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Il declino dell'industria motoristica in Brianza. Un saper fare ora scomparso

di Pier Attilio Trivulzio

Gilera ad Arcore, Autobianchi a Desio, Carrozzeria Touring a Nova Milanese, Birel a Lissone, Agrati Garelli a Corticella di Monticello Brianza, Fantic Moto a Barzago, Dell'Orto Carburatori a Seregno.
Aziende che dagli Anni Venti ai primi Anni Novanta componevano la Motor Valley della Brianza, con l'Autodromo Nazionale di Monza a fare da catalizzatore.

Già perché proprio l'inaugurazione nel 1922 dell'Autodromo convinse Giuseppe Gellera a trasferire l'officina di corso XXII Marzo da Milano ad Arcore. La F.I.V. Edoardo Bianchi che produceva biciclette, moto e auto a Milano si spostò a Desio dopo i bombardamenti del 1943 proprio per essere vicina alla pista sulla quale il collaudatore Tazio Nuvolari, assunto per sviluppare il modello “Ala Azzurra” 350 per due anni, dal 1923 al 1925, tre volte la settimana si faceva il viaggio da Milano a Monza e ritorno in sella alla bicilindrica per constatare i progressi del modello.

Idem la Garelli di Sesto San Giovanni acquistata nel 1961 dal Gruppo Agrati - che all'Autodromo conquistò record mondiali della classe 125, e sei titoli mondiali tra il 1962 e il 1967. Lo stabilimento degli Agrati forniva i telai alla Garelli anche per le biciclette a cui veniva applicato il celebre motore a rulli Mosquito.

Le moto col marchio Agrati Garelli furono costruire fino al 1968 quando ci fu la fusione con Fantic Motor che dette vita al Gruppo FM. La produzione cessò nel 1993 e 360 lavoratori restarono a spasso. A distanza di anni si è scoperto che la scelta degli Agrati più che la crisi del settore delle due ruote che in effetti era reale, il disimpegno fu motivata dalla decisione di trasferire il denaro guadagnato alla Hsbc di Ginevra. Nella lista di Hervé Falciani compare un conto di 6,8milioni di dollari intestato a Cesare Annibale Agrati; i conti della Agrati International, l'azienda che ora produce bulloni, sono invece finiti nel paradiso offshore di Madeira.

Anno horribilis il 1993. E sì perché da poco erano stati chiusi i cancelli dell'Autobianchi. La Fiat aveva trasferito le linee di montaggio del modelloY10 (che ancora viene prodotto – ndr) all'Alfa Romeo di Arese ricevuta in regalo nel 1987- dopo una lunga battaglia contro la Ford intenzionata ad acquistarla – dall'IRI presieduto da Romano Prodi.
Al passaggio i dipendenti erano 16.000, un anno dopo erano ridotti a 6.000.

E subito dopo la decisione di chiudere Autobianchi la famiglia Agnelli - che dalla Piaggio aveva rilevato nel 1965 lo stabilimento Gilera di Arcore - annunciò la fine alla produzione di moto in Brianza portando tutto a Pontedera con la messa in cassa integrazione di 1.369 dipendenti.

Qualche anno dopo anche la struttura di Velate, dove venivano preparate le Gilera per i grandi raid internazionali come la Dakar e le gare di velocità (classe 250) e un gruppo di qualificati tecnici progettavano nuovi motori, serrò i battenti.

E' vero, come già ricordato, il settore moto era in crisi e il business dell'auto non consentiva di fare grandi utili. La verità è che di fatto la famiglia Agnelli all'epoca aveva in pugno l'intera produzione di auto avendo nel 1969 rilevato da Enzo Ferrari il 90 per cento delle azioni della casa di Maranello; al prezzo simbolico di una lira, la Lancia dal Gruppo Pesenti; due anni più tardi l'Abarth e nel 1993 Innocenti e Maserati, aziende che hanno ricevuto dallo Stato, grazie alla Gepi, finanziamenti per 185miliardi di lire.

La Gepi fu costituita “per il salvataggio, la ristrutturazione e la vendita delle aziende private in difficoltà”. In realtà con la legge 184 si prese in carico dipendenti di grande aziende e tra queste la Fiat i cui lavoratori venivano messi in cassa integrazione. Tra l'80 e l'88 Gepi ne assorbe 25.000 e tra il 1971 (anno in cui la legge diventa operativa) e il 1992 eroga qualcosa come 4mila miliardi di lire per sostenere 108.000 lavoratori.

Sono gli anni delle dure lotte per i licenziamenti in Fiat. Anni in cui l'azienda degli Agnelli è riuscita ad ottenere dallo Stato munifici finanziamenti pubblici e dare vita agli stabilimenti di Termine Imerese, Cassino, Termoli, Bari, Sulmona, Vasto, Lecce, Nardò e Brindisi. Per la prima volta nel 1973 il bilancio del Gruppo Fiat perde 150miliardi, ha debiti per 1.800miliardi, mette i lavoratori in cassa integrazione ed a guidare il Gruppo viene chiamato Cesare Romiti.

Obbiettivo dimezzare entro il 1985 il settore auto. Ifi e Ifil, finanziarie degli Agnelli non vogliono ricapitalizzare. E' allora che il 10 per cento delle azioni passano ai libici della Lafico. Lo shock petrolifero provoca la crisi del settore auto, Fiat si ritrova con 4.800miliadi di lire di indebitamento, cifra pari al fatturato e più del doppio del patrimonio netto. Umberto Agnelli chiede aiuto allo Stato invocando la svalutazione della lira che però non viene concessa. E, soprattutto, libertà di licenziare. Concessa.

Infatti, dimessosi nel luglio 1980 Umberto Agnelli gli subentra Cesare Romiti che a settembre licenzia 14.000 lavoratori e altri 23.000 li mette in cassa integrazione per due anni. In quel periodo sono 33.000 i lavoratori lasciati a casa per sette anni dal Gruppo Fiat. Una parte di loro rientrerà assegnati al “reparto confino”: 150 non ce la fanno e si tolgono la vita.

Gli anni bui della casa torinese sono dovuti si, alla crisi petrolifera, ma soprattutto al fatto che tra il 1988 e il 1993 nessun nuovo modello è stato lanciato o che vengono proposte auto improponibili come la Duna.

A risollevare le vendita arriva la “Uno” voluta dall'ingegner Vittorio Ghidella, lanciata nel 1984 con la presentazione a Cap Canaveral. Quattro anni più tardi è scontro durissimo tra Ghidella e Romiti che preme per trasformare la Fiat in una holding finanziaria. Ghidella se ne va, passa alla Ford ed è artefice del modello Fiesta che tutt'ora, contribuisce ottimamente a generare profitti per la divisione inglese della casa americana.

Lo smantellamento delle barriere doganali dell'Unione Europea nel 1993 rivitalizza il Gruppo Fiat che grazie a Mediobanca, Deutsche Bank, Generali, Alcatel e le finanziarie di casa Agnelli Ifi e Ifil ricapitalizza per 4.285miliardi di lire. Vengono inaugurati gli stabilimenti di Melfi e Pratola Serra. Con la svalutazione della lira nel 1992 Fiat riprende quota.

In dieci anni tra l'80 e il '90 la casa torinese ha fatto investimenti per 4miliardi di dollari contro i 20 di Volkswagen e gli 8 di Bmw, all'epoca più piccola di Fiat. Ed ha ricevuto 11miliardi di lire di sovvenzioni statali.

Per tornare alle vicende della Brianza e alla poco lungimiranza degli Agnelli di decidere la chiusura a Desio dell'Autobianchi ci sembra esemplare ricordare quel che accadde nel febbraio del 1963.
Dante Giacosa, papà della Topolino, della 600 e della Nuova 500 a capo del reparto di ingegneria avanzata di Fiat, da due anni stava lavorando alla progettazione di una piccola vettura a trazione anteriore con motore 1200 derivato dal Fiat 1100 la cui particolarità era quella che motore e cambio avrebbero dovuto essere montati trasversalmente.

Giacosa era rimasto colpito dalla Mini di Alec Issigonis, alcuni esemplari erano stati acquistati e vivisezionati. Giacosa ne aveva riscontrato alcune negatività: motore e cambio contenuti entrambi nel basamento non permettevano di essere smontati e provati separatamente. Il cambio a lato del motore oltre ad un peso maggiore creava rumorosità e difficoltà di montaggio.

Poco dopo il lancio della Mini da parte della British Motor Company nel 1961 Giacosa iniziò il “progetto 109” e nel febbraio 1963 il suo collaboratore Ettore Cordiano annunciò che una soluzione per risolvere il problema del motore-frizione- cambio trasversale era stata trovata: una trasmissione idraulica e un'asticella infilata nell'albero motore avrebbe comandato la frizione.

Al “progetto 109” lavorava anche il Centro Stile dei fratelli Boano che stavano dando vita ad un coupé. La soluzione di Cordiano fu l'uovo di Colombo. L'ingegner Dante Giacosa decretò che il nuovo modello a trazione anteriore si poteva fare, chiese a Boano una versione berlina e quindi ne parlò a Nello Vallecchi, direttore di Autobianchi, che fu subito entusiasta. Al contrario della Fiat che invitò invece Giacosa ad essere prudente e continuare sulla strada del motore posteriore con la “850” derivata dalla 600 e Nuova 500.

