F35

Aerei F-35, anche il Canada rinuncia “Cari e inadeguati”. Olanda, Australia e Inghilterra tentennano. Solo l'Italia va spedita

di Daniele Martini da il Fatto quotidiano

Per gli F-35 il Canada ci ripensa, l’Italia invece procede come un treno. Si fa sempre più frastagliata la compagine dei paesi interessati al progetto per la costruzione dei cacciabombardieri più costosi di tutta la storia dell’aviazione. Prima di tuffarsi in via definitiva nell’operazione l’Australia, per esempio, vuole riflettere bene e sta prendendo tempo avendo spostato la data definitiva del sì o del no al 2015. L’Olanda che insieme all’Italia dovrebbe partecipare all’assemblaggio del velivolo si trova in una curiosa posizione in cui non è né pesce né carne: il Parlamento ha votato a favore dell’abbandono, ma il governo stenta a tradurre la scelta in decisioni definitive.

In Gran Bretagna tentennano perché non riescono a decidersi su quale versione del velivolo puntare, sulla A tradizionale, B a decollo verticale o C per le portaerei. Tra l’una e l’altra versione ci sono differenze notevoli non solo di prestazioni, ma di costi. Il governo canadese ha deciso di uscire per il momento dalla partita dopo mesi e mesi di polemiche e dibattiti lasciandosi aperta la possibilità sia di un’u lteriore retromarcia sia di un cambio totale di orientamento puntando su un altro tipo di aereo. I concorrenti dell’F-35 prodotto dalla Lockheed Martin non mancano di certo, dall’F-18 di nuova generazione della Boeing al Rafale della francese Dassault al Typhoon Eurofighter di un consorzio di imprese europee di cui fa parte anche Alenia della Finmeccanica.

La scelta canadese è avvenuta considerando i prezzi del velivolo ritenuti troppo cari e sulla base delle performance valutate inferiori alle attese. Sulla decisione hanno influito in particolare due rapporti, uno della Corte dei conti e l’altro della società di analisi Kpmg. In entrambi gli studi venivano contestate le cifre di costo ufficiali e soprattutto quelle relative alla manutenzione. In Italia, invece, l’adesione governativa al progetto resta salda nonostante cresca l’opposizione ad esso a diversi livelli. Secondo quanto riportato dal sito Altreconomia il nostro paese avrebbe già concluso i passaggi preliminari per l’acquisto di 3 velivoli e ne avrebbe opzionati altri 4. La legge di riforma della Difesa potrebbe modificare in extremis questo orientamento perché sposta dalle stanze del ministero alle aule parlamentari la decisione sull’acquisto dei sistemi d’arma. Ma non è ancora chiaro se questo positivo cambiamento valga anche per i programmi in itinere come gli F-35 o solo per i progetti futuri.

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Too big to fail and too big to succeed”, troppo grande per fallire, ma anche troppo grande per avere successo, scrive il New York Times a proposito del programma per i cacciabombardieri F-35 riportando l’opinio - ne dell’analista di un centro strategico di ricerca di Washington. Imbrigliato dalle sue mille contraddizioni interne, il piano per la realizzazione del sistema d’arma più costoso di tutta la storia si impantana sempre più. Secondo il grande giornale americano sono ormai assai tesi i rapporti tra il Pentagono, cioè il committente, e la Lockheed Martin, la grande industria americana che dovrebbe produrre i velivoli. Il Pentagono dimostra perplessità crescenti nei confronti dei costi incerti del programma mentre il presidente Barack Obama è impegnato nella ricerca di risorse per ridurre il deficit senza aumentare le tasse. Lockheed Martin risponde che il Pentagono non sa decidere e tarda a dare il suo ok definitivo.

