Cultura

A Meda approvata in CC la mozione di Sinistra e Ambiente per una memoria del disastro diossina dell'ICMESA

Il 27-7-016, nell'ultimo Consiglio Comunale prima della pausa estiva, è stata discussa e approvata all'unanimità dei presenti (Sinistra e Ambiente, Pd, Meda per Tutti, Lega Nord e PdL/Ncd) la mozione di Sinistra e Ambiente sulla Memoria del disastro causato dall'ICMESA (azienda del gruppo Hoffmann- La Roche) con la fuoriuscita della diossina TCDD il 10 luglio 1976.
La mozione chiedeva la collocazione di un pannello illustrativo presso il muro della fabbrica all'entrata del Centro Sportivo di Meda.
Un pannello in continuità e a completare IL PERCORSO DELLA MEMORIA AL BOSCO DELLE QUERCE già presente nella porzione sevesina del Parco Naturale Regionale del Bosco delle Querce e l'acquisizione della mostra prodotta dallo stesso Parco sul disastro del 1976.
La proposta di Sinistra e Ambiente era anche quella di una collocazione permanente di questa mostra presso i locali della Biblioteca di Meda -Medateca-  affinchè la sua visibilità stimolasse la volontà d'approfondimento sull'argomento.
Quest'idea sembra al momento non applicabile a causa della situazione logistica dei locali della Medateca.
Nella discussione, Sinistra e Ambiente ha pertanto accettato alcuni emendamenti presentati dal Pd tenendo conto di questo fattore.
La mostra  “Scatti di Memoria per raccontare una Storia. Seveso. Dall’incidente del 1976 al Bosco delle Querce” verrà dunque acquisita dal Comune di Meda e utilizzata in occasione di eventi pubblici sull'argomento.
Positivo anche l'emendamento concordato che impegna l'amministrazione a implementare le pubblicazioni sul disastro diossina dell'ICMESA presenti in Medateca.
Seguiremo con attenzione l'elaborazione di testo e immagini per il pannello da collocare presso il muro della fabbrica ICMESA all'entrata del centro sportivo di Meda.
L'intervento del Consigliere Comunale di sinistra e ambiente e il testo finale della mozione approvata su:
http://sinistra-e-ambiente-meda.blogspot.it/2016/07/a-meda-approvata-in-cc-la-mozione-di.html

Mozione di Sinistra e Ambiente per una memoria sul disastro diossina dell'ICMESA anche a Meda

Il 16-5-016 è stata presentata a Meda una mozione di Sinistra e Ambiente per un punto di memoria al muro dell'ICMESA, in continuità con i pannelli informativi del "Ponte della Memoria" (dislocati nella porzione sevesina del Bosco delle Querce) e per installare la mostra sul disastro dell'Icmesa e il Bosco delle Querce nella Medateca. Perchè la memoria va trasmessa e coltivata.
La mozione è stata messa all'OdG del Consiglio Comunale del 23-05-016.
Dettagli e testo della mozione su:
http://sinistra-e-ambiente-meda.blogspot.it/2016/05/mozione-di-sinistra-e-ambiente-per-una.html

Comunicato Infonodo - pubblicazione di eventi

Vi informiamo che da oggi potete pubblicare le vostre iniziative culturali gratuitamente sul sito web www.infonodo.org
Il sito è fortemente localizzato, ha circa 2000 visite uniche giornaliere quasi tutte provenienti dal territorio (brianza).
Occorre crearsi un account ed utilizzare il form per la creazione degli eventi. Tutto molto veloce e semplice.
La pubblicazione non è immediata perché necessita di una validazione redazionale.
Poi, per gli utenti abituali,  sarà diretta.

Ecco un esempio della pagina
http://www.infonodo.org/content/eventi-spettacoli

Monza - Mostre, eventi e manutenzione. Sette sponsor per Villa Reale

di Rossella Redaelli da il Corriere della sera

MONZA Parco e villa Reale cercano sponsor e, per ora all’appello hanno risposto in sette. I nuovi «partner della Reggia di Monza» hanno presentato proposte per restaurare mobili, illuminare la villa, provvedere alla manutenzione, sostenere la realizzazione di mostre ed eventi. Tra i primi sponsor, che beneficeranno delle agevolazioni fiscale introdotte dall’Art Bonus, ci sono solo realtà del territorio e grandi catene internazionali. In primis le Gallerie Commerciali Italia Spa (Gruppo Auchan) che a Monza con la Villa Reale condividono la prospettiva lungo il viale Cesare Battisti: finanzieranno eventi, mostre e arredo urbano nel parco. Le Officine Locati di Monza, azienda di saracinesche nata nel 1925, festeggia i 90 con una sponsorizzazione mirata alla realizzazione di un video sulla Reggia, mentre la Colombo Filati di Sovico, celebra i 40 anni nel mondo dei tessuti d’arredo con il restauro di alcuni mobili. Wall & Wall Sagl, società specializzata nella risoluzione di problemi di muri umidi, interverrà sugli impianti e il gruppo iGuzzini sulle luci. «Siamo soddisfatti e vogliamo fare un bando per raccogliere altre adesioni», commenta il direttore del Consorzio Lorenzo Lamperti.

Il Pd riapre l’Unità lasciando i giornalisti con le case pignorate. La vecchia società non ha pagato le condanne per diffamazione

di Tommaso Rodano da il Fatto quotidiano

Dopo il via libera concesso dal Tribunale fallimentare di Roma, l’Unità è pronta a tornare in edicola. Potrebbe accadere in tempi stretti: forse già dalla data simbolica del 25 aprile. La notizia era attesa dal 1° agosto dello scorso anno, giorno in cui erano cessate le pubblicazioni del quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Un’ottima notizia per il pluralismo dell’informazione italiana e per una testata storica, la fine di un incubo per una parte dei lavoratori del giornale. L’accordo tra il nuovo editore, Guido Veneziani, e il Comitato di redazione del quotidiano prevede infatti la riassunzione solo per alcuni dei giornalisti finiti in cassa integrazione straordinaria. Saranno 25 sui 56 totali della vecchia redazione, insieme a quattro poligrafici.

