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Approvata la variante al Pgt: quattro emendamenti cancellano altri 434mila metri quadri di cemento

di k.ts.

Desio - Il consiglio comunale ha approvato martedì sera la variante al Pgt. I metri quadri sottratti al cemento  dovevano essere un milione, ma alla fine sono diventati un milione e 434mila perché la stessa maggioranza di centrosinistra ha presentato quattro emendamenti che cancellano gli ambiti di trasformazione (ATR): area Pam, Cascina Americana e i due del quartiere San Giuseppe.
E' stato una specie di  blitz quello della giunta Corti, con la sorpresa degli emendamenti presentati quando si era superata la mezzanotte e si scivolava nel nuovo giorno.
Proprio la scelta di mettere in discussione a quell'ora tarda la cancellazione degli ambiti di trasformazione ha irritato le opposizioni, contrariate perché “non è stato concesso il tempo necessario a una valutazione serena”.

Mi è sembrato di ritornare a quando c'erano Giampiero Mariani e Antonino Brambilla che ci sottoponevano i progetti chiedendoci di decidere all'ultimo momento, in fretta e furia. Non è un bel segnale. - ha dichiarato Andrea Villa, consigliere ed ex capogruppo della Lega Nord  – La giunta Corti parla molto di cooperazione ma la cooperazione si costruisce attraverso il rispetto reciproco. Comunque al di là di questo, valuto positivamente la scelta di arrestare la cementificazione del territorio  e la cancellazione degli ATR. Da consigliere della Lega avevo votato nel 2009 per la loro approvazione, era stato un errore. Solo gli stupidi non cambiano mai idea. Mi auguro che le decisioni prese dal consiglio reggano a eventuali ricorsi.

Durante le votazioni i consiglieri della Lega Nord sono usciti dall'aula così come hanno fatto i consiglieri degli altri partiti di centrodestra. Paolo Di Carlo, del movimento Cinque Stelle  ha votato l'approvazione di tutti gli emendamenti ma si è astenuto nel voto sulla variante.

Risulta incomprensibile la decisione dei consiglieri della Lega che prima ci hanno accusato di non aver voluto eliminare gli ambiti di trasformazione e poi, quando abbiamo presentato gli emendamenti, sono usciti dall'aula e non li hanno votati. Al di là delle dichiarazioni , non partecipando al voto hanno detto di fatto che a loro il PGT andava bene così com'era. Hanno perso un'occasione d'oro per dimostrare che erano effettivamente schierati a difesa del verde e contro la speculazione edilizia. Alla fine conta chi ha alzato la mano” ha dichiarato il sindaco di Desio, Roberto Corti.

Visto che in commissione urbanistica tutte le formazioni politiche si sono pronunciate per arrestare il consumo di suolo, invece di uscire dall'aula al momento del voto mi sarei aspettato la presentazione di proposte alternative alle nostre  - ha aggiunto l'assessore all'Urbanistica Daniele Cassanmagnago Le polemiche sulle modalità del nostro operato appaiono pretestuose. Abbiamo portato in commissione non un progetto chiuso ma una bozza di variante da discutere. Tutta la documentazione è stata fornita in tempo e l'abbiamo anche pubblicata sul sito  del comune per dare alla cittadinanza la possibilità di valutarla.

Secondo quanto illustrato in conferenza stampa da Corti e Cassanmagnago, il risultato finale è di aver eliminato tutte le aree che andavano ad intaccare la cintura verde e uscivano dal perimetro del tessuto urbano consolidato.

La nostra variante non deve essere letta come punitiva nei confronti degli operatori del settore - ha sottolineato il sindaco - non è stato un intervento “ideologico” per bloccare l'edilizia ma per indirizzarla, in modo che quello che si realizza si inserisca in una visione coerente della città e non sia solo votato alle esigenze di chi costruisce. Ci hanno accusato di aver svantaggiato gli imprenditori, ma se questi vogliono intervenire nel recupero delle aree del tessuto urbano consolidato sono liberissimi di farlo, anzi, è proprio quello che serve alla città. Abbiamo anche provveduto a modificare alcune norme, rendendo più semplice e vantaggioso questo tipo ti intervento.

L'approvazione definitiva della variante è prevista fra circa 120 giorni. Nel frattempo le richieste per costruire che arriveranno al comune saranno valutate secondo quanto previsto allo stesso tempo dal PGT vigente e dalle modifiche introdotte, vale la regola che prevale la norma più restrittiva. Le richieste che non dovessero soddisfare contemporaneamente PGT e variante non verranno respinte ma sospese, fino all'approvazione definitiva delle modifiche.

Introducendo gli emendamenti che cancellano gli ATR, la variante ha modificato non solo il Piano delle Regole e il Piano dei Servizi ma, in parte, il vero e proprio Documento di Piano. Ci sarà quindi, come previsto dalla legge, una procedura per la Vas (Valutazione Ambientale Strategica).

Corti ha spiegato la scelta dell'amministrazione di agganciarsi alla revisione del Piano delle Regole e dei Servizi con la volontà di mettere velocemente in sicurezza il territorio. Una procedura di revisione dell'intero Documento di Piano avrebbe comportato tempi più lunghi. La variante di piano da sola non avrebbe potuto cancellare gli ATR.  Con gli emendamenti il consiglio comunale ha, però, potuto esprimersi rendendo coerenti, per le aree: Pam, Cascina Americana e San Giuseppe, quanto prevede il PGT vigente e quanto previsto dai nuovi Piano delle Regole e Piano dei Servizi.

Questo dal punto di vista tecnico, in parole più semplici  con i quattro emendamenti si sono vincolate a verde le aree che sono finite nel mirino della magistratura e che hanno portato, nel luglio di quest'anno, all'iscrizione nel registro degli indagati di Massimo Ponzoni, Rosario Perri, Antonino Brambilla e del costruttore Giulio Mosca, con l'ipotesi dei reati di corruzione e concussione.

Non ci nascondiamo di essere molto soddisfatti del lavoro fatto e delle decisioni prese” ha dichiarato il sindaco di Desio.

 


 

Seregno – Il comitato “Ridateci il Cinema all'aperto” fa sentire la sua voce

Seregno – Prima uscita pubblica e primo successo del comitato “Ridateci il Cinema all'aperto” con 250 firme a sostegno raccolte nella sola serata di ieri.
Nato a seguito della decisione della giunta Mariani di tagliare i finanziamenti al cinema all'aperto,  il comitato ha allestito giovedì sera un banchetto, per la raccolta firme e per informare la cittadinanza dei tagli alla cultura operati dall'amministrazione di Seregno.

Abbiamo costituito il comitato – ci ha spiegato Sara Martelli - per raccogliere le firme e mostrare la nostra contrarietà alla decisione dell'amministrazione di cancellare un'iniziativa che per 27 anni ha raccolto il bisogno di cultura e di incontro dei seregnesi in Estate. Quest'anno l'amministrazione ha deciso, comunicandolo all'ultimo momento, di non finanziare questo storico appuntamento preferendo dirottare le risorse verso iniziative di dubbio valore. Il nostro obiettivo è entrare nel merito delle scelte dell'amministrazione in campo culturale e chiedere al comune di giustificare perché le risorse vengono utilizzate per alcune manifestazioni invece che per altre. 

Per gli anni prossimi vorremmo trovare un accordo con il comune e, nel caso in cui l'amministrazione decida che ancora non ci sono risorse per il cinema all'aperto, avere la possibilità di raccogliere fondi, attraverso finanziamenti e sponsor per rendere possibile l'iniziativa. Vorremmo, però, che il comune addotti chiari, trasparenti, non estemporanei parametri per valutare le iniziative culturali da finanziare, valutando la storicità della manifestazione, il numero di persone che vi partecipano, la durata e il suo valore culturale. Non si possono mettere sullo stesso piano una serata con musica da discoteca con una rassegna cinematografica che dura quasi due mesi e addirittura scegliere di finanziare l'una piuttosto che l'altra.

Per quest'anno il cinema estate non ci sarà, come intendete muovervi nei prossimi mesi?

Il nostro obiettivo è costruire consenso affinché l'anno prossimo il cinema all'aperto ci sia. L'idea è anche quella di allargare gli obiettivi del comitato andando oltre il cinema.
Il comune di Seregno negli ultimi anni ha sempre ridotto i propri investimenti nella cultura. Il sindaco regge ad interim l'assessorato, è ovvio che non ha tempo da dedicare alla Cultura, non esiste quindi una persona di riferimento dell'amministrazione e l'impressione è che tutto sia lasciato al caso. La nostra idea è di riportare la cultura a Seregno e sicuramente il comitato si muoverà in questa direzione.

Come è andata la raccolta firme?
Molto bene. Nella sola serata di oggi abbiamo raccolto quasi 250 firme. Vorremmo raccoglierne un migliaio entro la fine di settembre da consegnare al sindaco. Abbiamo lasciato i moduli per aderire all'iniziativa in vari negozi della città: alla Libreria Area Libri di via Umberto I 12, alla Libreria un Mondo di Libri di Galleria Mazzini 8, alla Coop. Madre Terra di via Oriani 27, 
al Colorificio Spinelli di via A. Manzoni ang. via Odescalchi,
all'Emporio del Mondo di via Carlini 17, a Il Raccolto di via Garibaldi 39 e infine a Pm Musica di via Parini, 60 .
E' inoltre nostra intenzione partecipare alla commissione cultura per far sentire la nostra voce.
Intanto chiediamo alla cittadinanza che ama il cinema di far sentire la propria voce, firmando la nostra petizione, scrivendo al nostro comitato cinemaestateseregno@libero.it, partecipando alle nostre riunioni e aiutandoci ad organizzare le iniziative per i prossimi mesi.

clicca qui per vedere la galleria fotografica del banchetto del comitato

Come ha detto Sara Martelli  a Seregno non c'è un vero assessore alla cultura da almeno cinque anni, l'assessorato viene retto ad interim dal sindaco Giacinto Mariani ma di fatto il vero assessore alla cultura è Nicola Viganò, formalmente assessore allo Sport e alle Politiche Giovanili.
Da lui, ad esempio, passano i corsi che organizza il comune e che finiscono nelle tasche di amici come la Service-lab di Seregno, società di informatica, che da quando Nicola Viganò è diventato assessore si è specializzata nei corsi di lingue non avendo nessun titolo al riguardo e nessuna esperienza passata ( vedi articolo ).
Uomo di estrema destra, vicino a personaggi quali Paolo De Luca, ex buttafuori, il fratello Massimo Viganò, anche lui candidato del Pdl alle ultime elezioni amministrative, è presidente di una cooperativa di bodyguards, Nicola Viganò ha imposto, con la compiacenza del sindaco Giacinto Mariani, il suo modello sportivo e culturale a Seregno.
Lo sport per lui è il fitness, ma solo perché i suoi amici e compagni di partito (ex Alleanza Nazionale) gestiscono delle palestre, oppure il Muay Thai o il Vale Tudo combattimenti sportivi molto violenti (vedi video). Quest'ultimo nella versione americana del MMA (Mixed Martial Arts) è stato definito dal senatore repubblicano John McCain, ex-berretto verde catturato e torturato in Vietnam, come “un combattimento di galli che andava proibito sul suolo americano”.
In seguito i combattimenti di MMA sono stati regolamentati a partire da due stati: il Nevada e il New Jersey, le cui rispettive città Las Vegas e Atlantic City sono le capitali americane del gioco d'azzardo e della mafia. Così come il Muay Thai in Thailandia, anche il circuito professionistico americano UFC (Ultimate Fighting Championship) di Vale Tudo (negli Usa conosciuto come MMA) vive sul giro di scommesse che ruota attorno ai combattimenti. In Thailandia le scommesse vengono fatte anche sugli incontri tra bambini (vedi servizio delle Iene).
A Seregno il Vale Tudo, con la manifestazione La Notte dei Campioni, è stato portato dagli amici di Viganò della MB Eventi, a cui l'assessore aveva affidato la seconda edizione della Notte Bianca di Seregno.  Mb Eventi che vede tra i soci il consigliere comunale del Pdl di Seveso Federico Houeis, ex Alleanza Nazionale.

La Notte dei Campioni può vantare il patrocinio del comune di Seregno e dell'assessorato retto da Viganò, nonostante la star della serata sia stata per ben due anni l'atleta Alex “Kamikaze” Celotto che ama tatuaggi di chiara simbologia fascista e nazista, tra cui la faccia di Aldof Hitler, come si può chiaramente vedere dalle locandine della manifestazione. Quest'anno l'Anpi ed altre associazioni avevano protestato per la decisione del comune di Seregno di dare il proprio patrocinio a una manifestazione in cui si esibiva Celotto e per il fatto che l'ingresso allo spettacolo, violento e non proprio educativo, era gratuito per i bambini al di sotto dei 12 anni. La risposta dell'assessore Nicola Viganò è stata che ci sono migliaia di atleti iscritti alle associazioni sportive di Seregno e che lui non poteva controllare i tatuaggi di tutti, usando i giovani o meno giovani che praticano sport a Seregno e che con le passioni politiche di Celotto non hanno nulla a che fare, per coprire l'ostentazione di simboli nazisti della star della serata.

Altro interesse culturale di Nicola Viganò sono i concorsi di bellezza, non se ne perde uno e la musica da discoteca, che propina negli eventi più disparati.
Che un simile personaggio sia consigliere comunale è imbarazzante, che abbia un ruolo in amministrazione scandaloso che oltre a essere assessore allo Sport e alle Politiche Giovanili guidi di fatto anche la politica culturale di Seregno grida vendetta al cielo.

di k.ts.

Ps altra particolarità di Nicola Viganò è quella di farsi pagare lo stipendio dalla pubblica amministrazione, oltre al suo incarico di assessore a Seregno, nel maggio di quest'anno è stato nominato presidente di M.C.S., azienda municipalizzata del comune di Mariano Comense.
Sul sito dell'azienda pubblica viene presentato come Dott. Nicola Viganò, in realtà è un semplice diplomato.  

Lombardia ellenica: l’altra corruzione

ImageArticolo tratto da Milano Internazionale.it di Andrea Ferrario.

Nel fondo di ammortamento dell’emissione obbligazionaria della Regione Lombardia ci sono 115 milioni di titoli statali greci, come già aveva informato a suo tempo Milano Internazionale.

Un rischio che ora si fa altissimo per le finanze lombarde, in un contesto italiano ed europeo in cui le amministrazioni pubbliche sono sempre più drogate dalla finanza spericolata e dai titoli derivati.

I nostri precedenti articoli sull’argomento:

Formigoni nel pantano

Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano

Non è che in giro non se ne sia parlato: alcuni blog hanno pubblicato materiali sull’argomento e perfino il Sole 24 Ore gli ha dedicato un articolo. Solo che il caso della presenza di obbligazioni statali greche nel sinking fund dell’emissione obbligazionaria effettuata nel 2002 dalla Regione Lombardia va messo in un contesto più ampio rispetto a quanto non sia stato fatto finora. Riassumiamo brevemente i fatti citando il Corriere della Sera dell’11 ottobre 2008 (rimandando per i particolari, ivi compresi quelli relativi al “fattore greco”, al nostro articolo Formigoni nel pantano dell’11 luglio 2009): “Nell’ottobre 2002 la Regione emette un bond da un miliardo di dollari. Le due banche che gestiscono l’operazione costituiscono un fondo cui fino al 2032 dovranno essere versate rate annuali di ammortamento. Il fondo, a sua volta, viene articolato su un paniere di obbligazioni concordate con la Regione Lombardia”. E’ in questo fondo (il termine tecnico è appunto “sinking fund”) che vanno a finire, e ancora si trovano, ben 115 milioni di obbligazioni dello stato greco, attualmente ad altissimo rischio. Come se non bastasse, prosegue il Corriere della Sera, “nel contratto si stabilisce che saranno le due banche a raccogliere i rendimenti, mentre il default, il rischio di fallimento andrà sulle spalle della Regione”. Inoltre la Ubs, una delle due banche consulenti per l’emissione della Regione Lombardia e che gestiscono il relativo sinking fund (l’altra è la Merrill Lynch), ha curato anche l’emissione obbligazionaria greca che poi è finita per la maggior parte (115 milioni su 200 milioni totali) nel fondo lombardo. Tradotto in parole povere: le banche realizzano i profitti (commissioni da Grecia e Lombardia) e la Regione Lombardia si assume tutti i rischi. Come riassume il Sole 24 Ore: “l’impressione è che Ubs e Merrill Lynch abbiano usato il sinking fund come una sorta di ‘discarica’ per titoli che forse non erano riuscite a vendere a investitori veri. Non ci sono prove, ma il sospetto è legittimo”. Non a caso sull’emissione della regione guidata da Roberto Formigoni sta indagando la magistratura, così come indagini sono in corso anche sulla maxi emissione del Comune di Milano (si veda il nostro Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano) e su quella della Regione Puglia. All’epoca dell’articolo del Sole 24 Ore il Pirellone aveva commentato che “i titoli inseriti nel sinking fund sono tutti di elevato standing” – quanto fosse elevato questo “standing”, ovvero questa presunta “qualità”, lo si vede oggi con la Grecia sull’orlo di una bancarotta che rischia di trascinare con sé l’intera Europa, dopo che Atene ha truccato i propri conti con l’aiuto di banche e ricorrendo proprio a strumenti derivati di questo tipo.