LA FACCENDAci riguarda da vicino e non solo perché l’Italia partecipa in modo attivo al progetto ed è in pista per l’acquisto di 90 velivoli con una spesa gigantesca, mai quantificata in maniera definitiva perché i costi ballano in continuazione, anche se di sicuro superiore ai 10 miliardi di euro e forse vicina ai 18, come hanno scritto dopo un’at - tenta analisi gli autori di Armi, un affare di Stato (edizione Chiarelettere). Ci riguarda anche perché la tentazione americana potrebbe essere quella di contenere i costi interni facendo crescere la partecipazione degli alleati, a cominciare dall’Italia che in prima battuta si era impegnata a comprare la bellezza di 130 esemplari. Anche se ridotta, la spesa per gli F-35 resta proibitiva per le nostre finanze e politicamente poco sostenibile in un momento di crisi.

ALIMENTATO da decine di organizzazioni pacifiste e religiose, il movimento per l’annulla - mento o almeno per il drastico ridimensionamento del piano per gli F-35 di cui è portavoce Francesco Vignarca, ha superato da tempo il confine di una battaglia minoritaria e di testimonianza. L’affare cacciabombardieri sta diventando uno degli argomenti di punta del dibattito politico. Ieri, per esempio, il presidente dei sindaci, Graziano Del Rio insieme a Gianni Alemanno (Roma), Marco Rossi Doria (Genova), Giorgio Orsoni (Venezia), Piero Fassino (Torino), Alessandro Cosimi (Livorno), Attilio Fontana (Varese), ha chiesto al governo di tagliare altri cinque cacciabombardieri per evitare la diminuzione dei fondi agli enti locali prevista dalla spending review e per modificare il patto di stabilità e l’Imu (l’imposta sulla casa).

Il rappresentante dei piccoli comuni, Mauro Guerra, ha spiegato che “cinque F-35 in meno valgono 1 miliardo di euro”. Nel faccia a faccia tra i candidati per le primarie Pd su Raiuno, il segretario Pier Luigi Bersani, inoltre, ha posto proprio la questione degli F-35 tra i temi centrali di un ipotetico colloquio futuro con il presidente Obama al quale chiederebbe un ripensamento sul programma.

A livello ufficiale la firma italiana per l’ordine dei 90 F-35 ancora non c’è e nel frattempo si è aperto uno spiraglio per rivedere l’intera faccenda. Il Senato ha approvato qualche giorno fa una riforma della Difesa che ridimensiona i poteri del ministro in tema di acquisto di sistemi d’arma e in parte li trasferisce al Parlamento. La legge ora è all’esame della commissione della Camera e prevede che il voto di deputati e senatori sui piani militari di investimento abbia un valore non solo indicativo, ma vincolante. In pratica il nuovo testo corregge in modo sostanziale la legge della fine anni Ottanta che porta la firma del senatore comunista Aldo Giacchè.

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I più arrabbiati sono i parlamentari norvegesi. Quando si sono accorti che il governo aveva fornito stime e dati fasulli per convincerli a dare il via libera definitivo all’ac - quisto del cacciabombardiere F35 Joint Strike Fighter, hanno reagito in modo severo: l’ac - quisto non è stato autorizzato e il programma di partecipazione al più costoso aereo della storia è stato sospeso. Forse ne riparleranno nel 2014 sulla base di analisi più rigorose. I norvegesi non sono soli sulla linea del ripensamento.

Quelli che si sfilano

Molti degli otto paesi che partecipano al megaprogetto dei 3.200 caccia (2.443 solo per gli Usa) stanno riflettendo se il gioco valga la candela. In Italia, invece, sembra che l’acquisto di 131 velivoli con un costo vivo di almeno 15 miliardi di euro fino al 2023 (metà della manovra Monti), debba procedere quasi per forza d’inerzia nonostante molte cose siano cambiate, e non in meglio, da quando l’idea del cacciabombardiere fu lanciata 16 anni fa. Da allora sono mutate in peggio soprattutto le disponibilità economiche del bilancio pubblico e quello che allora poteva sembrare un impegno finanziario grave, ma tutto sommato affrontabile, oggi rischia di apparire uno sforzo intollerabile. Quasi uno spreco, considerato che nello stesso momento agli italiani vengono chiesti sacrifici durissimi proprio per il risanamento delle finanze pubbliche.

