e Caterina Trentini, non ha potuto procedere alle contestazioni per estinzione del reato, visti gli anni trascorsi.

Infine Gigi Vignando non ha tenuto fede agli accordi presi con Sias tant'è vero che diversi appuntamenti della stagione sul circuito brianzolo non hanno avuto il suo commento. Anche perché, ottenuti da Sias i nuovi locali al primo piano della tribuna centrale, in contemporanea si è accordato con l'ACI per occuparsi del commento televisivo dei Racing Weekend.

Alla ricerca di protezione, ha fatto campagna elettorale per la lista “Sport& Rinnovamento” che a luglio ha sbancato le elezioni per il Consiglio dell'Automobile Club di Milano esprimendo Ivan Capelli presidente.

Ora vorrebbe essere gratificato con un incarico ufficiale, ben retribuito, nel settore della comunicazione di Sias.

 

Lettera Autodromo Monza a Vignando

Nota

Autodromo. Gli affari di Monza Informa: la verità.

Monzainforma risponde a quanto pubblicato il 29 ottobre 2014 dal sig. Pier Attilio Trivulzio sul portale Infonodo.org.

Si rende doverosa una smentita totale delle accuse e delle insinuazioni, gravi ed infamanti, rivolte a Gigi Vignando, il quale ha sempre agito nella correttezza professionale, con grande passione e senza alcuna “protezione”. L’articolo è manifestamente orientato a gettare discredito e sospetto sull’operato di una persona – forse l’unica – che nel terremoto giudiziario che ha sconvolto l’Autodromo di Monza negli ultimi tre anni, non è mai stata coinvolta dagli inquirenti, neppure sotto forma d’informatore o di testimone.

I rapporti fra la SIAS e Vignando con la sua ditta individuale GI.VI. CO., lungi dall’essere “in nero”, sono sempre stati regolarizzati contrattualmente, con accordi scritti su carta intestata della SIAS.

Monzainforma è il centro di videoproduzione della GI.VI. CO. che in parallelo:
- svolge attività di produzione televisiva,
- gestisce il proprio archivio storico di riprese televisive, con particolare attenzione alla storia dell’Autodromo di Monza e, infine,
- in forza del rapporto contrattuale con SIAS, fa produzione e promozione televisiva dell’attività sportiva in calendario a Monza, in cambio della cessione a titolo gratuito dei locali interni all’autodromo, in cui colloca il suo ufficio operativo.

La promozione video per SIAS è sempre stata effettuata mediante l’invio gratuito dei servizi alle televisioni locali della Lombardia e, negli anni, anche a tutte le TV che ne facevano richiesta sul territorio nazionale, ivi comprese reti con altissimo share quali La7 e Rai. I servizi sono sempre andati in onda in tutte le fasce orarie e comunque nell’ambito di telegiornali e programmi specializzati in motorsport.

GI.VI.CO. e SIAS collaborano dal 1997 e tuttora. Nel corso negli anni, i rinnovi contrattuali possono aver determinato dei momenti di tensione, com’è assolutamente normale e fisiologico nei rapporti commerciali, ma qualsiasi incomprensione ci possa esser stata, però, di certo è sempre stata risolta e chiarita. Così anche nell’ultimo rinnovo (in particolare, è doveroso precisare che non c’è stato mai alcun bando, ma solo fu ventilata alla fine del 2013 l’eventualità di aprirne uno: ipotesi che Vignando accettò senza problema, ma la SIAS stessa lasciò cadere. E tantomeno Gigi Vignando ha ricattato SIAS, come afferma il sig. Trivulzio nel suo scritto).

Monzainforma non ha mai intessuto rapporti commerciali con Acp&Partners, né con Cast Monaco Production (che Vignando neppure conosce!). Certo Gigi Vignando non ha mai consentito che Monzainforma si prestasse a scopi diversi da quelli istituzionali, tantomeno per seguire interessi personali altrui; mai ha venduto, né formalmente né di fatto, il marchio di Monza, avendolo anzi sempre promosso; mai ha emesso “fatture gonfiate” nei confronti di chicchessia, essendo del tutto estraneo alla sua etica.

In ultimo, quanto al sig. Giardina, nell’arco dei 17 anni di vita di Monzainforma, la sua collaborazione si riduce ad un’unica occasione: nei primi anni duemila e per una sola settimana, in prova…

GI.VI.CO e la persona di Gigi Vignando, è bene ribadirlo, non hanno mai avuto bisogno di “protettori”, avendo sempre svolto solo attività lecite e l’ultima battaglia combattuta per il rinnovamento di Monza ne è la prova ad oggi più evidente.


Al Comunicato stampa di “Monza Informa” risponde l'autore dell'articolo

“Nessuna falsità scritta. Non tolgo una virgola, correggo soltanto una imprecisione relativa al passaggio “Per poter mantenere la sua società in autodormo si è rivolto al suo protettore Enrico Ferrari”. Chissà, forse l'ha fatto davvero, di certo – quando già cavalcava la lista “Sport e Rinnovamento” ha chiesto aiuto a Mchele Nappi, vice presidente dell'Automobile Club di Milano (che di Sias ha il 70% delle quote), che stava preparando la lista concorrente con Carlo Edoardo Valli tant'è vero che il suo caso venne portato da Nappi in Consiglio di Acm e passò con voto unanime. Esiste il verbale e in ogni caso è stato lo stesso Nappi a confermarlo al sottoscritto. Ad elezioni concluse con la vittoria della lista “Sport e Rinnovamento” chiesi allo sconfitto dottor Nappi un commento sul comportamento di Vignando relativamente alla richiesta di aiuto. Disse: “La riconoscenza non è di questo mondo”.

Nulla di falso e nulla da smentire neppure relativamente alle videocassette del Challenge Ferrari fatturate alla Cast Monaco Production.
Invito Vignando a leggere bene il testo, non ho scritto che era “Monza Informa” a fatturare a Cast Monaco Production e ad incassare bensì che era la sua società a relizzare i filmati che consegnava al direttore Enrico Ferrari e che poi – l'ha accertato la Guardia di finanza – la società monegasca fatturava ad Acp&Partners e i proventi venivano ritornati ad Acp&Partners di Marco Villa e a Sias decurtati del 5 per cento.

Il signor Gigi Vignando a questo proposito ha la memoria corta. Fu lui stesso a parlarmi – nel 2012 in sala stampa dei filmati “di Ferrari, Maserati e Pirelli che io consegno a lui e poi non so cosa ne fa Enrico Ferrari”.
Vignando smentisce anche ciò che non è smentibile, la lettera che Fabrizio Turci, amministatore di Sias, gli ha mandato (protocollo 6(/2014 del 20 febbraio che Infonodo ha pubblicato sotto l'articolo) “intimandogli l'immediato rilascio dei locali”. Scritta dopo la decisione presa dal Consiglio di Acm di tenere “Monza Informa” frutto del sollecitato interessamento di Michele Nappi.

Ultima doverosa chiosa. I sostituti procuratori Walter Mapelli e Caterina Trentini hanno svolto la loro inchiesta partendo dalla denuncia del presidente di Sias Paolo Guitamacchi, del consigliere Pietro Mazzo e di Enrico Radaelli. Hanno trovato moltissimo altro materiale relativo alle centinaia di società che avevano rapporti con Sias e su cui Enrico Ferrari e forse non soltanto lui, lucrava. Materiale che è ancora al vaglio della Guardia di finanza e potrà aprire nuovi spiragli forse non penali, ma certamente interessanti per l'Agenzia delle Entrate. 

Pier Attilio Trivulzio

Monza - Autodromo. Durante la gara, muore di infarto il patron della scuderia De Martini. E' solo un ciak ma poi si rischia l'incidente vero

di Pier Attilio Trivulzio

É successo di tutto questo fine settimana in Autodromo. Momenti di panico sabato pomeriggio. Mentre in pista si sfidavano le granturismo per l'ultima gara valida per il campionato europeo della GT4 che vedeva tra gli altri impegnato alla guida di una Bmw il principe Bernhard Lucas Emmanuel di Orange-Nassu von Vollenhoven, membro della Real casa olandese, il titolare del team De Martini è improvvisamente sbiancato in volto, ha barcollato ed è stramazzato al suolo in mezzo alla corsia box. Immobile. Soccorso dagli addetti alla sicurezza e all'antincendio; e i meccanici della sua squadra, impietriti, gli si sono stretti attorno. Qualcuno gridava invocando l'arrivo immediato del medico e i fotografi riprendevano la scena.

