expo 2015

La Tv Svizzera dice addio a Expo. Troppe complicazioni, prezzi alti e disorganizzazione

Expo, noi non ci saremo

di Gino Ceschina da tvsvizzera.it

Tvsvizzera.it non sarà ad Expo. Non una gran perdita, per l’esposizione mondiale: un piccolo sito di una piccola tv certamente non ha un peso significativo per la Mega-Manifestazione-Mondiale.

Ma questa storia ve la raccontiamo lo stesso, perché pensiamo che sia emblematica di una serie di difficoltà in cui si sta dibattendo attualmente l’esposizione mondiale.

Addio operazione speciale

Fin dalla nascita di tvsvizzera.it, poco più di un anno fa, si era deciso di puntare forte su Expo 2015. In sostanza, oltre alla copertura giornalistica (che comunque sarà garantita nei limiti del possibile) era prevista per l'11 e 12 maggio una due giorni all’interno del Padiglione svizzero per promuovere il sito, con trasmissioni in diretta, manifestazioni, dibattiti e incontri.

Impossibile.

Si è molto parlato della corruzione nell’ambito degli appalti Expo, dei ritardi dei cantieri, degli scandali politici. Finora si è parlato poco però dell’organizzazione. In particolare della comunicazione e della gestione dei rapporti con la stampa.

Trovare degli interlocutori, per un network radiotelevisivo come RSI/tvsvizzera.it, si è rivelata – ad esempio - un’impresa disperata: telefoni muti, mail senza risposta o con risposte interlocutorie se non addirittura sbagliate, completa confusione su responsabilità e permessi.

In buona sostanza il problema principale per Expo è… come entrarci. Di fatto, dopo una infinita serie di contrattempi che vi risparmio, la nostra piccola operazione è naufragata davanti alla famigerata questione dell’ultimo chilometro.

Bisogna sapere che ciò che entra ed esce da Expo deve necessariamente percorrere l’ultimo chilometro sui mezzi di una ditta scelta da Expo stessa. In questo caso Schenker, che ha in pratica il monopolio del trasporto delle merci all’interno di Expo. Il che può anche starci per una ragione di sicurezza, ci mancherebbe. Ma almeno per i partner dei mass media forse andrebbero trovate delle soluzioni concordate.

Per come stanno le cose adesso, radio e televisioni devono arrivare fino alle soglie di Milano coi propri mezzi, quindi magari con il camion aziendale carico di telecamere, mixer, regie e quant’altro, scaricare il tutto in un luogo che finora non siamo riusciti a identificare con chiarezza, e consegnarlo nelle mani di Schenker, che in tempi e modi affatto chiari trasborderebbe il tutto all’interno dell’Esposizione. Il tutto senza garanzie su tempistiche e sicurezza di materiali anche molto costosi. E, chiaramente, pagando. E pagando più caro l’ultimo chilometro di tutto il viaggio precedente.

Beh no. Troppo poche garanzie, troppi costi, troppi rischi.

Ovviamente non siamo gli unici, ma purtroppo siamo tra i primi. Al punto che i tecnici della RAI, nella nostra stessa situazione se non peggio, ci hanno invitato a scrivere quel che abbiamo vissuto sperando che qualcosa si smuova. E c’è da chiedersi come affronteranno la situazione i network di lingua non italiana.

Il calvario degli accrediti stampa

A Expo è previsto l’arrivo di personaggi di livello mondiale: presidenti, ministri, Ban Ki-moon, forse Obama, forse il papa. C’è da chiedersi se ne sapremo mai qualcosa, visto che al momento ottenere l’accredito stampa (ma anche solo capire quale accredito ti serva) è qualcosa che sta tra la comprensione della materia oscura e il percorso spirituale per divenire cavalieri Jedi.

Porte chiuse e poca trasparenza per la stampa ad Expo

E comunque, una volta ottenuto l’agognato accredito sembra impossibile entrarne materialmente in possesso, perché a 3 giorni dall’inizio dell’esposizione mondiale non si sa dove e come possa essere ritirato.

Si sa però, ad esempio, che il collega della radio Svizzera di lingua tedesca, dopo aver letto sul sito di Expo che i badge potevano essere ritirati a Rho-Pero ieri è stato sul posto, potendo constatare che a Rho-Pero c’è un cantiere. Niente badge.

Si sa anche, per restare in Svizzera, che a due colleghi della televisione francofona, dopo giorni di attesa, stamane è stata fatta pervenire la seguente comunicazione:

“Dear Journalist, we have the 2 media badge for TSR ready to be picked up.
Please come at EXPO Accreditation Centre Via PISACANE 1, PERO (milan) today between 17.00 and 19.00 with a copy of your ID document.
Kind regards”

Speriamo che non abbiano impegni in giornata e possano fiondarsi da Ginevra a Milano per ritirare gli accrediti oggi tra le 17.00 e le 19.00 (prima non si lavora?), altrimenti nisba.

E speriamo che a Pero in via Pisacane non ci trovino il cantiere già visitato dall’altro collega.

Gino Ceschina, caporedattore

Expo, in ferie tra luglio e agosto un terzo di medici e infermieri

di Mario Pappagallo da il Corriere della sera

Un’estate particolare quella di Milano. L’Expo 2015 metterà alla prova sia la sicurezza sia l’immagine nel mondo del nostro servizio sanitario. A parte il personale impegnato con l’Expo, la Milano di luglio e agosto non sarà certo quella estiva a cui siamo abituati: semideserta, con una prevalenza di «chiuso per ferie», irriconoscibile riguardo al traffico. Almeno sulla carta si preannuncia tutt’altra cosa: una città animata, multietnica, con locali e negozi aperti come nei mesi non estivi. Effetto Expo. Con una popolazione dilatata, anche perché la crisi economica ridurrà di certo i vacanzieri nostrani. Mentre i padiglioni dell’evento planetario attireranno curiosi anche da altre parti d’Italia, oltre che dal resto del mondo. Venti milioni i visitatori attesi tra il primo maggio e la fine di ottobre. Venti milioni in sei mesi che, a spanne, si traducono in oltre tre milioni al mese. E, proprio perché coincidenti con il periodo di vacanza, con picchi di presenze in luglio e agosto. Quindi, a parte le possibili emergenze, l’organizzazione sanitaria dovrà fare bella mostra di sé per qualità ed efficienza. Bene il potenziamento (con adeguati finanziamenti) di vari Pronto soccorso, piano feriti predisposto (in caso di eventi disastrosi, quali attentati che si spera non accadranno mai)... E poi? Immaginiamo il personale sanitario (medici, infermieri, tecnici e amministrativi fondamentali per le pratiche estere) tutto «precettato» per tutto il semestre Expo.

Quando tra milanesi e ospiti la popolazione toccherà in media i 5 milioni di abitanti, ben oltre il milione e 400 mila della norma. Invece non vi sono «precettazioni » nell’aria. A luglio e agosto in particolare. Motivo: le ferie, anche le arretrate da smaltire. Le disposizioni per le presenze estive cominciano ad arrivare e non sembrano tener conto dell’Expo. Ricalcano lo standard di un anno qualunque: un 25-30% del personale dovrà usufruire del previsto riposo, con in più l’ormai classico invito a godere dei giorni di ferie arretrati. Il piano sembra prevedere solo un particolare obbligo di reperibilità (ma dipende dove si va in vacanza!) per situazioni estreme. Eppure, al di là di emergenze particolari, sotto pressione sarà la gestione della domanda di assistenza non grave. Tante persone circolanti, più possibilità di eventuali piccoli incidenti, malesseri da caldo- freddo, disturbi respiratori da aria condizionata, il cuore che può sempre giocare brutti scherzi... A parte i Pronto soccorso, i reparti ospedalieri (traumatologie e chirurgie in particolare) rischiano di essere terminali di tanti di questi eventi, che si spera siano limitati. Gli esperti stimano un afflusso del 10% in più nelle strutture sanitarie. Ma un 10% in più rispetto ai picchi invernali o rispetto alle estati tranquille? La domanda è d’obbligo perché c’è il rischio che a luglio e ad agosto a Milano e in Lombardia potrebbe essere operativo un 25-30% in meno del personale sanitario. Almeno questo in base ai primi piani ferie che stanno arrivando ai dirigenti ospedalieri. E allora quel 10% di popolazione in più da affrontare con un 25-30% in meno di personale rischia di tradursi (speriamo di no) in brutta figura. O in disagi per quei soggetti fragili, vedi anziani, che in vacanza non vanno e che potrebbero attendere più del previsto per avere una risposta sanitaria in strutture già impegnate nel prestare attenzione, parlando lingue diverse, a eventuali ospiti Expo bisognosi di cure.