Le pressioni e gli affari

Anche in Danimarca hanno ritenuto opportuno frenare e rinviare al 2014 ogni decisione vincolante. E pure in Australia stanno procedendo con i piedi di piombo, soprattutto da quando la stampa ha rivelato l’esistenza di forti pressioni dell’azienda produttrice dei velivoli, la statunitense Lockheed Martin, sui decisori di quel paese per indurli a firmare i contratti definitivi. Per non parlare del Canada dove il servizio studi del Parlamento ha scoperto che la manutenzione e le spese d’esercizio fanno triplicare i costi di ogni aereo nell’arco della sua vita, e dove quindi hanno cominciato a spulciare le intese finora firmate per individuare la strada più semplice per sfilarsi eventualmente del tutto dall’i m p re s a . Perfino negli Stati Uniti che pure sono il paese culla dell’F35, dove il progetto è stato pensato ed elaborato e dove l’aereo verrebbe prodotto negli stabilimenti Lockheed Martin di Fort Worth vicino a Dallas, le tetragone convinzioni di un tempo stanno lasciando il passo a un atteggiamento più pragmatico. Soprattutto dopo che sono diventate di dominio pubblico le conclusioni del Quick Look Review, il rapporto sull’F35 di cui Il Fatto ha svelato l’esistenza mercoledì 28 dicembre. Quello studio commissionato dal Pentagono dimostra che il più sofisticato aereo della storia non funziona ancora come dovrebbe e che per eliminare tutti i difetti riscontrati ci vorranno altro tempo e altri soldi. Quattrini che faranno lievitare il prezzo finale di ogni aereo già salito nel giro di pochi anni da 80 milioni di dollari a 130 considerata la media delle tre versioni proposte (A, B e C).

I patti di Washington

In Italia potrebbe esserci una via d’uscita indolore dall’af fare F35, senza il pagamento di penali o con costi minimi, a patto che il governo lo voglia. La decisione spetta al nuovo ministro della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, che però è considerato uno dei più strenui difensori del programma. Intervistato da Radio 24 Di Paola ieri si è detto disposto a una revisione dei programmi militari, senza tabù di sorta, ma alla domanda se la rivisitazione avrebbe riguardato anche gli F35 ha messo le mani avanti: “Non capisco e non condivido la caccia all’untore a uno specifico programma”. Nel 2002 (governo Berlusconi) fu proprio Di Paola, allora segretario generale della Difesa, a firmare a Washington il primo accordo per la partecipazione italiana alla fase di sviluppo del cacciabombardiere e per questo fu indicato dal direttore americano del progetto come il “for midabile sostenitore del Joint Strike Fighter in Italia”. Cinque anni dopo (governo Prodi), il sottosegretario Giovanni Lorenzo Forcieri firmò un altro Memorandum of Understanding. In quel documento rintracciato da Francesco Vignarca di A l t re c o n o m i a si stabilisce tra l’altro che qualsiasi Stato può “ritirarsi dall’accordo con un preavviso scritto di 90 giorni”.

Missione nucleare

Nella peggiore delle ipotesi l’Italia potrebbe essere costretta a sborsare un contributo una tantum di circa 900 milioni di euro. Che si aggiungerebbero ai 2,7 miliardi già spesi per lo sviluppo dell’F35, compresi gli 800 milioni per l’impianto di Cameri (Novara) dove l’Alenia (Finmeccanica) dovrebbe produrre l’ala sinistra e assemblare alcuni velivoli destinati al mercato europeo. Al di là dei costi, però, molti si chiedono se l’F35 sia adeguato alle esigenze del sistema difensivo italiano. Il cacciabombardiere è un concentrato di tecnologia pensato soprattutto per missioni d’attacco, comprese quelle nucleari. Può essere armato con le bombe atomiche B61 custodite in vari siti europei. In Italia ce ne sono un’ottantina a Ghedi e Aviano, anche se nessun governo ne ha mai ammesso ufficialmente l’esistenza.

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