Se la Grecia dovesse fallire, per la Lombardia le conseguenze finanziarie sarebbero dirette ed enormi. Ma è tutta l’Italia, e in particolare le sue amministrazioni locali, che è esposta a un enorme rischio legato a titoli derivati analoghi a quelli della Regione Lombardia. Perché le banche collocano emissioni obbligazionarie di tali amministrazioni in sinking fund di altre emissioni di enti locali. Una gigantesca catena di Sant’Antonio, un garbuglio inestricabile e ad estremo rischio, che secondo le stime della Corte dei Conti coinvolge oltre 700 amministrazioni locali per un totale nozionale di oltre 35 miliardi di euro. Oltre alle già citate indagini della magistratura, che nei giorni scorsi hanno portato in Puglia al sequestro da parte della Guardia di Finanza di oltre 73 milioni di euro di attivi di Bank of America e di una unità di Dexia SA nell’ambito di un’inchiesta per frode, ci sono le azioni legali dei comuni che, dopo avere combinato anche loro il guaio-derivati, tentano ora di correre ai ripari chiedendo l’annullamento dei relativi contratti. In Lombardia lo stanno facendo, per esempio, i comuni di Magenta e Abbiategrasso e la Provincia di Como. Solo che le banche spesso ricorrono a inghippi davvero ben escogitati: il più delle volte i contratti prevedono che il foro competente, in caso di controversie, sia quello di Londra (è il caso, per esempio, dei derivati del Comune di Milano) e per le amministrazioni locali di piccole dimensioni i costi che la difesa di una causa in Gran Bretagna implica sono troppo alti per potere essere affrontati: è quanto sta avvenendo con la richiesta di annullamento del contratto da parte della Provincia di Pisa.

La situazione è tale che nelle ultime settimane i derivati italiani sono finiti sotto la lente di grandi media internazionali come Bloomberg e Financial Times. La prima cita dati della Banca d’Italia secondo cui le municipalità italiane attualmente si trovano ad avere nel complesso quasi 1 miliardo (per la precisione, 990 milioni) di euro di perdite da derivati, facendoli seguire da un eloquente commento di Tullio Lazzaro, presidente della Corte dei Conti: “Molti enti locali hanno utilizzato tali strumenti al fine di ottenere liquidità immediata per le spese correnti. La conseguenza è che su di esse, così come sulle generazioni future, peseranno forme di debito sempre più onerose”. Mario Ristuccia, procuratore generale della stessa Corte, ha affermato poi che “l’uso dei derivati è stato finalizzato a obiettivi che non hanno alcuna relazione con la copertura dei rischi” e che questa pratica “si è estesa in alcuni casi perfino a enti locali di modeste dimensioni e privi delle strutture, nonché dell’esperienza, necessarie per effettuare una valutazione finanziaria ed economica”. Bloomberg ricorda che l’Italia ha una lunga esperienza nei derivati, utilizzati per diminuire il proprio deficit e riuscire così a qualificarsi per l’adesione all’euro, con modalità non sempre trasparenti. Sotto la lente a tale proposito è in particolare, come osserva Euromoney, un’emissione obbligazionaria italiana in yen del 1995, con calcoli dei tassi che appaiono, per usare un eufemismo, poco ortodossi – un’emissione che si sospetta possa essere solo una di una più lunga serie di emissioni analoghe.

A questo quadro va ad aggiungersi l’enorme massa del debito italiano e l’altrettanto enorme volume, tra l’altro in continua crescita, dei derivati che si concentrano su di esso. Secondo i dati della Depository Trust and Clearing Corporation, “l’esposizione lorda in derivati sulla Repubblica italiana da parte del sistema finanziario è oggi pari a 235 miliardi di dollari. E’ salita di 75 miliardi in un anno: invece di diminuire dopo il crac del 2008 è esplosa. L’esposizione netta (una volta regolati gli eventuali pagamenti fra controparti) è invece di 25,3 miliardi, cresciuta di sette in un anno. A titolo di confronto, si tratta di un volume di oltre venti volte superiore a quello esistente sul ben più vasto debito pubblico statunitense. A paragone della Germania, il cui debito è simile come ammontare a quello di Roma, il valore dei derivati sull’Italia è di varie volte più alto. [...] Il record dei derivati sul debito italiano contiene un messaggio: gli investitori che comprano i titoli di Stato italiani si assicurano in quantità record” e “se i prezzi delle obbligazioni italiane cadessero, per un evento oggi imprevisto, certe banche dovrebbero già trasferire ai clienti molti miliardi a titolo di garanzia: è il tipo di scenario che creò il crac di Aig. Con un’insolvenza andrebbe poi anche peggio. E’ vero che l’esposizione netta del sistema nel suo complesso è di ‘appena’ 25 miliardi. Ma sta crescendo in fretta e, vista l’opacità di questo mercato, nessuno sa in quali banche si concentri il rischio maggiore sui credit default swap. Con i subprime il credito si bloccò perché nessuna banca si fidava più dell’altra per la stessa ragione” (Corriere della Sera, 3 febbraio 2010). Nel complesso, il ricorso massiccio ai derivati genera incertezze sull’affidabilità del bilancio italiano, rileva sempre Bloomberg, che ricorda inoltre come negli ultimi anni le banche italiane abbiano commercializzato aggressivamente titoli derivati nell’Europa Orientale, contribuendo in tale modo alla diffusione del morbo. E il problema dei derivati delle amministrazioni locali va infatti oltre la dimensione lombarda e nazionale, per coinvolgere quella europea. Nel 2009 il debito “subsovrano” (cioè quello delle amministrazioni locali) europeo ammontava in totale a uno stratosferico 1,2 trilioni di euro. I paesi che navigano nelle peggiori acque sono la Russia e la Francia, i due stati di cui fanno parte tutti i venti enti locali che si trovano in maggiore difficoltà per i derivati. In termini di valore cumulativo, la Germania è al primo posto, e sempre la stessa Germania, insieme alla Spagna, è il paese in cui il debito regionale sta aumentando più rapidamente in termini di valore in euro.

Il ricorso ai derivati da parte delle amministrazioni locali si è diffuso a macchia d’olio in tutto il continente perché soddisfa alcune “esigenze” davvero poco nobili. In primo luogo, permette di avere liquidità immediata scaricando i rischi sulle generazioni future, una “qualità” ideale per gli amministratori privi di scrupoli. In secondo luogo consente di ottenere rapidamente soldi per progetti infrastrutturali che il più delle volte vanno a favore di privati “amici”. In terzo luogo, i derivati sono uno strumento talmente complicato da consentire di offuscare il quadro finanziario complessivo, un’altra “qualità” ideale per quegli amministratori che vedono la trasparenza come nient’altro che un impaccio. In quarto luogo, nella loro essenza sono legali ed è particolarmente difficile documentare quella che molto spesso e la loro pura e semplice qualità di frode ai danni dei cittadini e delle generazioni future. Le banche, da parte loro, guadagnano ingenti commissioni, spesso doppie (nel caso della Lombardia) altre volte forse occulte (è il sospetto che pesa sui derivati del Comune di Milano), grazie anche al fatto che gli enti locali loro controparti non possiedono le competenze necessarie per valutare correttamente la convenienza dell’operazione. Al Comune di Milano, che non è certo una piccola amministrazione priva di risorse, si è arrivati alla situazione grottesca in cui un funzionario ha firmato un contratto relativo a derivati in inglese senza sapere una parola di quella lingua, e senza che a nessuno fosse venuto in mente di fare tradurre il testo in italiano!

Recentemente in Lombardia è stato tutto un fiorire di arresti per corruzione che ha fatto tornare di moda la parola Tangentopoli. Si va dall’assessore regionale Pier Gianni Prosperini (Pdl), all’assessore provinciale pavese Rosanna Gariboldi (Pdl), meglio nota come Lady Abelli, al consigliere comunale e presidente della commissione urbanistica Milko Pennisi (Pdl), agli amministratori arrestati nei giorni scorsi a Trezzano sul Naviglio (Pd e Pdl). E’ evidentemente la punta di un iceberg di corruzione che è frutto di un sistema chiuso, rapace e incapace di avere delle prospettive. Non sorprende affatto che spesso i casi di corruzione siano legati direttamente o indirettamente agli interessi delle organizzazioni mafiose: da tempo ormai in Lombardia e in Italia la “cosa pubblica” ha lasciato il posto alla “cosa nostra”, nella politica, nella finanza, nella sanità, nell’urbanistica. I derivati milanesi, lombardi e italiani, con la loro mancanza di trasparenza, sono nei fatti una importante tessera di questa grande “cosa nostra” che va ben oltre la criminalità organizzata e le tangenti.

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Sul filo del rasoio

Pubblichiamo un aggiornamento dll speciale di Milano Internazionale a cura di Andrea Ferrario

sul filo del rasoio

A Milano la bolla finanziaria e immobiliare è stata messa in standby. Da Risanamento salvata (per ora) dal fallimento, fino agli aumenti di capitale, alle fusioni societarie e agli esercizi provvisori del bilancio, si sta cercando di mettere in qualche modo una pezza a una situazione che permane pesantissima e appare ancora senza vie di uscita. Un aggiornamento del nostro speciale in tre puntate “La bolla che deve ancora scoppiare”.

La bolla immobiliare e finanziaria milanese che deve ancora scoppiare(si veda il nostro speciale in tre puntate: Parte 1, Parte 2, Parte 3) continua a pendere come una spada di Damocle sulla città. Gli sviluppi dell’ultimo mese vanno quasi tutti in un’unica direzione, quella degli sforzi per mettere una pezza temporanea a una situazione potenzialmente esplosiva. Da Risanamento che è stata salvata dal fallimento, ma viene tenuta sotto stretta osservazione, all’aumento di capitale di Citylife che evita l’arresto dei cantieri, ma non garantisce la futura realizzazione del progetto, alle spese autorizzate dal Cipe per Expo e Pedemontana, che non costituiscono però un’effettiva erogazione dei fondi, alle manovre per porre rimedio in qualche modo ai problemi di Pirelli Re e a quelli dell’immobiliare Statuto, fino a quelle del Comune per tappare i grandi buchi apertisi nel bilancio, tutto parla di un frenetico lavoro per rimandare nel tempo lo sgonfiarsi della bolla. Nel momento in cui scriviamo il mondo finanziario globale trema per il possibile crack del Dubai e per i suoi 59 miliardi di debiti, un segno che la crisi è ancora molto lontana dall’essersi esaurita – anche se nessuno lo dice, la bolla milanese non è poi così lontana, in termini di volumi di denaro in gioco, da quella dell’emirato arabo.

RISANAMENTO SOTTO OSSERVAZIONE

Cominciamo la nostra rassegna degli sviluppi più recenti dal caso più rilevante, quello di Risanamento. Il 10 novembre il Tribunale di Milano ha respinto la richiesta di fallimento per la società immobiliare di Luigi Zunino, ritenendo che il piano di salvataggio delle banche sia idoneo a escludere lo stato di insolvenza. Un giro di parole dei giudici illustra tuttavia chiaramente come dietro alla decisione di non avviare il fallimento ci sia comunque una forte dose di incertezza: l’ipotesi di vendere le aree Falck a Sesto San Giovanni per 450 milioni e di cedere un’ampia quota di Santa Giulia vengono definite dai giudici “non manifestamente illogiche”, una frase alquanto tortuosa, come d’altronde un’altra frase, e cioè il “non appaiono poco probabili” usato in relazione alle ipotesi sulla capacità del piano delle banche di generare liquidità a breve termine. I giudici hanno poi riconosciuto che la richiesta di fallimento dei pm ha “inibito l’eventuale tentazione di ricorrere a metodi estemporanei o poco trasparenti di composizione della crisi”, parole che, seppure indirettamente, sono molto pesanti nei confronti delle banche. Inoltre, come osserva il Sole 24 Ore, la decisione del tribunale resta avvolta da incertezza: d’ora in avanti “sarà necessario un monitoraggio costante della società” e saranno i pm, continuano i giudici, che dovranno effettuare “un’attenta vigilanza sulla regolare attuazione degli accordi di ristrutturazione”. Frasi che equivalgono a dire che le banche hanno ottenuto il respingimento del fallimento, ma saranno sottoposte alla stretta sorveglianza dell’ufficio dei pubblici ministeri. D’altronde, come prosegue lo stesso quotidiano, il decreto dei giudici sottolinea che rimangono per il futuro “inevitabili fattori di rischio”, come l’andamento dell’economia e del settore immobiliare o le inchieste giudiziarie che hanno interessato Santa Giulia – tant’è che i giudici mettono le mani avanti sottolineando che il tribunale si limita a considerare “le circostanze fin qui documentate” e non può prevedere il futuro. La Repubblica si spinge ancora più in là commentando: “come dire che il fallimento, schivato oggi, potrebbe anche essere nuovamente chiesto in futuro”.

La pubblicazione dei conti di Risanamento al terzo trimestre 2009, solo pochi giorni dopo la decisione dei giudici, ha non a caso portato alla luce un notevole peggioramento della posizione della società. La perdita netta è di oltre 213 milioni di euro, in peggioramento del 26% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre il risultato operativo è calato addirittura del 112%. La posizione finanziaria netta è in profondissimo rosso e in peggioramento: -2,85 miliardi di euro rispetto ai -2,63 del 2008. Intanto la holding personale di Zunino ha deciso di mettere sul mercato immobili, per la maggior parte a Milano, al fine di fare fronte a parte del debito verso le banche. Sul mercato dovrebbero quindi riversarsi vendite per 194 milioni di euro, che copriranno solo parte dei 431 milioni dovuti agli istituti finanziari, che hanno già messo in conto una perdita del 55%. Nel frattempo è stato deciso che Risanamento sarà guidata da Claudio Calabi, che lascia la poltrona di ad del Sole 24 Ore, mentre per sbloccare la situazione di Santa Giulia, resa ancora più complicata da alcuni articoli del Giornale in cui si avanza l’ipotesi che i terreni su cui è stata costruita non siano stati bonificati a norma, vengono avanzate due soluzioni: la creazione di un fondo immobiliare e l’intervento di soccorso del Comune di Milano con la decisione di insediarvi la “cittadella della giustizia” in modo tale da aumentarne l’appetibilità. In questi giorni in cui gli Emirati arabi sono sull’orlo del crack (guarda caso, originato dalla speculazione immobiliare) sorge poi spontaneo a proposito di Risanamento un pensiero davvero malizioso: meno di un anno fa per la società di Zunino sembrava imminente l’uscita dalla crisi tramite la vendita delle aree e del progetto Falck al fondo Dubai Limitless (un “limitless”, cioè “senza limite”, che alla luce degli ultimi sviluppi suona alquanto inquietante…), ipotesi poi rientrata all’ultimo secondo. Cosa ne sarebbe oggi di quell’enorme area e di quel progetto miliardario, con Dubai che sta andando a picco? Su tutta la vicenda Risanamento ha scritto parole molto precise e dure Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera dell’11 novembre: “La fine dell’impero di Luigi Zunino pone una questione più generale: la bolla edilizia, chi l’ha alimentata e finanziata, chi aveva la cultura per denunciarla e invece discetta degli alberi in piazza del Duomo. La bolla edilizia non è un affare da furbetti del quartierino. E’ la conseguenza della privatizzazione non dichiarata dell’urbanistica. [...] Gli immobiliaristi hanno avviato progetti assai ambiziosi nel quadro di piani di governo del territorio (i piani regolatori generali di un tempo) che prevedono grandi aumenti delle volumetrie. Strumenti urbanistici e investimenti privati sono il risultato di trattative tra giunte, costruttori e immobiliaristi, con i consigli comunali imbrigliati dal conformismo di maggioranza blindate e opposizioni ideologiche o cooptate, dunque incapaci di esercitare il controllo. [...] E le banche credono all’incredibile prima perché la rendita fondiaria in tal modo creata rivaluta le garanzie ricevute dalle vecchie industrie, e poi perché, per interposti Zunini, entrano nella gestione delle città. E le star dell’architettura, immemori dell’urbanistica, firmano e tacciono sulla sostenibilità dei progetti”.