L’INTESA è stata criticata dalla Federazione nazionale della stampa, il sindacato dei giornalisti e da diverse associazioni regionali di stampa, che hanno espresso “preoccupazione per le modalità che hanno portato all’accordo fra la Nie in liquidazione (la vecchia società di Matteo Fago, ndr) e l’Unità di Guido Veneziani”. La Fnsi, si legge nel comunicato, “non può non rilevare che oltre al progetto editoriale, che rimane ancora non chiaro, non convincono le scelte imposte sulla riduzione dell’or - ganico, sulle mansioni, sul taglio delle retribuzioni e sui criteri di selezione dei 25 giornalisti della nuova l’Unità“. L’accordo sottoscritto dal Cdr (e approvato con 44 sì, 6 no e 7 astenuti) non comporta solo il sacrificio di buona parte della vecchia redazione: c’è un’altra partita che è stata completamente ignorata nell’intesa con Veneziani. Quella dei direttori e dei giornalisti che hanno subito condanne civili per diffamazione insieme alla vecchia società Nie. Le regole, a volte non scritte ma sempre applicate a l’Unità come altrove, prevedono che se ne faccia carico l’azienda, ma la Nie era in liquidazione, solo ora è stata ammessa al concordato preventivo, e non ha pagato. Abbandonando dipendenti ed ex al proprio destino.

Drammatico per loro ma anche per la libertà di informazione, specie se si considera che le testate in pericolo sono tante e che il nostro mestiere diventa quasi impossibile quando singoli professionisti si trovano a sopportare rischi propri dell’impresa editoriale. Alcune condanne sono già esecutive e i direttori e i cronisti coinvolti si ritrovano gli ufficiali giudiziari in casa. Letteralmente. Atti di precetto e pignoramenti di compensi e conti correnti, ma anche delle abitazioni in cui i giornalisti vivono: la prossima tappa, non così lontana, sarà la vendita all’asta degli immobili. Ai giornalisti i creditori non chiedono solo la loro parte ma anche quella, più consistente, dell’editore che non c’è più. Decine, a volte centinaia di migliaia di euro. E il contenzioso pendente è ragguardevole, poco meno di un milione. IL CDR de l’Unità, impegnato in una trattativa complessa e in posizione di debolezza, non si è occupato granché di questa vicenda. Meno che mai ha intenzione di farlo l’acquirente Veneziani. Il nuovo proprietario, già editore di riviste di gossip comeStopeVero , ha il 60 per cento e sarà affiancato dal Gruppo Pessina (35%) e dalla Fondazione Eyu del Partito democratico (per il restante 5 per cento). Ed è proprio al Pd, tornato a detenere una quota significativa del giornale, che si è appellata in questi giorni la Federazione della stampa (Fnsi).

Dopo il silenzio dei mesi scorsi la nuova dirigenza della Fnsi eletta a fine gennaio sta cercando di tutelare i giornalisti coinvolti: se ne occupa il presidente Santo Della Volpe. Il tesoriere dem Francesco Bonifazi è stato il primo a esultare per la sentenza che ha aperto il nuovo corso de l’Unità. A lui e al suo partito, come agli editori vecchi e nuovi del giornale di Gramsci. Al partito il sindacato chiede un intervento per tutelare chi è rimasto completamente escluso dall’accordo. La stessa Fnsi ha messo a disposizione i propri fondi di solidarietà per i colleghi lasciati soli, ma coprono solo una minima parte delle cifre in questione.

Lombardia - Soprintendenza. Chiusure, risparmi e trasferimenti. Rivoluzione ai vertici della cultura

di Rossella Verga da il Corriere della sera del 06/03

La rivoluzione è servita. Lunedì prossimo tutti i soprintendenti sono convocati a Roma dal ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini. Si firmeranno i contratti delle nuove nomine, verranno date indicazioni operative e potrà così partire la riorganizzazione che all’insegna di accorpamenti e spostamenti in nome della spending review disegnerà anche per Milano e la Lombardia scenari diversi nella gestione dei beni artistici. La riforma Franceschini coinvolge 89 soprintendenti, tre direttori di biblioteche nazionali e 19 dirigenti. E Milano, come Roma, Venezia e tante altre piazze della cultura, non esce indenne dal giro di valzer degli incarichi. La nuova soprintendente attesa a Milano è Antonella Ranaldi, classe 1960, laureata con lode in Architettura alla Sapienza di Roma nel 1988 e docente universitaria.

Arriva dalla Soprintendenza di Ravenna, dove ha seguito importanti interventi di restauro. Nel capoluogo lombardo si occuperà di monumenti, paesaggi, beni architettonici , ma avrà voce in capitolo anche su affreschi, dipinti ed esportazioni culturali. Una competenza extra large, anche se la soprintendente milanese non avrà più titolo nella gestione del Cenacolo, che passa ora sotto il Polo regionale della Lombardia (che si occuperà di tutti i musei ad eccezione di Brera). E perderà anche la gestione della Pinacoteca, inserita tra i 20 principali musei italiani per cui il direttore verrà scelto con concorso internazionale. I nomi dei prescelti si sapranno entro l’estate (il decreto fissa il termine a maggio con possibilità di proroga di due mesi) e le candidature sono al vaglio di una commissione: per conquistare un posto al vertice dei musei-gioiello d’Italia si è scatenata una corsa da tutto il mondo e sono arrivate 1.200 domande.

