salute

Sanità Lombarda, l'eccellenza nella corruzione: da Daccò al Policlinico di Monza

19/10/2017

di Annalisa Berlingheri

Sanità, eccellenza della Lombardia”, un mantra per Roberto Formigoni.
Vero e proprio fiore all'occhiello, da sbandierare ad ogni piè sospinto.
Il ciellino firmò delibere con indebiti rimborsi per 200 milioni agli amici della Fondazione Maugeri tra il 1997 e il 2011 e al San Raffaele tra il 2001 e il 2011, in cambio ottenne 8 milioni di benefit, come l'uso di yacht, vacanze e una villa in Sardegna che è stata per metà sequestrata, per un valore di oltre 6,6 milioni di euro.

Parte dei soldi della Regione finivano sui conti del faccendiere Pierangelo Daccò, al quale sono stati confiscati 23 milioni di euro, sequestrati anche 15,9 milioni all'ex assessore Nicola Simone e 8 milioni all'ex direttore amministrativo della Fondazione Maugeri, Costantino Passerino.

Accusato di corruzione, Formigoni è stato condannato in primo grado a 6 anni e a 6 anni d'interdizione dai pubblici uffici; Daccò a 9 anni e 2 mesi; Simone a 2 anni e 2 mesi; Passerino a 7 anni, Carlo Farina a 3 anni e 4 mesi.

L'inchiesta della Procura di Milano favorì il ricambio a Palazzo Lombardia.
La presidenza passò alla Lega Nord con Roberto Maroni che nominò suo vice il berlusconiano Mario Mantovani.
Peccato che due anni e mezzo dopo, Mario Mantovani, assessore alla Salute e sindaco di Arconate, venga arrestato, per reati commessi tra il 6 giugno 2012 e il 30 giugno 2014. L'accusa è concussione, corruzione aggravata, turbativa d'asta. L'arresto avviene poche ore prima che il politico apra a Palazzo Lombardia il Convegno “Legalità e trasparenza”.

Turbativa d'asta del valore di 11 milioni e l'affidamento del servizio di trasporto di soggetti nefropatici sottoposti a trattamento dialico a favore di Croce Azzurra Ticinia Onlus di Giovanni Tomasini” , l’inchiesta coinvolge anche l'assessore all'Economia della Regione Lombardia, il leghista Massimo Garavaglia.

Le accuse a Mantovani riguardano anche altri fatti: la vicenda di 150 ragazzi terremotati della provincia di Mantova, ospitati dalla Cooperativa Serenitas - che fa riferimento a Mantovani - nell’ambito dell’inziativa “Un mare di solidarietà”,
il bizzarro screening sanitario gratuito disposto dalla Asl Milano 1 per gli studenti arconesi (di Arconate, Mantovani è sindaco – ndr) , screening che avviene in piena campagna elettorale del maggio 2014.
L'inchiesta porta al sequestro di una corposa documentazione oltre che nell'abitazione e nei molti uffici del politico del Pdl ad Arconate, a Milano, Pavia, Varese, Vercelli e Rimini.
All'arresto di Mantovani, indagato Garavaglia, segue quello di Fabio Rizzi (Lega Nord), presidente della commissione sanità di Regione Lombardia, arrestato assieme a Maria Paola Canegrati per le turbative d'asta del settore odontoiatrico.

La Canegrati quale amministratrice di un complesso sistema societario attivo nel campo dell'odontoiatria e ortodonzia di cui fanno parte tra le altre, la Servicedent srl, la Elledent srl, la Sytcenter srl procurava, attraverso turbative d'asta la corruzione degli associati Fabio Rizzi e Mario Longo e la corruzione di funzionari pubblici preposti alla gestione dei servizi di odontoiatria affidati in service ai privati delle singole aziende ospedaliere nonché la stipulazione di vantaggiosi contratti con strutture sanitarie private e private convenzioni con il Servizio Sanitario Nazionale”, scrive il Gip Federica Centonze nell'ordinanza.

Fabio Rizzi – aggiunge il giudice delle indagini preliminari -. otteneva quantomeno parte delle spese relative alla campagna elettorale per la consultazione del 24 e 25 febbraio 2013 che ha portato all'elezione dello stesso al Consiglio Regionale della Lombardia e, assieme a Longo - tramite la società Spectre srl, le cui quote sono detenute dai predetti tramite intestazione fittizia – otteneva profitti derivanti dalla partecipazione del 50 per cento della società Sytcenter srl riconducibile alla Canegrati ed al pagamento agli stessi della somma di 50 mila euro in occasione della vendita a terzi da parte della Canegrati delle quote del suo gruppo”.

L'inchiesta della Procura di Monza affidata al sostituto procuratore Manuela Massenz prende le mosse dalla segnalazione di Giovanna Ceribelli, componente del collegio sindacale dell'Azienda Ospedaliera di Desio e Vimercate, che riferisce d'aver accertato numerose anomalie nella gestione dell'appalto del novembre 2009 relativo all'affidamento del servizio di odontoiatria.
L'attività di intercettazione portava alla individuazione di Pietrogino Pezzano, già direttore dell'Asl di Monza e Brianza ora a riposo, di fatto direttore generale del gruppo societario riconducibile alla Canegrati. Nonchè alla individuazione di numerosi funzionari addetti a servizi o strutture pubbliche in rapporti confidenziali con la Canegrati che cercavano da lei favori o vantaggi.

Fabio Rizzi e Marco Longo patteggiano 2 anni e 6 mesi pagando rispettivamente 70 mila e 180 mila euro, lady dentiera che fino al prossimo novembre non potrà uscire dal comune di Monza, aveva chiesto di patteggiare la pena di 4 anni e 2 mesi che però è stata negata. Le sono stati sequestri conti per 2,5 milioni.
Parlando con lady dentiera durante una telefonata il suo commercialista le dice: “Certo Paola che politici e non politici li conosci proprio tutti!”. Risposta: “Mirco, cazzo, ci ho trent'anni di marchette sulle spalle. Ho fatto trent'anni di marciapiede, ho battuto tutti”.
La Canegrati?- conferma Mario Longo che pensava di sbarcare in Cina e speculare con gli outlet del lusso - Ha amicizie con Diana Bracco e ottimi rapporti con Bruno Caparini, uno dei padri fondatori della Lega e uomo di fiducia di Michele Colucci”, ex capo gruppo socialista in Regione Lombardia.
Dalle dentiere alle protesi ortopediche

Chiusa l'inchiesta su Lady Dentiera il pm Manuela Massenz con la collega Giulia Rizzo inizia ad occuparsi della documentazione raccolta dalla Guardia di finanza di Milano nell’Operazione denominata “Disturbo” che coinvolge chirurghi ortopedici del Policlinico di Monza e degli Istituti Clinici Zucchi oltre ai responsabili della società Ceraver Italia srl che produce le protesi: in tutto 30 indagati.

E' il 22 novembre 2012, Flavio Acquistapace, cardiologo già in servizio presso il Policlinico di Monza sale in Procura e denuncia “...una gestione condotta in dispregio delle esigenze terapeutiche dei pazienti”.
La prima verifica viene effettuata acquisendo presso la Regione Lombardia i dati ufficiali dei DRG (Diagnosis Related Groups) e delle SDO, le schede di dimissione ospedaliera relative al periodo 2007-2012.

Il perito tecnico nominato dal sostituto procuratore, Manuela Massenz, deposita la sua relazione dalla quale emerge che al Policlinico di Monza i pazienti provenienti da fuori regione rappresentano il 24,5 per cento del totale dei pazienti ricoverati a fronte del 9 per cento dell'Ospedale Niguarda e del 4,7 dell'Ospedale Fatebenefratelli; che 2.368 pazienti sono stati interessati da quattro o più ricoveri nei reparti di ortopedia e cardio-chirurgico con punte di 19 ricoveri ripetuti; che i ricoveri effettuati nel fine settimana sono stati ben 2.202 di cui il 31,1 per cento in riabilitazione e ciò costituisce un'eccezione.

Inoltre il Policlinico di Monza effettua in media 12 operazioni a seduta a differenza di altri che ne effettuano 4 e che la punta massima di interventi è stato effettuato il 7 settembre 2009 quando in un solo giorno sono stati operati 36 pazienti. E ancora, in 1.243 giorni di sala operatoria il reparto di ortopedia ha impiantato protesi d'anca e di ginocchio con una media di 5/6 protesi per seduta. Il 16 gennaio 2010 sono state impiantate ben 16 protesi.
A seguito dei dati evidenziati ulteriori approfondimenti investigativi hanno disvelato una fitta rete corruttiva coinvolgente nedici chirurghi operanti presso il Policlinico di Monza ed altre strutture private convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale, rivenditori di protesi e medici di base”, scrive il Gip nell'ordinanza che ha portato in carcere i chirughi Marco Valadè, Fabio Bestetti e Claudio Manzini oltre a Denis Panico, responsabile commerciale della Ceraver Italia srl e Marco Camnasio, agente di zona e specialista di prodotti della Ceraver. Per tutti e cinque l'accusa è “di associazione allo scopo di commettere reati contro la Pubblica Amministrazione mediante corruzione diretta ad incrementare le vendite delle protesi ortopediche Ceraver”.

Il solo Camnasio organizzava poi la distribuzione del prodotto farmaceutico integratore CONDRO24 da lui stesso prodotto, corrispondendo ai medici disposti a prescriverlo ai pazienti denaro e altre utilità.
Per Marco Valadè e Fabio Bestetti anche l'accusa di falsità materiale e falsità ideologica. Il 9 gennaio 2015 in sala operatoria ad impiantare le protesi della Ceraver era presente il solo Valadè ma la cartella clinica dava anche la presenza di Bestetti, identica situazione a parti invertite il 31 marzo e così il 7 e l'8 aprile. Mentre il 4 maggio dello scorso anno Valadè opera, falsamente risulta presente anche il chirurgo Bruno Arosio.