L'Autobianchi “progetto 109” superò il test della strada il 1. novembre 1963 ed a metà del 1964 a Desio iniziò la produzione del modello battezzato “Primula”. In sette anni Autobianchi produsse le versioni berlina, la coupé con motore 1.221 di cilindrata fino al 1968 e il 1.438 derivato dalla Fiat 124 dal 1968 al 1970. La positiva esperienza dell' Autobianchi convinse finalmente Fiat ad adottare la soluzione del motore anteriore e cambio trasversale per la “128” uscita nel 1969.
Il “progetto 109” aveva di fatto assegnato all'Autobianchi il titolo di “azienda dell'innovazione”.
Alla Primula seguirono la “111” e la “112” nelle diverse versioni. Un totale di oltre 3milioni di auto sono uscite dagli stabilimenti di Desio e tra queste 320mila “Bianchina” prodotta in 17 diverse versioni tra cui la trasformabile e la cabriolet. E lo spider “Stellina” con carrozzeria in fibra di vetro, prodotto in 502 esemplari. Ma proprio questo modello commercializzato tra il 1963 e il 1965, ispirò Giorgietto Giugiaro per la innovativa “Lucciola” presentata nel 1993 al Salone di Ginevra. E però mai prodotta.
Pianale della Nuova 500 (1957), la “Lucciola” anticipava di vent'anni le attuali auto ibride. Era mossa da due motori elettrici e da un motore diesel bicilindrico, 500 di cilindrata. Così come per il “progetto 109” anche la “Lucciola” avrebbe dovuto uscire dalle catene di montaggio dell'Autobianchi. Mancava soltanto il beneplacito di Fiat che non arrivò per il semplice motivo che venne ritenuta troppo innovativa e costosa. E poi era stata già decisa la chiusura di Desio.

La casa torinese pagò fino all'ultima lira il costoso progetto alla Italdesign di Giorgetto Giugiaro. E non pose veti quando Giugiaro chiese la liberatoria. La “Lucciola” piacque alla Daewoo che con General Motors iniziò a produrla dal 1998 con un motore tradizionale. In cinque anni – battezzata Matiz - furono venduti 500mila esemplari, 150mila di questi in Italia. Ancora una volta il Gruppo Fiat aveva perso un'altra grande occasione e nel frattempo aveva ceduto a Volkswagen la spagnola Seat che per anni aveva assemblato le Panda, ed è uno dei marchi più quotati sul mercato.

La chiusura dello stabilimento di Desio e la riconversione dei 144mila metri quadrati dell'area, rilevata dagli Addamiano, su cui avrebbe dovuto sorgere il Polo Tecnologico della Brianza (Ptb) sono una storia che Infonodo ha già raccontato.

L'11 marzo 2014 Cinzia Fallo, giudice del Tribunale di Monza ha dichiarato il fallimento del Gruppo Addamiano esposto con 16 banche per oltre 100milioni di euro. Il solo Polo Tecnologico della Brianza che si è occupato della riconversione di parte dell'area Autobianchi ha debiti per 4.544.824 euro. L'iniziale progetto non è stato attuato. La torre piezoelettrica con alla sommità il logo Autobianchi, abbattuta nel luglio 2003, è stata sostituita da uno scheletro di grattacielo che ben rappresenta lo stato di salute del Gruppo Addamiano. Undici anni fa Giosuè Addamiano, presidente del Ptb “Polo Tecnologico della Brianza” si sbilanciò assicurando che il Polo avrebbe occupato 2.500 lavoratori: obbiettivo fallito.
Con il Comune di Desio che ancora non sa se basteranno quei 2,5milioni fidejussone della Atradius Insurance per fare valere l'ipoteca che ancora insiste sul Polo Universitario.

Sulle macerie dell'Autobianchi ci ha guadagnato soltanto il Gruppo Fiat che ha monetizzato e parecchio anche sull'area di Arese-Lainate-Garbagnate Milanese ex Alfa ceduta all'americana AIG-Lincoln. Al posto dello stabilimento è in costruzione il supermercato più grande d'Europa. Così come sull'area milanese di Lambrate della Innocenti. A Torino al posto dello stabilimento di Borgo San Paolo dela Lancia è sorto un intero quartiere residenziale mentre l'area del polo produttivo di Chivasso è stata venduta alla Carrozzeria Maggiora.

Per quanto riguarda Maserati, inizialmente ceduta alla Ferrari, è tornata al Gruppo Fiat nel 2005 dopo la ristrutturazione dello storico stabilimento di via Ciro Menotti a Modena.

Per tornare alla Silicon Valley brianzola il complesso della storica Carrozzeria Touring a Nova Milanese, specializzata nella costruzione di scocche in alluminio, costruito nel 1962 grazie ad un accordo col gruppo inglese Rootes per l'assemblaggio di 10.000 esemplari delle Sumbean Alpine e Venezia funzionò a pieno regine soltanto per alcuni anni.

Alla morte di Lord Williams Rootes il Gruppo Rootes venne rilevato nel 1967 dalla Chrysler. A Nova Milanese è stata prodotta l'Aston Martin utilizzata da James Bond nel film “007 Operazione Goldfinger”. E non solo quell'esemplare.

La crisi dell'auto aveva ridotto le commesse, si servirono dello stabilimento di Nova Milanese, Lancia, Maserati e Lamborghini. In amministrazione controllata dal 1964 la Touring sfornò 2.000 esemplari della versione coupè dell'Autobianchi Primula e un migliaio di Alfa Giulia GTC.

Il 31 dicembre di quarant'anni fa, dopo aver terminato lo studio del prototipo C4, versione cabriolet della Fiat 124 (che proprio nei giorni scorsi è stata riproposta al Salone di Detroit dalla FcA – ndr) la Touring chiuse i battenti. Nel 2006 il marchio passò alla olandese Zeta Europe BV. Smantellato lo stabilimento l'area è stata trasformata in residenziale.

Così come residenziale finirà a Seregno lo spazio occupato dal 1933 a 2006 dalla Dell'Orto carburatori acquistato per 4,5 milioni di euro + bonus volumetria PGT (circa un milione) dalla Due G srl di Piergiuseppe Avanzato, socio di Giuseppe Malaspina i varie operazioni immmobiliari .

E' nel 1933 che Gaetano Dell'Orto con i figli Luigi Piero e Giuseppe apre l'azienda di carburatori per motociclette in via Cavour. Il business tira e dopo il 1945 gli affari aumentano e nasce la necessità di allargarsi. I carburatori della Dell'Orto equipaggiano quasi tutte le motociclette e le motoleggere prodotte in Italia. Il modello con corpo in alluminio è invece su tutte le moto che partecipano alle competizini. Lo stabilimento si espande sempre a Seregno lungo le vie San Rocco, D'Azeglio, Matteotti e piazzetta monsignor Ratti. Alla fine degli Anni 60 i Dell'Orto sono montati come primo equipaggiamento sulle Fiat e anche su modelli esteri. La svolta nella costruzione avviene negli Anni 90 quando l'azienda diventata Dell'Orto SpA converte la produzione dai carburatori per moto all' iniezione. A fine 2006 Dell'Orto delocalizza in India e chiude lo stabilimento di Seregno, 500 dipendenti vengono in parte liquidati e in parte messi in cassa integrazione. Le nuove sedi della società, a Mariano Comense e Cabiate.
La società ha infilato una serie di anni negativi con bilanci in rosso per decine di milioni di euro, emoraggia che dopo la ristrutturazione del pesante indebitamento sembra essersi arrestata nel 2014.
La Dell'Orto è stata scelta dalla Federazione Motociclistica Internazionale (Fim) per equipaggiare le Moto3 che prendono parte alle gare del Motomondiale.

Tre anni dopo a Gerno di Lesmo Yamaha Motor Italia, insediatasi da solo un anno dopo aver rilevato dalla Belgarda che dal 1980 importava in Italia le moto dei tre diapason ed aveva dato vita alla Byrd, Belgarda Yamaha Racing Division impegnata nelle gare del Mondiale Superbike e nei grandi raid internazionali, decide di dismettere le catene di montaggio e trasferirle in Spagna. Per diversi mesi i lavoratori licenziati protestano allestendo un sit in sul tetto dell'azienda. Oggi Gerno resta la base europea della squadra corse impegnata con Valentino Rossi e Jorge Lorenzo nel Motomondiale e da quest'anno torna nel Mondiale Superbike dopo una parentesi di sei anni. E' operativo anche il reparto d'eccellenza che studia i modelli di moto da sottoporre all'approvazione della casa madre in Giappone che poi entrano in produzione.

Mondial, marchio storico, che aveva aperto ad Arcore lo stabilimento per l'assemblaggio del modello “Piega” è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Monza il 24 settembre del 2004. Lo svizzero Daniel Alismeno e Roberto Ziletti, ultimo presidente del consiglio della Mondial Moto SpA dal 2003 al 2004 vengono condannati e interdetti per dieci anni da ogni attività. E' un fallimento di 1,7milioni di euro. Moto e ricambi vanno all'asta per 300mila euro. Se li aggiudica la società “Vdue” del medese Piero Caronni che già s'era aggiudicato ad una precedente asta lo stock di Bimota 500. All'ultimo salone del Motociclo a Milano, Caronni ha presentato i nuovi modelli “Vdue” che saranno commercializzati in edizione limitata.