Ma torniamo ai giochi fatti. L’attuale soprintendente e direttore della Pinacoteca di Brera, Sandrina Bandera, per effetto della riorganizzazione diventa soprintendente del Polo regionale della Lombardia, mentre Alberto Artioli, responsabile dei Beni architettonici, assumerà l’incarico di segretario regionale in attesa di lasciare l’incarico per la pensione. L’accorpamento delle soprintendenze innesca un cambio generale e spesso generazionale, portando in posizioni di spicco le nuove leve di curatori di beni artistici. Ma non è un vero e proprio rinnovamento, anche perché solo nel caso delle 20 direzioni dei musei sono possibili nuovi inserimenti con il concorso. Per il resto, si tratta di un rimescolamento di poltrone di dirigenti già in ruolo. Esce infine sconfitta dalla riforma la Biblioteca nazionale Braidense. Nonostante gli appelli in difesa dell’autonomia e la discesa in campo di storici, scrittori, bibliofili, registi, docenti universitari, la Braidense viene «declassata» dal decreto sul riordino del ministero della Cultura e finisce sotto la tutela di Brera. Senza dirigenza e obbligata ad una sorta di vassallaggio.

Milano - “Miracolo” a S. Maria studenti scoprono affreschi del Moretto

di Chiara Gatti da la Repubblica

IL QUADRO che ha ispirato Caravaggio in una cappella ricca di affreschi inediti. È merito degli studenti del corso di storia dell'arte moderna dell'Università Statale se nella chiesa di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso, in corso Italia, è rispuntato un ciclo di dipinti fino a oggi custoditi nell'ombra e ora attribuibili a una mano famosa. Quella di Alessandro Bonvicino, meglio noto come Moretto (1498- 1554), il pittore bresciano considerato un maestro del Rinascimento lombardo, che ha lasciato un segno importante nella Milano del Cinquecento. Reduci da un lavoro di studio svolto in occasione della mostra su Bernardino Luini, allestita l'anno scorso a Palazzo Reale, e coordinato dai curatori, i professori Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa, il team di allievi ha continuato – anche a mostra finita – le ricerche sul panorama di una città che, dopo l'onda d'urto di Luini e Bramantino (e prima di loro di Leonardo e Bramante) divenne la piazza più appetibile d'Italia, capace di richiamare Tiziano, autore della celebre Incoronazione di spine per Santa Maria delle Grazie (oggi al Louvre), e lo stesso Moretto, che nell'antico santuario di Santa Maria, in una cappella del deambulatorio, lasciò la sua splendida Caduta di San Paolo, con quello scorcio spericolato del Santo franato a terra, sotto la stazza del cavallo e un cielo in tempesta, che incantò il giovane Caravaggio, deciso a replicare l'effetto vertigo nel suo capolavoro, la Conversione di Paolo, in Santa Maria del Popolo a Roma.

Ma se questa è storia arcinota, il merito dei ragazzi, armati di una macchina fotografica acquistata per loro dall'Università, una Canon con un'obiettivo potente puntato sul soffitto altio e cupo della cappella, è di aver scoperto un collegamento fra l'intera decorazione dello spazio e l'opera del Moretto. Sembra infatti che il maestro di Brescia – documenti alla mano – avesse firmato un contratto vincolante per la «peintura de una cappella», e non di una sola pala d'altare, impegnato dunque a progettare la realizzazione di un ambiente intero, dove la tela costituiva il fulcro di un cantiere ben più ampio. Federico Giani, che ha condotto le ricerche, e Alessandro Uccelli, che ha avuto l'idea di restituire al Moretto la paternità degli affreschi, hanno zoomato sui dettagli di una pittura a tutto campo, una specie di opera d'arte totale. Dove la figura di Cristo, affrescata in una vela, proietta raggi di luce che attraversano la cornice della pala, dritti verso lo sguardo di Paolo, colpito dall'illuminazione.

E dove gli angeli, avvolti in panneggi rosa e croccanti, festeggiano la conversione con cartigli gloriosi. Una scoperta che aggiunge un tassello alla storia dell'arte (uno vero, in epoca di Leonardi posticci) e un'opera al curriculum del Moretto, di cui a Milano sono custoditi le ante di un polittico a Brera (diviso col Louvre) e la Sant'Orsola con le vergini al Castello Sforzesco. Peccato per lo stato di conservazione, le cadute e le muffe, che meriterebbero un intervento di restauro solerte.

Milano - Il Moretto «ritrovato» (e l'attribuzione del Luini)

di Francesca Bonazzoli da il Corriere della sera

«Sembra la trama della Lettera rubata, il racconto poliziesco scritto da Edgar Allan Poe», spiega Jacopo Stoppa, docente di Storia dell’arte moderna all’Università Statale di Milano. «Nella chiesa di santa Maria dei Miracoli presso san Celso, in corso Italia, c’era un affresco del Moretto. Era lì dal 1541, l’anno in cui fu dipinto; sotto gli occhi di tutti. Persino i documenti coevi lo provavano. Eppure nessuno se ne era accorto ». È stato Alessandro Uccelli, uno studente dell’Università Statale, a puntare per la prima volta il dito verso quella evidenza. L’affresco gli sembrava proprio di Alessandro Bonvicino, pittore bresciano detto il Moretto (1498-1554), e non di Callisto Piazza come si era sempre scritto per pigrizia visto che i restanti affreschi del deambulatorio dietro l’abside della chiesa erano stati dipinti dal pittore lodigiano.