Intercettazione telefonica tra Fabio Bestetti e Marco Valadè del 5 giugno 2014. Valadè dice che va a Rimini due giorni ad incontrare quelli della Ceraver e rivela d'aver già iniziato a mettere le protesi. Valadè: “Non questo martedì, l'altro martedì gliene ho già messe tre. Una mono, una totale e una protesi di rotula che tanto entrano uguale, giusto?”. Bestetti: “Mh... E' bella la rotula...
Valadè: “Eh, infatti devo mettere una protesi di rotula su una protesi di Link che è stata messa a Como...poi gli faccio una mono...o una mono o due mono...oppure una mono e una totale...no, no, devo mettergliene almeno...Che rimanga tra noi...a prescindere da come dicevo il disturbo...come sono queste protesi” (ride). Bestetti: “No, no, ma è bella. A me la mono piace”. Valadé: “Gliene metto 70 in un anno... voglio dire, non è poco eh”.
Cinque mesi dopo i giudizi sulle protesi della Ceraver cambiano. Valadè a Bestetti: “...perchè abbiamo un po' di occhio....ma fanno veramente cagare...glielo ho detto oggi...” Ride. Anche Bestetti ride. Valadè: “...allora...scusa.. ci sono due difetti principali sai sulla cosa di taglio, praticamente del..della tibia.. Cioè ci vuole un palpatore, il loro palpatore fa cagare...capito...”.
Bestetti: “... fa cagare....allora non ce la fai, infatti...Valadè: “...Sì, sì bisogna fare la fotografia della Zimmer...e poi cazzo, la mascherina di taglio del femore.. anche quella lì è abbastanza disastrosa eh. La Zimmer ci ho messo 50 minuti a farla, la Ceraver richiede un'ora e quindici...”.
Scrive il Gip: “Bestetti e Valadè rappresentano un tassello essenziale del progetto di Camnasio e Panico, la disponibilità prontamente dimostrata ai corruttori si affianca alla spregiudicatezza e all'avidità dei due professionisti che afferrano immediatamente le potenzialità dell'accordo sodale. I due medici si integrano nella compagine sociale tanto da percepire come successo l'incremento di fatturato della Ceraver. I due comprendono che l'espansione della società comporta l'aumento delle potenzialità di gudagno personali in via proporzionale e diretta e si adoperano per contribuire ad allargare il mercato. E' Bestetti il primo ad aver instaurato il rapporto con Camnasio e Panico e coinvolge Valadè”. Il quale il 21 maggio 2015 parlando con Denis Panico della Ceraver dice: “...ho appena finito a Ivrea dove sono andato a mettere giù una tua seduta..Praticamente il 25 giugno ho 4 protesi tue, 3 mono e una totale. Se riesco ne aggiungo un'altra.. Ti dico solo che io allora, la prossima settimana ne ho tre a Monza perché faccio una totale e due mono a Monza ma perché non me le fan fare...”. Panìco: “..Me l'han detto ma come cazzo sono messi al Policlinico di Monza che vi fan perdere le sedute così...”. Valadè: “...giorni lì operano poi c'è il PS quindi di conseguenza ...quelli della zona saltano...vabè comunque confido di arrivare, sono già a quota 55 se tutto va bene per luglio voglio arrivare almeno a 70-75. Come primo inizio va bene?”. Quindi rivela a Panìco: “Sono partito da Ivrea, sto andando ad un appuntamento con una grande f... di 25 anni. E' ostetrica ma sta facendo la baby sitter pur di fare qualcosa, le ho proposto il lavoro...Viene giù in sala a gettone a vedere, se le piace...”.

I medici ricevevano dalla Ceraver dai 700 ai 100 euro a protesi, viaggi, convention che in realtà sono ospitate in albergo con amiche o escort . C'è un medico che si accontenta di finire su di una pubblicazione scientifica (“Ci costa 2400 euro deve quindi impegnarsi a impiantare almeno 3 o 4 protesi al ginocchio”). E chi come Fabio Bestetti chiede invece il biglietto aereo per l'amica che deve tornare dall'Argentina.

L'obiettivo di Marco Valadè è preciso: “La proiezione per Monza è 220 interventi. Se siamo fortunati arriviamo a metterne 300. Puntiamo a diventare uomini immagine, nel senso che se lavoriamo bene stiamo bene e ci divertiamo”.
Scrive il giudici: “l'accordo criminoso è avvenuto nel circondario di Monza dove insistono le strutture sanitarie presso le quali operavano i chirurghi Valadè, Bestetti, Manzini”.

L'avvocato Attilio Villa dopo l'interrogatorio in carcere del suo assistito Fabio Bestetti ha sollecitato un approfondimento dell'inchiesta sulle cartelle cliniche dei pazienti trattati. Direzione presa proprio dai giudici della Procura di Monza.

Intanto il 13 dicembre a Milano davanti alla prima sezione civile si aprirà il processo intentato dal pensionato 76enne Alberto Cavana contro il Policlinico di Monza. Chiede danni per oltre 100 mila euro. “Sono stato operato nel 2006 alla Clinica San Gaudenzio di Novara che fa parte del Policlinico di Monza – spiega, presente i suoi legali, gli avvocati Cesare Bruzzi Alieti e Lara Domenica Ferrentino il pensionato spezzino - e da un esame del sangue mi è stato scoperto un avvelenamento da metalli. Per otto anni ho vissuto il mio dramma, addirittura per un anno e mezzo sono stato costretto a letto. Sono anche piombato in stato depressivo. Nel 2013 ho rivisto il medico che mi aveva operato (non vuole rivelare se il nome compare tra gli indagati di Monza – ndr) ed appena gli ho spiegato i miei gravi problemi mi ha mi ha detto: venga subito a Firenze che la opero. La mia rabbia è che non ha mai richiamato i pazienti. E pensare che prima di operarmi mi disse: si fidi, ho operato anche la moglie del presidente americano Lyndon Johnson. Dovrei sottopormi ad una terza operazione. Non so se la farò”.

'Ndrangheta e Servizio Sanitario in Lombardia e Brianza - Contesto criminale, contesto sociale

Titolo originale Contesto criminale, contesto sociale
di Alessandra Dolci Magistrato della Direzione distrettuale antimafia, Procura di Milano tratto da Narcomafie - Nuovi appetti della criminalità. Mafia e sanità

Il sistema sanitario manifesta una certa permeabilità alle infiltrazioni della criminalità organizzata. Il processo di decentramento avviato nel ‘92 ha portato all’affermarsi di condizioni e prassi diverse per ciascuna Regione. La Lombardia si caratterizza ad esempio per una massiccia presenza di strutture private accanto a quelle pubbliche, con il delicato aspetto dell’accreditamento istituzionale dei privati e i successivi accordi contrattuali con la Regione. Questo ha dato luogo a un abbassamento della soglia di legalità sotto il profilo dell’incentivazione dei sistemi di clientela e corruttela, e delle truffe a danno del sistema sanitario nazionale.

Il capitale sociale. Una delle caratteristiche della criminalità organizzata di stampo mafioso è l’infiltrarsi nelle attività legali, cosa che si è verificata in Lombardia soprattutto a partire dagli ultimi decenni. In precedenza le indagini mostravano una criminalità di stampo mafioso dedita ad attività illecite quali estorsioni, usura e traffico di stupefacenti. I successi nell’attività di contrasto, con riferimento soprattutto al traffico di stupefacenti, hanno portato le organizzazioni criminali a diversificare il proprio raggio d’azione, creando al proprio interno un ulteriore importantissimo asset definito “capitale sociale”, cioè l’insieme di soggetti politici, imprenditori, liberi professionisti, pubblici amministratori, appartenenti alle forze dell’ordine, che si mettono a disposizione della criminalità organizzata rendendo servigi in un’ottica di scambio reciproco.

La ’ndrangheta privilegia l’infiltrazione in settori legali a controllo pubblico e la sanità è particolarmente allettante. La decentralizzazione cui si faceva cenno sopra ha significato una prevalenza nella gestione e nel controllo del settore da parte del potere politico: i dirigenti generali delle Asl sono di nomina politica, a loro volta nominano il direttore amministrativo e il direttore sanitario. I primari di reparto non sono selezionati tramite concorso pubblico ma per chiamata diretta del direttore ospedaliero. Ciò ha portato all’affermarsi di un sistema di fedeltà politiche come regolatore, non solo delle carriere, ma anche dell’allocazione e gestione delle risorse pubbliche (se metto ai vertici della sanità un soggetto che è espressione del mio partito sarò in grado di controllare il rapporto tra pubblico e privato e cioè sarò in grado di accreditare cliniche private, studi dentistici, centri di analisi, case di riposo gestiti da imprenditori amici, vicini, simpatizzanti). Ovviamente non par vero alla ’ndrangheta di inserirsi in questo sistema poiché ciò le consente di entrare in relazione con élites politiche e pubblici amministratori facendo affari.

Business criminali. Fare affari significa creare società intestate a prestanome che possano concorrere negli appalti per forniture di servizi  (infermieristici, di pulizie, di ristorazione ecc.),  ma anche  reinvestire i proventi delle attività illecite in strutture private che poi saranno accreditate, come le residenze per anziani.
Quindi, esaminando i motivi di attrazione della criminalità organizzata, per il settore della sanità troveremo un profilo afferente ai vantaggi economici e un altro profilo, di carattere sociale/politico elettorale, dato dal contatto con il sistema sanitario, la cui natura comporta l’ampliamento della rete relazionale e, quindi, del capitale sociale. Si aggiunge inoltre la possibilità di contare su un bacino elettorale allargato, attraverso  triangolazioni di potere tra personaggi vicini all’universo mafioso, politici e personale medico/sanitario.

Un altro aspetto da non sottovalutare è la possibilità di elargire favori in un settore che attiene ai bisogni essenziali della persona: chi ha un grave problema di salute in famiglia è disposto a rivolgersi a chiunque sia in grado di garantire un aiuto. Nelle nostre indagini abbiamo avuto modo di constatare come persone che si trovavano in tali condizioni si rivolgessero al soggetto che sapevano essere in odore di mafia ma che era in grado di garantire loro una visita gratuita, un esame, un ricovero, un posto letto nell’immediatezza. Tutto questo crea consenso attorno alla criminalità organizzata.
Infine, un ultimo aspetto dell’attrazione verso il mondo sanitario riguarda i vantaggi sul fronte giudiziario e cioè la possibilità di avere, da parte di esercenti la professione medica, perizie di favore, oppure la cura o il ricovero di latitanti.

Alcuni casi emblematici. Passando all’esame di alcuni casi concreti e partendo dai vantaggi in ambito giudiziario, è significativa la vicenda di  Pelle Francesco, alias ‘Ciccio Pakistan’, che fu tratto in arresto, dopo un periodo di latitanza, il 18 settembre 2008, mentre si trovava ricoverato sotto falso nome presso la clinica Maugeri di Pavia. Si tratta di un personaggio di grande spicco nel panorama ’ndranghetistico, ricercato perché coinvolto nella strage di San Luca, nell’ambito della faida che contrapponeva la cosca Pelle-Vottari ai Nirta-Strangio. Nella documentazione falsa, relativa al ricovero, l’infermità di Pelle, rimasto paraplegico a seguito di uno scontro a fuoco, era invece ascritta alle lesioni riportate in un incidente stradale.

Le indagini svolte non misero in luce le coperture di cui Pelle aveva senz’altro goduto all’interno della struttura sanitaria pavese. Pelle, in ragione delle condizioni di salute, dopo la cattura beneficiava degli arresti domiciliari in una struttura sanitaria idonea che lo stesso detenuto aveva individuato nell’ospedale Niguarda di Milano, di cui bisognava acquisire la disponibilità. Nell’ambito dell’indagine Tenacia si registravano conversazioni da cui emergeva che Ivano Perego, imprenditore condannato in seguito con sentenza definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, chiedeva all’amico politico Antonio Oliverio se conoscesse personale medico avvicinabile, che acconsentisse al ricovero di un calabrese con problemi alla spina dorsale. La richiesta venne accolta e il calabrese in questione era proprio ‘Ciccio Pakistan’ (Francesco Pelle), che fu ricoverato nell’unità spinale dell’Ospedale Niguarda. In un’altra indagine denominata Caposaldo emergeva che Pelle teneva i contatti con i parenti sanlucoti attraverso un compiacente paramedico a disposizione dei Flachi, famiglia che controlla il territorio dove si trova l’ospedale Niguarda.