Tutto mentre le auto sfrecciavano in pista a 167 di media. Panico. “Vai via, scemo. Stiamo girando la scena”, ha detto con un filo di voce l'uomo a terra che, ovviamente, non era stato colto da malore. Semplicemente recitava una scena di “Italian Race” film con Stefano Accorsi e Matilda De Angelis, regista Matteo Rovere che la Fandango manderà nella sale a primavera.

Finzione di impressionante realtà. La scena è stata ripetuta sette volte e davvero si è rischiato il morto. Mentre le granturismo continuavano a girare e Bernhard di Orange-Nassau lottava per il terzo gradino del podio che gli assicurava il titolo europeo, un finale da brivido. All'ultimo ciak un'auto in gara con un pneumatico dechappato ha infilato la corsia box per raggiungere la postazione dove i suoi meccanici erano pronti alla sostituzione. Ed ha rischiato di travolgere la troupe di Fandango. Che è stata poi chiamata in direzione gara e strigliata dal direttore Daniele Galbiati.

Per completezza d'informazione diciamo che “Italian Race” è la storia di una immaginaria squadra, la De Martini, oberata di debiti il cui titolare, colpito da infarto muore, appunto, nella corsia box dell'Autodromo di Monza. Sono i figli Loris (Stefano Accorsi) ex pilota e la sorella Giulia (Matilda De Angelis), pilota, ad ereditare la squadra.
La pellicola è stata girata dal vivo in due mesi riprendendo le gare dei Racing Weekend, negli autodromi di Imola, Mugello e Vallelunga con una scena – che apparirà prima dei titoli di coda - tra le strade dei “sassi” di Matera.

Oggi la troupe ha concluso le riprese a Monza simulando l'uscita di pista di Giulia alla curva parabolica.

Dalla finzione alla realtà. Ieri, al termine di gara2 della GT3 Marco Mapelli e Raffaele Gianmaria sono quasi venuti alle mani. Si giocavano il titolo: un solo punto, a vantaggio di Mapelli, li divideva. Alla variante della Roggia Gianmaria con la Ferrari 458 ha tamponato l'Audi RS LMS del rivale. E' stata subito rissa tra i piloti e i meccanici. “Mi hai tamponato intenzionalmente per soffiarmi il titolo”, ha gridato a muso duro il brianzolo Mapelli al rivale che ha ribattuto: “Sei tu che hai frenato prima sperando che andassi fuori pista”.
La prima classifica riportava la penalizzazione di 1.254 secondi a Mapelli. Dopo il deposito di un reclamo Mapelli dal secondo posto è stato retrocesso al terzo e quindi, per il momento, per un misero punto, ha detto addio al titolo italiano che andrebbe a Gianmaria. La classifica è sub judice. “Se sarà necessario andremo in appello arrivando fino a chiedere il giudizio della Fia a Parigi”, ha annunciato la squadra Audi Sport del monzese Emilio Radaelli.

Nel rombante e strano fine settimana monzese tra un morto che non è morto e lite tra piloti fa tenerezza la presenza del 70enne Jo Castellano che corre nei prototipi e finisce terzo di categoria in gara2. Da giovane si cimentò in gare mondiali come la “1000 km” disputata sul vecchio, storico circuito di 23 km del Nuerburgring con la Lancia Beta.

Il rallista, pluricampione italiano della specialità Piero Longhi ka vinto gara1 dell' F2 Italian Trophy e é finito secondo in gara2. Longhi è stato il maestro e coequipier del neopatentato Valentino Rossi al primo Rally di Monza a cui ha preso parte il 9 volte iridato. Longhi tornerà rallista all'Autodromo facendo come sempre coppia con Capitan Ventosa ed esibendo lo sturacessi sul tetto dell'auto il 28 novembre.

 

Monza - Processo Vivacqua. La sua auto crivellata di colpi in Sicilia pochi mesi prima dell'omicidio

di Pier Attilio Trivulzio

Ci sono tanti misteri nella morte violenta di Paolo Vivacqua, il rotamat di Ravanusa che lasciata la Sicilia quando aveva vent'anni si era trasferito in Brianza. Sette colpi d'arma da fuoco calibro 7,65 Browning a canna corta munita di silenziatore mettono fine alla sua esistenza la fredda mattina del 14 novembre di tre anni fa.

Il killer gli spara appena entrato nell'ufficio di via Bramante d'Urbino a Desio. Vivacqua, che presumibilmente è arrivato da pochi minuti, è in piedi dietro alla scrivania. I primi due colpi lo raggiungono al petto e sotto l'ascella, cerca la fuga verso il bagno, l'ufficio è angusto, quattro proiettili si conficcano nella schiena, il settimo nella parte bassa del cranio.

Ci sono tanti misteri nella morte di quest'uomo che aveva frequentazioni malavitose, che aveva aperto società che commerciavano in metalli ferrosi ed era diventato ricco dando vita alle “cartiere” che sfornavano a getto continuo false fatture. I soldi li investiva in terreni e case. Soprattutto terreni agricoli che grazie a compiacenti imprenditori immobiliari e prezzolati politici erano diventati edificabili.

L'affare più importante era stata la cessione del terreno di Carate a ridosso della Valassina a Bricoman Italia. Un affare da oltre sei milioni di euro. Affare che Vivacqua non si è potuto godere. Due mesi dopo aver incassato gli assegni é stato ucciso.

Ci sono tanti misteri nella vita di Paolo Vivacqua, raccontati nelle 8500 pagine dell'inchiesta del sostituto procuratore Donata Costa. Tanti, troppi misteri. Molti ancora insoluti.

Come l'identità dell'uomo che quel 14 novembre 2011 potrebbe avere visto il killer, che poco dopo le 15 entra nell'ufficio e s'intrattiene per diverso tempo quando il personale del 118 e la compagna di Vivacqua, Lavinia Mihalache, scoprono il corpo che è a terra, dietro la scrivania e si eclissa prima che arrivano i carabinieri.
Misteri come l'identità di chi, quel 14 novembre, fece la chiamata al 118.

O come l'episodio dell'auto di Paolo Vivacqua crivellata di colpi d'arma da fuoco rivelato dalla sorella di Vivacqua a Lavinia Mihalache. Episodio che sarebbe avvenuto in Sicilia. Non ne fanno menzione i carabinieri di Campobello di Licata che invece “in una annotazione del 19 agosto 2010” scrivono che “Diego Barba era stato umiliato e gravemente minacciato e che Germania Biondo aveva messo in guardia i familiari del Barba circa l'arrivo di Paolo Vivacqua in Sicilia e del fatto che egli possedesse un'arma occultata nella sua casa di Ravanusa”.

Misteri come quello relativo all'arma detenuta da Vivacqua che non risulta essere stata sequestrata e consegnata assieme ad altre quattro al Ris di Parma. Due di queste pistole erano in possesso di Felice Tagliabue, socio di Vivacqua, una era stata sequestra dalla polizia belga nel gennaio 2012 ad un cittadino di Desio; la quarta, una Zor 70 prodotta in Cecoslovacchia, rinvenuta a Macherio nella casa di Gaetano Vivacqua. Per la cronaca, secondo quanto riferito dal maggiore del Ris sentito come teste nell'udienza di lunedì, i risultati su tutte e quattro le armi hanno dato risultati negativi.

Misteri, misteri e ancora misteri. Andiamo con ordine a riferire di quanto – di rilevante - è emerso dalla escussione dei testi nella seconda udienza del processo.