UNA NUOVA POTENZIALE MINA

Messa in standby la bomba a orologeria della Risanamento spunta subito una “nuova potenziale mina da almeno 1 miliardo di euro nei confronti delle banche esposte”, come hanno scritto Luca Fornovo e Gianluca Paolucci sulla Stampa. Si tratta della pesante situazione dell’immobiliarista campano Giuseppe Statuto, che ha interessi soprattutto a Milano. Il suo gruppo, come riferisce il Sole 24 Ore del 21 novembre, è in difficoltà e ha un’esposizione di 1,2 miliardi di euro nei confronti del Banco Popolare, che è giunto a un’intesa con l’immobiliarista per dimezzarla a 648 milioni. Prima dello scoppio della bolla Statuto aveva inoltre contratto debiti per 250 milioni di euro con Merrill Lynch per l’acquisto dell’hotel Four Season a Milano e per 400 milioni di euro con l’ex Lehman Brothers per alcuni sviluppi immobiliari nella capitale lombarda. Ma ora Statuto non riesce a fare cassa vendendo i propri immobili a un prezzo soddisfacente per fare fronte ai suoi debiti. A inizio novembre sono stati poi pubblicati i dati di Pirelli Re per il primi nove mesi del 2009, dopo l’aumento di capitale e l’ottenimento di nuove linee di credito per 320 milioni di euro. Nel corso dei tre trimestri Pirelli Re ha perso quasi 58 milioni di euro rispetto ai quasi 13 dello stesso periodo 2008, mentre il risultato operativo è passato da un utile di 22,4 milioni a un passivo di 30,2 milioni. A metà novembre è stato ufficialmente annunciato che è allo studio una fusione di Pirelli Re con la Fimit (Fondi Immobiliari Italiani) guidata da Massimo Caputi (su di lui, e in generale sul connubio banche-mattone si veda l’inchiesta “Banche al ballo del mattone” di Vittorio Malagutti, pubblicata dall’Espresso). Pirelli si libererebbe così dal suo braccio immobiliare in difficoltà, che ha in gestione un portafoglio di asset immobiliari da 5,7 miliardi di euro, che insieme a Fimit (gestisce 13 fondi immobiliari per un totale di 4,7 miliardi di euro) darebbe vita a una grande società di finanza immobiliare concentrata prevalentemente sulla gestione e i servizi. Fimit ha come propri soci quattro grandi enti di previdenza, che vanno dall’Inpdap, dipendenti pubblici e 3,6 milioni di iscritti, ad altri enti previdenziali del settore commercio, sport e spettacolo, ingegneri e architetti che hanno un totale di 700.000 iscritti. Le casse di previdenza corrono non pochi rischi puntando sulla finanza immobiliare. Lo testimonia il caso di Fasc Immobiliare, veicolo della cassa di previdenza degli spedizionieri che gestisce svariati immobili di pregio a Milano e che fa affari tra gli altri con il Gruppo Statuto. Attualmente i debiti finanziari verso Fasc ammontano a ben 173 milioni di euro.

CITYLIFE COSTA CARA

Meno di un paio di settimane prima della decisione dei giudici relativa a Risanamento si sono avuti due nuovi sviluppi, apparentemente positivi, anche per Citylife. Il 28 ottobre il cda della società che gestisce il progetto sull’area ex Fiera ha deciso un aumento di capitale di 105 milioni di euro, una decisione che deve essere costata molta fatica ad alcuni dei soci, come Ligresti e Toti, che sono a corto di liquidi. Ma non c’era alternativa, perché il rischio era il fermarsi dei cantieri nel giro di un mese (cioè proprio nei giorni in cui scriviamo). Ora si potranno realizzare due dei blocchi residenziali per avviarne le vendite, sperando che vadano bene. Sulle famose tre torri invece rimane il punto di domanda, non è più sicuro che si facciano, dipenderà dalla liquidità disponibile. Le banche intanto hanno chiesto nuove garanzie per l’aumento del loro prestito, scrive la Repubblica del 31 ottobre: “un’estensione dei pegni sulle azioni Citylife e un aumento dei tassi da 145 a 200 punti base sopra l’Euribor “. Inoltre, secondo lo stesso quotidiano, la banca tedesca Eurohypo starebbe pensando di sfilarsi dall’operazione. Contemporaneamente all’aumento di capitale Citylife ha ottenuto un’apparente vittoria ottenendo il via libera definitivo al progetto, in conseguenza del respingimento di due ricorsi presentati da comitati della zona. Il Tribunale amministrativo regionale ha infatti deciso che sull’area è possibile costruire con indici di cubatura più alti che nel resto della città (1,15 invece di 0,65). Il cantiere non verrà quindi bloccato, ma per Citylife si apre un ulteriore onere da affrontare. Il Comune è stato infatti troppo “morbido” nel calcolare la monetizzazione degli standard, cioè dei servizi che Citylife sarebbe stata tenuta a costruire, ma che sono stati sacrificati a vantaggio delle aumentate volumetrie. Palazzo Marino ha calcolato la monetizzazione come pari a 43 milioni di euro, secondo il tribunale il calcolo giusto è 163 milioni di euro, una differenza di 120 milioni che rischia di andare subito a mangiarsi per intero l’aumento di capitale da parte dei soci Citylife. Tra l’altro la magistratura ha avviato un’inchiesta penale proprio sulla monetizzazione degli standard. Non sembra invece risentire della crisi il progetto Porta Nuova-Garibaldi, sul quale però va riscontrato anche una generale mancanza di interesse dei media, tutti presi dalle ultime emergenze, e quindi una carenza di informazioni aggiornate. In un’intervista rilasciata a Milano Finanza il 31 ottobre, Manfredi Catella, direttore del ramo italiano del gruppo immobiliare americano Hines, protagonista del progetto, parla del conferimento delle aree e dei progetti da realizzarsi in zona (tre lotti: Porta Nuova-Garibaldi, Porta Nuova-Varesine e Porta Nuova-Isola) a dei rispettivi fondi immobiliari. Per il secondo, riferisce Catella, ci sono già 300 prenotazioni (non si capisce però su quante unità previste): in realtà la cifra fornita non ha pressoché rilevanza al fine di prevedere quale sarà l’esito dell’operazione, perché chi prenota versa una cauzione di 5.000 euro che, in caso di rinuncia, gli verrà interamente restituita, quindi prenotare non costa pressoché nulla e pertanto non è sufficientemente vincolante. Secondo le parole dello stesso manager i fondi immobiliari di Hines mirano in particolare a catturare il patrimonio delle casse previdenziali e dei fondi pensione, riguardo ai quali rimandiamo alle considerazioni formulate più sopra.

EXPO E PEDEMONTANA, FINANZIAMENTI IN ALTO MARE

A inizio novembre il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) ha autorizzato circa 5,8 miliardi di euro di spese per le opere fondamentali e quelle connesse dell’Expo 2015, su 9 miliardi complessivi approvati dal Cipe stesso per l’intera Italia (alla faccia di chi gridava qualche mese fa che tutti i soldi vanno a Roma o a Catania…). Di questi, 1,2 miliardi riguardano le due linee della metropolitana da realizzarsi, con la sanzione definitiva della cancellazione del progetto della linea 6 e lo spostamento di circa metà dei relativi fondi sulla linea 4. Più precisamente, la linea 5 verrà portata a termine in project financing (soluzione che prevede investimenti in larga parte di privati, ma il più di volte con una formula di garanzia pubblica sui redditi da generarsi e quindi con forti rischi per il pubblico) con la copertura da parte dello stato di 384 dei 657 milioni necessari, mentre per la linea 4 ci sarà una copertura statale di 400 milioni su 910 milioni di costi previsti per il secondo lotto, mentre per il primo (da S. Cristoforo a Linate, 790 milioni di costi previsti) il Comune di Milano dovrà indebitarsi per 550 milioni di euro e il governo dovrebbe pertanto varare un’apposita deroga al patto di stabilità. I politici hanno tra le altre cose presentato l’autorizzazione di spesa da parte del Cipe come se fosse un’erogazione di fondi. In realtà non è così, si tratta solo di una decisione di programmazione e non c’è nessuna garanzia che i fondi verranno effettivamente erogati (come vedremo più sotto anche per il caso della Pedemontana). Per quanto riguarda la voce spese per l’Expo 2015 sono in arrivo dolori per le amministrazione pubbliche. Passata la sbornia dello sbandieramento ideologico dell’Expo come bacchetta magica per lo sviluppo per Milano arriva il conto da pagare: Regione, Provincia e Comune dovranno infatti tirare fuori complessivamente la cifra astronomica di quasi 900 milioni di euro per le opere essenziali. Entro il 2010 dovranno infatti presentare “tassativamente” (cioè pena la perdita dell’assegnazione dell’evento) al Bie, l’ente che assegna e supervisiona l’organizzazione della manifestazione, “l’impegno formale a garantire la propria quota di finanziamento di Expo 2015 per la realizzazione dell’intero progetto (2009-2015)”, cioè nel caso dei tre enti la somma summenzionata. Si tratta di un impegno di enorme entità e cade proprio in un momento in cui il Comune di Milano in particolare si trova ad affrontare un grosso buco di bilancio e non può più fare conto su alcune delle sue principali voci di entrata. Rimane poi l’enorme punto di domanda sulla partecipazione dei privati, che dovrebbe essere notevole se si vuole realizzare l’evento: in questo periodo di mancanza di liquidità e di banche che non erogano finanziamenti ci si chiede quanti saranno in grado di gettarsi nell’avventura e con quali garanzie di continuità. A fronte di tutto questo, la società Expo 2015 S.p.A. sta pensando di acquistare direttamente i terreni su cui dovrebbero sorgere le infrastrutture, in modo tale da poterli rivenderli dopo averli “valorizzati”, gettandosi cioè su una operazione di speculazione immobiliare che alle già pesanti uscite aggiunge un ulteriore fattore di rischio finanziario. Rischio che nel complesso è comunque molto alto, se si guarda alle esperienze degli altri: le Expo non sono un buon affare, come ha tra l’altro dimostrato il caso di Saragozza 2008, chiusasi con un pesante passivo per la locale amministrazione municipale. Il commento quindi è che l’Expo 2015, in versione hard, light o “verde”, è solo un’operazione di megaspreco di denaro pubblico (ma anche di denaro privato, che comunque ha sempre ricadute pubbliche, come ci sta insegnando questa crisi) priva di giustificazioni razionali fondate. Il Cipe ha approvato nell’ambito delle opere Expo 2015 anche i fondi per la Pedemontana. Come spiega sul Corriere Economia il giornalista Jacopo Tondelli (già il titolo del suo articolo è eloquente: “Grandi opere: sì ai progetti, i soldi dopo”), “lo ’sblocco’ deliberato dal Cipe per 4,1 miliardi di euro non è l’approvazione di un finanziamento, ma la deliberazione politica definitiva su un piano costi”. I costi vivi dell’opera, come spiega Tondelli, dovrebbero essere pari a 4,1 miliardi, dei quali 1,2 di finanziamento pubblico già erogato e 0,5 già versato dagli azionisti privati (in prima fila, come al solito, Intesa Sanpaolo). Ma alcuni studi rivelerebbero nuove spese in precedenza non preventivate per quasi 1 miliardo di euro, che non sono coperte dal pubblico. Anche in questo caso i politici e molti media hanno dato fiato alle fanfare, ma la situazione dei finanziamenti naviga ancora in alto mare, e si tratta di un mare che in questo momento è duramente colpito dalla tempesta della crisi internazionale.

COMUNE PROVVISORIO

In alto mare anche il bilancio del Comune di Milano, sul quale sono arrivate le prime cifre precise. Per il bilancio preventivo 2010 c’è un buco di 160 milioni di euro, dovuto oltre ai mancati dividendi A2A e alla cancellazione dell’Ici sulla prima casa, di cui avevamo già parlato, anche a un calo degli oneri di urbanizzazione calcolato come pari a 40 milioni di euro. Il risultato è che il bilancio preventivo 2010 non verrà approvato entro fine dicembre, come avviene normalmente, e si passerà alla soluzione di emergenza dell’esercizio provvisorio, cioè andando avanti un mese alla volta limitandosi alla gestione ordinaria, come spiega il Corriere della Sera. Per porre rimedio alla difficile situazione sono state messe a punto soluzioni creative. Palazzo Marino, per esempio, avrebbe dovuto versare 130 milioni di euro all’Atm (che a giudicare dall’impressionante serie di incidenti ne ha proprio bisogno), ma visti i tempi si tratta di una cifra che il Comune fa fatica a esborsare. Così si è giunti a una decisione salomonica: il Comune verserà sì i 130 milioni all’Atm, ma quest’ultima ne distribuirà subito 65 milioni al Comune come dividendi: in pratica i finanziamenti all’azienda di trasporti pubblici sono stati tagliati del 50%. Un giorno avremo quindi l’Expo, ma non un tram che ci garantisca di arrivarci senza deragliare: è questa la filosofia del bilancio comunale. E’ inoltre allo studio la creazione di un terzo fondo immobiliare del Comune, per giungere a un’alienazione di immobili pubblici e fare cassa. Intanto il procuratore Alfredo Robledo ha chiesto il rinvio a giudizio di quattro banche e tredici persone, di cui undici dirigenti bancari e due funzionari comunali (l’ex direttore generale del Comune e braccio destro di Gabriele Albertini, Giorgio Porta, e il consulente economico, sempre di Albertini, Mario Mauri) con l’accusa di truffa aggravata in relazione al famoso bond da 1,7 miliardi di euro coperto da derivati. Con l’occasione il centrosinistra ha depositato una nota in cui si stima che il passivo generato dai derivati di Albertini ammonta attualmente a 174 milioni di euro. Intanto si aggiunge un nuovo capitolo alla storia della privatizzazione del patrimonio pubblico. I media hanno riportato con risalto la notizia della “privatizzazione dell’acqua” voluta dal decreto Ronchi per la liberalizzazione dei servizi pubblici locali. La giusta battaglia per preservare il controllo pubblico sull’acqua ha messo però in secondo piano la reale portata del decreto, che stabilisce l’obbligo per le amministrazioni locali di scendere, entro il 31 dicembre 2010, al di sotto di una quota del 30% nelle società che gestiscono servizi pubblici, nonché il divieto di affidare gli stessi a una società a controllo prevalentemente pubblico. Non solo l’erogazione dell’acqua, ma tutti i servizi finora pubblici, fatta eccezione per i trasporti ferroviari, il gas e le farmacie comunali, passeranno sotto il controllo privato. Un passaggio nelle mani dei privati che in Lombardia verrà gestito da una classe politica che sembra sempre più vicina a una nuova “mani pulite” (sullo scandalo Grossi, Gariboldi, Ponzoni ecc., che secondo molte fonti lambisce Formigoni e Comunione e Liberazione, segnaliamo due inchieste dell’Espresso (“Premiato clan Lady Lombardia” e “Grandi, grossi e Formigoni“) e un articolo del Sole 24 Ore (“La coppia Grossi-Zunino e l’area Sisas a costo zero“).

Chiudiamo questo articolo che dipinge un quadro non certo esaltante della situazione milanese con una notizia invece davvero positiva. Il centro sociale Conchetta, il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, il Circolo Arci Bellezza non finiranno nel secondo fondo immobiliare del Comune di Milano, e quindi per il momento si salvano da una privatizzazione che avrebbe comportato uno sgombero. Lo ha deciso il Consiglio Comunale, che con un solo voto di scarto ha purtroppo invece confermato il destino fondo per il centro sociale Torchiera. A votare a favore dell’estromissione dei luoghi storici della sinistra milanese dall’iniziativa di alienazione sono stati anche molti consiglieri del Pdl. I motivi in realtà sono come al solito di bassa lega finanziaria: l’inserimento di queste vere e proprie istituzioni della Milano democratica avrebbero comportato una diminuzione del valore del fondo, a causa delle proteste sociali che la loro vendita potrebbe causare.