Brianza - Romantici ma troppo spesso abusivi. La carica dei B&B scuote il mercato

di Rossella Redaelli e Riccardo Rosa da il Corriere della sera del 22/03

MONZA Si può scegliere di dormire in un loft ultramoderno, o in un antico monastero del XII secolo a Bellusco, in un attico in zona stazione a Monza con terrazza e vasca Jacuzzi, oppure in un appartamento nuovo fronte parco a Vedano al Lambro. C’è chi affitta una camera e chi un’intera villa. Grazie alla riscoperta del patrimonio artistico locale (vedi il recupero di Villa Reale), ma anche e soprattutto per Expo 2015, in questi ultimi anni i Bed&Breakfast sono cresciuti in maniera esponenziale anche in Brianza. E, come altrove, cominciando da Milano, accanto alle strutture in regola, non mancano gli improvvisatori più o meno abusivi del settore. I siti Internet del settore, quelli che mettono in contatto proprietari e visitatori, contano oltre 180 indirizzi tra Monza e Brianza: 105 per l’intera proprietà e 89 per camere in condivisione.

E i dati della Camera di commercio parlano di un aumento dell’89,9% dei posti letto dal 2010 a oggi. «Questa crescita improvvisa deve essere controllata — conferma Luigi Nardi, presidente categoria albergatori Confcommercio —. Le prenotazioni per l’esposizione universale stanno arrivando, i segnali sono incoraggianti e proprio per questo dobbiamo evi tare un Far West». In attesa anche della nuova legge regionale in materia, anche per Nardi, il rischio concreto è rappresentato dall’abusivismo: troppe strutture sono nate senza preparazione e professionalità, con l’unico obiettivo di approfittare economicamente della situazione. I numeri dicono che in nessun’altra provincia lombarda (nemmeno a Milano) i Bed& Breakfast sono cresciuti così tanto.

A Cremona e a Sondrio i posti letto sono aumentati di circa il 70%, a Milano del 66% e a Lecco del 60%. Ma nessuno ha sfiorato il più 89,9% di posti letto registrato in Brianza. In Camera di commercio, che ha messo a punto un servizio di navetta gratuito fra gli hotel della zona e il sito dell’esposizione universale, è scattato l’allarme, così come tra gli operatori «storici»: esattamente come è avvenuto anche a Milano dove, a 8 milioni di biglietti già venduti per Expo, negli hotel restano vuoti due letti su tre. E sfumano, di pari passo, anche i propositi di aumentare le tariffe degli alberghi come tradizionalmente avviene per gli appuntamenti più attesi. A Monza, Casa Letizia è stato il primo Bed&Breakfast, aperto nel 2002 da Maria Letizia Marian: «All’inizio ero la sola alternativa all’albergo. Adesso i B&B ufficiali sono 15, ma poi c’è un sommerso spaventoso che ci penalizza moltissimo. Noi dobbiamo comunicare le presenze e far pagare la tassa di soggiorno di un euro e mezzo, come fossimo un hotel a tre stelle, gli altri no». L’Ufficio del turismo della Pro Monza conferma: «Noi forniamo esclusivamente i nominativi dei B&B ufficiali — spiega la responsabile Giusy Levati — ma è evidente che in Rete l’offerta sta crescendo a dismisura».

Lombardia - La Cgil: Expo rispetti i diritti dei lavoratori

di Paola D'Amico da il Corriere della sera

«Expo non faccia ostruzionismo. Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti chiede ai Paesi che partecipano di sottoscrivere un accordo affinché tutte le imprese rispettino le regole del diritto del lavoro».

Antonio Lareno, responsabile del «progetto Expo» della Cgil, denuncia la scarsa collaborazione degli uffici. «Al ministero che chiedeva elenco e referenti dei Paesi partecipanti hanno risposto come lo sceriffo di Nottingham, cioè che l’hanno pubblicata sul sito. La inviino ai commissari di Expo».

È un nuovo accordo quadro?
«Il precedente era relativo a tutto ciò che ruotava attorno all’edificazione dei padiglioni. Ora parliamo dei rapporti di lavoro per i sei mesi di esposizione. Il “no” al capolarato, alle mafie, al sotto-salario, ai contratti pirata deve essere ribadito ».

La vostra preoccupazione?
«Meno del 10% dei Paesi aveva sottoscritto il protocollo di legalità. La domanda è: come gestiranno i padiglioni nei sei mesi di esposizione? Il ministro ha raccolto il nostro appello e s’è mosso per tempo, perché il sito non diventi un Far West».

Sono molti i temi aperti. Per esempio, il capitolo Atm. I fondi in più messi per Expo (35 milioni di euro) sono stati tolti dal contratto di servizio. L’azienda chiede l’adeguamento delle tariffe all’inflazione, che peraltro è un obbligo di legge.
«C’è il rischio che la situazione s’incancrenisca nel rimpallo tra Azienda e Comune L’extracosto generato da Expo non sarà coperto dai fondi statali e poiché il premio di produttività si calcola sul fatturato, noi proponiamo a Rota di sterilizzarlo. Non vediamo altre vie d’uscita al momento».

Il tempo vola ma ci sono allestitori nel sito che hanno dovuto far arrivare autobotti con l’acqua e generatori. Qual è il problema?
«In alcuni punti non sono ancora allacciati acqua e luce, confermo».

La macchina va a rilento anche in città?
«L’abbellimento urbano, il “trucco-parrucco” con maxi teloni della via Stephenson, per esempio, non è ancora cominciato ».

Neppure il rinnovo del parco cestini-cestoni per l’immondizia.
«Amsa è un altro dei capitoli aperti. Per la pulizia della città extra ci sono solo 6 milioni di euro. Pochi».

Settantamila eventi legati ad Expo in città. Anche la vertenza della Polizia Locale non è chiusa.
«E ogni evento dovrà passare per il Civ (Commissione integrata di vigilanza). Un collo di bottiglia. Di positivo c’è che tutti i siti che li ospiteranno sono stati censiti e messi a norma. Una mappatura che resterà nel Dna di Milano».

Da 300 a mille euro a notte, Hotel mezzi vuoti per Expo

di Gianluca Veneziani e Marianna Baroli da Libero

La metà degli alberghi vuota. E i prezzi delle camere raddoppiati rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nonostante il protocollo d’intesa firmato a metà febbraio tra Apam (Associazione albergatori Confcommercio Milano), Assolombarda ed Explora, che fissava l’aumento delle tariffe d’albergo a un prezzo calmierato del 30%, i costi per i sei mesi dell’evento rischiano di crescere del 50%, se non addirittura di raddoppiare. Come fa notare Maurizio Naro, membro di Apam, «l’oscillazione media sarà del 50% sugli alberghi a quattro stelle per i mesi di luglio e agosto»: ciò significa, conferma il vicepresidente di Confcommercio Giorgio Rapari, che «i prezzi per una notte in un quattro stelle potrebbero arrivare a 450 euro ».

