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Carcere di Monza: due suicidi tra i detenuti e l'impotenza dei lavoratori

comunicato stampa fp cgil lombardia-fp cgil monza e brianza
 
 Oggi per il mondo carcerario lombardo, e brianzolo in particolare, è una giornata decisamente drammatica.
 
Ben due detenuti, a poche ore di distanza, si sono tolti la vita nel carcere di Monza. Il primo impiccandosi in infermeria, presumibilmente attorno alle ore 5,00. Il secondo è stato trovato dagli agenti penitenziari a terra attorno alle ore 11,00, per aver sniffato gas dal fornelletto in dotazione. Nonostante gli sforzi del personale penitenziario per salvarlo, non ce l’ha fatta.


Innanzi tutto, come Fp CGIL Lombardia e Fp CGIL Monza e Brianza esprimiamo le nostre condoglianze a cari e  parenti dei due uomini. E solidarietà ai lavoratori che devono far fronte anche a questi casi estremi.
 
“Siamo enormemente dispiaciuti per questi drammi umani che noi agenti penitenziari non riusciamo a intercettare per tempo e che ci mettono di fronte alla nostra impotenza – commenta Calogero Lo Presti, coordinatore Fp Cgil Lombardia -. Lavoriamo in condizioni difficili, pesanti e al contempo con soggetti delicati. Lavoriamo con senso del dovere e responsabilità e tanto più è per noi mortificante registrare la perdita di vite umane. Purtroppo queste situazioni pesanti portano molti agenti a serie depressioni, e anche noi avremmo bisogno di supporto per gestire disagio e stress. L’Amministrazione dovrebbe riflettere ad ampio raggio sulle modalità organizzative del sistema carcerario”.
 
“Da molto tempo abbiamo sollevato la cronica mancanza di personale del carcere di Monza (cui mancano circa 70 agenti penitenziari e ha un sovraffollamento di oltre 200 detenuti), come del resto è per gli altri istituti lombardi e del paese – aggiunge Michele Giandinoto, segretario Fp Cgil Monza e Brianza –. Molti agenti sono assorbiti a svolgere le attività amministrative. Magari per questi due casi specifici non molto sarebbe cambiato. O forse sì. Quello che è certo è che i lavoratori sono sempre più in difficoltà. E così non si può andare avanti”.
 
 
23 marzo 2017

Affollamento carceri - Meno pallone e più celle: addio al campo di Opera

di Luca Fazzo da il Giornale

Pallone addio, servono celle. D’altronde cosa era FreeOpera, la squadra di calcio dei detenuti di Opera, se non - a partire dal nome- il paradosso di un impossibile progetto di evasione, per via sportiva, dalla routine carceraria? Così si prende atto dell’ineluttabile. La squadra è sparita da un pezzo, adesso sparisce anche il suo campo. D’altronde il carcere in fondo a via Ripamonti scoppia, ancor più di San Vittore. Bisogna allargarlo, e stavolta ci sono i soldi per farlo. Oltre i soldi però serve lo spazio. E l’unico spazio disponibile è quello del campo da pallone. Per cui ecco la decisione; dove finora i detenuti si sfogavano inseguendo un pallone, stanno arrivando ruspe, impalcature, calcestruzzo. Dove si incrociavano dribbling e cross, sorgerà una nuova ala del grande penitenziario, destinata a ospitare 400 detenuti in più. Per giocare a pallone, si ritaglierà forse da qualche parte uno spazio per un campo da calcetto. Roba da poco.

Nelle ultime statistiche sull’affollamento carcerario, diffuse dalla presidenza della Corte d’appello il mese scorso, la situazione di Opera è fotografata connettezza: 911 posti disponibili, ma1.285 detenuti effettivi, pari al 41,1 percentoin più della capienza. Una situazione ancora peggiore di quella di San Vittore, chesi ferma a un 29 per cento di sovraffollamento.

Certo, Opera è un carcere più moderno, e alla ressa non si aggiunge il peso delle strutture fatiscenti. Ma intervenire era inevitabile, anche perché l’Italia si trova a fronteggiare il rischio di sanzioni da parte dell’Unione Europea se continuerà a non garantire lo spazio minimo vitale a ogni detenuto. Così sta prendendo il via il progetto di ampliamento già contenuto nel «piano carceri» all’epoca del commissario straordinario Angelo Sinesio.

Del piano fa parte anche la ristrutturazione dei due bracci di San Vittore chiusi ormai da quasi dieci anni, il secondo e il quarto, a lungo dati per irrecuperabili e invece destinati a tornare a nuova vita: il cantiere è destinato ad aprire tra non molto, aumentando il numero dei posti letto, e - effetto collaterale - chiudendo forse definitivamente l’interminabile dibattito sulla chiusura di SanVittore.

La casa circondariale di piazza Filangieri resterà al suo posto per sempre, fino a quando la giustizia non inventerà un rimedio più umano della galera per mantenere l’ordine pubblico. I 400 posti che sorgeranno a Opera sull’area del campo da calcio non saranno destinati a detenuti di massima sicurezza. Del resto nel piano carceri i detenuti ad alto rischio verranno destinati soprattutto nelle strutture apposite in corso di realizzazione in Sardegna, a Sassari e Cagliari.

