controllo

Brianza - In quattro Comuni i «volontari del vicinato»: non siamo ronde

di Diego Colombo e Rossella Redaelli da il Corriere della sera

MONZA Non fanno appostamenti nelle zone più a rischio della città. Non organizzano ronde. Non girano a gruppi con il cellulare o il walkie talkie (o armi improprie) in mano come fossero guardie notturne. E non portano addosso, sciarpe, foulard, fasce e distintivi di riconoscimento. Loro osservano: dalla casa del vicino che abita a fianco a quella subito al di là della strada, dall’appartamento del coinquilino di pianerottolo a quello della famiglia del primo o del secondo piano. E se notano qualcosa che non va, auto o persone sospette, danno l’allarme a carabinieri e polizia locale. Sono i volontari del «Controllo del vicinato», un’esperienza di tutela della sicurezza nata negli Stati Uniti negli anni Settanta e approdata ora anche in Brianza. Dove, sulla scorta dell’attività dell’associazione fondata nel 2009 da Gianfranco Caccia a Caronno Pertusella (Varese), sono già quattro i Comuni in provincia di Monza in cui un gruppo di cittadini ha deciso di stringere un patto di collaborazione per meglio garantire la sicurezza del proprio quartiere. Dopo Concorezzo, che ha fatto un po’ da battistrada, i cartelli gialli con la scritta «Zona di controllo del vicinato» sono comparsi anche a Seveso e a Desio.

L’esperienza di collaborazione tra residenti è stata raccolta anche da un gruppo di cittadini di Albiate. «Noi abbiamo attivato l’iniziativa lo scorso settembre con 35 famiglie — spiega l’assessore alla Polizia locale di Seveso, Andrea Formenti —. Per ora è limitata al quartiere Altopiano, dove operano tre gruppi di sorveglianti. Ma, a breve, dovrebbe nascerne un quarto nel centro di Seveso». E i risultati si vedono. Dal 2013 al 2014 si è registrato un calo di furti proprio al quartiere Altopiano, una zona residenziale di villette singole e palazzine spesso nel mirino dei ladri. «Non so — continua Formenti — se la contrazione sia fisiologica o dovuta alla presenza del Controllo di vicinato. Di certo, i residenti del quartiere mi hanno assicurato che da quando sono attivi i gruppi di volontari si sentono più sicuri». L’esperienza di Seveso sta facendo scuola anche in altri Comuni brianzoli. Nelle ultime settimane si sono rivolti all’amministrazione di centrosinistra i sindaci di Brugherio, Lentate sul Seveso, Caponago e Mariano Comense, interessati a stimolare la nascita di osservatori del territorio anche nelle loro città.

Cornate - Contro gli evasori il sindaco schiera vigili funzionari e ragionieri

Il Comune potrà trattenere la metà della cifra recuperata

di Marco Dozio Il Giorno

— CORNATE —
LA CACCIA al furbetto del villino o del macchinone, miseri redditi ma sfavillante tenore di vita, a Cornate si fa con un piccolo esercito di vigili, ragionieri e funzionari. Impiegati del Comune, soprattutto i dirigenti dei settori cruciali, riuniti un task force dal sindaco Fabio Quadri, Pdl, per tenere gli occhi aperti sulle carte e sulle strade. Primo esempio, le carte. Può succedere che un cornatese si presenti in municipio per avviare una pratica edilizia: vuole costruirsi una villetta, magari bella e con vista sul parco dell’Adda. Gli impiegati forse lo conoscono, forse no. Comunque indagano, raccolgono informazioni per capire se il sogno della villa è compatibile con la realtà dei quattrini dichiarati. Chi è, che lavoro fa. E perchè no, anche cosa si dice in paese, visto che in quelli piccoli, leggenda vuole, ci si conosce tutti. E se dalle prime verifiche qualcosa non torna, scatta la segnalazione all’Agenzia delle entrate, con cui l’Amministrazione comunale ha stipulato una convenzione appena approvata dalla Giunta. Con i funzionari dell’ente statale, la task force ha aperto un canale diretto per incrociare i dati e ottenere la radiografia fiscale dell’ipotetico furbetto. «In questo modo potremo acquisire tutti i dati possibili, verificare su quante effettive fonti di reddito può contare il soggetto in questione, ed eventualmente incastrarlo». Caccia all’evasore per giustizia e per necessità, nella speranza di dare ossigeno alle casse comunali: «Per ogni operazione il Comune potrà trattenere il 50% della somma evasa. In tempi di riduzione dei trasferimenti può essere un’opportunità», aggiunge Quadri prima di citare il secondo esempio, la strada. Può succedere che un cornatese sfrecci per le vie del centro con uno o più bolidi costosissimi, sotto gli occhi degli impiegati-investigatori. Pronti a dare l’allarme e far scattare i controlli. I vigili sono già in allerta: «Lo sono anche all’ufficio tecnico e alla ragioneria. Ho voluto cogliere la possibilità fornita dalla normativa, cercando però di mettere in piedi una vera e propria task force, una squadra di controllori efficace». Anche perchè nel frattempo è naufragata l’ipotesi dei Consigli tributari, organismi composti da semplici cittadini chiamati a controllare i «vicini di casa»: «Sono stati cancellati dal Governo Monti, affossati prima ancora nascessero. Adesso c’è la possibilità della convenzione, e noi vogliamo sfruttarla fino in fondo».

