infortuni

Divani, cucine e frigoriferi all’Inail Lombardia lavori gonfiati per arredare le case dei capi

di Emilio Randacio da la Repubblica del 12/10

IFONDI per la manutenzione degli immobili dell’Inail? Utilizzati per arredare «la cameretta » dell’appartamento del cassiere dell’Istituto per le assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro. Ma anche la cucina dell’appartamento sui Navigli del figlio, i «mobili del soggiorno », «l’arredo del bagno con la zona lavanderia». Con questo «gioco» basato su false fatture, in tre anni si sarebbero depredati oltre 200 mila euro delle casse dell’Inail Lombardia. Fino a quando, nel 2012, una inchiesta interna ha scoperto come veniva sperperato il denaro pubblico. Il pubblico ministero milanese Grazia Colacicco nelle scorse settimane ha formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio. Otto gli imputati e sei società a cui viene contestata la responsabilità della legge 231. Tra loro, oltre agli imprenditori consenzienti, il responsabile regionale della cassa dell’Istituto, Giuseppe Lovaglio, il funzionario del settore contabilità, Giuseppe Pennacchia, il prima vice e poi promosso cassiere — fino all’inchiesta interna — , Maurizio Della Cort e la dipendente Inail Franca Di Giovanni. Truffa, falso e corruzione le accuse prospettate dal pubblico ministero Colacicco.

E l’inchiesta, approdata due giorni fa all’udienza preliminare davanti al gup Giuseppe Gennari, vede già le prime richieste di patteggiamento. Per capire cosa è successo per almeno quattro anni nella contabilità Inail, bisogna prendere a prestito le parole di uno degli indagati, Massimo R., cinquantenne fabbro milanese. «Verso la fine del 2005 comincia a collaborare all’Inail come fornitore», inizia a raccontare al magistrato il 29 settembre scorso. «Si trattava in genere di lavori di manutenzione e fino al 2007 — racconta l’artigiano pentito — , le cose sono andate avanti senza alcun problema. I lavori svolti mi venivano pagati sulla base di un listino prezzi che all’epoca esisteva». Poi, sette anni fa, la svolta. «Verso la fine del 2007 vengo contattato da Dalla Cort e da Lovaglio — responsabile regionale della Cassa — che mi fanno la proposta di chiedermi la disponibilità per fare lavori di arredo fuori dagli uffici Inail». Il meccanismo, tutto sommato, è vecchio come il mondo. «Mi spiegano — continua l’indagato nel suo raccontoconfessione — di aumentare i preventivi per i lavori reali di circa il 20-30%.... l’accordo prevedeva che avrei dovuto mettere da parte la differenza tra il va lore effettivo del lavoro e quello dichiarato, creando una sorta di “tesoretto”, destinato ad essere utilizzato (come di fatto è successo), per arredare le loro rispettive case». I lavori si gonfiano, la differenza si mette da parte, e al momento opportuno, la si utilizza alla bisogna. In questo caso «gli appartamenti di Lovaglio, di Della Cort e Pennacchia».

«In genere — prosegue il ricchissimo ricordo — , non passava molto tempo tra l’accumulo di questo “tesoretto” e i lavori fatti nelle case dei dipendenti Inail. Si trattava di qualche mese, il vatempo necessario per accumulare il valore delle rispettive forniture ». Ed ecco come magicamente si materializza l’investimento. «Ho eseguito lavori a casa di queste persone. In particolare, ricordo di aver fornito e montato arredi in casa del figlio del signor Della Cort, in zona Navigli, forse Corsico». Non proprio bazzecole, visto che per questa ristrutturazione, l’ex fabbro diventato nel frattempo arredatore, falegname e tuttofare, ci ha lavorato «nell’arco di tempo 2007-2010». Ancora particolari: il signor Massimo ricorda al magistrato «di aver fornito e montato al figlio di Della Cort, la cucina, i mobili del soggiorno con tavolo e sedie, i mobili della camera da letto, forse anche i divani della sala, per un complessivo di quasi 10 mila euro ».