L’aumento potrebbe essere ancora più significativo in «quei weekend in cui, in coincidenza con alcuni congressi o eventi paralleli a Expo a Milano, il prezzo potrebbe schizzare fino a un 70% in più». Discorso simile anche per glihotel extralusso a cinque stelle, in cui, assicura Naro, «in caso di poche stanze disponibili, le tariffe potrebbero raddoppiare toccando la quota di 500-600 euro » (e fino a 1000 euro, per quanto riguarda le suite). Non vanno molto meglio i tre stelle in cui, per via del rincaro, sostiene Rapari «si potrebbe raggiungere una cifra di 300 euro a notte», praticamente il triplo rispetto all’attuale. Ecco perché gli alberghi, di lusso e non, faticano a far registrare il tutto esaurito anche nel periodo clou dell’Esposizione Universale.

Per il primo weekend dimaggio (dall’1 al 3, proprio i giorni caldi dell’apertura di Expo) gli hotel milanesi vantano solo il 43% di stanze occupate. E per giugno si parla di un 30%.
Un dato che fa riflettere se si pensa che rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, vi è stato addirittura un aumento del 200%, ma che fa storcere il naso a chi, a 57 giorni dal via di Expo 2015, si aspettava un sold out totale. Il motivo di tanta lentezza nelle prenotazioni potrebbe dipendere dalla mancata corrispondenza tra ampiezza dell’offerta (tante le strutture ricettive nate in questo periodo) e crescita della concorrenza in termini di prezzi.

È infatti vero che,come spiega ancora Maurizio Naro, «i dati effettivi si potranno avere solo a 30 giorni dal via dell’Esposizione ». Ma è anche vero che, sebbene con l’apertura di bed and breakfast e l’affitto di camere tramite i servizi come Air B&B a Milano sia incrementato il numero di posti letto disponibili, a essere aumentati sono pure i prezzi, con picchi che raggiungono il 219,15% nel mese di maggio rispetto alle tariffe del 2014, come nel caso dell’hotel Florida di via Lepetit, in zona Stazione Centrale. «Il prezzo medio di una camera per notte si attesta sui 266 euro nella prima settimana dell’evento, quasi il doppio dell’anno scorso», ha commentato Giulia Eremita, marketingmanager di Trivago Italia, aggiungendo come «la disponibilità alberghiera nella prima settimana Expo è ancora alta, pari al 45 per cento, ovvero quasi un hotel su due è ancora disponibile».

Addirittura Ciro Pascale della Confesercenti parla di appena il 5% delle stanze d’albergo prenotate per il periodo compreso tra il 1 maggioe il 1 ottobre 2015, dato molto al di sotto del % perché fa riferimento alle prenotazioni singole in alberghi di piccole o medie dimensioni. Facendo una breve ricerca sui principalimotori di ricerca di viaggio, si scopre anche che le giornate più costose della prima settimana di Expo 2015 risultano essere il 4 e 7maggio, il lunedì appena dopo l’inaugurazione e il giovedì successivo con tariffe che, rispetto al 1˚ maggio 2014, sono salite del 98 per cento.

Facendo esempi pratici, per dormire in un hotel di lusso cinque stelle come l’Armani Hotel in via Manzoni, a due passi da piazza Scala, la notte del1˚maggio 2015 si arriverà a pagare addirittura 1050 euro a stanza.
A scagliarsi contro i rincari, l’associazione Codici (centro per i diritti del cittadino) che ha sottolineato come «aMilano non arriveranno solo turisti per Expo ma anche persone in cerca di cure sanitarie ». Per questo motivo, come sottolineato da Codici, «dati alla mano si troveranno in seria difficoltà a trovare un alloggio a un prezzo ammissibile per seimesi a partire damaggio».

A fronte di queste previsioni, il direttore generale Eventi di Expo Piero Galli si mostra però ottimista e, confermando un afflusso totale di visitatori nella città pari a 20 milioni (di cui 12 italiani e 8 stranieri, con la prospettiva di circa 1 milione di turisti cinesi), garantisce che il 43% di questi trascorrerà almeno una notte fuori casa, scegliendo nel 37% dei casi come sistemazione un albergo. Ciò significa che, tra Milano e area metropolitana, circa 3milioni e 200mila visitatori pernotteranno in alberghi durante i sei mesi di Expo (mentre circa 3 milioni e 600mila cercheranno alloggio in un bed and breakfast). Ipotizzando dunque, come fa Expo, una spesa media per notte di 61 euro e una permanenza media di 1,8 notti per ciascun visitatore, la previsione di guadagno per gli operatori del settore è di circa 750 milioni di euro.
Una boccata d'ossigeno per albergatori e gestori di strutture ricettive, che rischia però di essere pagata a caro prezzo proprio dai turisti.

Tangenti appalti Expo “Acerbo pretendeva seicentomila euro”

di Sandro Riccardis da la Repubblica del 28/02

«UNA cifra pazzesca». Per pagare l’ex sub commissario di Expo Antonio Acerbo, indagato per corruzione e turbativa d’asta e che ha concordato un patteggiamento di tre anni per aver pilotato l’appalto Expo delle “Vie d’acqua”, i costruttori vicentini Enrico Maltauro e Giandomenico, anche loro indagati, discutono su come far arrivare i soldi a una delle società del figlio del manager, Livio Acerbo. Enrico pensa di chiudere con 30mila euro, il cugino Giandomenico (due giorni fa ha ottenuto la revoca dei domiciliari) gli comunica «che gli erano stati chiesti 300mila euro». Dagli atti depositati, emerge come le richieste di Livio Acerbo, indagato per riciclaggio e corruzione, siano state anche maggiori. Enrico Maltauro spiega ai pm Antonio D’Alessio e Claudio Gittardi che sarebbe stato «inopportuno» pagare «direttamente » società riferibili al figlio di Acerbo. «Mio cugino Domenico a un certo punto mi disse che una modalità poteva essere quella di stipulare una consulenza con la società dell’ingegnere Arturo Donadio», socio dello studio di progettazione “Sps”, che aveva avuto rapporti con Maltauro per lavori «sia con il Comune, che per un centro commerciale a Salerno».

È poi Donadio a spiegare ai pm come venne coinvolto nell’operazione. «Tra settembre e ottobre 2013 Giandomenico Maltauro mi chiese come cortesia personale di avviare una collaborazione con Livio Acerbo — dice il 16 gennaio scorso — . Fissai un incontro con Livio, e lui mi propose attività promozionale su alcuni mercati esteri». Nell’incontro non si fece riferimento a una cifra precisa, anche se «Domenico Maltauro fece genericamente riferimento a 150mila euro, legato a un lavoro di progettazione che stavamo avviando con loro per un centro commerciale a Salerno». L’ingegnere chiede a Livio di inviargli una bozza di incarico professionale. «Dopo un po’ ricevetti la bozza in cui mi chiedeva una cifra pazzesca, corrispettivi per un totale di 600mila euro». Donadio ne parlò in azienda. «Convenimmo che la cifra era elevatissima e sproporzionata, predisponemmo delle correzioni». Nella risposta a Livio «il compenso è di 150mila euro». Una mail alla quale lo studio non ebbe mai risposta. E il pagamento saltò. Viene sentito come testimone anche un altro socio di “Sps”, Vito Cafaro, ingegnere. «Il contratto doveva servire a remunerare il pubblico ufficiale Antonio Acerbo. Donadio non contestava la richiesta illecita, dato che c’era stato un accordo con Maltauro e Acerbo — ribadisce — Non accettava la richiesta di 600mila euro arrivata da Livio».