Desio - Il Comune cerca i responsabili del buco da mezzo milione di euro dell'acconto Imu

di Alessandro Crisafulli da Il Giorno

— DESIO —
MINISTERO da rimandare in matematica (o troppo ottimista)? Gruppone di cittadini furbetti e/o disobbedienti? Oppure ancora, più probabilmente, problemi con i dati a disposizione? L’arcano, a Desio, riguarda la famigerata Imu. A scioglierlo, in queste settimane, saranno il neonato Ufficio Accertamenti allestito a Palazzo, con l’ausilio di una realtà esterna, la Società Gestione Servizi Territoriali srl di Seregno. L’obiettivo è capire il perchè di quel mezzo milione di «buco», nel pagamento del primo acconto dell’imposta, rispetto alle previsioni elaborate nei mesi scorsi dall’Amministrazione: sono circa 3,9 i milioni entrati nelle casse comunali (a cui aggiungere i 2,5 milioni che andranno allo Stato), circa 500 mila euro in meno di quelli attesi.
Non certo una bella notizia, in tempi di vacche magre per tutti gli Enti pubblici. Ecco perchè la giunta di centrosinistra ha deciso di correre con urgenza ai ripari: nei giorni scorsi, con un significativo investimento di 32 mila euro, è stato affidato l’incarico alla Sogest di visionare le banche dati e di aggiornarle, visto che sono ferme al 2007: un lavoro piuttosto complicato, ma che va svolto in fretta, perchè l’Amministrazione entro settembre deve valutare se opportuno modificare le aliquote dell’imposta, come permesso dalla legge. La società dovrà verificare tutte le schede catastali e aggiornare i dati alla situazione attuale, tenendo conto delle varie trasformazioni urbanistiche succedutesi in città negli ultimi anni.

«NON SAPPIAMO ancora con certezza a cosa sia dovuto quell’ammanco rispetto alle ipotesi iniziali – spiega l’assessore al Bilancio Lucrezia Ricchiuti – ci stiamo lavorando: dai primi riscontri sembrerebbe che le previsioni erano corrette e che il problema principale sia stato che alcuni hanno pagato meno di quanto avrebbero dovuto, perchè si sono basati su rendite catastali non aggiornate. Poi, è chiaro, non possiamo escludere che qualcuno abbia anche fatto il furbo». In base agli esiti dell’indagine interna, verranno presi i provvedimenti per tappare la significativa falla: «Se fosse come sembra – aggiunge Ricchiuti – andremmo solo a recuperare la somma, facendo pagare a tutti il dovuto. Altrimenti, potremmo anche pensare a un ritocco delle aliquote, ma per ora quest’ultima è solo una ipotesi». Anziché godersi mari e monti, dunque, gli specialisti della Sogest trascorreranno agosto a incrociare i dati, bonificando e ripristinando in maniera corrette le banche date comunali della vecchia Ici, della Tarsi e della nuova, famigerata, Imu.

SARÀ COMPITO dell’Ufficio Accertamenti appena costituito, invece, verificare se qualcuno ha cercato di «far finta di niente»: tre per ora i membri dell’equipe anti-evasione voluta dall’amministrazione di centrosinistra, e presto potrebbe aggiungersi un ulteriore rinforzo, in modo da dare una mano nello stanare i furbetti. Per il bene del bilancio e della collettività.
 

Seregno - Palazzo blindato, non si girovaga durante le sedute del Consiglio

Decisione drastica del comandante della Polizia municipale dopo gli ultimi veleni

di Mario Galimberti da Il Giorno

— SEREGNO —
I VIGILI urbani hanno deciso di chiudere la porta ai politici durante le sedute dei consigli comunali e in tutte quelle ore in cui gli altri uffici non sono attivi. Una presa di posizione dopo che il vicesindaco Gianfranco Ciafrone e il consigliere Francesco Gioffrè (Pdl) avevano voluto vedere attraverso la telecamera la registrazione di un filmato ripreso sul loro personale cellulare: una vicenda di cui era stato coinvolto Pantaleone Servidio (Apoti) ex-Pdl. Porte quindi ermeticamente chiuse quelle che dalla sala delle sedute portano al resto del palazzo municipale di via Umberto I a Seregno. La decisione è stata presa da Damiano Vernò, comandante della Polizia locale, per motivi di sicurezza onde evitare che un estraneo possa aggirarsi nella sede comunale o nei sotterranei.
L’origine del provvedimento è dovuto ad un episodio recente, quando il consigliere Servidio aveva denunciato in aula durante una seduta che qualcuno (e aveva puntato il dito contro gli ex-colleghi Pdl), gli aveva bucato la ruota posteriore del motorino in sosta nel cortile del palazzo e ha presentato denuncia ai carabinieri contro ignoti. Un episodio banale nella sostanza ma che ha portato alla decisione di chiudere la porta in modo da isolare gli uffici della polizia locale con il resto del palazzo, motivo che è servito al Servidio per far esplodere una polveriera di polemiche e accuse che da tempo covavano sotto la cenere. «Certe libertà non verranno più tollerate - ha detto Vernò - in quanto per acquisire le immagini si dovranno rispettare le normali procedure». Il gruppo Apoti scatenato minaccia di disertare le sedute consiliari mentre la loro capogruppo Maria Teresa Viganò mette i puntini sulla vicenda precisando che i filmati della videosorveglianza installati nella sede della Polizia locale possono essere visti dopo una specifica autorizzazione delle autorità competenti. Il leghista Andrea Colombo ha precisato che si vergogna di quello che avviene in aula.