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La bolla che deve ancora scoppiare /3

ImagePubblichiamo la terza e ultima puntata dell'inchiesta di Andrea Ferrario pubblicata su Milano Internazionale

Terza e ultima puntata: La “pace ligrestiana”, il Pgt e il Parco Sud; Il diktat di Formigoni, gli altri progetti faraonici; Aeroporti impazziti; Contro Milano; La bufala del social housing

Un viaggio in più puntate nella bolla milanese che deve ancora scoppiare: dal bilancio del Comune, ai derivati e al contesto di nuova bolla finanziaria che incombe a livello internazionale, per passare poi ai grandi progetti edilizi in crisi, agli intrecci finanza-mattone e alle bolle prossime e venture del cemento e degli aeroporti. (scarica il file pdf stampabile con il testo completo delle 3 puntate)

LA “PACE LIGRESTIANA”, IL PGT E IL PARCO SUD

Nelle prime due puntate del nostro speciale sulla “bolla che deve ancora scoppiare” abbiamo passato in rassegna i casi più clamorosi della crisi finanziaria e immobiliare che incombe su Milano, e non solo. In quest’ultima puntata passiamo invece in rassegna una serie di sviluppi meno eclatanti, ma altrettanto indicatori della tesa frenesia che continua a contraddistinguere l’urbanistica milanese e lombarda. Lo facciamo cominciando dall’intreccio Ligresti-Piano di governo del territorio (Pgt)-Parco Sud. La notizia più recente è quella della raggiunta “pace” tra Salvatore Ligresti e Palazzo Marino, con il ritiro da parte del primo della richiesta alla Provincia di commissariare il Comune di Milano (si veda “Il cemento sul piede di guerra“). L’accordo è arrivato nella più totale mancanza di trasparenza dopo una serie di riunioni private, anche presso l’abitazione del sindaco, che hanno coinvolto tra gli altri, oltre alle società del gruppo Ligresti, la Moratti, l’assessore Masseroli e perfino Manfredi Catella del gruppo Hines (non si capisce cosa c’entri quest’ultimo nella storia della richiesta di commissariamento: sta sì realizzando insieme a Ligresti il megaprogetto Garibaldi-Repubblica, ma non è assolutamente coinvolto nella questione che avrebbe dovuto essere oggetto dei colloqui, evidentemente si è negoziato anche su altro). L’opinione più diffusa nei media è che si sia raggiunto qualche accordo riguardo alla vera posta in gioco, i diritti edificatori delle vaste aree del Parco Sud di proprietà di Ligresti e il ruolo della Provincia nell’urbanistica milanese.

Come scriveva il Corriere della Sera del 6 ottobre, Podestà “ha osservato che il Pgt non tiene conto dei Piani di Cintura, cioè dello strumento urbanistico che dipende interamente dalla Provincia e che riguarda i criteri e le regole sulla possibilità di edificazione nella zona del Parco Sud” e ha chiesto che i Piani di cintura vengano integrati nel Pgt, sollevando inoltre questioni riguardo alla filosofia generale del Piano e in particolare sulla perequazione (cioè la possibilità di utilizzare altrove i diritti edificatori di cui non si può godere sui terreni di propria proprietà, in base a specifici indici di edificabilità). L’assessore provinciale all’urbanistica, Fabio Altitonante, ha detto che il lavoro sui Piani di cintura comincerà subito, ma richiederà almeno 16 mesi, specificando che si tratta di un territorio che riguarda il 40-50% delle volumetrie del piano regolatore (circa 18 milioni di metri cubi). Il Pgt invece, secondo i piani del Comune, dovrebbe essere approvato al massimo a gennaio. I Piani di cintura urbani riguardano nello specifico aree al confine tra la metropoli e otto comuni dell’hinterland comprese nel Parco Sud o in altri polmoni verdi come il Bosco in Città, il Parco delle Abbazie, i Navigli, il Parco Est Idroscalo, Lambro-Monluè, per una superficie di 4.800 ettari, più del 10% del totale del Parco Sud. Secondo la Repubblica del 6 ottobre, a Podestà “non piacerebbe un’impostazione del Pgt che accentrerebbe a Milano le nuove costruzioni – e le relative volumetrie – trascurando le possibilità di espansione dell’hinterland”. A quanto abbiamo riferito sopra si aggiungono altri due recenti sviluppi. Il 6 ottobre il consiglio comunale di Milano ha approvato la variante urbanistica per la costruzione del megacentro di cura e ricerca Cerba all’interno del Parco Sud, su un’area di proprietà di Ligresti, mentre qualche giorno dopo ha deciso che non si costruirà nella zona dell’ippodromo di San Siro, dove era previsto un megaprogetto di edilizia di lusso. Roberto Losito, immobiliarista e finanziere consulente della Snai, che ha un diritto di opzione sull’acquisto delle aree, si dice non stupito dalla decisione e formula un velenoso commento: “Immagino che se fosse uscita sul mercato, l’offerta qualitativa di San Siro avrebbe creato grossi problemi alla concorrenza”, cioè, si intuisce, ad altri grandi progetti come CityLife o Garibaldi-Repubblica che vedono Ligresti in prima fila, per esempio.

CHE LA GUERRA COMINCI

Un quadro complessivo di grandi manovre e grandi tensioni, e addirittura grandi veleni, dovuti al fatto che si stanno adottando (con un’assoluta mancanza di trasparenza) decisioni che orienteranno l’urbanistica milanese, e quindi il business del mattone, per svariati anni. La posta in gioco del Piano di governo del territorio è molto alta, soprattutto in questo momento di crisi: 14 miliardi di euro. Lo scrive sul Sole 24 Ore del 16 ottobre Marco Alfieri. Il Pgt infatti definisce “15 grandi progetti di interesse pubblico e 31 ambiti di trasformazione” che vanno da Cascina Merlata, Stephenson ed Expo, a Bovisa/Farini, all’area Porta Genova/San Cristoforo e molto altro ancora, per “ben 42 milioni di metri quadrati interessati su un tessuto urbano consolidato attuale di 134. [...] La rivoluzione costerà la bellezza di 14,3 miliardi. E’ questa la vera incognita. Non basta infatti estendere il meccanismo della perequazione negoziale che, in teoria, consentirà a palazzo Marino di acquisire a costi nulli 2,6 milioni di metri quadrati di suoli strumentali alle dotazioni della città pubblica riconoscendo ai privati proprietari diritti edificatori sfruttabili altrove in città. Non basta il gettito derivante dai mega oneri di urbanizzazione che, sull’intero Pgt, dovrebbero aggirarsi sui 3 miliardi di euro [...]. Il disavanzo resta comunque superiore agli 8 miliardi” e quindi andranno trovate altre formule. Come “il project financing, i trasferimenti pubblici a fondo perduto, le cartolarizzazioni, il ricorso ai Boc, alla Cassa depositi e prestiti o alla Bei (Banca Europea per gli Investimenti). Altrimenti sarà difficile resistere alle pressioni dei grandi costruttori (e ai soldi delle banche). Anche perché le volumetrie più appetibili del Pgt riguardano soprattutto aree come gli scali ferroviari dismessi e le caserme. Terreni di demanio pubblico non ‘catturabili’ con la perequazione”. C’è in più l’incognita politica, “perché è evidente – abbozza una fonte – che se s’incentiva a costruire in città vietando al contempo di edificare nel Parco Sud, che peraltro è intercomunale, chi governa l’urbanistica dell’hinterland si vedrà giocoforza svuotato di competenze e cantieri…”. Insomma, è stata fatta la pace, ora può cominciare la guerra. E c’è subito chi tenta di avviare la guerra con idee apparentemente balzane, ma dalle finalità ben chiare. L’architetto Paolo Caputo (ha lavorato per la realizzazione del villaggio Expo a Cascina Merlata, del Pirellone bis e per Santa Giulia…) ha lanciato la proposta di cementificare il Parco Sud creando intorno alle cascine “nuclei per 500-600 abitanti”. Oltre al fatto che difficilmente si troverà chi vuole andare a vivere in posti isolati a fianco di maleodoranti allevamenti di vacche e maiali, è chiaro che un tale progetto richiederebbe in breve tempo la costruzione di strade, infrastrutture… cioè sarebbe una testa di ponte verso una totale cementificazione del Parco Sud.

IL DIKTAT DI FORMIGONI, GLI ALTRI PROGETTI FARAONICI

Su quella che sembrava a essere destinata a diventare la “madre di tutte le bolle”, e cioè l’Expo 2015, non si registra ancora alcuna novità concreta, a un anno e mezzo dell’assegnazione dell’evento a Milano e a sei mesi dalla nomina del berlusconiano di ferro Lucio Stanca che, secondo quanto promesso, avrebbe dovuto dare il via immediato all’organizzazione pratica dell’evento. Intanto però è stata messa in atto l’ennesima mossa per porre un’ipoteca politica sulla sua gestione. Con un colpo di mano il governatore lombardo Roberto Formigoni e la Lega Nord, nella persona dell’assessore regionale all’urbanistica Davide Boni, hanno assegnato alla giunta regionale il potere di decidere in totale autonomia la necessità o meno di effettuare una valutazione dell’impatto ambientale per le opere essenziali per l’Expo 2015. In pratica, come spiega il verde Carlo Monguzzi, “Formigoni potrà decidere in autonomia se un’autostrada, una centrale o un insediamento industriale saranno compatibili con l’ambiente e la salute dei cittadini”, aggirando le regole urbanistiche e per la salvaguardia dell’ambiente. E’ prevista addirittura l’autocertificazione da parte dei costruttori. E, lo si noti bene, questi poteri vengono assegnati alla giunta e non al consiglio regionale. Quindi le decisioni non saranno nemmeno oggetto di una discussione pubblica e verranno prese senza la minima trasparenza: è questo evidentemente il concetto di democrazia che hanno Comunione e Liberazione e i suoi alleati leghisti. La finalità, oltre alla concentrazione del potere decisionale nelle loro mani, è quella di consentire ai loro amici capitalisti e speculatori di agire rapidamente e senza regole.

Formigoni e la Lega Nord sono in prima fila nel promuovere altri due progetti faraonici che possono giovare unicamente agli speculatori e ai costruttori. Il primo è quello dell’Autostrada dell’acqua, di cui riferisce Repubblica del 6 ottobre. Si tratterebbe di rendere navigabile il Po fino all’Adriatico, un’idea che all’apparenza sembrerebbe allettante, perché suscita immagini di acque naturali, di verde e di trasporti “puliti”. La realtà è esattamente opposta. Innanzitutto il costo di realizzazione sarebbe astronomico, 2,4 miliardi di euro (che come è regola aumenterebbero di molto in corso d’opera) destinati a finire in mano ai cementificatori e ai baroni dell’energia. Eh sì, perché per dare vita all’Autostrada dell’acqua bisognerebbe creare lungo il corso del Po cinque dighe di altezza compresa tra i 2 e i 5 metri, e questo già non suona molto ecologico. Poi il costo dell’opera verrebbe ripagato in parte dalla creazione di quattro centrali idroelettriche lungo il corso del fiume (l’altro vero motivo del progetto). Infine i materiali da costruzione verrebbero prelevati da cave lungo il Po, con il conseguente abbassamento del livello del fiume. Citiamo ancora Carlo Monguzzi: “Il Po era già navigabile prima che rubassero l’acqua ai campi per le centrali elettriche. Questo piano è peggio del ponte sullo Stretto di Messina”. L’altro progetto faraonico, che non a caso ha un costo preventivato identico, di 2,4 miliardi di euro, è fortemente voluto dall’assessore ciellino all’urbanistica milanese Carlo Masseroli. Si tratta del maxitunnel sotterraneo che dovrebbe collegare Linate con l’autostrada dei laghi. Il Comune ha dato il via libera, entro tre mesi ci dovrebbe essere la gara d’appalto per la prima tratta e nel 2010 quella per la seconda e ultima tratta. I lavori verranno realizzati dalla società Torno (già in difficoltà finanziarie e responsabile in larga parte degli enormi ritardi nella realizzazione dell’ultima tratta della linea 3 della metropolitana) con il probabile finanziamento di Intesa Sanpaolo e Unicredit. Per percorrere l’intero tunnel bisognerà pagare oltre 10 euro, un costo che evidentemente non spingerà a utilizzarlo da un capo all’altro della città disintasando così le tangenziali, ma ne farà un tunnel per il business di fascia medio-alta destinato a riversare in centro altro traffico automobilistico.

C’è infine il capitolo dei parcheggi voluti a suo tempo dalla giunta di Gabriele Albertini, che da anni hanno ridotto Milano a un gruviera, ma in compenso hanno rimpinzato le tasche dei costruttori. Dopo 5 anni dal varo del progetto, e innumerevoli proteste e polemiche, il Comune ha fatto marcia indietro sul parcheggio della Darsena, uno dei capitoli più folli dell’impresa parcheggi. L’area, ridotta da lungo tempo a una discarica a cielo aperto a causa dei lavori per il parcheggio, sarà oggetto di interventi di ripristino. Il progetto non è stato definitivamente annullato (potrebbe essere ripreso dopo il 2015), ma intanto è stato cancellato il contratto con la ditta che aveva vinto la gara d’appalto e aveva realizzato parte dei lavori, la Darsena SpA. Ora probabilmente partirà una guerra dei ricorsi che potrebbe costare cara al Comune (la Darsena SpA afferma di avere già investito 14 milioni di euro, oltre a lamentare di essere costretta a licenziare 40 operai) e che in più potrebbe bloccare per lungo tempo i lavori di ripristino. Albertini, invece di pagare i danni arrecati alla città con questo e altri progetti, nonché per i fallimentari derivati, ha addirittura il coraggio di non escludere una sua ricandidatura a sindaco. Nel frattempo sono stati cancellati i progetti relativi ad altri due parcheggi, ma in compenso è stato confermato quello di piazza S. Ambrogio e ne sono stati approvati di nuovi, come quello che andrà a deturpare una delle zone più storiche e verdi del centro storico di Milano, in via Marina, e quello di via Canaletto a Città Studi. Ed è stato approvato il progetto della criticatissima “Gronda Nord” (ora si chiamerà Zara-Expo), una specie di autostrada urbana da 105 milioni di euro contro la quale si erano pronunciati praticamente tutti, dai comitati locali agli urbanisti, fatta eccezione per il Comune. L’unica novità è che si farà la valutazione di impatto ambientale.

AEROPORTI IMPAZZITI

Accanto alla bolla immobiliare sempre più incombente e ai vari megaprogetti miliardari c’è da registrare l’ulteriore peggioramento del caos nel sistema aeroportuale lombardo e italiano, che ha già causato danni enormi alla Lombardia (si veda in merito “Sulle ali del caos“). E’ tornato alla ribalta l’aeroporto bresciano di Montichiari (il D’Annunzio), che rischia di aggiungere una nuova tessera al caos generato dalla concorrenza reciproca tra Malpensa, Linate e Orio al Serio. Attualmente Montichiari è nelle mani della società che gestisce l’aeroporto Catullo di Verona (a sua volta controllata dalla Provincia di Trento…) e nella primavera scorsa a Brescia si è costituita una cordata costituita da Comune, Provincia, Camera di Commercio e Associazione Industriali locali per rilevarne il controllo, con un’operazione dal costo complessivo di circa 80 milioni di euro (lo scalo bresciano, va notato, è in passivo di 4-5 milioni di euro all’anno), il tutto all’insegna dello slogan “fare di Montichiari il volano dello sviluppo territoriale”. All’inizio di ottobre l’accordo, voluto tra l’altro fortemente da Umberto Bossi, sembrava ormai imminente. Poi sono arrivati i primi intoppi. A Verona si è cominciato a parlare del fatto che la cessione di quote ai bresciani sarebbe stata una svendita, nonché del rischio che si formasse un polo lombardo (Orio, Malpensa e Linate) a svantaggio della città veneta e via dicendo, sulle ali delle eterne lotte intestine tra le lobby di destra. Il 24 ottobre si arriva alla rottura delle trattative, in mezzo a penosi scambi di accuse non solo tra le due opposte fazioni, quella bresciana e quella veronese, ma addirittura al loro interno. Salta subito all’occhio che l’idea di “brescianizzare” Montichiari non è il frutto di una strategia di largo respiro per mettere ordine nel caotico sistema aeroportuale del Nord Italia, ma solo una misera guerra di campanile da combattersi subito, senza idee per il futuro.

Che la situazione del sistema dei trasporti aerei sia in Italia del tutto fuori controllo lo testimonia la nuova Alitalia, su cui pesano debiti per circa 450 milioni di euro, che ha registrato una calo delle attività pari al 30% e ha ridotto di oltre 7.000 unità i propri dipendenti. Negli ultimi anni in Italia, grazie anche alle situazioni di monopolio, sono stati investiti 2,5 euro a passeggero a fronte di una media europea di 12 euro, e il sistema sta collassando. La Adr dei Benetton che gestisce lo scalo romano di Fiumicino ha 1,6 miliardi di debiti, la Sea risente dei problemi enormi di Malpensa. Dei 47 aeroporti italiani, per fare solo un esempio della mancanza di programmazione, appena 5 sono raggiungibili con il treno. Tutto questo non impedisce di programmare altro caos. Nella sola Sicilia, Enna ha in previsione un mega-aeroporto internazionale, ambizioni analoghe hanno anche Agrigento, Messina e Comiso. In Campania è guerra aperta tra Caserta e Salerno per il ruolo di secondo aeroporto campano nel momento in cui lo scalo napoletano di Capodichino è saturo. Nel Lazio la lotta a tutto campo è tra Viterbo e Frosinone, che puntano entrambe a conquistarsi i voli della Ryanair che dovrà traslocare da Ciampino. In Toscana è in corso da anni un conflitto aperto tra gli aeroporti di Firenze e Pisa. In Lombardia, come se non bastasse la caotica situazione che coinvolge Malpensa, Orio, Linate, Montichiari e la contigua Verona, si aggiungono le ambizioni di Mantova, che vuole riattivare la pista di cui è dotata.