Tuttavia, il caso più eclatante circa la penetrazione della ’ndrangheta nel sistema sanitario lombardo è quello di Carlo Chiriaco (condannato per concorso esterno in associazione mafiosa alla pena definitiva di undici anni di reclusione). Chiriaco, originario di Reggio Calabria, laureato in medicina e chirurgia all’università di Pavia, ha un cursus honorum importante: si è iscritto giovanissimo alla Dc, ha ricoperto anche cariche politiche in ambito pavese, ha rivestito cariche pubbliche. Lo troviamo giovane ispettore sanitario al San Matteo, poi presidente delle Istituzioni assistenziali riunite di Pavia, direttore sanitario della Asp (che riunisce quattro importanti strutture sanitarie pavesi) e infine direttore sanitario dell’Asl di Pavia dal primo febbraio 2008 fino alla data dell’arresto. Al momento di quest’ultima nomina Chiriaco era già stato coinvolto in alcune vicende giudiziarie anche gravi (una condanna in primo e secondo grado quale mandante di un’estorsione, procedimento poi terminato in prescrizione) ed era stato destinatario della misura di prevenzione dell’avviso orale emesso dal Questore di Pavia in data 16 aprile 2007.

Secondo la relazione prefettizia sulle infiltrazioni mafiose nell’Asl pavese, dal punto di vista formale, non sussisteva alcun precedente ostativo alla nomina di Chiriaco. La relazione evidenziava anzi che la nomina non era stata da ascriversi a un condizionamento di tipo mafioso, ma favorita dal contesto politico. La Commissione sottolineava che il curriculum presentato dall’aspirante direttore sanitario non era veritiero con riferimento al più importante incarico professionale rivestito, ma che la cosa non fu rilevata da nessuno.

Carlo Chiriaco si è rivelato una risorsa preziosa per la ’ndrangheta (lui stesso si definiva, in alcune conversazioni, come “uomo di ’ndrangheta”). Era in grado di reperire incarichi e posti di lavoro per parenti e amici degli esponenti della criminalità organizzata; di far ottenere appalti; di inserirsi nel mondo politico ad alto livello, mediando tra il mondo politico e gli esponenti della ’ndrangheta e allocando pacchetti di voti. Si tratta dell’esempio tipico di quella triangolazione di potere cui si faceva cenno sopra poiché catalizzava i voti della ’ndrangheta (e anche di soggetti vicino a Cosa nostra) a favore di un candidato alle elezioni regionali, che poi avrebbe dovuto favorire la nomina a direttore generale dell’allora direttore amministrativo dell’Ospedale San Paolo di Milano. Al momento del suo arresto si stava interessando per far ottenere, a una società legata a Giuseppe Neri (esponente di spicco della ’ndrangheta lombarda), l’accredito a favore di una nuova struttura per anziani in provincia di Pavia. Sul fronte dei favori giudiziari Chiriaco, attraverso medici compiacenti, fissava visite mediche nelle strutture pavesi a Pasquale Barbaro, (figlio di uno degli esponenti storici della ’ndrangheta e sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno a Platì), consentendogli di spostarsi, attraverso le visite periodiche in Lombardia, per portare le cosiddette ambasciate da/e per la Calabria.

Altra figura emblematica di medico è quella di Vincenzo Giglio. È stato condannato con sentenza definitiva per aver consapevolmente fornito un apporto (esterno) all’associazione mafiosa legata alle famiglie Valle-Lampada, svolgendo un importante ruolo di collegamento tra i membri del sodalizio e ambienti istituzionali, politici e imprenditoriali. Ha inoltre messo in contatto i fratelli Lampada con Francesco Morelli, all’epoca consigliere regionale e presidente della commissione Speciale di vigilanza della Regione Calabria, vice presidente della commissione Affari istituzionali e componente delle commissioni Affari europei e Relazioni internazionali e sanità e servizi sociali.

Nel corso dell’indagine Infinito sono poi emersi altri esempi di professionisti nel campo medico che, sebbene non direttamente indagati per concorso esterno, risultano avere avuto frequenti contatti con appartenenti alla ’ndrangheta.
È il caso di Francesco Berte, all’epoca delle indagini medico penitenziario in servizio presso la Casa Circondariale di Monza che, alla ricerca di una candidatura politica che gli garantisse un futuro incarico di direttore generale di una Asl, intratteneva frequenti rapporti con Rocco Cristello – capo della locale di Seregno ed assassinato a Verano Brianza il 27 marzo 2008 – durante il periodo in cui questi svolgeva attività lavorativa in regime di semilibertà presso il Giardino degli Ulivi a Seregno.

Erano altresì emersi contatti tra esponenti della locale di Desio e il medico originario di Reggio Calabria, Nicola Mazzacuva, che ricopriva, all’epoca di Infinito, la carica di presidente del consiglio comunale di Desio.

Mazzacuva, in particolare, avrebbe avuto diretti contatti con Saverio Moscato (partecipe della locale di Desio e fratello di Annunziato, capo locale), tanto da prendere parte al funerale della madre dei fratelli Moscato. La giunta comunale di Desio si sciolse con le dimissioni di numerosi consiglieri comunali proprio a seguito delle accertate infiltrazioni mafiose e per il coinvolgimento nella stessa inchiesta del presidente del consiglio comunale Mazzacuva, del consigliere Natale Marrone, e dell’ex assessore provinciale Rosario Perri.

Infine, sempre nel filone desianano dell’indagine era emersa la figura di Pietrogino Pezzano, direttore generale della Asl di Milano, in contatto con Eduardo Sgrò (che grazie a questa “entratura” si aggiudicava la commessa per la fornitura di condizionatori per la Asl di Desio), Candeloro Pio, Candeloro Polimeni e Saverio Moscato, condannati per associazione di tipo mafioso. Nonostante tali rapporti fossero stati disvelati e resi pubblici dopo gli arresti nell’indagine Infinito, Pezzano veniva nominato direttore generale della Asl Milano 1. A seguito dell’ondata di sdegno sollevata da tale nomina era stato poi “sfiduciato” dal consiglio regionale lombardo.
All’esito delle molte indagini che vedono coinvolti esponenti della criminalità organizzata e appartenenti al mondo sanitario si è avuto modo di constatare anche in questo settore un drastico abbassamento del “costo morale” nella sua duplice valenza: interna (della coscienza individuale) ed esterna (del giudizio del contesto sociale).

Una frase di Giovanni Falcone a proposito di mafia e antimafia diceva: “È sbagliato pensare alla mafia come ad una piovra, ad un cancro, a qualcosa di estremamente brutto ed altro rispetto a noi, noi invece dobbiamo pensare che un poco ci assomiglia”.
Questo ci deve far riflettere sulla necessità di alzare la nostra soglia critica e tenere ben presente che l’etica non coincide con la sfera penalmente rilevante dei comportamenti, dunque non è detto che ciò che è penalmente irrilevante sia eticamente accettabile.

Nella foto Pietrogino Pezzano

Corruzione e turbativa d’asta nella sanità lombarda. L’urgenza di vere Riforme in materia di appalti, diritto societario e dirigenza delle amministrazioni pubbliche

di Anna Migliaccio Responsabile Enti Locali Partito comunista d’Italia – Lombardia 

E’ di questi giorni l’ultimo grave scandalo che getta discredito sull’amministrazione regionale della Lombardia e il suo governatore leghista Roberto Maroni. Altro che eccellenza! Altro che ramazze padane! 21 misure cautelari e numerosi indagati che scoperchiano un sistema corruttivo complesso e articolato dove, se da un lato i reati contestati nella lunghissima Ordinanza del GIP del Tribunale di Monza (197 pagine di documenti,intercettazioni ambientali, minuziose ricostruzioni di relazioni personali e favori) sono quelli di corruzione e turbata libertà degli incanti di cui all’articolo 353 codice penale, dall’altro una lettura attenta degli atti della magistratura merita una serie di riflessioni politiche. 

La prima riflessione politica riguarda il mito della concorrenza tra imprese nell’economia liberale. Un mito, una favola. Il sistema economico italiano appare sempre più caratterizzato da monopoli e poteri familistico amorali. 
Questi poteri finanziano la politica. Sono in grado di esprimere una classe politica ad essi funzionale. Asservita. 

Leggiamo nell’ordinanza del GIP a proposito della principale accusata, l’imprenditrice monzese dell’odontoiatria, che da …una breve analisi sulla rete delle società gestite o comunque facenti capo a Canegrati Paola, alcune delle quali strumentali alla commissione dei reati per cui si procede, nonché sul ragguardevole numero di appalti dalla stessa vinti negli ultimi dieci anni, tali da avere determinato una sorta di monopolio nella gestione dei servizi di odontoiatria nelle aziende ospedaliere lombarde, con tentativi di ramificazione anche in altre regioni italiane. 

Un regime di monopolio, dunque e non di competizione o di sana concorrenza tra Imprese aventi pari opportunità al nastro di partenza, come vorrebbero i principi della nostra Costituzione, principi che i padri costituenti vollero liberali, ma non del tutto liberisti. 

Come si costituisce e si consolida questo monopolio? 
Non è un processo economico. Non è qualcosa di intrinseco ai processi produttivi, ma è piuttosto un fenomeno che li precede e li determina. Attraverso un sistema di relazioni, amicizie, personali, politiche ed economiche, tali per cui una classe sociale di imprenditori, una borghesia, dispone al proprio servizio di una classe di politici dei quali finanzia l’elezione, e di una classe di boiardi (dirigenti pubblici) reclutati attraverso il sistema della nomina politica.  
Questo è il quadro che emerge dagli scandali lombardi e non tutto ciò che viene fotografato è reato. Non tutto è rimediabile con mezzi giudiziari. 

Nella fattispecie lo scandalo emerso a carico di Fabio Rizzi, considerato “braccio destro” del governatore lombardo Maroni,  ci parla di un monopolio sui servizi odontoiatrici, privatizzati prima, e consegnati nelle mani di un unico soggetto imprenditoriale poi. 
Ci sono dei reati. Il magistrato è in grado di procedere quando individua reati. In questo caso il reato (turbativa d’asta) si consuma quando un gruppo di funzionari e dirigenti preposti alle gare d’appalto delle aziende ospedaliere riesce a pilotare i predetti appalti dalla stesura del bando all’aggiudicazione in modo da favorire un solo ed esclusivo soggetto imprenditoriale,  in cambio di utilità e favori per sé e propri familiari. 
Si parla anche di soci occulti. Nei fatti di una sostanziale identificazione tra i diversi soggetti in campo.
Il nostro sistema normativo, pur con tutte le sue storture, chiama ancora queste condotte con i nomi di corruzione e turbativa d’asta e li configura come reati, ovvero come fatti che ledono principi costituzionali come la libertà d’impresa e la concorrenza. 