 

Monza - I mezzi della Net saranno videosorvegliati, investimento da 300mila euro

di MARCO GALVANI da Il Giorno

Il «Grande fratello» viaggia in pullman Telecamere sugli autobus pubblici
— MONZA —
PULLMAN VIDEOSORVEGLIATI per garantire la sicurezza dei passeggeri e degli autisti. Grazie al patto Monza Sicura siglato nel 2009 fra Comune di Monza e Prefettura, e benedetto dall’allora ministro dell’Interno, Roberto Maroni, il capoluogo della Brianza ha potuto finanziare progetti per un importo complessivo di 402.000 euro. Si è partiti con i servizi antiprostituzione e contro il dilagare del commercio abusivo soprattutto nelle vie del centro storico, quindi si è passati all’acquisto di 8 moto (4 Suzuki e 4 Kawasaki) per la Polizia locale oltre ad altre due Ducati civetta per i servizi in borghese (per una spesa totale di 102mila euro). L’ultimo tassello che mancava, il servizio di videosorveglianza sui pullman che coprono le tratte urbane, è entrato in funzione nei giorni scorsi. Un progetto avviato da Tpm prima del passaggio del ramo d’azienda del trasporto pubblico a Net, società al 100% di Atm, e realizzato interamente dal personale della Polizia locale, particolare che «ci ha permesso, di fatto, di non avere spese aggiuntive di consulenze», ci tiene a precisare l’assessore alla Sicurezza, Simone Villa. Insieme con il sindaco Marco Mariani e il comandante della Polizia locale, Alessandro Casale, hanno presentato uno degli ultimi mezzi pubblici che peraltro stanno già circolando sulle strade di Monza. Un pullman di Net che, insieme agli altri 53 della flotta che copre i percorsi urbani e in altri Comuni vicini dove ci sono i capolinea (Vedano al Lambro, Brugherio, Muggiò, Lissone e Villasanta), è stato equipaggiato con il sistema di videosorveglianza.

SEI le telecamere installate su ogni mezzo: una telecamera, montata sul parabrezza anteriore, è puntata verso la strada, un’altra copre la cabina del conducente mentre altre quattro sono posizionate nell’area dei passeggeri. Tutte le immagini riprese in continuo vengono salvate in una sorta di scatola nera all’interno del mezzo. E, in caso di necessità, l’autista ha la possibilità di attivare - tramite una speciale console sul cruscotto - un allarme che mette in contatto il sistema di videosorveglianza con la centrale operativa di Net, in via Borgazzi.

A QUEL PUNTO, qualora ci fosse un incidente o un problema di sicurezza all’interno del mezzo, la richiesta di emergenza partirebbe in automatico. «È nostro obiettivo garantire il massimo controllo e il più alto grado di sicurezza non soltanto per gli autisti ma anche per le migliaia di cittadini che ogni giorno utilizzano i mezzi pubblici per muoversi in città», conclude l’assessore Villa. Un progetto da 280mila euro oltre a 20mila euro utilizzati per il server su cui viaggiano le informazioni della videosorveglianza e per il percorso di formazione del personale di Net.

Solaro - Parco Groane, chi sgarra pagherà multe salatissime

di Ga.Bass. da Il Giorno

— SOLARO —
CHI NON RISPETTA le regole del Parco delle Groane, d’ora in poi la pagherà cara, con multe che possono arrivare anche a venti volte quelle applicate in passato. Lo prevedono le nuove procedure sanzionatorie, che riprendono le novità legislative della Regione in materia di tutela ambientale. Se prima le violazioni venivano quasi tutte equiparate e punite con sanzioni che arrivavano al massimo a 1.032 euro, adesso si calcola il danno effettivamente prodotto e il profitto realizzato dal trasgressore, applicando una sanzione tra il doppio e il triplo dello stesso nel caso in cui il danno sia riparabile o tra il triplo e il quadruplo in caso di danno irreparabile. Un esempio? L’abbandono nel Parco di rifiuti inerti o terra da riporto il cui smaltimento regolare in discarica sarebbe costato 1.000 euro, verrà sanzionato con una multa da 2.000 a 3.000 euro oltre all’obbligo di ripristino. In caso di «alterazioni morfologiche, trasformazioni colturali, alterazioni ambientali in genere non facilmente ripristinabili» la multa salirebbe da 3.000 a 4.000 euro. Ma in caso di abusi che modificano il valore del terreno o dell’immobile inserito nel Parco, la sanzione viene calcolata sull’aumento di valore e quindi è facile arrivare alle decine di migliaia di euro. Se prima qualche furbetto se l’era cavata con poco più di un buffetto dal Parco, adesso, chi sgarra, se scoperto, riceverà un bel cazzotto, economicamente parlando.
 

Monza - Disastro ambientale Lombarda Petroli: Tagliabue indagati

di STEFANIA TOTARO da Il Giorno

Avrebbero provocato lo sversamento con 4 complici per coprire reati fiscali
— MONZA —
COINCIDE con la chiusura dell’inchiesta da parte della Procura di Monza il secondo anniversario dello scempio ambientale della Lombarda Petroli di Villasanta, l’ex raffineria dismessa e trasformata in sito di stoccaggio di idrocarburi da dove nella notte fra il 22 e il 23 febbraio 2010 vennero sversati nel Lambro almeno 2.600 tonnellate di gasolio e oli combustibili. I sostituti procuratori della Repubblica di Monza Donata Costa e Emma Gambardella hanno deciso di indagare complessivamente 6 persone. Di disastro doloso (un reato che prevede una pena fino a 12 anni di reclusione) sono stati indagati i titolari della Lombarda Petroli, Giuseppe e Rinaldo Tagliabue, 55 e 50 anni e anche il direttore di stabilimento dell’epoca. Di reati fiscali sono indagati anche 2 dipendenti dell’azienda mentre di omessa sorveglianza dovrà rispondere il custode della ex raffineria. Ora gli indagati hanno 20 giorni di tempo per presentare memorie o farsi interrogare dai pm, che poi decideranno se procedere con la richiesta di rinvio a giudizio. All’udienza preliminare Brianzacque e Alsi, le società che gestiscono la rete idrica e il depuratore di Monza, potrebbero costituirsi parti civili.