A Opera il reparto del cosiddetto 41bis resterà aperto, anche per appoggiarsi al centro clinico, ma con i numeri attuali. Addio, invece, agli ultimi emuli del Free Opera, utopia di libertà scontratasi con la dura realtà: anche perché in alcune inchieste è emerso che qualcuno dei reclusi approfittava di quei minuti in braghette corte per scambiarsi messaggi e accordi con i vecchi compari .

Monza - I detenuti costretti a scendere dai blindati in mezzo alla gente

di Riccardo Rosa da il Corriere della sera

MONZA Costretti a «scaricare» i detenuti in mezzo alla strada. Protesta degli agenti di polizia penitenziaria del carcere di via Sanquirico, dove prestano servizio circa 300 uomini. A dare fuoco alla miccia è stata la decisione del Tribunale di non permettere più ai blindati di completare nel cortile interno le operazioni di traduzione dei detenuti. Sembra infatti che per problemi di sovraffollamento, il servizio dovrà essere svolto fuori: ieri pomeriggio proprio davanti all’ingresso principale, dove il via vai di gente, fra avvocati e utenti, è costante.

«Stiamo vivendo una situazione paradossale — spiega il sindacalista Calogero Giunta, delegato di Uil Penitenziaria —. Siamo costretti a far passare i detenuti in manette fra gente comune, creando una situazione di forte pericolo per noi, per i passanti e anche per gli stessi detenuti». Le ragioni di questa decisione sarebbero da ricondurre alla condizione di costante sovraffollamento del posteggio interno, peggiorate recentemente anche a causa di un cantiere per la riqualificazione del tetto. Dallo scorso febbraio il presidente del Tribunale aveva disposto che la sosta dei blindati fosse limitata al tempo necessario per la discesa dei detenuti.

Monza - Le guardie penitenziarie: «Costretti a pagare per l’alloggio nel carcere»

di Riccardo Rosa da la Repubblica

MONZA Quaranta euro la singola, ottanta la tripla. Sembrano tariffe di un hotel, ma in realtà è l’affitto mensile che gli agenti della polizia penitenziaria potrebbero essere costretti a pagare per dormire negli alloggi di servizio della caserma. La nuova disposizione diramata a livello regionale ha fatto perdere la pazienza agli agenti del carcere di Monza in via Sanquirico, che hanno preso carta e penna per scrivere ai capi Dipartimento della direzione amministrativa penitenziaria di Roma e al Provveditore regionale. Una lettera di fuoco in cui hanno messo nero su bianco tutta la loro frustrazione per una situazione definita «assurda ». «Siccome lo Stato non sa più dove trovare soldi — dichiara Domenico Benemia, segretario regionale Uil di polizia penitenziaria —, ha deciso che era arrivato il momento di farci pagare l’affitto della stanza».

Il carcere di Monza impiega 350 agenti: di questi, quelli interessati dal provvedimento sono un centinaio. Oggi in parte dormono in una caserma di tre piani all’interno del perimetro carcerario e in parte nella vecchia caserma Pastrengo di via Lecco. Tariffe ufficiali non ne sono state ancora comunicate, ma le prime informazioni in merito dicono appunto un affitto di 40 euro per la singola e di 80 per la tripla. Tuttavia, ciò che ha fatto veramente infuriare gli agenti monzesi non è stata tanto la richiesta economica, ma le condizioni degli alloggi. «Versano in condizioni disastrose — aggiunge il segretario —, soprattutto quelli interni al carcere, dove il riscaldamento non funziona e piove acqua e che senza interventi di ristrutturazione sono praticamente inutilizzabili ». All’orizzonte, però, non sembrano esserci stanziamenti in questo senso. Così come non sembrano essercene per tutte le altre richieste avanzate in questi mesi. Una su tutte una manutenzione puntuale dei mezzi, alcuni dei quali molto vecchi e in condizioni precarie. «Rischiamo di rimanere per strada, sarebbe imbarazzante. E poi ci sono gli straordinari non pagati e le scarpe dobbiamo comprarcele da soli».

La tenuta stradale dei furgoni è fra l’altro messa a dura prova dalle condizioni dell’asfalto del viale che conduce al carcere, ridotto a un percorso di guerra lungo il quale gelo e pioggia hanno scavato veri e propri crateri. Lo scorso gennaio il problema era stato segnalato all’amministrazione comunale, ma per ora non è successo nulla. «Abbiamo rischiato di spaccare le gomme di un blindato — aggiungono gli agenti —. Una sola costa ben 2 mila euro, non ci sembra il caso di sprecare soldi così». E il pericolo non vale solo per gli agenti, ma anche per avvocati e assistenti sociali che quotidianamente frequentano il carcere per motivi di lavoro. Agli alloggi fatiscenti e ai mezzi di trasporto mezzi rotti, si somma poi il cronico problema di sovraffollamento della casa circondariale. I livelli di qualche anno fa, quando una struttura progettata per accogliere circa 400 detenuti ne ospitava più di 700, sono passati, ma la situazione resta comunque critica. «Il problema si è parzialmente attenuato — conclude Benemia —, ma comunque contiamo sempre 600 detenuti».