Manutencoop. Ancora Levorato, la "fiera" delle inchieste sul re delle Coop

di Davide Milosa da il Fattoi quotidiano

Il concetto più o meno è questo: “Lui è un vecchio comunista, io un vecchio democristiano, quindi sappiamo come si parla”. Il ragionamento è di Gianstefano Frigerio, l’ex Dc condannato in Tangentopoli, poi riabilitato, ricandidato e nuovamente finito in galera per aver brigato e intascato tangenti da chi voleva spartirsi la torta di Expo. I magistrati l’hanno chiamata “cupola degli appalti”. La frase viene intercettata dall’antimafia milanese il 14 ottobre 2013. E se Frigerio, alias il Professore, è il vecchio democristiano, il vecchio comunista è Claudio Levorato, 66 anni di Pianiga in provincia di Venezia, nonché presidente del consiglio di amministrazione di Manutencoop Facility Management, il colosso rosso leader nel settore della manutenzione e delle pulizie, quotato in Borsa con 18 mila dipendenti e un fatturato che supera il miliardo di euro. Al telefono Levorato non viene citato a caso. Frigerio vuole coinvolgerlo nell’affare da oltre 300 milioni di euro per la costruzione della Città della salute che, nei progetti, dovrà sorgere sui terreni dell’ex area Falck a Sesto San Giovanni. Spiega Frigerio a un dirigente di Manutencoop: “Dica a Levorato che ho cominciato a mettere il naso sulla Città della salute”. E ancora: “Io vedrò Levorato nei prossimi giorni (...) perché voglio concordare con lui i collegamenti che possono fare loro, di tipo politico”. L’affare finisce dritto dritto nelle carte dell’indagine assieme a Levorato e alla Manutencoop. Un inciampo grave che però deve ancora passare al vaglio dei giudici. Levorato, dunque, fino a prova contraria resta innocente come del resto si è dichiarato nei mesi successivi allo scandalo. Non certo l’unico.

LEVORATO, INFATTI, sembra abbonato agli avvisi di garanzia. Dalla Lombardia alla Puglia dove risulta tra i 51 indagati per alcuni appalti pilotati dell’Asl di Brindisi (sarebbero stati corrotti pubblici ufficiali). Sempre Levorato, sempre Manutencoop, la piccola cooperativa diventata grande seguendo la carriera del suo mentore, amico dell’attuale ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. Vecchi comunisti entrambi, parafrasando Frigerio. Senonché Poletti oggi siede al tavolo di un governo decisamente opposto a quel mondo, quando il non ancora ministro, semplice dirigente del Pci imolese, conosce Levorato che studia alla scuola del partito. Stessa strada, dunque. E, per il ras delle coop rosse, carriera in discesa a partire dagli anni Ottanta. Nel 1984 entra in Manutencoop. Levorato e il suo regno, dunque. Che regge nonostante le scosse telluriche delle inchieste giudiziarie. Perché oltre a Manutencoop, oggi Levorato siede nel consiglio d’am - ministrazione di Unipol e in quello di Finsoe (Finanziaria dell’economia sociale), la holding, composta da imprese aderenti alla Legacoop, che detiene il controllo diretto di Unipol Gruppo Finanziario. Il nome di Levorato compare anche nel cda di un colosso dell’edilizia come il Consorzio Cooperative Costruzioni (Ccc). Colosso rosso naturalmente. Composto da 230 cooperative e protagonista di grandi opere pubbliche come l’alta velocità Milano- Bologna. La Ccc finirà coinvolta nell’inchiesta sul cosiddetto sistema Sesto che vede oggi imputato l’ex presidente della provincia di Milano Filippo Penati.

Coinvolta e salvata dalla legge Severino che spacchettando il reato di concussione ha dato mano libera alla mannaia della prescrizione. Insomma, Manutencoop è uno dei protagonisti attivi di quel partito-azienda che a sinistra è in grado di gestire affari e appalti. Eppure quella di Expo non è l’ultima ombra che pesa sull’azienda diretta da Levorato (indagato per reati contro la Pa), uno dei personaggi di vertice delle Coop rosse emiliane. La puntata più recente riguarda la Fiera di Milano, luogo strategico nonché simbolo dell’ex capitale morale. Sul tavolo un appalto da 25 milioni di euro per la manutenzione dell’intero quartiere fieristico contiguo al sito che dal primo maggio ospiterà l’Esposizione universale. L’appalto, della durata di quattro anni, è bloccato su decisione dell’ad di Fiera spa Enrico Pazzali. Il perché è presto detto: sul caso pesa un’inchiesta della Procura di Milano che attualmente risulta a carico di ignoti. Dunque nessun indagato, ma molti protagonista. Su tutti Manutencoop. Che nel giugno 2014, con la gara d’appalto ai nastri di partenza, firma un contratto di consulenza con una sconosciuta srl, l’House Tech con sede in via Bellini a Milano. Lo scopo di questo rapporto, si legge in un’in - formativa della polizia giudiziaria, “è seguire il processo di selezione attivato da Fiera Milano spa per l’affidamento del servizio manutenzione”. Di più: “Manutencoop qualora si fosse aggiudicata l’incarico” s’impegnava “a versare ad House Tech un compenso pari al 2,5% del fatturato complessivo”. Calcolatrice alla mano, si tratta di una consulenza da 600mila euro. Questo avrebbe dovuto incassare House Tech che per altro, ragionano gli investigatori, non ha alcuna competenza specifica. E che dell’appalto non si è mai occupata come messo a verbale dal suo ad, Carlo Brigada.

LA DOMANDA dalla quale parte la procura è questa: perché Manutencoop, già vincitrice dell’appalto per il precedente quadriennio avrebbe dovuto pagare questa strana consulenza? Si tratta di una tangente mascherata? I sospetti investigativi aumentano nel momento in cui gli inquirenti fotografano i rapporti d’affari tra Brigada e il cavaliere del lavoro Benito Benedini che risulta, oltre che presidente del Sole 24 Ore, anche presidente della Fondazione Fiera, ente pubblico che detiene il 62% di Fiera Milano spa, società, quest’ultima, a tutti gli effetti privata. La lettera di contratto tra House Tech e Manutencoop risale al gennaio del 2014. Il fatto, però, resta sconosciuto a Pazzali fino all’estate dello stesso anno. Anche se già a marzo voci interne alla Fiera parlavano di un accordo tra Benedini e Manutencoop. Il contratto, secondo Pazzali, è la prova del nove. Scatta l’esposto e subito partono le indagini. I guai, dunque, non finiscono. A questi si aggiungono rumors di Palazzo che pronosticano “il vecchio comunista” Levorato messo all’angolo dallo tsunami renziano.

Giuseppe Sala: «Numeri, forza e timori. Ora vi svelo Expo»

di Fabio Rubini da Libero

Mancano sessantacinque giorni al taglio del nastro di Expo. Così siamo andati a Mazzo di Rho per dare un’occhiata al cantiere e capire a che punto sono i lavori. L’atmosfera è febbrile, auto e camion entrano ed escono senza sosta dal cancello del campo base, dove ad aspettarci c’è una guida d’eccezione: Giuseppe Sala, amministratore delegato e commissario unico di Expo.
L’uomo che nei momenti bui delle inchieste e della sfiducia, senza tanto tergiversare s’è caricato sulle spalle l’intero peso dell’organizzazione senza farla deragliare. Il giro parte dalle curve sinuose del Padiglione Zero (che conterrà una mostra riassuntiva dei temi dell’alimentazione) e dalla passerella pedonale che collega la Fieradi Rho- Pero a Expo (uno dei quattro ingressi sarà proprio questo) e che sbuca all’inizio del decumano, la lunga via pedonale (all’interno non circoleranno macchine, ma solo qualche golf-car per chi ha problemi a muoversi) che taglia il sito per un chilometro e mezzo. Anche qui il via vai di maestranze che lavorano è senza sosta.