I TAGLIABUE erano stati indagati di sottrazione all’accertamento o al pagamento dell’accisa sugli oli minerali, mentre Giuseppe Tagliabue era già stato indagato dalla Procura di Monza nell’immediatezza dell’apertura delle indagini per violazione della direttiva Seveso perché dalla relazione dell’Arpa sulle quantità di idrocarburi presenti nelle cisterne era emerso che fossero di molto superiori alle 2.500 tonnellate consentite dalla direttiva Seveso per non incappare nelle prescrizioni previste per le aziende considerate a rischio. Un’ipotesi aberrante, quella di disfarsi di tonnellate di idrocarburi sversandoli volontariamente nelle acque del Lambro (la marea nera era riuscita ad arrivare fino al delta del Po) che troverebbe fondamento se, come ritenuto dalla pubblica accusa, lo svuotamento delle cisterne (un atto sicuramente doloso eseguito da persone addette ai lavori secondo quanto è emerso dalle indagini dei carabinieri di Monza e del Nucleo operativo ecologico) possa essere stato quantomeno ordinato dai Tagliabue, con la collaborazione di qualche dipendente compiacente, proprio per sfuggire ai controlli dell’Agenzia delle dogane, che avrebbero potuto comportare salatissime multe e conseguenze penali proprio per la mancata segnalazione delle quantità in eccesso e il mancato pagamento delle accise. Secondo gli inquirenti, nelle cisterne della Lombarda Petroli sarebbero state stipate quantità di idrocarburi di molto superiori a quelle consentite. Quantità, sempre secondo l’accusa, che non trovavano corrispondenza nei registri della società, che su quelle quantità non avrebbe appunto fornito alcuna segnalazione agli organi competenti e tantomeno pagato le accise sugli oli minerali.

GIUSEPPE TAGLIABUE era poi stato subito indagato dalla Procura di Monza per la presunta violazione della direttiva Seveso che prevede pesanti prescrizioni per le aziende considerate a rischio ambientale, proprio perché non accadano disastri ambientali come quello del Lambro. La violazione contestata a Tagliabue, una contravvenzione punita soltanto con l’arresto fino ad un anno, è quella di omessa notifica, ossia di non avere dichiarato il possesso di un quantitativo superiore a quello consentito.
Accuse tutte negate dagli indagati, che ora però rischiano di doversi difendere da accuse molto più gravi.

Cade l’accusa di bancarotta fraudolenta:Lombarda Petroli, archiviata la richiesta di fallimento
— MONZA —
NELLA CHIUSURA dell’inchiesta sulla Lombarda Petroli di certo non ci sarà l’accusa di bancarotta fraudolenta. È stato infatti archiviato dai giudici della sezione fallimentare del Tribunale di Monza il fascicolo per il fallimento della Lombarda Petroli, che era stato chiesto dalla Procura di Monza. I giudici avevano disposto una consulenza tecnica per vagliare, da un lato, la documentazione sull’esatto passivo della Lombarda Petroli quantificato dall’ufficio delle Dogane e dall’Agenzia delle Entrate, che si aggirerebbe secondo indiscrezioni intorno al milione di euro e, dall’altro, verificare se la Lombarda disponeva di un patrimonio sufficiente per coprire il passivo ed evitare quindi il fallimento. La perizia tecnica ha decretato lo stato di solvenza della Lombarda Petroli, tanto che la Procura di Monza ha ritirato l’istanza di fallimento che aveva presentato, ritenendo inizialmente che la società fosse sull’orlo del baratro finanziario.
 

Desio - Nuovo regolamento della polizia locale predisposto dall’amministrazione

di ALESSANDRO CRISAFULLI da Il Giorno

I top vigili: belli, in ordine, magri e agili «Per evitare giudizi che incidano sul prestigio e il decoro del corpo e del Comune»
— DESIO —
NON SI POTRANNO intrattenere con “persone che notoriamente non godono di pubblica stima, ovvero pregiudicate”, nè potranno “frequentare locali o compagnie non confacenti alla dignità della funzione”. Dovranno “avere particolare cura della propria persona e dell’aspetto esteriore al fine di evitare giudizi che incidano sul prestigio e sul decoro del Corpo stesso e dell’amministrazione che rappresenta”: in sostanza “il personale deve, altresì, porre particolare cura affinché l’acconciatura dei capelli, della barba, dei baffi nonché i cosmetici da trucco, siano compatibili con il decoro della divisa e la dignità della funzione, evitando ogni forma di appariscenza”. Nello specifico, “il personale deve: se di sesso femminile, curare che i capelli lunghi siano raccolti, se di sesso maschile, curare che la barba, i baffi ed i capelli siano corti e ordinati”. Insomma, dovranno essere dei perfetti “figurini”, da qui in avanti, i vigili di Desio, secondo il nuovo Regolamento della polizia locale predisposto dall’Amministrazione comunale, che verrà presentato e discusso questa sera in Consiglio. Non solo cura del look, ma anche delle frequentazioni e dei comportamenti in pubblico, visto che ciascun agente “durante il turno di servizio deve assumere un contegno consono alle sue funzioni: non deve intrattenersi in futili conversazioni con i colleghi o altre persone, né in inutili occupazioni. E’ fatto divieto inoltre di assumere sostanze alcooliche o superalcooliche”.