Monza - La musica del carcere, un album con otto brani registrato da cinque giovani detenuti

di Giacomo Valtolina da il Corriere della sera del 21/10

MONZA Oltre alle sbarre sulle finestre e alle porte blindate, quando Manolo entra nella piccola stanza ecco computer, scheda audio, microfono e asta: una sala di registrazione atipica. In prigione. Tutto è pronto, lui non si scompone, one-two-three-four, buona la prima: «Schiaccio il tasto play per andare avanti», «Vado a un party, senza robe illegali ché non ne posso più», «Voglio stare sempre fuori», «Se ti ritrovi darai il meglio del meglio». Sembrano parole scritte da assistenti sociali ed educatori, invece sono farina del suo talentuoso sacco. Manolo, poco più di vent’anni, sudamericano, dentro per reati minori con ancora lunghi mesi da scontare. La sua traccia funziona subito, la intitola Carpe diem, verrà scelta per aprire un album hip hop composto da giovani detenuti del carcere di Monza: Potere alle parole lab è il nome del «disco», otto pezzi ascoltabili in streaming su Soundcloud. «E pensare che l’idea di registrare è nata dal nulla, vista la quantità di materiale che i ragazzi tiravano fuori».

Chi parla è il rapper cosentino Kiave, 33 anni, protagonista di una serie di dieci workshop nella prigione brianzola con l’associazione «Il razzismo è una brutta storia » su storytelling ed espressione creativa, sostenuta da Feltrinelli e fondazione Cariplo. Kiave, all’anagrafe Mirko Filice, non poteva sapere che gli sarebbe servito tutto il suo bagaglio di esperienze, dalla Pedagogia imparata all’università ai tecnicismi da fonico, suo mestiere originario. «Alla prima riunione c’erano 40 detenuti di tutte le età, poi le lezioni sono state seguite da uno zoccolo duro di una dozzina di ragazzi. Ma l’album l’abbiamo realizzato solo con i migliori cinque — spiega —. Lavorare con loro mi ha dato soddisfazione, ma uscire dal carcere mi lasciava amarezza e groppo in gola. Dentro alle prigioni, l’ambiente è teso. Perciò vogliamo farli uscire per un concerto». Quella tensione andava sciolta in rime. «Ho iniziato con lezioni di storia del genere, ascolto del rap italiano Anni 90 (dai milanesi Sangue misto ai romani Colle der fomento) e proiezioni di film: ma che fatica portare dentro anche solo un dvd».

L’occasione è Notorious, pellicola sul noto rapper americano B.I.G. che ha cadenzato le prime note proprio in prigione. «Da allora hanno iniziato a portarmi strofe e ritornelli, alcuni con storie personali durissime». Come quella dell’ecuadoriano Eddy Dannato che ha messo in fila il suo dramma: «Mio padre davanti a me è stato ammazzato»; «Ora la coscienza sussurra il dolore, dopo aver vissuto dei film dell’orrore ». O come Afrosen, francese, che parla della sua «rinascita» fuori dal carcere. «Chiusa la porta, nessuno pensava più alle pene — racconta Kiave —. Forte empatia, tutti rappavano liberi, trovando sfogo». C’è chi ha scritto il pezzo per la fidanzata che lo aspetta fuori e chi chiede scusa ai genitori: «Alla fine è venuto che il bene si sconfigge il male — conclude l’artista —. Troppi rapper per inseguire il successo puntano sulla violenza che fa vendere copie. Ma chi è nato sulla strada sa che è un luogo buio che bisogna illuminare. Non oscurarlo ancor di più».

Monza - La disperazione regna dietro le sbarre. Ogni 5 giorni una ‘protesta estrema’

di Marco Galvani da il Giorno

OGNI cinque giorni un detenuto del carcere di Monza protesta ingoiando chiodi, lamette, pile o procurandosi tagli sul corpo. Nei primi sei mesi dell’anno in via Sanquirico di gesti di autolesionismo se ne sono contati 75. Uno dei dati più alti in Lombardia.