Fortunatamente la Brianza Motor Valley può ora contare su due solide società impegnate nella costruzione di kart, la Birel di Lissone, e di monoposto e biposto da competizione, la Tatuus di Concorezzo. Anche in questo caso aziende cresciute per importanza grazie alla vicinanza dell'Autodromo Nazionale.

La Birel di Lissone costruisce kart dagli anni 50.
Umberto Sala, titolare dell'azienda, è stato primo pilota di Birel. Arrivarono poi i fratelli Tino e Vittorio Brambilla. Tino, chiamato da Enzo Ferrari per correre con la monoposto Dino che portava il nome del figlio morto per distrofia muscolare, fu anche il primo a portare al successo la vettura che proprio nell'officina dei Brambilla, con l'autorizzazione del “Drake”, venne modificata e resa competitiva.

Vittorio invece passò in Formula Uno e con la March-Ford sponsorizzata dalla Beta Utensili di Sovico (nei giorni scorsi la società il cui capitale era diviso tra Roberto Ciceri, tre fratelli e quattro cugini si è associata alla Tip di Giovanni Tamburi. Roberto Ciceri e la società di Tamburi hanno ora il 100 per cento del capitale di Beta Utensili – ndr) nel 1975, vinse sotto il diluvio il Gran premio d'Austria.
Dal 2000 Birel commercializza il modello Easy Kart destinato ai giovanissimi aspiranti campioni che sognano di arrivare in Formula Uno. Kart che ha avuto subito un grande successo.

Dall'officina della Tatuus di Concorezzo escono dal 1980 monoposto da competizione. Gianfranco De Bellis e Artico Sandonà iniziarono progettando la “Tatuus” di Formula Junior.
De Bellis e l'amico Alberto Moioli correndo le gare delle “pettarelle” con motore della Fiat 500 all'Autodromo, non vinsero eppure di questo modello Tatuus ne ha costruite 15.
Ben 930 sono state invece le monoposto motorizzate Renault costruite a partire dal 2000 su precisa richiesta della casa francese.

In tutto da Concorezzo sono partite per il mondo 1.700 Tatuus che hanno raccolto successi su tutti i circuiti. Felice Massa e Kimi Raikkon, tanto per citare due campioni si misero in luce proprio vincendo con la Tatuus-Renault le gare della Formula 2000.

Unione Artigiani - Banche, cartolarizzazione e crediti

BANCHE, CARTOLARIZZAZIONE CREDITI: PER OGNI EURO INCASSATO, UN EURO ALLE IMPRESE 

- comunicato stampa - 

Presa di posizione dell'Unione Artigiani dopo l'accordo raggiunto a Bruxelles tra il ministro allo Sviluppo Economico, Pier Carlo Padoan, e il commissario alla Concorrenza, Margrethe Vestager. "Lo Stato ora pretenda dagli Istituti di Credito che beneficeranno della trasformazione del debito, destinino gli stessi importi a sostegno del finanziamento alle aziende".

"Bene l'intesa raggiunta a Bruxelles per aiutare le banche in difficoltà, consentendo loro di cartolarizzare i crediti. Ma ora è necessario che il nostro Governo impegni gli isituti di credito che beneficeranno della misura a mettere a disposizione i capitali per finanziare le imprese, soprattutte quelle medio piccole."

Il segretario generale dell'Unione Artigiani, Marco Accornero, accoglie favorevolmente l'avvio di un percorso capace di consentire alle banche in difficoltà di superare la crisi, ma a patto che queste ritornino a fare le banche, cioè a concedere crediti e finanziamenti alle imprese italiane, soprattutto le micro-pmi, che stanno provando ad agganciare la ripresa.

Lo schema individuato dal ministro Pier Carlo Padoan e dal commissario Ue alla Conscrrenza, Margrethe Vestager, per aiutare le banche italiane a liberarsi dei crediti deteriorati "dovrebbe assistere le banche italiane nel processo di cartolarizzazione e spostamento dei crediti deteriorati, al momento nei loro bilanci, verso entità separate e con un management autonomo". 

Le banche "saranno in grado di beneficiare di una garanzia statale sulle tranche 'senior' degli asset cartolarizzati detenuti da tali entità. La Commissione, "con l'aiuto di un'autorità di controllo come accade sempre, monitorerà l'implementazione dello schema per assicurare che sia libero da aiuti di Stato".

"In sintesi - spiega Accornero -, chiediamo che per ogni euro incassato dalle banche attraverso la cartolarizzazione dei crediti, sia concesso un euro di finanziamento aggiuntivo alle imprese. Doveroso risanare i bilanci degli istituti in difficoltà, ma lo è anche tornare a fare le banche, finanziando le attività produttive del Paese alle prese da troppi anni con una stretta creditizia soffocante."

Studio Csil - Ripartono i consumi di mobili

di Giovanna Mancini da il Sole24ore

 Le previsioni, per il momento, sono sul sentiment degli operatori più che sui numeri: ma l’opinione diffusa tra i rivenditori di mobili in Italia è che la crisi dei consumi, anche per il settore arredo, sia alle spalle. I primi mesi di quest’anno hanno segnato un leggero aumento dei valori di acquisto, secondo i primi dati raccolti da Csil (Centro studi per l’industria leggera), anche se l’aumento nei volumi a fine anno, precisa il director Industry e Country Studies di Csil, Sara Colautti, sarà probabilmente ancora limitato. Si potrà parlare. più probabilmente, di una sostanziale stabilità, che dovrebbe trasformarsi in ripresa “vera”solo nel 2016.

In ogni caso, come certifica Csil, il 2014 ha messo fine al crollo degli acquisti di mobili iniziato nel 2008: alla fine dello scorso anno il valore in prezzi al pubblico delle vendite di mobili per la casa (esclusi illuminazione, complementi e arredi per l’ufficio) ha superato di poco i 13 miliardi di euro, con un calo di appena 55 milioni (-0,4%) rispetto al 2013.
Le rilevazioni in corso tra i rivenditori registrano un cauto ottimismo, motivato soprattutto dalla proroga anche al 2016, nella legge di Stabilità, del bonus fiscale per l’acquisto di mobili, che è stato a detta degli operatori il vero motore del recupero nei consumi e che potrebbe trarre linfa ulteriore da una sua estensione anche alle giovani coppie (under 35) senza il vincolo della ristrutturazione edilizia, ipotesi attualmente all’esame delle commissioni parlamentari.

Una boccata di ossigeno certamente per i circa 20mila rivenditori di arredamento presenti sul territorio nazionale (con i loro 50mila dipendenti), che hanno dovuto fare i conti in questi anni con un crollo delle vendite – dal 2007 al 2014 – di oltre il 30%. La ripresa dei consumi, tuttavia, non è omogenea tra i segmenti del comparto né tra le diverse aree del Paese. A fronte di un Nord Est e di un Centro Italia dove i consumi sono già ripartiti, o di un Nord Ovest sostanzialmente stabile, c’è un Sud dove ancora la spesa delle famiglie è in contrazione ed è scesa l’anno scorso del 6%.

Analogamente, il 2014 è stato un anno ancora difficile per il settore cucine, le cui vendite sono diminuite del 3,6%, mentre sono aumentati i consumi di mobili per l’area giorno e la zona notte, materassi compresi, che hanno segnato un +2,5%. Il tessuto stesso e la struttura della distribuzione di mobili in Italia sono stati profondamente modificati dalla crisi, che ha messo in difficoltà soprattutto i rivenditori indipendenti, storicamente la maggioranza nel nostro Paese, con vendite diminuite ancora nell’ultimo anno dell’ 1,2%. La quota di mobili per la casa venduti attraverso questo canale è scesa, tra il 2007 e il 2014, dal 72% al 62%, per lo più a vantaggio della grande distribuzione organizzata, i cui cinque player principali (Ikea, Mondo Convenienza, Mercatone Uno, PoltroneSofà e Conforama) assorbono ormai il 17% del mercato. «Eppure in Italia i rivenditori indipendenti resistono – spiega Colautti – con quote molto superiori rispetto agli altri Paesi europei, dove la Gdo è molto più radicata ».

Piuttosto, sebbene nei limiti di una scarsa liquidità che ha colpito molti di loro, i negozi hanno cercato di investire in questi anni per offrire ai clienti servizi aggiuntivi di consulenza e assistenza post-vendita, in competizione con la politica di sconti praticata in genere dalla Gdo. Molti di loro, così come un numero crescente di produttori, hanno inoltre cominciato a sfruttare maggiormente l’integrazione tra negozi fisici e e-commerce, avviando una serie di investimenti stabili che sta facendo crescere rapidamente il canale online: sebbene le vendite via web rappresentino ancora lo 0,6% appena dei consumi (contro il 5-7%, ad esempio, del regno Unito), nel 2014 sono aumentate del 15% circa rispetto al 2013.

Metalmeccanica - Dall'inizio della crisi evaporato un terzo della produzione

di Matteo Meneghello da il Sole24ore

 Sette anni di caduta quasi costante dell’attività produttiva metalmeccanica nazionale non si recuperano in pochi mesi. Il lento miglioramento congiunturale di alcune aree del manifatturiero italiano non è sufficiente a ricostruire dalle macerie dello «scenario post bellico» evocato da Federmeccanica nelle ultime analisi di comparto.