E ANCORA, “durante i servizi esterni, in pubblico, è fatto divieto di fumare ed utilizzare per conversazioni private il telefono cellulare”. Un giro di vite sui controlli che a quanto pare è nato da alcune segnalazioni degli ultimi mesi, di qualche pausa caffè o chiacchierata gioviale ritenuta di “troppo” da chi di dovere. Dunque, niente sgarri e massima puntualità: “All’inizio del servizio, gli appartenenti al Corpo devono in un tempo massimo di dieci minuti essere pienamente operativi”. E’ inoltre fondamentale, secondo il nuovo Regolamento che “durante il servizio, ogni appartenente al Corpo di Polizia Locale deve mantenere un contegno corretto ed irreprensibile, operando con senso di responsabilità in maniera tale da riscuotere sempre la stima, il rispetto e la fiducia della collettività”. Stabiliti con precisione anche i requisiti d’accesso: statura non inferiore a 1.65 metri per gli uomini e 1.61 per le donne; ma anche, tra le altre cose, “il rapporto altezza-peso, il tono e l’efficienza delle masse muscolari, la distribuzione del pannicolo adiposo e il trofismo devono rispecchiare un’armonia atta a configurare la robusta costituzione e la necessaria agilità indispensabile per l’espletamento dei servizi di polizia”: in poche parole, no alla ciccia in eccesso.

COME PREVISTO dalla legge regionale, gli agenti saranno dotati tutti di “dispositivi di tutela dell’incolumità personale quale lo spray irritante, privo di effetti lesivi permanenti nonché del bastone estensibile finalizzati alla difesa da aggressioni ed attacchi da parte di cani aggressivi”. Gli appartenenti al Corpo possono essere inoltre inviati a frequentare corsi di lingue straniere presso istituti specializzati, al fine di ottenere una corretta e completa conversazione con cittadini di altra nazionalità.

Seregno - Case di via Hugo malcostruite e poco sicure: ora lo dice anche una perizia

di GIGI BAJ da Il Giorno

Il  tribunale indaga sugli alloggi comunali di via Hugo

— SEREGNO —
CASE che non solo fanno acqua da tutte le parti ma che rappresentano anche un pericolo per la salute di chi vi abita. È quanto emerge dalla perizia tecnica disposta dal Tribunale in merito alla causa di procedura cautelare intentata dai residenti che abitano nelle case comunali di via Hugo. Edificio che sin da subito ha mostrato evidentissimi difetti di costruzione che hanno esasperato gli assegnatari degli appartamenti. Infiltrazioni d’acqua piovana dovute alla cattiva o addirittura assente impermeabilizzazione, totale mancanza di coibentazione termica, cattivo funzionamento delle cannne fumarie non erano che alcune delle magagne compiute dalle imprese edili che si erano succedute durante la costruzione dell’edificio situato alla periferia nord della città. «Su balconi, pianerottoli e ballatoi esterni - si evince dalla perizia effettuata dall’architetto Anna Mancuso - manca completamente l’impermeabilizzazione ed anche le canne fumarie non sono state posizionate correttamente. Per quanto riguarda l’isolamente termico alcune parti dell’edificio ne sono totalmente prive mentre in altre zone è stato effettuato con materiali inidonei e posizionato in modo scorretto». I residenti avevano quindi ragione a lamentarsi della situazione che si era venuta a creare con muffe e funghi che avevano aggredito i muri interni alle abitazioni. Il giudice della sede di Desio del Tribunale Francesco Pinto ha già ricevuto la perizia che dovrà essere valutata durante la prossima udienza fissata il prossimo 15 marzo. Dalla relazione del perito emerge anche che il certificato di abitabilità, a cura del responsabile dell’Ufficio tecnico comunale, sarebbe stato rilasciato senza alcun sopralluogo. Praticamente si avvalora la tesi che non vi sarebbe stato un adeguato controllo dello svolgimento dei lavori.

ANCHE l’Amministrazione comunale si è mossa nei confronti delle imprese che avevano effettuato l’intervento edilizio costato quasi tre milioni di euro, tra l’importo previsto e i costi aggiuntivi che si sono accumulati in corso d’opera. «Da tempo - ha dichiarato il sindaco Giacinto Mariani - abbiamo dato mandato ai nostri legali per recuperare i crediti dalle ditte appaltatrici e dal direttore dei lavori a seguito dei danni che riteniamo di avere subìto». Nel frattempo i residenti continuano ad abitare in alloggi difettosi e poco sicuri.

Lodi - Batteri dieci volte oltre il limite: sotto sequestro il depuratore

di Claudio Del Frate da corriere milano

Sotto sequestro l’impianto di una società comunale, due indagati: le acque inquinate finivano nell’Adda Vasche colabrodo, macchine rotte: ecco il depuratore che non depurava

LODI — Una concentrazione di batteri anche dieci volte superiore ai limiti di legge: il depuratore che doveva «lavare» le acque fognarie di 40mila abitanti di Lodi non era un modello di efficienza. E quegli scarichi avvelenati finivano nel corso dell’Adda, proprio nel tratto in cui l’affluente del Po attraversa una zona protetta denominata «parco Adda Sud». Tanto è bastato perché ieri mattina il Corpo Forestale dello Stato intervenisse a sequestrare l’impianto di via del Costino, gestito dalla Sal, società di cui il Comune di Lodi è azionista di maggioranza. E’ un’inchiesta che parte da lontano, quella culminata con il provvedimento di ieri mattina, le prime segnalazioni sono del 2009 e già allora parlavano di schiume, di rifiuti, di acque che uscendo dal depuratore si tuffavano nella roggia Molina sporche tanto quanto erano entrate.