SOLTANTO a Bergamo (82) e Pavia (77) la situazione è peggiore. Un triste primato denunciato dal Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe) che ha fotografato il clima oltre le sbarre.
«L’emergenza non è affatto superata - attacca Donato Capece, segretario generale del Sappe -. Dall’1 gennaio al 30 giugno nelle carceri della Lombardia si sono contati il suicidio di un detenuto, 441 atti di autolesionismo, 54 tentati suicidi, 192 colluttazioni e 56 ferimenti. Bergamo, Pavia e Monza sono le tre prigioni con il numero più alto di atti di autolesionismo, mentre è a San Vittore che ci sono stati più tentati suicidi (9) sventati dai poliziotti. La situazione nelle carceri resta sempre allarmante, nonostante in un anno il numero dei detenuti sia calato di oltre 1.300 unità: dai 9.033 del 31 agosto 2013 si è infatti passati agli attuali 7.718».
Anche la casa circondariale di Monza si è svuotata: mediamente sempre fissa fra 700 e 800 ospiti, l’ultimo censimento della popolazione carceraria conta poco meno di 600 detenuti. Ma «il contesto è assai complicato per il ripetersi di eventi critici - rimarca Capece -. Se il numero dei detenuti è calato, questo è la conseguenza del varo, da parte del Parlamento, di quattro leggi svuota-carcere in poco tempo. Tuttavia l’Amministrazione penitenziaria non ha migliorato le condizioni di vivibilità nelle celle, perché ad esempio il numero dei detenuti che lavorano è irrisorio rispetto ai presenti. Occorre dunque rivedere il sistema dell’esecuzione penale il prima possibile, altro che vigilanza dinamica nelle galere. Serve una nuova guida capace di introdurre vere riforme all’interno del sistema a cominciare dal rendere obbligatorio il lavoro in carcere. Ma devono assumersi provvedimenti concreti: non si può lasciare solamente al sacrificio e alla professionalità delle donne e degli uomini della Polizia penitenziaria la gestione quotidiana delle costanti criticità delle carceri lombarde e di tutta Italia».
marco.galvani@ilgiorno.net

Monza - Legionella in carcere, docce vietate

di Marco Galvani da il Giorno del 13/02

LEGIONELLA in carcere a Monza, vietato usare le docce dell’infermeria. Un problema sanitario scoppiato da oltre un mese e che ha coinvolto un unico detenuto della casa circondariale di via Sanquirico. Da allora, però, «nulla è stato fatto», denuncia Domenico Benemia, segretario regionale della Uil penitenziari.
L’infezione ha colpito una persona che temporaneamente era detenuta nel reparto infermeria dell’istituto. «Appena si è scoperta la patologia, il primo provvedimento è stato proibire l’utilizzo delle docce da parte dei reclusi che dovessero transitare da quel reparto - continua Benemia -. Tuttavia ci saremmo aspettati, nei giorni immediatamente seguenti, un intervento di bonifica che, invece, a oggi ancora non sembra essere stato fatto». Il risultato è che le docce restano chiuse come da un mese e mezzo a questa parte ed «evidentemente il problema non è stato risolto». «Questo è l’ennesima dimostrazione delle pessime condizioni in cui versa l’intera struttura del carcere - critica il sindacalista -, con evidenti disagi anche nell’organizzazione del lavoro». Benemia punta il dito contro «l’assenza di collaborazione da parte della direzione non soltanto nelle trattative sindacali ma anche nell’affrontare e gestire i problemi quotidiani». Anche se la maggior parte dei problemi strutturali è dovuta alla mancanza di fondi ministeriali. Il risultato, però, è che «viviamo e lavoriamo in un istituto che, in certi locali, non è affatto salubre - sottolinea il segretario della Uil penitenziari -. I problemi ci sono all’interno delle celle, nei corridoi, nelle aule didattiche e nei laboratori ma anche nelle camere riservate agli agenti, nel bar e nella mensa». E restano inagibili per le pesanti infiltrazioni d’acqua dal tetto, il teatro, la cappella, la palestra e alcune salette riservate ai colloqui fra gli avvocati e i detenuti. Alcuni interventi di impermeabilizzazione, nei mesi scorsi, sono stati realizzati ma «il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria dovrebbe prevedere lavori definitivi».
marco.galvani@ilgiorno.net

Monza - Mancano agenti, celle aperte tutto il giorno. Esclusi Alta sicurezza e protetti

di Marco Galvani da il Giorno

UN CARCERE «aperto». Dove i detenuti nell’arco della giornata possono entrare e uscire liberamente dalla propria cella, andare da soli ai laboratori o nelle aule scolastiche.
Tecnicamente si chiama «sorveglianza dinamica integrata», in pratica è una vera e propria rivoluzione nella gestione della casa circondariale di Monza. «Le sezioni di via Sanquirico sono in cosiddetto “regime aperto” per i reclusi a media e bassa pericolosità che saranno controllati da un gruppo di agenti di polizia penitenziaria in pattuglia nelle varie aree del detentivo. Oltre al monitoraggio 24 ore su 24 con il sistema di videosorveglianza», spiegano dalla direzione.
Parallelamente dovranno essere anche potenziate le attività di lavoro, sport, culturali, didattiche e ricreative con il contributo dei volontari, degli educatori e degli insegnanti, e sotto la regia del direttore della casa circondariale, Maria Pitaniello. Al momento sono coinvolte due sezioni ma in un prossimo futuro il 75% dell’istituto (6 sezioni in tutto) sarà a «regime aperto», con l’esclusione dei reparti di osservazione, dell’Alta sicurezza, dei protetti e dell’infermeria. Oggi in totale i detenuti sono oltre seicento e gli agenti sono circa 330.

IL NUOVO MODELLO organizzativo ha trovato il consenso degli agenti di polizia penitenziaria permettendo un minore impiego di uomini nella sorveglianza pur non mettendo in discussione i parametri di sicurezza. E certamente, oltre a compensare la carenza di un’ottantina di agenti, il fatto che i detenuti non dovranno più trascorrere le loro giornate rinchiusi nei pochi metri quadrati di una cella, permetterà di rendere meno pesante il cronico sovraffollamento.