Stessa cosa — sempre secondo l’accusa — sarebbe stata fatta per il funzionario regionale della contabilità Inail. «Per Pennacchia, che abitava a Sesto San Giovanni ho fornito il soggiorno, i divani, l’arredo del bagno con la zona lavanderia, ho sostituito il frigorifero, il piano cottura e il forno e montato la cameretta del figlio». La memoria dell’ex fabbro si fa ancora più viva: «Ricordo che i divani erano rossi e di avergli fornito quelli che avevo in esposizione». Stesso «servizio» sarebbe stato passato anche per il più alto in grado, il «responsabile cassa» Lovaglio. Tutti denari delle casse Inail, usciti «per lavori inesistenti o gonfiati», e finiti più o meno direttamente nelle case-tasche dei funzionari dell’istituto.

Si ribalta con il furgone a Triuggio. Muore operatore ecologico della Gelsia

di Laura Ballabio da il Giorno 

È DECEDUTO ieri Felix Riva, il dipendente di Gelsia Ambiente che mercoledì mattina si è ribaltato alla guida di un furgone nella frazione triuggese di Tregasio. L’incidente è avvenuto poco dopo le 7 in via Cagnola, all’altezza del civico 66. Unico coinvolto nel sinistro il lavoratore della società brianzola che si occupa della raccolta dei rifiuti a Besana. L’uomo, un 39enne originario dell’Ecuador ma residente a Perego nel Lecchese, stava completando il giro della raccolta dei rifiuti nella frazione besanese di Calò. Come tutte le mattine era al volante del mezzo usato per il ritiro porta a porta: un Iveco Daily che da Besana era diretto verso Triuggio. Il furgone stava percorrendo la strada che collega i due comuni e dopo una curva si è ribaltato spargendo tutti i rifiuti contenuti nel cassone lungo la strada. Il veicolo è scivolato per alcuni metri invadendo il centro della carreggiata e fermandosi contro il marciapiede sul lato opposto di marcia, di fronte a una pensilina dell’autobus. L’impatto è stato devastante. Il mezzo si è rovesciato d nel contraccolpo la testa dell’operaio ha sbattuto contro il parabrezza. L’operaio è rimasto incastrato in mezzo alle lamiere e per liberalo sono dovuti intervenire due mezzi dei vigili del fuoco di Seregno. Le sue condizioni da subito sono apparse gravissime. Sul posto sono intervenuti l’elisoccorso proveniente dall’ospedale Niguarda di Milano, un’ambulanza della Croce Bianca di Besana, i carabinieri della vicina stazione di Biassono e la Polizia locale di Triuggio. La circolazione del traffico è stata bloccata lungo tutta via Cagnola, da Tregasio a Triuggio, per circa due ore. Il ferito è stato poi portato d’urgenza al San Gerardo di Monza e nella tarda mattinata di ieri i medici del reparto di Terapia intensiva dell’ospedale monzese ne hanno dichiarato la morte. Nel pomeriggio, dopo aver avuto il consenso della famiglia, i medici del San Gerardo hanno provveduto all’espianto degli organi. Felix Riva lavorava nella sede di Desio di Gelsia Ambiente dal 2013, quando la società brianzola si era aggiudicata l’appalto dei rifiuti del Comune di Besana.

L’OPERAIO 39enne era sposato e aveva un bambino di 10 anni. «Come presidente di Gelsia Ambiente, unitamente a tutto il Consiglio e a tutti i dipendenti della società vogliamo esprimere la massima vicinanza alla famiglia e al figlio - ha spiegato Alessandro Boneschi, numero uno della società -. Vorrei anche esprimere la nostra stima per l’importante gesto di altruismo che la famiglia ha voluto compiere in questo momento di dolore: è coraggiosa la scelta di donare gli organi ed esprime una grande generosità in questo terribile momento. Posso già da ora affermare che Gelsia è una grande famiglia e non lasceremo certamente soli i familiari della vittima».


La denuncia dei sindacati: «Bisogna investire sulla sicurezza dei lavoratori»
di Laura Ballabio da il Giorno

— TRIUGGIO —
«PURTROPPO sono questi i momenti in cui si comprende che le attenzioni e gli investimenti in sicurezza non sono mai abbastanza e che incidenti sul lavoro accadono anche nei servizi pubblici, come quelli destinati all’igiene ambientale». A commentare il secondo morto sul lavoro dall’inizio dell’anno è stata la Cgil di Monza e Brianza. «È indispensabile che in questo settore si rafforzi in tutti i protagonisti la consapevolezza che l’impegno per la sicurezza non è un costo aggiuntivo, ma piuttosto un investimento che rafforza un comune patrimonio di umanità e solidarietà - si legge nel documento -. Anche per questo motivo il contratto nazionale deve essere al più presto rafforzato, proprio negli strumenti destinati a garantire maggiore sicurezza». La notizia del decesso, arrivata solo nel corso della giornata di ieri, ha colpito duramente la sezione della Funzione Pubblica che ha voluto esprimere le condoglianza ai parenti e agli amici dell’operaio morto. «In questo momento la Funzione Pubblica Cgil di Monza e Brianza è vicina alla famiglia di Felix Riva» ha spiegato Lino Ceccarelli.