«Ci sono quasi cinquemila persone al giorno che lavorano in turni che coprono l’intera giornata. Durante l’Expo, invece, abbiamo calcolato che qui lavoreranno circa 15mila persone al giorno» spiega Sala. Ai lati del decumano i padiglioni (53 sono dei Paesi ospiti,oltre ad una decina delle aziende principali che hanno investito in Expo) crescono a vista d’occhio.

«Visitato oggi il cantiere può incutere timori sulla tempistica, ma vi assicuro che cambia volto giorno dopo giorno. Per l’inaugurazione sarà tutto pronto».

L’auto prosegue a passo d’uomo fino ad arrivare ai primi cluster (in tutto sono 9): c’è quello luccicante del riso, che si contrappone sul lato opposto alla Cascina Triulza (che ospiterà le organizzazioni della Società Civile), subito dopo ecco quello del cacao e quello del caffè. Finiti i cluster ecco i padiglioni che ospiteranno Oscar Farinetti e le sue venti cucine regionali.

«Il padiglione fa parte delle competenze di Expo e l’abbiamo costruito noi. L’allestimento interno, invece, è a carico di Farinetti, che inoltre ci verserà una percentuale sul venduto», spiega Sala.

Si arriva così a piazza Italia, dove il decumano interseca il cardo e dove fanno bella mostra di sé una scultura di Libeskind e il Padiglione Italia (l’unico che ha avuto l’autorizzazione a sforare gli undicimetri d’altezza). Poco più in là il sito si chiude con l’albero della vita e il teatro all’aperto che ospiterà tutti i grandi eventi dell’Expo. A partire dal mega concerto di Andrea Bocelli (accompagnato dall’orchestra della Scala) la sera del 30 aprile. Il giorno dopo, alle 12, nei pressi del padiglione Italia ci sarà il taglio del nastro che darà il via a sei mesi di eventi e appuntamenti imperdibili.

Sala, girando con la macchina è impossibile non notare le recinzioni con filo spinato che chiudono il sito.
«Ci saranno circa mille addetti alla sicurezza e duemila telecamere, una ogni 60 metri e poi ho chiesto e ottenuto che a presidiare il sito ci siano anche 600militari».

Si è parlato molto della viabilità intorno al sito. A che punto siamo?
«La preoccupazione maggiore è legata alla Zara-Expo, se non sarà pronta in tempo potrebbe rappresentare un problema. Le opere di Infrastrutture Lombarde, invece, sono ok».

Capitolo parcheggi...
«Useremo quelli della Fiera e ce ne sarà uno grandissimo ad Arese servito dalle navette. Per i bus il principale sarà quello di Cascina Merlata che ne può contenere anche 500 o 600».

La situazione sembra sotto controllo. Ci sono altre preoccupazioni?
«C’è timore per la tenuta della città di Milano. Sono consapevole che la viabilità verrà messa a dura prova e non tutto è stato ancora fatto per evitare problemi».

Su questo peserà il numero di visitatori: si parla di 20 milioni dipersone. È una stima credibile?
«Abbiamo già venduto 8milioni di biglietti e la stima di 20 milioni di visitatori mi sembra ragionevole. Abbiamo poi previsto che in media una persona starà sul sito dalle sette alle otto ore visitando 15/20 padiglioni ».

Questo porterà indotto per la città di Milano e non solo.
«Le stime parlano di 4-5 miliardi. Se verranno confermate sarà un successo per noi».

Quanto è stato investito in Expo?
«Il pubblico ci ha messo circa un miliardo e 200 milioni: 900 il governo e 300 gli altri enti locali. I Paesi che verranno qui hanno investito un miliardo e dagli sponsor abbiamo ricavato 370milioni».

Si sta discutendo tanto del dopo Expo e del futuro di queste aree. Lei si è fattoun’idea?
«Mi sembra che la candidatura del Politecnico sia molto seria e concreta. Il punto interrogativo potrebbe riguardare la vendita degli immobili, spesso di prestigio, come ad esempio quelli di Città Studi,oggi occupati ».

Ultimissima domanda: cosa farà il primo novembre a Expo chiusa?
«Vado in Patagonia, da solo, per un lungo viaggio. Ho già detto a mia moglie che dovrà avere un po’ di pazienza».

L’Antimafia: «Alla ‘ndrangheta appalti Expo e Pedemontana per cento milioni di euro»

di Cesare Giuzzi da il Corriere della sera

Gli appetiti della mafia sui grandi lavori di Expo sono un fatto ormai, tristemente, assodato. Lo testimoniano decine di inchieste giudiziarie e le 46 interdittive della Prefettura che hanno messo in luce i legami tra decine di imprenditori e le famiglie mafiose. Mai, finora, era però stato quantificato il giro di affari sul quale i clan della ‘ndrangheta erano riusciti a mettere le mani. Ecco, ora il dato viene messo nero su bianco dai magistrati della Direzione nazionale antimafia che nella relazione annuale sui clan nel nostro Paese quantificano, con precisione, il volume economico dei appalti e subappalti Expo sui quali i clan erano riusciti a mettere le mani. La cifra è sbalorditiva: cento milioni di euro. «Alla data del 3 dicembre 2014 la Prefettura di Milano ha emesso 46 interdittive nei confronti di imprese risultate affidatarie di contratti e subcontratti riguardanti o connessi all’Expo — si legge a pagina 310 della Relazione annuale della Dna — per un valore complessivo di circa 100 milioni di euro ».

Appalti dai quali, proprio in forza alle interdittive firmate dal prefetto Francesco Paolo Tronca, queste imprese sono state successivamente escluse. La cifra complessiva spiega bene perché, nonostante tutti sappiano che l’attenzione dell’antimafia su Expo sia alta, i clan abbiano comunque tentato qualsiasi strada per infiltrarsi nel cantiere: passaggi societari, quote intestate a familiari e prestanome, fantomatiche fusioni aziendali. Dalla relazione dei magistrati antimafia, guidati dal procuratore nazionale Franco Roberti, emergono altri dati significativi. Il primo sfata definitivamente la «bufala» dei mafiosi arrivati dal meridione alla conquista del Nord.

Solo undici delle ditte «estromesse» dagli appalti provengono dal Sud: un’azienda dalla Campania, sei dalla Calabria e quattro dalla Sicilia. «Le restanti 35 imprese fino ad ora interdette hanno tutte sede legale nell’Italia Settentrionale »: venti in Lombardia, nove in Emilia Romagna, tre in Piemonte, due in Veneto e una in Toscana. «Va ancora evidenziato come l’assoluta prevalenza (ben 32) delle imprese sia infiltrata dalla ‘ndrangheta. Tale dato non fa che confermare la capacità delle cosche calabresi, già più volte accertata in ambito giudiziario, di inserirsi e radicarsi nel tessuto economico di aree diverse da quelle di origine, un tempo ingenuamente considerate munite di anticorpi capaci di resistere alle pressioni criminali».

La maggior parte delle imprese incriminate riguarda i lavori per le «infrastrutture stradali», Teem e Pedemontana in particolare: «Con ogni probabilità — scrivono i magistrati — tale scelta è da collegare alla maggiore difficoltà che le forze dell’ordine incontrano nell’eseguire i controlli su cantieri che si estendono per lunghissimi tratti e pertanto non circoscrivibili ». L’altro dato che emerge dalla Relazione 2015 è quello che spiega come i clan siano arrivati (potenzialmente) a mettere le mani sui «100 milioni di commesse ». Il sistema utilizzato è quello dello «spezzettamento» dei lavori per evitare i controlli: «La maggior parte dei lavori risulta al di sotto della soglia dei 150 mila euro. Ciò vuol dire che le imprese risultate infiltrate avevano mirato a contratti che, secondo le regole ordinarie (e se non si fossero seguite le regole della tutela rafforzata previste dal Comitato per l’alta sorveglianza delle grandi opere) non sarebbero stati oggetto di controlli».