Per oltre due ani è andata avanti una campagna di prelievi e di analisi curata dalla Forestale e dall’Arpa Lombardia finché le provette e i microscopi dei laboratori hanno confermato i sospetti iniziali. I controlli e il conseguente sequestro hanno portato alle prime conseguenze giudiziarie per il presidente e il direttore generale della Sal: Antonio Redondi e Carlo Locatelli sono iscritti al registro degli indagati per gestione illecita di rifiuti speciali e frode nelle pubbliche forniture; quest’ultima contestazione fa riferimento al fatto che i cittadini di Lodi pagavano regolarmente la tassa sulle depurazione delle acque ma poi si ritrovavano con l’Adda inquinato. I «sigilli» della magistratura non stanno tuttavia compromettendo il funzionamento del sito: ieri i macchinari erano regolarmente in funzione e lamagistratura ne ha affidato la custodia giudiziale al presidente dell’Amministrazione Provinciale di Lodi. I giudici hanno imposto alcune prescrizioni, ad esempio il divieto di ricevere rifiuti da privati (soprattutto le autobotti provenienti dagli spurghi di pozzi neri). Il blitz di ieri mattina è stato accompagnato da un’ispezione da parte degli uomini del Corpo Forestale, durante la quale sarebbero emerse fin da subito alcune pecche dell’impianto. «Una delle vasche di contenimento delle acque provenienti dalla fognatura aveva evidenti perdite: e invece le pareti dovrebbero essere perfettamente impermeabilizzate » confessa uno degli operatori.

Altra disfunzione evidente: prima che le acque tornino nella roggia dovrebbero subire un trattamento per essere sterilizzate dai batteri attraversando una vasca illuminata da lampade a raggi ultravioletti: diverse di queste lampade ieri mattina sono risultate fuori uso. Il Corpo Forestale ha anche esaminato registri e atti trovati negli uffici della Sal: occorre verificare se i rifiuti accolti dal depuratore lodigiano erano a norma e se la quantità smaltita era compatibile con le capacità dei macchinari. Nessuna replica è invece giunta fino a ieri sera da parte degli amministratori della società comunale. Chi sollecita invece controlli più approfonditi e puntuali sull’intera rete di depurazione delle acque è Legambiente Lombardia: «Il sequestro del depuratore di Lodi solleva in modo grave e urgente il tema dei controlli e dell'aggiornamento dei dati relativi alla depurazione e alla qualità delle acque e degli scarichi idrici in acque superficiali» dice un documento diffuso dall’associazione ambientalista. «La vicenda dimostra ancora una volta che il sistema dei controlli continua ad avere troppe falle —dichiara Lorenzo Baio di Legambiente Lombardia—eppure in Lombardia quella della qualità delle acque è una emergenza ambientale primaria, rimarcata dalla gran quantità di procedure di infrazione comunitaria proprio per le gravi e generalizzate carenze del sistema di collettamento e depurazione delle acque di scarico». L’impianto messo sotto sequestro è stato inaugurato nel 1982; nel 2005 è stato potenziato in modo da poter depurare le acque di tutta la città.

Milano - Precari, no all’assemblea: il Comune chiama la Digos

di SIMONE BIANCHIN ILARIA CARRA  da repubblica milano

Protestano i rilevatori del censimento

SI SONO ritrovati alle cinque di pomeriggio in una saletta vicino allo sportello di via Marsala, sui Bastioni di Porta Nuova, dove ogni giorno prestano servizio al pubblico. All’ordine del giorno, alcuni problemi sul lavoro ed eventuali vie d’uscita. Ma l’assemblea di una quarantina di rilevatori del censimento Istat, il personale ingaggiato dal Comune per contare i milanesi, non era autorizzata. E così, dopo mezz’ora è arrivata la Digos. Dopo una breve trattativa, la riunione si è svolta lo stesso, ma il comitato autorganizzato denuncia: «Avevamo chiesto il permesso, ma ci è stato negato: di qui a ritrovarsi la Digos, intervenuta su richiesta del direttore della sezione statistiche del Comune, ce ne passa. Mai il Santo dei precari poteva immaginare che il vento che cambia a Milano facesse così fatica a soffiare». Ma sull’episodio, in realtà, ci sono versioni discordanti. A partire dal Comune, che nega di aver alzato la cornetta.

È con una mail che giovedì i rilevatori avevano chiesto l’autorizzazione per una riunione. Ma la risposta dalla direzione è arrivata soltanto ieri: «La richiesta non può essere accolta: la natura del rapporto contrattuale in essere non consente la convocazione di assemblee presso locali del Comune». Essendo lavoratori occasionali, e non dipendenti di Palazzo Marino, il Comune, nel dire no, sostiene di essersi richiamato al protocollo sindacale. Ma il gruppo si è dato appuntamento comunque in una sala di via Marsala, dove ha sede peraltro anche una scuola civica (il Pacle). In discussione, denuncia uno dei quaranta (su 470 rilevatori totali) c’è un contratto di lavoro «quasi a cottimo » e una mole e un trattamento quasi da dipendenti, con solo lo stipendio da lavoratori occasionali. Dopo una mezz’ora, la Digos. Dall’Ufficio statistico negano di aver telefonato. «Sono stati i vigili — sostiene il dirigente che supervisiona il censimento, Domenico Semisa — da un po’ sono in presidio fisso allo sportello per il forte afflusso di gente».