Besana Brianza - Gravissimo incidente sul lavoro di un operatore Gelsia Ambiente. In rianimazione al San Gerardo

COMUNICATO STAMPA

INCIDENTE SUL LAVORO A BESANA BRIANZA

La mattina di mercoledì 23 luglio, un operatore di Gelsia Ambiente, addetto al servizio di raccolta rifiuti nel Comune di Besana Brianza, è rimasto ferito a seguito del ribaltamento del mezzo che guidava.

Ora è in rianimazione all’Ospedale San Gerardo di Monza, in gravissime condizioni.

Purtroppo sono questi i momenti in cui si comprende che le attenzioni e gli investimenti in sicurezza non sono mai abbastanza e che incidenti sul lavoro accadono anche nei servizi pubblici, come quelli destinati all’igiene ambientale.

È indispensabile che in questo settore, dove il lavoro di raccolta e smaltimento viene appaltato dai Comuni a imprese pubbliche e private, si rafforzi in tutti i protagonisti la consapevolezza che l’impegno per la sicurezza non è un costo aggiuntivo, ma piuttosto un investimento che rafforza un comune patrimonio di umanità e solidarietà.

Anche per questo motivo il contratto nazionale deve essere al più presto rafforzato, come richiesto nella recente piattaforma sindacale unitaria, proprio negli strumenti destinati a garantire maggiore sicurezza.

In questo momento la Funzione Pubblica CGIL di Monza e Brianza è vicina a Felix Riva e solidale con la sua famiglia e con tutti i suoi colleghi.

CGIL Monza e Brianza

 

Cede il tetto, artigiano di Cesano precipita da otto metri: è in fin di vita

di Alessandra Zanardi da il Giorno

CEDE IL TETTO IN ETERNIT, un operaio precipita da un’altezza di otto metri.
Sono appese a un filo le condizioni di S.S., un artigiano di Cesano Maderno che ieri mattina è rimasto vittima di un grave infortunio sul lavoro a Peschiera Borromeo.
L’uomo, 49 anni, è stato ricoverato a Niguarda con un trauma cranico e un trauma toracico. Si teme per la sua vita.
L’incidente è avvenuto alle 8.30 in via Giuseppe Di Vittorio, nella zona industriale, alla periferia Est della città.
Il 49enne è salito sul tetto di un capannone - che ospita anche un negozio - per effettuare alcuni lavori di manutenzione, in regime di subappalto.
L’uomo, incaricato di riparare le parti ammalorate per contrastare le infiltrazioni, si era da poco messo all’opera, quando all’improvviso è precipitato nel vuoto.
Il peso del 49enne ha provocato il cedimento del tetto, rivestito con alcune lastre di cemento-amianto che, evidentemente, non hanno retto. Un volo di otto metri, poi lo schianto.
È stato il titolare del negozio a chiamare i soccorsi, affidati all’elicottero del 118 e a un’ambulanza della Croce Rossa.
Le condizioni del ferito sono sembrate «piuttosto critiche» ai sanitari, che hanno riscontrato varie lesioni riportate nella caduta.

L’OPERAIO è stato stabilizzato sul posto, quindi caricato sull’elicottero per essere trasferito in ospedale. Nel pomeriggio, la prognosi era ancora riservata. Sul luogo dell’infortunio sono intervenuti per i rilievi i vigili di Peschiera Borromeo e i tecnici della Asl Milano 2. Gli accertamenti, tutt’ora in corso, puntano a verificare come fosse regolato il rapporto di lavoro tra il ferito e i committenti.