Sbloccati 60 milioni. Il governo ha riassegnato alla città metropolitana i fondi promessi per la Milano-Limbiate

di Alessia Gallione da la Repubblica del 21/02

ERANO diventati un tormentone, l’eterna questione da risolvere. Soldi mai versati dalla Provincia. Soldi attesi e promessi da tempo dal governo. Che adesso, dopo un percorso burocratico a ostacoli, sono arrivati. La cifra che ancora mancava a Expo è stata stanziata durante l’ultima riunione del Cipe (il Comitato per la programmazione economica e finanziaria): 58,9 milioni di euro per l’esattezza, assegnati alla Città metropolitana. Anzi, riassegnati. I fondi che serviranno per coprire la quota di Palazzo Isimbardi, infatti, arrivano dal finanziamento della linea tranviaria Milano-Limbiate: un’opera per ora congelata che aveva perduto le risorse per non aver avviato in tempo i cantieri. Con questo passaggio, si mette in moto una partita di giro che dovrà portare all’obiettivo: dare ossigeno a Expo. La società di gestione, invece, dovrà fare a meno di altri 60 milioni di Camera di Commercio.

Ma da Roma è arrivata anche un’altra notizia attesa. Il Consiglio dell’Autorità nazionale anticorruzione guidata da Raffaele Cantone ha deciso: per scegliere l’università che dovrà studiare il progetto per il post-2015, Arexpo (la società che possiede i terreni in cui Comune e Regione sono soci di maggioranza) dovrà fare una gara. È la strada indicata dall’Anac, nessuna possibilità di imboccare corsie veloci e affidare in modo diretto l’incarico. Dopo il flop del bando per vendere l’area, infatti, le istituzioni locali avrebbero voluto che a indicare entro aprile il disegno per i terreni fossero Politecnico e Statale. L’ateneo di via Festa del Perdono, per altro, si era già chiamato fuori visto che è interessato a presentare un progetto autonomo per costruire a Rho-Pero una cittadella universitaria. Adesso, Arexpo dovrà mettere in campo il “piano B”. Che a questo punto, però renderà più lunga l’attesa e farà slittare alla fine di maggio-inizio di giugno la soluzione del rebus. Per coinvolgere le università e magari anche qualche altro centro studi, la società dovrà pensare a un bando lampo che rimanga aperto non più di un mese. Poi serviranno altri due mesi perché il vincitore metta insieme le proposte già arrivate, dalla Statale alla Silicon Valley di Assolombarda.

Sul piatto c’è un incarico che non dovrebbe superare i 100mila euro. «È veramente importante che la comunità milanese ragioni e in tempi rapidi decida perché per il dopo Expo ci sia una grande cittadella universitaria e della ricerca e dell’innovazione insieme a un grande parco», dice il sindaco Giuliano Pisapia. Anche il percorso per i fondi della Provincia non è stato né breve né semplice. Ma ora il ministro con delega a Expo Maurizio Martina dice: «Dopo un serio lavoro tecnico di preparazione abbiamo mantenuto anche questo impegno. È un’ulteriore conferma della grande attenzione del governo a Expo e al territorio milanese». Per Pisapia, l’arrivo dei 60 milioni era «un atto dovuto». Il sindaco ha parlato anche di un altro fronte aperto che riguarda l’Esposizione. Dal governo sono arrivati meno fondi per garantire la preparazione della città all’arrivo dei turisti. Solo per Atm mancano all’appello 17 milioni (la differenza tra i 52 necessari e i 35 dell’esecutivo arrivati), che il Comune potrebbe compensare in qualche modo. Assicura il sindaco: «Stiamo discutendo sulle somme aggiuntive per i sei mesi di Expo — ha spiegato — . e cercheremo di dare il nostro contributo per quanto possibile».

Appalto Vie d’Acqua “Giudizio immediato per il manager Acerbo”

di Sandro De Riccardiis e Emilio Randacio da la Repubblica

È UNO dei più importanti e ricchi appalti di Expo: quello sulle Vie d’Acqua. E per come è stato assegnato, a metà ottobre è finito agli arresti domiciliari il numero tre di Expo, Antonio Acerbo. Ora, la procura chiede il giudizio immediato. I pm titolari dell’inchiesta, Antonio D’Alessio e Claudio Gittardi, ritengono di aver raccolto quelle prove «evidenti» necessarie per arrivare subito a processo per Acerbo, per il costruttore vicentino Giandomenico Maltauro, e per Andrea Castellotti, fino al marzo scorso direttore generale della società Tagliabue, e quindi promosso a “facility manager del Padiglione Italia Expo 2015”. I tre dovranno rispondere di corruzione e turbativa d’asta. Secondo quanto ricostruito dagli uomini del Nucleo di polizia tributaria, l’appalto delle Vie d’acqua è stato assegnato al gruppo d’imprese capeggiato da Maltauro non perché la loro offerta fosse stata la migliore, ma perché il management aveva rapporti tali con Acerbo da conoscere in anticipo estremi e specifiche di gara.

Per il gip, Fabio Antezza, che aveva ordinato a ottobre i domiciliari, Acerbo aveva messo «a disposizione » del miglior offerente il proprio ruolo. «Acerbo — scriveva il gip — , pur non rivestendo alcun ruolo formale nella procedura di scelta del contraente, si adopera per carpire informazioni sui lavori della commissione aggiudicatrice al fine di fornire indicazioni alla Maltauro». Operazione che si conclude, nel luglio 2013, con un’offerta vincente da 42 milioni e mezzo. Le società che si garantiscono l’appalto “Via d’Acqua sud” sono proprio Maltauro e Tagliabue. Acerbo conosce la ditta Maltauro «da trent’anni», e garantisce la ricca commessa in cambio — ne è convinta l’accusa — di consulenze al figlio Livio Andrea, indagato per riciclaggio. Trentaseimila euro sono garantiti al ragazzo grazie a due contratti di consulenza ad Ace srl, di cui Acerbo junior è amministratore delegato, per lavori che non risultano realizzati. Un secondo contratto riguarda una consulenza informatica.

Ma il «prezzo » delle pressioni di Antonio Acerbo doveva essere molto più alto. Nelle intercettazioni della procura, ci sono i dialoghi tra Giandomenico Maltauro e il cugino Enrico (indagato nell’inchiesta e già arrestato nell’indagine sulla “Cupola degli appalti”) in cui si lamentavano delle richieste sempre più esose del manager Expo. «Vuole dieci volte tanto» dicono al telefono. E anche nei loro interrogatori ammettono che la richiesta di Acerbo era di trecentomila euro. Ma non era così facile far arrivare il denaro ad Antonio Acerbo attraverso le consulenze al figlio. Lo racconta ai pm Giuseppe Asti, ad della Tagliabue, anche lui indagato. Asti decide di incontrare il figlio di Acerbo. «Quando si presentò — racconta in procura — mi trovai in forte imbarazzo perché non riuscivo a immaginare che tipo di incarico avrei potuto assegnargli. Era persona priva di qualsiasi tipo di professionalità».