I numeri sono impietosi. Nel 2014, rispetto al 2007 - spiega il centro studi dell’associazione - si è perso circa un terzo della produzione metalmeccanica e un quarto della capacità produttiva. La ricchezza prodotta dalle aziende associate, misurata con il valore aggiunto a prezzi costanti, è letteralmente crollata da circa 120 miliardi di euro agli attuali 98 miliardi.

Dal 2000 al 2007 la produzione industriale metalmeccanica ha perso il 29,4%, cedendo il passo in maniera molto più violenta rispetto a quanto hanno fatto, nello stesso periodo, i comparti non legati alla metalmeccanica (-19,4%) o la manifattura in generale (-23,8 per cento). Secondo l’analisi interna le aziende metalmeccaniche hanno fatto peggio della media dell’industria manifatturiera, a causa del crollo della domanda interna per beni di investimento in macchine e attrezzature e mezzo di trasporto (-29,7%), di cui il metalmeccanico risulta essere produttore esclusivo, mentre l’altra componente della domanda interna, quella per beni di consumo (in misura prevalentemente indirizzata alle altre attività manifatturiere) benchè anch’essa fortemente negativa, è diminuita in misura inferiore, ad un tasso del 7,7 per cento.

L’Italia ha perso terreno nei confronti di competitor diretti come Germania e Francia. Persino il Regno Unito, dove l’industria metalmeccanica non riveste più da tempo un ruolo rilevante, ha retto l’urto meglio del made in Italy. Solo la Spagna ha accusato una caduta più accentuata di quella italiana. Nella Ue a 28 paesi il calo medio dei volumi di produzione rispetto al 2007 è stato del 9,4%, contro il -29,4% italiano. Il prezzo della frenata di questi anni è stato l’arretramento sui mercati.

La quota di mercato delle esportazioni nel comparto delle macchine e degli apparecchi meccanici è scesa dal 7,3% al 6,6%, nei metalli è passata dal 4,7% al 4%, nel comparto dell’ottica e dei computer si è scesi dall’1% allo 0,7%, l’elettromeccanica è arretrata dal 5,3% al 3,7%, i mezzi di trasporto sono calati dal 3,4% al 2,7 per cento. Un’elaborazione interna di Federmeccanica, condotta su dati di fonte Ice-Onu, segnala che nel periodo 2007- 2014 il commercio mondiale di prodotti metalmeccanici è invece cresciuto in dollari del 23,5 per cento.
Nello stesso periodo le esportazioni metalmeccaniche cinesi sono aumentate dell’ 89,4%, quelle tedesche del 12% e quelle statunitensi dell’ 8,1 per cento.

Sulle dinamiche esportative - denuncia Federmeccanica - ha inciso la costante perdita di competitività dei prodotti italiani, come dimostra la comparazione del costo del lavoro per unità di prodotto (Clup) nel settore manifatturiero tra i principali paesi europei. Dal 2000 ad oggi il Clup manifatturiero nazionale è cresciuto del 34,7%, contro il +2,3% della Francia.
In Germania, nello stesso periodo, è calato dello 0,2%, in Gran Bretagna il «taglio» è stato invece del 5,4 per cento. Preoccupante anche l’emorragia del valore aggiunto, sceso dai 119 miliardi del 2007 ai circa 100 miliardidel 2014, per un calo del 18 per cento. Anche il mercato del lavoro, infine, ha pagato un prezzo pesante: 252.600 gli occupati in meno (-13,1%) nel settore nel 2014 rispetto ai circa 1,9 milioni del 2007, mentre la produttività è rimasta pressochè stabile (+0,9% la crescita secondo un’elaborazione di Federmeccanica sui dati Istat), con una dinamica salariale cresciuta invece del 23,6 per cento.

Milano capitale europea del falso

di Paola D'Amico da il Corriere della sera

Il logo «Expo» è già un brand ricercato e sfruttato. Nella Chinatown meneghina la squadra anticontraffazione della polizia locale ha scoperto una vera e propria «centrale» di produzione di marchi Expo contraffatti e pronti per essere abbinati ad ogni genere di prodotto, dalle tazze alle magliette. Il capoluogo lombardo è al primo posto tra le città europee per consumo di prodotti contraffatti e al terzo per lo smercio. Tra Milano e la sua cintura metropolitana si concentrano soprattutto i depositi, maxi stoccaggi di merce. Ma, stando alle recenti indagini, non mancano i luoghi di produzione. Ieri, in commissione consiliare, il vicecommissario della PL Oriano Brianzoli, che coordina le attività di intelligence di ottanta agenti, ha spiegato che «l’attività di chi vende merce contraffatta s’è raffinata e c’è una specializzazione per etnie.

La nuova tendenza dei grossisti è di acquistare non il prodotto finito bensì le sue componenti da assemblare, che per una borsa griffata venduta a 50 euro in nero per strada costano appena 3-4 euro». La contraffazione, ha spiegato l’avvocato Daniela Mainini, presidente della commissione istituita ad hoc da Palazzo Marino nel 2012, è «un fenomeno sottostimato eppure in costante crescita». Pesa per lo 0,35 sul Pil (prodotto interno lordo) nazionale. «E sottrae l’equivalente di 100 mila posti di lavoro regolari alimentando il lavoro nero e lo sfruttamento». A Milano in un anno l’unità anticontraffazione ha sequestrato merce per 200 mila euro. Dal 2011 sono finite a processo 485 persone per attività illecite legate a questo commercio. Ogni giorno, ha aggiunto l’assessore alla Sicurezza Marco Granelli, «vengono sequestrati in media 23 mila pezzi contraffatti. Quattro anni fa abbiamo trovato la città invasa da mercatini che nel fine settimana smerciavano merce contraffatta e uno ad uno li abbiamo chiusi, da Bonola a San Donato ».

Ieri le Commissioni Commercio - Attività produttive - Turismo - Marketing territoriale e Antimafia si sono riunite in seduta congiunta per ascoltare la relazione della presidente Mainini che ha invitato a non abbassare la guardia. «Fino a dieci anni fa il fenomeno della contraffazione riguardava quasi esclusivamente la produzione e il commercio di prodotti e accessori — ha spiegato l’esperta —. Poi ha investito sempre più ambiti merceologici, dai farmaci ai giocattoli, dalla meccanica all’elettron i c a , d a i c o s m e t i c i all’agroalimentare, mettendo a rischio la salute dei consumatori ». Per questo il Comune ha avviato una serie di attività con l’obiettivo di informare la cittadinanza. «Il mercato del falso è un settore economico parallelo, un competitor con il quale le aziende devono confrontarsi, perché chi viola la proprietà intellettuale — ha aggiunto — non paga le tasse e alimenta una lunga catena di illegalità, con conseguenze che impattano sul lavoro oltre che sul piano economico, perché comporta sfruttamento del lavoro nero anche minorile». Le indagini del pool milanese sono andate ben oltre il confine della metropoli. Recente il sequestro di 10 tonnellate di merce a Prato, esito di un’indagine partita da una bancarella di un mercato rionale.

La Brianza torna a comprare case

di Diego Colombo e Rossella Redaelli da il Corriere della sera del 13/05

MONZA Eppur si muove. Non si può ancora dire che la crisi è alle spalle la crisi, ma il mercato immobiliare in provincia di Monza e Brianza ha ripreso a crescere. Un piccolo passo avanti che comunque lascia ben sperare, dopo anni contrassegnati dal blocco delle vendite di ville e appartamenti. «Una brezza primaverile — commenta Mauro Danielli, presidente dell’Osservatorio sugli immobili di Camera di Commercio Monza e Brianza — di cui non conosciamo la durata, ma che è certamente una boccata d’ossigeno dopo un periodo secco».

Secondo i dati dell’Osservatorio, tra Monza e la Brianza ci sono stati 23.264 scambi, in crescita del 2% rispetto al 2013. Anche l’erogazione dei mutui è in forte crescita: dei 34 mila erogati in Lombardia nel 2014, il 56% , per un totale di 390 milioni di euro, si localizzano nell’area di Milano e Monza con una crescita del 20% rispetto al 2013 e un capitale medio per singola abitazione di 120 mila euro in Lombardia e 130 mila euro tra Milano e Monza. Secondo un’analisi condotta dal centro studi di Tecnocasa dal titolo «Prove di ripartenza », presentato in Camera di Commercio, le compravendite nella sola città di Monza sono cresciute del 10,7%, grazie anche ad acquirenti europei (il 10,3% dei richiedenti un mutuo) che hanno cominciato ad affacciarsi sul mercato cittadino, convinti che si possano fare affari nel settore immobiliare. Anche fuori dai confini di Monza i segnali sono positivi. Nel quarto trimestre del 2014 in Brianza sono stati erogati mutui per 143,4 milioni di euro, con un incremento del 53,8%, il miglior risultato tra tutte le province lombarde. Un dato confermato anche dal raffronto con gli ultimi sei mesi del 2014, con i mutui che in Brianza sono cresciuti del 24%.