SI CERCA anche di capire se, al momento dell’incidente, fossero in uso le misure di sicurezza previste in questi casi. Vista la dinamica dell’accaduto, è presumibile che l’operaio non fosse imbracato, come invece dovrebbe avvenire quando si lavora in quota. Nella casistica degli infortuni, le cadute dall’alto sono in cima alla classifica del pericolo.
L’edilizia si conferma uno dei settori con la più alta percentuale di rischio; seguono industria e agricoltura.
L’altro giorno inn un cantiere a Monza un uomo di 45 anni era anche lui precipitato da un’altezza di 8 metri e, anche se non rischia la vita, la sua prognosi è riservata e si teme che possa rimanere paralizzato.
alessandra.zanardi@ilgiorno.net

Seregno - Cadono dalla soletta che ristrutturano

da il Giorno del 22/06

UN INFORTUNIO sul lavoro per due muratori che stavano ristrutturando una vecchia costruzione in via Lambro (zona S. Salvatore). L’incidente è avvenuto venerdi poco dopo le 16 al civico 5. All’improvviso ha ceduto la soletta al primo piano provocando la caduta dei due lavoratori che sono finiti dopo un volo di alcuni metri sull’asfalto del cortile sottostante.
Subito è scattato l’allarme e sul posto con le ambulanze è intervenuta anche l’automedica. Dopo più di mezz’ora i due sfortunati lavoratori hanno potuto essere trasferiti in ospedale a Desio feriti ma non in pericolo di vita.

Operaio colpito alla testa da argano. Gravissimo un 27enne di Cavenago

da il Giorno del 18/06

L’ARGANO lo ha colpito in testa, arrivandogli alle spalle, senza che se ne accorgesse. Si è staccato dal terzo piano, mentre il giovane operaio era in giardino a raccogliere macerie. L’uomo è ora in fin di vita, ricoverato nel reparto di Rianimazione dell’Ospedale Sant’Anna di Como. Erik Galli, 27 anni, muratore di Cavenago, nel primo pomeriggio di ieri stava lavorando con un collega in un cantiere di via Battista Tettamanti, al civico 25, nel quartiere comasco di Breccia.

ERANO in corso lavori di ristrutturazione in un appartamento del terzo piano, dove poco prima delle 16, si trovava il collega di Galli. Lui era invece sceso in giardino, a recuperare le macerie di risulta dei lavori che stavano svolgendo.
Stava guardando verso terra, non si è accorto che l’argano fissato sul balcone, si è improvvisamente sganciato, è caduto nel vuoto e lo ha colpito in testa. Un blocco di ferro che ha preso velocità e peso durante quei metri percorsi in caduta libera, e che lo ha colpito in pieno alla testa. Una ferita gravissima: il medico e i soccorritori del 118, che lo hanno dapprima minimamente stabilizzato, quanto bastava per poterlo muovere, e poi portato in pronto soccorso, lo hanno trovato in condizioni già drammatiche. Con una ferita importante in uno dei punti più critici.

AL SANT’ANNA il ventisettenne è stato sottoposto fin dai primi istanti a cure intensive, poi ricoverato nel reparto di Rianimazione, dove è in stretta osservazione. Rimane da capire come sia potuto accadere che quel pesante argano, la carrucola in ferro utilizzata per issare e far scendere a terra secchielli, materiali e altri pesi utilizzati nell’edilizia, fissata al balcone con tutte le cure necessarie ad agganciarlo al meglio, si sia potuto sganciare. Era stato già utilizzato quel giorno, senza che nessuno si rendesse conto di criticità o di un’uscita dalle guide, che sarebbe stata immediatamente sistemata. Spetterà ora alla Asl, intervenuta con i suoi ispettori addetti alla prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro, nel cantiere di via Tettamanti in cui è avvenuto il grave incidente, capire cosa sia accaduto, e cosa non ha funzionato nell’adozione delle misure di che dovrebbero garantire la tranquillità di chi è al lavoro. Sopralluogo svolto assieme alla polizia. Rimane però prioritario, capire come evolveranno le condizioni cliniche del muratore, e come riuscirà a superare le prossime, delicatissime, ore di ricovero.
Pa.Pi.

Nova Milanese - Mano incastrata nella pressa, rischia le dita

di Alessandro Crisafulli da il Giorno

INCIDENTE sul lavoro ieri mattina in una ditta di Nova: un 47enne, responsabile di reparto della Eurotubi di via Croce Rossa Italiana, è finito all’ospedale per lo schiacciamento della mano destra.