Expo 2015 - Già riammesse le ditte sospese dall’antimafia

di Michela Ravalico da Libero

Non è tutto oro quel che luccica nei controlli antimafia su appalti e imprese. Pochi giorni fa ilpresidente dell’autorità Anticorruzione, RaffaeleCantone, ha parlato di un sistema da esportare nel resto delmondo. «Abbiamo fatto un incontro con l’Ocse e ha riconosciuto che i nostri controlli sono efficaci e che il metodo Expo diventerà un metodo esportabile » ha spiegato in un’intervista a Skytg24. In base ai dati ufficiali comunicati dalla Procura di Milano, nell’ambito dei cantieri Expo, sono 68 le interdittive antimafia già recapitate su un totale di 48 aziende.

Quello che in molti fanno fatica a ricordare, però, è che tutte le società o srl o consorzi che hanno ricevuto un’interdittiva automaticamente fanno ricorso al Tar. Ma soprattutto si dimentica che alcune di queste aziende arrivano a vincere il ricorso (che si trascina fino al consiglio di Stato) e una volta superati tutti i gradi di giustizia amministrativa devono, per diritto, essere reintegrate sul cantiere (oltre che essere risarcite per il danno subito). Ad oggi sono sicuramente tre le aziende che hanno vinto i ricorsi e hanno ricominciato (o ricominceranno a breve) a lavorare nei cantieri da cui erano state allontanate.

Si tratta della Ausengineering srl di Pieve Emanuele, della Elios srl di Piacenza e, fuori dai cantieri Expo, del Consorzio Stabile Aedars S.c.a.r.l.

Secondo fonti accreditate sentite da Libero, però, il numero di società raggiunte da interdittiva, che al termine dei gradi di giustizia amministrativa, ritorneranno a lavorare nei cantieri Expo sono almeno il 30% delle 48 sospettate. Interpellata la Prefettura, a riguardo, si è limitata a rispondere: «Confermiamo che sono 68 le interdittive permafia, su 48 aziende. Confermiamo anche che per tutte quelle giunte in consiglio di Stato c’è stata una convalida dell’interdittiva ». Impossibile, però, conoscere numeri maggiormente dettagliati. A domanda: «Quante sono quelle finite in consiglio di Stato», la risposta è stata «questo dato non è disponibile».

Secondo quanto risulta a Libero almeno il 30% delle ditte è stato o sarà presto di nuovo operativo sui cantieri da cuiè stata allontanato. Non tanto perchè il sistema di controlli non funzioni, quanto perchè l’interdittiva si basa su un indizio (è un atto preventivo) e si basa fondamentalmente sul principio delle frequentazioni mafiose. Un dispositivo, che a volte, davanti alla giustizia amministrativa può risultate fallace. Così è stato, per esempio, nel caso del Consorzio Stabile Aedars S.c.a.r.l., raggiunta da un’interdittiva per mafia a ottobre del 2013. La societàha fatto ricorso e a breve ricomincerà a lavorare nel cantiere di Quarto Oggiaro, in via Cogne, per la costruzione di edilizia popolare.

In questo caso non si tratta di un’azienda che ha vinto un appalto con Expo, ma di un’impresa che lavorava per il Comune di Milano. Ma non molto diversa è la storia della Ausengineering srl.
La ditta aveva ricevuto l’interdittiva antimafia lo scorso settembre ed era stata sollecitata a sgomberare il cantiere nella palazzina di viaDrago, periferia ovest di Milano. Ora il Tar ha dato ragione all’Ausengineering, perché un semplice sospetto non è sufficiente per attribuire una colpa. Identico iter per la Elios.

La srl di Piacenza, che era impiegata nel cantiere per la risoluzione delle interferenze del sito espositivo, è stata una delle prime in assoluto a ricevere l’interdittiva antimafia (risale al 2012). Il Tar le ha dato ragione ed è stata ampiamente risarcita oltre ad aver ottenuto di nuovo il lavoro. Sul punto dei risarcimenti, riferendosi alla sentenza di Ausengineering, aveva scritto nel suo blog il presidente della commissione Antimafia, David Gentili (Pd), «Non trovo francamente giusto che sia Expo spa a risarcire i danni causati ad Ausengineering. Expo spa, indipendente dalle sue scelte in gara, non poteva fare altro che cacciare dal cantiere l’azienda interdetta. Dovrà essere il Ministero degli Interni, nel caso, ad aprire il portafoglio».

Milano - Si sgonfia la bufala Expo solo 4 mila le assunzioni

di Gianni Barbacetto da il Fatto quotidiano del 06/12

Le promesse erano mirabolanti. Le previsioni sbalorditive. Le proiezioni stupefacenti. Expo doveva portare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro. Doveva essere la benzina per far ripartire Milano, anzi l’Italia. Ora, a quattro mesi dall’apertura dell’esposizione, la Cgil fa i conti e le promesse crollano, le previsioni vengono smentite, le proiezioni si mostrano per quello che sono: propaganda. Sono solo 4 mila i posti di lavoro prodotti da Expo. Il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina a luglio aveva annunciato: “L’Expo 2015 sarà sicuramente un’occasione per creare nuovi posti di lavoro, perché per sei mesi avremo il mondo intero a discutere in Italia di agroalimentare”. Sì, ma tutto questo discutere quanti occupati in più produrrà?

LA GRANCASSA aveva cominciato a battere già nel 2007, non appena Milano si era presentata alla gara, a Parigi, per ottenere l’esposizione. Nel dossier di candidatura erano segnati due numeri: 240 mila, i nuovi posti di lavoro stabili; e 70 mila, quelli a termine per realizzare e gestire l’evento. L’università Bocconi era riuscita a fare perfino di più: uno studio del suo Centro di economia regionale dei trasporti e del turismo, coordinato dal professor Lanfranco Senn, nel novembre 2010 era arrivato a stimare che i nuovi posti di lavoro sarebbero stati 308 mila. È il record. Poi si va a scendere. Un dossier della Camera di commercio di Milano aggiusta un po’ il tiro e scrive: “Con l’esposizione universale si stimano dal 2012 al 2020 in 190 mila le unità di lavoro aggiuntive impegnate per Expo, di cui oltre 100 mila a Milano”. Le previsioni della società Expo spa nel 2012 erano poi scese a 70 mila. Adesso la Camera del lavoro milanese della Cgil ha elaborato i dati dell’osservatorio provinciale sull’occupazione ed è arrivata a una cifra che fa impallidire tutte quelle sparate finora: 4.185. “A fine ottobre le aziende che hanno avviato assunzioni finalizzate espressamente all’Expo”, spiega Graziano Gorla, il segretario della Camera del lavoro, “sono 1.733, per un totale di 4.185 lavoratori. Solo 700 in più rispetto al maggio scorso, quando erano 3.400. Di questo passo, non arriveremo neanche alle assunzioni stimate da noi della Cgil”.

ERANO 20 MILA, quelle previste dal sindacato in risposta alle 70 mila sparate da Expo. Nel maggio scorso, a un anno dall’apertura dell’esposizione, il sindacato le aveva ridimensionate a 9 mila. “Ora credo che non arriveremo neppure a questa cifra”, conclude Gorla. L’Expo si sgonfia, nel quadro di un mercato del lavoro preoccupante. Milano ha raggiunto un tasso di disoccupazione dell’8,2 per cento, aggiungendo un punto in più in soli sette mesi. Ha accorciato le distanze dal dato nazionale, che è il 14 per cento: “È una cosa mai successa nella storia di Milano e della Lombardia, dove la disoccupazione è sempre stata un terzo di quella nazionale”. Ed Expo non riesce a invertire la tendenza. Porta pochi posti di lavoro e poco qualificati: “Sono per lo più provvisori e a termine”. Con un basso livello di specializzazione: manovali, camerieri, addetti alla pulizie, magazzinieri, parrucchieri, telefonisti, addetti di call center. Dei 4.185 avviamenti al lavoro attribuibili all’esposizione, il 24 per cento sono nel settore edile: mille contratti che per definizione termineranno con la fine dei lavori, dunque entro il maggio 2015 quando Expo aprirà i cancelli. I

l 42 per cento degli avviamenti sono con contratti a tempo determinato, il 17 sono collaborazioni, il 4,8 contratti di apprendistato, il 4,6 sono lavoro intermittente e il 3,2 tirocini. Solo il 28,8 sono contratti a tempo indeterminato. Ma attenzione, segnala Gorla, è un tempo indeterminato che indeterminato non è: “Questa tipologia di contratto è normalmente usata in edilizia, ma accompagna la realizzazione del cantiere e dunque si conclude al termine dei lavori”. C’erano stati segnali di ripresa dell’occupazione dopo la pausa estiva, ora però sembrano esauriti. “Continua un forte incremento della cassa integrazione guadagni”, dice Gorla, “che ha ormai superato i 10 milioni di ore. E adesso a questo segnale negativo si aggiunge anche l’improvviso declino degli avviamenti al lavoro e del numero delle aziende attive sul mercato”.