Lavinia Mihalache racconta gli ultimi momenti vissuti accanto a Paolo Vivacqua.
Quella mattina ci siamo svegliati attorno alle 9.30-9.45. Paolo ha fatto la doccia e quindi la colazione. Siamo usciti e poco dopo abbiamo preso il caffè in un bar vicino. Alle 10.30 ci siamo salutati. Mi ha detto d'avere appuntamenti d'affari. Dopo una ventina di minuti ho provata a chiamarlo per sapere se sarebbe venuto a pranzo: un cellulare squillava ma nessuno rispondeva, l'altro era spento. Allora ho chiamato la mia amica Mariana (Rusnac) che lavorava al bar di Muggiò, sapevo che Paolo andava tutti i giorni in quel bar che aveva aperto con Loreno Magni (avvocato – ndr) affidandone la gestione a Mario Infantino che, in realtà, era il prestanome. Preoccupata dal fatto che Paolo non rispondeva al telefono verso le 14 sono andata al bar di Muggiò e li ho trovato Mario Infantino e un figlio di Paolo. Nessuno sapeva niente. Allora ho detto a Mariana d'accompagnarmi a Desio. In quell'ufficio Paolo non andava tutti i giorni. Magari restava soltanto un paio d'ore e incontrava l'avvocato Magni. Arrivata sul posto non avendo visto la Bmw mi sono spaventata, ho visto la saracinesca dell'ufficio alzata ed allora ho chiesto a Mariana di posteggiare davanti all'ufficio. Sono entrata chiamandolo ed ho visto le scarpe di Paolo, mi sono chinata, l'ho scosso. Poi ho visto due bossoli...Non si vedeva sangue, mi sono mancate le forze, la forza di uscire, di parlare. Un signore anziano mi ha chiesto: “Cosa è successo?”. E io: chiama l'ambulanza, chiama qualcuno”.

L'uomo era sempre lì?” - interviene il pm -“Questa persona anziana lei la conosceva?”. “L'ho visto entrare era lì”.

Davanti alla porta c'era un signore anziano”, conferma l'amica Mariana Rusnac.

Donata Costa chiede alla teste: “Prima che arrivassero i carabinieri, chi è entrato nell'ufficio?”.
Credo il signore anziano”, risponde.

Il pm ricorda alla teste quanto dichiarato all'epoca: “...Non ricordo cosa ha detto la persona anziana. Lavinia ha visto Paolo steso, testa in giù. Il corpo era dietro a scrivania. Quando è arrivato il medico il corpo è stato girato...Chi ha chiamato il 118? Forse l'anziano. Potrebbe avere chiamato il dottore e l'ambulanza...”.
Quello che è certo è che i carabinieri arrivano sul posto dopo il medico e il personale del 118 che ha già rivoltato il cadavere, qualcuno ha strappato i bottoni della camicia che è aperta sul petto. C'è dunque un inquinamento del luogo dell'omicidio.

Ho partecipato alla prima ispezione del locale. La chiamata alla centrale carabinieri di Desio fu fatto alle 15.30: venne segnalato un suicidio – esordisce il maresciallo capo Ciro Sannarico -. Mi portai sul posto e trovai il medico e il personale del 118 che subito esclusero il suicidio. Venivano rinvenuti dei bossoli. Quando arrivai c'erano due giovani che toccavano e baciavano il corpo. Erano Antonio e Davide, i figli di Vivacqua. Furono condotti fuori dall'ufficio. Constatata l'esistenza di bossoli e ferite sul corpo feci richiesta di ulteriore personale. Vennero quindi i colleghi del comando di Monza, la dottoressa Costa e il personale operativo”.

Il corpo era dietro la scrivania che era posta di fronte all'ingresso. Era stato il medico, dottor Emilio Corti, a girare il corpo per prestare i primi soccorsi. La perquisizione e l'ispezione del cadavere è avvenuta alle 16. Il medico si era già allontanato. Nella tasca sinistra del morto trovai 1.030 euro e 50 centesimi in contanti e in quella sinistra le chiavi dell'auto. Nella tasca posteriore un portafogli con documenti e alcuni manoscritti oltre a 4.000 franchi svizzeri... Conoscevo Paolo Vivacqua essendomi occupato della rapina di cui fu oggetto Calogero Licata Caruso titolare della società LV Metalli il 27 ottobre 2010 a Lissone. Tre persone lo rapinarono di 300mila euro appena ritirati dall'ufficio postale di Lissone. Chiusero in bagno Licata Caruso e Mario Infantino togliendo a uno di loro i pantaloni per impedire che li seguissero. Poco dopo arrivò Paolo Vivacqua”.

Interviene il presidente: “Di chi erano i soldi?”.
Per quello che posso dire è che erano di Vivacqua. Si era arrabbiato moltissimo...i due erano agitati”.

Il maresciallo capo torna a riferire dell'attività investigativa svolta quel 14 novembre 2011. “Nell'ufficio c'era un apparecchio per le intercettazioni ambientali senza scheda sim. Funziona con due schede sim, non c'era però un apparecchio di registrazione...Trovai le chiavi della Bmw serie 7 e alla presenza di Davide Vivacqua iniziai l'ispezione. Trovai un cellulare LG con scheda sim di un gestore telefonico svizzero ed un secondo cellulare Nokia senza scheda sim. Quando portammo l'auto in caserma a Desio per una indagine più approfondita rinvenimmo un terzo cellulare Nokia con sim del gestore Wind”.

Alle 18.15 – prosegue il teste – andammo a Carate in via Donizetti per perquisire l'appartamento del morto. Trovammo e identificammo oltre alla compagna Lavinia Mihalache e all'amica Mariana Rusnac l'avvocato Loreno Magni, Calogero Licata Caruso e il fratello di Vivacqua, Antonello..”.

Alle 22.15 del giorno dopo lei ripete la perquisizione nell'ufficio di Desio – chiede l'avvocato Manuela Cacciuttolo che difende Germania Biondo ex moglie di Paolo Vivacqua -. Cosa avete fatto?”.
Non saprei dire”, è la risposta.

Avete compiuto altri rilievi tecnici sull'auto?”.
Credo di no”.

Ha visto le scarpe di Vivacqua?”.
La suola di una scarpa era sporca di una sostanza bianca”.

Su domande dei legali il teste precisa che nell'ufficio “non c'erano segni di collutazione, sulla scrivania c'era il mazzo di chiavi che apriva l'ufficio e la cassaforte che si trovava in bagno e conteneva 8/9mila euro. Abbiamo subito escluso l'ipotesi della rapina. Tutto nell'ufficio era in ordine”.

L'avvocato Franco Gandolfo che assiste Lavinia Mihalache annuncia il deposito di sequestro conservativo dei beni dell'imputato Diego Barba.

Ovviamente nel caso questi venisse condannato. “Secondo l'allegato 1 datato 30 aprile 2014 il Barba dichiara di possedere un magazzino a Macherio, un appartamento a Seregno, un box a Campobello di Licata e altre piccole proprietà. Da una visura camerale Diego Barba risulta impossidente”,dice l'avvocato Gandolfo e chiede che Barba confermi i possedimenti. “Confermo quanto dichiarato – risponde dal gabbio l'aspirante investigatore -. Il magazzino di Macherio e l'appartamento di Seregno sono beni coperti da mutui di 25/30 anni, il box di Campobello di Licata non ha vincoli”.

Il legale di parte civile insiste, chiede che “Barba dica quando scadono i mutui e soprattutto chiarisca i problemi che ci sono relativamente al suo codice fiscale o su quello della società. O è errato il primo o il secondo”.
Consegna quindi alla corte la visura catastale e provvede al deposito del documento con cui chiede il sequestro conservativo dei beni.

L'avvocato Cacciuttolo vuole sapere dal pubblico ministero quali trascrizioni verranno presentate e ribadisce il no a relazioni di servizio scritte dal personale operante.
E' evidente che se ci sono le relazioni di servizio non sono utilizzabili”, taglia corto Donata Costa.

Il presidente comunica quindi l'accettata richiesta di proroga delle intercettazioni telefoniche, la rinuncia a due testi che hanno fatto dichiarazioni derelate e quindi, trattandosi di testimonianza indiretta non è utilizzabile, e la citazione del teste Gino Guttusoindagato - ricorda - per le dichiarazioni fatte nel corso dell'incidente probatorio davanti al Gip. E' opportuno verificare la forza d'intimidazione e l'esame di tale teste”.

Entra in aula Lavinia Mihalache, compagnia di Paolo Vivacqua. Fisico da modella. Viso acqua e sapone. Pantaloni bianchi, golf grigio scollo a V, giubbetto di pelle nera, scarpe basse. Capelli neri lunghi. Elegante. Risponde a tutte le domande senza alcun imbarazzo. La sua escussione dura un'ora e venti minuti.