Da quell’intuizione è partito il lavoro di un altro allievo dell’Università, Federico Giani, che sta scrivendo il suo dottorato di ricerca proprio sulla chiesa. Anche il nuovo parroco ci ha messo del suo perché ha concesso di eseguire una campagna fotografica finanziata dall’Università. Ecco che, ripresi in mano i documenti, riconsiderate le immagini prima occultate dall’altezza e dalla penombra, si scopre che il Moretto fu pagato 715 lire, una cifra molto alta, troppo per una sola pala d’altare, quella con la Caduta di San Paolo firmata dal Moretto e in cui lo storico dell’arte Roberto Longhi volle vedere il precedente di riferimento per quella eseguita da Caravaggio a Roma. Non solo.

La prova che il Moretto aveva dipinto l’intera cappella, e non la sola pala d’altare, è dimostrata anche dal contratto firmato l’anno successivo da Callisto Piazza: il pittore sarà pagato solo se farà meglio della cappella di San Paolo. Dunque la volta con gli otto angeli svolazzanti sopra la pala d’altare e la lunetta con il Cristo dal cui dito indice parte la luce che convertirà san Paolo, sono un’unica opera coerente del Moretto che si trasferì a lavorare a Milano. Era del resto lo stesso periodo, dopo la peste del 1524 e la scomparsa della generazione dei leonardeschi come Cesare da Sesto o Agostino da Lodi, in cui a Milano si erano riaperti i giochi e arrivavano artisti da fuori, come Tiziano, in cerca di committenze. Tutto torna, dunque. Le prove documentali coincidono con il verdetto dell’occhio.

I docenti Jacopo Stoppa e Giovanni Agosti approvano in toto le conclusioni degli allievi e le considerano un nuovo felice tassello di quel «seminario permanente» cui hanno dato vita alla Statale coinvolgendo gli studenti nella ricerca sul territorio e nella progettazione di mostre come quella sui Luini a Palazzo Reale che, la scorsa primavera, ha portato ad attribuire un dipinto dell’Ambrosiana, fino ad allora considerato autografo, all’entourage del Luini. C’è un’ultima considerazione da fare: «La pala del Moretto collegata all’affresco del Cristo, come in un trompe l’oeil — dice Stoppa — mette in luce un gusto marcatamente manierista che rende ancora più originale l’invenzione successiva del Caravaggio».

Milano - Offese e sospetti online il “caso Luini” in mano agli avvocati

di Armando Besio da la Repubblica

L’AMBROSIANA bastona online due autorevoli storici dell’arte della Statale, trattandoli da ignoranti e incapaci e insinuando addirittura un sospetto di disonestà. I due, Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa, per mezzo di un avvocato chiedono la cancellazione delle offese dal sito e un risarcimento economico. Il legale dell’Ambrosiana pare abbia risposto due volte picche. E il caso sembra destinato a finire in tribunale. Il testo della discordia — legittimo esercizio di critica o diffamazione? — accompagna la newsletter che annuncia il convegno internazionale su “Storia e storiografia dell’arte del Rinascimento a Milano e in Lombardia” che si terrà il 9 giugno. Occhio alla data. Il 9 giugno dell’anno scorso la Pinacoteca Ambrosiana ritirò anzitempo da Palazzo Reale un suo quadro, la Sacra Famiglia di Bernardino Luini, che aveva prestato alla mostra sul maestro del Rinascimento lombardo curata da Agosti e Stoppa.

L’Ambrosiana, che lo possiede dal ‘600, lo ha sempre considerato un capolavoro. Sicuramente di mano del Luini. Mentre i curatori, incassato il prestito, lo avevano esposto come opera degli “eredi”, senza neanche avvertire della retrocessione. A un anno di distanza, il convegno pare organizzato apposta per prendersi una rivincita contro i due detrattori, convocando come testi a loro discredito fior di specialisti da tutto il mondo. E fin qui saremmo nell’ambito di una normale, sebbene particolarmente aspra, disputa tra studiosi. Ma la newsletter usa toni e argomenti da invettiva. Agosti e Stoppa avrebbero ottenuto l’incarico della mostra in virtù della loro amicizia con l’ex assessore Boeri. Il loro impegno scientifico è «provvisorio e aleatorio». Quello politico «intemerato e permanente».

L’attacco a Luini, «mirato a sminuire l’attendibilità e il valore della Pinacoteca Ambrosiana», è frutto di «audaci vanaglorie e mortali intrighi». Dicono di aver lavorato gratis, ma «la mostra era preventivata sul milione di euro». Per quanto detto e scritto, meriterebbero «il deferimento all’autorità giudiziaria ». Ce n’è anche per il sindaco Pisapia e per l’assessore del Corno, che hanno «coperto le lacune delle loro ricerche». Frammenti di una lettera lunghissima, che tracima fiele, intitolata “Il crepuscolo dei critici», firmata dal «dr. prof.» Fabio Trazza, un pubblicista che spopola sul sito dell’Ambrosiana, non si capisce se più sopportato o ispirato dal Prefetto, monsignor Franco Buzzi, e dai suoi Dottori. Al netto del conflitto di attribuzione su Luini, e del carattere spigoloso di Agosti (il vero bersaglio grosso), la Veneranda e cristianissima Ambrosiana non dovrebbe abbassare così il livello della polemica. Non foss’altro per rispetto della memoria del fondatore, la buonanima del cardinale Federico Borromeo. Che forse non avrebbe porto l’altra guancia. Ma certo non avrebbe scatenato questa Guerra Santa.

Varese - Senza soldi chiuderà anche il centro meteo. Petizione per salvare la cittadella scientifica di Campo dei Fiori

di Roberto Rotondo da il Corriere della sera

VARESE «Cieli sereni e pensieri positivi». Il caloroso e popolare saluto di Salvatore Furia arrivava a tutti i lombardi, sulle onde del Gazzettino Padano, via radio, ogni mattina. Il fondatore dell’osservatorio astronomico Schiaparelli e della cittadella della scienza, un catanese trapiantato a Varese, trasmetteva dalla sommità del Campo dei Fiori: rassicurava ogni ascoltatore, dava le previsioni del tempo e regalava un po’ di calore. Furia è mancato nel 2010, ma dalla cittadella che sovrasta Varese i ricercatori che ne hanno raccolto l’eredità vegliano, ogni giorno, su trentanove centraline meteo, monitorano i fulmini, fanno le previsioni, e insieme al Comune si occupano della cupola dell’osservatorio astronomico, aperta ogni notte sul cielo stellato. Tutto questo, però, potrebbe finire presto. Il Centro Geofisico Prealpino è finanziato dalla Provincia, grazie a una convenzione che prevedeva un sostegno di 180mila euro all’anno.