Seguono Lecco con un incremento del 19,4% in più e da Varese con l’11,8%. Lo studio fa anche un identikit dei nuovi acquirenti. Sono persone con un’età media di 39 anni, con una preponderanza degli under 45 che sono più del 70% del totale. La maggioranza stipula un mutuo fino a 119 mila euro per l’acquisto generalmente di un appartamento di tre locali (50,6%), seguito da chi preferisce invece impegnarsi per un più economico bilocale (32,9%). La quasi totalità di chi si è affacciato sul mercato immobiliare negli ultimi sei mesi dello scorso anno era alla ricerca della prima casa o di un’abitazione migliore di quella che già possedeva (95,7%), mentre gli investitori sono stati appena il 4%. Il Comune in cui sì è avuto l’aumento maggiore di compr a vendi te è Vime r c a te (+61,6%), mentre nell’Alta Brianza spiccano Cesano Maderno (+30,3%) e Desio (27,6%). La maglia nera se l’è invece aggiudicata Bernareggio che ha fatto registrare il 10,6% in meno di vendite. A dare la scossa al mercato immobiliare è stata la contrazione delle quotazioni degli immobili: «Rispetto ai prezzi del 2008 — conclude Danielli — a Monza il prezzo delle case è diminuito in media del 25%. I brianzoli si sono dimostrati attenti a cogliere le opportunità che il mercato in questo momento offre».

Monza - Assolombarda entrerà nel capitale dell'Autodromo con 10 milioni di euro. Ma il GP d'Italia continua ad essere a rischio

di Pier Attilio Trivulzio

Tutto come previsto. Andrea Dell'Orto, presidente di Confindustria Monza Brianza, offre in dote ad Assolombarda l'invidiabile patrimonio composto da un migliaio di aziende brianzole ed in cambio ottiene 10milioni di euro.

Soldi che serviranno per acquisire, forse, la maggioranza delle quote di Sias SpA, società di gestione dal 1922 dell'Autodromo di Monza. Di cui dal 22 luglio dello scorso anno Andrea Dell'Orto è presidente. E di cui ricoprirà anche la carica di amministratore delegato.

Attualmente il capitale di Sias SpA è detenuto al 70 per cento dall'Automobile Club di Milano, il restante 30 dall'Immobiliare ACM.
Sulla fusione (o per meglio dire sulla rottamazione) di Confindustria Monza Brianza - che per inciso ha una storia lunga 113 anni essendo stata la prima Confindustria d'Italia nata “per difendere gli interessi del territorio” - si esprimerà a maggio l'assemblea generale di Assolombarda.

Il primo passo per la fusione era stato fatto in giunta dove la proposta portata da Dell'Orto aveva ottenuto 28 sì, 13 no e un paio di astenuti.
L'altro giorno, martedì 24 marzo, l'assemblea straordinaria ha approvato la bozza di fusione. “Così potremo far passare le nostre istanze a Roma e pensare a servizi sul territorio”, ha spiegato Dell'Orto. Traduzione. Riusciremo a convincere Matteo Renzi ad appoggiare il nostro progetto di rilancio dell'Autodromo Nazionale.

Di sicuro si sa che nelle casse della società inquisita dalla magistratura monzese – stamattina in udienza (pubblico ministero Walter Mapelli) si è parlato di usura, reato per il quale è a giudizio l'ex direttore Enrico Ferrari che rischia una condanna di 6 anni - e oberata da pesanti debiti entreranno 10milioni di euro. Vera e propria boccata d'ossigeno che tranquillizzerà i molti creditori che da tempo avevano iniziato a mostrare evidenti segni di nervosismo ed erano pronti a varcare il portone del Tribunale di via Vittorio Emanuele.

Dieci milioni però non sono che una goccia nel mare degli impegni finanziari a cui Sias – se vuole mantenere a Monza il Gran premio d'Italia di formula 1- deve far fronte.
I miglioramenti delle strutture comportano investimenti e – se saranno indette serie gare d'appalto non come quelle per Expo o di Sias sotto la gestione Ferrari-Beghella Bartoli – potrebbero bastare una cinquantina di milioni di euro. Non i 70 del progetto chiesto dal presidente dell'Automobile Club d'Italia Angelo Sticchi Damiani a tre ingegneri e depositato in Regione Lombardia.

A cui vanno aggiunti altri 7-8milioni per adeguare la pista (o meglio per modificare) la pista alle esigenze delle gare iridate della superbike. Lavori richiesti dalla Dorna che organizza il mondiale e già notificati a Sias. Lavori necessari per riottenere dalla Federazione Motociclistica Internazionale (FIM) l'omologazione del tracciato.

Per dar corso alle modifiche è necessario il benestare del Comune di Monza e del Parco della Valle del Lambro poiché c'è da disboscare alla prima variante e all'Ascari. E' previsto il sacrificio di circa 160 alberi. Facile pensare quanto sarà dura l'opposizione al progetto. In ogni caso, se passerà lo stretto di piazza Trento e Trieste, i lavori non potranno di certo essere pronti per il 2016. Dunque, eventualmente il Mondiale Superbike non potrà tornare prima del 2017.

Andrea Dell'Orto sponsorizza ad ogni piè sospinto il ritorno delle derivate di serie all'Autodromo. E ben si capisce. La sua azienda, la Dell’Orto Carburatori di Cabiate fornisce alla Dorna le centraline per la Moto3 e per le derivate di serie. Dunque...
E poi sua è anche la Do Design (vedi rettifica, sotto) di Monza che realizza cappellini e gadget legati alle gare motociclistiche.

Vabbè, lui stravede per le due ruote.
Ma la Formula 1 che è il cardine per tenere in vita la concessione con i Comuni di Monza e Milano?
Sias rinnova con Bernie Ecclestone?
Una volta che Assolombarda entra nel capitale sociale di Sias chi mette i 20milioni di dollari che il patron del Mondiale Piloti chiede per il rinnovo quadriennale fino al 2020? Chiedendo anche l'esclusiva dell'intera struttura durante il Gran premio per il suo Paddock Club?

Il voto dell'assemblea generale di Assolombarda si esprimerà sul progetto di inglobamento di Confindustria Monza Brianza a maggio. Ecclestone ha fissato la scadenza per la firma del nuovo contratto prima del Gran premio di Montecarlo. Leggi entro metà maggio. Dunque i tempi sono strettissimi.

Siamo sicuri che Sias andrà per tempo a firmare il contratto con la FOM a Londra? Ad oggi, verbalmente, Andrea Dell'Orto ha confermato la consulenza all'avvocato Federico Bendinelli. E' l'uomo che Bernie ha voluto per interfacciarsi con Sias da quando in pista è entrata la magistratura monzese.
Bendinelli avrà mandato di dare assicurazione a Ecclestone per il rinnovo o avrà il compito di comunicare, come accade dopo ogni disgrazia, che il paziente è defunto?
Speriamo proprio di no. Comunque incrociamo le dita.

Di certo l'ingresso a gamba tesa di Assolombarda in Sias SpA non piacerà all'Automobile Club d'Italia che nel 2012 – dopo lo scandalo - aveva deliberato d'entrare nell'azionariato con un investimento di 300 o 600mila euro. 

Non so se Assalombarda entrerà con questi dieci milioni e non so neanche se lo possono fare” ha dichiarato a infonodo.org il presidente di ACI Sticchi Damiani.

- Questo ingresso le dispiacerrebe?
No, mi  farebbe solo piacere. Bisognerà solo vedere con quale formula entreranno. ACI o non ACI, l’importante è trovare i soldi da dare a Bernie Ecclestone.
Al di là di aspetti tecnici che sono complessi trattandosi di società a capitale pubblico, per Sias  sarebbe un grosso vantaggio, ma dieci milioni non sono sufficienti
”. 

Per la cronaca Sias, dal 2007 al 2013, ha ricevuto dall'ACI sovvenzione per l'organizzazione del Gran premio d'Italia (di cui ha i diritti) per 2milioni 450mila euro così ripartiti: 400mila nel 2007; 500mila nel 2008; 420mila nel 2009; 350mla nel 2010; 280mila nel 2011; 300mila nel 2012; 200mila nel 2013.
Dopo la vicenda delle “bolle” in pista nel 2012, comparse alla curva parabolica in occasione della gara superbike (bolle scoperte soltanto grazie alle intercettazioni telefoniche) l'ammistratore delegato di Sias Fabrizio Turci chiese ad ACI un finanziamento di “almeno 400mila euro per lavori richiesti dalla Fia per il Gran premio d'Italia”.

Nient'affatto: i lavori furono necessari perchè c'erano infiltrazioni d'acqua che uscivano sull'asfalto che la società a cui erano stati appaltati l'anno precedente (la CCC – ndr) non erano stati fatti a dovere. L'ACI comunque deliberò un contribuito di 300mila euro.

Rettifica

Contrariamente a quanto scritto l'ing. Dell'Orto non partecipa direttamente o indirettamente alla Do Design srl di Monza. Ci scusiamo per l'errore con il presidente di Sias e con la Do Design. 
Pubblichiamo di seguito integralmente le richieste di rettifica che ci sono state inviate da parte dello stesso Andrea Dell'Orto (pag.1-2) e della società Do Design (pag.3), nella persona del suo legale rappresentante, Maurizio Mangiarotti.
Nelle due lettere sia Dell'Orto sia Mangiarotti contestano, oltre l'errata attribuzione della proprietà di Do Design, anche altri particolari contenuti nell'articolo.
Rimandiamo per un quadro più esaustivo alla lettura delle due missive e, più sotto, alla risposta dell'estensore dell'articolo, Pier Attilio Trivulzio.