ATTUALMENTE è interessato il detentivo maschile ma entro la fine di novembre, quando saranno completati gli interventi di rifacimento del tetto e risolti i problemi di infiltrazioni d’acqua, potrà essere applicato anche al reparto femminile.

SEMPRE IN TEMA di lavori, nel «cortile» del carcere una squadra di operai sta realizzando una sorta di «area pic-nic» per dare la possibilità ai detenuti di incontrare i propri figli all’aperto in estate. La ludoteca al coperto resta comunque operativa per garantire incontri protetti, in un luogo meno grigio di una fredda sala colloqui, e sarà utilizzata d’inverno o quando il meteo non permette di uscire all’aperto. Pochi metri prima della palazzina del detentivo maschile, accanto al campetto da calcio dei detenuti la direzione della casa circondariale ha ricavato un terreno di circa 1.200 metri quadrati. Un giardino dove si svolgeranno i colloqui dei reclusi con figli piccoli che sarà pronto per la prossima primavera.
marco.galvani@ilgiorno.net

Monza - Carcere. La denuncia degli agenti: guasti e disagi è un dramma

di Enrico Dellera da il Giorno

INFILTRAZIONI D’ACQUA in tutto l’istituto, guasti all’impianto elettrico che mettono a rischio la sicurezza dei detenuti e di chi lavora e celle inagibili. Tensione e stress sono alle stelle nel carcere di via Sanquirico. L’ultimo caso è il recente allagamento nella sezione femminile.
«Basta una sciocchezza per innescare la miccia, la civile convivenza può saltare in ogni momento», la constatazione di Domenico Benemia, segretario regionale della Uil penitenziari. E i numeri ne sono la dimostrazione: 746 detenuti in una struttura che potrebbe ospitarne 400, al massimo un centinaio in più.

GLI AGENTI di polizia penitenziaria sono costretti a lavorare in situazioni di grave disagio.
«Qualche intervento è stato completato - spiegano i rappresentanti -, il problema è che noi dobbiamo affrontare una vera emergenza. Serve una programmazione seria e concreta per la manutenzione, altrimenti non si va da nessuna parte». Nel mirino c’è il Governo: «Tutti sanno delle nostre difficoltà, purtroppo i fondi non vengono mai stanziati per questo settore».

NELLE CELLE LO SPAZIO VITALE è ridotto al minimo: «I secchi servono per recuperare l’acqua che cade dal tetto. Alcuni detenuti sono anche obbligati a dormire in piccole brande. Non è poi facile operare in questo modo. È un dramma».
L’atmosfera è tesa. Gli agenti (364, anche se una cinquantina è distaccata in altri istituti) denunciano condizioni di lavoro sempre più complicate e pericolose.
«Si continuano ad aprire sezioni e padiglioni, ma l’organico è fermo al 2001, anzi perdiamo il personale in servizio - attaccano -. I turni sono infiniti, massacranti. È dura garantire la sicurezza. Anche per quanto riguarda gli spostamenti, abbiamo a disposizione mezzi ormai troppo vecchi. Qualche giorno fa è scoppiata la gomma a un furgone che stava arrivando a Monza da Sondrio, per fortuna non ci sono state conseguenze. Se un cittadino dovesse viaggiare con vetture di questo genere andrebbe di certo incontro al sequestro».
enrico.dallera@ilgiorno.net

Carcere di Opera - Camorra, si uccide il capo degli «scissionisti»

da il Corriere della sera

Domenico Antonio Pagano, 46 anni, considerato uno dei capi del clan degli «scissionisti» di Secondigliano (Napoli) e detenuto in regime di 41 bis nel carcere di Opera si è suicidato impiccandosi nella sua cella. Pagano, in carcere dal febbraio del 2011 per scontare 20 anni di reclusione per reati di camorra, il 15 marzo scorso è stato trovato dagli agenti di polizia penitenziaria in fin di vita dopo essersi impiccato alle sbarre della sua cella. Nonostante i soccorsi del 118 e il trasferimento immediato in un ospedale esterno alla casa di reclusione, Pagano, in gravissime condizioni, è morto giorni dopo. Ieri a Casavatore, in provincia di Napoli, si sono svolti i funerali.

Era stato arrestato della squadra mobile di Napoli, a Cicciano, nell’entroterra nolano, il 17 febbraio 2011 dopo un periodo di latitanza. In «clandestinità» si fece fotografare con il calciatore del Napoli Marek Hamsik. Sulla sua morte, come riferisce l’associazione radicale Ristretti orizzonti «è stata aperta un’inchiesta della Procura di Milano. Da inizio marzo, è il sesto suicidio nelle carceri italiane e altri tre detenuti sono deceduti per cause in corso di accertamento». Nel 2013 sono stati 44 i «morti di carcere», di cui 14 per suicidio. «La frequenza dei suicidi tra i carcerati sottoposti al regime di 41 bis —ha sottolineato Ristretti orizzonti— è di 3,5 volte superiore a quella registrata nel resto della popolazione detenuta: ben 39 casi in 21 anni in cui vige il «carcere duro». Quello di Pagano è il sesto suicidio in cella dall’inizio del mese.