Il pm le chiede della sua relazione con l'ucciso. “Ai primi di agosto 2008 cercavo un appartamento in cui abitare con mio figlio grande e lui, Paolo, ne aveva da affittare. Gli lasciai il mio numero di telefono e dopo molto tempo mi chiamò. Ci vedemmo, a Natale mi fece gli auguri. Io nel frattempo avevo trovato l'appartamento a Desio. Lavoravo, casualmente mi capitò di rincontrarlo per strada...Sapevo che era sposato, ma viveva da solo. Tra il 2009 e il 2010 abbiamo preso a frequentarci. Quando ero incinta mi propose d'andare a convivere...
Nell'estate del 2010 voleva portarmi in Sicilia. Ci teneva tanto. Io invece non volevo. Eravamo da pochi mesi assieme. Alloggiammo a Siracusa, in un villaggio. Paolo usciva spesso e rientrava dopo le 24. Una notte tornò alle 4 del mattino. Mi ero preoccupata e quando rientrò anche lui lo era.

Mi disse: quello che viene me lo prendo purché non succeda niente ai mie figli. Non mi parlò di discussioni con qualcuno né mai detto: qualcosa mi può capitare. Soltanto negli ultimi tempi... Molti mesi dopo ho avuto modo di ripensare a quella sera d'agosto in cui Paolo era rientrato alle 4 del mattino. Ne ho parlato con la mia amica Mariana e dell'incidente. Anche perché dalla sorella di Paolo avevo saputo che la sua auto era stata crivellata di colpi ed era poi stata riparata da un carrozziere. Dalla Sicilia noi eravamo tornati in aereo; era compito di Vincenzo Infantino riportare l'auto al nord”.

Aggiunge un altro ricordo: “Eravamo a Palma di Majorca e dovevamo rimanerci due settimane invece Paolo era subito ripartito per andare in Sicilia. Io allora ero andata al mio paese, in Romania. Paolo mi disse che aveva fatto un sogno. Seppi in realtà che lui e i suoi figli si erano presi a botte con Diego Barba e che qualcuno da giù glielo aveva fatto sapere. Una lite tra di loro. Paolo era rimasto molto male”.

Il suo legale, Franco Gandolfo le chiede di riferire su di un fatto avvenuto in Sicilia nel 2011: colpi sparati contro l'auto di Paolo.

Si, ho visto l'auto, erano evidenti i segno degli spari. L'auto è stata poi riparata in una carrozzeria del posto”.

Daria Pesce avvocato di parte civile per i figli di Vivacqua, già difensore di Germania Biondo nel processo di Milano domanda: “Quando è successo questo fatto lei ha visto la signora Biondo?”.

No, ma lo stesso giorno Antonio Vivacqua mi ha detto di andare via perchè c'era in giro la signora Biondo”.

Quest'anno il giorno del compleanno di mio figlio Nicolas ho trovato il frontale della la mia Mercedes distrutto. L'amica Mariana Rusnac riferisce di non aver subìto minacce ma di aver trovato danneggiata la sua auto

Ho fatto regolare denuncia. Al ritorno dalle vacanze in Romania, lo scorso settembre, sono stata seguita in modo insistente da due individui a bordo di una vecchia auto. Ero con alcuni bambini, mi preoccupai pensando che volessero far loro del male. Una persona uscì dall'auto e rimase a fissarmi in modo insistente”.

La compagna di Vivacqua ha raccontato altri fatti importanti. Che l'avvocato Loreno Magni era sempre con “Lillo”, nomignolo di Calogero Licata Caruso, e Mario Infantino e d'aver saputo, dopo la morte del convivente, da Licata Caruso che i soldi incassati da Bricoman erano stati presi da Paolo e che, avuta la somma (6,1milioni di euro – ndr) aveva pensato di versare 1/1,5milioni su un conto bancario, dare a “Lillo” 500mila euro e dividere il resto con i tre figli.
Felice Tagliabue? L'ho visto due o tre volte. Era socio di Paolo”.

Domanda il pubblico ministero: “Sa di altre persone a cui Paolo prestava denaro?”.

Era molto generoso. Ne prestava a quanti ne avevano bisogno. A “Mimmo” Zema (indagato inchiesta Tibet e scarcerato per problemi di salute poche settimane or sono – ndr), era il suo miglior amico, si trovava in difficoltà...A Giannone, carabiniere, che lavorava anche come buttafuori in un locale notturno. Ha prestato soldi anche a Moccia, un altro carabiniere. “Sono senza soldi, prestami 50 euro”, diceva Moccia e Paolo glieli dava. So che a lui, Paolo, aveva chiesto il favore di interessarsi su quanto guadagnava il mio ex marito”.

Le viene domandato se sa chi sono Massimo Scalfarotto e Salvatore Quartararo.
Entrambi – risponde - sono nel commercio dei metalli”.

Domanda: “Aveva ricevuto minacce?”.

Ultimamente aveva fretta di sistemare le cose – continua la Mihalache – Non mi piace lasciare le cose a metà, diceva. Hai un bambino piccolo, può capitarmi un incidente... Non voglio problemi, non voglio casini. Il 21 o 23 novembre avremmo dovuto andare all'agenzia di Massino Pirovano (indagato nell'inchiesta parallela sulle tangenti “Carate Nostra – ndr) per rogitare l'appartamento di Carate...”.

Il pm legge alla teste il contenuto di una deposizione: “ ll 7 febbraio avevamo ricevuto la visita di Grassa, parente di Paolo, padrino del figlio Davide. Con Paolo erano andati nel box dove c'era un sacchetto pieno di contanti, circa 450mila euro”.

Mai visti – risponde la teste -. Il box era sempre aperto. Io e la donna di servizio che mi ha rubato anello, collana e catenina d'oro di mio figlio ma non l'ho denunciata perché me li ha restituiti, avevamo il telecomando...In casa c'era una cassaforte e un'altra era nell'ufficio di Desio. Paolo avrebbe voluto mettere le telecamere in ufficio e a casa”.

Le viene chiesto della residenza svizzera di Vivacqua. “Come altri, magari, un giorno andiamo a viverci, mi diceva. Aveva un appartamento in affitto a Lugano, siamo andati in quella casa ma senza fermarci a dormire”.

Donata Costa ricorda che a verbale aveva dichiarato: “Aveva preso la residenza per motivi fiscali”.
Risposta: “Che aveva soldi in Svizzera l'ho scoperto soltanto dopo la sua morte. Ne ho parlato coi figli a cui era stato consigliato di rinunciare all'eredità. Io ho un figlio di Paolo (Nicolas, nato a giugno 2010), ho tempo tre anni, non ho rinunciato”.

Parla quindi dei suoi fratelli, uno che vive da 20 anni negli Stati Uniti, un altro in Spagna ed un terzo che era stato per un periodo in Spagna, è tornato in Romania che ora si è trasferito in Inghilterra.

Nell'ottobre-novembre prima dell'omicidio (ponte dei santi e dei morti - ndr) ero andata con Paolo in Romania con i miei figli e la baby sitter – racconta -. Pensava d'acquistare una casa per le vacanze. So che mio fratello continuava a chiedere d'essere aiutato. Dopo, da “Lillo” e dai fratelli ho saputo che Paolo gli aveva dato dei soldi. Per comperare una casa in Sicilia che però non aveva acquistato. E poi 100mila euro, forse in contanti, per l'acquisto di un escavatore. Io non volevo che mio fratello chiedesse aiuti. Mio fratello mi ha comunque sempre tenuto fuori dai suoi affari”.
Domanda a bruciapelo alla teste: “Sa se Paolo conoscesse Antonino Giarrana?”.
Risposta: “Ho saputo dopo l'omicidio che Paolo gli aveva prestato dei soldi”.