ADESSO rischia l’amputazione di tre dita. L’infortunio è avvenuto per una semplice distrazione, come lo stesso ha ammesso alla polizia locale intervenuta sul posto insieme all’ambulanza e, in seguito, all’Asl. Intorno alle 8.40, l’uomo stava estraendo alcuni tubi di metallo da una pressa, quando ha posizionato la mano destra in un posto sbagliato ed è rimasta incastrata. Una mossa errata, nonostante la grande esperienza accumulata in quel posto di lavoro. Qundi, le urla di dolore, i soccorsi a sirene spiegate, poi il trasferimento in codice giallo presso la Multimedica di Sesto San Giovanni, dove è stato medicato. In corso, comunque, accertamenti sul macchinario.

Sovico - Tragedia nel cortile della Parà. Imprenditore muore schiacciato da Tir

di Laura Ballabio da il Giorno

UN IMPROVVISO sobbalzo del camion. La testa infilata tra il muro e il camion, per controllare la manovra del mezzo durante le operazioni di scarico. È morto così, sotto gli occhi del fratello, con il capo rimasto schiacciato tra il muro e l’autoarticolato, Felice Colli, 53 anni di Colico, titolare di una ditta di attività di recupero del lecchese. L’incidente è avvento pochi minuti prima delle 15 di ieri pomeriggio in viale Monza a Sovico. L’imprenditore, in compagnia del fratello minore Filippo, 50 anni, era da pochi minuti arrivato presso la sede della ditta Parà, lungo la Monza-Carate a Sovico. La ditta intestata a Felice Colli si occupa di scavi e demolizioni. Negli ultimi anni, complice la crisi economica, ha ampliato le sue mansioni dedicandosi alla compravendita dei macchinari delle aziende in fallimento. Anche ieri pomeriggio, l’imprenditore aveva lasciato la sede della sua azienda, in via al Confine, per raggiungere la società brianzola. Sul mezzo pesante, usato per raggiungere Sovico, era stato caricato un muletto usato, acquistato poco tempo fa in un’asta fallimentare. La società di Sovico aveva contattato l’imprenditore lecchese perché era interessata all’acquisto del mezzo meccanico normalmente utilizzato in magazzino per spostare e caricare la merce.

PRIMA PERÒ che l’affare andasse in porto, la ditta di viale Monza a Sovico aveva chiesto di visionare e provare il muletto, per accordarsi poi sull’eventuale acquisto e prezzo di vendita. Poco prima dell’incidente sul lavoro erano iniziate le operazioni di avvicinamento dell’autoarticolato per scaricare il muletto. Al volante era rimasto Filippo Colli, il fratello minore. A dirigere le operazioni di scarico invece era sceso nel cortile della società sovicese, Felice Colli.

L’IMPRENDITORE si è sporto per valutare lo spazio che rimaneva tra il mezzo pesante e il muro. Durante l’operazione l’autoarticolato ha avuto un sobbalzo improvviso che ha stritolato la testa del 53enne lecchese contro il muro. Gravissime le ferite riportate nell’incidente. Immediati i soccorsi chiamati dal luogo dell’incidente. Sul posto è arrivata l’equipe medica della Croce Verde di Lissone e l’automedica proveniente dal vicino ospedale di Carate Brianza. Immediate le manovre di rianimazione cardiopolmonare provate per rianimare l’imprenditore lecchese. Un tentativo in extremis da parte dei medici sul posto è stato fatto tentando di portarlo in codice rosso al pronto soccorso del San Gerardo di Monza. Per l’imprenditore lecchese non c’è stato niente da fare. Pochi istanti dopo l’arrivo dell’ambulanza in ospedale i medici ne hanno constatato la morte. Sul posto ad occuparsi dei rilievi dell’incidente mortale sul lavoro sono intervenuti gli agenti della Polizia locale del comando unificato di Sovico e Macherio.

Mantova - Processo Montedison. Chiesti 80 anni per 11 ex manager

da il Corriere della sera

MANTOVA — Ottant’anni di carcere. È la somma delle richieste di condanna fatte ieri dal procuratore capo di Mantova, Antonino Condorelli, al processo Montedison per undici dei dodici ex manager dell’azienda chimica accusati di omicidio colposo, lesioni colpose e omissione dolosa di cautele sugli infortuni. Richiesta l’assoluzione solo per un imputato. Sono 72, secondo l’accusa, i dipendenti deceduti «a causa del comportamento omissivo» per tumori legati all’esposizione a benzene, amianto e stirene. Le indagini dei pm Giulio Tamburini e Marco Martani sono durate otto anni.