 

Rettifica Dell'Orto-Do Deseign

Risponde l'autore dell'articolo Pier Attilio Trivulzio

Da parte di chi scrive non c'è stata alcuna volontà di ledere l'immagine e la dignità dell'ingegner Andrea Dell'Orto e della società Do Design.
Parlando di Sias, Società Incremento Automobilismo e Sport che gestisce l'Autodromo di Monza di cui Andrea Dell'Orto è presidente dal luglio 2014 non si può prescindere dal ricordare che la passata gestione è attualmente a processo con pesanti accuse penali. E delle udienze in Tribunale Infonodo ne ha dato e continuerà a dare puntuale resoconto.
Una sola doverosa precisazione: l'accordo della Dall'Orto SpA per la fornitura della centralina è soltanto per le Moto3 e non per le derivate di serie. Questione di lana caprina puntualizzare che la Dell'Orto ha partecipato e vinto il bando indetto dalla Federazione Motociclistica Internazionale (FIM) e non della Dorna. Sappiamo benissimo che i regolamenti li fa la FIM e quindi a lei spettano le scelte tecniche e che Dorna è invece l'organizzatore dei campionati: sia Motomondiale che World Superbike (WSBK).
Detto questo puntualizziamo: il marchio De Design è nato all'interno della Dell'Orto SpA, ed è stato registrato come Do Design - Beyond the Race all'Ufficio Italiano Marchi  e Brevetti il 16 luglio 2010 e a livello internazionale il 16 settembre 2010 (vedi link), cioé anni prima che Maurizio Mangiarotti desse vita alla società Do Design.

Secondo quanto si legge dalla visura camerale della Do Design il marchio é stato acquistato dalla Do Design dello stesso Mangiarotti - in rapporto d'affari con la Dell'Orto SpA – per 48mila euro. Questa cifra figura tra le immobilizzazioni della società iscritte a bilancio, oltre a 4mila euro serviti per dare vita al sito www.do-design.it. Nelle banche dati italiane e internazionali, il marchio Do Design, nella stessa grafia usata dal sito Do Design, risulta però ancora di proprietà della Dell'Orto spa, mentre rappresentante (representetive) é l'azienda di abbigliamento Abit srl di Sommariva del Bosco (Cuneo). Non sappiamo se questo è dovuto a un ritardo nelle comunicazioni agli uffici brevetti oppure se il contratto intercorso tra la Dell'Orto spa e la Do Design non sia stato di cessione del marchio ma un contratto di licenza del marchio.

Dalla visura camerale risulta che la società Do Design srl, che ha un capitale di 15mila euro - equamente suddiviso al 50 % tra Maurizio Mangiarotti ed Energy RE srl - è stata iscritta alla Camera di Commercio di Monza e Brianza il 24 gennaio 2013 ed ha iniziato ad operare dal 20 febbraio successivo.

Mi chiedo come mai nel sito ufficiale della Dellorto Motosport (vedi link)  è presente la pagina DoDesign, e sul sito della Do Design é scritto nella pagina About us adesso rimossa (vedi sotto) che “Per il quarto anno consecutivo TM Racing si affida a DoDesign per la realizzazione del Team wear e della collezione replica dei colori tipici dell'azienda pesarese”?
E ancora: “DoDesign progetta e realizza merchandising ufficiale dei piloti del WSBK”. Ed infatti il marchio DoDesign ha iniziato a circolare nel 2010 con i capi d'abbigliamento di Max Biaggi, tornato a correre le gare del Mondiale Superbike in sella all'Aprilia.
Ed ancora: “DoDesign attraverso la rete Dellorto distribuisce la linea MA-FRA Bike line”.
Due indizi fanno una prova. Andrea Dell'Orto non è titolare della DoDesign, e di ciò chiediamo venia per quanto scritto, però è sicuramente vicino alla società che realizza utili con abbigliamento, cappellini e altro merchandising  di team e  piloti che corrono le varie specialità delle due ruote. Motociclismo che Dell'Orto - nel ruolo di presidente di Sias - sponsorizza ad ogni pié sospinto. Com'è avvenuto nel corso della recente presentazione alla stampa del piano industriale per rilanciare l'Autodromo Nazionale di Monza. Vedi la dieci giorni di Moto dal 1. al 10 maggio organizzata nel paddock.

Monza - Sottratti 5 milioni Padre, madre e figlio fanno fallire l’azienda

di Riccardo Rosa da il Corriere della sera

MONZA Insieme avevano fondato l’azienda e insieme l’hanno fatta fallire distraendo fondi in maniera fraudolenta. Un’intera famiglia di imprenditori brianzoli, composta da padre e madre ultrasessantenni e dal figlio di 38 anni, è stata arrestata dalla Guardia di Finanza di Monza con l’accusa di bancarotta fraudolenta e frode fiscale. Oltre cinque milioni di euro sarebbe la somma sottratta alle casse di Fifa Film Srl di Agrate Brianza e, secondo le indagini coordinate dal pm di Monza Manuela Massenz, i tre non si sarebbero limitati a organizzare un sistema di artifici contabili ma, per rendere il tutto più credibile, avrebbero anche inscenato una separazione legale fra padre e madre. L’azienda, fondata nel 2000, contava tre linee di produzione: rotoli per imballaggi, lattoneria ed estintori.

Nel 2010, anche a causa della crisi, gli affari avevano però iniziato ad andare sempre peggio, spingendo i titolari a chiederne il fallimento un anno fa. A far scattare l’allarme in procura era stata proprio la relazione del curatore fallimentare. Uno dei tre rami (quello degli estintori), pur essendo l’unico realmente produttivo, sarebbe stato infatti venduto sottocosto a una società londinese dietro cui c’era la moglie. Il loro, secondo gli inquirenti, era un piano in tre mosse: lasciar fallire l’azienda in dissesto, proseguire sotto mentite spoglie l’attività con la parte sana e buggerare così decine di creditori. Le indagini bancarie e finanziare, le verifiche sui documenti, che hanno portato alla scoperta di depositi bancari in Slovenia, e le intercettazioni telefoniche hanno permesso agli investigatori di intervenire. Il padre, definito dagli inquirenti «il vero dominus» dell’operazione, è in carcere a Monza. La moglie e il figlio, invece, sono ai domiciliari. L’accusa è di bancarotta fraudolenta, per un danno di circa 4,5 milioni e una frode fiscale di 3 milioni di euro. Soldi che i tre utilizzavano per mantenere un elevato tenore di vita: belle macchine, vacanze esclusive e una villa famigliare già finita sotto sequestro.

Dall’acquisto della Standa alla crisi. L’agonia dei supermercati «Billa»

di Alessandra Coppola da il Corriere della sera

Andrà aggiornato il sito Internet dei supermercati Billa. Alla pagina «La nostra storia», racconta una vicenda che risale a un’epoca remota, con le immagini del Carosello e la pubblicità di Sandra e Raimondo: «Nel ‘31 nasce il marchio Standa, nel ‘53 Standa introduce i generi alimentari. Nel ‘71 nasce Maxi Standa, il primo ipermercato Italiano. Nel 2001 (settantesimo anniversario) il Gruppo Rewe acquista Standa». E nell’anno ‘15 del nuovo millennio, la dismissione è completa. L’ultimo capitolo si sta svolgendo oggi: i dipendenti della sede Rewe di Rozzano saranno in sciopero, e resteranno davanti all’edificio, per quattro ore. I sindacati attendono la convocazione dal ministero per una trattativa che non pare facile. Tra Rewe, la «casa madre» tedesca, e Billa (che fa parte del gruppo), in due separate comunicazioni, tra gennaio e febbraio sono stati messi in mobilità in Italia 414 lavoratori. Tutti in bilico, ma qualcuno rischia di più. Qui nel Milanese, sono probabilmente persi i posti degli impiegati e dei magazzinieri, tra Rozzano e Lacchiarella (più Carmignano del Brenta, Padova).

Sono loro oggi a protestare, 139 dipendenti Rewe più 39 Billa. Ma neanche i 236 lavoratori degli 11 punti vendita che la società non è riuscita a cedere sono tranquilli. Tra questi, in città, i commessi della filiale di via Torino. Che è stata la storica prima sede Standa, 84 anni fa, avamposto dell’abbigliamento economico. E che oggi rischia la sepoltura definitiva. Nello specifico: il canone d’affitto di 80 mila euro mensili al Frc Group (Trony), spiegano dalla Filcams-Cgil, scoraggia ogni possibile staffetta. Riavvolgiamo il nastro per colmare le «lacune» del sito. Nove anni dopo l’acquisizione, agli inizi del 2010 Rewe annuncia: «Tutti i magazzini Standa si chiameranno Billa». L’insegna bianca e rossa ricorderà anche «la casa degli italiani» come nello slogan, sostengono gli esperti da Colonia, ma non tira più: i clienti preferiscono la sigla straniera, rossa e gialla. Non deve aver funzionato secondo i piani. A giugno 2014, e veniamo alla storia recente, Rewe dichiara la volontà di abbandonare il mercato italiano: «Non siamo stati in grado di raggiungere una posizione rilevante — spiega in una nota il manager Frank Hensel — e sulla base delle nostre stime, non la raggiungeremo neanche nel prossimo futuro».