Intanto la romana Adr e la lombarda Sea aumenteranno le tariffe aeroportuali applicate ai passeggeri per rimpinguare le proprie casse sempre più vuote. A fronte dell’aumento dei prezzi hanno promesso al premier Silvio Berlusconi di effettuare investimenti di 5 miliardi entro il 2011 e di altri 10 entro il 2040 (cioè più di trenta anni!). Ma si tratta solo di promesse, come spiega il Corriere della Sera: “a giugno di due anni fa il Cipe aveva fatto discendere l’eventuale aumento tariffario dalla stipula di contratti tra i gestori e l’Enac (Ente aviazione civile): insomma, prima gli impegni scritti dei gestori, dopo i rincari”. Ma siccome la stipula dei contratti “sta procedendo a rilento”, si è passati a un altro principio: prima gli aumenti poi eventualmente si penserà ai contratti. Il decreto con cui sono stati approvati gli aumenti tariffari è tra l’altro in contraddizione con la direttiva europea che impone la mediazione di un’Agenzia imparziale per gli adeguamenti tariffari concertati tra i gestori e i vettori. Vale a dire che, esattamente come nel caso della milanese A2A citato nella prima puntata di questo nostro speciale, le società aeroportuali ora incassano, ma con il forte rischio che tra anni l’Italia sia costretta da Bruxelles a pagare multe enormi il cui peso ricadrà sui contribuenti. A Malpensa intanto si pianificano 2 miliardi di nuovi investimenti entro il 2020, in assenza di strategie valide coordinate a livello lombardo che evitino il caos attuale. Entro il 2010 dovrebbe essere realizzato un nuovo terminal uno, insieme agli alberghi di fronte all’aeroporto; entro il 2015 dovrebbe essere pronto un nuovo terminal low-cost, la cargo-city e la terza pista, mentre entro il 2010 dovrebbero essere realizzati un nuovo terminal e un nuovo polo logistico. Con ogni probabilità, visto quanto esposto sopra, si tratterà delle ennesime cattedrali nel deserto. E infine un’amenità targata Formigoni. Su decisione della Regione, gli aeroporti milanesi verranno dotati di detector speciali che riveleranno la temperatura dei passeggeri al fine di contrastare la diffusione del virus H1N1, per un costo totale di 100.000 euro. Briciole rispetto alle cifre citate sopra, ma “briciole” davvero buttate al vento. Installare tali apparecchi avrebbe forse avuto senso nella primavera scorsa, quando in Italia il virus non era ancora molto diffuso. Ora è diffuso tanto in Italia quanto nel resto del mondo e la misura (che tra l’altro non si sa con precisione quando verrà realizzata) non ha alcuna razionalità. Senza poi contare il fatto che non viene detto cosa ne sarà dei poveri passeggeri con la febbre. Una buffonata che la dice lunga sull’inettitudine di chi ci governa.

CONTRO MILANO

Il Comune di Milano ha varato il suo secondo fondo immobiliare, proprio come ha fatto Ligresti con alcune sue proprietà. Nel fondo confluiranno 67 immobili comunali per un valore stimato (ma per le stime degli immobili dei fondi immobiliari si veda la Puntata 2 di questo speciale sulla bolla) di 100 milioni e Palazzo Marino dice che potrebbe ricavarne 15-20 milioni di euro di plusvalenza con i quali conta di coprire in parte la mancata corresponsione dei dividendi da parte dell’A2A. Si tratta di (ipotetici) introiti che in realtà l’attuale normativa vieta ai comuni di utilizzare per investimenti ma, spiegano i funzionari, Tremonti starebbe rivedendo tali norme. Un’operazione fatta nel momento peggiore, quando le quotazioni degli immobili sono al ribasso, e che in più costituisce l’ennesimo travaso dal pubblico al privato. C’è però un altro particolare. Tra gli immobili che verranno inseriti nel fondo per essere “valorizzati” ci sono luoghi storici della Milano democratica come il Circolo Arci Bellezza nei pressi della Bocconi, il centro anarchico Ponte della Ghisolfa in viale Monza, il centro sociale Torchiera in piazzale Cimitero Maggiore e il centro sociale Cox di via Conchetta, dove tra l’altro è conservato il preziosissimo archivio di Primo Moroni, la sede della Cgil di via Giambellino e il palazzo di Via Bagutta 12 che ospita alcune associazioni. Un vero e proprio attacco alla tradizione alternativa e democratica di Milano (descritta tra l’altro con minuzia dallo stesso Moroni, si veda il nostro “Dalle bande di quartiere ai centri sociali“) all’insegna della politica bancarottiera del Comune di Milano e della speculazione immobiliare. Intanto stanno per partire le aste del primo fondo immobiliare del Comune, creato nel 2007 per un “valore stimato” di 255 milioni e sempre gestito da Bnp Paribas. Verranno venduti immobili ex popolari come quello di via Cesariano 11 e la Casa di via Morigi, occupata da decenni e che ospita numerose associazioni nonché attività culturali.

LA BUFALA DEL SOCIAL HOUSING

Se da un lato si buttano via miliardi di euro nella speculazione finanziaria e immobiliare, dall’altro a Milano tutto ciò che veramente serve a chi studia o vive del proprio lavoro non funziona. Ne sono una dimostrazione gli ultimi urgenti appelli per mettere in sicurezza le scuole, sempre più a rischio crolli, o il recente ennesimo incidente tramviario verificatosi a Milano, questa volta con quattro feriti, dovuto al problema ormai cronico dell’errato funzionamento di scambi vetusti. E sono solo due degli innumerevoli esempi che si potrebbero fare. Di fronte a questa situazione di sfascio Palazzo Marino si fa bello lanciando qua e là qualche iniziativa di “social housing” venduta al pubblico come prova della sensibilità dell’amministrazione, degli speculatori e delle banche per gli aspetti sociali. In realtà si tratta di un’operazione che punta a regalare agli speculatori anche il mercato delle abitazioni per i ceti medi (a tutto svantaggio dell’edilizia popolare ed effettivamente sociale), diventato molto appetibile in questo periodo di crisi dopo anni di “sovrapproduzione edilizia” nel settore lusso ed extralusso. Un’operazione che prevede scandalose sovvenzioni pubbliche per gli speculatori, come illustriamo più sotto. Ma prima vediamo l’ultimo caso, quello della Social Main Street (!), cioè una torre di 14 piani interamente in legno che offrirà posti letto e bilocali in affitto nel quartiere periferico e scarsamente appetibile della Bicocca. I prezzi? 250 euro/mese per uno scarno posto letto, 480 euro per il bilocale in condivisione, cifre ben lontante dall’essere popolari. Si tratta di un bel business per le cooperative legate a Comunione e Liberazione (ma anche per quelle della Legacoop, con la quale c’è una sempre maggiore sintonia). L’iniziativa infatti parte dalla Compagnia dell’Abitare, che fa parte della ciellina Compagnia delle Opere ed è presieduta da un personaggio ormai storico della galassia Cl, Antonio Intiglietta. Al progetto ha collaborato lo studio di ingegneria Urbam (sempre galassia Cl) e la torre sarà amministrata dalle cooperative La Ringhiera (Compagnia delle Opere) e Auprema (Legacoop). Il progetto è stato presentato con una conferenza stampa alla quale hanno preso parte, oltre a esponenti dei summenzionati soggetti, anche Roberto Formigoni (Cl) e l’assessore milanese all’urbanistica Carlo Masseroli (Cl). Ma per capire meglio il lucrativo business che c’è dietro queste operazioni bisogna spiegare cosa è il social housing. Lo facciamo riprendendo un pezzo da noi scritto nel novembre 2008, quando Milano Internazionale non era ancora su web:

“Quando in politica si comincia a parlare in inglese c’è sempre di mezzo un inganno. Lo conferma il caso del social housing (i più temerari provano a italianizzarlo a metà parlando di “housing sociale”), un termine che negli ultimi mesi politici, imprenditori e stampa stanno riversando a fiumi nel mare della propaganda che ci assale quotidianamente. Grazie a un’ingegnosa ingegneria politico-imprenditoriale, ci viene raccontato, verranno messe sul mercato migliaia di abitazioni a prezzo “agevolato”, “calmierato”, “convenzionato”. L’idea può apparire appetibile al comune cittadino, che si trova a dovere affrontare costi esorbitanti e insostenibili per soddisfare il bisogno primario di avere un’abitazione. Ma conoscendo chi propone o sostiene questo progetto (per esempio, il summenzionato assessore Masseroli, oppure le banche) è naturale essere diffidenti. Perché mai chi ha fatto del profitto e della speculazione un motivo di vita dovrebbe all’improvviso gettarsi a capofitto in un’attività a prezzi inferiori a quelli “di mercato” (ma sarebbe meglio dire: a quelli gonfiati dalla bolla immobiliare)? I motivi in realtà sono semplici: perché permette un ennesimo travaso di valori dal pubblico al privato, perché è un utile strumento propagandistico per nascondere altre enormi operazioni di carattere puramente speculativo e perché comunque è di per se stessa un ottimo affare. Riguardo all’ultimo motivo, è chiaro che in questo momento di crisi mondiale del settore immobiliare e di aumento dell’incertezza i progetti di social housing sono una vera manna per gli immobiliaristi. Le loro società perdono utili, valore e capitali a tutto spiano (i 22 fondi immobiliari italiani quotati hanno perso il 18% da fine dicembre 2007 a fine agosto 2008, cioè ancora prima dell’inasprirsi della crisi) e il social housing offre rendimenti del 3% più inflazione (di questi giorni un tasso appetibilissimo), con la possibilità di eliminare ogni elemento di rischio grazie a finanziamenti agevolati e garanzie pubbliche sulla solvenza degli affittuari. Inoltre, pressoché tutti i progetti di social housing prevedono in realtà solo una quota molto piccola di affitti calmierati, la grande maggior parte del costruito è affittabile, o vendibile, a prezzi di mercato. In molti casi si tratta poi solo di uno specchietto per allodole di stampo prettamente populista: si sbandiera il “progetto sociale”, ma in realtà grazie alla perequazione (cioè, nelle politiche attualmente applicate, la licenza di costruire, o di costruire di più, laddove non era possibile, in cambio della realizzazione di opere di utilità pubblica o sociale) si realizzano enormi affari a danno dei cittadini. In pratica, per spiegare il concetto: l’immobiliarista/banca/fondo costruisce con finanziamenti e regali dei contribuenti 1 in social housing, comunque più che profittevole, e riceve in cambio 4, 5 o addirittura 10 in licenze di costruzione, direttamente tramutabili in profitto mediante attività edilizie o che comunque consentono una rivalutazione astronomica di terreni già posseduti. Basta prendere a esempio il “piano Milano”, citato dal Corriere Economia. Il Comune ha messo a disposizione (gratis!) otto aree per costruire 3.300 alloggi. Chi vi costruirà, potrà vendere a prezzi di mercato fino al 75% delle case realizzate, appena un quarto invece dovrà essere a prezzo calmierato, cioè in “social housing”. Ma non è tutto. Il Comune mette inoltre a disposizione 20 milioni per abbassare i tassi di finanziamento bancario, mentre la Regione ce ne mette altri 30 per “ridurre il rischio insolvenza affitti”. Insomma, terreni regalati dagli enti pubblici, soldi pubblici per costruire, soldi pubblici per eliminare ogni rischio di mancato incasso degli affitti e gli “investitori” possono vendere fino al 75% a prezzi di mercato – altroché social housing, questa è una vera e propria cassa di assistenza pubblica per i signori del mattone! E le cifre in gioco sono da capogiro: secondo le stime di Sergio Urbani, della Fondazione Housing Sociale di Cariplo, il social housing in salsa pubblico-privata vale 3 miliardi all’anno di sviluppo del mercato. Cariplo (la fondazione azionista di Banca Intesa San Paolo) è per l’appunto uno dei principali attori di queste operazioni, insieme ad altre delle numerose e potenti fondazioni bancarie. Non mancano naturalmente gli immobiliaristi, come per esempio la Pirelli Re guidata da Puri Negri, nonché le cooperative rosse e cielline – anzi, la torta è così appetibile che Legacoop e i ciellini della Compagnia delle Opere hanno superato i vecchi steccati ideologici unendo le forze per dare insieme vita alla Fondazione Abitare (che conta tra le sue fila l’avvocato Guido Bardelli, vicino a Cielle, citato a suo tempo dal Corriere della Sera come una delle possibili scelte di Moratti ad assessore per l’urbanistica). Oltre agli enti locali, tra i finanziatori vi sarà anche lo stato tramite la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), sempre più coinvolta nel ruolo di crocerossina per i capitalisti a corto di fondi, la quale avrà un ruolo non proprio in armonia con il principio dell’inammissibilità del conflitto di interessi: la Cdp è infatti partecipata al 30% dalle fondazioni bancarie e si ritroverà, attraverso il veicolo di un’appositamente costituita Società di gestione del risparmio, a promuovere progetti di social housing tramite finanziamenti di cui godranno in molti casi… le fondazioni bancarie. Dietro a tutto questo, naturalmente, l’assenza di ogni politica per la casa che vada a favore di chi lavora, e non di chi arraffa”.

Fine

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La bolla che deve ancora scoppiare /2

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ImageArticolo di Andrea Ferrario tratto da Milano Internazionale

Seconda puntata: CityLife e la crisi del binomio finanza-mattone; Valutazioni sospette; I problemi finanziari di Pedemontana e quelli di Pirelli Re; I grattacieli portano sfiga

Un viaggio in più puntate nella bolla milanese che deve ancora scoppiare: dal bilancio del Comune, ai derivati e al contesto di nuova bolla finanziaria che incombe a livello internazionale, per passare poi ai grandi progetti edilizi in crisi, agli intrecci finanza-mattone e alle bolle prossime e venture del cemento e degli aeroporti.

DAL FLOP…

Doveva essere “il sogno nel cielo di Milano”, anche se a chi non è un cultore dell’architettura bollaiola faceva piuttosto pensare a un incubo avvolto dallo smog della città. Ma la Torre delle Arti, 24 piani di cemento per 96 metri di altezza, affiancati da due edifici più bassi, non si farà. Secondo i progetti originari doveva essere terminata entro il 2010 in via Principe Eugenio, una residenza di extralusso alla cui realizzazione avrebbero dovuto contribuire anche noti artisti, ma da dieci mesi il cantiere era fermo. E’ scoppiata la bolla e per il fondo immobiliare australiano Babcock & Brown, attualmente in amministrazione controllata (e “con rapporti molto stretti con il gruppo assicurativo Generali”, scrive Repubblica), i 70 milioni di euro di investimento sono evidentemente ormai senza prospettiva di rendita adeguata. Al posto dei 20.000 mq per 140 appartamenti di lusso che si intendeva vendere a 10.000 euro al mq per ora rimane solo un enorme buco. Si tratta del primo rilevante progetto immobiliare milanese che dà completamente forfait dopo lo scoppio della bolla ed è una pessima notizia per gli speculatori immobiliari, perché potrebbe essere un primo caso seguito da altri e ben peggiori naufragi. E i sintomi di uno stato di profonda malattia del settore sono davvero tanti e preoccupanti.

…AL CRACK?