(S. Pin.)

Arese - Morti causate dall’amianto all’ex Alfa, la battaglia delle famiglie

Papà andava al lavoro con 39 di febbre ha guadagnato un tumore ai polmoni

di Roberta Rampini da il Giorno del 01/04

NON TUTTI hanno voglia di raccontare. Di ricordare. Nei faldoni che stringono sotto braccio c’è la storia di un loro familiare morto per l’amianto respirato in fabbrica. Qualcuno nasconde gli occhi lucidi dietro un paio di occhiali da sole. Anche chi racconta lo fa con un nodo alla gola. «Nostro papà era orgoglioso di lavorare all’Alfa Romeo. Aveva iniziato al Portello di Milano, poi era stato trasferito ad Arese. Ci raccontava del suo lavoro in fabbrica con passione, non si era mai lamentato delle condizioni in cui si lavorava».

RAFFAELLA e Maria Grazia Turconi, sono le figlie di Mario Turconi, morto il 4 novembre del 2000 per mesotelioma pleurico maligno. Sul libretto di lavoro di loro padre alla voce mansione c’era scritto “impiegato di terzo livello”, ma lui dietro alla scrivania e negli uffici non aveva mai fatto un giorno. O forse ne aveva fatti così pochi che neppure lui li ricordava.
E così aveva lavorato dal 1950 al 1969 al Portello e dal 1970 all’83 nello stabilimento aresino nel reparto controllo qualità. Il suo compito era quello di controllare, ogni giorno, migliaia di pezzi, batterie, filtri dell’olio e della benzina, pressiometri, faceva anche alcuni collaudi delle apparecchiature elettriche e dei quadri di comando. Senza adeguate protezioni maneggiava pezzi contenenti fibre d’amianto.

«QUANDO lo avevano trasferito ad Arese era contento perché si era avvicinato a casa — continuano le figlie — non aveva mai fatto un giorno di malattia, nè avuto problemi di salute, la malattia è arrivata dopo, quando ormai era in pensione». Tutto è scritto nei faldoni, ma prima ancora nella meomoria dei familiari, «me lo ricordo bene, come fosse ieri, eravamo in vacanza, era il giugno del 1999, papà aveva avuto un versamento pleurico», spiega Raffaella. Quello è stato l’inizio. Nella storia della “malattia professionale” di Mario e degli altri operai che, come lui sono morti qualche anno dopo, ci sono accertamenti medici, biopsie, ricoveri ospedalieri, interventi chirurgici. Poche speranze. Tanto dolore. Rabbia. Poi la morte.

«PAPÀ fu uno dei primi casi, poi abbiamo saputo di altre morti. Lui lo aveva capito da solo che la colpa di quella malattia era l’amianto respirato in Alfa Romeo ma noi abbiamo sempre cercato di proteggerlo. Ma non c’erano dubbi sull’origine di quel male, quando nei polmoni ti trovano un centimetro e mezzo di materiale bianco, di amianto, è logico che non lo hai respirato altrove, ma era quello che respiravi in fabbrica — continuano le figlie —. Solo qualche anno dopo ci hanno chiesto la documentazione medica e si è iniziato a parlare di responsabilità dei dirigenti della Fiat». In una relazione conclusiva sul “caso Mario Turconi” si legge «si ritiene che abbia subito esposizione ambientale all’amianto nel periodo lavorativo ad Arese».

A UDIENZA preliminare finita qualcuno tace. Altri raccontano. Altri sfuggono gli sguardi. Ma tutti i familiari delle vittime chiedono giustizia, «io sono fiduciosa in questo processo non solo per mio padre e gli altri operai morti, non solo per il risarcimento dei danni, ma per quelli che ancora oggi lavorano in condizioni poco sicure, perché ci sia maggiore consapevolezza», conclude Raffaella.
Accanto a loro anche la vedova, che parla poco, ma scuote la testa e ricorda un solo dettaglio: «Mario andava in fabbrica anche con trentanove di febbre».
roberta.rampini@ilgiorno.net