Expo, due supercommissari sui cantieri delle Vie d’Acqua

di Federica Cavadini e Elisabetta Soglio da il Corriere della sera

E alla fine, il commissariamento. Il prefetto Francesco Paolo Tronca, facendo propria e articolando la richiesta arrivata il 27 ottobre dal presidente dell’Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, ha annunciato ieri i nomi dei due commissari che seguiranno i lavori delle imprese Maltauro e Tagliabue per quanto riguarda l’appalto delle Vie d’Acqua: si tratta del professor Emilio Bartezzaghi, ordinario di gestione aziendale al Politecnico e il professor Giuseppe Airoldi, professore al dipartimento di Management e tecnologia della Bocconi. Lo schema è identico a quello studiato per il commissariamento dell’appalto delle architetture di servizio, altra gara vinta da Maltauro e finita nel mirino dell’indagine dei pm di Milano: le aziende continuano i lavori, ma i rapporti con Expo sono gestiti dai commissari che «sostituiranno i titolari degli organi sociali dotati di omologhi poteri soltanto per ciò che concerne la gestione delle attività di impresa connesse all’esecuzione dell’appalto da cui trae origine la misura».

La gestione straordinaria proseguirà fino al definitivo collaudo, mentre gli eventuali utili derivati dai lavori «verranno accantonati in apposito fondo» fino alla conclusione dell’indagine. I cantieri delle Vie d’Acqua sono stati più volte fermati da comitati contrari al progetto «costoso, inutile e invasivo». La richiesta di Cantone era stata conseguente all’ordinanza con cui, il 13 ottobre scorso, il Tribunale aveva messo agli arresti domiciliari l’ingegner Antonio Acerbo, già subcommissario di Expo, accusato di aver pilotato la gara per le Vie d’Acqua. Il provvedimento aveva riguardato anche Giandomenico Maltauro (cugino di Enrico, arrestato in marzo nell’ambito dell’indagine sulla mini cupola degli appalti) e Andrea Castellotti, ex direttore commerciale dell’impresa Tagliabue, poi chiamato da Acerbo al Padiglione Italia di Expo.

Come aveva spiegato Cantone, questo metodo di commissariamento ha dato buoni risultati nell’appalto delle Architetture di servizio, per il quale il prefetto si era affidato al professor Armando Brandolese e al professor Franco Amigoni. Intanto ieri è stata presentata una gara internazionale per universitari sul tema degli sprechi alimentari, organizzata dalla Bocconi con Expo, ministero per le Politiche agricole e Commissione Ue. Duecento studenti arriveranno a giugno a Milano per una settimana di lezioni e laboratori. Presenteranno al Padiglione Italia le loro proposte per affrontare l’emergenza: 1,3 miliardi di tonnellate di cibo perso ogni anno.

Tangenti Expo, patteggiano tutti. Da Greganti a Paris, Cattozzo, Maltauro e Grillo

di Luigi Ferrarella da il Corriere della sera

MILANO Ancora poche ore e se ne potrà avere la certezza: non si celebrerà un processo per le tangenti Expo. Per la semplice ragione che (quasi) tutti gli arrestati dell’8 maggio nell’inchiesta della Procura di Milano hanno chiesto di poter uscire dal procedimento con altrettanti patteggiamenti, cioè concordando una pena (ridotta di un terzo per lo sconto concesso dal rito alternativo) i cui dettagli in alcuni casi sono già stati definiti con i pm Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio, e in altri lo saranno oggi. Per poi essere sottoposti il 2 dicembre al vaglio del gup Ambrogio Moccia, che potrà o ratificare le pene o (se dovesse ritenerle non congrue) respingerle. Ha optato per il patteggiamento persino Primo Greganti, «il compagno G» all’epoca del primo coinvolgimento 20 anni fa in Mani pulite dell’allora ex funzionario del Pci nel filone delle «tangenti rosse»: anche dopo il nuovo arresto nell’inchiesta Expo, e silenziosamente proprio come allora, Greganti ha sempre negato qualunque addebito, ma le sue condizioni di salute, che hanno comportato di recente anche un intervento al cuore, nella prospettiva della difesa sono la ragione della scelta di evitare anni di dibattimento e di concordare 3 anni di pena e 10.000 euro di risarcimento.

Il mix tra pena e risarcimenti è alla base dei differenti livelli di patteggiamenti all’interno di una fascia quantitativa determinata dal reato-base per il calcolo delle pene (quasi sempre la corruzione nella formulazione inasprita dalla legge Severino a 4/7 anni), dall’incidenza delle attenuanti generiche (non prevalenti ma solo equivalenti), dall’atteggiamento processuale, dal tipo di altri reati contestati ai vari imputati (a vario titolo associazione a delinquere, turbativa d’asta, rivelazione di segreti), e dal numero di capi d’imputazione. L’allora general manager di Expo, Angelo Paris, ad esempio scende a 2 anni 6 mesi e 20 giorni non solo perché ha meno accuse, ma anche perché risarcisce 100.000 euro.

L’imprenditore Enrico Maltauro, che ha reso parecchi interrogatori ai pm, ha il loro consenso a 2 anni e 10 mesi. L’ex senatore pdl (e poi dirigente ncd) Luigi Grillo metterà stamattina un punto fermo tra le due possibilità, e cioè 3 anni e 2 mesi senza risarcimento (come l’ex udcncd ligure Sergio Cattozzo) o 2 anni e 10 mesi con 50.000 euro. L’interesse a patteggiare è reciproco tra chi concorda la pena: per gli imputati è un modo di ridurre i danni, per i pm dell’inchiesta (coordinata all’epoca da Ilda Boccassini e poi sotto la direzione del procuratore Bruti Liberati) è il riconoscimento della tenuta del proprio lavoro.

Qualcosa di analogo è accaduto a Venezia, dove nell’inchiesta Mose (su tangenti di maggior valore) 30 dei 50 indagati hanno patteggiato 37 anni con 12 milioni di euro. Anche l’altro reduce di Mani pulite, Gianstefano Frigerio, ex segretario regionale della Dc e poi parlamentare di Forza Italia, pur respingendo l’etichetta di manovratore di appalti Expo e tacciando i pm di aver enfatizzato i «colloqui tra quattro vecchietti», vuole patteggiare: ma nel suo caso l’esito finale dipenderà oggi dalle ultime scelte di pm e difesa attorno ai 32/34 mesi di pena con risarcimento sui 30/50.000 euro. Nulla chiede invece l’ex direttore generale di Infrastrutture Lombarde, Antonio Rognoni, che — già imputato nel suo processo principale per le turbative d’asta nei servizi legali costategli l’arresto in marzo — è immaginabile voglia proseguire il giudizio ordinario.

lferrarella@corriere.it

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