Gli investimenti andranno altrove, allora, in particolare nell’Europa dell’Est. A questo punto, ogni nome della grande distribuzione alimentare prende un pezzo. Carrefour acquisisce 53 negozi tra Lombardia, Liguria e Val d’Aosta; la Conad compra un po’ di filiali in Veneto, e così via. Restano fuori undici supermercati, come quello di via Torino. E tutti i lavoratori delle sedi e dei magazzini che non rientrano nelle acquisizioni e che la società non vuole assorbire. La spiegazione fornita alla Filcams è che «le aziende facenti parte del Group ricercano personale con caratteristiche diverse da quello in esubero». Fallito anche un tentativo di accordo sugli incentivi. Dunque, lo stato attuale è di agitazione. E la Standa appartiene al mondo lontano del Novecento, quando l’Italia, Milano in testa, sperava in un futuro prospero.

Brianza - Romantici ma troppo spesso abusivi. La carica dei B&B scuote il mercato

di Rossella Redaelli e Riccardo Rosa da il Corriere della sera del 22/03

MONZA Si può scegliere di dormire in un loft ultramoderno, o in un antico monastero del XII secolo a Bellusco, in un attico in zona stazione a Monza con terrazza e vasca Jacuzzi, oppure in un appartamento nuovo fronte parco a Vedano al Lambro. C’è chi affitta una camera e chi un’intera villa. Grazie alla riscoperta del patrimonio artistico locale (vedi il recupero di Villa Reale), ma anche e soprattutto per Expo 2015, in questi ultimi anni i Bed&Breakfast sono cresciuti in maniera esponenziale anche in Brianza. E, come altrove, cominciando da Milano, accanto alle strutture in regola, non mancano gli improvvisatori più o meno abusivi del settore. I siti Internet del settore, quelli che mettono in contatto proprietari e visitatori, contano oltre 180 indirizzi tra Monza e Brianza: 105 per l’intera proprietà e 89 per camere in condivisione.

E i dati della Camera di commercio parlano di un aumento dell’89,9% dei posti letto dal 2010 a oggi. «Questa crescita improvvisa deve essere controllata — conferma Luigi Nardi, presidente categoria albergatori Confcommercio —. Le prenotazioni per l’esposizione universale stanno arrivando, i segnali sono incoraggianti e proprio per questo dobbiamo evi tare un Far West». In attesa anche della nuova legge regionale in materia, anche per Nardi, il rischio concreto è rappresentato dall’abusivismo: troppe strutture sono nate senza preparazione e professionalità, con l’unico obiettivo di approfittare economicamente della situazione. I numeri dicono che in nessun’altra provincia lombarda (nemmeno a Milano) i Bed& Breakfast sono cresciuti così tanto.

A Cremona e a Sondrio i posti letto sono aumentati di circa il 70%, a Milano del 66% e a Lecco del 60%. Ma nessuno ha sfiorato il più 89,9% di posti letto registrato in Brianza. In Camera di commercio, che ha messo a punto un servizio di navetta gratuito fra gli hotel della zona e il sito dell’esposizione universale, è scattato l’allarme, così come tra gli operatori «storici»: esattamente come è avvenuto anche a Milano dove, a 8 milioni di biglietti già venduti per Expo, negli hotel restano vuoti due letti su tre. E sfumano, di pari passo, anche i propositi di aumentare le tariffe degli alberghi come tradizionalmente avviene per gli appuntamenti più attesi. A Monza, Casa Letizia è stato il primo Bed&Breakfast, aperto nel 2002 da Maria Letizia Marian: «All’inizio ero la sola alternativa all’albergo. Adesso i B&B ufficiali sono 15, ma poi c’è un sommerso spaventoso che ci penalizza moltissimo. Noi dobbiamo comunicare le presenze e far pagare la tassa di soggiorno di un euro e mezzo, come fossimo un hotel a tre stelle, gli altri no». L’Ufficio del turismo della Pro Monza conferma: «Noi forniamo esclusivamente i nominativi dei B&B ufficiali — spiega la responsabile Giusy Levati — ma è evidente che in Rete l’offerta sta crescendo a dismisura».

Agrate Brianza - Camere separate per Star e Jealsa

di Carlo Turchetti da il Corriere Economia del 16/03

Il divorzio è stato ratificato nei giorni scorsi, in modo consensuale, per un prezzo vicino a 7 milioni. E arriva a 15 anni di distanza dalla nascita della joint venture nel tonno sott’olio tra la Star, all’epoca saldamente nelle mani della famiglia Fossati, e il gruppo spagnolo Jealsa Rianxeira, numero due in Europa nelle conserve ittiche, che avevano dato vita al brand Mare Aperto-Star, 52 milioni di ricavi e una quota di mercato in Italia del 4% che lo colloca al quarto posto. Adesso i due partner hanno deciso di separare le proprie strade e la Star ha ricomprato il 50% della joint venture dalla società galiziana presieduta da Jesùs Alonso (il nome Jealsa nasce proprio dalle iniziali del fondatore) che ha deciso di puntare decisamente verso il Sudamerica con investimenti in Brasile e Guatemala.

A ben vedere la separazione è stata decisa da due patron spagnoli, visto che la Star, circa 300 milioni di ricavi nei dadi da brodo, condimenti e piatti pronti, è ormai da tempo la filiale italiana della Preparados alimenticios (marchio Gallina Blanca) posseduta dalla famiglia Carulla Font. Ossia la dinastia di Barcellona che pagò oltre 700 milioni ai Fossati per insediarsi nella società del «doppio Brodo» di Agrate Brianza. Con il riacquisto del 100% di Mare Aperto, cambierà anche l’assetto produttivo visto che fin qui la Jealsa curava l’inscatolamento e la Star la distribuzione nei supermercati.

Caprotti (Esselunga), appalto da 2,4 milioni di euro ai vigilantes accusati di aver calunniato la Coop

La verità di Caprotti sui vigilantes anti Coop

di Luigi Ferrarella da il Corriere della sera del 16/03

Bernardo Caprotti, il patron di Esselunga, testimonia a sorpresa in Tribunale su 2,4 milioni di euro di Esselunga andati a finire a due vigilantes poi accusatori di Coop Lombardia. Succede in una udienza di routine di un processo in apparenza altrettanto ordinario: quello a due titolari di una agenzia di sicurezza privata, Fabio Quarta e Gianluca Migliorati, rinviati a giudizio appunto per l’ipotesi di calunnia ai danni del direttore affari generali di Coop Lombardia, Daniele Ferrè: vicenda nata quando all’inizio del 2010 il quotidiano «Libero» (diretto dall’agosto 2009 da Maurizio Belpietro) aveva pubblicato per tre giorni in prima pagina articoli di Gianluigi Nuzzi e Davide Giacalone («La Coop ti spia», «I compagni orecchioni», «Coop, tutti gli uomini del Pd sapevano ») nei quali si prospettava — anche con la pubblicazione di stralci di conversazioni private (e pure a sfondo sessuale) di dipendenti di un supermercato illecitamente registrate — che Coop Lombardia avesse ideato una sistematica attività di spionaggio dei propri dipendenti sul luogo di lavoro.

Ma l’inchiesta giornalistica, basata su fonti come appunto i due vigilantes la cui società aveva lavorato per Coop Lombardia prima dell’insorgere di attriti economici, si era rivelata infondata a giudizio sia del giudice civile di primo grado, che aveva condannato il quotidiano a risarcire 100 mila euro a Ferrè per diffamazione; sia, nel penale, alla giudice preliminare Anna Zamagni, che aveva assolto Ferrè dall’accusa di intercettazioni illegali ma aveva anche trasmesso al pm gli atti sugli 007 privati per l’ipotesi di calunnia, reato per il quale erano poi stati rinviati a giudizio. Ed è appunto in questo loro processo che non solo Caprotti, ma anche il suo amministratore delegato Carlo Salza, citati come testi dall’avvocato della parte civile Ferrè, Giacomo Lunghini, a sorpresa raccontano (il verbale dell’udienza di venerdí è stato depositato adesso) di aver incontrato i due vigilantes alcuni mesi prima degli articoli di «Libero». «Il 14 luglio 2009 Belpietro, che allora dirigeva Panorama, mi venne a trovare per un favore urgente», spiega Caprotti alla giudice Teresa Guadagnino. «Mi disse che aveva una inchiesta su certe condotte di Coop, che era stato aiutato da questi poliziotti privati, che si era avvalso di materiale fornito da loro, e che avevano problemi economici.

Mi chiese: “Ho bisogno di un favore, voi potreste farli lavorare come vigilantes nei supermercati?”. Io risposi: se posso fare un favore a voi e a Panorama, volentieri. Così tra luglio e agosto li vidi una volta, un’altra andai io nella loro sede 10 minuti in ottobre, e dissi al nostro capo della sicurezza, Marsili, di farli lavorare. Sa, ci servivamo di decine di società di vigilanza, spendendo 10 milioni l’anno, per gli 80 mila posti auto dei nostri negozi».