L'udienza si chiude con la deposizione del maresciallo Nunzio Martino della Guardia di finanza di Desio che con i colleghi si è occupato della parte finanzaria delle società di Vivacqua partendo dai documenti trovati nell'ufficio di via Bramante d'Urbino. Un lungo escursius su vicende già descritte da altro personale nel processo parallelo “Carate Nostra”. Con le sole aggiunte della vendita del capannone ex Eurotex di Seregno acquistato preliminarmente nel 2006 da Felice Tagliabue per 550mila euro e quindi ceduto con un compromesso ai signori Greco e ai fratelli Giussani e quindi, quando l'area ottiene il cambio di destinazione d'uso diventando residenziale, viene dato incarico incarico professionale da 90mila euro all'architetto Giorgio Villa affinchè rediga un disciplinare. L'acconto versato all'atto del preliminare viene restituito e la VLB resta proprietaria dell'area che successivamente, il 14 febbraio 2008 passa dalla VLB alla GBA di Domenico Zema dietro compenso di 1,3milioni di euro.

La Gdf di Seregno indaga anche su conti di Germania Biondo scoprendo un conto aperto presso una banca di San Marino il cui ammontare viene poi dirottato in Svizzera su altro conto di Paolo Vivacqua.

Il processo riprende il 3 novembre con Felice Tagliabue, Loreno Magni e Massimo Pirovano convocati come testi.

L'annuncio che Valentina De Sanctis della Gdf di Gorgonzola trasferita ad altro incarico non verrà in aula a testimoniare ed al suo posto è convocato un altro ufficiale non trova d'accordo l'avvocato Paolo Sevesi difensore di Diego Barba.

 

Processo Carate Nostra. Altobelli inguaia l'ex assessore Sandro Sisler e Massimo Pirovano

di Pier Attilio Trivulzio

Il presidente della Commissione Urbanistica di Carate Brianza, Maurizio Altobelli, attraverso la “Emmetre Immobiliare srl” e “3I srl” era stato socio del 25 per cento di Paolo Vivacqua nella “Loviro srl” che nel 2007 aveva acquistato parte dei terreni su cui tre anni fa è sorta, a ridosso della Valassina, la media struttura di vendita di Bricoman Italia.

Quando il 31 marzo 2009 iniziò la seduta del Consiglio per l’esame delle “osservazioni, controdeduzioni e approvazione definitiva del Piano di Governo de Territorio” l’assessore all’Urbanistica Sandro Sisler invitò i consiglieri “ad astenersi nel caso in cui dovesse sussistere una correlazione immediata e diretta tra il contenuto della deliberazione e specifici interessi dei consiglieri e/o parenti o affini fino al 4° grado”.

Il consigliere Claudio Corti uscì dall’aula; Maurizio Altobelli restò al loro posto.

Alla luce di quanto dichiarato venerdì in Tribunale da Altobelli durante l'udienza del processo alla cricca di “Carate Nostra”, lo stesso assessore Sandro Sisler avrebbe dovuto lasciare l'aula. E sì perchè – secondo il teste – che alla domanda del pubblico ministero Donata Costa se “si riconosce nel politico a cui i fratelli Miceli e Pirovano pagarono 30mila euro per rendere edificabile il terreno di via Padova?” risponde: “Sì. Massimo Pirovano me li dette dicendomi “sono per l'assessore Sisler. Io però in parte me li sono tenuti”.

Come mai – gli viene chiesto - Pirovano non dette i 30mila euro direttamente a Sisler?”.
Non saprei... Pirovano era abbastanza spesso con Sisler”.

Chiede la presidente: “Secondo lei, Altobelli, Sisler si è accordato con Pirovano? Pirovano e Sisler non avevano rapporti?

Sì, li avevano ma Pirovano aveva il braccino corto”.“Il pm: “Era una tangente? E' stata l'unica volta che l'ha incassata? Fu lei a chiederla?”.
Era la prima volta...non fui io a chiederla”.

Viene domandato al teste del terreno di via Tagliamento su cui insisteva e ancora insistono i vincoli del Parco della Valle del Lambro e della Regione Lombardia.

Era Pirovano che in qualità di amministratore teneva i rapporti con i venditori. Attraverso la Bre srl avevamo fatto il preliminare d'acquisto. Ero socio con Walter Longoni, Giorgio Giussani e Massimo Pirovano. Prezzo del terreno edificabile 1,5milioni di euro. Sapevamo dei vincoli del Parco e della Regione”.

Ha pagato acconti all'atto del preliminare?”.

No – risponde AltobelliSolo i 150mila euro per la consulenza ad Antonino Brambilla, cifra divisa in quattro. Io non ero d'accordo sul pagamento a Brambilla così come non ero interessato ad acquistare il terreno...Era marzo o forse aprile 2009 – ricostruisce Altobellieravamo da Walter Longoni presenti oltre a me Giussani e Pirovano che disse: ci vuole una cifra per la consulenza, per vedere se il vincolo é ancora valido”.

Come mai una cifra così alta?”, domanda il pm.

Anch'io feci la domanda. Io e Walter Longoni eravamo in difficoltà e quindi pagammo la nostra quota a Pirovano in tre tranche. Pirovano ci disse di non parlare mai con Brambilla; Pirovano è un amico e io mi sono attenuto a questa sua richiesta”.

Lei era in difficoltà economiche e tira fuori 37,5mila euro. Ha chiesto a Pirovano cosa faceva Brambilla per quel terreno?”.

Sapevo che Brambilla era un esperto di urbanistica e che sarebbe stata una cosa lunga”.

Lei, Altobelli, dichiarò, le leggo il verbale: “Proposi di rivolgersi ad un altro professionista...era una tangente, dovevamo pagare in contanti”.
Interviene la presidente: “La tangente era obbligatoria?”.

Sì, obbligatoria – è la risposta dell'ex presidente della Commissione urbanistica -. Dovevamo darla in contanti”.

L'avvocato Ghezzi, difensore di Angelo Miceli, chiede formalmente un confronto tra Maurizio Altobelli e Massimo Pirovanodal momento che sul discorso dei 30mila euro pagati per l'edificazione di via Padova il teste coinvolge Sisler di cui Pirovano non ha parlato”.
Alla richiesta si associa l'avvocato D'Addea che difende Walter Longoni e le società Bre srl e 3I srl.

Sentito come teste prima di Altobelli, Massimo Pirovano aveva effettivamente raccontato cose diverse .
Relativamente al terreno di via Padova della società Quadratea di cui era socio, aveva dichiarato: “Altobelli era un amico ed è ancora un amico. Alla fine quando il terreno è diventato edificabile è venuto e mi ha detto: dammi qualcosa. Mi avesse chiesto 10mila euro glieli avrei prestati... Da me ha preso 10 mila euro”.

Donata Costa, riferendosi ad un documento del novembre 2011 in cui, relativamente al terreno d via Tagliamento è scritto: “Longoni, Altobelli, Giussani abbiamo ricevuto via Tagliamento. 150mila politici” chiede conto a Pirovano.
Che risponde: “Fu il geometra Giorgio Giussani nel novembre del 2008 e proporci l'acquisto. Forse l'entusiasmo per aver trovato un terreno da acquistare, non facile da trovare a quel tempo, ci portò a sottovalutare i vincoli di Regione e Parco Valle Lambro. Ne parlai con Brambilla ed affidammo a lui il compito di sistemare l'iter...Ottenemmo dai proprietari la modifica del preliminare d'acquisto: avremmo rogitato non solo dopo l'approvazione del Pgt ma anche dopo l'ok del Parco e della Regione. A Brambilla pagammo i 150mila euro in contanti in tre tranche. Avevamo molte pressioni, i proprietari potevano creare problemi anche perchè i venditori, i Giussani, non sapevano che Giorgio Giussani, era in società...”.

Nel documento sequestrato si dice: 150mila dati a un politico”.
Esiste una seconda versione di quel documento – obietta il teste -. Io Brambilla lo conosco come avvocato, politico e urbanista. Poi quando quello scritto ha dato adito...Quando c'è stata la perquisizione ad Altobelli ho cancellato tutto...Ho cancellato la parola politico. Quello a Brambilla era un incarico professionale”.

L'incarico l'avete dato a Brambilla nel 2009, nel 2012 ancora non avevate fatto fattura..”, lo incalza il pubblico ministero.
Avessimo venduto il terreno l'avremmo fatta”, è la lapadaria risposta.
C'era l'incompatibilità del vostro socio Altobelli che stava in Consiglio, con lui non ne avete parlato? Lei non sapeva che in quanto pubblico ufficiale Altobelli non poteva essere socio?”, chiede il sostituto procuratore.
Allora non mi sono posto il problema”, taglia corto Massimo Pirovano.