Arcore - Travolto dai tubi, grave operaio

di Marco Dozio da il Giorno

I TUBI in spostamento precipitano dall’alto, lo travolgono. E ora rischia l’amputazione della gamba, l’operaio di 41 anni rimasto gravemente ferito in un incidente sul lavoro alla Mechel Service di via Polini, acciaieria di matrice russa attualmente in liquidazione.
Sono da poco passate le 9, si lavora in magazzino. Carroponti, carichi pesanti da spostare con macchinari complessi. Situazioni delicate. I tecnici Asl del dipartimento per la prevenzione e la sicurezza del lavoro stanno raccogliendo gli elementi utili per ricostruire la dinamica. Quel che è certo è che un ammasso di tubi sospeso, per cause ancora da accertare, all’improvviso si stacca dal gancio finendo addosso al 41enne, lavoratore interinale, residente a Nova Milanese, un figlio piccolo. Sul posto la Polizia locale di Arcore, un’ambulanza, un’automedica e i Vigili del fuoco di Monza. Il ricovero all’ospedale San Gerardo è immediato, con il codice rosso delle urgenze: al momento non sarebbe in pericolo di vita, ma la frattura scomposta della tibia e la ferita al piede fanno temere la necessità di dover procedere con l’amputazione dell’arto inferiore. In quello stabilimento lavorano una decina di dipendenti.

ELENA DORIN, sindacalista della Fiom Cgil: «Attendiamo chiarimenti sulla vicenda specifica, che stiamo seguendo fin dall’inizio. Quello che posso dire è che in generale in molte aziende viene sottovalutata l’importanza della formazione specifica per quanto concerne le lavorazioni a rischio. Per esempio può succedere che i lavoratori a tempo determinato non ricevano un’adeguata informazione sui pericoli connessi alle loro mansioni e all’ambiente in cui si trovano a lavorare». Dunque un lavoro duro, il contratto in scadenza, l’azienda a un passo dalla chiusura, le incognite sul futuro della famiglia. E ora quest’infortunio gravissimo. Amici e familiari, fuori dalla camera del San Gerardo, sperano e pregano.
marco.dozio@ilgiorno.net

Monza - Morto schiacciato da un tornio: quattro condannati

da il Giorno

QUATTRO condanne e due assoluzioni. Così si è concluso il processo (in abbreviato) agli imputati della morte di Massimiliano Pelli. L’incidente era avvenuto il 3 luglio 2012 quando il trasportatore di Monza, 45 anni, residente a Monza e co-titolare dell’azienda di trasporti di famiglia. rimase schiacciato da un pesante tornio della «Meccanica Muttoni snc», che aveva ritirato ad Abbadia Lariana per consegnarlo a un’altra azienda di Monza, la «MRC Macchine Utensili». In sei erano stati rinviati a giudizio con l’accusa di omicidio colposo. Due di loro - Stefano Pelli, legale rappresentante della «Fratelli Pelli Autotrasporti snc» di Monza (fratello della vittima) e Marco Marconcini, titolare e rappresentante legale della «MRC Macchine Utensili» - sono stati assolti. Gli altri quattro imputati - Flavio, Roberto e Maurizio Muttoni e Antonietta Gennari, tutti rappresentanti legali della «Meccanica Muttoni snc» - hanno invece patteggiato una condanna a 11 mesi (pena sospesa).
A.M.

Sovico - Operaio morto: un patteggiamento e una condanna

di Stefania Totaro da il Giorno

UN patteggiamento e una condanna per omicidio colposo per la morte, il 26 luglio del 2010 in un cantiere di via Monte Sabotino a Sovico, di un manovale precipitato mentre smontava i ponteggi. Il titolare dell’impresa che aveva in appalto i lavori nel cantiere e il responsabile della vigilanza, accusati entrambi di concorso in omicidio colposo, erano imputati davanti al giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Monza Giovanni Gerosa: il primo ha concordato con il sostituto procuratore Salvatore Bellomo un patteggiamento a una pena di 1 anno e 4 mesi di reclusione con la condizionale, mentre il geometra responsabile della vigilanza è stato condannato dal giudice alla stessa pena, ma dopo il processo celebrato con il rito abbreviato. All’udienza preliminare si sono costituiti parte civile per ottenere un risarcimento dei danni i familiari della vittima, Consolato Leuzzo, 59 anni, di Cantù, sposato e padre di famiglia, che hanno ottenuto un primo risarcimento dei danni dall’Inail (che potrà eventualmente rivalersi sugli imputati) e ora potranno decidere se procedere con una apposita ulteriore causa civile. Secondo la ricostruzione dell’incidente eseguita all’epoca del tragico infortunio sul lavoro dalla Asl, i lavori nel cantiere erano stati già ultimati e una squadra di operai stava smontando i ponteggi quando il manovale, che non era sorretto da appositi sistemi di sicurezza, ha perso l’equilibrio ed è caduto all’indietro in un volo mortale.