La Digos chiarisce la telefonata: «Ci ha chiamati il preside della scuola — riferisce il dirigente Bruno Megale — siamo andati lì perché ci è stato chiesto di controllare che cosa stesse accadendo. Sul posto abbiamo parlato con i lavoratori e anche con il dirigente scolastico, che alla fine ha lasciato che l’assemblea si svolgesse regolarmente, e noi ce ne siamo andati». Non risultano esserci state tensioni: «Mi hanno riferito che non è accaduto nulla di particolare», dice Daniela Benelli, assessore ai Servizi civici, che da oltre un mese però non è più responsabile della sezione Statistiche, di competenza ora della Direzione generale. Comunque sia, l’assemblea si è svolta. E non si esclude che alcuni del comitato possano anche valutare una causa di lavoro.

Bolle di sapone con batteri: a processo Enrico Preziosi

di Luigi Ferrarella da corriere milano

Opposizione del patron al decreto penale di condanna

Batteri veri, e dunque subdoli «inquilini» delle bolle di sapone con le quali giocano i bambini, oppure «bolle di sapone » nel senso di falsi positivi? Sarà la domanda al centro del processo che, a questo punto, si farà senz’altro visto che, se il giudice delle indagini preliminari ha emesso un decreto penale di condanna dell’industriale Enrico Preziosi a 27.500 euro di ammenda per aver «immesso sulmercato prodotti pericolosi», il patron della Holding dei Giochi Spa ha scelto di non accettare la decisione e di proporre invece formale opposizione al decreto penale, imboccando dunque la strada di un ordinario dibattimento al quale è stato ora citato per il prossimo 2 aprile. L’oggetto del contendere sono le bolle di sapone vendute nell’aprile 2009 e non più in circolazione perché ritirate dal commercio già nel maggio 2010.

Secondo l’Istituto superiore di sanità, le bolle di sapone denominate «Hello Kitty Mini Stick Bubbles» e Hello Kitty Dip&Squeeze Bubbles» erano «affette da contaminazioni microbiologiche (batteri, funghi, pseudomonas) potenzialmente pericolosi per la salute dei consumatori» se ingerite o se a contatto con pelle e mucose lese. A Preziosi, che aveva importato i prodotti dalla Cina, è dunque contestato di «non aver esercitato la dovuta diligenza sul controllo di qualità dei prodotti commercializzati ». Proprio il contrario di quanto Preziosi, difeso dall’avvocato Lorenzo Crippa, tiene a rimarcare: la sua azienda, sostiene, aveva preventivamente svolto dei test di qualità che sulle bolle di sapone «made in Cina» avevano attestato l’assenza di sostanze pericolose per la salute. Duplice dunque il tema del dibattimento: perizie per capire se davvero i batteri ci fossero o no, e (se sì) ricerca della responsabilità di quale fase della catena di commercializzazione delle bolle di sapone.

Sudafrica - Approvata la legge bavaglio: per i giornalisti fino a 25 anni di carcere

di Francesco Malgaroli da repubblica

Sit-in e proteste. La Nobel Gordimer: “Si torna all’apartheid”

DUECENTOVENTINOVE voti a favore, 107 contro: la legge sulle intercettazioni è passata e in Sudafrica, nazione arcobaleno, si respira un’aria assai meno libera. Due premi Nobel, la scrittrice Nadine Gordimer e l’arcivescovo Desmond Tutu, e il Centro per la memoria di un terzo, Nelson Mandela, avevano provato a mettersi di traverso insieme alla società civile, alle organizzazioni di base e ai sindacati. Ma l’African National Congress, al potere dal 1994 con una quasi maggioranza assoluta, ha approvato la legge. A nulla è valso che ieri, fuori dal parlamento a Città del Capo e davanti alla sede centrale dell’Anc a Johannesburg, le associazioni per la libertà di stampa inscenassero un sit-in, donne e uomini tutti vestiti di nero e la bocca chiusa da un fazzoletto. Come nel 1977 quando la stampa fu messa a tacere dall’apartheid.

Il “secrecy bill”, una sorta di legge bavaglio, prevede dai cinque ai 25 anni di carcere per i giornalisti che pubblicheranno documenti secretati e il massimo della pena in caso di sospetto spionaggio. Amplia notevolmente i margini entro i quali qualsiasi ente o organo pubblico può chiedere la secretazione di ogni informazione sensibile, definita genericamente «preziosa»; inoltre ne penalizza non soltanto la divulgazione, ma anche il semplice possesso. Sotto il paravento della sicurezza nazionale si cerca però di celare «affari sporchi e nepotismo », come ha detto domenica scorsa Nadine Gordimer in occasione del suo ottantesimo compleanno. «La gente ha combattuto ed è morta per avere la possibilità di una vita migliore» dopo anni di segregazione, ora — ha osservato la scrittrice — stampa, tv, Internet, finiscono tutti per diventare mezzi per diffondere bollettini fatti circolare dall’addetto di turno. «L’Anc sta riportando il Sudafrica indietro, agli anni dell’apartheid in cui la libertà di espressione veniva soppressa », ha denunciato. Non diverso è stato il tono dell’arcivescovo Desmond Tutu: «Il giornalismo investigativo è importante per cercare la verità, quello che vogliono fare con questa legge è un insulto». E il Nelson Mandela Centre of Memory ha osservato che non ci sarà più equilibrio tra libertà di parola e legittima protezione dei dati sensibili. I partiti dell’opposizione hanno annunciato ricorso davanti alla Corte costituzionale, giudicando incostituzionali le disposizioni di legge, ma il governo continua a difendere il testo sostenendo che è destinato a sostituire una legge del 1982 contro lo spionaggio.

«La battaglia non è finita» neppure per i giornalisti: ieri, alla fine della votazione, sono entrati in Parlamento, «non invitati». Anche loro erano tutti vestiti a lutto per denunciare come la libertà d’informazione venga ridotta a una formula vuota. Perché entri in vigore il “secrecy bill” dovrà comunque essere approvato dalla Camera alta, il Consiglio nazionale delle province, e quindi controfirmato da Jacob Zuma, presidente del Sudafrica e dell’Anc.