Solo alcuni giorni dopo questo annuncio il Tribunale di Milano rimandava la decisione su un eventuale dichiarazione di fallimento per la Risanamento di Luigi Zunino (probabilmente verrà presa verso metà novembre). La fragilità dell’operazione di salvataggio prevista dalle banche (si veda per i dettagli L’allegra Milano della bolla) è testimoniata tra le altre cose da un nuovo sviluppo e più precisamente dal fatto che prima dell’ultima udienza queste ultime abbiano dovuto aggiungere al loro piano una nuova linea di credito di 76 milioni per i problemi dell’immobiliare milanese con l’Agenzia delle entrate. I pm hanno inoltre contestato che una quota non indifferente del valore dell’operazione di salvataggio delle banche andrebbe a finire in commissioni, parcelle, oneri vari, e non nelle casse della Risanamento. Da parte loro i legali delle banche vanno all’attacco con argomenti che paiono minacciosi: il fallimento della società costituirebbe il “dissesto più grave dopo Parmalat, con conseguenze gravissime in termini di costo sociale e sul comportamento delle istituzioni finanziarie chiamate a risolvere numerose le crisi di impresa”. Non hanno tutti i torti e lo testimonia indirettamente il fatto che nel giro di una sola settimana nuove nubi si sono addensate su Risanamento e Zunino. La Stampa il 24 ottobre rileva che il fisco ha contestato alla società una serie di irregolarità contabili per 12 milioni, e che se le banche italiane creditrici spingono per il piano, meno entusiaste sembrerebbero quelle estere (che vantano crediti per oltre 170 milioni di euro), mentre Pirelli Re ha fatto partire un decreto ingiuntivo nei confronti di Risanamento per 2 milioni di euro di credito mai onorato. Sulle pagine del Corriere Economia il giornalista Jacopo Tondelli formula alcune osservazioni su quello che è uno dei pilastri del piano di salvataggio delle banche, cioè la vendita delle aree Falck di Sesto San Giovanni, sulle quali era prevista la realizzazione di un progetto da 5 miliardi di euro: “per passare dalla carta al cantiere, bisogna poter contare su cinque miliardi in cinque anni. ‘Cifre,’, secondo protagonisti del mercato immobiliare milanese, ‘che oggi risultano fantascientifiche e che erano sostenibili sia in termini di investimenti che in termini di prezzi offerti al mercato solo quando il mattone era ai massimi’”. Il rischio è che l’operazione si dilati di anni. Come se non bastasse, negli ultimi giorni sulla testa di Risanamento è caduto il mattone dell’arresto di Giuseppe Grossi (si veda in merito il nostro articolo Casei Gerola: la speculazione al posto della produzione) nell’ambito di un’inchiesta partita con le indagini sulle fatture gonfiate per la bonifica del quartiere di Santa Giulia. Risulta sotto inchiesta anche lo stesso Luigi Zunino per una (finora presunta) appropriazione indebita di 1 milione di euro della società. Indagine che preoccupa in modo particolare le banche creditrici perché potrebbe incidere sulla decisione dei giudici in merito all’eventuale fallimento. Per loro ora, scrive la Stampa, “la parola d’ordine è quella di allontanare il più possibile la figura di Zunino da Risanamento. Operazione non facilissima anche perché [...] il piano di ristrutturazione prevede che Zunino resti azionista con una quota anche superiore al 20%. Quota che solo in un secondo tempo potrebbe passare in altre mani grazie alla liquidazione delle tre holding dell’immobiliarista”. Ci si mette poi anche Il Sole 24 Ore, che pubblica prima un articolo (“Quell’asse tra Panama e il Lussemburgo”) sul sistema di società personali di Zunino e della moglie e con perno tra Panama e il Lussemburgo, “scomparse” quando la capogruppo dell’immobiliarista, la società off-shore Domus Fin, nel 2006 è diventata una società di diritto italiano con il nome di Zunino Investimenti Italia, e poi un impietoso, ma davvero ottimo, articolo di Marco Alfieri (“I sogni infranti della old new town”) sul progetto fallimentare di Santa Giulia, anch’esso un pilastro del piano di salvataggi delle banche, un articolo che vi consigliamo caldamente di leggere per avere un’immagine concreta delle cause e, soprattutto, delle conseguenze della bolla immobiliare milanese.

IL NODO CITYLIFE

Alle sempre più evidenti difficoltà di CityLife, uno dei maggiori progetti edilizi di Milano, avevamo già accennato di recente. Visti gli ultimi sviluppi nel settore immobiliare vale la pena di ripercorrere in poche righe la storia di questo progetto, con particolare riferimento alle origini delle attuali difficoltà. La gara per la realizzazione del progetto sull’area dell’ex Fiera di Milano è stata vinta nel 2004 da una cordata formata da Generali, Ras (ora Allianz), Immobiliare Lombarda (Ligresti) e Gruppo Lamaro. A fronte della vendita dell’area alla cordata che ha preso il nome di CityLife, la Fiera Milano SpA preventivava di ottenere 200-250 milioni di euro. Alla fine si è giunti a un prezzo che quasi tutti gli osservatori hanno giudicato gonfiatissimo, 530 milioni di euro. Rispetto al progetto originario è però stata successivamente approvata una variante che ha ampiamente aumentato il valore dell’operazione CityLife: l’indice di edificabilità di zona è stato portato dallo 0,65 mq/mq vigente in tutta la città a 1,15 mq/mq. Sulla superficie utile di 366.000 mq si riverseranno circa 900.000 metri cubi tra residenziale extralusso e commerciale, con tre grattacieli alti fino a 204 metri. La data prevista per il completamento è quella fatidica del 2014-2015 (per materiali sulla storia del progetto CityLife si vedano le ricche e aggiornate rassegne stampa dell’Associazione Vivi e progetta un’altra Milano e del Comitato Residentifiera). E’ da tempo che il progetto CityLife evidenzia criticità. Nel giugno del 2007 la Banca d’Italia aveva contattato i maggiori gruppi bancari italiani cercando di riportarli all’ordine: i finanziamenti immobiliari non avrebbero dovuto superare il 70% del valore del rispettivo progetto. CityLife ha sempre viaggiato sull’80%, Garibaldi-Repubblica sul 75%-85%. Ma l’avvertimento della Banca d’Italia era solo una moral suasion priva di vincoli obbligatori: i risultati li si vedono oggi. E non a caso il Sole 24 Ore nello stesso anno scriveva che “lo sviluppo immobiliare di Milano riproduce il bancocentrismo dell’industria italiana” e in un altro articolo notava che “le iniziative in corso rischiano di arrivare sul mercato in tempi ravvicinati e di creare eccesso di offerta”. Nello stesso 2007 ci sono state le dimissioni di Ugo Debernardi da presidente di CityLife, in merito alle quali il Sole 24 Ore scriveva: “Il motivo? Diversità di vedute con Salvatore Ligresti: la sensazione è che CityLife abbia costi enormi dai quali bisognerà rientrare in fase di vendita”. Prosegue il giornale: “Ora, secondo indiscrezioni, il progetto originario si starebbe rilevando più costoso del previsto [...], lo stesso Salvatore Ligresti avrebbe rilevato che spese troppo elevate potrebbero essere un boomerang. In particolare, l’innalzamento del costo per metro quadrato potrebbe rendere difficile la successiva vendita sul mercato. [...] Il progetto iniziale non è modificabile. Infatti proprio in virtù del piano architettonico presentato, il raggruppamento CityLife aveva battuto Pirelli e Risanamento con un’offerta di 523 milioni di euro economicamente più elevata dell’8% rispetto ai contendenti”. Riassumendo: già più di due anni fa erano in molti a rilevare che si trattava di un’operazione con una leva finanziaria enorme, altamente rischiosa e vulnerabile di fronte all’andamento della finanza globale. I nodi ora stanno venendo al pettine. Ne scrive nei dettagli Vittorio Malagutti su L’Espresso del 22 ottobre, giungendo a dire che CityLife “rischia di essere ridimensionato se non addirittura di naufragare”. Come abbiamo già riferito, i costi del progetto sono lievitati dai 1,7 miliardi iniziali a 2,1 miliardi. L’unica che mostrerebbe qualche disponibilità a mettere mano al portafoglio per coprire la differenza è Generali. Non così Allianz, e tantomeno Ligresti e la Lamaro della famiglia Toti. Secondo L’Espresso questi ultimi due sarebbero addirittura pronti a vendere le quote, ma non riuscirebbero a trovare compratori. Le banche finanziatrici sarebbero altrettanto renitenti, a cominciare dai tedeschi di EuroHypo, già pieni di problemi a casa loro, fino a Intesa Sanpaolo e Unicredit, già altamente esposte al potenziale crack di Zunino. L’Espresso cita a tale proposito un verbale del consiglio di amministrazione di Generali Properties: “Dal giugno 2008 le banche finanziatrici hanno sospeso l’erogazione del finanziamento (a CityLife, ndr) e non si sono rese disponibili a finanziare l’importo finanziato pur a fronte delle modifiche intervenute sul progetto” e ipotizza un compromesso, “le banche sarebbero pronte a sbloccare i finanziamenti rilevando anche la quota dei tedeschi in uscita. Il fabbisogno finanziario, però, dovrà essere rivisto al ribasso e quindi è facile prevedere che CityLife verrà ridimensionata”. Ma c’è ancora dell’altro. Nonostante i responsabili del progetto si mostrino ottimisti, a fine settembre di quest’anno erano stati stipulati compromessi solo per 45 sulle 300 residenze già messe in vendita, su un totale di oltre mille che verranno realizzate, senza contare che poi bisognerà vendere anche il commerciale e il terziario. E più si tarda, più bisogna pagare interessi sugli enormi prestiti contratti, senza coprirli con gli introiti delle vendite. Abbiamo quindi molti dei sintomi che hanno preceduto il precipitare della situazione di Risanamento: problemi di finanziamento, costosissimi ritardi, sempre maggiore esposizione delle banche creditrici alla bolla immobiliare.

I GRATTACAPI DI DON SALVATORE E I FONDI POCO TRASPARENTI

Come abbiamo già scritto in precedenza (Cemento sul piede di guerra), l’impero immobiliare e finanziario di Salvatore Ligresti dà preoccupanti segni di scricchiolio. Tra debiti non rimborsati alla scadenza, società come Sinergia (la “cassaforte” del gruppo) e Imco con perdite in aumento e debiti in rapida ascesa, i problemi sono davvero molti. Insomma, come scrive Milano Finanza, “una situazione reddituale che a partire dal 2008 si è andata appannando”. E così il peso massimo del gruppo Ligresti, cioè la FonSai, ha deciso la cessione di immobili situati a Milano, Torino e Firenze per un valore di perizia di 523 milioni di euro e un valore di libro di 340 milioni, mediante il loro conferimento a un fondo immobiliare che verrà costituito appositamente, il Fondo Rho. Tramite un complesso giro di finanziamenti bancari, accollamenti di debiti, conferimenti immobiliari e altro ancora, il gruppo Ligresti dovrebbe trarre risorse liquide per 339 milioni di euro, di cui 215 milioni di rivenienti dal debito bancario e 123 milioni dal collocamento delle quote. Nulla cambia nella sostanza, ma l’alchimia finanziaria produce “liquidità” e, lo notiamo ancora una volta, le banche rimangono esposte. Abbiamo citato a proposito degli immobili del gruppo Ligresti il termine “valore di perizia“. Si tratta di un termine alquanto imbarazzante in questo momento, soprattutto se riferito ai fondi immobiliari (cioè fondi aperti ai piccoli investitori o chiusi e riservati agli investitori istituzionali, che permettono di investire indirettamente in immobili gestiti da apposite società come se fossero normali prodotti finanziari). La Consob, l’organo che tutela tra le altre cose la trasparenza del mercato mobiliare italiano, ha adottato recentemente un position paper in cui richiama l’attenzione su numerosi aspetti preoccupanti dei rapporti tra fondi e periti che effettuano le valutazioni. Scrive il Sole 24 Ore del 17 ottobre: “a partire da giugno 2008 vi è stata una progressiva flessione dei principali indicatori [del valore degli immobili]. Flessione, spiegano in Consob, che invece non si ritrova nei rendiconti al 31 dicembre 2008 dei fondi immobiliari italiani, i cui valori sono rimasti in linea con il 2007. [...] Una rigidità nell’adeguarsi al mercato quanto meno strana. Eppure i gestori sanno bene ciò che sta avvenendo nel mondo del mattone (Risanamento insegna)”. Inoltre la Consob ha constatato che addirittura l’81% delle perizie vengono effettuate da due sole società, la CB Richard Ellis e la Reag. Tali società, che oltre ad agire come periti forniscono anche consulenze per la compravendita, traggono i loro guadagni non tanto dalle attività di perizia, quanto essenzialmente dalle percentuali sui valori di compravendita suggeriti. La Consob rileva che vi è un potenziale conflitto di interessi nell’esercizio contemporaneo delle due attività. Milano Finanza del 13 ottobre scrive poi che la Consob “lamenta che le metodologie adottate [dalle società di valutazione] non consentono di ricostruire il processo speculativo: le scelte non sono argomentate, il tasso di attualizzazione non indica le componenti di rischio e i prezzi di riferimento non sono noti” e osserva che deve essere evitato, “come accaduto, di indicare per esempio immobili vuoti per pieni”! Per riassumere: vi è una pressoché totale mancanza di controlli effettivi sui valori di perizia degli immobili con la conseguente loro scarsa credibilità, un altro elemento che potrebbe ulteriormente alimentare la nuova bolla in corso. Non è un caso che, come riferisce Milano Finanza del 17 ottobre, nonostante l’attuale situazione di grave crisi i fondi immobiliari chiusi abbiano registrato a fine settembre forti rialzi che li hanno riportati agli “stessi livelli dell’estate 2008 prima che si verificasse il fallimento di Lehman Brothers”.

PROBLEMI FINANZIARI ANCHE PER LA PEDEMONTANA

Aria di problemi anche per la Pedemontana, la megautostrada lombarda i cui costi stimati sono già lievitati da 3 a oltre 4 miliardi di euro (l’opera rientra nell’elenco delle opere connesse a Expo 2015) e il cui progetto di realizzazione è gestito dalla società Pedemontana Lombarda, controllata al 68% dalla Provincia di Milano tramite la società Serravalle e per il 26% da Intesa Sanpaolo tramite la Biis. Dopo l’arrivo di Guido Podestà alla guida della Provincia di Milano i vertici di Pedemontana sono stati azzerati, l’ad delegato Fabio Terragni, uomo di Filippo Penati, è stato rimosso dal proprio incarico, e sono stati nominati nuovi vertici più vicini alla destra. Ma i problemi ai quali accennavamo non sono questi e sono in realtà molto più preoccupanti. E’ stata infatti effettuata recentemente, prima da Deloitte&Touche e poi da Kpmg, un’analisi del piano economico-finanziario per la realizzazione dell’autostrada che dovrebbe partire tra pochi mesi, nel marzo 2010, e sono emerse “alcune criticità”. Citiamo a proposito il Sole 24 Ore del 18 ottobre: “Il piano a oggi non sarebbe bancabile, ovvero le banche non lo finanzierebbero. Tra i punti critici principali: la valutazione dei rischi di costruzione, che non terrebbe conto del fatto che i costi di realizzazione potrebbero essere maggiori del previsto (si parla di un miliardo in più); i rischi legati al nuovo sistema di riscossione pedaggi introdotto (senza barriere, dunque con potenziali mancati incassi sul pedaggio che richiederebbero di prevedere nel piano tassi di non riscosso maggiori di quelli programmati); le garanzie sul valore di subentro, ovvero l’entità dell’indennizzo che il concessionario riceverebbe qualora, a scadenza della concessione, non avesse ammortizzato tutti i lavori. [...] E’ difficile che le complesse alchimie del piano possano essere risolte a breve per far approdare la convenzione di Pedemontana al Cipe”. Nel frattempo ci dovrebbe essere un aumento dell’esposizione delle banche al progetto: Serravalle cederà il 30% del capitale di Pedemontana Lombarda e tra i candidati in lizza vi sarebbero Unicredit, Bpm, Bnp Paribas e Santander. Le criticità di Pedemontana, quindi, assomigliano in parte a quelli di CityLife: problemi di finanziamento, insufficiente messa in conto dei rischi, banche sempre più esposte a questi ultimi. Colpisce in particolare il fatto che Intesa Sanpaolo sia esposta in prima linea a quasi tutte le situazioni di rischio che abbiamo affrontato in questo viaggio nella nuova bolla, e cioè Risanamento, CityLife e Pedemontana.