Da una lettura attenta dell’ordinanza del GIP emergono anche altre ipotesi di reato, forse più gravi, come il riciclaggio e le tangenti. 
La turbativa d’asta è così descritta dal Magistrato: A convincere della presenza della fattispecie di cui all’art. 353 c.p. è sufficiente qui rilevare come costituisca collusione l’accordo tra il soggetto pubblico preposto alla gara ed il privato favorito, accordo consistito nel porre nel bando un più che oneroso obbligo che, in concreto, sarebbe gravato solo su un aggiudicatario diverso da quello che stia già svolgendo il servizio. Tale situazione è assolutamente idonea (e lo è stata in concreto) a turbare la gara, allontanando e rendendo non conveniente ad altri potenziali aspiranti il  partecipare alla stessa.

Questo è un reato e per i reati è sufficiente il braccio della Legge. Che in questo caso si muove, dopo lunghe e faticose indagini, basate, tra le altre cose, oltre che su una testimone, sulle intercettazioni ambientali, strumento d’indagine che alcuni Governi nazionali degli ultimi anni volevano abolire. 

Ma c’è una questione politica a nostro avviso infinitamente più grave, ed è l’alterazione criminosa della rappresentanza politica. Qualcosa che mina le basi della democrazia e della rappresentanza. 
Le campagne elettorali costano, la politica costa. Non esiste più il finanziamento pubblico della politica, principio che la Costituzione repubblicana aveva posto a garanzia di una rappresentanza che non fosse unicamente di censo. Qui vediamo che questo principio è saltato. Che l’imprenditore corruttore è in grado di esprimere una classe politica asservita. Leggiamo, negli atti giudiziari: Le prime elargizioni economiche dell’indagata Canegrati  risultano risalire al pressoché totale (stando alle dichiarazioni di Longo) finanziamento della campagna elettorale di Rizzi in corsa per le elezioni  regionali lombarde: cfr rit 407/2014 prog. 5528: LONGO: ti dico una cosa riservatissima, la campagna elettorale di Fabio l’ha sostanzialmente finanziata al 100% la dott.ssa Canegrati. Della disponibilità, su richiesta di Longo, a finanziare campagne elettorali di colleghi di partito di Rizzi,  si è avuta conferma, del resto, nel corso delle indagini, quando era accertato che l’ indagata aveva effettuato un bonifico di € 10.000,00 a sostegno della campagna elettorale per le elezioni regionali venete, ove era in corsa un politico leghista. La raffinata forma di corruzione posta in essere dall’ imprenditrice consiste, tra le altre, proprio nell’ avere coinvolto Rizzi e Longo in alcune delle sue società quali soci occulti, cosicché il prezzo agli stessi pagato per i costanti favori contrari al loro ufficio deriva automaticamente dagli utili conseguiti grazie alla gestione dei centri che Longo e Rizzi, con il loro intervento, fanno affidare alla socia…
Il sistema monopolistico, garantito da politici e funzionari nominati, agisce anche in modo squisitamente “mafioso” attraverso l’intimidazione e la minaccia nei confronti dei potenziali concorrenti. Leggiamo nell’ordinanza che viene impedito ad un’altra società ogni tentativo di entrare in concorrenza:  e stanno trattando per entrare allo Stomatologico.....io ho chiamato gli svizzeri e gli ho detto "se provate a mettere piede in Lombardia questo è l'unico che fate e lo fate per un anno... perché in Lombardia lavorano i Lombardi!"   
Noi crediamo che il rimedio giudiziario non sia sufficiente e che occorra intervenire sulle norme. Con delle vere Riforme.
E’ noto che le norme in materia di appalti pubblici consentono l’aggiudicazione di una gara anche in presenza di un’unica offerta. E’ noto che il diritto non impedisce (perché mai dovrebbe un sistema iperliberista?) ad un'unica persona fisica di possedere e controllare a diverso titolo un insieme,  anche numeroso,  di società solo apparentemente in concorrenza le une contro le altre. Occorre rivedere le norme in materia di diritto societario, ponendo l’obbligo di rendere pubbliche e intellegibili erga omnes le identità delle persone fisiche cui fanno capo le società. Occorre un immediato intervento di riforma sul sistema degli appalti, che dovrebbe rafforzare il principio di divieto di partecipazione ad una gara di imprese collegate,  e porre nella disponibilità dei funzionari addetti non solo strumenti, ma obblighi di controllo. Una gara con un solo concorrente,  oltre certe fasce di importi, andrebbe invalidata. 
Ad un medesimo imprenditore (a tutte le imprese che hanno a che fare con quella persona fisica) non può essere consentito di avere appalti in più aziende ospedaliere (o pubbliche in genere) della medesima regione. E’ una limitazione della libertà d’impresa? Si, ma sarebbe una norma antimonopolistica. Del resto nel campo degli appalti pubblici una norma di questa natura esiste per i professionisti (persone fisiche). Perché dovrebbe scandalizzare istituirla quando si tratta di imprese?
Va da sé che nella visione politica di chi scrive la sanità dovrebbe essere gestita il più possibile senza l’intervento di imprenditori privati sotto lo stretto ed esclusivo controllo pubblico. 
Ma se si dimostra (e andrebbe dimostrato!) che esistono risparmio ed efficienza, i principi posti poc’anzi dovrebbero incardinare una immediata Riforma delle norme in materia di appalti pubblici. 
Al di là dei reati e dei possibili rimedi non c’è dubbio che la situazione evidenziata nell’ordinanza del GIP pone alcune questioni politiche, come l’urgenza di riformare la possibilità di possedere società in Italia e all’estero. Fatto che certamente un sistema liberale non può vietare. Il sistema tuttavia dovrebbe obbligare le persone fisiche a rendere trasparenti e immediatamente conoscibili tutte le proprietà attraverso banche dati anche di pubblica consultazione. 
Nel sistema vigente la tracciabilità del denaro (segui i soldi!) che sta a fondamento di quel complesso di relazioni basate sulla reciproca utilità, non potrà che avere questa natura: 
Tranquillo che t’ho fatto la società a Dubay – omissis- poi abbiamo il conto corrente a Montecarlo..hai bisogno di un milioncino? Te lo mando a Montecarlo..ti acchiappi la macchina..te ne vai a fare un bel week end ..e ti porti a casa i piccioli – rit 612/14 prog. 1770-.   

Altra questione politica va aperta sui metodi di reclutamento dei dirigenti e dei funzionari pubblici. Ai vertici, soprattutto ai vertici, il sistema ormai consolidato è quello delle nomine politiche. Non può allora sorprendere che il “braccio tecnico burocratico” di un politico al servizio e nella piena disponibilità dell’imprenditore monopolista e corruttore faccia…uso distorto della discrezionalità amministrativa, cioè il procedimento condizionato non già da un percorso di attenta ed imparziale comparazione tra gli interessi in gioco, ma dalla percezione di un indebito compenso affinché venga raggiunto un esito determinato…

Tutto il sistema corruttivo evidenziato in questo come in precedenti scandali, come del pari in altre inchieste, si pensi a Mafia capitale, fa crollare una serie di miti, come quello dell’efficienza del privato e della presunta inefficienza del pubblico. Là dove sono in gioco utilità e profitti è normale aspettarsi che efficienza ed economicità a favore del cittadino non siano i principi cardine. Parla, questa inchiesta di artificiosa induzione dell’utente a scegliere il servizio in solvenza perché più rapido creando artificiosamente liste d’attesa in realtà inesistenti, si aggiunge un altro strumento chiaramente truffaldino che induce il paziente a ricorrere alla prestazione a pagamento nella convinzione che il costo del ticket sanitario sarebbe di poco inferiore. 

Il cardine di ogni democrazia è l’indipendenza, è il contrappeso dei poteri. 
I funzionari devono essere indipendenti dai politici. Dunque non possono essere dei nominati e non possono essere rimossi se politicamente sgraditi.
I politici sono anch’essi dei funzionari, onorari, come li definisce il diritto amministrativo. Pertanto sono incompatibili con la funzione esercitata se la loro professione, se il mestiere con cui si guadagnano da vivere,  in qualche modo è connesso ad attività che hanno a che fare con beni e servizi che vengono acquistati in regime di appalto dalla stessa amministrazione per cui svolgono le funzioni politiche. Basti pensare all’altro caso di arresto eccellente avvenuto non molto tempo addietro: l’ex assessore alla sanità Mantovani. Come non ravvisare un “conflitto di interessi” nel fatto che egli fosse un imprenditore nel settore delle RSA per anziani e disabili?
Ma le norme sul conflitto d’interessi in questo Paese non sono mai state approvate. 

 

Merate - Comunicato Rete Rifiuti Zero Lombardia

 

Lunedì 14 dicembre 2015 si è svolta a Bergamo, presso la sede della Provincia in Via Tasso, la conferenza dei servizi istruttoria indetta dall’ente in merito alla richiesta di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) redatta da Italcementi allo scopo di ottenere l'autorizzazione a triplicare il quantitativo di rifiuti bruciati presso lo stabilimento di Calusco d’Adda in sostituzione parziale del coke di petrolio.
I comitati cittadini La Nostra Aria, Aria Pulita Centro Adda e Rete Rifiuti Zero Lombardia, rappresentanti di 10.000 firme raccolte sul territorio con la petizione popolare "Basta inquinamento: No alla trasformazione del cementificio Italcementi S.p.a in un inceneritore e richiesta di drastica diminuzione delle emissioni inquinanti", hanno presenziato alla conferenza in veste di uditori. La conferenza è stata preceduta e seguita da un sit-in tenutosi fuori dal palazzo della Provincia, organizzato allo scopo di manifestare il dissenso alla richiesta dell’azienda così come è stata formulata in sede di VIA.
 
I comitati cittadini per l'occasione hanno prodotto e protocollato, presso la Provincia di Bergamo, un documento riassuntivo delle richieste e delle osservazioni tecniche e sanitarie finora prodotte (tra cui i documenti redatti da ISDE Italia- Associazione Medici per l’Ambiente).
 