L’ente non ha più soldi, e la convenzione non è stata rinnovata: «Con il finanziamento paghiamo i tre ricercatori assunti, riscaldamenti e manutenzioni — osserva il presidente Vanni tare la chiusura del Centro meteorologico viaggia verso quota cinquemila firme in sole 48 ore. Il presidente della Regione Roberto Maroni ha convocato una riunione venerdì a Varese, ma con la Provincia c’è polemica. «Parliamoci chiaro — osserva il presidente della Provincia di Varese, Gunnar Vincenzi —: la Provincia a tutt’oggi non sa quali siano le sue entrate complessive. La legge di stabilità ci ha tagliato molti fondi, ma la Regione Lombardia non ha ancora fatto il provvedimento con cui ci attribuisce le deleghe e gli stanziamenti economici. C’è di mezzo una questione politica, la Regione fa melina anche perché il governo e la Provincia sono di centrosinistra, mentre a Milano c’è la Lega. La tirano in lungo, e chi ci va di mezzo è il Centro Geofisico ».

Maroni invece accusa la Provincia: «Mi sembra impossibile che non possano tirare fuori 150mila euro per pagare la convenzione». Politica a parte, il caso del Campo dei Fiori si sta replicando anche in altre importanti istituzioni del Varesotto, come se si stesse verificando un effetto Parma. Mancano i soldi. Il più famoso concorso letterario, il Premio Chiara, è nella stessa situazione: «Quest’anno siamo senza risorse, ma andiamo avanti lo stesso» spiega Bambi Lazzati, organizzatrice del Festival del racconto. Il motivo è lo stesso: la Provincia non sa ancora quanti soldi avrà in cassa, e non riesce a erogare i trentamila euro necessari. Anche sul fronte privato, il rischio di una frana è corposo. La società del Varese Calcio è sempre più nei guai, dopo le dimissioni, due settimane fa, del suo proprietario, Nicola Laurenza, imprenditore dei Compro Oro che ha mollato la squadra in fondo alla classifica. Alla Pallacanestro Varese, storica società che ha vinto 10 scudetti e 5 coppe dei campioni, si è dimesso prima il direttore sportivo Cecco Vescovi, e ieri sera anche l’allenatore Gianmarco Pozzecco, che lascia la squadra al terz’ultimo posto della classifica. Ma, almeno, la società sembra per adesso solida.

Antri, volte e passaggi segreti. I misteri di Monza sotterranea

di Rossella Redaelli da il Corriere della sera

MONZA Ecco la città che non ti aspetti, luoghi sconosciuti perché nascosti alla vista. Un viaggio nella Monza sotterranea è quello che dal 2010 sta compiendo Piero Pozzi, 60 anni, fotografo e docente di fotografia al liceo artistico di Villa Reale e al Politecnico di Milano. Non è la prima volta che Pozzi entra con la sua macchina fotografica in luoghi normalmente inaccessibili: nel 1993 documentò lo stato di abbandono e incuria di Villa Reale, nel 2000 la pubblicazione «Villa Reale, radiografia di un degrado» smosse le coscienze sull’urgenza dei restauri.

Ora l’intento è un nuovo omaggio alla sua città, ma da una prospettiva diversa: scendendo nelle «viscere», andando a scoprire quale mondo si nasconde sotto i passi dei monzesi. Una «risposta» alla mostra del fotografo Olivo Barbieri che aveva sorvolato Monza in elicottero nel 2008, restituendo con il suo «fuoco selettivo », immagini di una città in cui piazze, monumenti, perfino i lavori in corso, assumevano una dimensione di calma irreale. «Dopo l’esplorazione dall’alto — spiega Pozzi — mancava la visione sotterranea, fatta di luoghi affascinanti e carichi di mistero, anche se le difficoltà non mancano e la fase preparatoria ad ogni scatto è lunghissima, soprattutto per ottenere i permessi necessari ». Almeno una quarantina i luoghi già scoperti per il progetto «Una luce nel buio, Monza sottosopra» che l’autore propone in anteprima al Corriere e che potrebbe presto trasformarsi in una mostra e in una pubblicazione. Ci sono luoghi carichi di storia e di fascino, molti sono legati alla reggia e ai suoi spazi segreti.

Ecco allora la volta a mattoni della ghiacciaia di corte con una luce che piove da un lato e le conferisce un’atmosfera quasi spirituale. Scendere le scale sotto il Teatrino di corte rivela le splendide macchine da scena in legno, progettate dal Piermarini, mentre nei vecchi depositi della Villa si trovano pareti murate che, forse, potrebbero nascondere quella galleria di cunicoli ipotizzata attraversare i giardini reali. Magari,oltre quelle pareti, c’è il leggendario passaggio segreto che avrebbe consentito a Re Umberto di raggiungere, al riparo di sguardi indiscreti, la residenza dell’amante nella sua villa di Vedano al Lambro. Altre ville e case monzesi nascondono segreti: nel parco di villa Archinto Pennati si trova l’ingresso del tunnel della roggia del Principe adornato da una madonnina posta in un angolo:era un luogo di lavoro per le lavandaie di Monza, ma anche di preghiera. Nel centro storico, una cantina di un’abitazione privata in via Vittorio Emanuele ha svelato un’arcata del ponte romano d’Arena, poco lontano, in via Visconti 43, c’è la cantina che apparteneva al convento della Monaca di Monza. Spazi di archeologia industriale sono i piani interrati della Frette con caldaie e pompe d’acqua ottocentesche, ma non ci sono tracce del castello visconteo che sorgeva sull’area. Di tempi più recenti i depositi comunali con le testimonianze del tempo in cui venivano utilizzati come rifugi antiaerei o il diurno di piazza Carducci con ancora specchi e lavelli degli anni Venti, ma anche sale piene di macerie.