Massimo Pirovano torna in aula per il confronto e la presidente ricorda a lui e a Maurizio Altobelli che sono ancora sotto giuramento: “C'è disaccordo tra lei, Pirovano e Altobelli relativamente alla vicenda dei 30mila euro pagati per l'edificazione di via Padova. Altobelli dice che lei, nel suo ufficio, gli ha consegnato i 30mila euro per Sandro Sisler. Altobelli, conferma la circostanza?”.
Altobelli: “Confermo!”.
Pirovano: “Anch'io confermo. La mia posizione non cambia. Con Sisler non ho mai parlato in vita mia. Se lo incontro neppure lo saluto. Chiamate l'assessore Sisler!”.

Presidente, rivolta ad Altobelli: “Conferma che l'incontro è avvenuto nell'ufficio di Pirovano?”. Altobelli: “Si, mi consegnò la busta con 30mila euro”.
Pirovano: “Io ho dato 10mila euro. Se ne avessi dati 30mila lo direi, tanto ho patteggiato!”. Commenta la presidente: “La situazione non cambia”.

Avvocato Ghezzi: “Presidente chieda ai testi se ricordano quando fu data la dazione. Pirovano dice dopo l'approvazione del Pgt, Altobelli non ricorda ma dice prima...
Altobelli: “Prima o dopo non cambia”.

A Pirovano la presidente chiede se c'è stata discussione tra i soci per i 150mila euro da dare ad Antonino Brambilla.
Sì. Avevo parlato con Brambilla in merito alle problematiche del terreno di via Tagliamento. Altobelli, effettivamente, aveva sollevato perplessità...”.

Altobelli: “Io non ero d'accordo. La cifra era troppo alta. Potevamo fare noi l'istanza...”.

Presidente: “Altobelli ha detto che il pagamento dei 150mila euro era obbligatorio”.

Pirovano: “Fare istanza in proprio? Dovevamo dare la consulenza. Oppure si diceva non ci interessava più l'acquisto del terreno”.

Presidente: “Dice Altobelli che non doveva parlarne con Brambilla di quei 150mila euro”. Pirovano: “Mah...”.
Presidente: “Altobelli, se lo è inventato?”.

Risposta di Altobelli: “Pirovano mi ha detto non parlarne con Brambilla e che nessun altro poteva parlargli”.

Anche prima dei vostri arresti?” chiede il pm.
Anche il giorno prima degli arresti – ricorda Altobelli - Pirovano mi disse: non fare nomi!..Non mi fu fatta esplicita richiesta relativa ai 150mila euro ma sul nome di Brambilla ”.

Il difensore di Pirovano, l'avvocato Minniti contesta il metodo del confronto: “Stiamo andando fuori dall'oggetto – dice – L'interrogatorio può danneggiare tutti e due i testi. Dico al mio assistito di astenersi”. E, rivolto alla presidente, Massimo Pirovano decide di rispondere.

Avvocato Daddea: “In merito alla domanda: conferma la circostanza che con Brambilla poteva parlare soltanto lui (Massimo Pirovano – ndr) chiedo che la domanda venga esclusa dal verbale”.

Presidente: “Il confronto è sulla circostanza”.

Pirovano: “Il giorno prima degli arresti dell'area di via Tagliamento non sapeva nulla nessuno. Si parlava soltanto di Vivacqua. E' solo quando la Guardia di finanza mi hanno esibito il mandato ho saputo. Fino al giorno del mio arresto si parlava soltanto della vicenda di Paolo Vivacqua, io quindi ero tutt'altro che preoccupato”.

Altri testi hanno deposto in aula.
L'avvocato civilista Loreno Magni ha parlato del suo rapporto con Paolo Vivacqua. “Conosciuto nel 2009 tramite un mio cliente, il ragionier Castoldi di Villasanta. Si presentò all'appuntamento in Porsche. Ho seguito una ventina di cause per Vivacqua: espropri, recupero crediti, la causa di separazione dalla moglie Germania Biondo. Il mio cliente aveva acquistato i terreni di Carate ed era indeciso su cosa farci. Aveva pensato di posizionare un aereo trasformandolo in ristorante; poi arrivò la trattativa con Bricoman che era interessata a prendere in affitto un capannone che doveva essere costruito. Fu in questa occasione che seppi delle indagini della Procura di Brescia relative a Vivacqua. Mi era stato presentato come imprenditore che con i figli si occupava della compra vendita di materiali ferrosi.
Un anno dopo la trattativa si era arenata, si è sbloccata soltanto quando Bricoman ha deciso l'acquisto del terreno firmando un contratto preliminare confirmatorio dando a Vivacqua 700mila euro garantiti da fidejussione.

Amministratore delle società proprietarie dei terreni di Carate, la Loviro srl e Edil VLB srl era Calogero Licata Caruso, uomo di fiducia di Paolo Vivacqua. Questi partecipò a tutte le riunioni con Bricoman. C'era anche una terza persona, Mario Infantino. Felice Tagliabue mi fu presentato come socio dei terreni. Diceva d'aver messo denaro. Poco. Io nel 2007 non c'ero... Alla fine Vivacqua voleva riconoscere a Tagliabue soltanto parte del terreno. Non gli voleva dare soldi. Una riunione in ufficio da Vivacqua per trovare un accordo era prevista per il 15 novembre 2011. Ebbi dei tabulati con i conteggi qualche giorno prima di quel 14 novembre (giorno in cui è stato ucciso nell'ufficio di Desio con sette colpi calibro 7,65 – ndr) , penso me li abbia inviati Tagliabue... Fu Tagliabue a parlarmi di 250mila euro pagati da Vivacqua a professionisti”.

Antonino Brambilla? Lo vidi una sola volta nell'ufficio di Giorgio Aldeghi, presentato come persona esperta. In quanto all'iter per la cessione a Bricoman posso dire che ci furono molte modifiche di progetto. Mi fu detto che dal punto di vista professionale era Brambilla che lo seguiva. Ad un certo punto, preso dallo sconforto, dissi che non avevo più voglia di andare avanti tanto che mandai una email al legale di Bricoman e al direttore sviluppo, Tullio Strata dicendo che molto si era riusciti ad ottenere ma che tutti i giorni non potevano chiedere”.

Gli viene domandato di quella email “riservata” scrittagli da Giorgio Aldeghi il 22 novembre 2010 nella quale si fa riferimento “alla possibilità di ottenere maggiore superficie edificabile secondo le indicazioni di Antonino Brambilla” con allegata la lista dei partecipanti ad una riunione convocata in tutta fretta il giorno prima in Comune per trattare appositamente la vicenda Bricoman.

Email che dà origine ad una risposta dell'avvocato Magni al legale di Bricoman Luigi Corrias nel quale di parla di “Santi in paradiso”.

A quel “consiglio straordinario” erano presenti l'assessore Sandro Sisler, Maurizio Altobelli, il presidente della Commissione urbanistica Carlo Camesasca, gli assessori al commercio e ai lavori pubblici Silvio Citterio e Paolo Bertacco, il geometra Giorgio Aldeghi e l'architetto Giancarlo Parma responsabile dell'ufficio urbanistica.

Argomento trattato? L'ultimo progetto redatto dall'architetto Aldeghi per Bricoman.

Per me – spiega Loreno Magni – quei 'santi in paradiso' stava a significare che Aldeghi aveva forza a livello comunale: aveva fatto convocare un Consiglio dalla mattina alla sera. Lavorava da 30 anni con il Comune di Carate”.

Curiosa la dichiarazione del teste Calogero Licata Caruso (ancora in carcere in quanto già condannato dal Tribunale di Milano), amministratore delle società di Vivacqua.
Io ero un prestanome. I terreni li acquistava Paolo Vivacqua; io aprivo a mio nome i conti correnti e firmavo gli assegni, prelevavo somme in contanti. Paolo neppure mi faceva entrare in ufficio”.
Aggiunge di non sapere nulla di tangenti né di politici.