I “contributi” di Finmeccanica ai giornali

di Rita Di Giovacchino da il fatto quotidiano

Lorenzo Borgogni per ingraziarsi giornali e giornalisti è ricorso al sistema più antico: la pubblicità. Il rendiconto degli investimenti è finito agli atti della P4 a Napoli e ora anche dell'inchiesta Enav. Niente di penalmente rilevante, ma un intreccio di relazioni e di contributi, come quello alla società pubblicitaria Visibilia di Daniela Santanchè, a favore del quale si era attivato Luigi Bisignani.

Della vicenda, Borgogni ha parlato il 30 giugno 2011, durante uno dei primi interrogatori a Napoli. La Santanchè “non era stata rieletta, Bisignani mi chiese di aiutarla con la sua agenzia Visibilia, che gestiva la raccolta per Il Riformista, Il Giornale, Libero e Libero mercato... insomma dare un contributo economico mediante dei contratti di agenzia che noi come gruppo Finmeccanica abbiamo con le varie testate”. Il contratto non la soddisfece: “Mi chiamò lamentandosi degli importi stanziati e mi disse che era un po' ridicolo”. Borgogni ha tirato fuori il foglietto con gli investimenti pubblicitari che Finmeccanica ha erogato dal 2008 al 2011, compresi quelli a Visibilia. Alla prima voce c'è il Riformista che tra il 2008 e il 2010 è passato da 20mila a 50mila euro. Seguono Il Giornale che ha percepito 25.680 euro nel 2010 e 8500 nel 2011; Libero Mercato (anche questa testata fa capo a Visibilia) passato dai 20mila del 2008 ai 50mila del 2010. Vanno aggiunti i contributi ordinari alle stesse testate, mentre Libero tra il 2010 e il 2011 ottiene 47mila euro. I più gettonati sono i giornali economici come Affari e Finanza (dai 40mila euro del 2009 ai 50 mila del 2011) e Il Sole 24ore (80mila euro nel 2010). Le cifre decollano a seconda della diffusione della testata, anche se il Corriere della Sera (110mila euro) riceve pubblicità soltanto a partire dal 2010. Il Foglio racimola 35mila euro nel 2010 tra la sponsorizzazione del Libro Expo e distribuzioni di Cd.

C'è il sospetto che dietro l'insolita decisione di fare pubblicità Finmeccanica nasconda favoritismi alle testate amiche. In qualche caso sono messaggi sponsorizzanti mentre l'inchiesta su Enav rivelava la nuova Tangentopoli. A marzo su tutte le testate campeggiava un'intera pagina: “Or gogliosi per aver contribuito a fare dell'Italia un grande paese”. A giugno, mentre Borgogni balbettava davanti ai pm, su L i b e ro compar iva questo slogan: “Vivere sicuri non è un sogno ma un diritto”.

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Milano - Ortomercato, allarme dei grossisti “Con i camion entra chiunque”

di FRANCO VANNI da corriere milano

Identificati solo gli autisti, il lavoro nero continua

IL SISTEMA di verifica degli accessi all’Ortomercato, con badge e impronte digitali, «non funziona e va rivisto». A lanciare l’allarme è l’associazione dei grossisti, a due mesi dall’inizio della sperimentazione contro il lavoro nero. L’appello è rivolto a Sogemi, la società che gestisce i mercati generali: «L’apparecchio per la rilevazione dei badge è posizionato prima della sbarra di accesso di auto e camion — dice Alberto Albuzza, presidente di Ago Milano, che rappresenta tutti i grossisti di via Lombroso — il risultato è che per ogni mezzo in entrata che viene a caricare la merce è identificato il solo guidatore, mentre sui passeggeri non c’è controllo». Sono quindi i soli autisti a doversi prestare alla doppia verifica dell’identità: prima con il badge e poi, entro 25 minuti, con il rilevamento delle impronte. Nessun controllo, invece, su chi è a bordo con loro. E se non si sa chi entra, non si può nemmeno stabilire se ci sia chi continua a scaricare casse da “fantasma”. La verifica delle impronte — che Sogemi lo scorso settembre comunicò come «svolta legalitaria mai tentata in un mercato all’ingrosso europeo» — arriva dopo una lunga serie di proteste sindacali e denunce per lavoro «fuori controllo» all’Ortomercato. Dal 2009 i controlli di vigili e polizia si sono fatti più puntuali e i grossisti hanno firmato un protocollo in cui si impegnano a combattere il lavoro nero. «Da parte nostra il controllo su condizioni e orari di lavoro è scrupoloso — dice Albuzza — ma il sistema di rilevazione dell’identità consente a camion e furgoni di chi arriva per comprare di dribblare i controlli».

Sono già 14 le cooperative escluse negli anni per essere state scoperte a ricorrere al lavoro nero. E a settembre, quando Sogemi distribuì le 450 tessere magnetiche, una cinquantina di dipendenti delle cooperative è di colpo «sparita », forse perché non in regola. Intanto Sogemi sta cercando faticosamente di ridurre il forte debito (24 milioni su 16 di bilancio annuale). La società si sta dando da fare per recuperare 4,5 milioni di crediti, ma non basta. Una soluzione potrebbe venire dalla vendita dei 160mila metri quadrati del mercato delle carni, adiacente all’Ortomercato e in parziale abbandono. Dalla cessione il Comune potrebbe incassare fino a 120 milioni, che permetterebbero di sanare i debiti di Sogemi.

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