«Gli demmo la vigilanza di 7-8 supermercati per 4 anni, per un fatturato di circa 2,4 milioni di euro», conferma l’amministratore delegato di Esselunga, Salza: «Caprotti e io siamo stati contattati da Belpietro, disse che sulla base di materiale fornito da queste due persone aveva una inchiesta su certi fatti della Coop che non gli apparivano ortodossi, e ci chiese di farli lavorare perché erano in gravissime difficoltà economiche». Tra Caprotti e Salza restano solo alcune sfumature difformi: Caprotti non ricorda che Belpietro gli avesse accennato a registrazioni illecite, e dichiara di nemmeno aver mai saputo degli articoli pubblicati mesi dopo da Libero, mentre Salza ricorda di averne appreso dalla rassegna stampa aziendale sui concorrenti, e di averli commentati con Caprotti.

lferrarella@corriere.it

Agrate Brianza - Maggiore produttività e meno costi. Arriva la banda ultra larga in 430 ditte

di Lella Codecasa da il Corriere della sera

AGRATE BRIANZA Il sindaco, Ezio Colombo, lo ha annunciato così: «Camera di Commercio e Confindustria lo hanno giudicato tecnicamente ottimo». Si tratta del progetto, presentato l’altra sera in Municipio, per portare la banda ultra larga nella aree industriali di Agrate, Brugherio e Concorezzo. Si chiama «Airfiber», è stato sottoscritto dal Comune di Agrate Brianza, da Confindustria Monza, Camera di Commercio Monza, e dal Distretto Green & High Tech Monza e Brianza. Le imprese che potrebbero utilizzarla sono in totale 430, di cui 350, medie e piccole, ad Agrate. Bastano 35 aziende per partire, una ventina ha già aderito nell’incontro dell’’altra sera. «È un progetto — ha spiegato Colombo — che permetterà alle imprese di migliorare la produttività, di potenziare e velocizzare la trasmissione di dati, i contatti con i clienti, ottimizzando e riducendo i costi di gestione». Il Distretto per parte sua ha già individuato l’azienda che si occuperà della posa della fibra ottica. «A breve si potrà partire con la fase operativa», ha detto Giacomo Piccini, Direttore generale del Distretto Green & High Tech.

Brugherio - Addio a Fumagalli, il signor Candy. Fece scoprire la lavatrice agli italiani

di Rosella Redaelli e Riccardo Rosa da il Corriere della sera

MONZA È scomparso ieri a 86 anni Peppino Fumagalli, presidente onorario di Candy, la multinazionale degli elettrodomestici che aveva fondato nel 1945 insieme al padre Eden e ai fratelli Enzo e Niso, scomparso anche lui proprio il 9 marzo di venticinque anni fa. Per cinquant’anni è stato al vertice dell’azienda, passando poi le redini del gruppo, all’inizio degli anni ‘90, ai nipoti e ai figli Aldo e Beppe. Dell’azienda che ha portato la prima lavatrice in Italia e ha segnato la storia del dopoguerra nel nostro Paese, amava ricordare gli esordi quando si chiamava «Officine Meccaniche Eden Fumagalli» e occupava un piccolo spazio in via Agnesi a Monza. «Ci raccontava del laboratorio dove c’erano carte e progetti per terra — ricorda la figlia Elisa —: i disegni di mio zio Enzo che dal periodo di prigionia in America era tornato con l’idea di realizzare in Italia la prima lavabiancheria, il modello 50, nel 1945 e la musica di Sugar Candy a cui si ispirò per il marchio ».

In memoria del fratello Enzo, scomparso nel 1967, Peppino Fumagalli organizzava ogni anno una riunione di tutta la grande famiglia monzese nel giorno del Ringraziamento e non aveva mancato neppure l’ultimo appuntamento: «Più tacchino mangiate e più benedizioni ricevete», diceva ai figli Aldo, Beppe, Laura, Elisa, alla moglie Gianna e alla cinquantina di nipoti e pronipoti riuniti per festeggiare. «Negli ultimi anni — ricorda ancora la figlia Elisa — aveva assunto questo ruolo di grande nonno di tutti. La famiglia, del resto, è sempre stata in cima ai suoi pensieri: era un uomo generoso e creativo». In famiglia i nipoti non dimenticano la sua carica umana davvero fuori dal comune, lontana dal cliché del grande industriale. La riservatezza tutta brianzola era un’altra sua caratteristica: l’unico aneddoto privato che amava raccontare era legato al giorno in cui fu ricevuto sulla nave Britannia dalla regina Elisabetta, dopo l’acquisizione di Hoover da parte del gruppo Candy.

In quell’occasione gli fu conferito il titolo di Honorary Commander of British Empire. «Ne parlava con l’orgoglio di un industriale italiano ». Anche se negli ultimi anni aveva lasciato gli incarichi operativi, voleva essere sempre aggiornato su quella che è diventata una multinazionale con 5.300 addetti nel mondo, ma con la sede centrale a Brugherio. «Un modello di riferimento per tutti gli imprenditori — dice Carlo Edoardo Valli, a lungo presidente degli industriali di Monza e Brianza —. Lo ricordo presente e attivo in Confindustria. E trovava anche il tempo per impegnarsi nel sociale: fu lui a fondare l’associazione Amici della Fondazione che aiutava Fondazione Cariplo nella raccolta fondi». I funerali del «signor Candy» si svolgeranno domani (alle 10.45) nel Duomo di Monza.

Milano - Triplicati i permessi per i nuovi cantieri «Segnale di ripresa»

di Maurizio Giannatasio da il Corriere della sera

È la fotografia dell’urbanistica di Milano. Indica una tenuta del mercato bloccato per anni dalla crisi che ha attanagliato il Paese. Dai 78 permessi per costruire presentati nel 2012 al settore Urbanistica di Palazzo Marino si è passati ai 306 del 2014. Più che triplicati. Anche se è un dato che va preso con estrema cautela, perché, rispetto agli anni d’oro del mercato edilizio, si tratta in gran parte di interventi medio-piccoli. Mentre la somma totale delle richieste è in lieve flessione rispetto al 2013 (1.260 contro 1.327) ma superiore al 2012 con 1.145 progetti presentati. Accanto alle richieste di nuove costruzioni c’è però un altro dato che colpisce. Se nel 2009 la percentuale di pratiche chiuse entro l’anno era del 60 per cento, nel 2014 si attesta al 90 per cento. Leggiamola al contrario: nel 2009 i carichi pendenti riguardavano il 40 per cento delle pratiche, provocando sconcerto e irritazione tra gli operatori.

Oggi si attesta al 10 per cento. «Questi numeri stanno a significare che la gente torna a crederci — attacca il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Ada Lucia De Cesaris — Si tratta in gran parte di interventi medi, ma sicuramente è una spinta positiva. Non c’è stata la riduzione che qualcuno immaginava. C’è stata una tenuta». Andiamo a vedere i dati del 2014. Agli sportelli dell’Urbanistica si sono presentati 1.260 professionisti: in 306 hanno chiesto il permesso per costruire, ossia l’autorizzazione per ogni attività di trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio. Nel 2013 erano stati 172. Nel 2012, 78. Una progressione evidente dovuta non solo alla lieve ripresa del mercato ma anche perché l’architetto o l’operatore si sente più tutelato rispetto ad altri titoli edificatori come la dichiarazione di inizio attività (Dia) o la segnalazione certificata di inizio attività (Scia) che sono in pratica delle autocertificazioni e se da una parte semplificano dall’altra lasciano sempre l’alea dell’incertezza.

Nel caso, invece del permesso per costruire, il Comune deve dare risposte certe in tempi certi. L’altro dato che colpisce è la crescita dei permessi di costruire a parziale o a totale sanatoria. Sono stati 55 nel 2012, 52 nel 2013 e sono saliti a 69 nel 2014. Le denunce di inizio attività (Dia) sono state 700 contro le 979 del 2013 e le 987 del 2012. Ma questo decremento è facilmente spiegabile con il fatto che le dichiarazioni di inizio attività hanno lasciato spazio alla Scia, la segnalazione certificata di inizio attività. Solo una nel 2012 e nel 2013, ben 100 nel 2014. E veniamo ai carichi pendenti. Lo smaltimento del pregresso ha fatto un balzo in avanti. Nel 2009 su 1.301 progetti, quelli chiusi si sono fermati a 879. L’anno successivo su 1.341 richieste, ci si è bloccati a 849. Passiamo al 2011: 1.348 pratiche aperte, 715 chiuse. Nel 2012, il primo passo in avanti consistente: su 1.145 progetti, ne sono stati chiusi 999 . Nel 2013 il rapporto è di 1.327 a 1.190.

Nel 2014 c’è stato addirittura il sorpasso, con il recupero dell’arretrato precedente: 1.260 richieste presentato nell’anno, 1.271 pratiche evase. «Abbiamo ereditato una situazione difficile — spiega il vicesindaco Ada Lucia De Cesaris — con un 40 per cento di pratiche arretrate. Quando finirà il nostro mandato non lasceremo a chi arriverà nessuna pendenza. È un grande risultato. Diamo un elemento di certezza a tutti gli operatori ». Palazzo Marino ha lavorato su due binari, quello della semplificazione e la scrittura del nuovo regolamento edilizio. «In questi anni — conclude la De Cesaris — abbiamo fatto un grande sforzo di riorganizzazione degli uffici e abbiamo cercato di creare un nuovo rapporto tra lavoratori e professionisti con l’obiettivo di accelerare le pratiche. Il dato dimostra che lo sforzo ha prodotto dei risultati. Certo si può e si deve fare di più ma con il 2014 si è dimostrato che si possono chiudere nell’anno tutte le pratiche presentate».

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