Monza - Il rugby sfonda le sbarre del carcere. Lo sport diventa riscatto sociale

di Marco Galvani da il Giorno

«ALL’INIZIO siamo scesi giù pensando che fosse il solito corso, ci siamo andati giusto per avere un’occasione in più di uscire dalla cella, ma poi abbiamo scoperto uno sport bello, che ci dà la possibilità di sfogarci e sentirci più liberi». Per ora sono 18 i detenuti che per due ore alla settimana si allenano a rugby. Un progetto sperimentale, un impegno sociale del carcere, del Rugby Monza e del Grande Brianza Rugby che ha «l’obiettivo di infondere il rispetto delle regole, del compagno e di tutto quello che gravita attorno all’attività che viene svolta», le parole del direttore della casa circondariale, Maria Pitaniello.

UN PERCORSO nato un anno fa, quando «in occasione delle partite dell’Heineken Cup allo stadio Brianteo alcuni giocatori degli Aironi avevano incontrato i detenuti lasciandoli poi con la promessa di rivedersi non più solo per parlare di rugby ma anche per giocare», ricorda Paolo Carcassi, presidente del Rugby Monza.
E così è stato, con la collaborazione degli agenti di polizia penitenziaria, la benedizione di Angelo Bresciani, presidente lombardo della Federazione italiana rugby, della Prefettura e del Comune, e sotto la regia di Leonardo Nazzaro, responsabile delle attività sportive di via Sanquirico. «È una iniziativa che non è stata pensata soltanto per far passare del tempo ai detenuti che altrimenti si annoierebbero - spiega Nazzaro -. Vogliamo trasmettere gli valori dello sport e del rugby in particolare, cercando di fare in modo che questo patrimonio non vada disperso una volta riconquistata la libertà dopo il carcere. Vogliamo che l’ex detenuto possa continuare a coltivare la passione per questo sport, frequentando un ambiente diverso da quello che lo ha portato qui in carcere». Anche questo cercano di fare i due allenatori del Rugby Monza, Alessandro Geddo e Francesco Motta.
Qualche lezione di tecnica è già stata fatta con la squadra di 18 detenuti: «Fra loro c’è anche un ragazzo che aveva giocato nella nazionale giovanile del suo Paese ma, in fondo, tutti hanno bisogno di imparare. Noi siamo qui perché vogliamo farlo, vogliamo aiutarli - racconta Alessandro -. Con il nostro campo così vicino, per noi il carcere è sempre stato le urla dei detenuti per l’acqua d’estate e le proteste per il freddo d’inverno. Non potevamo fingere di non verderli o non sentirli».

IL RESTO sono allenamenti duri che vanno anche oltre le due ore ufficiali: «Ho dato loro il compito giornaliero di fare 100 flessioni e 200 addominali perché si devono tenere in forma», continua Geddo. Anche perché «vogliamo sia un progetto serio e arrivare preparati all’obiettivo di una amichevole fra la squadra dei detenuti e una selezione di giocatori del Grande Brianza Rugby che vorremmo organizzare per questa estate. E poi - auspica Geddo -, sappiamo di altre società che stanno portando avanti lo stesso progetto nelle carceri di altre città: chissà cosa si potrà organizzare in futuro».
marco.galvani@ilgiorno.net

Monza - Tetto del carcere colabrodo: sfollate le celle della sezione Alta Sicurezza

Detenuti trasferiti in altri istituti della Lombardia
 
di Marco Galvani da Il Giorno
 
— MONZA —
POCO PIÙ di un anno fa il nubifragio che allagò mezza Brianza mise in ginocchio anche il carcere. Celle chiuse, a mollo pure la sala dei colloqui con parenti e avvocati, l’auditorium e la palestra. Oggi l’emergenza si ripete. La violenta pioggia che da venerdì ha iniziato a scendere ha fatto riemergere i problemi strutturali della casa circondariale di via Sanquirico. Le toppe messe a copertura del tetto non sono bastate. Tanto che a tarda sera le infiltrazioni d’acqua hanno provocato un corto circuito nella quinta sezione, una delle due dell’Alta Sicurezza. Da quel momento il reparto è rimasto senza luce né acqua. Direzione e agenti hanno tamponato la situazione, predisponendo comunque lo sfollamento d’urgenza di 65 detenuti in altri istituti di pena della Lombardia. Senza contare il fatto che, dopo i disagi dello scorso anno, l’altra sezione dell’Alta Sicurezza, la settima, è agibile soltanto a metà.

E PER QUESTO già negli ultimi mesi la direzione aveva pianificato, insieme con il Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria, una serie di trasferimenti per compensare la chiusura di alcune celle chiuse a causa proprio delle infiltrazioni. «I disagi si registrano anche in alcune sezioni dove sono reclusi i detenuti comuni - segnala Domenico Benemia, segretario regionale della Uil penitenziari -. E l’aspetto più scandaloso della vicenda è che nonostante le ripetute segnalazioni e denunce che abbiamo inoltrato nell’ultimo anno, nulla è cambiato, niente è stato fatto per risolvere il problema». E ancora: «Il tetto del carcere è un colabrodo, gli agenti sono costretti a lavorare in condizioni pietose e insane, le infiltrazioni fanno staccare gli intonaci, c’è grande umidità e un forte odore di muffa». Benemia questa situazione l’ha anche denunciata all’Asl.