Col teste Giampietro Gerosa si chiude l'udienza. Ammette d'aver avuto da Felice Tagliabue 5.000 euro per una consulenza; il pm domanda se l'importo è relativo ad un progetto poi presentato dall'architetto Aldeghi. “Sì, mi aveva dato aiuto. Fu lui a firmarlo perchè io come geometra non potevo. Su richiesta di Paolo Vivacqua mi occupai delle opere di urbanizzazione per il Pgt”.

Chi le diede l'incarico?”, viene chiesto.

Risposta: “Credo da Vivacqua ad Aldeghi per conto della Loviro. Vivacqua avrebbe dovuto pagare a me e ad Aldeghi la fattura che però in realtà non ci pagò. Vivacqua avrebbe dovuto darci 75mila euro. No, non emisi fattura né a Vivacqua né alla Loviro”.

Gli viene mostrato il documento relativo a tre assegni per 18mila euro girati da Tagliabue. “C'è ricevuta per Altobelli e la firma Davide – legge Donata Costa - .Riconosce la sua firma?

Il geometra comasco non la riconosce.
Afferma poi di non aver ricevuto quei 250mila euro di cui il pm gli chiede conto. Somma che sarebbe stata pagata a lui e Aldeghi.

Si torna in aula il 7 novembre. Testi convocati: Felice Tagliabue, l'architetto Emma Boldrin, Tullio Strada, Franco Nobili e il professor Paolucci
 

Chiuso lo stabilimento di Limbiate, Intercos tenta la quotazione in Borsa ma non trova acquirenti

di k.ts.

Niente quotazione in Borsa per Intercos, la società che nel maggio dell’anno scorso ha chiuso lo stabilmento di Limbiate dove lavoravano 146 dipendenti.

L’avventura borsistica per la multinazionale milanese della cosmesi, è terminata alle 15,30 di ieri. In serata la società guidata da Dario Ferrari ha diramato una nota in cui spiega il ritiro dell’offerta pubblica di acquisto (Ipo), apertasi il 29 settembre e conclusasi il 9 ottobre e che in caso di successo avrebbe visto la società quotata al mercato Star della Borsa di Milano dal 14 ottobre.

Si legge nella nota : "Nonostante l'ampio interesse e l'apprezzamento manifestato dagli investitori istituzionali italiani ed esteri nel corso del roadshow e pur considerando la qualita' ed il numero delle adesioni ricevute (corrispondenti ad una richiesta di azioni di poco inferiore al quantitativo massimo offerto), la societa' ha ritenuto che le condizioni dei mercati finanziari, deterioratesi repentinamente nel corso degli ultimi giorni, non consentano di ottenere una valutazione che rifletta fedelmente il reale valore intrinseco e le potenzialita' della societa”.

Che la società non ce l’avrebbe fatta a trovare gli investitori istituzionali per collocare il 44,18% del suo capitale sociale lo si era capito intorno a mezzogiorno di ieri, quando la Reuters ha battuto un’agenzia in cui spiegava che, a poche ore dalla chiusura dell'Ipo, solo tre quarti delle azioni erano state prenotate e al valore più basso della forchetta di prezzo ipotizzata. Forchetta fissata tra i 3,5 e i 4,5 euro (vedi Intercos, book coperto oltre tre quarti, atteso prezzo a minimo ).

La quotazione in Borsa, Intercos l’aveva tentata già nel luglio 2006, ma anche allora la società aveva ritirato l’Ipo e rinunciato al progetto di quotazione “ a causa delle condizioni dei mercati finanziari”.
In quel frangente advisor dell’operazione erano state Caboto e Jp Morgan.

Nel maggio dello stesso anno era stata quotata in Borsa la Saras della famiglia Moratti con il coinvolgimento sempre di Jp Morgan.
La quotazione di Saras era stata al centro di un’inchiesta giudiziaria, conclusasi nel 2011 con l’archiviazione, perché si sospettava che la società, coperta da debiti, fosse stata quotata a un prezzo molto superiore per consentire alle banche creditrici di rientrare dalla forte esposizione (vedi Il tracollo in Borsa di Saras). Durante l’inchiesta era emersa una mail in cui Federico Imbert, allora numero uno di JP Morgan Italia, scriveva: “Parlato a lungo con Miccichè di Intesa. È contento del lavoro fatto insieme su SARAS e Intercos. È personalmente a disposizione per stimolare forza vendita specialmente su SARAS. Chiede di informarlo se vediamo problemi o sgranature. Tiene ovviamente molto al successo data l'esposizione sua e di Passera con i Moratti. È stato da lui Galeazzo Pecori Giraldi di Morgan Stanley consigliando di non esagerare sul prezzo” (vedi Italian bankster a culo scoperto!”.

In questi giorni del 2014 è stata invece Rothshild l’advisor della quotazione di Intercos, mentre coordinatori dell’offerta: Banca Imi, Merryl Linch e UBS.

Banca Imi è esposta per 38 milioni di euro con Intercos, mentre BNP Paribas, che ha giocato anch’essa un ruolo nella tentata quotazione di Intercos, è esposta per 18 milioni di euro.
Complessivamente Intercos aveva al 30 giugno 2014 debiti finanziari per circa 225 milioni di euro (vedi tabella sotto).

Il debito con le banche in scadenza 2015-2016 è stato in parte rimborsato a fine luglio e poi rinegoziato con scadenze più lunghe. Al momento Intercos ha debiti finanziari per 208milioni di euro.

L’indebitamento è frutto del finanziamento da 250milioni di euro concesso a partire dal 2007 a Intercos dal pool di banche costituito da: Banca Imi (Intesa San Paolo), BNP Paribas, Credit Agricole, Nataxis, Banca Popolare Emilia Romagna, Banco Popolare Lodi, BNL, UBI e Unicredit.
A pegno del finanziamento, le banche detengono tutte le quote azionarie di Intercos oltre alle ipoteche sugli immobili e sui macchinari della società, e negli accordi sono previste diverse limitazioni alla libertà d’azione del management.
I proventi della quotazione sarebbero serviti alla proprietà a pagare i debiti con le banche.

Secondo il prospetto informativo depositato e approvato dalla Consob, unico impianto libero da ipoteche e gravami è quello di Limbiate, chiuso a seguito dell’avvio della procedura di licenziamento collettivo comunicato dall’azienda ai lavoratori nel marzo del 2013.

La vicenda dei 146 lavoratori dello stabilimento di Limbiate (in maggioranza donne), aveva raccolto, lo scorso anno, la solidarietà e l’interesse di diversi esponenti politici (in una foto al presidio al di fuori dell’azienda era comparsa anche la biassonese Alessia Mosca, al tempo onorevole vicina a Enrico Letta, poi diventata europarlamentare del PD, vedi il comunicato stampa: Crisi Interfila, le azioni messe in campo dal PD) e lo stesso PD di Limbiate aveva concesso l’area, dove era solito organizzare la festa del partito, ai dipendenti Interfila che avevano gestito una festa, per l’occasione denominata: La fabbrica della speranza, raccogliendo 20mila euro (vedi sito: Interfila, la fabbrica della speranza). 

Speranza di breve durata perché il 10 luglio 2013, le rappresentanze sindacali della fabbrica, assistite dalle organizzazioni sindacali territoriali firmavano il licenziamento collettivo per i 146 dipendenti dello stabilimento di Limbiate, con il ricorso per due anni alla cassa integrazione guadagni straordinaria, prima della mobilità.
Al momento dei 146 dipendenti: 38 sono stati ricollocati all’interno del gruppo, 14 sono stati licenziati, 93 sono in cassa integrazione e uno risulta dimesso, secondo quanto si legge nelle due pagine che il prospetto informativo di Intercos dedica alla chiusura dello stabilimento di Limbiate e che riportiamo sotto.

Al 30 giugno 2014, il gruppo milanese Intercos, contava 2.834 dipendenti di cui 841 in Italia ( tra i quali i 93 in cassa integrazione di Limbiate) e 1.993 all’estero, in gran parte nei tre stabilimenti cinesi: i due di Suzhou e  quello di Shangai. Un altro stabilimento sempre a Suzhou è in costruzione e diventerà operativo dal febbraio 2015.