Macherio - Operaio investito da un getto di plastica incandescente. E' grave

di Marco Galvani da il Giorno

È STATO investito in pieno volto da uno spruzzo di plastica liquida incandescente partito dal macchinario che stava controllando: un operaio di 41 anni è ora ricoverato in gravi condizioni all’ospedale San Gerardo di Monza. L’incidente è avvenuto poco prima delle 19 in un impianto lavorativo di via Pasubio specializzato nella produzione di stampi e nello stampaggio di materiale plastico. L’addetto, durante il proprio regolare turno di lavoro, ha iniziato a controllare il regolare funzionamento di un macchinario.

SEMBRAVA che tutto stesse procedendo come di consueto quando improvvisamente è partito un getto di plastica liquida ad alta temperatura. L’operaio non ha avuto il tempo di spostarsi né quasi di provare a proteggersi ed è stato colpito al volto. I colleghi hanno immediatamente chiamato i soccorsi cercando di prestare le prime cure al 41enne. In azienda sono arrivati l’ambulanza e l’automedica oltre ai carabinieri della Compagnia di Monza e ai tecnici dell’Asl. L’operaio è stato ricoverato al San Gerardo ma non è in pericolo di vita.
Restano da chiarire le cause dell’incidente e da accertare eventuali responsabilità. 

Renate - Schiacciata dal macchinario alla Beretta. Cinque a giudizio per omicidio colposo

di Andrea Morleo da il Giorno

TUTTI A GIUDIZIO per la morte di Manuela Tatiana Zecchina, la 46enne di Renate rimasta schiacciata in un macchinario negli stabilimenti del «Salumificio Fratelli Beretta» di via Garibaldi, a Barzanò. Lo ha deciso ieri mattina il giudice Massimo Mercaldo al termine dell’udienza preliminare relativa al procedimento che vedeva i cinque indagati (ora imputati) di omicidio colposo per i fatti accaduti la sera del 28 aprile 2011. Tra loro anche Alberto Beretta, nipote di Vittore (fondatore dell’azienda) in qualità di amministratore delegato e Diego Rottoli, responsabile del servizio prevenzione al «Salumificio Fratelli Beretta»; Giulia Sala, titolare dell’azienda di pulizia (la «CGP Pulizia» srl) per cui lavorava la vittima e Giovanni Bellani, responsabile della sicurezza. L’ultimo dei cinque soggetti che secondo l’accusa (fascicolo affidato al sostituto procuratore Cinza Citterio) sarebbero colpevoli della morte di Manuela Tatiana Zecchina risulta essere Stefano Iozzelli di Pistoia, titolare e rappresentante dell’azienda che realizzò il macchinario nel quale la donna rimase schiacciata. Così si è conclusa l’udienza che verteva sul supplemento di indagini chiesto nella precedente (23 aprile scorso) dallo stesso pm Citterio per capire alcuni dettagli tecnici sulla dinamica dell’incidente. L’accusa aveva ottenuto dal giudice dell’udienza preliminare il benestare (e quindi la restitutizione del fascicolo) per affidare l’incarico a un perito al fine di stabilire il funzionamento del macchinario - un’impastatrice per realizzare gli insaccati, posta sotto sequestro subito dopo l’incidente mortale — e se nel caso abbia subìto eventuali modifiche dopo la sua costruzione. Ieri il perito incaricato, l’ingegner Massimo Maria Bardazza, ha esposto gli esiti del suo lavoro sufficienti all’accusa per chiedere il rinvio a giudizio e al giudice per accettare fissando già la prima udienza del dibattimento (21 gennaio prossimo).

Le parti civili, i parenti della donna, sono già stati risarciti come hanno fatto sapere i legali degli imputati al termine dell’udienza. L’incidente mortale era avvenuto la sera del 28 aprile 2011 quando era terminato l’ultimo turno di lavoro. Negli stabilimenti di via Garibaldi, a Barzanò, erano iniziate le fasi di pulizia dei macchinari che compongono la complessa filiera aziendale. Manuela stava ripulendo un’impastatrice per miscelare i trinciati e rimase incastrata.

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