Nel documento riassuntivo viene evidenziato:
1- le evidenze di danno sanitario legato alla co-combustione dei rifiuti nei cementifici derivanti da studi medico-scientifici presi a riferimento;
2- l’aumento degli inquinanti emessi dal camino del cementificio e gli svantaggi rispetto alla combustione dei rifiuti in un inceneritore;
3- i pericoli legati al fatto che le ceneri e le scorie della combustione dei rifiuti, normalmente classificate come rifiuto tossico, vengono inglobate nel cemento, che poi viene commercializzato. Ciò costituisce un rischio sia per l’ambiente (suolo e falde acquifere) a seguito della demolizione dei manufatti, sia per i lavoratori coinvolti nella produzione, che si ritrovano a maneggiare cemento con composti tossici;
4- la possibile violazione della normativa REACH nella produzione di clinker chimicamente modificato dalla presenza dei composti chimici presenti nelle scorie e ceneri inglobate;
5- l’aumento notevole in massa del totale dei combustibili bruciati;
6- il fatto che il rischio rilevato nello studio tossicologico prodotto da Italcementi a luglio 2015 e integrato a ottobre 2015 è evidentemente sottostimato, perché basato su parametri non sufficientemente cautelativi;
7- che l’utilizzo dei rifiuti come combustibile interferisce pesantemente nella filiera del recupero di materia;
8- che il rispetto dei limiti di legge previsti per l’emissione non dà nessuna garanzia che le emissioni prodotte non producano gravi danni alla salute della popolazione.
 
A riprova dei punti sopra citati viene menzionata un’amplia bibliografia, tra cui i recenti risultati dell’indagine epidemiologia condotta dall’ARPA di Vercelli per valutare gli effetti delle emissioni dell’inceneritore locale (ricordiamo, solo per citare alcuni dati che è stato riscontrato un aumento dei tumori del colon-retto pari al 400%, del polmone pari al 180%, delle malattie ischemiche del cuore pari al 90%) e l’ancora più recente studio pubblicato dall’EEA (European Environment Agency) in cui viene rimarcata la pessima qualità dell’aria in Italia (sappiamo che il peggio si attesta nella Pianura Padana), mettendoci al primo posto nell’incidenza di mortalità attribuibile alle polveri sottili.
 
I cittadini chiedono che la concessione dell’autorizzazione a procedere a Italcementi sia vincolata alla realizzazione e ai risultati di una analisi epidemiologica con metodo Crosignani da svolgere sul territorio su cui insistono le emissioni del cementificio. Tale analisi ha l’obiettivo di mostrare le reali condizioni di salute della popolazione e consentire di valutare se essa possa o meno sopportare uno stress aggiuntivo.
 
I comitati auspicano che gli amministratori e gli enti considerino pienamente le evidenze esposte sulla base del ruolo e delle responsabilità ricoperte.
Continua l’appello ai sindaci affinché la voce dei cittadini non rimanga inascoltata.
 
Comitato La Nostra Aria, Comitato Aria Pulita Centro Adda, Rete Rifiuti Zero Lombardia
 

Lombardia - Appalto per radioterapia. Manager ai domiciliari

di Giuseppe Guastella da il Corriere della sera

 È decisamente la bestia nera di chi imbroglia l’appalto per la fornitura di un acceleratore lineare all’Istituto dei Tumori di Milano. Dopo aver contribuito nel 2013 a far finire in carcere, e poi condannare a 5 anni in primo grado, Massimo Guarischi, colui che aveva sostituto il facilitatore Pierangelo Daccò nel pagamento delle vacanze dell’allora governatore lombardo Roberto Formigoni, la pratica che allora non era stata chiusa ora manda agli arresti domiciliari per associazione a delinquere e turbativa d’asta quattro manager italiani della azienda svedese Elekta e porta alla scoperta di appalti truccati in mezza Italia.

A dare il via all’inchiesta del pm Giovanni Polizzi è stato un esposto del direttore della struttura di ingegneria clinica dell’Istituto, l’ingegner Roberta Pavesi, che si è resa conto che qualcosa non quadrava nello svolgimento della gara che poi avrebbe portato all’acquisito per 1,9 milioni dell’apparecchiatura per la radioterapia da una concorrente della Elekta, grazie a un accordo tra le due aziende, sostiene il pm. Da questa vicenda le indagini della Gdf di Milano hanno puntato ad analoghe gare, concluse, in corso o anche revocate, all’ospedale Santa Maria di Terni, alla Asl 5 «Spezzino» di La Spezia, al Policlinico San Matteo di Pavia, alla Asl 9 di Grosseto per passare per l’Istituto dei tumori Pascale di Napoli , la Asl di Lecce e l’ospedale «Bianchi Melacrino Morelli» di Reggio Calabria facendo finire tra i gli indagati per turbativa d’asta funzionari e dirigenti che avrebbero aiutato le aziende nelle gare. «La netta impressione è che, esattamente come accade in altri settori, vi sia una sorta di spartizione tra le aziende del settore», scrive il gip Giuseppe Gennari ordinando gli arresti, in un «sistema in cui tutti fanno così» e nel quale i primarie e i pubblici ufficiali non ottengono nulla per sé, ma fanno in modo che gli appalti vengano cuciti su misura per chi poi vincerà le gare.

Lombardia - Sanità, il test che seleziona i dirigenti

di Simona Ravizza da il Corriere della sera

 E adesso spunta l’ipotesi del test. Così chi aspira a guidare un ospedale potrebbe trovarsi a risolvere quesiti psico-attitudinali e a rispondere a domande aperte, lì seduto davanti al computer in una mega aula, concentrato a mettere la X giusta per dimostrare leadership e autorevolezza. L’obiettivo è, per la prima volta, nominare i manager che devono fare funzionare gli ospedali dove ci curiamo, non in base alla tessera di partito, ma alle reali capacità. Ed è una delle più importanti sfide che il governatore Roberto Maroni, da settembre seduto anche sulla poltrona di assessore alla Sanità, deve affrontare. I vertici ospedalieri scadono a dicembre. In corsa ci sono 700 candidati: e, per selezionare la lista dei migliori 120 all’interno della quale Maroni nominerà i futuri direttori generali, sono al lavoro i tre saggi Gianluca Vago (rettore della Statale), Francesco Longo (docente del Cergas- Bocconi) e Cristina Masella (docente del Politecnico).

La prima riunione per decidere come procedere alla scrematura dei curricula si è svolta lunedì: ma tra i tre saggi gli aggiornamenti via mail sono quotidiani. Entro i primi giorni delle prossima settimana bisogna decidere il da farsi. La scelta è complicata anche perché il tempo a disposizione è poco: la short list, come viene definito in gergo l’elenco con i migliori 120, è da consegnare a Maroni entro il 10 dicembre. Salvo proroghe a sorpresa. Sul metodo di selezione, al momento, sono ancora aperte tutte le strade: valutazione solo in base ai curricula dopo avere stabilito criteri stringenti, colloqui faccia a faccia oppure una prova scritta. Con lo (scarso) tempo a disposizione quella del test è l’ipotesi su cui stanno ragionando di più i tre saggi.

L’idea è di usare il quiz per restringere la rosa a 120 candidati, dopo una prima scrematura eseguita invece in base ai curricula (per scendere da 700 a 250). Il punteggio ottenuto nel test potrebbe, poi, non avere un valore assoluto ma essere abbinato ad altri risultati. È una soluzione adottata dal National Health Services (Servizi Sanitari Nazionali) inglesi. Anche Regioni come il Lazio, la Puglia e la Sicilia hanno già seguito questa strada con buoni risultati. Chi ha studiato questo metodo di selezione, e ne è un forte sostenitore, è Fulvio Moirano, ex direttore dell’Agenas e attuale supermanager della Sanità in Piemonte. La scommessa è riuscire a selezionare i migliori — che non necessariamente sono tutti quelli attualmente in carica — senza buttare l’esperienza accumulata negli anni.

Solo l’ipotesi di una selezione tramite il test psicoattitudinale sta scatenando il panico tra gli attuali vertici ospedalieri. Direttori generali che, visti i budget da gestire e le decisioni quotidiane da prendere, dovrebbero avere i nervi saldi, ma che invece si sono allarmati: «E se non lo passo?», è la domanda-incubo ricorrente. C’è chi è già corso a comprarsi manuali e chi si è messo a studiare le leggi regionali. Sono da nominare otto direttori generali per le Agenzie a tutela della salute che sostituiranno le attuali 15 Asl, 27 per le Aziende socio-sanitarie territoriali (Asst) create al posto degli ospedali e quattro per gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico. Il ricambio sarà epocale: un terzo dei direttori generali è in uscita forzata per raggiunti limiti di età. E c’è poi chi è sotto inchiesta: sulla scelta di manager inquisiti si apre certamente una questione di opportunità politica. Dalla capacità di mettere le persone migliori al posto giusto dipenderà la buona riuscita della riforma sanitaria approvata lo scorso agosto.

Lo show di Formigoni al processo Maugeri: «Non sono Maradona»

di Giuseppe Guastella da il Corriere della sera

Il giorno in cui aveva rifiutato le domande per fare solo dichiarazioni spontanee Roberto Formigoni dribblò i giornalisti. Quando invece l’ex dg della sanità lombarda Carlo Lucchina accetta di rispondere ai pm, imputato con Formigoni e altri per associazione a delinquere e corruzione nel processo Maugeri, il senatore Ncd viene in aula e si fa sentire. «Se oltre a far funzionare quella che, secondo le classifiche, è la migliore sanità in Italia, avessi, come mi viene imputato, anche favorito la corruzione, allora sarei stato Maradona», dichiara l’ex governatore accusato di aver ricevuto benefit e vacanze di lusso per 8 milioni dal faccendiere coimputato Pierangelo Daccò dopo che Lucchina ha detto che lui non gli aveva fatto mai «alcuna richiesta per conto di Daccò, non mi ha mai fatto subire imposizioni o sollecitazioni su nulla».

Al pm Laura Pedio che gli contesta che l’ex dirigente Merlino ha detto che le richieste di Daccò venivano esaudite perché amico di Formigoni, Lucchina risponde che lui si limitava alle «proposte tecniche», ma poi non poteva «spostare i fondi» e che «Maugeri, che è l’ente che eroga più prestazioni sanitarie in Lombardia», e il San Raffaele «erano e sono componenti essenziali del sistema sanitario». «Sono l’unico governatore a processo, agli altri non è mai arrivato nemmeno un francobollo di garanzia », dichiara ancora Formigoni dimenticando, ad esempio, l’ex governatore pd dell’Abruzzo Ottaviano Del Turco, arrestato e ora in appello per corruzione, o quello campano, Vincenzo De Luca (Pd) a giudizio per concussione.

Poi esprime solidarietà a Daccò condannato in appello a 9 anni per la bancarotta del San Raffaele: «Fa effetto vederlo in carcere da 4 anni, senza condanna definitiva, questa carcerazione preventiva non è da Paese civile».