HA MESSO nero su bianco i suoi timori per la salute e la sicurezza dei circa 400 agenti che lavorano in via Sanquirico. «Ogni giorno che passa è sempre peggio - continua il sindacalista -, per noi agenti e per i detenuti. Nelle giornate di grande caldo avevamo problemi di approvvigionamento dell’acqua, adesso che inizia la stagione del maltempo l’acqua ci piove dal tetto e non sempre dai rubinetti. Stiamo andando verso l’inverno, confidiamo che si decidano ad affrontare e risolvere i problemi di Monza».
marco.galvani@ilgiorno.net

Monza - L’allarme dei sindacati:«Troppi detenuti Civile convivenza a grosso rischio»

di Marco Galvani da Il Giorno del 19/08
 
— MONZA —
PRIMA era l’indulto, adesso è il decreto «svuota carceri». Ma la sostanza non cambia. Aspirine. In via Sanquirico servirebbe una terapia d’urto. L’emergenza sovraffollamento è diventata routine. Il ministero della Giustizia lo scrive chiaro che la capienza regolamentare è di 387 detenuti. Forse all’inizio degli anni Novanta, quando la casa circondariale di Monza è stata inaugurata per sostituire il vecchio carcere di via Mentana. Oggi i reclusi sono mediamente oltre 700. Una sessantina sono donne, spesso corrieri della droga bloccate all’aeroporto di Malpensa. Quasi la metà stranieri. Non si riesce più a garantire nemmeno la capienza massima tollerabile di circa 600 detenuti. Ci ha provato la direzione del carcere a chiedere periodici sfollamenti, ma è una causa persa. Un problema amplificato pure dalla sessantina di celle chiuse, inagibili per colpa di infiltrazioni d’acqua. Qualche intervento tampone è stato fatto, ma per tappare il tetto colabrodo dell’intero istituto serve una copertura finanziaria da Roma che ancora non c’è. Il tetto, ma anche le caldaie d’inverno e l’approvvigionamento d’acqua d’estate. In via Sanquirico i rubinetti vanno a singhiozzo. Il clima, nelle sezioni, è caldo. Ammassati nelle celle spesso i detenuti protestano. Lo hanno fatto almeno in metà con un simbolico sciopero della fame per aderire all’ultima campagna di denuncia di Marco Pannella. C’è chi segue la strada pacifica, ma c’è anche chi alza i toni dello scontro con gli agenti di polizia penitenziaria.

«BASTA una sciocchezza per innescare la miccia», la constatazione di Domenico Benemia, segretario regionale della Uil penitenziari. Fino a oggi gli agenti hanno subito un paio di aggressioni, prima da un detenuto che pretendeva di fare la doccia prima degli altri, poi da un recluso infuriato perché non c’era acqua. «La civile convivenza può saltare in ogni momento». Soltanto nel 2011 sono state denunciate due aggressioni nei confronti degli agenti a cui però vanno aggiunte i comportamenti di protesta da parte dei detenuti: 11 i tentativi di suicidio, 87 gli atti di autolesionismo e 84 gli scioperi della fame. Si fa il possibile per «distrarre» i detenuti: direzione, agenti, educatori e volontari organizzano numerose attività. Monza è anche uno degli istituti dove gli ospiti lavorano anche per aziende e cooperative esterne. Dagli interventi per il cablaggio delle carrozze della metropolitana alla realizzazione di mobili con la legna del Parco di Monza. E poi i corsi di alfabetizzazione e di italiano per stranieri, le attività di teatro e quelle culturali con la biblioteca grazie al contributo dei Comuni della provincia.

Agenti costretti a viaggiare su mezzi ormai da rottamare
IL NUCLEO traduzioni è in trincea ogni giorno. Udienze, trasferimenti, accompagnamenti in strutture sanitarie. Il lavoro degli agenti che scortano i detenuti all’esterno non ha un momento di tregua come quello dei colleghi che fanno la guardia alle celle. Si spostano ovunque, in tutta Italia. I più fortunati hanno mezzi blindati nuovi. Gli altri si devono accontentare di vecchi Ducato da sfasciacarrozze. I motori hanno sulle spalle centinaia di migliaia di chilometri. Vengono spremuti al massimo. Ma è sempre una roulette. Gli agenti convivono col rischio di rimanere a piedi. È successo diverse volte in autostrada, ma anche negli spostamenti in città. È capitato anche che un mezzo prendesse fuoco nel bel mezzo di viale Cavriga, nel Parco di Monza. Con gli agenti costretti a piantonare il detenuto per strada aspettando la staffetta dei colleghi e il carro attrezzi. Il fatto è che ormai non conviene neanche più portarli dal meccanico. Solo che «non si può continuare a lavorare in queste condizioni - denuncia Domenico Benemia, segretario regionale della Uil penitenziari -. Oltretutto in molti mezzi blindati non funziona l’aria condizionata e in queste settimane di caldo africano le condizioni sono davvero disumane».
marco.galvani@ilgiorno.net