Monza - La Triennale alla Villa Reale. Tornano le arti applicate che hanno reso ricca la Brianza

di Philip Daverio da il Corriere della sera

Lo sapevano già i francesi del XVIII secolo che Monza non era da tenere sotto gamba: dalla Brianza provenivano allora i fusti cesellati delle poltrone Luigi XV che poi i trinariciuti parigini laccavano a colore o a gomma arabica e ricoprivano con le preziose stoffe di Aubusson o con le Savonnerie. I discendenti di Renzo e Lucia s’erano dati da fare e lo fecero con tale convinzione che la loro pratica da falegnami, intagliatori, impiallacciatori (pensate al Giuseppe Maggiolini a Parabiago!) fu di gran aiuto alla regina Margherita, quella che dopo avere mangiato il pollo con le dita e avere dato il nome alla pizza tricolore, si fece ridecorare in gusto horror vacui le stanze regali della reggia di Monza dove amava passare l’estate e dove suo marito si fece sparare dopo una notte d’amore con la Litta. Qui stanno le origini d’una delle migliori fasi dell’artigianato italiano. Qui sta pure la radice delle piccole imprese artigianali che divennero quelle industrie che hanno portato il design italiano nel mondo.

Nella Villa di Monza, oggi restituita all’uso con un rapido ed elegante restauro sorto fra interesse pubblico lombardo e intervento privato della Italiana Costruzioni di Roma, si rivede oggi nell’atrio d’ingresso la lapide commemorativa della nascita di ciò che diventerà la Triennale di Milano: «Guido Marangoni deputato di popolo al Parlamento, insigne critico d’arte e scrittore, oratore facondo, ideò e, secondato dalla concorde munificenza di Milano e di Monza, in questa villa già suntuosa dimora di re ordinò le prime non superate mostre d’arte decorativa a cui tutte le nazioni convennero in fraterna gara di civiltà e di bellezza ». Il tono era d’epoca, nel 1941, e leggermente retorico, ma il contenuto è tuttora di somma importanza. Marangoni aveva infatti intuito nel 1923 la potenzialità della Brianza e ne aveva fatto il centro di comunicazione d’un sistema produttivo che passò poi come sede di esaltazione alla Triennale di Milano nel 1933, in quell’edificio che fu progettato per l’occasione da Giovanni Muzio e regalato alla città dal Senatore Bernocchi, nato industriale tessile e diventato poi proprietario delle acciaierie Tosi. E infatti in quegli anni, quando Casa Savoia decide di abbandonare dopo il regicidio le residenze milanesi, sia Palazzo Reale in città che la Villa a Monza, questa non decade immediatamente ma assurge al nuovo ruolo di luogo espositivo e di scuola delle arti applicate che verrà diretta da Guido Balsamo Stella.

Erano gli anni nei quali in varie città italiane, da Firenze a Venezia, si stavano istituendo quelle scuole d’arte e di mestiere che il presente ministero sta tentando con scarsa abilità di riformare e che allora invece furono il fulcro della formazione d’una classe artigiana rinnovata. Ora la spirale magica della Storia sembra tornare sulle coordinate del passato e una parte importante delle collezioni della Triennale se ne va al Villa Reale di Monza per andare a costituire un embrione di Museo delle Arti Applicate dove l’avventura creativa di mezzo secolo di design potrà essere consultata con regolarità e facilità. Lo spazio prescelto è dei più suggestivi. Si trova all’ultimo piano della villa, in quel Belvedere che una volta stava fra le camere della servitù come spazio ameno per ammirare il cannocchiale ottico del parco, quello che con orgoglio si continua a definire il più grande parco cintato d’Europa. Quell’ultimo piano ebbe una sorte drammatica durante la Seconda guerra mondiale, quando divenne luogo d’accoglienza per gli sfollati e fu poi lasciato alla triste sorte d’una decadenza integrale. Oggi è stato restituito con un restauro leggero che lascia ogni traccia della sua complessa avventura grazie ad un progetto delicato e poetico di Michele De Lucchi: si vedono molte delle travi che ne costituiscono la complessa carpenteria, rimangono i lacerti delle decorazioni a stencil e alcune pitture probabilmente realizzate dai primi allievi della Scuola.

L’ambiente è di forte evocazione e sembra adatto ad una esposizione di oggetti disegnati. L’invito al visitatore prevede ovviamente un percorso anche alle stanze sottostanti, restaurate, queste, con estrema sapienza e con il recupero di quei pavimenti intarsiati che della Brianza furono la specialità. Si riscopre così una serie di ridecorazioni volute in epoca sabauda e che si posero spesso sopra i decori neoclassici del Piermarini. In un’Italia che troppo sovente si lamenta del suo stato di irrisolvibile degrado, girare per la Villa sembra una boccata d’aria fresca.