DICIAMO NO alla riorganizzazione del sistema sociosanitario delle nuove ASST all’interno dell’ATS della BRIANZA come prevista dalla legge regionale n. 23/2015

"Per un'altra Seregno a Sinistra" fa proprie le considerazioni e le proposte elaborate da "Sinistra e Ambiente di Meda", proposte portate anche all’attenzione del Consiglio Comunale di Meda con una Mozione firmata da Sinistra e Ambiente e dalle liste civiche Meda per Tutti e Con Buraschi per Meda, circa la riforma sanitaria della Regione Lombardia, approvata a maggioranza in Consiglio Regionale.
Come conseguenza di questa riforma regionale, la rete degli ospedali della Brianza Ovest costituita dalle strutture di Desio – Seregno – Carate – Giussano verrà smembrata e riconfigurata accorpando Seregno, Giussano e Carate con l'ospedale di Vimercate mentre Desio finirà con l'ospedale S. Gerardo di Monza.
Il tutto per creare due ASST (Aziende Socio Sanitarie Territoriali), quella di Monza e quella di Vimercate che insieme all'ASST di Lecco costituirebbero le tre ATS (Aziende Tutela Salute) della Brianza.
Questa scelta politica attuata dalla maggioranza che governa Regione Lombardia influirà pesantemente e, a nostro avviso, negativamente sulle persone mentre l'ospedale di Desio correrà il serio rischio di perdere i servizi clinici che è in grado di erogare a favore di Monza.
Gli abitanti dei Comuni gravitanti attorno alle strutture di Seregno, Carate e Giussano rischiano invece di finire a Vimercate qualora necessitino di cure specialistiche o ricoveri legati a malattie riguardanti cuore, cervello e reni e questo perché né a Giussano né a Carate esistono "stroke unit" per la cura dell’ictus, la nefrologia con la dialisi e una vera urologia.
Ma l'ospedale di Vimercate dista parecchio, ha collegamenti con mezzi pubblici inesistenti ed è quindi problematico da raggiungere. Se proprio si riteneva necessario giocare al Lego con gli ospedali, smembrando e accorpando, sarebbe stato opportuno almeno seguire i tracciati di viabilità (a meno che non si volesse introdurre una giustificazione all'operazione Pedemontana ...).
A nostro avviso è quindi opportuno che la configurazione e il numero delle ATS finora previste per la Brianza e delle subordinate ASST vengano riviste onde evitare che Desio ma anche in parte Vimercate non divengano satelliti del San Gerardo con il rischio di un declassamento a ospedali minori cui vengono assegnate minori risorse e la conseguente e inevitabile offerta sanitaria meno qualificata rispetto ad oggi.
Quello a cui devono puntare le Istituzioni - dalla Regione al Governo Nazionale è cercare per tutte le strutture sanitarie una migliore qualità, un ampliamento dei servizi offerti uniti a una migliore efficienza cercando di eliminare gli sprechi.
Purtroppo la Sanità nel nostro Paese, Lombardia compresa, è spesso terreno di rendita per personaggi a volte non all'altezza ma nominati nei vertici direzionali solo per rispettare logiche di lottizzazione e spartizione nonché equilibri politici.
Così gli sprechi e le inefficienze dovuti a mala gestione aumentano e sono pagate direttamente e pesantemente dai cittadini.
Purtroppo, per recuperare sui cosiddetti "sprechi" si preferisce sempre la soluzione più semplice e meno faticosa, scegliendo, come sta facendo il governo Renzi con il Ministro Lorenzin, la strada dei tagli che ora colpiscono la diagnostica preventiva, limitando arbitrariamente e con scarsa cognizione di causa esami e controlli utili per la prevenzione.
Siamo dunque d'accordo con le prese di posizione tramite mozioni o altro che sono state presentate alla Regione Lombardia dai comuni della nostra zona.
In particolare facciamo nostre, pur non essendo presenti in Consiglio Comunale a Seregno, le seguenti considerazioni e proposte:

CONSIDERAZIONI

• una riorganizzazione deve servire a migliorare continuamente la qualità dei servizi sociosanitari offerti congiuntamente all’efficienza ed efficacia della gestione;
• l’integrazione dei servizi sociosanitari non possa prescindere dalla vicinanza territoriale in modo che siano forniti servizi preferibilmente prossimi ai cittadini e in aree già naturalmente e strutturalmente interconnesse;
• il contributo degli enti e delle amministrazioni locali è determinante nel processo decisionale, anche per verificare le buone pratiche consolidate e le facilità o difficoltà di accesso alle strutture così da evitare inutili forzature;
• debba essere salvaguardata la continuità di cura per i servizi sociosanitari e le patologie croniche evitando inutili spostamenti e interruzioni di assistenza sanitaria, spostando il carico della riorganizzazione sulle famiglie e sui servizi sociali comunali;
• le sinergie ed efficienze maturate tra le strutture ospedaliere del territorio negli ultimi anni e decenni non vengano disperse a discapito della qualità dei servizi sanitari offerti ai cittadini;
• l'ospedale di Desio, da molti anni, è una struttura portante della disciolta Azienda Ospedaliera di Desio e Vimercate e nel tempo si sono sviluppate importanti sinergie cliniche fra questo ospedale e quelli di Carate Brianza, Giussano e Seregno, tese a migliorare la gestione dei pazienti sia ottimizzando le cure sia ottimizzando le risorse;
• il territorio della Brianza Ovest, che comprende le strutture di Desio, Carate, Giussano e Seregno è naturalmente e storicamente interconnesso, mentre l’ospedale di Vimercate è logisticamente distaccato;
• non esistono collegamenti orizzontali costituiti da mezzi pubblici con l'ospedale di Vimercate, mentre esistono ed in prospettiva saranno rafforzati con la Metrotranvia quelli verticali;
• si prevedono disagi dei dipendenti di Seregno, Carate, Giussano, quando avranno bisogno di un qualche ufficio, documento, ecc.;
• l'operazione rappresenta il contrario del tanto conclamato 'taglio agli sprechi' (perché andrà a generare caos), e che, oltre a ribaltare i principi di economicità-efficacia-efficienza non ha nulla di 'razionale' (visto che spesso la parola 'razionalizzazione' è amata dalla politica ma solo quando vuol dire 'tagli').
• l’attuale e prevista suddivisione e configurazione degli ATS e degli ASST definita da Regione Lombardia presenta potenziali criticità per il territorio brianzolo;

PROPOSTE

1. siamo disponibili a partecipare ai Comitati locali (o a partecipare alla loro costituirne dove non ci sono) per far conoscere la situazione e mobilitare le persone sia a Seregno che nelle altre città interessate;
2. riteniamo necessario promuovere il confronto con gli operatori del settore e i Comitati locali, per la condivisione di una proposta alternativa sostenuta dalla più ampia aggregazione di forze possibili, perché l’organizzazione del sistema sociosanitario richiede la massima condivisione possibile, essendo un patrimonio della comunità;
3. riteniamo che la proposta alternativa debba tenere conto del migliore equilibrio possibile tra l’offerta di servizi sociosanitari di elevato livello di qualità, efficienza, efficacia e l’inserimento ottimale nel territorio;
4. tale proposta dovrà essere portata nell’assemblea dei Sindaci di Monza e Brianza alla ricerca di una posizione unitaria da sottoporre al consiglio regionale.

Per un'altra Seregno a Sinistra
Seregno, 3 ottobre 2015

Meda - Gli sportelli della non autosufficienza di Spi Cgil incontrano i cittadini

GLI SPORTELLI DELLA NON AUTOSUFFICIENZA
INCONTRANO I CITTADINI

Per incontrare i cittadini e far conoscere il nostro servizio di informazione e orientamento, abbiamo previsto alcuni incontri degli SPORTELLI IN PIAZZA
Muggiò – 16 giugno - ore 9 - 12.30 – Viale Rimembranze
Meda – 9 luglio - ore 9 - 12.30 – Piazza del Mercato
Carnate – 10 settembre - ore 9 - 12.30 – Mercato comunale
Monza – 19 settembre - ore 9 - 12.30 – Piazza Cambiaghi

VERRANNO DATE INFORMAZIONI SU:
·       Invalidità / Legge 104/92
·       Indennità di accompagnamento
·       Badanti e aiuto familiare
·       Assistenza domiciliare (SAD e ADI)
·       Centro diurno integrato
·       Esenzione ticket sanitari
·       Domande disabilità - posteggio disabili
·       Casa di riposo (RSA)
·       Amministratore di sostegno
·       Diritti dei cittadini fragili e non autosufficienti

Maria Nella Cazzaniga tel 3351366342 – Mario Castiglioni tel 3341807155
Spi Cgil Brianza – Via Premuda, 17 – Monza – tel. 03927311 – 039273117
nonautosuffcienza@cgil.lombardia.it

Odifreddi: il Movimento 5 Stelle ha un’ideologia new age che ne danneggia anche le cause giuste

di Paolo Conti da il Corriere della sera

ROMA Nel giro di pochi giorni, il Movimento 5 Stelle si ritrova su un fronte mediatico percepito come ostile alla ricerca scientifica e alla lotta contro i mali più crudeli. Il 4 maggio la scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo aveva duramente attaccato chi, come la senatrice Paola Taverna del M5S, aveva illustrato una mozione che impegnava il governo a promuovere la diffusione di metodologie alternative alla sperimentazione animale. Reazione della senatrice Cattaneo: «Cosa diranno i nostri figli o nipoti e gli storici quando, leggendo i dibattiti parlamentari, scopriranno che alcuni hanno lavorato per determinare il peggioramento delle loro condizioni di salute ed economiche?».

E adesso l’attacco di Beppe Grillo a Umberto Veronesi («pubblicizza le mammografie, ripete di continuo alle donne di farle. Probabilmente Veronesi parla così per avere sovvenzioni per il suo istituto. Dicono che bisogna fare una mammografia ogni due anni — prosegue — e le donne la fanno perché si informano male, leggono Donna Letizia, del resto la differenza di mortalità tra chi la fa e chi non si sottopone alla mammografia ogni due anni è di due su mille. Certo è qualcosa, ma comunque pochissimo»).

Parole che irritano anche chi ha simpatia per il Movimento 5 Stelle. Per esempio il matematico Piergiorgio Odifreddi, saggista, acuto critico del mondo della fede (Perché non possiamo essere cristiani e meno che mai cattolici, il suo libro più noto, uscì nel 2007 da Longanesi): «Grillo sicuramente capta molti malumori che anch’io ritengo doverosi nei confronti della classe politica tradizionale. E figuriamoci se io posso avere simpatia per il ministro Beatrice Lorenzin, esponente del governo Renzi... Ma quando Grillo afferma certe cose, sono costretto mio malgrado a darle ragione. Non si può scherzare con una malattia come il cancro, non si può scherzare con la prevenzione, che è una conquista». Secondo Odifreddi, «quando Grillo affronta certi temi svela un’ignoranza abissale. E simili sparate populiste attirano l’attenzione di chi nutre sospetto per le tecnologie contemporanee, quindi per le visite preventive che spesso sono anche costose».

C’è chi parla, professore, di una specie di nuovo oscurantismo alla radice di tutto questo... «In un certo senso è così. Il Movimento 5 Stelle sembra nutrirsi di una specie di ideologia new age, prova ne siano alcune deliranti teorie sul futuro dell’umanità care a Casaleggio. E tutto questo danneggia il Movimento. Gli sottrae le simpatie di chi è bene informato, ragiona col proprio cervello e magari condividerebbe tante giuste battaglie veramente politiche».