QUALCHE ALTRA CILIEGINA SULLA TORTA

Va rilevata anche la posizione della Pirelli e in particolare del suo ramo immobiliare, rappresentato da Pirelli Re che, lo ricordiamo, si ritrovava a fine 2008 con 195 milioni di perdita in bilancio e le cui azioni hanno subito un tracollo dopo lo scoppio della bolla (o meglio, della prima fase dello scoppio della bolla), si veda a proposito “La parabola di Pirelli Re”, pubblicato da Repubblica il 20 aprile scorso. Il primo semestre 2009 non ha migliorato le cose: si è chiuso con una perdita di oltre 42 milioni, ricavi in calo, indebitamento netto di 430 milioni di euro. Per porre rimedio alla situazione è stato effettuato un aumento di capitale di 400 milioni ed è stato siglato un accordo con un pool di banche (tra cui Unicredit e Intesa Sanpaolo) per una ristrutturazione delle linee di credito da svariate centinaia di milioni che ha fornito ossigeno (la situazione era [è] davvero preoccupante, tanto che il 31 luglio scorso il Corriere della Sera scriveva: “È chiaro che il braccio immobiliare della Bicocca, oggi che il trading e la rotazione del portafoglio real estate sono pressoché bloccati, non ha la cassa per coprire tutte le scadenze [di rimborso dei prestiti]“). Inoltre Intesa Sanpaolo (sempre lei!) è già entrata come socio al 5% e aumenterà la sua quota al 10%. Intanto a Milano è stata siglata una delle maggiori operazioni immobiliari dell’anno. Il Maciachini Center (86.000 mq, ma è un progetto che va ancora portato a termine nel suo complesso) è stato acquistato da Generali Immobiliare per 300 milioni di euro, una delle maggiori operazioni del settore in Europa e la maggiore in Italia in questo 2009. Generali, lo ricordiamo, è già esposta a CityLife. A livello nazionale c’è da rilevare la moratoria sui mutui annunciata dalle banche italiane. Una mossa strombazzata dai media come una testimonianza della responsabilità sociale degli istituti finanziari italiani. Per chi conosce bene le banche si tratta di una spiegazione poco credibile. I veri motivi li spiega con chiarezza Luca Fornovo sulla Stampa del 22 ottobre: la moratoria è uno strumento che può essere di grande aiuto alle banche perché evita loro di dovere mettere a bilancio prestiti non rimborsati e di creare maggiori accantonamenti per le relative sofferenze. Non a caso proprio in questi giorni l’Associazione bancaria italiana “ha annunciato che per effetto della recessione continua a peggiorare la qualità del credito. A fine agosto le sofferenze lorde delle banche italiane hanno raggiunto quasi 52 miliardi di euro, oltre 12 miliardi in più rispetto a novembre 2008, quando avevano raggiunto il valore più basso degli ultimi anni”. Secondo altri esperti citati da Fornovo, quest’anno i conti economici delle banche saranno inoltre gravati da 8 miliardi di utili in meno a causa dei maggiori accantonamenti. “Secondo stime prudenti degli esperti”, scrive Fornovo, “il beneficio della moratoria dei mutui potrebbe tradursi per le banche in minori accantonamenti per 150-200 milioni. C’è poi un terzo piccione da prendere [con la singola fava della moratoria]. La moratoria potrebbe servire anche a limitare i pignoramenti delle case ed evitare una caduta del mercato immobiliare in Italia come è avvenuto negli Stati Uniti, dove c’è stato un vero e proprio crollo, dopo il boom delle confische di immobili”. La moratoria non è quindi un gesto filantropico, quanto piuttosto una mossa studiata dalle banche per mettere una pezza alla loro difficile situazione, ed è anche un segno di quanto ancora si temano gli effetti dello scoppio della bolla.

E PER FINIRE…

Dopo avere parlato tanto di mattone e finanza, chiudiamo con una piccola nota di storia dell’architettura: i grattacieli, per dirla un po’ volgarmente, portano sfiga. Lo ha rilevato, seppure con uno stile elegantemente britannico, il Financial Times, constatando che durante gli ultimi cento anni nei periodi immediatamente precedenti alle crisi economiche vi è sempre e regolarmente stato un boom dei grattacieli. Mentre tra gli anni venti e gli anni trenta la torre della Chrysler e l’Empire State Building lottavano per diventare l’edificio più alto del mondo, intorno a loro l’economia crollava. Il World Trade Center è stato completato quando nel mondo iniziava il pesante periodo della stagflazione. In Malaysia, le due enormi Petronas Towers sono state terminate nel 1997, quando si è verificato il crollo dei mercati asiatici. Negli ultimi anni a Londra è stata pianificata la costruzione di decine di grandi torri e, puntuale, è spuntata la crisi. Non osiamo immaginarci, aggiungiamo noi, cosa si debba attendere Milano con i suoi folli progetti di grattacieli di ogni forma, dalla fallica nuova sede della Regione di Formigoni, fino al beffardo Bosco verticale di Garibaldi-Repubblica e all’inedita banana di CityLife. C’è comunque una consolazione, scrive il Financial Times. I periodi successivi alle crisi hanno sempre visto un abbandono degli eccessi della “oligarchitettura” e il ritorno a stili molto più sobri: la crisi degli anni trenta ha portato all’emergere del modernismo, mentre quella della fine degli anni ottanta ha posto fine agli eccessi del postmodernismo. Speriamo quindi che anche il bancointeso-ligrestismo milanese sia ormai prossimo al tramonto.

Nella prossima puntata de “La bolla che deve ancora arrivare” ci occuperemo di vendite di immobili comunali, Piano di governo del territorio, cementificazione del Parco Sud, Expo 2015, aeroporti, social housing e altro ancora

Leggi la prima parte dell'inchiesta qui

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La bolla che deve ancora scoppiare/1

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ImagePubblichiamo un' interessante inchiesta a puntate di Andrea Ferrario che riprendiamo dal sito Milano Internazionale

Prima puntata: Bilancio coi buchi e finanza tossica

Un viaggio in più puntate nella bolla milanese che deve ancora scoppiare: dal bilancio del Comune, ai derivati e al contesto di nuova bolla finanziaria che incombe a livello internazionale, per passare poi ai grandi progetti edilizi in crisi, agli intrecci finanza-mattone e alle bolle prossime e venture del cemento e degli aeroporti.

Milano, inverno 2010/2011: vaste aree della città, da Porta Garibaldi fino alla Fiera e alle aree periferiche, sono cantieri lasciati a metà e abbandonati al completo degrado. Il Comune, dopo la seconda ondata dello scoppio della bolla finanziaria e immobiliare, è rimasto praticamente senza fondi, ma in compenso ha debiti per centinaia di milioni di euro in seguito alla ennesima virata in negativo dei derivati di Albertini. Le banche della città, dopo decine di scambi “azioni a fronte del debito” per svariati miliardi con immobiliari fallimentari sono sprofondate in una voragine di passivi e sono quasi tutte chiuse. Dopo i nuovi tagli apportati dalla Gelmini-bis gli studenti vanno a scuola in classi di 100 alunni ciascuna per due ore al giorno nei soli mesi estivi (non ci sono fondi né per gli insegnanti né per il riscaldamento invernale). Nell’hinterland milanese non c’è ormai più una fabbrica aperta, ma politici e giornali riassicurano: anche questa volta il peggio della crisi è ormai passato. Per la città intanto si aggirano centinaia di camice verdi volontarie: la Lega le ha messe a disposizione dei propri colleghi di governo per proteggere i punti nevralgici del potere politico ed economico dalla rabbia dei cittadini diventati tutti, in base a un decreto padano, dei clandestini. Il sindaco da parte sua ribadisce che l’Expo 2015 si farà e stanzia gli ultimi 100.000 euro in contanti disponibili nelle casse comunali per un maxiconvegno intitolato: “Expo 2015: quali nuove scuse inventarci per produrre la prossima bolla?”… Fantascienza? Sì, ma non poi così irreale come potrebbe sembrare a prima vista. Gli ultimi sviluppi milanesi, e non solo quelli, vanno in una direzione che potrebbe avere esiti non poi così differenti da quelli dipinti sopra.

Cominciamo dal bilancio del comune e dalla bolla finanziaria che in alcuni punti è sull’orlo dello scoppio, in altri viene nuovamente gonfiata. Bilancio: da mesi alcune delle maggiori voci di entrata di Palazzo Marino, e più segnatamente gli oneri di urbanizzazione e gli introiti sulla pubblicità, stanno registrando forti cali, ai quali vanno ad aggiungersi gli effetti sulle casse del Comune della cancellazione della voce di entrata dell’Ici sulla prima casa, voluta dal governo Berlusconi. A luglio è stata messa a punto una prima manovra per tagliare circa 30 milioni dal bilancio comunale 2010. Ma in questi giorni sono arrivate notizie pesanti come macigni per il bilancio da approvare prima della fine di quest’anno. L’Ue ha comminato all’Italia una pesante multa, diventata definitiva, per le agevolazioni fiscali concesse alle ex aziende municipalizzate nei primi tre anni successivi alla loro privatizzazione. Ora le ex municipalizzate dovranno restituire le somme così accumulate in violazione delle normative europee. In particolare la A2A, società controllata dai Comuni di Milano e Brescia, dovrà restituire ben 200 milioni di euro e di conseguenza non sarà in grado di versare alle due municipalità i dividendi previsti. Il Comune di Milano dovrà pertanto tagliare dal bilancio gli 80 milioni di dividendi A2A previsti, una cifra enorme. E a ciò va aggiunto che quasi sicuramente il Comune non otterrà dividendi, a differenza degli anni passati, nemmeno dalla Sea, società di gestione aeroportuale gravemente colpita nei suoi conti dalla crisi di Malpensa. A queste cifre già da capogiro vanno poi ad aggiungersi i 18 milioni di buco della società comunale Zincar, gestita allegramente in assenza di controlli adeguati da parte di Palazzo Marino. Ma non è tutto, alcuni giorni fa è arrivata un’altra notizia pesantissima. Il governo centrale chiede al Comune di Milano di effettuare 380 milioni di tagli al bilancio nel triennio 2009-2011 per rispettare il patto di stabilità nazionale, una cifra enorme, tanto più se sommata agli altri buchi di bilancio. Il tutto si tradurrà inevitabilmente in drastici tagli ai servizi e agli investimenti: dopo anni di privatizzazioni e finanza allegra volute da loro e dai loro amici capitalisti, è un po’ come se gli amministratori ci stessero cantando in coro uno slogan popolare, ma di significato opposto, degli anni ‘70, “pagherete caro, pagherete tutto”. E stiamo già pagando cara anche l’Expo, nonostante finora non sia stato fatto nulla di nulla, a parte le operazioni di immagine, per l’evento previsto per il 2015. L’amministratore delegato di Expo 2015 S.p.A., Lucio Stanca (circa 450.000 euro/anno tra stipendio e bonus), a fine 2009 ha annunciato che la società avrà già un passivo di 11,6 milioni di euro e ha chiesto a Comune e Podestà di rimpinguarne subito le casse con 7,2 milioni di euro. Il secondo nicchia, il primo si dimostra subito disponibile. Dall’opposizione qualcuno fa osservare che magari Stanca potrebbe anche spiegare come sono stati spesi quei milioni. Ma è una domanda retorica: è noto a tutti che le lotte intestine per accaparrarsi poltrone costano sempre care ai cittadini. Che anche questa volta pagheranno caro, pagheranno tutto.

Al quadro generale vanno poi aggiunti i derivati del Comune e della Regione (si vedano in merito i nostri articoli Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano e L’allegra Milano della bolla), riguardo ai quali non vi sono da registrare recenti novità, anche se le indagini della magistratura proseguono, ma che continuano a pendere su Milano e la regione come una pesantissima spada di Damocle fatta di centinaia di milioni di finanza tossica. A proposito di derivati va osservato che a livello internazionale si sta sempre più chiaramente profilando la formazione di una nuova bolla finanziaria, che va ad accavallarsi con quella precedente, ancora per la massima parte non smaltita. Milano, in quanto principale centro finanziario italiano, ne è pienamente coinvolta. All’argomento hanno dedicato una serie di articoli i quotidiani La Stampa e il Corriere della Sera. Nell’articolo pubblicato il 5 ottobre dalla Stampa, gli autori Luca Fornovo e Gianluca Paolucci rilevano che nel solo scorso mese di luglio le cartolarizzazioni a livello globale sono state di 49 miliardi di euro, contro i 54 miliardi del luglio 2008 (poco prima del crac Lehman) e i 51 miliardi del 2007 (alla vigilia della crisi dei subprime). Stanno riprendendo anche le emissioni dei tossicissimi Abs (asset backed securities, titoli garantiti da prestiti), come testimoniato dalle recenti emissioni miliardarie di Volkswagen, Tesco e Lloyds. Rincara la dose Federico Fubini sul Corriere della Sera: “già quadruplicato fra il 2003 e il 2008, il valore nominale dei derivati esistenti ha continuato a crescere dalla seconda metà del 2008 alla prima metà del 2009. I più diffusi, quelli sui tassi d’interesse, sono passati da un valore nominale di 403 mila miliardi nella seconda metà del 2008 a 414 mila miliardi alla fine di giugno del 2009. I “cds” [credit default swap] sono la sola classe di derivati in calo sul 2009, ma a un valore nominale di 31.223 miliardi di dollari (circa la metà del prodotto lordo della Terra). A metà 2009 l’ammontare totale dichiarato del nominale su derivati esistenti era a 445.312 mila miliardi di dollari, più o meno nove volte più del Pil del mondo (dopo essere sceso appena solo nella seconda metà del 2008). A copertura dai rischi sul petrolio, sui tassi o sulle valute, i derivati Otc vengono usati dal 94% delle imprese dell’indice Fortune 500, le più grandi del mondo in tutti i settori”. Gli Otc (over the counter) sono titoli “creati e venduti bilateralmente fra privati senza passare per una Borsa e i suoi strumenti di regolamento e compensazione delle transazioni”. Per questo nessuno in realtà sa quanti siano i derivati Otc in circolazione. E in fatto di cartolarizzazioni le banche italiane non rimangono indietro: nell’ultimo anno e fino a oggi hanno cartolarizzato poco meno di 100 miliardi di euro di mutui e altri crediti, con Unicredit (oltre 27 miliardi) e Intesa Sanpaolo (oltre 24 miliardi) in prima fila. Gli autori dell’articolo della Stampa così spiegano le caratteristiche che hanno oggi queste operazioni: “Prima i titoli emessi venivano venduti ad investitori istituzionali, che a loro volta li rimpacchettavano e li rivendevano in altre forme, all’infinito, con i risultati che abbiamo visto. Adesso è la banca stessa che li riacquista, per darli in garanzia alla Bce a fronte di nuova liquidità. [...] Nel momento in cui la Bce interrompesse il meccanismo, o questi titoli vanno sul mercato, agli investitori istituzionali, oppure ci sarà una nuova crisi di liquidità”. Oltretutto, “nessun può impedire che gli investitori istituzionali ‘reimpacchettino’ all’infinito quei mutui fino a ricreare i meccanismi che hanno portato alla moltiplicazione di liquidità non sostenuta dai depositi che ha messo in ginocchio la finanza”. Qualcuno osserva che i titoli emessi ora hanno un “rating elevato”, ma va sottolineato che da una parte anche in passato era così e che nulla è stato cambiato nei meccanismi, dimostratisi inefficaci, del rating e che dall’altra, come nota Elio Lannutti, dell’associazione dei consumatori Adusbef, “con la crisi che c’è parlare di prestiti di buona qualità appare un paradosso”. Ma arrivano a dare cedole anche dell’8%: l’importante è incassare ora senza curarsi della bolla che scoppierà, la stessa filosofia che ha portato alla crisi attuale.

Che l’attuale apparente “ripresina” sia pericolosamente gonfiata lo testimonia anche quanto constata ancora il Corriere della Sera: “continuano a crescere le insolvenze sui prestiti immobiliari, su quelli alle imprese e ai consumatori Usa, ma Jp Morgan ha appena dichiarato un utile netto sul trimestre di 3,6 miliardi di dollari: sette volte e mezzo più di un anno fa”. L’euforia attuale per quella che erroneamente viene interpretata come un’inversione di tendenza, viene smentita, oltre che da quanto abbiamo riferito sopra, anche da altri dati inquietanti: “giovedì scorso nella trimestrale di Citi sono spuntati otto miliardi di perdite sul credito. Venerdì Bank of America ha aggiunto 11 miliardi di cuscinetto contro svalutazioni future”. E secondo il Fondo Monetario Internazionale “il processo di riconoscimento delle perdite sul credito e sui titoli cartolarizzati non è ancora neanche a metà: secondo il Fondo le svalutazioni già effettuate dagli istituti sono di 1.300 miliardi di dollari, ma quelle da portare alla luce arriverebbero a 1.500″ e in due anni di crisi gli Usa hanno coperto appena il 60% del percorso, mentre l’Europa è messa addirittura molto peggio, con solo il 40%. Anche a livello italiano ci sono segnali preoccupanti. Come segnala La Stampa il 17 ottobre: “mercoledì scorso [14 ottobre] due emissioni del gruppo bancario Unicredit sono state messe ’sotto osservazione’ da parte di Moody’s, mentre erano già state declassate in maggio da Standard & Poor’s”. Se finora le cartolarizzazioni italiane hanno tenuto, ci sono però oggi segnali di un preoccupante rapido deterioramento. Per esempio, per una emissione da 1,68 miliardi di euro dell’ex Banca di Roma su immobili principalmente di Milano e Roma il tasso di default (insolvenza) è passato dallo 0,62% del gennaio 2008 al 2,74% di fine anno, per salire al 3,20% nel primo trimestre di quest’anno e al 3,4% a luglio. A fronte di questo rapido crescere del tasso d’insolvenza c’è un’altrettanto preoccupante riduzione del fondo di garanzia, che serve a coprire i mancati pagamenti, calato a 12,2 milioni rispetto ai 37,2 del suo target. Per tornare alla bolla globale, invece, va registrato il caso della Cina, la cui ripresa artificialmente gonfiata è in larga parte alla base dei piccoli segni di miglioramento, o piuttosto di freno della caduta, registrati negli ultimissimi mesi dall’economia globale. Il Sole 24 Ore del 16 ottobre richiama l’attenzione sul fatto che nei primi nove mesi dell’anno le banche cinesi hanno messo in circolazione la cifra astronomica di 1.270 miliardi di dollari, “finiti in larga parte sui listini azionari e sul mercato immobiliare gonfiandone le quotazioni”. Il settore immobiliare assorbe ormai il 20% degli investimenti interni del paese e le vendite di case nei primi nove mesi hanno fatto registrare un balzo enorme del 73,4%, con un aumento dei prezzi dell’11% su base annua. Tutti sintomi identici a quelli che hanno portato al recente e non ancora esaurito scoppio della bolla globale.