Lombardia - Colpo fatale al sistema biblioteche. Meno risorse dagli enti locali, verso la chiusura i servizi territoriali di prestito

di Isabella Fantingrossi da il Corriere della sera

MILANO I servizi territoriali di molte biblioteche lombarde potrebbero essere a rischio. Dall’anno prossimo, a causa di nuovi tagli, potrebbero cioè non essere più garantiti i servizi di prestito, soprattutto quelli interbibliotecari, tra diversi Comuni o Province. Il problema? A inizio legislatura, la commissione Cultura del consiglio regionale aveva fatto aggiungere nel nuovo Prs (Programma regionale di sviluppo) una frase utile a indirizzare risorse alla cultura «con particolare riguardo alle biblioteche affinché il servizio territoriale sia mantenuto». Ecco, nella bozza del documento di economia e finanza regionale in discussione in questi giorni, la frase è scomparsa. Per ora nessuna precisa quantificazione dei tagli, ma molte preoccupazioni: «Ho paura che la giunta regionale abbia intenzione di cancellare le biblioteche dai programmi di finanziamento del 2015» — denuncia Andrea Fiasconaro, consigliere Cinque Stelle presente in commissione Cultura —. La Regione invece, come sostenuto da tutta la commissione Cultura, dovrebbe impegnarsi a stanziare quanto sufficiente per mantenere in efficienza il sistema. Meglio sarebbe tagliare le grandi e inutili opere speculative che stanno sorgendo in Lombardia».

In questi giorni il testo sarà discusso in commissione bilancio e poi, a dicembre, in consiglio. Ma è difficile che la frase possa essere ripristinata: «L’obiettivo di quelle parole era quello di mantenere alta la qualità dei nostri servizi bibliotecari — spiega l’assessore alla Cultura, Cristina Cappellini —. Ma oggi, a fronte dei tagli della legge di stabilità che ammontano a 1 miliardo di euro, siamo in grave difficoltà. Quello che possiamo assicurare è che le risorse di nostra competenza rimarranno (poche, quest’anno 395 mila euro per le biblioteche pubbliche, ndr). Purtroppo non riusciremo a supplire alla carenze delle Province».

La Regione, insomma, non metterà quello che le Province in via di dismissione non verseranno più. E parecchi sono già i bibliotecari preoccupati: «Negli anni passati Regione e Provincia ci hanno sostenuto — dice Corrado Alberti, coordinatore del sistema bibliotecario Nord- Est di Milano —. Ma, tra il 2013 e il 2014, Palazzo Isimbardi ha usato in altro modo le risorse destinate dalla Regione e quest’anno non abbiamo ancora ricevuto un euro. Ora il rischio è di non avere nulla neanche nel 2015. Ma solo con i soldi dei Comuni non ce la facciamo: abbiamo ridotto gli incarichi, azzerato le attività culturali, contrattato qualunque sconto con i fornitori. Il passo successivo è non far più girare i libri». Situazione simile a Mantova: «Quest’anno dalla Provincia ci sono stati tagliati 27 mila euro e abbiamo dovuto ridurre gli acquisti di libri — spiega Sara Calciolari, coordinatrice del sistema bibliotecario Grande Mantova —. Il prossimo anno faremo fatica anche a fare la manutenzione al software di catalogazione». E a questo si aggiunge un altro problema: «Ancora non sappiamo a chi andranno le deleghe della Provincia, se ai Comuni oppure alla città metropolitana. Chiederemo presto un incontro», aggiunge Cesare Nai, presidente della fondazione «Per Leggere- Biblioteche Sud Ovest Milano».

Monza - Un mecenate salva il Duomo. In lista d’attesa altri 40 progetti

di Rossella Redaelli da il Corriere della sera del 08/11

MONZA Un intero museo, progettato e costruito a sue spese, in memoria del padre e per l’amore verso la sua città. Il costruttore monzese Franco Gaiani, con la moglie Titti, ha portato a termine la sua impresa nel novembre del 2007, inaugurando la nuova sezione del museo del Duomo di Monza. Non ha mai rivelato quanto sia costato: «Non tengo i conti, pago solo le fatture». Ma oggi sta contribuendo anche al restauro degli affreschi della cappella degli Zavattari in Duomo e invita altri imprenditori a prendersi cura del patrimonio artistico: un esempio di mecenatismo ancor più prezioso in tempi di crisi ma che aspetta nuovo impulso dall’«Artbonus», il decreto Franceschini convertito in legge alla fine del luglio scorso in base al quale questo tipo di donazioni è deducibile al 65% per quest’anno e nel 2015 e del 50% nel 2016. Anche in Brianza l’elenco dei beni in attesa di sponsor è lunghissimo: a cercare finanziamenti sono i privati, ma anche i comuni, che si trovano a dover gestire e mantenere uffici e servizi ricavati in «ville di delizia».

Proprio per questo, la Camera di Commercio aveva creato già tre anni fa il primo sportello in Italia dedicato alle sponsorizzazioni di Beni e Attività culturali: nella sede di piazza Cambiaghi si raccolgono le richieste di enti pubblici e privati e si ricercano le aziende del territorio interessate a sostenere l’investimento in cambio di un ritorno di immagine. «Aspettavamo da tempo una legge che si ispirasse al modello francese — spiega la responsabile Maria Pia Marini — . Oggi le imprese non hanno più alibi perché le libere donazioni per il restauro di un bene godono di un credito di imposta importante ». Lo «sportello mecenati» lavora su una banca dati di imprese che si sono dichiarate potenzialmente interessate ad investire nel mondo dell’arte e della cultura: su oltre 2 mila iscritte sono 250 quelle che si sono dette favorevoli a una donazione liberale per la cultura. «Abbiamo inviato un questionario — prosegue Marini — per capire a quale tipo di intervento potrebbero essere interessate.