 

Intercos_Limbiate

Monza - Processo Vivacqua I° udienza. Il rotamat dopo Seregno e Carate, puntava su Muggiò

di Pier Attilio Trivulzio

Capelli castani lunghi, un fermaglio sulla nuca che divide in due la chioma. Minuta. Occhiali da vista. Ha jeans e giubbetto “tela di Genova” sopra la camicia bianca portata fuori dai pantaloni. Scarpe grigie che alzano la statura di qualche centimetro. Sta seduta sulla panca accanto a Manuela Cacciuttolo, il suo legale, Germania Biondo, ex moglie di Paolo Vivacqua ucciso nel suo ufficio di via Bramante d'Urbino con sette colpi di pistola calibro 7,65, a Desio il 14 novembre 2011. Secondo l'accusa avrebbe pagato il sicario che ha freddato il marito.

Fuori dall'aula Lavinia Mihalache, chioma a coda di cavallo, poco trucco, pantaloni scuri e golf color tortora tiene a bada il figlio Nicolas. E' l'altra donna di Vivacqua che continua a vivere a Carate nella casa edificata dalla Miceli Costruzioni di Desio per conto della società Quadratea srl i cui soci, Angelo e Calogero Miceli, sono stati rinviati a giudizio per corruzione nel processo “Carate Nostra” in corso a Monza.


L'immobile, non rogitato dal rotamat di Ravanusa, non ha potuto essere posto sotto sequestro dalla Guardia di finanza quando – nell'aprile 2012, su ordine del giudice Alfonsa Maria Ferraro della Procura di Milano - “aggredì” il patrimonio dei Vivacqua.
Un assegno di 300mila euro che serviva per ufficializzare l'acquisto è stato rinvenuto dalla Fiamme gialle nell'appartamento di via Donizetti.
Dice, l’avvocato Cacciuttolo, che difende Germania Biondo: “dalla intercettazione telefonica del 2 ottobre 2011 si evince che il rapporto sentimentale tra Paolo Vivacqua e Lavinia Mihalache si era rotto”.
La donna dovrà presentarsi in aula in qualità di testimone il prossimo 20 ottobre quando si terrà la seconda udienza. Convocati anche Emilio Corti, medico che constatò la morte di Vivacqua, il capitano Marchetti e Gentile del Ris di Parma.
In aula, lunedì, erano presenti anche gli altri quattro indagati tutti, come la Biondo, detenuti: Diego Barba, Antonino Giarrana, Salvino La Rocca e Antonino Radaelli.

I legali degli imputati hanno respinto con forza la tesi dell'omicidio per gelosia e ritengono “che mandante e killer vadano ricercati tra le persone che Vivacqua corrompeva frequentandole per i suoi traffici illeciti ”; hanno chiesto che venga in aula a deporre il “supertestimone” dell'accusa, Gino Guttuso.

Tossico, con precedenti penali, uscito dall'ospedale psichiatrico – dice la combattiva Manuela Cacciuttolo (avvocato formatasi nel prestigioso studio dell'avvocato Bovio - ndr). “Sentito due volte dai carabinieri di Desio, Guttuso nulla sa sull'omicidio; su richiesta del pubblico ministero, dopo l'aggressione da lui subìta ad aprile, proprio il giorno in cui a Milano il Tribunale del Riesame decide in merito alla richiesta di scarcerazione degli odierni imputati, Guttuso non ha risposto al pm quanto questi s'attendeva, vale a dire non ha confermato le dichiarazioni verbalizzate a gennaio e ciò lo rende un teste debole. Dopo l'incidente probatorio – prosegue il legale - il Gip lo incrimina per falsa testimonianza. Chiedo anche che vengano sentiti i testimoni che hanno avuto in modo indiretto le confidenze del Guttuso”.

C'è anche la richiesta di acquisizione degli atti del processo contro il socio occulto di Vivacqua, Felice Tagliabue, e i politici di Carate; del processo di Milano contro i tre figli di Vivacqua, Germania Biondo, che ha patteggiato, e Calogero Licata Caruso, prestanome nelle società Edil VLB e Loviro che acquistarono i terreni su cui è stato edificato in via Marengo, a Carate, il megastore della Brico.

Cinque mesi prima d'essere ucciso, Paolo Vivacqua e i figli Antonio, Gaetano e Davide furono soggetti a intercettazione ambientale e telefonica da parte della Guardia di Finanza di Gorgonzola.

E' stata chiesta l'acquisizione di tutte le telefonate intercettate sia sui cellulari che sulla Bmw di Paolo Vivacqua. Così come le telefonate partite dai due cellulari in uso al rotamat nei giorni 13 e 14 novembre 2011. Pochi minuti prima d'essere ucciso, Paolo Vivaqua parlò con Angelo Bottaro, l'ultima telefonata (progressivo 2152) la fa ad un ingegnere di Montichiari (Brescia).

Dopo aver corrotto i politici di Carate, Vivacqua avrebbe rivolto le sue attenzioni ad alcune operazioni immobiliari a Muggiò, comune sul quale hanno operato negli Anni Ottanta, acquistando terreni, investitori siciliani. Come i Sidoti e i Falsone che acquisirono parte delle proprietà dei conti Casati Stampa. Quelle dei Falsone, sono poi passati a Tornado Gest che ci ha costruito sopra la multisala su cui aveva messo le mani la 'ndrangheta del duo Rocco Cristello - Saverio Lo Mastro.

Con Mario Infantino a fare da prestanome, Paolo Vivacqua aveva acquistato il bar “La piazzetta” nel centro del paese; e sembra s'apprestasse a rilevare un immobile in costruzione dal titolare lissonese di una società attiva nel trasporto dei rifiuti tossici, persona inquisita dalla Gdf per false fatturazioni.

Per tornare all'udienza di lunedì, la corte (giudici Airò, Rossato e giuria popolare) ha accolto la richiesta di produzione delle intercettazioni ambientali eseguite in carcere. Facendo riferimento all'articolo 8 della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, gli avvocati Manganelli e Quagliarello, avevano chiesto che le intercettazioni ambientali non fossero ammesse in rispetto alla privacy. “Intercettare per prevenire i reati va bene; dare alla pubblica accusa la possibilità di utilizzare diecimila intercettazioni fatte in carcere che è il luogo dove il carcerato vive e dove la persona è più vulnerabile la ritengo inammissibile. Chiedo quindi che quelle eseguiti nel carcere di Monza ed in altre carceri non vengano ammesse”, ha spiegato.

É stato poi chiesto al Tribunale di inibire l'utilizzazione degli atti relativi all'uccisione di Franca Lo Jacono, consuocera di Paolo Vivacqua e produrre il verbale di sequestro di un'arma rinvenuta in un magazzino in Brianza e la rogatoria relativa alle proprietà svizzere dell'ucciso.

Il pubblico ministero Donata Costa ha elencato le sue richieste: escussione dei carabinieri di Monza e Desio e della Guardia di finanza di Seregno e Paderno Dugnano che ha condotto indagini parallele. Produrrà i fascicoli relativi alle intestazioni fittizie di Calogero Licata Caruso raccolti dalla Procura di Milano e quelli relativi ai fatti di corruzione legati al Piano di Governo del Territorio di Carate e Seregno oltre a quello relativo alla bancarotta delle società intestate a Calogero Licata Caruso.

In quanto ai testimoni – sarebbero in totale 185 - ha preparato una lista che prevede l'audizione dei tre figli di Vivacqua, di Valentina Comaudo (figlia di Franca Lo Jacono – ndr) e dei finanzieri di Gorgonzola che dovranno riferire di fatti emersi prima della uccisione di Paolo Vivacqua.

Produrrà anche la perizia dibattimentale ambientale in carcere n. 77/12 e le trascrizioni n. 1337/2013; atti Gdf Gorgonzola del 20 marzo e 27 maggio 2011 e “per fatto storico” l'appunto 416 del 19 settembre 2007 relativo ai rapporti tra Antonio Vivacqua, Licata Caruso e Infantino. Inoltre, la sentenza del 26 settembre 2013 contro i tre fratelli Vivacqua, Germania Biondo e Valentina Comaudo ed infine le sentenze con rito abbreviato del Gip di Monza e quelle relative al rito abbreviato per le vicende di Carate Brianza.
La corte ha deciso l'ammissione della costituzione di parte civile dei figli di Vivacqua – che subito dopo l'arresto avevano annunciato di rinunciare all'eredità – di Valentina Comaudo e Lavinia Mihalache.
 

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