C’è un altro aspetto particolarmente preoccupante, quello delle crisi di aziende insolvibili, che vengono risolte mediante complessi piani che hanno come esito quello di uno scambio dei debiti con una partecipazione azionaria da parte delle banche creditrici (lo abbiamo già visto nel caso Risanamento in L’allegra Milano della bolla) o l’emissione di maxiprestiti obbligazionari per coprire i debiti in scadenza (cioè apertura di nuovi debiti per coprire vecchi debiti in presenza di una situazione di insolvenza!). In entrambi i casi si ha un ulteriore e ingente invischiamento diretto delle grandi banche in situazioni sull’orlo del crack, con il conseguente aumento del rischio complessivo per il sistema finanziario. Vale la pena di citare a tale proposito il caso di Telco, la società “cassaforte” che controlla il 24,5% di Telecom Italia e che entro tre mesi dovrà restituire 2,6 miliardi di euro di debiti. Ad aprile Telco ha chiuso i conti con 1,66 miliardi di euro di perdita (anche in conseguenza della svalutazione della partecipazione in Telecom Italia) ed è stata costretta a coprirla abbattendo il capitale nonché azzerando le riserve patrimoniali, con la conseguenza che non dispone di risorse per rimborsare i 2,6 miliardi di euro di debiti. Per risolvere la situazione le strade (alternative al fallimento) sono due: o un costoso aumento di capitale, o l’emissione di un maxibond. Secondo il Corriere della Sera si starebbe optando per la seconda soluzione. Gli azionisti di Telco coinvolti nella più che complessa situazione sono due banche, Intesa e Mediobanca, un’assicuratrice, Generali, e due grandi aziende, Benetton e la spagnola Telefonica.

C’è poi un altro maxibond di cui è il caso di parlare, quello da 1 miliardo di dollari fatto sequestrare dalla magistratura milanese. Era stato emesso da una società inglese costituita appena il giorno prima dell’emissione stessa e dal capitale dichiarato di 50 miliardi di sterline, di cui però solo due versate (non due miliardi, ma due [2] sterline!). Una banca vera e “primaria” come il Credit Suisse lo aveva trasmesso a un’altra banca altrettanto vera, la Banca Mediolanum, e, come scrive il Corriere della Sera: “sarebbe potuto essere usato come robusta garanzia per ottenere dalle banche ingenti finanziamenti, o come sponda per negoziare altre operazioni”. Un altro sintomo di come la finanza tossica sia ancora viva e vegeta e trovi facili canali nel circuito bancario. E un episodio inquietante che va ad aggiungersi a quello misterioso del sequestro di obbligazioni per 131 miliardi di dollari (forse false, ma la vicenda non è ancora stata chiarita ed è oggetto di svariate teorie cospirazioniste) sequestrati a giugno a Chiasso a due giapponesi e a quello altrettanto misterioso del sequestro di bond americani per 180 miliardi di dollari sequestrato in agosto a Malpensa a due filippini, cifre in grado di provocare un terremoto nella finanza globale (si veda il relativo articolo del Corriere della Sera).

Nelle prossime puntate de “La bolla che deve ancora arrivare” ci occuperemo di CityLife, gruppo Ligresti, Risanamento, Pedemontana, valutazioni degli immobili, Piano generale del territorio, Piano casa, aeroporti e altro ancora.

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Seregno – Vicenda Vastarredo: a che punto siamo? La responsabilità politica del Gavazzi

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A più di due mesi di distanza dai nostri articoli del 5, 8 e 9 maggio torniamo a parlare delle forniture “Vastarredo”, non perché ci siano delle novità in proposito, ma proprio perché delle novità non ci sono.
E anche questa è una notizia.
Il silenzio con cui è stata avvolta la vicenda è un ulteriore conferma che avevamo visto giusto.
Un silenzio che è calato nonostante il vicesindaco Gavazzi abbia affermato nel consiglio comunale del 12 maggio 2009 che avrebbe fornito sulla questione “due paginette fitte fitte di risposte”.
Ad oggi queste paginette non le ha viste nessuno, né è stata consegnata tutta la documentazione, relativa alle determine da noi segnalate, ai consiglieri di opposizione che ne avevano fatto richiesta.
Riassumiamo in sintesi le evidenti anomalie che avevamo segnalato rispetto alla fornitura di giochi per parchi, arredi e arredi scolastici, in particolare per le scuole Rodari di Seregno tutte affidate a Vastarredo o a società del gruppo.
Valore complessivo delle forniture €414.731, 2.
Intervallo temporale: dal 12/03/08 al 29/01/09.
In particolare avevamo osservato che:
- in nessuno dei casi è stata fatto un bando di gara;
- che in tre casi si è proceduto con gara a trattativa privata invitando aziende in cui si sospetta che il “core business” sia diverso da quello oggetto della fornitura. In uno di questi casi sono state invitate due aziende dello stesso gruppo Vastarredo: Illsa e Ipa Play;
- che anche nei tre casi in cui si è proceduto a gara a trattativa privata, invitando di volta in volta cinque aziende ,al comune di Seregno è sempre giunto un unico preventivo;
- che la fornitura per arredi scolastici, in particolare quelle per le scuole Rodari, assegnata direttamente a Vastarredo per complessivi € 278.044,13 è stata suddivisa in tre lotti.
- che questa assegnazione per una cifra notevole è avvenuta senza gara, né a trattativa privata né in altro modo.
- che in nessuno dei casi citati era attiva una convenzione Consip.
- che tutti gli acquisti sono stati fatti con la procedura dell'acquisizione di beni e servizi in economia.

L'unica difesa proposta dal Gavazzi è stata, come ha ripetuto in consiglio comunale, sui giornali e sul sito web del comune di Seregno, che:
“Tutte le forniture oggetto dell’articolo di Infonodo sono state fatte secondo quanto previsto nel Regolamento per l’acquisizione di beni e servizi in economia (N.d.R. approvato con delibera di Consiglio comunale n. 133 del 02.11.2004). Quindi il sospetto avanzato dal sito di una procedura scorretta o ‘viziata’ è del tutto falso.”.
E allora noi siamo andati a leggere il regolamento del comune di Seregno e la legge sugli appalti della pubblica amministrazione a cui fa capo.

E qui qualche novità anche sostanziosa è emersa.

Bisogna premettere che il ricorso agli acquisti in economia (non inganni il nome, a volte questo tipo di procedura non è per niente economica per le casse del comune), è disciplinato dalla legge.
Legge e Codice degli appalti che elencano “tassativamente le ipotesi che permettono di eseguire i lavori pubblici con procedure semplificate in economia. Tutte dipendono da fattori straordinari (quali l’evento imprevedibile, la sicurezza, la gara deserta o la risoluzione del contratto per inadempimento)”.

E già qui partiamo male.

Escluse dai fatti le ultime due ipotesi, la gara non può essere andata deserta visto che non c'è stata nessuna gara, rimangono l'imprevedibilità e la sicurezza.
Quest'ultima è da intendersi non in senso generico ma come minaccia verso cose o persone. E anche qui non ci siamo.
Per quanto riguarda l'imprevedibilità, si può sostenere che la sostituzione degli arredi scolastici con tanto di riferimento a capitolato di spesa già disposto nel bilancio preventivo sia un evento imprevedibile?

Ma continuiamo.

La legge prevede che : “Nessuna prestazione avente carattere unitario può essere artificiosamente frazionata”. Ricordiamo che nella determina DT 734/2008 la fornitura di arredi scolastici affidata alla Vastarredo per complessivi € 278.044,13 è stata frazionata in tre lotti.
E qui qualcuno dovrebbe spiegare il perché del frazionamento in lotti (scuole materne, primarie e secondarie), non per indire tre gare d'appalto o affidamenti separati ma per essere poi riuniti e dati alla stessa ditta, la Vastarredo appunto.

Per evitare pastette la legge prevede che: “ L'affidamento dell'acquisto di forniture si realizza mediante trattativa privata previa gara informale/ufficiosa da esperirsi nel rispetto dei principi di trasparenza, uguaglianza, imparzialità, concorrenza e alternanza tra almeno cinque soggetti ritenuti idonei e qualificati.”.
E' “concorrenza” invitare due aziende appartenenti allo stesso gruppo? Vedi DT 598/2008.
E riguardo all'”alternanza e alla idoneità e qualifica dei soggetti invitati”, anche qui tutto a posto? Vedi articoli del 5, 8 e 9 maggio.

Abbiamo poi notato, a seguito dell'attenzione pubblica posta sulla vicenda, un certa presa di distanza da parte del Gavazzi dalle decisioni prese dai dirigenti del comune.
Certo è vero che la responsabilità di ogni singolo atto o determina ricade sul dirigente che la firma, ma è anche vero che esiste una responsabilità politica.
E non stiamo parlando di una generica responsabilità politica di una giunta o di un assessore, ma di una responsabilità politica chiara certa ed identificabile.
E qui veniamo al nocciolo della questione.
Secondo il “Regolamento per l’acquisizione di beni e servizi in economia” del comune di Seregno, quello che il Gavazzi ci tiene a fare sapere che è stato approvato nel 2004 e quindi sotto la giunta di centrosinistra, il limite per l'acquisto di beni in economia è di € 20.000.
E allora come è possibile la determina che assegna a Vastarredo la fornitura per arredi scolastici per € 278.044,13 (iva inclusa), anche divisa in tre lotti di rispettivamente:
€ 36.839,09 , € 236.403,76 ,€ 4.801,28?

E' possibile perché con delibera del consiglio comunale n. 146 del 09.12.2008 la soglia dei € 20.000 è stata innalzata fino al limite di legge di € 206.000 (iva esclusa).

Vediamo i tempi che sono importanti.

Il 10/10/2008 il dirigente del servizio manutenzioni del comune di Seregno scrive la determina in cui si propone di acquistare arredi scolastici per € 278.044,13 tramite Vastarredo, facendo riferimento ad un regolamento comunale che pone il limite di spesa a € 20.000. Due mesi dopo il consiglio comunale approva il nuovo regolamento per gli acquisti che di fatto renderà possibile e pubblicabile la determina “Vastarredo”. Cosa che avverrà infatti il 29/01/09.

Andiamo adesso alla seduta del consiglio comunale di Seregno che ha modificato in maniera significativa il “Regolamento per l’acquisizione di beni e servizi in economia”.

Martedì 09/12/08, nevica, il Natale è vicino. E' tempo di regali.

Dopo una breve introduzione dell'assessore competente Potenza, e le domande di consiglieri di opposizione e maggioranza, la parola passa al Gavazzi che così inizia:
“Ricevo delega stasera dall’Assessore Potenza, perché la maggior parte di questo regolamento viene in una direzione ben precisa.”.
E poi continua: “ Allora, al di là della sovranità del Consiglio, che è quello che decide, per amor del cielo”.
Sarà anche così “per amore del cielo”, certo che già da due mesi in comune si compivano atti amministrativi che sarebbero stati resi possibili solo dalla modifica del Regolamento che era in discussione quella sera.

E qui sul rispetto verso l'autonomia e sovranità del consiglio comunale, che traspare da questa vicenda, ci sarebbe qualcosa da dire. Ma è evidente che la difesa della dignità di ogni singolo consigliere, non importa se di minoranza o di opposizione spetta solo a lui stesso.

Dopo questo incipit il Gavazzi si addentra nella questione, (ricordiamolo stiamo parlando della modifica del “Regolamento per gli acquisti di beni e servizi in economia”), parlando del costo del Babbo Natale di cioccolato comprato al nipotino, del prezzo della pizza margherita, del prezzo di una cena al “por Crist cras” (traduzione=ristorante per poveri) . Il tutto per dimostrare che da quando l'euro ha sostituito la lira i prezzi sono raddoppiati. (Consigliamo la lettura integrale del verbale, per avere un pieno godimento della retorica gavazziana).

Ricordiamo che il Regolamento è del 2004, quando cioè da oltre tre anni era in circolazione l'euro e osserviamo che per passare da 20.000 a 206.000 non basta raddoppiare occorre decuplicare.
Alla fine il Gavazzi tratta anche la questione dei bandi di rilevanza europea e la tratta così:
“La Provincia sta applicando a tutte le gare l’economicamente vantaggioso e mi sono fatto dare tutti i capitolati anche con i calcoli dei sub-criteri, perché per esempio quando tu fai una gara, nella gara puoi introdurre questi sub-criteri che gli dici quello che dicevo prima per evitare la Concettina, o per evitare, siccome sono ad apertura europea, che ti arriva anche la Concettina che si è trasferita in Belgio e adesso si chiama Concettina Lo Cascio di Belgio e te la ritrovi qui. Questo, signori, va evitato.”.

Un bando diventa di rilevanza europea per importi superiori ai
€ 206.000. In questo caso il bando deve avere pubblicità a livello comunitario e possono partecipare tutte le aziende della comunità europea.
Il lotto più grande della fornitura Vastarredo è come già detto di € 236.403,76, tolta l'iva, € 197.000.
Novemila euro giusto sotto il tetto dei 206.000.
Se la fornitura non fosse stata divisa in tre lotti avremmo avuto un appalto per € 231.703 (iva esclusa). In questo caso il bando di gara europeo sarebbe stato obbligatorio.

Allora ammettiamo anche per assurdo che gli arredi scolastici ecologici della Vastarredo tanto apprezzati dall'amministrazione di Seregno non abbiano uguali in Italia. Ma è vero anche per l'Europa intera?

A bucare il velo di silenzio che ha avvolto la vicenda noi ci proviamo. A chi ha avuto la pazienza di seguire il filo del discorso e leggerci fino a qui, un ringraziamento.

Per chi vuole approfondire la questione diamo alcuni link:

DT 734/2008 Fornitura arredi per le scuole”. Quella grossa da 278.044 euro assegnata a Vastarredo.

DT 511/2008 Fonitura, posa e montaggio di gioco componibile da installarsi presso il Parco "caduti di Nassirya

DT 69/2008 Fornitura e posa di arredi per uffici della polizia locale

DT 345/2008 Fornitura di arredi e complementi da installarsi presso le scuole dell'infanzia, primarie e secondarie del territorio comunale

DT 903/08 Fornitura di arredi ed attrezzature per adeguamenti d.lgs n. 81/2008 ex d.lgs n. 626/92

DT 589/2008 Fornitura di giochi e complementi da installarsi presso il giardino comunale di via Alfieri. Quella in cui sono state invitate due aziende dello stesso gruppo Illsa e Ipa Play.

Verbale consiglio comunale 12/05/09

Verbale consiglio comunale 09/12/08. Da leggere per apprezzare la retorica gavazziana.

Nuovo Regolamento per l'acquisizione di beni e servizi in economia, così come modificato in data 09/12/08.

Vecchio Regolamento per l'acquisizione di beni e servizi in economia approvato con delibera di Consiglio comunale n. 133 del 02.11.2004.

Per il Codice degli appalti, basta digitare su google “codice appalti”.
es.: http://www.altalex.com/index.php?idnot=34016

** Siamo stati informati dai legali di Vastarredo S.r.l. che alcuni concorrenti dell'azienda hanno usato questo articolo per mettere in cattiva luce l'operato della società da essi rappresentata. Noi riteniamo che questo atteggiamento sia scorretto, perché viola la Licenza Creative Commons che non prevede un uso commerciale degli articoli del nostro sito, e perché i nostri articoli su Vastarredo riguardano solo ed esclusivamente una vicenda occorsa a Seregno e in questo contesto vanno letti. Ci teniamo inoltre a sottolineare che non abbiamo mai voluto sollevare dubbi sulla qualità dei prodotti Vastarredo.

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