Da San Vittore a Canton Mombello il carcere scoppia di vergogna: in una cella anche nove detenuti

di Pino Casamassima da Il Giorno

MILANO
«SOVRAFFOLLAMENTO delle carceri significa sovraffollamento delle celle, cioè, impossibilità pressoché totale in cella di movimento fisico, d’intimità, di attenzione, rispetto proprio e di chi è concellino (coinquilino strettissimo); un bagno, un rubinetto per sei o nove persone; impossibilità di lettura, studio, scrittura, riflessione; supremazia del rumore addomesticante della tv; l’igiene è un terno al lotto. Sovraffollamento vuol dire anche sovraffollamento del cortile dell’aria, dove ginnastica e calcio sono difficili perché in contrasto con la densità delle persone in piccoli spazi, con l’assenza d’acqua corrente, con i cessi intasati e puzzolenti; vuole anche dire intasamento e ingiallimento spaventoso delle docce».

PAROLE CARCERATE. Parole di chi il carcere lo vive sulla pelle. Parole che escono da San Vittore: quadrilatero della vergogna milanese con i suoi 1600 detenuti per 780 posti. Un sovraffollamento insopportabile con la canicola che questa estate ha reso ancor più drammatica una situazione che, se possibile, conosce di peggio. Cosa c’è di peggio che stare in 6 persone in 8 metri quadrati? C’è Canton Mombello, a Brescia, il peggior carcere non solo della Lombardia, ma di tutta Italia, “grazie” ai suoi numeri : per una capienza massima di 200 detenuti, si arriva a contarne 600. «Delle nostre prigioni, oggi, forse ci vergogniamo» scriveva nel 1975 Michel Foucault nel suo illuminante saggio sulla nascita della prigione. Povero Foucault, se vivesse oggi dovrebbe trovare un sentimento più forte della vergogna: troppo lieve per situazioni che si consumano all’ombra (è proprio il caso di dirlo) della civiltà occidentale più avanzata (progredita è parola grossa). Posizionato nel centro cittadino, Canton Mombello è una struttura salvabile solo in una maniera: la chiusura. Nella provincia che vanta il maggior numero di stranieri di tutta Italia, il carcere riflette una realtà composta da un meticciato di culture ed etnie dalla difficile convivenza. Una situazione da Piombi di Venezia se si scende nel dettaglio dell’igiene, ma non solo. «Come tutti i “politici” – racconta un ex brigatista – ho fatto il mio bel giro d’Italia carcerario, ma il carcere di Brescia è senza dubbio il peggiore». La protesta scoppia ciclicamente nel ventre carcerario della Leonessa d’Italia: l’ultima, per disperazione, è ricorsa allo sciopero della fame, finché sono arrivate le rassicurazioni sui punti più importanti e vitali, anche se per un rappresentante dei detenuti «non cambierà niente». A sostenere la protesta, le famiglie, che senza mezzi termini parlano di lager. «Una parola che non ci piace perché ricorda vicende terrificanti» s’era amareggiata la direttrice Francesca Gioieni nei giorni caldi della protesta, quelli di Caronte, invitando a verificare «lo stato delle carceri siciliane». Austriaci contro Borboni, insomma. «La dottoressa è in ferie – rispondono dal “circondariale” – la sostituisce la dottoressa Lucrezi a Flero». Ma forse, la casa circondariale di Verziano, Nirvana cui aspirano tutti i detenuti ospiti di Canton Mombello, è un’entità metafisica. Impossibile parlare con qualcuno. Manco un agente di passaggio. Oppure è l’intera giustizia a essere andata in ferie. Se ne riparlerà, forse, a settembre, con la ripresa delle attività legislative. Sì, quelle che devono ancora rispondere alle sollecitazioni sulla riforma carceraria rivolte al Parlamento da papa Wojtyla. Dieci anni fa.

Monza - Il carcere è pieno: per quattro giorni i detenuti in sciopero della fame

da Il Giorno

— MONZA —
HANNO raccolto la mobilitazione pacifica lanciata da Marco Pannella per chiedere l’amnistia e risolvere una volta per tutte i problemi strutturali e di sovraffollamento delle carceri. Una protesta di 4 giorni a partire da ieri e che ha visto l’adesione anche nell’istituto di via Sanquirico di 350 detenuti. Sciopero della fame, qualcuno si è limitato a non ritirare il «carrello» ministeriale (cucinando per sé in cella), i reclusi monzesi vivono in un carcere cronicamente in sovraffollamento. Costruito all’inizio degli anni ’90 con una capienza massima tollerabile di 640 persone, oggi conta non meno di 750 detenuti. Una situazione che va a sommarsi al fatto che una ventina di celle sono inagibili per infiltrazioni e che l’acqua esce a singhiozzo dai rubinetti. A questo si aggiunge la carenza d’organico degli agenti di polizia penitenziaria e un parco mezzi ormai vecchio.

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