Più che indignato, è infuriato Edoardo Boncinelli, famoso genetista (il Corriere della Sera, nel 2011 in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, ha inserito le sue scoperte tra le dieci prodotte dagli scienziati italiani da ricordare nella nostra Storia). Non concede sconti a Grillo: «Sostenere che le donne non debbano ricorrere alla mammografia non solo è criminale ma è anche pericolosissimo ». Ma perché Grillo ha scelto questo campo così delicato per la sua nuova polemica? «Perché in Italia tutto è politica. La politica è presente in tutti i Paesi ma da noi è ovunque, dalla ricerca scientifica all’arte. E poiché la politica è un’astrazione, allora tutto passa attraverso i politici. In questo preciso caso, ritengo delinquenziale lanciare un’accusa in chiave politica contro la ricerca scientifica e la prevenzione che è uno strumento di affrancamento dalle ingiustizie e dai pericoli».

Il sociologo Domenico De Masi paragona la sortita di Beppe Grillo alle tante paure legate alla modernità che si registrarono, più di un secolo fa, soprattutto a cavallo delle Rivoluzioni industriali europee: «C’è un’ombra di oscurantismo in questo ragionamento. Quando arrivò l’energia elettrica, certi parroci terrorizzavano le povere donne di campagna sostenendo che la luce artificiale faceva abortire. E così avvenne con i primi telai meccanici. Per fortuna, stiamo vivendo in un’era in cui il rapporto con le tecnologie è buono. L’informatica ci ha viziati, certi trastulli non solo ci divertono ma ci fanno parlare subito con chi vogliamo, magari guardandolo su uno schermo. Tutto questo ci fa risparmiare tempo e soldi ». Tutto questo per arrivare a quale conclusione, professor De Masi? «Che Grillo ha preso una clamorosa toppa, non solo politica ma anche mediatica. Una sortita del genere non gli aggiunge niente, anzi gli toglie molto. Escludo che donne normali, mediamente informate grazie appunto alle nuove tecnologie, possano dargli retta. Penso soprattutto che Grillo abbia commesso un clamoroso errore prendendosela con un personaggio del calibro di Veronesi. Gente del suo calibro, al di sopra di qualsiasi sospetto, andrebbe aiutata e soprattutto protetta dalle polemiche».

Expo, in ferie tra luglio e agosto un terzo di medici e infermieri

di Mario Pappagallo da il Corriere della sera

Un’estate particolare quella di Milano. L’Expo 2015 metterà alla prova sia la sicurezza sia l’immagine nel mondo del nostro servizio sanitario. A parte il personale impegnato con l’Expo, la Milano di luglio e agosto non sarà certo quella estiva a cui siamo abituati: semideserta, con una prevalenza di «chiuso per ferie», irriconoscibile riguardo al traffico. Almeno sulla carta si preannuncia tutt’altra cosa: una città animata, multietnica, con locali e negozi aperti come nei mesi non estivi. Effetto Expo. Con una popolazione dilatata, anche perché la crisi economica ridurrà di certo i vacanzieri nostrani. Mentre i padiglioni dell’evento planetario attireranno curiosi anche da altre parti d’Italia, oltre che dal resto del mondo. Venti milioni i visitatori attesi tra il primo maggio e la fine di ottobre. Venti milioni in sei mesi che, a spanne, si traducono in oltre tre milioni al mese. E, proprio perché coincidenti con il periodo di vacanza, con picchi di presenze in luglio e agosto. Quindi, a parte le possibili emergenze, l’organizzazione sanitaria dovrà fare bella mostra di sé per qualità ed efficienza. Bene il potenziamento (con adeguati finanziamenti) di vari Pronto soccorso, piano feriti predisposto (in caso di eventi disastrosi, quali attentati che si spera non accadranno mai)... E poi? Immaginiamo il personale sanitario (medici, infermieri, tecnici e amministrativi fondamentali per le pratiche estere) tutto «precettato» per tutto il semestre Expo.

Quando tra milanesi e ospiti la popolazione toccherà in media i 5 milioni di abitanti, ben oltre il milione e 400 mila della norma. Invece non vi sono «precettazioni » nell’aria. A luglio e agosto in particolare. Motivo: le ferie, anche le arretrate da smaltire. Le disposizioni per le presenze estive cominciano ad arrivare e non sembrano tener conto dell’Expo. Ricalcano lo standard di un anno qualunque: un 25-30% del personale dovrà usufruire del previsto riposo, con in più l’ormai classico invito a godere dei giorni di ferie arretrati. Il piano sembra prevedere solo un particolare obbligo di reperibilità (ma dipende dove si va in vacanza!) per situazioni estreme. Eppure, al di là di emergenze particolari, sotto pressione sarà la gestione della domanda di assistenza non grave. Tante persone circolanti, più possibilità di eventuali piccoli incidenti, malesseri da caldo- freddo, disturbi respiratori da aria condizionata, il cuore che può sempre giocare brutti scherzi... A parte i Pronto soccorso, i reparti ospedalieri (traumatologie e chirurgie in particolare) rischiano di essere terminali di tanti di questi eventi, che si spera siano limitati. Gli esperti stimano un afflusso del 10% in più nelle strutture sanitarie. Ma un 10% in più rispetto ai picchi invernali o rispetto alle estati tranquille? La domanda è d’obbligo perché c’è il rischio che a luglio e ad agosto a Milano e in Lombardia potrebbe essere operativo un 25-30% in meno del personale sanitario. Almeno questo in base ai primi piani ferie che stanno arrivando ai dirigenti ospedalieri. E allora quel 10% di popolazione in più da affrontare con un 25-30% in meno di personale rischia di tradursi (speriamo di no) in brutta figura. O in disagi per quei soggetti fragili, vedi anziani, che in vacanza non vanno e che potrebbero attendere più del previsto per avere una risposta sanitaria in strutture già impegnate nel prestare attenzione, parlando lingue diverse, a eventuali ospiti Expo bisognosi di cure.

Nerviano, il Pirellone: «Sciumè non si dimetta fino a bilancio approvato

di Simona Ravizza da il Corriere della sera

Tutti (o quasi) le volevano, ma adesso che le dimissioni di Alberto Sciumé dai vertici di Nerviano sono arrivate, al Pirellone tirano il freno: meglio aspettare l’approvazione del bilancio 2014. Così — con una lettera ufficiale — Antonio Lanzavecchia, alla guida della Fondazione per la ricerca biomedica, l’ente che controlla Nerviano per conto della Regione, chiede a Sciumé di non lasciare. Per il momento. Del resto, chi altro potrebbe mettere la firma sotto un bilancio ereditato in corsa? Il centro di ricerche è in (perenne) difficoltà. Gli ultimi conti disponibili — anche se non ancora ufficiale — sono del 2013: i debiti con Unicredit ammontano a 194 milioni, quelli verso i fornitori superano i 20 e il patrimonio netto (il capitale in garanzia per la continuità aziendale) è in negativo per 60 milioni. Per la prima volta il bilancio risulta in pareggio, ma i soldi troppo spesso non bastano neppure per pagare i 480 ricercatori. Eppure i manager incassano stipendi d’oro (quello dell’ad, Luciano Baielli, è di 450 mila euro l’anno) e vengono affidate consulenze esterne anche agli studi legali e fiscali dei vertici stessi di Nerviano (rispettivamente a quello di cui è socio Sciumé e a quello di cui è socio Marco Miccinesi, presidente dei revisori dei conti).

Non solo. Dalla Fondazione per la ricerca vengono denunciati anche problemi di trasparenza dei conti e viene deciso di porre un argine ai finanziamenti pubblici (Nerviano ha incassato 116 milioni in tre anni e, comunque, a breve arriveranno altri 18,1 milioni). In questo contesto si apre il caso politico al Pirellone, con l’auspicio di un cambio dei vertici. Così l’8 aprile Sciumé decide di mollare: «Spero che il mio passo indietro smorzi le polemiche — ha detto al Corriere —. Senza una nuova iniezione di fondi pubblici Nerviano non può andare avanti: quelli appena stanziati non bastano per garantire la continuità aziendale». Ma ora la Regione gli chiede di aspettare. Eppure con una mozione votata all’unanimità, su proposta di Umberto Ambrosoli, proprio ieri in consiglio regionale, è stato deciso di avviare una due diligence. Per ficcare il naso nei conti opachi. Paradossi della politica.

Il crac del Nerviano Medical Sciences. L’ultima illusione dell’eccellenza formigoniana

di Alessandra Corica da la Repubblica

IL PECCATO originale di Nerviano risale al 2011. Quando l’allora governatore Formigoni salvò il centro dal crac con un’operazione, sulla carta, «a costo zero». Che invece finora è costata alla Regione un centinaio di milioni. Almeno. Con il futuro che, oggi, è più che mai un punto interrogativo. Sono due le ipotesi che, in queste ore, si rincorrono per il futuro di Nerviano. Da un lato c’è lo scenario del Tribunale e del fallimento. Scenario che in tanti al Centro, soprattutto i più vicini all’attuale management, danno ormai per inevitabile. Dall’altro lato c’è l’ipotesi del mercato. E di una possibile alienazione: un’opzione, questa, che vedrebbe la Regione pronta a sfilarsi dalla partita, mantenendo solo una partecipazione minima nella compagine azionaria.

Una matassa difficile da sbrogliare. E impossibile da portare a termine senza l’appoggio delle banche. Che, nei fatti, sono ormai l’azionista di riferimento di Nerviano, con i loro oltre 190 milioni di crediti. In teoria, da restituire entro il 2023. Ma sul cui ripiano i dubbi sono tanti: l’ultima rata di fine dicembre — 13,2 milioni — non è stata pagata per mancanza di liquidità, e da allora i vertici di Nerviano e le banche sono in trattativa per ristrutturare, di nuovo, l’esposizione. Certo è che lo spettro dei libri in Tribunale è solo l’ultimo, grande, smacco che i 575 ricercatori di Nerviano devono subire. Dopo gli anni in cui, a mesi alterni, hanno dovuto rinunciare a stipendi o tredicesima. E il taglio del 22 per cento delle buste paga a cui hanno dovuto dire sì nel 2012, per evitare che si arrivasse al punto di non ritorno. Tanti sacrifici, nonostante i quali però il loro lavoro è andato avanti: il Centro in questi anni ha firmato accordi internazionali e lavorato in prima fila nella ricerca farmaceutica in campo oncologico. Una struttura all’avanguardia che, al tempo stesso, si è rivelata un pozzo senza fondo: secondo i calcoli fatti nei mesi scorsi dalla commissione dei Saggi (che hanno denunciato le troppe risorse bruciate) alla struttura sarebbero andati in questi anni un centinaio di milioni. Di provenienza regionale, ma difficili da ricostruire, tra anticipazioni finanziarie date tramite Finlombarda, finanziamenti in arrivo per il mezzo della Fondazione, soldi per progetti da sviluppare ad hoc per gli ospedali lombardi.