Le imprese più propense al mecenatismo sono quelle dell’impiantistica, illuminotecnica, delle nuove tecnologie, del legno arredo e del settore edile». C’è anche una classifica degli interventi: le imprese preferiscono legare il proprio brand ad una sponsorizzazione a favore dell’arte moderna e del design, dell’ ambiente e dei giardini, di edifici sedi di attività sociali. In tre anni di attività lo sportello ha portato a compimento dieci progetti da 10 mila a 100 mila euro, ma ci sono ancora 40 richieste, comprese quelle di diversi comuni della Brianza: Desio ha chiesto aiuto per il recupero completo di villa Tittoni, Cesano Maderno per la manutenzione al Palazzo Arese Borromeo, Arcore per il parco di Villa Borromeo. Il Consorzio del Parco e Villa Reale ha tirato fuori dal cassetto un lungo elenco di progetti. «In collaborazione con Confindustria e Camera di Commercio — dice il direttore del Consorzio, Lorenzo Lamperti — facciamo conoscere meglio i benefici fiscali del mecenatismo. Da noi c’è solo l’imbarazzo della scelta: da pochi euro per la piantumazione di un albero, al restauro di mobili per completare gli arredi. Nel parco ci sono edifici da restaurare, ma pensiamo anche alle sponsorizzazioni in stile Central Park per rinnovare panchine e cestini».

Google chiude agli editori: “Vi diamo già 9 miliardi”

di Salvatore Cannavò da il Fatto quotidiano del 08/11

Google è “un motore del privilegio” e come tale deve pagare i diritti d’autore agli editori. La presa di posizione di Maurizio Costa, presidente della Federazione degli editori di quotidiani riapre il “caso Google” dopo la polemica dello scorso anno. Il deputato del Pd, Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera, proponeva che la società di Larry Page e Sergey Brin pagasse le tasse sui suoi utili in Italia e non in Irlanda dove ha la sede legale. Ma Matteo Renzi impedì che quella proposta si realizzasse. Ora, ad attaccare Google, si muovono gli editori di giornali anche se la mossa della Fieg punta ad altro: “Chiediamo solo che paghi il giusto chi utilizza contenuti editoriali di proprietà di altri” dice Costa in un’intervista a Repubblica . “È ora che questo gigante come qualsiasi aggregatore di notizie di Internet, riconosca il diritto d’autore per gli articoli, le foto, i video linkabili da Google News”.

LA MOSSA È INEDITA. Finora gli editori italiani non si erano spinti fino a questo punto e in Europa l’esempio più avanzato resta quello francese dove, grazie alla pressione del governo e al ruolo avuto dalla presidenza Hollande, lo scorso anno è stato siglato un accordo a tre – editori, Google, esecutivo – che ha obbligato il motore di ricerca a versare 60 milioni di euro per lo sviluppo dell’atti - vità digitale degli editori. “A noi l’idea di questa una tantum, di un condono tombale, non piace” precisa il presidente Fieg. “Chiediamo si paghi in modo trasparente e con continuità”. La richiesta si basa sull’andamento del mercato editoriale. I giornali italiani vendevano circa 6 milioni di copie al giorno nel 2000 mentre nel 2013 sono arrivati a 3,7. Un dissanguamento progressivo che sta bruciando posti di lavoro, riducendo spazi e mettendo in seria difficoltà i piani di sviluppo delle imprese. Al contempo, nonostante la crescita dell’informazione online – che riguarda ormai lo stesso numero di lettori giornalieri – i ricavi delle società editoriali dipendono al 94% dal settore cartaceo. La contraddizione è evidente. Anche per il sindacato che, infatti, con il segretario di Stampa romana, Paolo Butturini, plaude all’interven - to di Costa che “ha centrato il problema” anche se, aggiunge Butturini, “omette di dire che in questi anni gli editori non hanno fatto altro che lavorare sulla compressione del costo del lavoro, con l’ovvio riflesso dello scadimento dell’infor - mazione”. Per il sindacalista vanno quindi “rimossi atteggiamenti vendicativi nei confronti dei giornalisti e, soprattutto, si deve puntare all’inno - vazione, che significa investimenti a medio e lungo periodo”, in questa prospettiva si può accettare “la sfida del cambiamento”.

LA RISPOSTA di Google, però, non invita all’ottimismo. La nota che la società Usa dirama nel pomeriggio ricorda, infatti, che il colosso americano “invia ogni mese 10 miliardi di clic agli editori di tutto il mondo e che riceviamo di gran lunga più richieste di essere inclusi in Google News che non di essere esclusi”. Inoltre, aggiunge la società, “attraverso il programma AdSense, nel 2013 abbiamo ridistribuito 9 miliardi di dollari agli editori di tutto il mondo, una cifra in crescita di 2 miliardi rispetto al 2012”. Il messaggio è chiaro: noi vi aiutiamo già e senza di noi ci rimettereste certamente. Quindi, nessuna disponibilità a nuovi accordi. I problemi non sono di facile soluzione. I 9 miliardi cui si riferisce Google sono quelli prodotti dal programma Ad- Sense tramite cui il motore di ricerca, come una specie di concessionaria, trasferisce le inserzioni a pagamento sui siti che ne fanno espressamente richiesta. Quella cifra, quindi, non rappresenta un compenso per i contenuti utilizzati. Allo stesso tempo, è anche vero che Google News funziona come una sorta di rassegna stampa che, per la lettura degli articoli, rinvia ai siti di provenienza. Quindi c’è un effettivo smistamento di traffico.

“IN REALTÀ” spiega al Fatto Stefano Quintarelli, uno dei massimi esperti del settore, oggi deputato di Scelta civica, ci sarebbe un reciproco vantaggio da sfruttare. Invece di denaro, ad esempio, gli editori potrebbero sfruttare il lavoro di “profilazione” del cliente svolto da Google e che potrebbe essere loro riversato”. Ma anche secondo l’esperto di Internet, non esiste “la” soluzione quanto, invece, un monitoraggio della trasformazione in corso. Resta comunque l’ipotesi “google tax”: “Stavolta non la propongo” dice Boccia, “ma se il governo vuole la si fa in un attimo”.

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