Una situazione economica, quella del Centro, più che mai complessa. E accompagnata da una configurazione giuridica a dir poco audace, visto che si tratta di un’azienda privata che però è finanziata con fondi pubblici al 100 per cento. Passati dal 2011 a oggi dalle casse di Palazzo Lombardia a quelle della Fondazione, fino a quelle del Centro. L’anomalia risale a quattro anni fa. Quando Roberto Formigoni, in nome dell’eccellenza lombarda, salva il centro sull’orlo del crac. Per evitare che la Regione ne sia l’azionista principale viene creata la Fondazione regionale per la ricerca biomedica. Sulla carta, un ente promotore della sperimentazione in Lombardia. Nei fatti, una fondazione di diritto privato partecipata al 100 per cento da un ente pubblico (la Regione, appunto). E, al tempo stesso, una scatola vuota, con in capo un solo dipendente, zero computer e solo uffici di rappresentanza. Sempre vuoti, poiché l’ente è nei fatti tutt’uno con l’azienda privata (Nerviano) di cui è socio unico.

Un intrico di cariche, soldi e potere difficile da districare. E legato a doppio filo al mondo di Comunione e Liberazione di cui Formigoni e il numero uno designato per l’accoppiata Fondazione- Nerviano, l’ormai dimissionario Alberto Sciumè, sono campioni in Lombardia. Il cambio delle carte in tavola risale all’anno scorso. Quando, dopo l’avvicendamento Formigoni-Maroni, la Regione sostituisce i vertici della Fondazione e li sdoppia rispetto a quelli di Nerviano, nominando due scienziati — Alberto Lanzavecchia e Aldo Tagliabue — a presidente e direttore generale di Frrb. Una decisione che, in parte, ha cambiato lo status economico della Fondazione — prima con costi irrisori per le casse regionali, adesso con una previsione di spesa per il 2015 di circa 700mila euro — ma che soprattutto ha cambiato i rapporti tra il Centro e il suo azionista. Dando inizio a una guerra prima sotterranea, ora esplicita e senza quartiere, tra i vertici di Nerviano e i neo nominati leader della Fondazione. Una lotta rinfocolata negli ultimi mesi sul piano politico, con Forza Italia (e in primis l’assessore alla Salute Mario Mantovani, che ieri ne avrebbe discusso al telefono anche con Maroni) che a tutti i costi vorrebbe un cambio di marcia. E i ciellini di Ncd (in prima linea l’assessore alla Ricerca Mario Melazzini) che tanto propensi al cambiamento invece non sono, visto che dal 2011 a oggi quello di Nerviano è stato un vero e proprio fortino di Cl.

La Lega per settimane è stata alla finestra. Fino a ieri, quando è arrivata la presa di posizione netta contro gli attuali vertici del centro di Fabio Rizzi, numero uno della commissione Sanità: un sonoro «fuori dalla balle» rivolto a Sciumè e Baielli. Due le strade possibili: azzerare solo i vertici di Nerviano (come vorrebbero i forzisti) e nominarne di nuovi in accordo con le banche, salvaguardando quelli, neo nominati, della Fondazione. Oppure fare un repulisti generale in entrambi gli enti: un’ipotesi per la quale potrebbero battersi i ciellini. Della serie: muoia Sansone con tutti i filistei.

Nerviano a un passo dal fallimento lascia anche Sciumè

di Alessandra Corica da la Repubblica

LE DIMISSIONI sono state presentate al vice presidente del consiglio di amministrazione e al presidente del collegio sindacale. E potrebbero essere ratificate già domani, durante il consiglio convocato nelle ore scorse. Fa un passo indietro Alberto Sciumè, presidente di Nerviano medical sciences. La decisione è arrivata dopo la bufera scoppiata nelle ultime settimane sul centro di ricerca, in crisi da anni e gravato da un debito con le banche da 190 milioni. E con un futuro, al momento, quanto mai incerto. Visto che il cda, salvo colpi di scena (e nuove iniezioni di liquidità) domani potrebbe certificare anche la carenza di liquidità in cassa. E, quindi, la mancanza della continuità aziendale. Che, per legge, deve essere assicurata per 12 mesi a fornitori e dipendenti. Un evento, questo, che comporterebbe in automatico la delega al collegio sindacale per portare i libri in Tribunale, e che dipende anche dall’approvazione o meno del piano annuale della fondazione previsto per venerdì in giunta. Oggi i vertici di Nerviano dovrebbero inviare ai 575 lavoratori del centro una comunicazione per spiegare la loro posizione. A partire dai costi dei contestati mega- stipendi e delle consulenze affidate in questi anni agli studi legali Sciumè e Miccinesi.

La notizia del passo indietro di Sciumè — avvocato molto vicino a Comunione e liberazione, presidente del collegio sindacale di Finlombarda gestioni e membro di quello di Anas, fino all’anno scorso guida non solo di Nerviano ma anche di Frrb, la fondazione regionale che ne controlla il 100 per cento — è iniziata a circolare ieri mattina. Dopo la bufera scoppiata 24 ore prima in seguito alla relazione fatta dall’attuale dg di Frrb, Aldo Tagliabue, alla commissione Sanità: «Abbiamo chiesto più volte i documenti relativi al bilancio 2014, il preconsuntivo 2015 e i rendiconti finanziari dei progetti. Non sono mai stati consegnati». Parole che hanno fatto scattare l’accelerazione sul piano politico, con grillini, Forza Italia e Fratelli d’Italia a raccogliere le firme per avviare una commissione d’inchiesta. E che, soprattutto, avrebbero fatto andare su tutte le furie i vertici di Nerviano: nei corridoi del centro ieri era sempre più insistente la voce che i rapporti già tesi tra il centro e Frrb adesso potrebbero trasformarsi in una guerra a colpi di denunce e ricorsi giudiziari. La decisione di Sciumè, che nei prossimi giorni potrebbe essere seguita da quella analoga dell’intero cda, è arrivata prima del previsto. Non è però inattesa: gli attuali vertici di Nerviano sono infatti già scaduti, e in carica solo per la gestione ordinaria solo fino all’ok al bilancio 2014 (e alla riapprovazione del 2013, revocato il 9 marzo). Del rendiconto ancora non ci sono notizie, se non alcuni dati diffusi con una nota dall’azienda, e che vedrebbero per l’anno scorso un attivo da un milione, e una previsione di 40 per il 2015.

Regione Lombardia - Nerviano, conti in rosso e degrado «Sì alla commissione d’inchiesta»

di Simona Ravizza da il Corriere della sera

Una commissione d’inchiesta su Nerviano. Il centro di ricerche sui farmaci è finanziato da Regione Lombardia (128 milioni di euro in tre anni), ma fa i conti con gravi problemi di bilancio, scarsa trasparenza, anomalie contabili e un numero crescente di laboratori in disuso. Di ieri, la decisione del Pirellone di vederci chiaro: «Vogliamo far luce sulle cause e sulle responsabilità del grave disavanzo contratto, nonché sul ruolo futuro di Regione Lombardia — si legge nel documento di richiesta della commissione d’inchiesta, primo firmatario Fabio Altitonante di Forza Italia —. È necessario valutare le prospettive e le condizioni per la continuità aziendale». E l’istituzione di una commissione d’inchiesta ottiene l’approvazione anche dell’assessore alla Sanità, Mario Mantovani: «Emergono purtroppo elementi preoccupanti — dice —. È necessario un ricambio dei manager. Se da un lato è doveroso salvaguardare i lavoratori, non possiamo dimenticare che il Pirellone continua a erogare risorse pubbliche, soldi dei lombardi, su cui è necessaria massima tracciabilità. È importante, dunque, fare chiarezza su una gestione molto costosa e che ha portato a oggi dubbi risultati ».

Oltre che da Forza Italia, la proposta è già stata sottoscritta dal Movimento 5 Stelle (che ha lanciato l’idea settimane fa) e da Fratelli d’Italia. Nel mirino, il dissesto finanziario (con i debiti a 214 milioni, che non scendono neppure a fronte dei 128 milioni di finanziamenti pubblici) e l’opacità della guida. Dagli stipendi d’oro ai manager, ai 5 milioni di consulenze legali e fiscali finite anche agli studi del presidente Alberto Sciumé e del revisore dei conti, Marco Miccinesi. Insomma: Nerviano sta a galla solo grazie ai soldi pubblici, ma i vertici del centro di ricerca sono restii a dare spiegazioni e documenti sulla loro condotta persino alla Regione. Senza contare che interi piani dei laboratori sono ormai in stato di abbandono. Ieri l’amministratore delegato Luciano Baielli (450 mila euro l’anno di stipendio) e il presidente del cda Alberto Sciumé (175 mila) non si sono presentati in commissione Sanità, presieduta da Fabio Rizzi (Lega), che è andato su tutte le furie: «È un comportamento vergognoso e irrispettoso.

Questi signori dimenticano che il Consiglio regionale è il loro azionista unico di riferimento. Devono tornare il prima possibile da dove sono venuti perché di danni ne hanno fatti a sufficienza. Oggi è stato superato il limite della decenza ». In Regione si è presentato solo Aldo Tagliabue, il direttore generale della Fondazione biomedica per la ricerca, l’ente che controlla Nerviano per conto della Regione: «Ho sollecitato più volte, ma senza successo, i documenti sul bilancio di chiusura 2014, le previsioni per il 2015 e informazioni puntuali sugli accordi con le aziende che hanno comprato le molecole — ammette il manager tra lo stupore generale —. Mi è stato risposto che non mi era dovuto».

Va all’attacco Stefano Buffagni, consigliere del Movimento 5 Stelle: «È stata un’audizione surreale, il professor Tagliabue non è stato in grado di fornire alcun dato sulla situazione di Nerviano; tantomeno documentazione o informazioni su decine di milioni di euro di soldi pubblici inghiottiti come un buco nero». Dai grillini a Forza Italia, la condanna è unanime: «Negli ultimi anni Regione Lombardia ha investito più di cento milioni di euro — sottolinea Altitonante —. Per questa ragione, vogliamo che ci sia totale trasparenza ». L’istituzione di una commissione d’inchiesta dev’essere sottoscritta da almeno un terzo dei componenti del Consiglio regionale. Servono, dunque, 27 firme. Già ieri ne sono state raccolte venti: e, ora, risulta decisivo il centrosinistra. «Certamente, siamo favorevoli a uno strumento di indagine — dice il capogruppo Enrico Brambilla —. Scioglieremo le nostre riserve nel giro di 24 ore». E chiarezza sulla gestione è auspicata anche da Umberto Ambrosoli (Patto civico). Una volta raggiunto il quorum, la nascita della commissione d’inchiesta deve essere accettata dall’Ufficio di presidenza, guidato da Raffaele Cattaneo (Ncd). L’idea, una volta di più, è che il ripianamento dei bilanci di Nerviano non possa andare avanti a colpi di milioni di euro, tutti soldi pubblici, in assenza di garanzie sulla correttezza delle operazioni condotte.

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